L’agente del Mossad morto nel naufragio di un battello sul Lago Maggiore del 28 maggio 2023, nel quale persero la vita anche i due funzionari dell’Aise Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, oltre che la moglie dello skipper, non era un ex 007 a riposo. Tutt’altro: era impegnato in un’operazione contro l’Iran. Lo ha rivelato il direttore dell’agenzia di intelligence israeliana David Barnea, durante la cerimonia dello Yom HaZikaron.
David Barnea (Ansa).
Cosa ha detto Barnea a tre anni dal naufragio
A quasi tre anni di distanza dal naufragio del battello Gooduria, Barnea nel suo discorso ha onorato la memoria di un agente ‘M‘, morto all’estero, spiegando che aveva guidato «operazioni rilevanti e significative» per la sicurezza dello Stato ebraico con «un impatto notevole sulla campagna contro l’Iran». Jerusalem Post e Channel 12 hanno identificato ‘M’ come lo 007 che ha perso la vita sul Lago Maggiore, «mentre collaborava con i servizi segreti italiani per impedire a Teheran di ottenere armi avanzate». Il sospetto, a questo punto, è che ‘M’, Alonzi e Barnobi siano stati uccisi dagli iraniani.
Le operazioni di recupero del battello naufragato nel Lago Maggiore (Ansa).
L’agente ‘M’ faceva parte del Mossad da 30 anni
Al funerale della spia israeliana morta in Italia, nota con l’identità di copertura di Shimoni Erez, avevano partecipato i vertici del Mossad. All’epoca, Barnea aveva descritto lo 007 come «un uomo dai modi raffinati, un amante dell’umanità, di buon cuore, calmo e tranquillo», che «sapeva stare in mezzo alla gente». Secondo quanto riferito da persone a lui vicine, l’agente ‘M’ faceva parte del Mossad da circa tre decenni.
L’incidente sospetto, il processo e la condanna per lo skipper
L’incidente, decisamente sospetto viste le persone coinvolte, era stato ufficialmente attribuito a una tempesta che aveva colpito il Lago Maggiore quel giorno e agli errori dello skipper Claudio Carminati, che ha patteggiato quattro anni di pena per naufragio colposo. Durante il processo gli era stato contestato di aver fatto salire a bordo 23 persone (22 erano agenti segreti), quando l’imbarcazione aveva una capienza massima di 15, così come di aver sottovalutato l’allerta meteo e il fenomeno del “downburst”. Tuttavia, che gli agenti italiani morti non fossero in vacanza ma in servizio era già stato implicitamente confermato nel 2024, quando nella sede del Dis erano apparse due lapidi in ricordo di Alonzi e Barnobi, con un riferimento alle morte dei due agenti «nel corso dello svolgimento di una delicata attività operativa con Servizi Collegati Esteri».
AGI - Una porta sbarrata dall'esterno, una finestra sigillata con un'asta di ferro e, dall'altra parte, una voce che scandiva minacce sempre più violente. È in questo scenario che un uomo si è trovato prigioniero nella sua stessa abitazione di fortuna, in zona Ottavia, fino all'arrivo della Polizia di Stato.
La segnalazione al 112
Tutto è iniziato da una segnalazione all'112, con il richiedente che riferiva di aver individuato il presunto autore del furto di un furgone di proprietà di un suo amico. Quella stessa chiamata, in pochi istanti, si è trasformata in un boomerang, che ha visto finire in manette proprio coloro che avevano richiesto l'intervento.
Lo scenario sotteso si è rivelato quando sono arrivati sul posto gli agenti del Commissariato di Monte Mario e della Sezione Volanti. Davanti al richiedente e al proprietario del furgone 'rubato', che dichiaravano di aver impedito al presunto ladro di uscire dalla baracca di fortuna, i poliziotti si sono trovati di fronte a un veicolo completamente ostruito in ogni suo accesso: la porta d'ingresso era stata serrata dall'esterno con un asse di legno, mentre la finestra laterale era sigillata con una barra metallica, rendendo impossibile qualsiasi tentativo di uscita.
La scoperta dell'uomo segregato nella baracca
Una volta guadagnatisi l'ingresso, gli agenti hanno trovato all'interno un uomo in evidente stato di agitazione, le cui dichiarazioni hanno rivelato i contorni di una vicenda ben più complessa. Secondo quanto ricostruito, sarebbe "rincasato" di notte per riposare, ma, al suo risveglio, avrebbe scoperto di essere stato barricato dentro. Da quel momento, ogni sua richiesta di aiuto o tentativo di guadagnarsi l'uscita sarebbe stato scandito da minacce violente urlate da voci "amiche" provenienti dall'esterno.
Il movente
Sullo sfondo della vicenda, sarebbero trapelati anche rapporti di lavoro precari, giacche' la vittima avrebbe dichiarato di svolgere le mansioni di autista per uno dei due uomini e di servirsi per gli spostamenti proprio del furgone che gli stessi lamentavano avesse rubato. Il movente della loro azione sarebbe verosimilmente collegato ad un rifiuto della vittima di svolgere le sue "mansioni" di traghettatore.
Il quadro emerso nel corso degli accertamenti ha consentito di disvelare un sommerso che è costato ai due originari "denuncianti" l'arresto. Sono ora gravemente indiziati, in concorso tra loro, del reato di sequestro di persona. Entrambi gli arresti sono stati convalidati dall'Autorità Giudiziaria.
Dovrebbe completarsi oggi, con il Consiglio dei ministri previsto per mezzogiorno ma ancora non ufficialmente convocato, il giro di nomine per riempire le caselle dei sottosegretari rimaste vacanti nella squadra di governo. Secondo quanto si apprende, il posto di Andrea Delmastro al ministero della Giustizia sarà ricoperto dal senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, attuale presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama. Sempre in quota FdI, Giampiero Cannella, vicesindaco di Palermo dovrebbe ottenere il ruolo di sottosegretario alla Cultura. Atteso l’ingresso nell’esecutivo anche dell’ex capogruppo di Forza Italia Paolo Barelli, che andrà ai Rapporti con il Parlamento, e di Mara Bizzotto (Lega), che sostituirà il collega di partito Massimo Bitonci al Mimit – dopo che quest’ultimo è diventato assessore in Veneto. Infine Massimo Dell’Utri di Noi Moderati andrà al ministero degli Esteri dopo l’uscita di Giorgio Silli.
AGI - La Puglia traina l'Europa sulle tecnologie dello Spazio. "La nostra storia dice che con obiettivi definiti, buona programmazione, determinazione e resilienza, in una logica di medio-lungo periodo, quindi non dopo un giorno, i risultati arrivano anche nel Mezzogiorno, in questa parte d'Italia. Il sistema aerospaziale in Puglia garantisce di poter scegliere questa terra a coloro che desiderano lavorare nel settore, vivendo esperienze professionali inserite in un contesto globale", spiega all'AGI Giuseppe Acierno, presidente del Distretto tecnologico aerospaziale (Dat).
Lo Spazio e la Puglia
Per comprendere da dove nasce tutto ciò occorre fare un passo indietro. "Già a cavallo tra le due guerre mondiali, l'industria dell'aeronautica era radicata in regione. Nei primi anni Duemila, la presenza manifatturiera era sostanzialmente concentrata in alcuni stabilimenti, quelli di Alenia a Foggia, di Agusta e Fiat Avio a Brindisi; Aeronaval del gruppo Leonardo si occupava, invece, di manutenzione aeronautica".
L'intervista a Giuseppe Acierno, presidente del Dat
"All'epoca – spiega Acierno – mancava quello che oggi chiamiamo ecosistema, ossia un insieme di soggetti che collaborano. Nel 2009, quando è stata creata la nostra società consortile no profit, l'intuizione alla sua base è stata la volontà di sviluppare tale settore a 360 gradi. L'obiettivo era individuare nuove traiettorie tecnologiche e al contempo di consolidare quelle esistenti, e per raggiungerlo è appunto nata la società, il cui braccio operativo è il Dat".
I numeri dello Spazio in Puglia
L'unicità sul panorama nazionale di questa realtà la si intuisce anche analizzando alcuni dati. "Insieme a partner e soci, abbiamo creato un robusto programma di ricerca e sviluppo in Puglia che prima non esisteva, investendo dalla nostra fondazione 220 milioni di euro in contratti di questo tipo. Persone, ricercatori, professori universitari valorizzati e messi sul mercato dalle imprese. Abbiamo ideato un master per 170 giovani ingegneri, quasi tutti pugliesi, con un placement al 100% (tutti assunti in seguito, ndr.).
"Senza dimenticare – aggiunge – i 700 giovanissimi degli Istituti tecnici che stiamo orientando, portandoli negli stabilimenti delle grandi industrie. In questo momento abbiamo 48 dipendenti, ma ne abbiamo assunti tanti: molto spesso fanno due, tre, quattro anni e migrano verso i soci. Allargando la prospettiva, oggi in Puglia il settore conta oltre 8500 addetti, quasi due miliardi di euro di fatturato e circa 100 imprese".
La crescita delle Pmi
Quanto il sistema sia collegato lo dimostra la crescita delle Pmi. Una spinta decisiva in tal senso è data dall'Esa Bic. "Primo e unico incubatore dell'Agenzia spaziale europea nel Mezzogiorno, realizzato e gestito dal Dat. L'incubatore – prosegue Acierno – dà soldi a fondo perduto, servizi tecnologici di coaching economico, finanziario, patenti, brevetti, networking e accompagna le start-up negli incontri con gli investitori. Porta le imprese nella dimensione europea con un'azione di collegamento. Prima di incubarle insieme all'Agenzia spaziale europea e all'Agenzia spaziale italiana, valutiamo congiuntamente le candidature, con una selezione molto dura".
Tra queste realtà, il presidente del Dat cita "Archimede", specializzata in soluzioni IoT per una connettività affidabile, una facile integrazione e una riduzione dei costi; e "Qsensato" che si occupa di celle a vapore realizzate con scrittura laser.
L'infrastruttura di Grottaglie e le prospettive future
All'interno del Dat c'è il sito di Grottaglie che riveste un ruolo di estrema importanza. "Anch'esso – osserva ancora Acierno – è un unicum infrastrutturale di ricerca nazionale dedicata ad accompagnare lo sviluppo di aeromobili e servizi legati alle nuove forme di mobilità aerea innovativa: in poche parole i droni. L'abbiamo realizzata in collaborazione con le Università socie (Uniba, Poliba e Unisalento, ndr.), investendo sia come soci, sia beneficiando di un finanziamento della Regione Puglia, sempre in prima linea con le sue politiche e strumenti a supporto del settore".
"Proprio in queste settimane stiamo definendo gli ultimi aspetti per accogliere a Grottaglie un'azienda aeronautica internazionale impegnata nello sviluppo di un nuovo aeromobile. Inoltre siamo prossimi a concorrere alla nascita di un altro incubatore voluto dalla Space force americana a supporto dello sviluppo di Pmi e start up che abbiano tecnologie e know how distintivi. La struttura di Grottaglie – conclude – è entrata nella rete dei test bed gestiti dal European Defense Agency: la Commissione europea vuole recuperare il tempo perso su queste tecnologie, provando a fare una rete dei test bed europei a supporto dello sviluppo delle soluzioni civili e militari".
La compagnia aerea tedesca Lufthansa cancellerà 20 mila voli a corto raggio da giugno a ottobre. Il massiccio taglio, uno dei più consistenti effettuati a livello globale a seguito del caro carburanti causato dalla guerra in Iran, consentirà di risparmiare oltre 40 mila tonnellate di cherosene «senza incidere significativamente sull’efficienza» della compagnia aerea, la più grande d’Europa.
Livrea Lufthansa (Imagoeconomica).
Il piano per i mesi estivi sarà pubblicato tra fine aprile e inizio maggio
Lufthansa, viene spiegato, ha cancellato circa 120 voli giornalieri a partire da lunedì 20 aprile. Secondo il Financial Times, il piano dettagliato per i mesi estivi verrà pubblicato tra la fine del mese e l’inizio di maggio. «Le rotte non redditizie da Francoforte e Monaco saranno eliminate dal programma, mentre i voli esistenti da Zurigo, Vienna e Bruxelles verranno potenziati», ha anticipato Lufthansa. Saranno ridotti anche i voli da e per Roma. Come sottolinea Deutsche Welle, la compagnia aerea aveva già modificato il suo programma per aprile e maggio, cancellando alcuni voli.
Aereo Lufthansa (Imagoeconomica).
Le compagnie tedesche hanno chiesto alle autorità di sbloccare le riserve di cherosene
La carenza di carburante per l’aviazione è stata causata dalla guerra in Medio Oriente e, in particolare, dallo stop al passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20 per cento delle forniture mondiali di petrolio. Il 17 aprile le compagnie aeree tedesche hanno chiesto alle autorità di sbloccare le riserve strategiche di cherosene per aviazione prima della stagione estiva per evitare tagli ai voli. E anche di garantire l’accesso al sistema di oleodotti della Nato, al fine di aumentare le forniture di carburante nei principali hub, in particolare Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera. Il giorno precedente il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, aveva detto all’Associated Press che, in caso di mancata riapertura di Hormuz (adesso la navigazione è permessa), le riserve europee di carburante sarebbero bastate per sole sei settimane.
L’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking per pratiche commerciali scorrette. In particolare, secondo l’Autorità garante Booking.com attribuirebbe alle strutture ricettive aderenti al programma Partner Preferiti (e alla sua estensione Preferiti Plus) un migliore posizionamento nei risultati di ricerca all’interno della piattaforma, elementi grafici di maggiore evidenza e claim per enfatizzarne la qualità del servizio e la convenienza in termini di rapporto qualità-prezzo, nonostante i requisiti di ammissione a questi programmi non sarebbero idonei a supportare i vantaggi riconosciuti a quelle strutture.
Le accuse alla piattaforma
Secondo l’Autorità, infatti, la selezione delle strutture aderenti ai programmi Partner Preferiti avverrebbe perlopiù sulla base di criteri che privilegiano quelle che forniscono commissioni più elevate a Booking, piuttosto che sulla base delle loro caratteristiche qualitative. Di conseguenza, le modalità di presentazione delle strutture e i claim utilizzati da Booking per enfatizzarne le qualità potrebbero indurre i consumatori ad assumere decisioni commerciali credendo – erroneamente – che queste strutture siano, a parità di caratteristiche, migliori in termini di rapporto qualità-prezzo rispetto alle strutture non aderenti. Questo potrebbe addirittura portare i consumatori a selezionare strutture in media più costose.
Dopo giorni di proclami in senso contrario, Donald Trump ha esteso il cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza oggi, fino al momento in cui arriverà una proposta dalla Repubblica Islamica e «le discussioni saranno concluse, in un senso o nell’altro». In questo contesto, il viaggio del vice JD Vance a Islamabad – inizialmente dato solo come sospeso – è stato «rinviato a tempo indeterminato», scrive Axios citando fonti di Washington. Resta intanto in vigore il blocco navale Usa.
JD Vance (Ansa).
Il consigliere di Ghalibaf: «La proroga della tregua è una trappola»
«La proroga del cessate il fuoco è certamente uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa», ha dichiarato Mahdi Mohammadi, consigliere di Mohammad Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore. Quest’ultimo, però, ha fatto sapere di non condividere questa osservazione. «In qualità di presidente dell’Assemblea Consultiva Islamica, il signor Ghalibaf si avvale della consulenza di stimati esperti in ambito culturale, economico, sociale, politico e in altri settori, dalle cui opinioni trae sempre beneficio. Tuttavia, le opinioni espresse da questi consulenti, che è loro naturale diritto, non rappresentano necessariamente la posizione ufficiale del signor Ghalibaf», ha dichiarato un alto funzionario del parlamento all’agenzia Tasnim.
Trump: «Senza blocco navale non ci sarebbe mai un accordo»
Dopo la proroga della tregua, Trump ha scritto di Truth di non aver intenzione di togliere il blocco navale nello Stretto di Hormuz, perché questo impedirebbe un accordo: «L’Iran lo vuole aperto per poter guadagnare 500 milioni di dollari al giorno (che è, quindi, la cifra che perde se viene chiuso!) […] Quattro giorni fa alcune persone mi hanno avvicinato dicendomi: “Signore, l’Iran vuole aprire lo Stretto, immediatamente”. Ma se lo facessimo, non ci sarebbe mai un accordo con l’Iran, a meno che non facessimo saltare in aria il resto del loro Paese, compresi i loro leader!». Teheran ha chiarito che i negoziati potranno iniziare dopo la revoca del blocco navale, aggiungendo che, in ogni caso, non intende trattare con gli Stati Uniti dei suoi programmi nucleare e missilistico. Secondo Axios, uno dei motivi che hanno spinto Trump a prorogare la tregua è che Stati Uniti e il mediatore Pakistan si aspettano che il leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, risponda oggi all’ultima proposta di Washington.
Un murale anti-Usa a Teheran (Ansa).
Per le Nazioni Unite è un «passo importante verso la de-escalation»
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha accolto con favore la decisione di Trump di estendere il cessate il fuoco con Teheran. «Questo è un passo importante verso la de-escalation e la creazione di uno spazio cruciale per la diplomazia e la costruzione della fiducia tra Iran e Stati Uniti». L’ambasciata di Teheran presso l’Onu ha però condannato gli Usa per una condotta che presenta «i tratti distintivi della pirateria», dopo che le forze americane hanno attaccato nel Mar d’Oman una nave mercantile iraniana. Successivamente, una nave pasdaran ha colpito una portacontainer al largo dell’Oman.
I pasdaran tornano a minacciare i Paesi del Golfo Persico
Intanto, però, i Guardiani della rivoluzione hanno aggiornato la lista dei possibili obiettivi nel Golfo Persico, nel caso dovesse riprendere la guerra: non più siti militari Usa, ma impianti di produzione energetica. Tra essi giacimenti petroliferi e raffinerie in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar. «Se i Paesi confinanti a sud consentiranno ai nemici di utilizzare il loro territorio e le loro strutture per attaccare il popolo iraniano, dovranno dire addio alla produzione petrolifera in Medio Oriente», ha avvertito il generale Seyyed Majid Mousavi, comandante della forza aerospaziale dei pasdaran.
Tragedia familiare a Catanzaro, dove una donna di 46 anni si è lanciata dal terzo piano con in braccio i tre figli di quatto mesi, quattro anni e cinque anni. Lei è morta sul colpo insieme ai due bimbi più piccoli, mentre la terza è rimasta gravemente ferita ed è stata ricoverata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale cittadino. Sul posto sono intervenuti la pm di turno Graziella Viscomi, che coordina le indagini, la Polizia e il personale del 118. Le cause del gesto non sono al momento note. I vicini hanno descritto la donna come una persona tranquilla, schiva e molto religiosa. Lavorava in una struttura sanitaria ed era molto attiva nella vicina parrocchia del SS Salvatore. In casa, al momento dei fatti, c’era anche il marito, il quale si sarebbe svegliato sentendo dei rumori. Compreso ciò che era successo, è sceso in strada e ha provato a rianimare i bambini prima dell’arrivo dei sanitari. La tragedia ha scosso la città e il Comune di Catanzaro proclamerà il lutto cittadino.
AGI - Tragedia nella notte a Catanzaro dove una donna si è lanciata dal terzo piano di uno stabile insieme ai suoi tre figli.
A Catanzaro il bilancio è di tre morti e un ferito grave
La donna e due bimbi sono morti sul colpo, la terza figlia è ricoverata in gravi condizioni nel reparto di Rianimazione dell'ospedale del capoluogo calabrese. Le cause del gesto non sono al momento note.
Il luogo della tragedia a Catanzaro
Sul posto,i n via Zanotti Bianco, sono intervenuti la Polizia di Stato, il personale del 118 e della Medicina legale dell'Università "Magna Grecia".
La tragedia è avvenuta in un quartiere dell'immediata periferia della città. Oltre alla mamma sono morti due bimbi, di 4 mesi e 4 anni, mentre una bambina di 6 anni è in ospedale in gravi condizioni. Sul posto la pm di turno Graziella Viscomi, che coordina le indagini, insieme alla Polizia.
Chi era la donna che si è lanciata dal balcone con i figli
Aveva 46 anni la donna che questa notte, intorno alle 3, si è lanciata dal balcone di casa, al terzo piano di uno stabile in via Zanotti Bianco a Catanzaro, tenendo in braccio i suoi tre figli di 4 anni, 4 mesi e 6 anni.
La donna è deceduta insieme ai bambini di 4 anni e 4 mesi. Secondo le prime ricostruzioni della Polizia, la donna soffriva di lievi disturbi psichici, ma nulla aveva mai fatto presagire un epilogo tragico. La quarantaseienne viene descritta dai vicini come una persona tranquilla, schiva e molto religiosa.
Il marito era in casa a Catanzaro ma non è riuscito a evitare la tragedia
Era in casa al momento della tragedia il marito della donna che questa notte, a Catanzaro, si è lanciata dal balcone con in braccio i tre figli. L'uomo, secondo quanto si è appreso, si è accorto si quanto è accaduto dopo essersi svegliato sentendo dei rumori. Sceso in strada - dove è stato poi raggiunto dai vicini - ha provato a rianimare i bambini prima dell'arrivo del 118.
Secondo le testimonianze raccolte, la famiglia era tranquilla, anche se in passato la donna avrebbe mostrato leggeri segnali di disagio.
Lutto cittadino per funerali
Il Comune di Catanzaro proclamerà il lutto cittadino nel giorno dei funerali delle vittime della tragedia di questa notte. Lo ha detto all'AGI il sindaco della citta', Nicola Fiorita, spiegando che la decisione sarà ufficializzata non appena si saprà quando avverrà la cerimonia funebre la cui data sarà stabilita dopo l'autopsia sui corpi.
Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di creditod’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione distabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere.
MBZ con Donald Trump (Ansa).
Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio
A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi».
Il crollo della «Little Sparta» del Golfo
Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.
Il porto di Fujairah (Ansa).
L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio.
Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).
Il viaggio a Pechino del principe ereditario…
Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridge — piattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce.
La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).
… E lo shopping londinese dello zio
Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur.
Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).
La trappola in cui si sono infilati gli Emirati
L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.