Cardinale Becciu, processo da rifare: decretata la «nullità relativa» del primo grado

La Corte d’appello vaticana ha decretato la «nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali

Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.

La difesa del porporato: «Soddisfatti»

Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica

Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Donald Trump (Ansa).

I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari

Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Parolin in difesa del diritto internazionale

Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice

Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroyBlase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».

Diaconato femminile: esclusa al momento la possibilità

«Lo status quaestionis intorno alla ricerca storica e all’indagine teologica, considerati nelle loro mutue implicazioni, esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine». È quanto si legge nella relazione della Commissione che ha studiato la questione in questi anni su mandato di papa Francesco, presieduta dal cardinale arcivescovo emerito de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi. Le conclusioni, inviate a Leone XIV il 18 settembre, sono state rese note per volere del pontefice. La Commissione, nella prima sessione di lavori (2021) era arrivata a stabilire che «la Chiesa ha riconosciuto in diversi tempi, in diversi luoghi e in varie forme il titolo di diacono/diaconessa riferito alle donne attribuendo però ad esso un significato non univoco». Adesso la frenata: «Questa valutazione è forte, sebbene essa non permetta ad oggi di formulare un giudizio definitivo».

Diaconato femminile: esclusa al momento la possibilità
Leone XIV e Francesco (Ansa).

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile

Il 4 novembre scorso, è passato quasi del tutto inosservato un anniversario importante: quello dell’assassinio del leader israeliano Yitzhak Rabin, ucciso 30 anni fa da un estremista di destra israeliano. Con lui, morì anche la speranza di pace in Medio Oriente. Non tutti però se ne sono dimenticati: l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha dedicato alla ricorrenza un lungo servizio dal titolo: “La tomba di Rabin e della pace”. «L’assassinio di Rabin ha indiscutibilmente cambiato la storia di Israele, della Palestina e dell’intero Medio Oriente», ha scritto Roberto Cetera. «E il fiume di sangue e sofferenza a cui abbiamo dovuto assistere negli ultimi due anni ha trovato le sue sorgenti nell’incompiutezza di quel processo di pace che l’assassinio di Rabin ha determinato. Ecco perché la narrazione diffusa, che pone l’inizio della tragedia al 7 ottobre 2023, è insufficiente e miope, non vede troppo bene da lontano e dimentica». Parole pesanti come pietre che suggellano, una volta di più se ce ne fosse bisogno, la crisi profonda che intercorre oggi nelle relazioni diplomatiche fra Vaticano e Stato d’Israele.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
L’Osservatore Romano.

Il piano teologico-storico tende a confondersi con quello politico

Nei giorni scorsi cadeva anche un’altra ricorrenza che riguardava da vicino la Chiesa cattolica e il mondo ebraico: i 60 anni dalla pubblicazione del documento del Concilio Vaticano II, Nostra aetate. Si tratta del testo che cancella la plurisecolare accusa di deicidio rivolta agli ebrei dalla Chiesa di Roma, afferma il rifiuto netto e indiscutibile dell’antisemitismo all’indomani della Shoah e apre al dialogo fra la Chiesa e le altre religioni del mondo a cominciare da quella ebraica. Sì, perché, quando si parla di rapporti fra ebrei e cattolici ciò che è politico ha spesso risvolti teologici e viceversa. Non a caso, lo scorso settembre, Civiltà cattolica (il mensile dei gesuiti che per ogni numero riceve il “visto” della Segreteria di Stato), metteva in guardia dal sovrapporre i due piani, il confronto storico-teologico e il rapporto con lo Stato di Israele che va giudicato secondo i parametri del diritto internazionale. E, proprio seguendo questa impostazione, la Chiesa di Roma è giunta a un livello che rasenta la rottura dei rapporti istituzionali con Tel Aviv. Cosa che naturalmente nessuno desidera, ma che nei fatti sembra già divenuta realtà. A poco è servita la visita in Vaticano, lo scorso settembre, del presidente di Israele Isaac Herzog, che si era recato a Roma nel tentativo di rasserenare gli animi.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Isaac Herzog con Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Netanyahu è diventato un interlocutore impossibile per il Vaticano

«Due popoli due Stati», si ostina a ripetere la Santa Sede, mentre Benjamin Netanyahu non cede di un millimetro: mai sorgerà uno Stato palestinese (Stato riconosciuto dal Vaticano giusto 10 anni fa). Risulta sempre più evidente che il vero problema nelle relazioni con il Vaticano, anche sotto Leone XIV, è il premier israeliano. Netanyahu, sulla cui testa pesa ancora il mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, è allo stato delle cose un interlocutore impossibile per il Vaticano. Questo è il nodo da sciogliere e non è poco. Il problema, condiviso con buona parte delle cancellerie del mondo, è ancora più grave per la Santa Sede per la quale le questioni di credibilità sono tutto, o quasi. Forse anche per questo il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in una serie di recenti interventi, come quello in occasione del convegno internazionale per la pace promosso dalla comunità Sant’Egidio a Roma, ha parlato dell’urgenza di un cambio di leadership se si vuole arrivare a un vero negoziato fra Israele e palestinesi.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Pierbattista Pizzaballa (Imagoeconomica).

Più approfonditamente, Civiltà Cattolica, in un articolo di novembre dedicato all’accordo promosso dal presidente Donald Trump, scriveva: «Alla fine, se tutto procederà secondo i piani, israeliani e palestinesi riprenderanno i colloqui sulla creazione di uno Stato palestinese. Questo punto è fortemente osteggiato da Netanyahu e dai suoi ministri. L’ostilità verso questo programma è dimostrata dal fatto che nella lista dei palestinesi da scarcerare non è comparso il nome di Marwan Barghouti, personaggio carismatico del partito Fatah, arrestato nel 2002 e condannato a cinque ergastoli». E, ancora, «Barghouti, detto il “Mandela palestinese”, incarnerebbe una leadership capace di negoziare un accordo politico con un largo consenso popolare. Netanyahu preferisce trattare con Hamas, screditato dalla violenza, e molto meno con Mahmoud Abbas, conosciuto anche come Abu Mazen. È il modo migliore per bloccare qualsiasi velleità di una soluzione a due Stati. Nel piano di pace, inoltre, non si fa riferimento alla Cisgiordania e alle colonie, compreso il piano E1, che taglia in due il territorio palestinese e che è stato approvato dal governo israeliano. Anche in questo caso, l’obiettivo dello Stato d’Israele è bloccare la nascita di uno Stato palestinese». Raramente, da parte vaticana, si erano espressi giudizi così severi e netti in termini politici e diplomatici verso un governo straniero, segno che Oltretevere la misura da tempo è colma. A ciò si aggiunga, infine, l’intervista rilasciata dal segretario di Stato, Pietro Parolin, ai media vaticani. «Ci sono tante voci di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo israeliano ha operato e sta operando a Gaza e nel resto della Palestina», ha dichiarato in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, «dove, non dimentichiamolo, l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato Palestinese». 

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Vaticano, il Papa nomina monsignor Ekpo nuovo assessore

Papa Leone XIV ha nominato monsignor Anthony Onyemuche Ekpo nuovo assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato in Vaticano. Il sacerdote ha 44 anni ed è di origini nigeriane. È stato ordinato nel 2011. Nel 2016 è stato nominato officiale della sezione per gli Affari Generali in cui è tornato oggi, a distanza di due anni da un’altra nomina. Come spiegato da Vatican News, nel 2023 Papa Francesco lo aveva scelto come sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano. Ekpo nel ruolo di assessore succederà a monsignor Roberto Campisi. Quest’ultimo lo scorso 27 settembre è stato nominato osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco.

Oltre Ekpo nominato anche Blaj

Nominato, inoltre, anche il nuovo sottosegretario della sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Si tratta di monsignor Mihăiţă Blaj, nato in Romania a Gherăeşti nel 1978. Finora è stato consigliere di Nunziatura in servizio presso la stessa sezione.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane

C’è un uomo in Vaticano, un cardinale, che rappresenta da una parte la continuità sotterranea fra Francesco e Leone XIV, dall’altra concentra nelle sue mani il potere finanziario d’Oltretevere. Si tratta, neanche a dirlo, di un americano: Kevin Farrell, un porporato di lungo corso (ricevette la berretta rossa da Bergoglio nel 2016). Di origini irlandesi – nacque a Dublino nel 1947 – dopo aver studiato in Spagna e a Roma, si trasferì in America dove cominciò il suo servizio nella Chiesa.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il cardinal Farrell (Imagoeconomica).

Una vocazione religiosa e finanziaria

Profondo conoscitore della Curia romana e della Chiesa statunitense, per capire come Farrell sia diventato una sorta di eminenza grigia nella gestione delle finanze vaticane, occorre fare un salto indietro e tornare al marzo del 2007, quando venne chiamato da Benedetto XVI a guidare la diocesi di Dallas (nel 2016, poi approdò definitivamente in Vaticano, quando Francesco lo nominò capo del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita). Durante quegli anni, ricoprì vari incarichi: fu cancelliere dell’università di Dallas; membro del consiglio di amministrazione dell’Università cattolica d’America, della Papal Foundation (importante fondazione cattolica statunitense, che ha proprio l’obiettivo di aiutare finanziariamente il Vaticano), del santuario nazionale dell’Immacolata Concezione, dell’istituto San Luca di Washington e moderatore episcopale della consulta per la gestione finanziaria diocesana. Non solo: a conferma che la sua vocazione avesse un forte richiamo alla gestione delle finanze, non vanno dimenticati gli incarichi all’interno della conferenza episcopale degli Usa dove Farrell fu, tra le altre cose, tesoriere, presidente del Comitato per il bilancio e le finanze e di quello per le collette nazionali.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il cardinal Kevin Joseph Farrell nel 2017 (Ansa).

I trascorsi nei Legionari di Cristo di Maciel

Occuparsi delle finanze della Chiesa americana non è uno scherzo, si tratta infatti di gestire ingenti flussi di denaro. E pensare che il futuro cardinale aveva cominciato la sua carriera ecclesiale in una congregazione religiosa assai discussa, ovvero i Legionari di Cristo, l’organizzazione fondata dal mefistofelico Marcial Maciel, abusatore seriale, personalità capace di costruire un impero economico con le necessarie protezioni vaticane. Maciel è scomparso nel 2008 e Farrell si allontanò per tempo dalla congregazione dei Legionari. Il passato del resto è passato, soprattutto considerato il fatto che il cardinale statunitense ha già 78 anni e dunque, almeno sulla carta, è in età da pensione.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, nel 2001 (Ansa).

La ‘chiamata’ di Francesco nel 2016

Tuttavia, il porporato è stato chiamato da Papa Francesco prima alla testa del dicastero per i laici, la famiglia e la vita nel 2016, poi negli anni seguenti del pontificato è stato nominato, in rapida successione, a capo della commissione materie riservate (che stabilisce cioè su quali finanziamenti è necessario mantenere la riservatezza, vigilando sui contratti stipulati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede e dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano), quindi presiede il comitato per gli investimenti, che è l’organismo formato da esperti laici che stabilisce come investire i fondi del Vaticano alla base del successo finanziario dell’Apsa (Amministrazione apostolica della Santa Sede, il dicastero che gestisce gli investimenti mobiliari e immobiliari della Santa Sede). Così i buoni risultati raggiunti dall’Apsa – lo scorso anno ha registrato un utile di 62,2 milioni di euro – sono dovuti essenzialmente a una riorganizzazione degli investimenti finanziari. «Il 2024», si legge infatti nella sintesi del bilancio pubblicata dal Vaticano, «ha visto mettere in atto alcuni importanti adeguamenti del settore finanziario in ottemperanza alle linee guida emanate dal Comitato Investimenti, che hanno comportato un significativo cambiamento nella composizione della struttura del portafoglio degli investimenti». Non a caso Leone XIV ha cancellato la norma che prevedeva che lo Ior, la banca vaticana, avesse questa capacità d’investimento in esclusiva.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Papa Francesco e il cardinal Farrell nel 2018 (Ansa).

Leone XIV e l’eredità di Bergoglio

Da ultimo Farrell è stato nominato da Francesco alla guida del fondo pensioni vaticano, che costituisce una sorta di buco nero per le finanze d’Oltretevere; lo certificava lo stesso Bergoglio in una lettera del novembre 2024 e indirizzata ai responsabili delle istituzioni curiali e delle istituzioni collegate con la Santa Sede: «Purtroppo, il dato che ora emerge, a conclusione delle ultime approfondite analisi svolte da esperti indipendenti», affermava il pontefice, «indica un grave squilibrio prospettico del Fondo, la cui dimensione tende ad ampliarsi nel tempo in assenza di interventi: in termini concreti, ciò significa che l’attuale sistema non è in grado di garantire nel medio termine l’assolvimento dell’obbligo pensionistico per le generazioni future». «Alla luce di ciò e tutto ben considerato, desidero quindi comunicarvi», aggiungeva il predecessore di Lone XVI pochi mesi prima della sua scomparsa, «la decisione, da me assunta in data odierna, di nominare sua eminenza, Kevin Card. Farrell, Amministratore Unico per il Fondo Pensioni, ritenendo che questa scelta rappresenti, in questo momento, un passo essenziale per rispondere alle sfide che il nostro sistema previdenziale deve affrontare in futuro». Tutto questo è finito nell’eredità di governo di Prevost, che ha lasciato le cose così come le aveva sistemate Francesco. In effetti Leone XIV può contare in questi mesi sulla collaborazione di un cardinale, suo connazionale, esperto dei corridoi curiali di Roma e che allo stesso tempo conosce bene anche il mondo della finanza, non solo vaticana.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Papa Leone XIV convoca il suo primo concistoro

Papa Leone XIV ha convocato il suo primo concistoro: l’assise dei cardinali si terrà per due giorni a Roma, il 7 e l’8 gennaio 2026. Nulla è stato ancora rivelato sul tema dell’incontro: la nota inviata ai porporati spiega solo che il Decano del Collegio dei Cardinali invierà a tempo debito i dettagli ufficiali.

Sarà un concistoro straordinario: cosa significa

Il concistoro è una riunione formale del pontefice con il collegio cardinalizio, durante la vengono prese decisioni importanti per la vita della Chiesa cattolica. Come stabilito dal canone 353 del Codice di Diritto Canonico, i cardinali «prestano principalmente aiuto con attività collegiale al Supremo Pastore della Chiesa nei Concistori», che possono essere ordinari o straordinari. Nei primi vengono affrontate questioni ricorrenti o solenni, mentre nei secondi ci sono sul tavolo «questioni particolarmente gravi» o «peculiari necessità della Chiesa». Il concistoro convocato da Leone XIV per gennaio 2026 è del secondo tipo.

Stop del Vaticano al titolo mariano di “Corredentrice”

Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato il documento “Mater Populi Fidelis“, approvato da papa Leone XIV, che stabilisce come inopportuno l’uso del titolo di “Corredentrice” per definire la Vergine attribuendole un ruolo speciale nel piano cristiano della salvezza. Il testo arriva dopo anni di discussione e chiarisce una volta per tutte la posizione della Chiesa, valorizzando sì la figura della Madonna, ma senza “gravarla” di funzioni che appartengono unicamente a Gesù Cristo.

Ratzinger, Bergoglio e Prevost: tutti d’accordo sul no a “Corredentrice”

Il documento ripercorre la storia, l’uso e le controversie legate al titolo mariano di “Corredentrice”, attribuito a partire dal XVI secolo a Maria (inizialmente addirittura “Redentrice”). Nel testo si legge che, durante il Concilio Vaticano II, fu deciso di non includere il titolo per non appesantire il dialogo ecumenico e per evitare di generare confusione pastorale o dottrinale attorno alla figura della Vergine. Tuttavia l’indicazione non è stata sempre seguita. “Mater Populi Fidelis” cita varie volte papa Francesco, che si era opposto in più occasioni all’uso del titolo di “Corredentrice”, spiegando che Maria non ha mai rivendicato un ruolo distinto o parallelo a quello di Gesù, unico redentore. Tutt’altro: Bergoglio infatti spiegò che la grandezza della Vergine risiede proprio nella capacità di rimanere discepola, madre e serva, umile e obbediente. Il documento diffuso dalla Santa Sede cita anche Benedetto XVI, allora cardinale e prefetto della Dottrina della Fede, che nel 1996 aveva sottolineato la mancanza di basi solide, sia nelle Scritture che nella tradizione apostolica, dell titolo di Corredentrice.

Il testo affronta anche la questione del titolo di “Mediatrice di tutte le grazie”

Il documento affronta anche la questione del titolo di “Mediatrice di tutte le grazie“, diffuso fin dal VI secolo e ampiamente utilizzato nella tradizione cristiana per Maria. Il testo invita a mantenerlo soltanto nel senso corretto, ovvero come mediazione partecipata e derivata, e non come funzione autonoma rispetto a Cristo. «Lei, che è la prima redenta, non può essere stata mediatrice della grazia da lei stessa ricevuta», si legge nel documento. In parole povere, la mediazione perfetta tra Dio e i fedeli appartiene solo a Gesù e «nessuna persona umana, nemmeno gli Apostoli o la Santissima Vergine, può agire come dispensatore universale della grazia».

Contestato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede

In occasione della presentazione del documento il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, è stato addirittura contestato da un fedele, arrivato dalla Sardegna e – evidentemente – molto legato al titolo di “Corredentrice” per Maria. «Non avete ascoltato la voce del popolo, che è la voce di Dio», ha gridato il fedele. Fernandez ha replicato: «Capiamo che a qualcuno dispiaccia, ma la nostra responsabilità è pubblicare affermazioni fondate e negare questo titolo è in linea con quanto insegnato da tutti gli ultimi papi».

Papa Leone proclama sette nuovi santi

Papa Leone in Piazza San Pietro ha proclamato sette nuovi santi. Con la solenne formula «Li iscriviamo nell’albo dei santi, stabilendo che in tutta la Chiesa essi siano devotamente onorati», il Pontefice ha ufficializzato le canonizzazioni. Tra i nuovi santi figurano tre italiani – Bartolo Longo, suor Maria Troncatti e suor Vincenza Maria Poloni – insieme a Peter To Rot, primo santo della Papua Nuova Guinea, e a Ignazio Choukrallah Maloyan, arcivescovo armeno cattolico martirizzato durante il genocidio del 1915. Completano l’elenco i primi due santi del Venezuela, José Gregorio Hernandez e Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez.

Carlo III sarà il primo re britannico a pregare con un papa dallo Scisma anglicano

Carlo e Camilla, che erano stati in Vaticano a aprile poco prima della morte di papa Francesco, torneranno in visita di Stato nella Santa Sede il 23 ottobre. Alle 11 è prevista l’udienza con il nuovo pontefice Leone XIV, poi ci sarà un momento di preghiera ecumenica congiunta nella Cappella Sistina. Non si tratta di un evento come un altro: Carlo III sarà infatti il primo sovrano britannico a pregare pubblicamente con un papa dal 1534, anno in cui Enrico VIII si separò da Roma con uno scisma. A Carlo III, che è anche capo della Chiesa d’Inghilterra, verrà conferito il titolo di royal confrater (confratello reale) della basilica di San Paolo fuori le Mura, dove gli verrà assegnato uno scranno installato per l’occasione. Carlo e Camilla verranno in Vaticano nell’anno del Giubileo, come aveva fatto la regina Elisabetta II nell’Anno Santo del 2000.