Gli attacchi di Trump a Leone XIV rischiano di azzoppare la visita di Rubio in Vaticano

Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, è atteso per giovedì 7 maggio in Vaticano. Lo scopo dell’incontro con Leone XIV, in agenda per le 11.15 del mattino, è raffreddare il clima fin troppo acceso dello scontro fra Casa Bianca e Santa Sede delle scorse settimane. Il presidente Donald Trump, seguito da esponenti della sua Amministrazione – dal vice JD Vance al segretario della Difesa Pete Hegseth – ha infatti preso di mira Prevost per aver espresso la sua netta contrarietà all’intervento militare degli Usa in Iran. Dopo giorni di attacchi personali rilanciati anche da canali tv e media del mondo MAGA, sembrava però che la strategia fosse cambiata. Inviare Rubio in Italia anche per riportare il conflitto pubblico con la Chiesa di Roma in un abito istituzionale sembrava la scelta giusta per spegnere uno dei focolai politici che incendiano la scena politica americana.

Gli attacchi di Trump a Leone XIV rischiano di azzoppare la visita di Rubio in Vaticano
Marco Rubio e alle sue spalle Pete Hegseth (Ansa).

Il nuovo attacco di Trump e la risposta di Leone

Tuttavia, rispondendo a un istinto profondo, e forse a malumori crescenti verso le istituzioni cattoliche a stelle e strisce che si sono schierate compatte con Leone, Trump non ha mollato la presa e, conversando con il conduttore Hugh Hewitt della rete conservatrice Salem News Channel, ha rincarato la dose: «Penso che il Papa stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone. Lui pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Beh, è di Chicago, deve imparare parecchie cose…». Un nuovo attacco frontale al Pontefice, che dimostra ancora una volta come il capo della Casa Bianca si muova calpestando costantemente la grammatica istituzionale.

Gli attacchi di Trump a Leone XIV rischiano di azzoppare la visita di Rubio in Vaticano
Donald Trump (Imagoeconomica).

Dal canto suo Leone ha replicato che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». «Chi mi critica per annunciare il Vangelo», ha aggiunto, «lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi non c’è nessun dubbio. Spero semplicemente di essere ascoltato per il valore della parola di Dio». Il tutto è avvenuto alla vigilia della visita di Rubio in Italia e in Vaticano. Così la missione del segretario di Stato (cattolico e con ambizioni presidenziali) rischia di essere azzoppata in partenza. Certo non mancheranno le buone maniere diplomatiche, ma è chiaro che rimarrà una certa freddezza nelle relazioni fra Casa Bianca e Santa Sede.

«L’influenza normativa» del Papa va oltre la religione

Un osservatore attento delle vicende vaticane come il gesuita padre Antonio Spadaro, ex direttore di Civiltà cattolica, in un commento scritto per l’agenzia cattolica asiatica Ucanews, descrivendo il ruolo del Papa nell’attuale scenario internazionale in relazione alla visita di Rubio, ha sottolineato: «La Santa Sede è un attore diplomatico singolarmente peculiare: non dispone di una forza militare, non esercita una significativa influenza economica, eppure esercita una sorta di influenza normativa – una capacità di rimodellare la grammatica morale del conflitto – enormemente sproporzionata rispetto al suo peso materiale». Così «quando Papa Leone XIV dichiara che la guerra è impensabile, o moralmente indifendibile, non sta semplicemente esprimendo un’opinione religiosa. Sta ridefinendo i confini di ciò che si può dire nella vita pubblica, con reali ripercussioni sulle alleanze, sull’opinione pubblica globale e sulla legittimità percepita di qualsiasi potenza che aspiri a presentarsi come forza di stabilità».

Gli attacchi di Trump a Leone XIV rischiano di azzoppare la visita di Rubio in Vaticano
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

I nuovi vescovi Usa anti-Trump

Forse il tentativo di Trump è quello di intimorire il Pontefice a suon di interventi imbarazzanti e attacchi personali, ma difficilmente Prevost cederà di fronte a tutto questo. Di certo, gli ultimi segnali arrivati dal Vaticano non vanno in questa direzione. Si consideri, infatti, che fra i nuovi vescovi americani nominati dal Papa ci sono il nuovo ausiliario di Washington, il reverendo 46enne Robert Paul Boxie III, cappellano di Harvard, che aveva duramente criticato lo smantellamento dei programmi sulla diversità, equità e inclusione (DEI), e un difensore degli immigrati come monsignor Evelio Menjivar-Ayala. Nato in El Salvador, il nuovo vescovo di Wheeling-Charleston, West Virginia, arrivò da clandestino negli Usa nel 1990 e ha ottenuto la cittadinanza nel 2006. Una scelta che rafforza il messaggio del Papa sull’immigrazione: i nuovi arrivati, quando accolti e integrati, possono contribuire alla crescita del nuovo Paese in cui vivono. D’altro canto, il pontefice sta nominando vescovi originari dell’America Latina e del Sud-Est asiatico, Paesi dai quali è forte l’immigrazione diretta negli Stati Uniti, segno inequivocabile di una visione opposta a quella dell’amministrazione repubblicana protagonista di una violenta campagna di espulsioni accompagnata da una chiusura ermetica delle frontiere.

Il messaggio di Prevost alle Charities americane

La Casa Bianca ha inoltre cancellato anche i programmi tradizionalmente confermati dai presidenti Usa – democratici e repubblicani – di accoglienza verso un certo numero di richiedenti asilo ogni anno, con particolare attenzione a chi proveniva da Paesi in guerra. Programmi storicamente finanziati dalla Casa Bianca, che vedevano le istituzioni cattoliche in prima fila nella gestione dei rifugiati. Non a caso il Pontefice ha ricevuto in Vaticano, un paio di giorni fa, il Consiglio Direttivo di Catholic Charities Usa, l’articolata e forte rappresentanza delle organizzazioni caritative cattoliche che svolgono un ruolo centrale nella rete dell’assistenza sociale negli States. Rivolgendosi dunque alle Charities americane, il Papa ha affermato che nell’esercizio del loro ministero è necessario cercare «di trovare soluzioni a situazioni disumane, di alleviare la sofferenza di individui e famiglie e di alleggerire il fardello di quanti sono oppressi da difficoltà e conflitti. In tutte queste circostanze deve essere la carità di Cristo a spingervi nel vostro lavoro quotidiano». «Vale a dire», ha aggiunto, «il desiderio di portare ad altri aiuto materiale con l’amore e il cuore di Gesù, perché è in quell’amore che troveranno sollievo autentico e rispetto della loro dignità». Un messaggio chiaro per chi, alla Casa Bianca e dintorni, gioca a sostituirsi a Cristo in qualche meme, improvvisa lezioni di teologia e brandisce la Bibbia come fosse un randello. 

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Nel conflitto apertosi fra il Papa e Donald Trump non ci sono solo i due protagonisti – che certo attirano il grosso dell’attenzione mediatica per ovvie ragioni – ma contano pure tutta una serie di personalità tutt’altro che secondarie. Si tratta delle rispettive squadre, fra cardinali e uomini chiave dell’amministrazione, che hanno alimentato lo scontro o il confronto, inedito, fra Casa Bianca e Santa Sede.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Papa Leone XIV e Donald Trump.

I vescovi americani compatti con Prevost

Di certo senza precedenti è il declino delle relazioni fra Chiesa di Roma e amministrazione repubblicana. Se tutto era cominciato già con Francesco all’epoca del primo mandato del presidente Trump – ma in quel caso le diffidenze erano state attribuite un po’ superficialmente soprattutto all’origine sudamericana del Papa argentino – pochi immaginavano che si arrivasse ai ferri corti con un Pontefice nato a Chicago.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Donald Trump e Papa Francesco (Imagoeconomica).

Eppure Prevost, che pure ha passato lunghi anni e della propria esperienza ecclesiale in Perù, forse è stato scelto proprio per questo dai suoi confratelli cardinali in Conclave. Non tanto perché in quanto americano poteva essere un buon interlocutore per il tycoon, ma al contrario, proprio perché statunitense, poteva contrastarne meglio politiche e metodi. Con Prevost, a differenza di quanto avvenne con Bergoglio, i vescovi Usa si sono schierati come un sol uomo dalla sua parte. Non solo quelli tradizionalmente “liberal”, ma anche diversi esponenti considerati più vicini al fronte repubblicano.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Papa Prevost (Imagoeconomica).

La squadra dei porporati: da Broglio a Gomez

A cominciare dall’ex presidente della conferenza episcopale Usa, mons. Timothy Broglio, ordinario militare, che si è spinto a ipotizzare l’obiezione di coscienza da parte di militari in caso di attacco Usa alla Groenlandia; ha poi duramente criticato la caccia agli immigrati in scuole e chiese. D’altro canto, la politica migratoria trumpiana ha suscitato ampie proteste nella chiesa d’Oltreoceano; e anche un altro arcivescovo ‘conservatore’ come Josè Gomez, non a caso originario del Messico, titolare della diocesi di Los Angeles, una delle più grandi del Paese, ha puntato il dito contro i metodi usati dalle forze di sicurezza in modo indiscriminato contro chi lavora e vive in negli Stati Uniti da molti anni. Più classica la presa di posizione di tre cardinali progressisti contro la politica estera della Casa Bianca, contestata nel merito e nel metodo. Si tratta di Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington e di Joseph Tobin, capo della diocesi di Newark che hanno firmato un documento comune.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
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Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

La linea diplomatica di Parolin con Gallagher e Giordano Caccia

La cattura di Nicolas Maduro, senza che il Venezuela avviasse una transizione verso la democrazia, lo strangolamento economico imposto a Cuba, l’appoggio acritico a Benjamin Netanyahu nella distruzione di Gaza, il tentativo di svuotare definitivamente le Nazioni Unite da qualsiasi ruolo attivo nella risoluzione delle crisi internazionali e, infine, la guerra di aggressione all’Iran, sono altri capitoli del dissenso della Chiesa cattolica rispetto al modus operandi di Trump e dei suoi più stretti collaboratori. D’altro canto, i vescovi Usa giocano di sponda con il Vaticano dove il capo della diplomazia del Papa, il cardinale Pietro Parolin in questi mesi ha sapientemente tracciato la linea politico-diplomatica da seguire. «La risposta alla crisi dell’ordine internazionale, generata da un rinnovato orientamento all’uso della forza e dal dileggio delle regole del diritto internazionale, può trovarsi solo nel delineare percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni», spiegava lo scorso 27 aprile il cardinale. Al suo fianco troviamo l’inglese mons. Paul Gallagher quale Sostituto per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato; insieme a loro la rete dei nunzi apostolici che costituisce un riferimento essenziale in questa vicenda, a cominciare da quello negli Usa appena nominato il 7 marzo scorso e proveniente dall’incarico di rappresentante vaticano alle Nazioni Unite: monsignor Gabriele Giordano Caccia.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Il fronte della Casa Bianca: dal ‘teologo’ Vance a Paula Cain

Sul fronte opposto, ovvero quello della Casa Bianca, sono diversi gli esponenti dell’amministrazione Trump che si sono scatenati dopo che il presidente ha deciso di rompere gli indugi e attaccare frontalmente Leone XIV. Anche perché il rischio intravisto dall’establishment trumpiano è quello di perdere una parte del voto cattolico – decisivo per la vittoria di The Donald alle Presidenziali – in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre. Ma non è affatto detto che la strategia di assaltare la Santa Sede produca gli effetti sperati. Fra i falchi di questa battaglia, c’è senz’altro il vicepresidente JD Vance, neoconvertito al cattolicesimo, che ha cercato di contrastare Leone tirando fuori l’argomento della «guerra giusta» contro i regimi autoritari (quale appunto l’Iran), come argomento teologico del quale il papa non avrebbe tenuto conto.

Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano
Trump vs Leone XIV: chi sono i protagonisti dello scontro tra Casa Bianca e Vaticano

Con lui, c’è il capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, cattolico, di origini cubane. Rimasto ai margini delle polemiche, Rubio ha però in mente la «reconquista» dell’isola caraibica e non molla la presa dell’embargo economico-energetico puntando al sovvertimento del regime castrista. Si prosegue con Pete Hegseth, capo del Pentagono, protestante d’assalto, che per giustificare il conflitto in corso in Iran si è abbandonato a una citazione biblica, ma invece delle Scritture ha citato Pulp fiction. Una gaffe niente male.

Da rilevare poi, sempre in tema religioso, il ruolo di Paula White, capa dell’Ufficio della fede presso la Casa Bianca, nota telepredicatrice evangelica che promuove il Vangelo della prosperità. A lei si devono, ad esempio, le immagini che ritraggono Trump raccolto in preghiera circondato da pastori evangelici nello Studio Ovale. Anche in questo caso il tentativo è quello di non perdere quella parte del voto MAGA che non vede di buon occhio l‘interventismo internazionale di Trump ed è fortemente legato a un fondamentalismo religioso di origine protestante. Da ultimo tuttavia, a polemizzare apertamente con il Papa, ci si è messo Tom Homan, il cosiddetto  “zar delle frontiere”, cattolico di formazione e interprete della linea dura contro gli immigrati. Homan ha invitato Leone a occuparsi di ciò che non va nella Chiesa lasciando da parte la politica. Una menzione, infine,  merita anche Steve Bannon, ex uomo forte del primo mandato di Trump, per la sua lunga opposizione a Bergoglio e poi a Prevost.  

Giro di nomine in Vaticano: scelti sostituto, prefetto della Casa Pontificia e nunzio in Italia

Giro di nomine all’interno della Santa Sede. Leone XIV ha scelto il nuovo sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato – una sorta di “ministro degli Interni” del Vaticano – affidando l’incarico all’arcivescovo Paolo Rudelli, 55 anni, sacerdote dal 1995 e incardinato a Bergamo. Laureato in teologia morale, dal 2023 era nunzio apostolico in Colombia su nomina di Papa Francesco, che lo aveva ordinato arcivescovo nel 2019. Nel 2020 era stato inviato nello Zimbabwe, dopo un’esperienza a Strasburgo da osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa.

Peña Parra nunzio in Italia, Rajič prefetto della Casa Pontificia

Il pontefice ha poi provveduto alla nomina di Edgar Peña Parra come nunzio apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino. Dal 2015 guidava la nunziatura apostolica in Mozambico, partecipando anche al gruppo di mediazione per ristabilire la pace tra governo nazionale e partito politico di opposizione. Nato nel 1960, diplomatico di lungo corso con esperienze anche in Kenya, Jugoslavia, Honduras e Messico, Peña Parra è stato anche sostituto, secondo latino-americano a ricoprire l’incarico dopo l’argentino Leonardo Sandri. Il ruolo di nunzio in Italia era stato, dal 2024, ricoperto dall’arcivescovo Petar Rajič, che ora diventa nuovo prefetto della Casa Pontificia. Un incarico rimasto vacante dal 2023, quando l’arcivescovo Georg Gänswein aveva concluso il suo mandato per poi essere nominato nunzio nei Paesi del Baltico (Lettonia, Estonia, Lituania).

Ior, Pauly nominato presidente del Consiglio di Sovrintendenza

L’Istituto per le Opere di Religione (Ior) ha annunciato che il lussemburghese François Pauly è stato nominato prossimo presidente del Consiglio di Sovrintendenza: la scelta è stata approvata dalla Commissione Cardinalizia il 28 gennaio. Succederà a Jean-Baptiste Douville de Franssu, che ricopre l’incarico dal 2014: l’attuale presidente resterà in carica fino alla riunione del Consiglio prevista per il 28 aprile, quando saranno approvati i risultati finanziari dello Ior al 31 dicembre 2025.

Chi è François Pauly

Pauly è membro del Consiglio di Sovrintendenza dal 2024 e, come sottolinea lo stesso Ior in una nota, «vanta una solida esperienza nel settore finanziario». Ha iniziato la carriera in ambito bancario alla fine degli Anni 80, ricoprendo nel corso dei decenni incarichi di primo piano in diversi Paesi europei. In Italia è stato vice amministratore delegato di Dexia Crediop nel biennio 2002-2003. In seguito è stato ceo di Banque Internationale à Luxembourg (2011-2016) e membro del cda del Fondo Pensioni Vaticano (2017-2021). Nel board di diverse società nei settori assicurativo, bancario e dell’asset management in Lussemburgo, Svizzera e Belgio, Pauly è attualmente presidente di La Luxembourgeoise Group e fa parte della Commissione per gli Affari Economici dell’Arcidiocesi di Lussemburgo.

Cardinale Becciu, processo da rifare: decretata la «nullità relativa» del primo grado

La Corte d’appello vaticana ha decretato la «nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali

Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.

La difesa del porporato: «Soddisfatti»

Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica

Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Donald Trump (Ansa).

I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari

Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Parolin in difesa del diritto internazionale

Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice

Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroyBlase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».

Diaconato femminile: esclusa al momento la possibilità

«Lo status quaestionis intorno alla ricerca storica e all’indagine teologica, considerati nelle loro mutue implicazioni, esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine». È quanto si legge nella relazione della Commissione che ha studiato la questione in questi anni su mandato di papa Francesco, presieduta dal cardinale arcivescovo emerito de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi. Le conclusioni, inviate a Leone XIV il 18 settembre, sono state rese note per volere del pontefice. La Commissione, nella prima sessione di lavori (2021) era arrivata a stabilire che «la Chiesa ha riconosciuto in diversi tempi, in diversi luoghi e in varie forme il titolo di diacono/diaconessa riferito alle donne attribuendo però ad esso un significato non univoco». Adesso la frenata: «Questa valutazione è forte, sebbene essa non permetta ad oggi di formulare un giudizio definitivo».

Diaconato femminile: esclusa al momento la possibilità
Leone XIV e Francesco (Ansa).

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile

Il 4 novembre scorso, è passato quasi del tutto inosservato un anniversario importante: quello dell’assassinio del leader israeliano Yitzhak Rabin, ucciso 30 anni fa da un estremista di destra israeliano. Con lui, morì anche la speranza di pace in Medio Oriente. Non tutti però se ne sono dimenticati: l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha dedicato alla ricorrenza un lungo servizio dal titolo: “La tomba di Rabin e della pace”. «L’assassinio di Rabin ha indiscutibilmente cambiato la storia di Israele, della Palestina e dell’intero Medio Oriente», ha scritto Roberto Cetera. «E il fiume di sangue e sofferenza a cui abbiamo dovuto assistere negli ultimi due anni ha trovato le sue sorgenti nell’incompiutezza di quel processo di pace che l’assassinio di Rabin ha determinato. Ecco perché la narrazione diffusa, che pone l’inizio della tragedia al 7 ottobre 2023, è insufficiente e miope, non vede troppo bene da lontano e dimentica». Parole pesanti come pietre che suggellano, una volta di più se ce ne fosse bisogno, la crisi profonda che intercorre oggi nelle relazioni diplomatiche fra Vaticano e Stato d’Israele.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
L’Osservatore Romano.

Il piano teologico-storico tende a confondersi con quello politico

Nei giorni scorsi cadeva anche un’altra ricorrenza che riguardava da vicino la Chiesa cattolica e il mondo ebraico: i 60 anni dalla pubblicazione del documento del Concilio Vaticano II, Nostra aetate. Si tratta del testo che cancella la plurisecolare accusa di deicidio rivolta agli ebrei dalla Chiesa di Roma, afferma il rifiuto netto e indiscutibile dell’antisemitismo all’indomani della Shoah e apre al dialogo fra la Chiesa e le altre religioni del mondo a cominciare da quella ebraica. Sì, perché, quando si parla di rapporti fra ebrei e cattolici ciò che è politico ha spesso risvolti teologici e viceversa. Non a caso, lo scorso settembre, Civiltà cattolica (il mensile dei gesuiti che per ogni numero riceve il “visto” della Segreteria di Stato), metteva in guardia dal sovrapporre i due piani, il confronto storico-teologico e il rapporto con lo Stato di Israele che va giudicato secondo i parametri del diritto internazionale. E, proprio seguendo questa impostazione, la Chiesa di Roma è giunta a un livello che rasenta la rottura dei rapporti istituzionali con Tel Aviv. Cosa che naturalmente nessuno desidera, ma che nei fatti sembra già divenuta realtà. A poco è servita la visita in Vaticano, lo scorso settembre, del presidente di Israele Isaac Herzog, che si era recato a Roma nel tentativo di rasserenare gli animi.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Isaac Herzog con Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Netanyahu è diventato un interlocutore impossibile per il Vaticano

«Due popoli due Stati», si ostina a ripetere la Santa Sede, mentre Benjamin Netanyahu non cede di un millimetro: mai sorgerà uno Stato palestinese (Stato riconosciuto dal Vaticano giusto 10 anni fa). Risulta sempre più evidente che il vero problema nelle relazioni con il Vaticano, anche sotto Leone XIV, è il premier israeliano. Netanyahu, sulla cui testa pesa ancora il mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, è allo stato delle cose un interlocutore impossibile per il Vaticano. Questo è il nodo da sciogliere e non è poco. Il problema, condiviso con buona parte delle cancellerie del mondo, è ancora più grave per la Santa Sede per la quale le questioni di credibilità sono tutto, o quasi. Forse anche per questo il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in una serie di recenti interventi, come quello in occasione del convegno internazionale per la pace promosso dalla comunità Sant’Egidio a Roma, ha parlato dell’urgenza di un cambio di leadership se si vuole arrivare a un vero negoziato fra Israele e palestinesi.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Pierbattista Pizzaballa (Imagoeconomica).

Più approfonditamente, Civiltà Cattolica, in un articolo di novembre dedicato all’accordo promosso dal presidente Donald Trump, scriveva: «Alla fine, se tutto procederà secondo i piani, israeliani e palestinesi riprenderanno i colloqui sulla creazione di uno Stato palestinese. Questo punto è fortemente osteggiato da Netanyahu e dai suoi ministri. L’ostilità verso questo programma è dimostrata dal fatto che nella lista dei palestinesi da scarcerare non è comparso il nome di Marwan Barghouti, personaggio carismatico del partito Fatah, arrestato nel 2002 e condannato a cinque ergastoli». E, ancora, «Barghouti, detto il “Mandela palestinese”, incarnerebbe una leadership capace di negoziare un accordo politico con un largo consenso popolare. Netanyahu preferisce trattare con Hamas, screditato dalla violenza, e molto meno con Mahmoud Abbas, conosciuto anche come Abu Mazen. È il modo migliore per bloccare qualsiasi velleità di una soluzione a due Stati. Nel piano di pace, inoltre, non si fa riferimento alla Cisgiordania e alle colonie, compreso il piano E1, che taglia in due il territorio palestinese e che è stato approvato dal governo israeliano. Anche in questo caso, l’obiettivo dello Stato d’Israele è bloccare la nascita di uno Stato palestinese». Raramente, da parte vaticana, si erano espressi giudizi così severi e netti in termini politici e diplomatici verso un governo straniero, segno che Oltretevere la misura da tempo è colma. A ciò si aggiunga, infine, l’intervista rilasciata dal segretario di Stato, Pietro Parolin, ai media vaticani. «Ci sono tante voci di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo israeliano ha operato e sta operando a Gaza e nel resto della Palestina», ha dichiarato in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, «dove, non dimentichiamolo, l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato Palestinese». 

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Vaticano, il Papa nomina monsignor Ekpo nuovo assessore

Papa Leone XIV ha nominato monsignor Anthony Onyemuche Ekpo nuovo assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato in Vaticano. Il sacerdote ha 44 anni ed è di origini nigeriane. È stato ordinato nel 2011. Nel 2016 è stato nominato officiale della sezione per gli Affari Generali in cui è tornato oggi, a distanza di due anni da un’altra nomina. Come spiegato da Vatican News, nel 2023 Papa Francesco lo aveva scelto come sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano. Ekpo nel ruolo di assessore succederà a monsignor Roberto Campisi. Quest’ultimo lo scorso 27 settembre è stato nominato osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco.

Oltre Ekpo nominato anche Blaj

Nominato, inoltre, anche il nuovo sottosegretario della sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Si tratta di monsignor Mihăiţă Blaj, nato in Romania a Gherăeşti nel 1978. Finora è stato consigliere di Nunziatura in servizio presso la stessa sezione.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane

C’è un uomo in Vaticano, un cardinale, che rappresenta da una parte la continuità sotterranea fra Francesco e Leone XIV, dall’altra concentra nelle sue mani il potere finanziario d’Oltretevere. Si tratta, neanche a dirlo, di un americano: Kevin Farrell, un porporato di lungo corso (ricevette la berretta rossa da Bergoglio nel 2016). Di origini irlandesi – nacque a Dublino nel 1947 – dopo aver studiato in Spagna e a Roma, si trasferì in America dove cominciò il suo servizio nella Chiesa.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il cardinal Farrell (Imagoeconomica).

Una vocazione religiosa e finanziaria

Profondo conoscitore della Curia romana e della Chiesa statunitense, per capire come Farrell sia diventato una sorta di eminenza grigia nella gestione delle finanze vaticane, occorre fare un salto indietro e tornare al marzo del 2007, quando venne chiamato da Benedetto XVI a guidare la diocesi di Dallas (nel 2016, poi approdò definitivamente in Vaticano, quando Francesco lo nominò capo del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita). Durante quegli anni, ricoprì vari incarichi: fu cancelliere dell’università di Dallas; membro del consiglio di amministrazione dell’Università cattolica d’America, della Papal Foundation (importante fondazione cattolica statunitense, che ha proprio l’obiettivo di aiutare finanziariamente il Vaticano), del santuario nazionale dell’Immacolata Concezione, dell’istituto San Luca di Washington e moderatore episcopale della consulta per la gestione finanziaria diocesana. Non solo: a conferma che la sua vocazione avesse un forte richiamo alla gestione delle finanze, non vanno dimenticati gli incarichi all’interno della conferenza episcopale degli Usa dove Farrell fu, tra le altre cose, tesoriere, presidente del Comitato per il bilancio e le finanze e di quello per le collette nazionali.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il cardinal Kevin Joseph Farrell nel 2017 (Ansa).

I trascorsi nei Legionari di Cristo di Maciel

Occuparsi delle finanze della Chiesa americana non è uno scherzo, si tratta infatti di gestire ingenti flussi di denaro. E pensare che il futuro cardinale aveva cominciato la sua carriera ecclesiale in una congregazione religiosa assai discussa, ovvero i Legionari di Cristo, l’organizzazione fondata dal mefistofelico Marcial Maciel, abusatore seriale, personalità capace di costruire un impero economico con le necessarie protezioni vaticane. Maciel è scomparso nel 2008 e Farrell si allontanò per tempo dalla congregazione dei Legionari. Il passato del resto è passato, soprattutto considerato il fatto che il cardinale statunitense ha già 78 anni e dunque, almeno sulla carta, è in età da pensione.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, nel 2001 (Ansa).

La ‘chiamata’ di Francesco nel 2016

Tuttavia, il porporato è stato chiamato da Papa Francesco prima alla testa del dicastero per i laici, la famiglia e la vita nel 2016, poi negli anni seguenti del pontificato è stato nominato, in rapida successione, a capo della commissione materie riservate (che stabilisce cioè su quali finanziamenti è necessario mantenere la riservatezza, vigilando sui contratti stipulati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede e dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano), quindi presiede il comitato per gli investimenti, che è l’organismo formato da esperti laici che stabilisce come investire i fondi del Vaticano alla base del successo finanziario dell’Apsa (Amministrazione apostolica della Santa Sede, il dicastero che gestisce gli investimenti mobiliari e immobiliari della Santa Sede). Così i buoni risultati raggiunti dall’Apsa – lo scorso anno ha registrato un utile di 62,2 milioni di euro – sono dovuti essenzialmente a una riorganizzazione degli investimenti finanziari. «Il 2024», si legge infatti nella sintesi del bilancio pubblicata dal Vaticano, «ha visto mettere in atto alcuni importanti adeguamenti del settore finanziario in ottemperanza alle linee guida emanate dal Comitato Investimenti, che hanno comportato un significativo cambiamento nella composizione della struttura del portafoglio degli investimenti». Non a caso Leone XIV ha cancellato la norma che prevedeva che lo Ior, la banca vaticana, avesse questa capacità d’investimento in esclusiva.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Papa Francesco e il cardinal Farrell nel 2018 (Ansa).

Leone XIV e l’eredità di Bergoglio

Da ultimo Farrell è stato nominato da Francesco alla guida del fondo pensioni vaticano, che costituisce una sorta di buco nero per le finanze d’Oltretevere; lo certificava lo stesso Bergoglio in una lettera del novembre 2024 e indirizzata ai responsabili delle istituzioni curiali e delle istituzioni collegate con la Santa Sede: «Purtroppo, il dato che ora emerge, a conclusione delle ultime approfondite analisi svolte da esperti indipendenti», affermava il pontefice, «indica un grave squilibrio prospettico del Fondo, la cui dimensione tende ad ampliarsi nel tempo in assenza di interventi: in termini concreti, ciò significa che l’attuale sistema non è in grado di garantire nel medio termine l’assolvimento dell’obbligo pensionistico per le generazioni future». «Alla luce di ciò e tutto ben considerato, desidero quindi comunicarvi», aggiungeva il predecessore di Lone XVI pochi mesi prima della sua scomparsa, «la decisione, da me assunta in data odierna, di nominare sua eminenza, Kevin Card. Farrell, Amministratore Unico per il Fondo Pensioni, ritenendo che questa scelta rappresenti, in questo momento, un passo essenziale per rispondere alle sfide che il nostro sistema previdenziale deve affrontare in futuro». Tutto questo è finito nell’eredità di governo di Prevost, che ha lasciato le cose così come le aveva sistemate Francesco. In effetti Leone XIV può contare in questi mesi sulla collaborazione di un cardinale, suo connazionale, esperto dei corridoi curiali di Roma e che allo stesso tempo conosce bene anche il mondo della finanza, non solo vaticana.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).