Omicidio Mansouri, altri quattro poliziotti indagati a Milano

AGI - Quattro poliziotti sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso dalla Procura di Milano nell'inchiesta sull'omicidio di Abderrahim Mansouri, colpito da un proiettile durante un controllo antidroga nella zona di Rogoredo a Milano il 26 gennaio scorso.

Il pm Giovanni Tarzia ha inviato in queste ore gli inviti a comparire per i quattro indagati che saranno interrogati nei prossimi giorni. Prima di loro era stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario Carmelo Cinturrino, l'agente del Commissariato Mecenate che aveva sparato il colpo di pistola mortale verso il giovane nordafricano che avrebbe impugnato una pistola a salve. Nei giorni scorsi era stata eseguita l'autopsia sul corpo di Mansouri i cui esiti erano stati interpretati in modo diverso dalle parti.

La ricostruzione dell'agente Carmelo Cinturrino

"Con un ispettore e un agente siamo andati a fare un giro all'interno dell'area boschiva," aveva raccontato l'agente al pm. "Saranno state le 17:20 ed eravamo in penombra. I colleghi in divisa e l'agente sono rimasti con la persona arrestata vicino al gazebo; il cittadino straniero era in manette ed era una persona già nota al commissariato. A un certo punto da lontano vedo due figure che inizialmente si avvicinavano verso di noi, poi uno l'ho perso di vista mentre l'altro all'inizio l'ho perso di vista e poi l'ho rivisto di nuovo avvicinarsi e di nuovo fermarsi. Ho detto al collega in borghese che, essendo molto conosciuto in zona, era opportuno che mettessi il cappuccio per non farsi riconoscere.

La dinamica dello sparo

Quando siamo arrivati a circa 20 metri la persona si è fermata. Ci siamo qualificati dicendo 'fermo, polizia' e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un'arma puntandomela contro. Io, che nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo indietro per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto".

Le accuse contestate ai quattro agenti

 

I 4 poliziotti indagati nell'inchiesta sulla sparatoria sono accusati di avere aiutato il collega Cinturrino a "eludere le investigazioni della Squadra Mobile della Questura di Milano" quando sono stati sentiti come testimoni. In particolare, avrebbero omesso di riferire della presenza, sul luogo del delitto di persone diverse dagli operanti della Polizia di Stato" e riferito "in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti nonchè i tempi impiegati per allertare i soccorsi". L'ipotesi del pm Tarzia è anche che non avrebbero chiamato subito i soccorsi mentre la vittima era "agonizzante". 

La parte civile

"E' assolutamente improbabile, se non impossibile, che Mansouri abbia puntato una pistola finta contro un poliziotto armato a meno che non volesse suicidarsi". E' il commento all'AGI dell'avvocato di parte civile, Debora Piazza, che assieme al collega Marco Romagnoli assiste i familiari di Mansouri dopo la notizia dell'indagine a carico di quattro poliziotti per la sparatoria di Rogoredo. "Alla fine di questa vicenda - prosegue - in molti, a cominciare dai politici, dovranno chiedere scusa in coro alla famiglia Mansouri per averlo definito delinquente e degno di morire e avere stabilito che si trattasse di un caso di legittima difesa e che non ci fosse bisogno nemmeno di indagare".

Il tribunale di Roma ordina l’ingresso in Italia di una famiglia palestinese

AGI - Il Tribunale di Roma ha disposto con un provvedimento d'urgenza che il Ministero degli Esteri e il consolato italiano di Tel Aviv debbano rilasciare cinque visti d'ingresso in Italia a una famiglia palestinese, genitori e tre figli, che vuole lasciare la Striscia di Gaza.

La giudice Silvia Albano ha accolto il 5 febbraio il ricorso dei cittadini gazawi contro il Ministero degli Esteri, al quale viene addebitato un ritardo nell'eseguire il decreto del 25 novembre 2025 con cui si "ordinava di emanare tutti gli atti necessari a consentire l'immediato ingresso in Italia dei ricorrenti" e, in particolare, nel Comasco, dove un'associazione che si occupa di disabili si è resa disponibile ad assumere la madre in qualità di fisioterapista e ad accogliere anche il marito e i figli in un alloggio gratuito.

La posizione del Ministero e il diritto al visto

Il Ministero, si legge nel provvedimento visionato dall'AGI, aveva sostenuto in udienza che non "esiste un diritto soggettivo al rilascio del visto, ma solo la possibilità dell'attivazione totalmente discrezionale dell'autorità amministrativa, come nel caso dei corridoi umanitari o simili" e si era opposto alla concessione del via libera all'ingresso. Questa posizione mirava a sottolineare la natura eccezionale e non dovuta dell'autorizzazione all'ingresso per motivi umanitari.

Pericolo di vita e trattamenti inumani a Gaza

Per la giudice, invece, la situazione è chiara: "non vi è dubbio che i ricorrenti permanendo nella Striscia di Gaza siano esposti a pericolo di vita o a trattamenti inumani e degradanti". Viene evidenziato come, per sottrarsi a tale situazione, la famiglia non possa nemmeno rifugiarsi nei paesi vicini, essendo impedita da Israele l'evacuazione dei civili. La decisione del Tribunale si basa quindi sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali della famiglia.

Impossibilità di lavorare e obbligo scolastico negato

Inoltre, viene sottolineato che la madre non può più svolgere il suo lavoro in Medici senza Frontiere per via della situazione a Gaza, caratterizzata da una pesante "carestia", e che i bambini non riescono ad adempiere all'obbligo scolastico. Questi elementi rafforzano la motivazione del provvedimento d'urgenza, evidenziando il grave deterioramento delle condizioni di vita e il mancato accesso ai servizi essenziali.

L'azione legale contro il ritardo amministrativo

"Abbiamo notificato da giorni l'ordinanza del 5 febbraio a Ministero e consolato senza ricevere risposta. Valutiamo anche la denuncia per omissioni in atti d'ufficio perché la pubblica amministrazione non può rifiutarsi di ottemperare a un ordine del giudice" commenta l'avvocata Nazzarena Zorzella che assiste la famiglia palestinese assieme ai legali Dario Belluccio e Mariacesarea Angiuli. L'obiettivo è garantire l'immediata esecuzione del provvedimento che autorizza i visti umanitari.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia

Di colpo l’Italia ha deciso di mettere a bilancio i suoi peccati originali. Non potendo archiviarli, per manifesta incapacità di espiazione, ha scelto la via più redditizia: li ha impacchettati, ne ha lucidato con cura le manette e li ha spediti a Burbank, California. Il 20 febbraio debutta su HBO Max Portobello, la miniserie-evento di Marco Bellocchio, con un Fabrizio Gifuni che presta corpo e voce a Enzo Tortora. Dopo il passaggio di rito all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, l’operazione sbarca sul mercato globale in sei puntate. È il paradosso definitivo: vendiamo i nostri scheletri nell’armadio ai colossi dello streaming americano affinché loro ce li riconsegnino in 4K, sotto forma di abbonamento mensile.

Enzo Tortora, al teatro della tv si sostituì il teatro del processo

Per chi avesse la memoria corta, o l’anagrafe troppo verde, per averne percepito l’odore, bisogna sintonizzarsi sull’Italia dei primi Anni 80. Un Paese frastornato dall’assassinio Moro, dai colpi di coda del terrorismo, dalle commistioni tra Stato e mafia (dall’omicidio Dalla Chiesa al rapimento Cirillo), e dagli appetiti spalancati dal post-sisma in Irpinia. In questo scenario di macerie morali, Enzo Tortora era un architrave. Un uomo colto, nominato Commendatore da Sandro Pertini, capace di incollare 28 milioni di italiani davanti al rito del pappagallo muto. Il suo Portobello era la culla di tutto ciò che avremmo visto nei decenni a venire, da Chi l’ha visto? a C’è posta per te. Ma Tortora restava soprattutto un “non furbo”. Non apparteneva alla P2, non aveva padrini nella DC o nel PCI, era un laico e perciò sospetto persino ai sacrestani. Il bersaglio perfetto per un rito di caduta che una certa classe intellettuale, invidiosa di quella popolarità, così trasversale e pulita, aspettava con il coltello tra i denti. L’ispirazione di Bellocchio (che qui recupera la sofferenza istituzionale già esplorata nel magnifico Esterno Notte) nasce da un’immagine che è una ferita aperta: il presentatore stravolto e stupito che esce in manette dalla caserma di via in Selci, il 17 giugno dell’83 (dopo il prelievo all’hotel Plaza). Il capitano dei carabinieri gli aveva promesso un’uscita sul retro per evitargli il linciaggio mediatico; invece lo consegnò scientemente a una schiera di fotografi e cineoperatori convocati come a un’esecuzione pubblica. Al teatro della televisione si sostituì, istantaneamente, il teatro del processo.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
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Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia

L’anatomia del grottesco: centrini, mutande e pentiti psicopatici

L’opinione pubblica, i giudici e gran parte della stampa (con le rare eccezioni di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che lo difesero senza tregua e senza paura) furono disposti a credere a un branco di delinquenti senza pretendere uno straccio di riscontro fattuale. L’accusa poggiava sulle labbra di Giovanni Pandico (interpretato da Lino Musella), detto ‘o pazzo, cutoliano pentito e psicopatico che dalla sua cella tesseva trame vendicative. Il motivo? Un “centrino” (gergo della malavita per indicare una partita di droga) che secondo lui si era smarrito nella redazione del programma. I pm napoletani decisero che la parola di un folle pesava più della vita di un uomo onesto. Credettero a lui e ad altri 11 pentiti, tra cui il killer Pasquale Barra, detto ’o animale, fedelissimo di Raffaele Cutolo (interpretato da Gianfranco Gallo), e il seduttivo millantatore Giovanni Melluso. L’accusa era infamante: associazione camorristica e traffico di droga per conto della Nuova Camorra Organizzata.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Una scena di Portobello (da Youtube).

Si arrivò a dire che il conduttore avesse assaggiato e approvato una partita di polvere bianca mentre la moglie di un pentito si aggiustava con noncuranza l’elastico delle mutande. La prova regina? Un’agendina trovata in casa del camorrista Giuseppe Puca, con un nome che ai giudici pareva “Tortora” ma che in realtà era “Tortona”. Nonostante l’inconsistenza solare delle accuse, Tortora subì sette mesi di carcere preventivo e una condanna in primo grado a 10 anni, ribaltata in formula piena solo in appello, nel 1986, grazie al lavoro certosino di giudici come Michele Morello. Ci volle persino il paradosso supremo dell’arrivo in aula di Renato Vallanzasca, che smontò l’attendibilità di Melluso davanti a una Corte che non voleva ammettere l’errore per non dover cancellare l’intera inchiesta. Il presentatore tornò in video il 20 febbraio di 39 anni fa (data che coincide con il lancio della serie), con la celebre frase: «Dove eravamo rimasti?». Ma morì 15 mesi dopo, a 59 anni.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Una scena di Portobello (da Youtube).

Il martirio come commodity e il fattore urne

Mentre lui usciva di scena distrutto, sorretto solo dalla sorella Anna (interpretata da Barbora Bobulova) e dalla compagna Francesca Scopelliti (nella serie Romana Maggiora Vergano), i suoi accusatori facevano carriera. Lucio Di Pietro ha concluso la sua parabola come procuratore generale a Salerno, Felice Di Persia è stato eletto al Csm. Oggi, la Warner Bros. Discovery incassa i dividendi di questa impunità collettiva. Il prodotto è eccellente, intendiamoci, ma è una supplenza di servizio pubblico che la Rai non riesce più a esercitare. Il vero capolavoro di cinismo editoriale (o di preveggenza politica, fate voi) risiede però nel calendario. La serie debutta nel pieno della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. Si voterà per la separazione delle carriere e la riforma del Csm, temi che sono il midollo osseo del “caso Tortora”. Malgrado le smentite di rito, il lavoro di Bellocchio finirà inevitabilmente nel tritacarne, e senza che Palazzo Chigi debba spendere un euro, diventerà il più formidabile e involontario spot per i sostenitori del , che calcheranno la mano sulla cecità di toghe mai punite, mentre quelli del No ricorderanno che furono altri giudici, dello stesso tribunale (senza carriere separate), a ribaltare l’accusa. «Dove eravamo rimasti?», chiedeva Tortora nell’87. Esattamente lì. Solo che adesso la nostra coscienza è un contenuto premium e il telecomando è saldamente in mano agli americani.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Enzo Tortora nel 1983 (Ansa).

Sul referendum della giustizia Salvini predica bene ma razzola male

«Come ho commentato le parole di Gratteri, commento anche quelle di Nordio. Evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito» della riforma della giustizia. L’appello alla moderazione arriva da Matteo Salvini dopo l’ennesima uscita del Guardasigilli Carlo Nordio che aveva definito il Csm un «sistema para mafioso». «Vedo molto nervosismo a sinistra e in certi ambienti della magistratura», ha continuato il vicepremier leghista al termine della visita al Villaggio olimpico (del resto il Capitano tra apparizioni sulle piste, karaoke e selfie con atleti è diventato la terza mascotte dei Giochi). Gli italiani «non voteranno pro o contro Salvini, Nordio, Gratteri, il governo, la Schlein. Conto che tutti abbiano toni più tranquilli».

Sul referendum della giustizia Salvini predica bene ma razzola male
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).

Sui social evapora il tono istituzionale

Se però dai microfoni dei cronisti si passa ai social la musica cambia. Il tono istituzionale evapora e di “merito” non v’è più traccia. Più o meno nelle stesse ore in cui Salvini invitava alla moderazione, sulla sua bacheca attaccava i giudici. «Rapine, minacce, furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Era conosciuto per le sue spacconate sui social: ora in carcere. E speriamo che nessun giudice lo faccia uscire prima…».

Commentando invece la nuova imputazione di omicidio stradale per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere» per il carabiniere alla guida dell’auto coinvolta nello schianto che a Corvetto costò la vita a Ramy Elgaml, tuona: «Giù le mani dalle nostre Forze dell’Ordine! Questa non è “giustizia”, questa è una vergogna. Motivo in più per votare SÌ al Referendum del 22 e 23 marzo» (non è ben chiaro quale sia il nesso).

C’è poi il vecchio adagio del «clandestino da risarcire, il giudice ci impone di dargli 700 euro». Et voilà l’appello del Capitano: «La Giustizia ha bisogno di cambiare in meglio. Per questo voteremo SÌ al referendum del 22-23 marzo». Il referendum della Giustizia si trasforma così in un referendum contro la magistratura o contro alcune sue sentenze.

Poteva mancare la famiglia nel bosco? Qui la comunicazione è più sottile. Basta scrivere giustizia tra virgolette e il gioco è fatto.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno

Un Doge per Venezia? L’ipotesi di una candidatura di Luca Zaia a sindaco alle elezioni della prossima primavera è suggestiva, ma sempre meno realistica. Vero, l’ex governatore non ha mai chiuso del tutto la porta. E considerando le 7 mila preferenze raccolte in città alle Regionali 2025, la sua corsa sarebbe in discesa. Non solo: Fratelli d’Italia a livello nazionale ha già garantito al leghista «il massimo appoggio», segno del rapporto stretto da Zaia con Giorgia Meloni (e anche a Matteo Salvini non dispiacerebbe sistemarlo a Venezia togliendosi così un potenziale disturbatore). Il fatto è che l’ex governatore pare avere obiettivi diversi. Nel 2027 sono in programma le Politiche e potrebbe aprirsi per lui la possibilità di tornare al governo da ministro o essere eletto presidente della Camera, poltrona su cui ora siede il collega leghista Lorenzo Fontana. Oppure l’ex governatore potrebbe ambire a un ruolo di primo piano nella Lega. Difficile che Salvini lo nomini vicesegretario (una poltrona che a Zaia comunque andrebbe stretta), ma, visto il ciclone Vannacci, potrebbe riprendere piede il progetto di Lega del Nord sul modello Cdu-Csu, finora scartato dal leader. Su ogni piano aleggia poi l’incognita referendum. Il fronte del no tallona quello del sì e un eventuale sorpasso rischia di avere effetti anche sui voti locali. Pure a Venezia. Meglio dunque non rischiare. Resta il fatto che, a pochi mesi dall’appuntamento con le urne, il centrodestra non ha ancora un candidato ufficiale per la città, a differenza del fronte progressista che ha schierato per tempo Andrea Martella, segretario regionale dem. La coalizione potrebbe allora puntare su Simone Venturini, attuale assessore al Turismo. Un segno di continuità con Luigi Brugnaro e la giunta uscente.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Il party per i 50 anni della top manager

Serata molto allegra per festeggiare il compleanno di Rosalba Benedetto (siciliana, 50 anni dichiarati anche sulla torta), vicepresidente di Banca Ifis. Ad accogliere gli ospiti nella Residenza Vignale, location di charme nel centro di Milano, un carrettino siciliano con limoni e arance, come siciliana è stata tutta la cena, composta da arancini, sarde a beccafico e grande torta di cassata. Tra gli ospiti Francesco Specchia, portavoce e capo ufficio stampa del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Osvaldo De Paolini, condirettore del Giornale, il giornalista Claudio Antonelli, Patrizia Rutigliano, Gianluca Comin, Fabiana Giacomotti, Giovanni Bernabei, Monica Provini, Elena Di Giovanni, l’amministratore delegato di Prelios Luigi Aiello, Marco Forlani e Roberto Papetti, direttore de Il Gazzettino. E naturalmente Ernesto Fürstenberg Fassio, proprietario di Ifis, assieme al team della banca. Prezzario dei regali, visto il parterre, in sintonia con le lussuose tasche.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno

La longevità di Daniele Franco

«Mai come oggi il tema della longevità ha occupato il dibattito pubblico e suscitato tanto interesse. La consapevolezza odierna che non solo singoli individui ma intere società stanno invecchiando e che la durata e la qualità della vita degli anziani stanno via via migliorando, assieme all’incertezza su quale sia il limite ultimo alla durata della vita, inducono a riflettere sulle implicazioni di questo processo. È un tema che va affrontato da molteplici prospettive scientifiche, economiche e politiche; ma anche filosofiche e culturali e quindi artistiche, storiche, spirituali»: lo ha detto Daniele Franco, classe 1953, ex ragioniere generale dello Stato dal 2013 al 2019, quindi direttore generale della Banca d’Italia e poi nominato ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Mario Draghi, ora direttore scientifico della Fondazione Giorgio Cini, a Venezia. E proprio “l’aspirazione umana alla longevità” è il cantiere tematico della fondazione per il 2026, con workshop, conferenze, giornate di studio e un simposio internazionale. Tutto, dopo una lunga serie di iniziative che hanno avuto al centro dell’attenzione Giacomo Casanova e la sua vita. Chissà cosa combinerà durante il martedì grasso, a Venezia.

L’ipotesi Zaia sindaco di Venezia e le altre pillole del giorno
Daniele Franco (foto Imagoeconomica).

Il bimbo col ‘cuore bruciato’ è “stabile ma grave”. Al Monaldi arrivano gli ispettori del ministero

AGI - Le condizioni del bambino di due anni e mezzo ricoverato all'Ospedale Monaldi di Napoli dopo essere stato sottoposto a trapianto di cuore lo scorso 23 dicembre non presentano variazioni significative e restano stabili, in un quadro di grave criticità. A comunicarlo è l'Azienda Ospedaliera dei Colli nel bollettino medico quotidiano. Il bambino continua a essere ricoverato in terapia intensiva, sotto stretto monitoraggio assistenziale e strumentale e di consulenze specialistiche. Il paziente permane dunque in lista trapianto fino a nuova valutazione.

Le strutture che ad ora hanno dato conferma di presenza all'Heart Team organizzato dall'Azienda Ospedaliera dei Colli per la tarda mattinata di domani sono: Azienda Ospedaliera Pediatrica Bambino Gesù di Roma (professor Lorenzo Galletti e dottoressa Rachele Adorisio), Azienda Ospedaliera Università di Padova (professor Giuseppe Toscano), ASST Papa Giovanni XXIII - Ospedale di Bergamo (dottor Amedeo Terzi), Ospedale Regina Margherita di Torino (professor Carlo Pace Napoleone). La Direzione, nel ribadire il proprio impegno ad assicurare trasparenza e collaborazione con le autorità ispettive e giudiziarie, garantisce ogni supporto necessario alle determinazioni clinico-terapeutiche ed assistenziali assunte dai medici curanti nell'esclusivo interesse del paziente.

La telefonata di Meloni alla mamma

Giorgia Meloni ha telefonato questa mattina alla madre del bambino ricoverato in terapia intensiva al Monaldi, al centro del dramma per il danneggiamento del cuore da trapiantare. La presidente del Consiglio – a quanto apprende l'Agi dal legale della famiglia, Francesco Petruzzi, presente nel corso della conversazione telefonica – avrebbe anche assicurato l'impegno per fare giustizia, manifestando la propria solidarietà ai familiari del piccolo.

Una conversazione telefonica per manifestare alla famiglia la vicinanza per la prova cui è chiamata in questi giorni e per condividerne la richiesta di individuare eventuali responsabilità sui diversi aspetti della vicenda che la sta vedendo, suo malgrado, protagonista. È questo in sintesi, si apprende, il senso del colloquio telefonico che Giorgia Meloni ha avuto oggi con Patrizia Mercolino, la madre del bambino di due anni e mezzo al centro della vicenda del cuore deterioratosi nel corso del trasporto per il trapianto. Il presidente del Consiglio, sempre a quanto si apprende, avrebbe anche sottolineato che si sta facendo il possibile per trovare un cuore compatibile.

"Ho sentito prima il presidente Fico e poi la premier Meloni – racconta Patrizia a Repubblica in un video – mi hanno espresso la loro vicinanza e mi hanno detto che sarà fatta giustizia, ma come ho detto anche a loro ora la priorità è aiutarmi a trovare una soluzione per mio figlio".

Le rassicurazioni della premier e la mobilitazione

Su questo punto dice di aver ricevuto rassicurazioni: "Mi hanno detto che sono già mobilitati". La donna riferisce anche di non aver ricevuto dai medici ulteriori notizie sulle condizioni del figlio e ribadisce di essere fiduciosa sulla possibilità che possa essere effettuato un nuovo trapianto.

La speranza di un cuore nuovo

"Io ci credo e ci spero ancora – rimarca – nella possibilità che a mio figlio arrivi un cuore nuovo". Agli esperti dell'Heart team, che mercoledì si riuniranno al Monaldi, la donna non rivolge nessuna richiesta e si affida alla loro competenza: "Faranno il loro lavoro".

Arrivano gli ispettori del ministero della Salute

Mercoledì 18 febbraio gli ispettori del ministero della Salute saranno al Monaldi per verificare quanto accaduto. E nei prossimi giorni si presenteranno anche all'ospedale di Bolzano, dove il cuore era stato espiantato dal donatore. Gli ispettori dovranno in particolare verificare le modalità di trasporto del cuore, arrivato a Napoli ormai parzialmente "bruciato" probabilmente per l'utilizzo erroneo di ghiaccio secco. 

Gli atleti Usa di Milano-Cortina che hanno criticato Trump

Sono diversi gli atleti olimpici statunitensi che hanno affermato di sentirsi a disagio nel rappresentare il proprio Paese a Milano-Cortina, visto il controverso operato dell’Amministrazione Trump, che ne ha surriscaldato il clima politico. Da Hunter Hess a Amber Glenn, ecco chi ha criticato l’inquilino della Casa Bianca e le sue sferzanti risposte.

Trump ha attaccato Hess, che si era detto a disagio: «Un vero perdente»

«Rappresentare gli Stati Uniti in questo momento suscita emozioni contrastanti. Penso che sia un po’ difficile», ha detto lo sciatore freestyle Hunter Hess in conferenza stampa. «Ovviamente stanno succedendo molte cose di cui non sono un grande fan, e credo che molte persone non lo siano. Solo perché indosso la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti». In un post su Truth, Trump lo ha definito «un vero perdente», aggiungendo che «è molto difficile tifare per qualcuno così».

Gli atleti Usa di Milano-Cortina che hanno criticato Trump
Amber Glenn (Ansa).

Contro Trump anche la pattinatrice artistica Glenn e la snowboarder Kim

Pochi giorni prima la pattinatrice artistica Amber Glenn aveva criticato le politiche della Casa Bianca nei confronti delle persone della comunità Lgbtq: «Spero di poter usare la mia voce e questa piattaforma per aiutare le persone a rimanere forti in questi tempi difficili». Le parole di Glenn avevano trovato supporto in vari atleti, tra cui la snowboarder Chloe Kim, figlia di immigrati sudcoreani. «Penso che in momenti come questi sia davvero importante per noi unirci e difenderci a vicenda per tutto quello che sta succedendo», aveva detto, precisando di essere «davvero orgogliosa di rappresentare gli Stati Uniti».

Gli atleti Usa di Milano-Cortina che hanno criticato Trump
Chloe Kim (Ansa).

Vance: «Chi interviene su questioni politiche si espone alle critiche»

Il vicepresidente JD Vance, che è stato fischiato durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, ha dichiarato che, intervenendo si questioni politiche, inevitabilmente gli atleti si espongono alle critiche. Anche a quelle dello stesso presidente.

Il Bambino Gesù inaugura il nuovo reparto dialisi, Parolin: “il dono è un atto di amore”

AGI - L’ospedale pediatrico Bambino Gesù ha inaugurato un nuovo reparto di dialisi, più grande e “più allegro” (come osservano i piccoli pazienti). La ristrutturazione degli ambienti, portata a termine grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo, è stata illustrata oggi alla stampa nel corso di un convegno che si è tenuto all’ospedale romano dal titolo “La cultura del dono”. All'evento hanno preso parte il cardinale Parolin, Tiziano Onesti (Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù), Paolo Bonassi (Chief Social Impact Officer Intesa Sanpaolo), Francesco Emma (Responsabile di Nefrologia del Bambino Gesù), Isabella Guzzo (Responsabile Dialisi Pediatrica e Clinica del trapianto di rene del Bambino Gesù) e il giovane Samuele Galimberti, che ha portato la sua testimonianza di paziente trapiantato.

“Il dono è il linguaggio con cui ognuno rende il meglio di sé. Il dono del denaro può essere concreto" quando arriva dal cuore e "quando animato dalla carità diventa giustizia", ha osservato Parolin sottolineando che "ogni contributo per la ricerca diventa provvidenza".

Il reparto di dialisi: eccellenza e attesa del dono

Quello appena ristrutturato è “uno dei reparti di eccellenza” dell’ospedale. “La dialisi è il luogo dove ogni malato che vi passa, e riceve attente e professionali cure di tutto il corpo sanitario, prega e attende quello che forse è il dono più grande: il dono di un organo”. Per Parolin, il dono degli organi “è un atto di amore che supera la morte. Nel corpo donato continua a battere un amore che non si arrende alla morte”. Chi sceglie di donare gli organi “compie un gesto che genera vita, speranza e futuro, ancora di più nel contesto di un genitore che vive nella sofferenza. È un atto d'amore. Il gesto di chi dona è un gesto di fede".

Il ruolo cruciale della dialisi e i risultati sui trapianti

“La dialisi non serve solo il reparto di nefrologia”, afferma Emma. “Il servizio di dialisi è fondamentale anche per la rianimazione, per gli interventi di trapianti di midollo, per le operazioni cardiache. Ha una funzione molto importante per consentire trattamenti altamente specializzati nelle altre unità operative dell'ospedale”. Ma soprattutto permette di arrivare al trapianto di rene. “Nel 1998, quando arrivai al Bambino Gesù, si facevano pochi trapianti, meno di 10 l’anno. Due anni fa siamo stati il primo centro in Europa per numero. E contiamo una sopravvivenza dell’organo dell’86% in 10 anni, uno dei migliori risultati in Europa. Sono dati di cui bisogna essere fieri”, osserva Emma.

La nuova dialisi

Il nuovo reparto di Dialisi pediatrica è il risultato della riqualificazione di spazi preesistenti, completamente ristrutturati. La struttura include una sala principale con sei postazioni dedicate all’emodialisi, il trattamento salva-vita per l'insufficienza renale cronica o acuta, che depura il sangue dalle tossine e rimuove i liquidi in eccesso tramite il passaggio del sangue in un filtro (membrana sintetica) montato su una specifica apparecchiatura.

Tra le principali novità c’è la presenza di una stanza contumaciale a pressione controllata, dotata di due ulteriori postazioni. Questa camera è strutturata per isolare pazienti affetti da infezioni o immunodepressi, che necessitano di particolari misure protettive. All'interno di questi locali, è possibile regolare la pressione: si utilizza una pressione negativa per contenere gli agenti patogeni e una pressione positiva per i pazienti immunodepressi, evitando l'ingresso di aria esterna potenzialmente contaminata.

Un ambiente sicuro e accogliente per i piccoli pazienti

Il reparto è progettato per favorire l’efficienza operativa e garantire maggiore comfort ai piccoli pazienti durante i lunghi e frequenti trattamenti, che possono variare da due a quattro sedute di emodialisi settimanali (anche 6 nei casi più complessi), ciascuna della durata di circa 4 ore. Per rendere queste sedute più gradevoli, ogni postazione è dotata di TV, telecomando e cuffie wireless e si trova in un ambiente accogliente e rilassante con decorazioni colorate. Grazie agli insegnanti della Scuola in ospedale, i ragazzi possono anche continuare il loro percorso di studi. Le attrezzature sono tra le più avanzate tecnologicamente, con monitor per un monitoraggio continuo. Il reparto presenta un organico elevato: un infermiere ogni due pazienti, un rapporto nettamente superiore rispetto ai centri dialisi per adulti (normalmente uno a sei).

Dal trattamento dialitico al trapianto di rene

Il reparto di dialisi del Bambino Gesù è l’unico centro esclusivamente pediatrico del Lazio. Accoglie annualmente dai 30 ai 50 nuovi pazienti e garantisce il trattamento dialitico in acuto nelle unità di terapia intensiva. Oltre all’emodialisi, l'ospedale offre da oltre 20 anni un servizio di dialisi peritoneale domiciliare. Questo trattamento per l’insufficienza renale cronica utilizza la membrana del peritoneo per filtrare il sangue direttamente nel corpo tramite un catetere, garantendo maggiore autonomia e flessibilità, specialmente nei bambini più piccoli.

Risultati e ruolo internazionale

In caso di insufficienza renale cronica, il trattamento dialitico prosegue fino al trapianto renale. Negli ultimi 30 anni, il Bambino Gesù ha effettuato oltre 600 trapianti di rene. Attualmente si effettuano circa 30-35 nuovi trapianti all’anno, di cui il 30% da donatori viventi, rendendo questa attività una delle più importanti a livello pediatrico sia in Italia che in Europa. I risultati sono estremamente positivi: la sopravvivenza a 10 anni dopo il trapianto supera il 98% per i pazienti e l'86% per gli organi trapiantati. Il reparto è anche Centro di Riferimento Regionale per la dialisi e il trapianto di rene e fa parte della Rete Europea per le Malattie Rare (ERKNet).

 

 

Ocse, l’italiano Scarpetta nominato nuovo capo economista

L’italiano Stefano Scarpetta è stato nominato capo economista dell’Ocse e assumerà le sue funzioni dall’1 aprile. L’ha comunicato la stessa Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, precisando che Scarpetta gode di «una reputazione internazionale eccezionale come economista di spicco, costruita in oltre tre decenni di servizio». Dal 2013 ha guidato la direzione Ocse per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali. Ha inoltre ricoperto il ruolo di sous-sherpa per il G7 e il G20 su questioni di politiche occupazionali e sociali.

Guiderà il dipartimento di Economia nella realizzazione di analisi basate su prove e consulenze

Nel suo nuovo ruolo, Scarpetta guiderà il dipartimento di Economia dell’Ocse nella realizzazione di analisi rigorose basate su prove concrete, benchmarking internazionale e consulenza politica specifica per ciascun Paese. Il lavoro del dipartimento supporta i responsabili politici nel promuovere una crescita economica sostenibile, ampliare le opportunità di impiego e migliorare il tenore di vita in oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Durante tre decenni all’organizzazione internazionale, Scarpetta «ha costantemente dimostrato una leadership eccezionale, una profonda competenza nell’analisi economica e nella politica, con un impegno a promuovere la missione dell’Ocse e gli interessi collettivi dei suoi membri e partner», ha affermato il segretario generale dell’Organizzazione Mathias Cormann.

Ha lavorato anche alla Banca mondiale

Scarpetta ha iniziato la sua carriera all’Ocse nel 1991 ed è diventato economista senior nel dipartimento di Economia nel 1995. Dal 2002 al 2006 ha lavorato presso la Banca mondiale come consulente per il mercato del lavoro ed economista principale prima di tornare al dipartimento di Economia dell’Ocse nel 2006. Laureato all’Università di Roma, ha conseguito anche un Master of science in Economia presso la London School of economics and political science e un dottorato in Economia presso l’École des hautes études en Sciences sociales.

Meloni telefona alla madre del bimbo del Monaldi

AGI - Giorgia Meloni ha telefonato questa mattina alla madre del bambino ricoverato in terapia intensiva al Monaldi, al centro del dramma per il danneggiamento del cuore da trapiantare. La presidente del Consiglio – a quanto apprende l'Agi dal legale della famiglia, Francesco Petruzzi, presente nel corso della conversazione telefonica – avrebbe anche assicurato l'impegno per fare giustizia, manifestando la propria solidarietà ai familiari del piccolo.

La premier Meloni condivide richiesta chiarezza

Una conversazione telefonica per manifestare alla famiglia la vicinanza per la prova cui è chiamata in questi giorni e per condividerne la richiesta di individuare eventuali responsabilità sui diversi aspetti della vicenda che la sta vedendo, suo malgrado, protagonista. È questo in sintesi, si apprende, il senso del colloquio telefonico che Giorgia Meloni ha avuto oggi con Patrizia Mercolino, la madre del bambino di due anni e mezzo al centro della vicenda del cuore deterioratosi nel corso del trasporto per il trapianto. Il presidente del Consiglio, sempre a quanto si apprende, avrebbe anche sottolineato che si sta facendo il possibile per trovare un cuore compatibile.

"Ho sentito prima il presidente Fico e poi la premier Meloni – racconta Patrizia a Repubblica in un video – mi hanno espresso la loro vicinanza e mi hanno detto che sarà fatta giustizia, ma come ho detto anche a loro ora la priorità è aiutarmi a trovare una soluzione per mio figlio".

Le rassicurazioni della premier e la mobilitazione

Su questo punto dice di aver ricevuto rassicurazioni: "Mi hanno detto che sono già mobilitati". La donna riferisce anche di non aver ricevuto dai medici ulteriori notizie sulle condizioni del figlio e ribadisce di essere fiduciosa sulla possibilità che possa essere effettuato un nuovo trapianto.

La speranza di un cuore nuovo

"Io ci credo e ci spero ancora – rimarca – nella possibilità che a mio figlio arrivi un cuore nuovo". Agli esperti dell'Heart team, che domani si riuniranno al Monaldi, la donna non rivolge nessuna richiesta e si affida alla loro competenza: "Faranno il loro lavoro".

Da ospedale Bambino Gesù massima disponibilità

"Abbiamo tutta una parte clinica che segue il caso - del bimbo con il cuore bruciato - così come è stato richiesto. Ci sarà un incontro domani o nei prossimi giorni in cui i grandi esperti vedranno fisicamente il bambino. E daranno la loro opinione. Ci rimettiamo al loro parere. Il Bambino Gesù è sempre disponile". Lo ha detto il presidente dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù, Tiziano Onesti, in occasione dell'inaugurazione del nuovo reparto di dialisi.