Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo

Sparare sulla burocrazia di Bruxelles è l’esercizio retorico preferito da populisti e sovranisti di ogni Paese europeo. Probabilmente molti anti-europeisti – che sono di norma anche no-vax – rimpiangono l’Europa delle piccole patrie, degli staterelli pre-unitari in Italia e Germania, delle enclave che ancora alimentano irredentismi irriducibili (dalla Scozia alla Catalogna, dalla Corsica alla regione basca). Se uno pensa a figure come il politico britannico di destra Nigel Farageritornato in auge nelle elezioni amministrative di maggio 2026, benché i danni della Brexit, di cui da sempre è grande sostenitore, siano conclamati – si rende conto di un paradosso drammatico. Che la percezione diffusa sui guai e gli svantaggi che i singoli Paesi subiscono facendo parte della comunità europea non corrisponde alla realtà. Ma anche che i cittadini europei sono di gran lunga meglio di chi li rappresenta a Bruxelles e Strasburgo.

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Nigel Farage (Ansa).

L’Italia batte tutti i record di lungaggini amministrative

Di certo sostenere che la macchina comunitaria viaggi spedita è una sciocchezza. Allo stesso modo è innegabile che interventi che non tengano conto delle differenze esistenti fra 27 Stati sono destinati a produrre documenti ponderosi ma inefficaci. Però c’è da ridere quando i sovranisti, soprattutto i nostri, inveiscono contro i burocrati di Bruxelles. Dimenticando che siamo il Paese che batte tutti i record in Europa e nell’area Ocse di lungaggini amministrative. In Italia le pratiche burocratiche sottraggono infatti in media 300 ore all’anno a ciascun cittadino, i tempi medi si traducono in 600 giorni per risolvere dispute commerciali e in circa 36 mesi per la liquidazione di un’attività insolvente. Bisogna aggiungere poi che da noi l’84 per cento della popolazione considera gli apparati amministrativi un ostacolo primario, rispetto a una media europea del 60 per cento.

Siamo il continente dei diritti civili e politici

In ogni caso, e a prescindere dalle varie diatribe burocratiche, l’Europa anche nella percezione dei cittadini europei è più vitale di chi ci rappresenta, cioè apparati, funzionari e politici. Ma non serve evocare le retoriche dello spirito europeo o della cristianità, passando per la comunanza culturale che ci rende eredi di Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Mozart. Basta limitarsi a ricordare tre fatti recenti che indicano come lo spazio europeo non sia un’espressione geografica. Ma un dato di realtà sul quale riflettere. A partire dalla consapevolezza che siamo il continente dei diritti civili e politici; e l’unico al mondo a garantire ai suoi cittadini accesso universalistico alle cure, all’istruzione, alla pensione.

Preferite gli esempi di Trump o Ben-Gvir?

Il sistema di welfare, benché ammaccato, tiene ancora. Tant’è che le aspettative di vita sono complessivamente le più alte al mondo. Chi ha dubbi sul trovarsi o meno nel continente giusto, può in questi giorni considerare le bizzarrie minacciose di Donald Trump o l’atteggiamento irridente esibito dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir di fronte ai volontari della global Flotilla inginocchiati, ammanettati e vittime di violenza.

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Itamar Ben-Gvir (Ansa).

L’Eurovision e il successo in termini di audience

Ma voltiamo pagina, decisamente più leggera. L’Eurovision song contest ha un’audience televisiva (il dato del 2025 è di 166 milioni di spettatori stimati a livello globale) che il Super Bowl (124 milioni di spettatori, soprattutto concentrati negli Usa), i Grammy (circa 20 milioni) e la cerimonia degli Oscar (17 milioni) messi assieme non totalizzano. Un prodotto dell’industria culturale interamente made in Europa. Al momento non si sa se quel record di un anno fa sarà superato, perché in questa edizione per protesta contro la presenza di Israele cinque Stati (Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda) hanno disertato la manifestazione e tre di loro hanno proprio annullato la diretta.

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Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo

La formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo

Però lo share medio è stato attorno al 30 per cento. In Italia l’Eurovision, con oltre 5 milioni di telespettatori, si è aggiudicato la serata. Ma il dato su cui meditare, per la varietà di generi e interpreti, è la formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo. E qui il momento simbolico della manifestazione è stato Celebration!, il medley dei 70 anni del concorso con finale, con il pubblico di Vienna che ha cantato all’unisono sulle note di Nel blu, dipinto di blu di Domenico Modugno.

Il progetto Erasmus funziona da (quasi) 40 anni

È il pubblico giovane che sta disegnando questo processo di convergenza musicale, sicuramente alimentato dal sentimento no borders al quale hanno contribuito in modo decisivo i quasi 40 anni (che cadono nel 2027) del progetto Erasmus. Il programma di interscambio universitario ha presentato il report 2025. Più di un milione gli studenti europei coinvolti: 36 mila gli universitari italiani andati all’estero e 43 mila quelli stranieri venuti in Italia, paese che è il secondo più gettonato. Ma se si considerano anche l’istruzione superiore e la formazione degli adulti, oltre 2.300 sono i progetti attivati e più di 92 mila le persone coinvolte.

«Un’infrastruttura culturale e civile condivisa»

Il dato saliente però, per riprendere le parole del direttore di Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e dell’Agenzia Nazionale Erasmus+, Flaminio Galli, è che «Erasmus è molto più di un programma di mobilità: è uno spazio concreto in cui prende forma l’identità europea delle nuove generazioni e delle comunità educative. Investire nel programma significa investire nella capacità dell’Europa di restare unita, aperta, capace di formare cittadini consapevoli e di costruire una vera infrastruttura culturale e civile condivisa».

Tra le città più felici al mondo nessuna italiana nella top 50…

Musica, maestro!, per dirla con una battuta azzeccata, visto che parliamo di Europa felix. Alla faccia dei super nazionalisti nostrani, con in testa il generale Roberto Vannacci e la sua truppa, che non si rendono conto che forse sono proprio loro, con la faccia truce che mostrano agitando un primato nazionale tutto da dimostrare, che deprimono e rendono infelici tanti connazionali. Nel recente ranking delle città più felici al mondo non ce n’è una italiana nella top 50. Le sole che vengono citate (Bologna, Parma e Milano) si posizionano alle caselle 73, 77 e 80. A grande distanza, non solo statistica, dall’Italia della dolce vita e della “Milano da bere” di 40 anni fa.

Meno Vannacci, più Ue: perché l’Europa è migliore di come ce la raccontiamo
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

… ma 39 sono europee!

Naturalmente l’esistenza di un Happy City Index conferma che la mania di dare premi e riconoscimenti è pari alla smania con la quale i premiati esibiscono le medaglie. A uso prevalentemente mercantile e turistico. Però, stando al tema, la notizia è che nella top 50 mondiale ci sono 39 città europee. Mentre degli Usa ne compare una sola: San Francisco. Città grandi come Copenaghen, che è la vincitrice, medie (Grenoble) e piccole (Klagenfurt) testimoniano che l’Europa è il luogo dove tutti, potendo (anche americani, russi e cinesi!), verrebbero di corsa ad abitare. E allora: teniamoci cara e stretta la nostra Europa.