{"id":2699,"date":"2019-12-01T08:00:39","date_gmt":"2019-12-01T08:00:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lettera43.it\/?p=929952"},"modified":"2019-12-01T08:00:39","modified_gmt":"2019-12-01T08:00:39","slug":"mi-si-nota-di-piu-se-scompaio-parla-margiela-il-banksy-della-moda-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nugnes.com\/?p=2699","title":{"rendered":"Mi si nota di pi\u00f9 se scompaio? Parla Margiela, il Banksy della moda"},"content":{"rendered":"<p>Al tempo della civilt\u00e0 dell'immagine ha deciso di sparire, lasciando la sua casa di moda. Ora un documentario d\u00e0 voce al pi\u00f9 concettuale degli stilisti. E a noi offre una lezione. <\/p>\n<p class=\"has-drop-cap\">Mentre aspettavamo di conoscere i risultati economici del<strong> Black Friday <\/strong>europeo 2019, una giornata di <strong>saldi natalizi <\/strong>anticipati senza che si sia speso nemmeno un euro per il tacchino di <em>Thanksgiving<\/em>, abbiamo avuto modo di apprezzare il secondo documentario prodotto su <strong>Martin Margiela<\/strong>, \u00abil <strong>Banksy<\/strong> della moda\u00bb come ormai viene chiamato, dopo l\u2019affascinante <em>short movie <\/em>che <strong>Alison Charnick<\/strong> gir\u00f2 nel 2015 con il sostegno di <strong>Yoox<\/strong>, cio\u00e8 di uno dei protagonisti assoluti della corsa agli acquisti ribassati.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img src=\"https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-1-1-1024x684.jpg?x64940\" alt=\"\" class=\"wp-image-929958\" srcset=\"https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-1-1-1024x684.jpg 1024w, https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-1-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-1-1-768x513.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>Una delle creazioni di Martin Margiela per la mostra &#8220;Margiela: The Hermes Years&#8221; allestita al museo delle aerti decorative di Parigi dalla primavera all&#8217;autunno 2018.  (PHILIPPE LOPEZ\/AFP via Getty Images)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<h2>DELL&#8217;UOMO CHE RIVOLUZION\u00d2 LO STILE CI RESTA SOLO LA VOCE<\/h2>\n\n\n\n<p>Se il filmato di quattro anni fa si intitolava <em>The artist is absent<\/em>, richiamo speculare alla celebre performance di <strong>Marina Abramovic<\/strong>, ed era affidato alle testimonianze dei giornalisti, dei critici e degli artisti che hanno collaborato a vario titolo con lo stilista che un&#8217;intera generazione di giovani conosce solo per nome, questo nuovo film diretto da <strong>Reiner Holzemer <\/strong>permette di ascoltare almeno la voce dell\u2019uomo che, dopo aver rivoluzionato la moda al pari di <strong>Rei Kawakubo<\/strong>, nel 2009 ha lasciato la propria azienda nelle mani di <strong>Renzo Rosso<\/strong> ed \u00e8 letteralmente sparito nel nulla. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img src=\"https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-1024x658.jpg?x64940\" alt=\"\" class=\"wp-image-929956\" srcset=\"https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-1024x658.jpg 1024w, https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-300x193.jpg 300w, https:\/\/www.lettera43.it\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/Maison-Margiela-Martin-Banksy-768x493.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>La modella Leon Dame sulla passarella della Parigi Fashion week per la collezione Primavera &#8211; Estate 2020 di Maison Margiela (Thierry Chesnot\/Getty Images)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 lo si vedeva pochissimo prima e bisognava appostarsi fuori dai suoi uffici di <strong>Parigi <\/strong>per giornate intere per coglierne lo sguardo; dopo la cessione a <strong>OtB<\/strong> e, si dice, mesi di contrasto con mr <strong>Diesel<\/strong>, Margiela \u00e8 diventato l\u2019equivalente di <strong>J. Salinger<\/strong>, anzi peggio perch\u00e9 dell\u2019autore del <em>Giovane Holden <\/em>almeno si conosceva l\u2019indirizzo di casa, bench\u00e9 nessuno sia mai riuscito a varcarne il cancello. <em><strong>Martin Margiela in his own words<\/strong> <\/em>\u00e8 stato presentato pochi giorni fa al festival del documentario a <strong>New York <\/strong>(s\u00ec, insieme con <em><strong>Unposted,<\/strong><\/em> starring <strong>Chiara Ferragni<\/strong>, preferiremmo evitare i paragoni), e non si sa ancora se e quando far\u00e0 la sua comparsa in<strong> Italia<\/strong>. <\/p>\n\n\n\n<h2>\u00abL&#8217;ANONIMATO \u00c8 MOLTO IMPORTANTE, MI D\u00c0 EQUILIBRIO\u00bb<\/h2>\n\n\n\n<p>Due affermazioni del grande stilista belga, per\u00f2, possono diventare oggetto di riflessione e spunti di conversazione interessanti in questi nostri tempi di <strong>social <\/strong>mania, di autoscatti reiterati e di caccia ai like, di questi nostri continui e festosi \u201c<strong>Instagram<\/strong> al tramonto\u201d, come da titolo del nuovo, interessantissimo saggio di <strong>Paolo Landi<\/strong> sull&#8217;ascesa del media pi\u00f9 vanitoso ed esibizionista che sia mai stato inventato. Se uno degli uomini pi\u00f9 interessanti della moda degli ultimi trent&#8217;anni dice che per lui \u00abl&#8217;anonimato \u00e8 molto importante\u00bb e che di \u00abessere una celebrit\u00e0 gli \u00e8 sempre importato zero\u00bb, vale la pena di capire il perch\u00e9. Lo spiega lui stesso, voce off di se stesso: \u00abMi aiuta, essere uguale a tutti gli altri, mi d\u00e0 equilibrio. A me interessa che la gente ami quel che faccio, non la mia faccia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<h2>MICHELE, PRADA, ARMANI: I POCHI CHE DICONO NO ALL&#8217;APPARIRE <\/h2>\n\n\n\n<p> Se vi sembra poco, <em>common knowledge<\/em>, provate a pensare all\u2019evoluzione che la moda e i suoi stilisti hanno subito negli ultimi centocinquant&#8217;anni, da <strong>Charles Frederick Worth <\/strong>a&nbsp;oggi, e agli altri due documentari presentati a New York fra i tanti realizzati in questi anni: Ferragni, appunto, e <strong>Ralph Lauren. <\/strong>Nessuno \u00e8 sfuggito, anche <em>post mortem c<\/em>ome <strong>Yves Saint Laurent<\/strong>; qualcuno ha esagerato, autocelebrandosi prima del tempo e rimettendoci le penne professionali come <strong>Frida Giannini<\/strong>. Tutti trascorrono il tempo fra feste, eventi, presentazioni e selfie. Fra i pochi che mantengano il basso profilo, nonostante la ricchezza della moda che costruisce, c\u2019\u00e8 <strong>Alessandro Michele<\/strong>. Sul suo account Instagram, <strong>Lallo25<\/strong>, \u00e8 davvero difficile trovare <strong>selfie<\/strong>, ed \u00e8 noto che non ami rilasciare interviste. Idem <strong>Miuccia Prada<\/strong>, che da sempre esce al termine delle sue <strong>sfilate<\/strong> quasi a mezza figura: una gamba, un braccio, la testa e via. <strong>Giorgio Armani <\/strong>si concede con parsimonia, pur essendo garbato e disponibilissimo con gli sconosciuti che lo fermano per strada. Per quasi tutti gli altri, la presenza sui social, gestita da account manager, oppure agli eventi del <strong>brand<\/strong>, proprio o di appartenenza, \u00e8 diventata una parte integrante della professione e dello speciale &#8220;culto dello<strong> stilista<\/strong>&#8221; che va costruendosi e sviluppandosi dal giorno in cui il baffuto inglese decise che le signore della buona societ\u00e0 parigina avrebbero dovuto indossare quello che diceva lui, e a carissimo prezzo. <\/p>\n\n\n\n<h2>DAL PRIMO BOOM DEI NOVANTA ALL&#8217;ESAURIMENTO<\/h2>\n\n\n\n<p>Dalla met\u00e0 degli <strong>Anni Ottanta<\/strong> fino al suo primo boom, nei Novanta, e ancora&nbsp;oggi, il belga Margiela, di cui tanti ignorano perfino la pronuncia corretta del cognome (volendo, su <strong>Youtube<\/strong> trovate un divertentissimo duo che si esercita), \u00e8 amatissimo nel mondo della moda per il <strong>concettualismo <\/strong>delle sue creazioni, che si materializza in proporzioni <em>oversize,<\/em> decostruzione, riciclo e uso totalizzante dei tessuti (fu fra i primi a mettere le cimase a vista), linee e capi &#8220;piatti&#8221;, quasi bidimensionali, oltre che per i suoi iconici <strong>stivali<\/strong> tabi, ispirati all\u2019estetica giapponese. Non \u00e8 un caso, infatti, che in <strong>Giappone<\/strong> Margiela funzioni meglio che in Italia, dove la maggior parte delle donne ama ancora presentarsi scollata-strizzata-popputa, quasi fosse un marchio di origine doc della merce, e non \u00e8 affatto per caso che, dopo la sua uscita dalla Maison eponima, Rosso abbia chiamato alla direzione creativa <strong>John Galliano,<\/strong> un altro visionario delle proporzioni. L\u2019etichetta bianca, senza nome, dei suoi capi, un <strong>logo-no logo<\/strong> fermato da quattro punti in cotone bianco, \u00e8 diventata un simbolo della moda colta, raffinata, intellettuale. Da cui, per\u00f2, il suo stesso interprete ha preferito staccarsi: \u00abSentivo troppa pressione attorno a me, ero stanco del sistema, di dover creare cos\u00ec tante collezioni all&#8217;anno. Mi sono ammalato. Ho avuto bisogno di un anno solo per recuperare dallo stress\u00bb, dice nel documentario. Per tornare a volersi occupare di moda ne ha messi altri nove. Anche questo lo lega a Galliano: l&#8217;esaurimento. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSenti di aver detto tutto quello che hai da dire nella moda\u00bb, gli chiede il regista. \u00abNo\u00bb. \u00abNon credo che torner\u00f2 mai come <strong>direttore creativo<\/strong> di una <em><strong>maison<\/strong><\/em> o di un <strong>marchio<\/strong>, ma credo che se una grande societ\u00e0 volesse una <strong>linea<\/strong> firmata da me, ecco, questo potrebbe accadere\u00bb. Potrebbe essere una bella notizia, ma resta da vedere che cosa questo mondo iper connesso possa ancora volere dall&#8217;uomo scomparso. <strong>Jean Paul Gaultier<\/strong>, il suo boss nei primi anni di carriera, dice che \u00abla sua capacit\u00e0 di sottrarsi, di non apparire, \u00e8 molto potente\u00bb. Ma <em>monsieur<\/em> Gaultier \u00e8 un quasi settantenne che, a dispetto del proprio spirito iconoclasta, ha inevitabilmente la mentalit\u00e0 di un signore nato poco dopo la<strong> Seconda Guerra Mondiale.<\/strong> Ma che cosa possono pensare, i ventenni, di un uomo che produce moda concretamente astratta, rifiutandosi di spiegarla? Giocare fra assenza e presenza \u00e8 l&#8217;esercizio pi\u00f9 difficile che attende l&#8217;essere umano o, meglio, l&#8217;animale sociale, dalla nascita fino alla morte, come emerge chiaramente anche dall\u2019ultimo saggio di <strong>Lorenza Foschini <\/strong>attorno al carteggio fra <strong>Marcel Proust<\/strong> e il musicista <strong>Reynaldo Hahn<\/strong>, \u00abIl vento attraversa le nostre anime\u00bb, da cui capiamo quanto fosse difficile per un presenzialista per mestiere e per passione come l&#8217;autore della <em>Recherche <\/em>saper assecondare l&#8217;esigenza di intimit\u00e0 e gli spazi intimi dell&#8217;amico e, per qualche anno, amante (il libro, gi\u00e0 di successo, verr\u00e0 presentato il 3 dicembre alla <strong>Societ\u00e0 Dante Alighieri<\/strong> di Roma, in caso vi trovaste in citt\u00e0 non perdetelo). Saper scomparire nella civilt\u00e0 dell&#8217;immagine \u00e8 un&#8217;arte ancora pi\u00f9 sottile. E l\u2019anonimato assoluto un lusso davvero per pochi. Adesso <strong>Margiela<\/strong> vuole tornare. Ma non sa come farlo senza abbattere il proprio mito.<\/p>\n<p>Leggi tutte le notizie di <a href=\"https:\/\/news.google.com\/publications\/CAAqBwgKMIukoAkwvJVw?oc=3&amp;ceid=IT:it.\">Lettera43<\/a> su Google News oppure sul nostro sito <a href=\"https:\/\/www.lettera43.it\/\">Lettera43.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al tempo della civilt&agrave; dell&#8217;immagine ha deciso di sparire, lasciando la sua casa di moda. Ora un documentario d&agrave; voce al pi&ugrave; concettuale degli stilisti. 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