AGI - Un semplice programma di esercizi quotidiani di appena 10 minuti, svolto completamente da sdraiati, può migliorare in modo significativo equilibrio, flessibilità e agilità già dopo due settimane. E' quanto emerge da uno studio clinico pubblicato su PLOS One e condotto da ricercatori giapponesi. Il programma è stato progettato per coordinare stabilità del tronco e movimento degli arti inferiori, elementi fondamentali per il controllo posturale.
Lo studio
I partecipanti - giovani adulti sani - hanno eseguito ogni giorno una breve sequenza di esercizi in posizione supina (sdraiata), considerata biomeccanicamente più sicura e stabile. I risultati mostrano miglioramenti significativi nella flessibilità (misurata con la flessione del tronco da seduti), nell'agilità (test del "side-step") e nell'equilibrio statico, senza però aumenti rilevanti nella forza muscolare o nella potenza esplosiva . Secondo lo studio, i benefici osservati non derivano da un aumento della massa muscolare, ma da adattamenti del sistema nervoso che migliorano coordinazione e controllo motorio.
Il corpo diventa più forte
In altre parole, il corpo diventa più efficiente nei movimenti piuttosto che più "forte". Il protocollo include esercizi per:attivare i muscoli addominali, coordinare tronco e arti inferiori, migliorare il controllo dei movimenti delle gambe e dei piedi. Questi movimenti, eseguiti in posizione sdraiata, riducono il carico gravitazionale e l'attivazione dei muscoli "antigravitari", facilitando un apprendimento motorio più preciso e controllato.
Gli autori sottolineano che, nonostante la breve durata, il programma ha prodotto effetti misurabili su più aspetti della funzione fisica, suggerendo possibili applicazioni nella prevenzione delle cadute e nella riabilitazione precoce. Tuttavia, lo studio è stato condotto su giovani sani, quindi serviranno ulteriori ricerche per confermare i benefici in anziani o persone con problemi motori.
AGI - Si chiama "Crackuggi- the game" e il nome è tutto un programma. Si tratta di un giochino pensato per smartphone – e non solo – pensato per accendere i riflettori sul problema dello spaccio e del consumo dilagante di crack nei vicoli – ovvero i caruggi – di Genova.
Ad idearlo l'artista genovese Melkio – al secolo Luca Melchionda – che ha scelto la via ludica per sottolineare la necessità di intervenire su un problema sempre più grave per la città.
L'obiettivo del gioco
L'obiettivo è "salvare i vicoli", esplorandone il fitto labirinto nei panni di un fantomatico cavaliere. Trascinando con il dito il personaggio, bisogna portare a termine due missioni: accendere tutte le vetrine, spente a causa del degrado portato dalla droga, e guidare chi è in difficoltà, quindi i consumatori e dipendenti da crack, ai punti di assistenza, perché – spiega Melkio nel gioco – "da soli non riescono ad aiutarsi".
Il messaggio finale
Una volta salvate tutte le persone e riaccese tutte le vetrine, il gioco si conclude con un lungo messaggio: "Bravo, ha concluso uno dei primi passi per salvare i vicoli" e aggiunge "i problemi complessi non si risolvono facilmente", ma quando si prova a sollevare un'urgenza – sottolinea l'artista – "la risposta è la solita paralisi: ti dicono che c'è sempre un problema più grande a monte, da risolvere prima, ma è una trappola logica.
Un problema presente da affrontare
A forza di creare il problema precedente – osserva Melkio – non si affronta mai quello presente". L'artista invita a compiere un passo alla volta, "solido, fatto bene".
Valore del centro storico
Ecco che "vetrine, botteghe e attività di un centro storico non ancora gentrificato, sono un valore turistico e umano che molti non riescono neppure a immaginare", ma per difenderle, evidenzia ancora l'ideatore del gioco Crackuggi, "serve un'azione corale, gestita con una visione imprenditoriale del turismo, non una semplice accoglienza passiva".
Il tema delle droghe pesanti
Il dramma del consumo di droghe pesanti come il crack, aggiunge ancora Melkio, non si risolve "spostando il problema qualche vicolo più in là con le ronde: si affronta con pratiche sociali, con la cura e con un presidio umano costante".
Un invito alla responsabilità collettiva
L'artista ovviamente sottolinea di non avere "la soluzione per tutto", ma solo "qualche consiglio dettato dall'urgenza e dall'amore per questa città". E magari veder apparire "game over" alla piaga che spegne vite e insegne nel centro storico patrimonio Unesco.
AGI - Andrea Sempio non è più in concorso con ignoti o con Alberto Stasi nel capo di imputazione in cui gli viene contestato di essere il responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi.È la novità contenuta nell’invito a comparire redatto dalla procura di Pavia per l’amico del fratello della 26enne uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia.
La modifica del capo di imputazione verosimilmente è legato anche alla trasmissione alla procura generale di Milano di un’informativa utile a presentare un’eventuale istanza di revisione per l’allora fidanzato di Chiara Poggi, unico condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per il delitto.
Interrogatorio di Sempio il 6 maggio
La Procura di Pavia vuole interrogare Sempio il prossimo 6 maggio nell'ambito della nuova inchiesta che lo vede indagato per il delitto di Garlasco. E' la seconda volta che i pm, diretti da Fabio Napoleone, convocano l'amico del fratello di Chiara Poggi. La prima volta, il 20 maggio 2025, il 38enne consigliato dai suoi avvocati aveva legittimamente deciso di non presentarsi.
Contestate due aggravanti
A Sempio sono contestate anche le aggravanti dei motivi abietti e futili e della crudeltà nel nuovo capo di imputazione per l'omicidio di Chiara Poggi. Le due aggravanti, qualora riconosciute in un eventuale processo, possono portare a una condanna all'ergastolo.
La revisione per Alberto Stasi
Cinque giorni fa lo stesso capo della procura, Napoleone, ha incontrato la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni: oggetto del vertice l'eventuale richiesta di revisione della sentenza di condanna per Alberto Stasi.
"Io e l'avvocato generale Lucilla Tontodonati abbiamo incontrato il Procuratore di Pavia - aveva detto quel giorno la pg Nanni -. Nelle prossime settimane la Procura di Pavia manderà alla Procura Generale un'informativa su quello che è stato fatto per quanto riguarda il delitto di Garlasco dalla Procura di Pavia e poi valuteremo se chiedere ulteriori atti. Non possiamo fare alcuna altra dichiarazione ai fini di un'eventuale revisione perchè dobbiamo prima studiare le carte. Non sarà uno studio nè veloce nè facile perché dobbiamo leggere attentamente le carte e poi valuteremo se chiedere ulteriori atti".
In 40 giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto liquidità di salvataggio alle proprie banche, una linea di emergenza in dollari al Tesoro americano agitando la minaccia dello yuan, e ora abbandonano l’OPEC dopo sei decenni. Tre atti dello stesso copione: una potenza che non sa più dove sbattere la testa, mentre il fratello del presidente fa shopping a Londra e la propaganda di Abu Dhabi confeziona il tutto come «riallineamento strategico».
La ritirata degli Emirati in tre atti
C’è un modo elegante di raccontare la decisione annunciata via WAM, l’agenzia di Stato emiratina: «Evoluzione policy-driven allineata ai fondamentali di mercato di lungo periodo». Parole del ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei. È la grammatica con cui le petromonarchie del Golfo confezionano qualunque cosa, comprese le ritirate. E poi c’è il modo onesto: gli UAE escono dall’OPEC e dall’OPEC+ a partire dal primo maggio perché la guerra in Iran li ha devastati, perché i sauditi non li hanno protetti, perché Donald Trump li ha trascinati nel conflitto e ora li usa come ariete contro Riad, e perché Mohammed bin Zayed ha bisogno di optionality — qualunque optionality — su una scacchiera dove ha perso quasi tutte le caselle.
Il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).
Primo atto: il pacchetto di emergenza della Banca centrale
Il primo atto è andato in scena il 18 marzo, quando la Banca centrale (CBUAE) ha convocato una riunione straordinaria approvando un pacchetto d’emergenza: accesso al 30 per cento delle riserve obbligatorie, rilascio simultaneo del Countercyclical e del Capital Conservation Buffer, allentamento dei ratio di liquidità, flessibilità sui crediti deteriorati. La CBUAE ha esibito come scudo riserve valutarie sopra il trilione di dirham e un cover ratio della monetary base al 119 per cento. Ma rilasciare contemporaneamente entrambi i buffer di capitale non è una misura precauzionale: è ciò che si fa quando il sistema mostra crepe. Era il giorno dopo gli attacchi a Fujairah e a 23 miglia nautiche dal porto, due giorni dopo il drone sullo Shah gas field di Abu Dhabi.
Il porto di Fujairah (Ansa).
Secondo atto: l’aiuto degli Usa e l’attivazione dell’Exchange Stabilization Fund
Il secondo atto è andato in onda il 20 aprile, sul Wall Street Journal. Il governatore Khaled Mohamed Balama, durante gli Spring Meetings del FMI a Washington, ha avvicinato il segretario al Tesoro Scott Bessent e funzionari della Federal Reserve per chiedere l’apertura di una swap line valutaria in dollari, il meccanismo con cui due banche centrali si scambiano valuta e si impegnano a riconvertire alla scadenza. Richiesta «preliminare e precauzionale», dicono i diplomatici emiratini quando la situazione è già fuori controllo.
H.E. Khaled Mohamed Balama, governatore della Banca centrale degli Emirati (dal profilo Instagram).
Ma il dettaglio politicamente esplosivo è un altro: le fonti del WSJ riferiscono che Abu Dhabi ha argomentato che è stato Trump a coinvolgerli nel conflitto attaccando l’Iran, e che qualora i dollari dovessero scarseggiare, gli Emirati potrebbero essere costretti a usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Una minaccia esplicita, formulata da un Paese il cui dirham è ancorato al dollaro a 3,6725 dal 1997. L’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio, recapitato come messaggio diplomatico a Washington. Il 22 aprile Trump ha risposto in diretta su CNBC Squawk Box: «Se avessero un problema, ci sarei per loro». Lo stesso giorno Bessent al Senato ha confermato che «molti» alleati del Golfo hanno chiesto swap lines e che lo strumento «benefit both the UAE and the US». Il 24 aprile, su X, Bessent ha alzato il tiro parlando esplicitamente di «creare nuovi centri di funding del dollaro nel Golfo e in Asia». La traduzione: il Tesoro Usa si prepara a salvare gli UAE attraverso l’Exchange Stabilization Fund — non la Fed — la stessa scatola con cui Bessent ha dato i 20 miliardi all’Argentina di Milei a ottobre 2025. Veicolo che bypassa Federal Reserve e Congresso, e che lega gli UAE a un guinzaglio di sei mesi rinnovabili, richiamabili dal Tesoro in qualsiasi momento.
Discussions with countries, including our Gulf and Asian allies, about U.S. dollar swap lines are part of ongoing, routine conversations that @USTreasury has been having with our partners over a number of years. They are a testament to the U.S. dollar’s primacy and the strength…
— Treasury Secretary Scott Bessent (@SecScottBessent) April 24, 2026
Terzo atto: Abu Dhabi via dall’OPEC e dall’OPEC+
Il 28 aprile scatta il terzo atto: l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+. Gli Emirati erano membri fondatori dal 1967, quattro anni prima dell’esistenza stessa della federazione. Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, padre di MBZ e architetto del Paese, portò Abu Dhabi nel cartello come strumento di sovranità araba sul petrolio. Sessant’anni dopo, suo figlio baratta quella membership per una swap line americana. Già si parla di «petrodollaro che muore». Tecnicamente però l’OPEC non impone in alcuno statuto la fatturazione del greggio in dollari. Il petrodollaro è un accordo bilateraleStati Uniti-Arabia Saudita del 1974, non una clausola del cartello. L’Iran è dentro l’OPEC e accetta yuan, rubli, euro da anni. Quindi uscire dall’OPEC non “libera” gli UAE dal dollaro. Ciò che invece libera è la disciplina monetaria saudita, la coordinazione che all’interno dell’OPEC vincolava ogni mossa di diversificazione valutaria a Riad. Fuori dall’OPEC, gli Emirati possono stringere bilaterali in yuan con Pechino, tenere il dollaro con Washington, costruire optionality di fatturazione senza dover allineare con i sauditi. Si tratta dell’erosione della disciplina interna del petrodollaro, non di rottura legale.
Il logo dell’OPEC (Ansa).
A chi conviene l’uscita degli UAE?
A chi conviene tutto questo? A Trump, prima di tutto. Da mesi accusa l’OPEC di «ripping off» l’America con prezzi gonfiati. L’uscita degli UAE è il primo trofeo concreto della sua pressione, e arriva mentre il Brent torna sopra i 112 dollari per la chiusura di fatto di Hormuz e la benzina americana pesa sulle midterm di novembre. APechino, che ottiene un piede nel Golfo senza dover convincere nessuno: gli emiratini glielo offrono spontaneamente, anche se — come vedremo — è un finto regalo. E paradossalmente anche a Riad, che si libera di un alleato sempre più scomodo, sempre più filo-americano e sempre più tossico. A chi non conviene è agli Emirati stessi. Perché restano materialmente devastati. La promessa di «pompare a 5 milioni di barili al giorno» con cui Abu Dhabi giustifica l’uscita è solo propaganda: le fonti indipendenti — EIA, Energy Intelligence, Rystad — stimano la capacità reale dell’Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) tra i 4,3 e i 4,5 milioni di barili, contro una produzione pre-guerra di 3,4. La spare capacity effettivamente attivabile è di 600-800 mila barili giornalieri, non i 1,5-2 milioni necessari per fare crollare i prezzi che Trump promette ai propri elettori. Senza contare che Habshan, Fujairah Oil Industry Zone, Ruwais, Khor Fakkan, Borouge e l’oleodotto ADCOP sono tutti stati colpiti. Le infrastrutture di processamento ed export sono in convalescenza, non a piena capacità.
Il campo petrolifero di HabshanFujairah (Ansa).
La lancia Usa nel Golfo si è spuntata in 40 giorni
Gli Emirati restano con un PIL 2026 stimato dal FMI al 3,1 per cento — rivisto da 5,0 per cento di gennaio — che è ottimismo da brochure. Restano con i capitali in fuga, una swap line da 20-30 miliardi di dollari (la dimensione Argentina) che copre meno di un mese di burn rate sotto stress, e una Banca centrale che nasconde la fuga sotto pacchetti chiamati «di resilienza». La maschera è caduta: dopo essersi venduti al mondo per 20 anni come hub neutro, oggi sono il Paese che chiede liquidità in dollari a Washington minacciando di usare lo yuan, ed esce dall’OPEC nel mezzo di una crisi energetica storica, senza nemmeno consultare Riad. Mentre tutto questo accade, Tahnoon bin Zayed continua a fare shopping a Londra: 1,4 miliardi di sterline tramite IHC per un portafoglio di ristoranti di lusso. È l’immagine perfetta di una élite che non ha capito — o ha capito troppo bene — che il gioco è finito. La punta di lancia americana e israeliana nel Golfo si è spuntata in 40 giorni. E il beduino che voleva fare il padrone di casa del mondo arabo si ritrova a chiedere l’elemosina — prima alle proprie banche, poi al Tesoro americano, ora all’OPEC. Tre porte, tre richieste, tre atti. Il quarto atto sarà il prezzo da pagare. E quello arriverà dai sauditi.
Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).
La commissione bancaria del Senato degli Stati Uniti ha approvato la candidatura di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve, indicata direttamente da Donald Trump. Il voto ha seguito le linee di partito: favorevoli i repubblicani (13), contrari i democratici (11). La nomina di Warsh passa ora all’esame dell’intero Senato, dove il Partito repubblicano gode della maggioranza con 53 seggi su 100. Il voto con ogni probabilità avverrà nei prossimi giorni, consentendo così a Warsh di assumere l’incarico per il 15 maggio, quando scade il mandato di Jerome Powell, finito più volte nel mirino di Trump.
«La Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l’Avvocatura Generale dello Stato, che a sua volta ha delegato uno studio legale elvetico, ha depositato l’atto di costituzione di parte civile della Repubblica Italiana nel procedimento penale relativo all’incendio avvenuto a Crans-Montana». È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.
Perché l’Italia si è costituita parte civile
La decisione «è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti». Per quanto riguarda le responsabilità del rogo e quindi della strage avvenuta nella notte di Capodanno nella località sciistica svizzera, «il documento di costituzione di parte civile evidenzia come il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell’evento sia considerato estremamente verosimile, giustificando la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili». Il Governo italiano, prosegue la nota, «continuerà ad assicurare il massimo impegno nel monitorare ogni fase del procedimento giudiziario in Svizzera, garantendo un’informazione costante e trasparente sulle proprie iniziative e confermando il pieno e ininterrotto supporto alle famiglie delle vittime e ai feriti», affinché «sia fatta piena luce sulle responsabilità e sia resa giustizia per il grave danno subito dalla comunità nazionale».
Dopo il via libera della Camera dei deputati a luglio del 2025 è arrivato anche l’ok definitivo dell’aula del Senato alla legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa dello svolgimento della loro professione. La ricorrenza verrà celebrata il 3 maggio, dunque già la prossima domenica. Negli ultimi 20 anni, in tutto il mondo, sono stati uccisi circa 1.500 giornalisti.
Il 3 maggio è la Giornata mondiale della libertà di stampa
Per la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi è stato scelto il 3 maggio perché in questa data viene già celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa. Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia, ha detto che la data scelta è «un segnale importante di attenzione ad una categoria che ha dato un contributo prezioso alla nostra democrazia e a un settore, quello del giornalismo e dell’editoria, attraversato da una vera e propria rivoluzione».
Il Governo accoglie con grande soddisfazione l’approvazione unanime in Senato della proposta di legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro. Un riconoscimento dovuto e atteso da molti anni. Da oggi in poi, ogni 3 maggio,…
Meloni: «Un dovere onorare la memoria dei giornalisti uccisi»
«Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero», ha dichiarato Giorgia Meloni, ricordando poi «figure come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Giancarlo Siani, Walter Tobagi, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota, Dario D’Angelo, Antonio Russo, Enzo Baldoni, Andrea Rocchelli, Maria Grazia Cutuli, Almerigo Grilz». Uomini e donna, ha sottolineato la presidente del Consiglio, che «hanno messo la propria passione e la propria professionalità al servizio di tutti noi, e che tutti noi abbiamo il dovere di onorare».
AGI - La bambina di 6 anni coinvolta nella tragedia di Catanzaro è sempre ricoverata nel reparto di Terapia Intensiva dell'Istituto Giannina Gaslini. Le sue condizioni cliniche, spiega la direzione sanitaria dell'ospedale, "sono soddisfacenti".
Non ha riportato alcun esito dal punto di vista neurologico, è stata autonomizzata dalla ventilazione meccanica e, nonostante le gravi lesioni subite a livello di aorta, fegato e milza, non sussistono allo stato attuale condizioni pericolose per la vita. La bambina e la famiglia sono state prese in carico dal punto di vista psicologico. La bimba prosegue il monitoraggio in terapia intensiva e si prospetta nei prossimi giorni il trasferimento in un contesto semi-intensivo.
La sinergia tra Catanzaro e il Gaslini di Genova
"Tutto ciò - dichiara Andrea Moscatelli, direttore del Dipartimento di Emergenza e Accettazione e UOC Terapia Intensiva Neonatale e Pediatrica del Gaslini - è stato possibile grazie alla collaborazione consolidata con l'equipe degli Anestesisti Rianimatori dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Renato Dulbecco di Catanzaro, Presidio "Pugliese" guidata dalla dottoressa Stefania Faragò che ha stabilizzato la paziente, consentendone il trasferimento sicuro al Gaslini, anche grazie all'intervento dei radiologi interventisti".
L'intervento d'urgenza all'aorta e il monitoraggio
"La bambina, dal punto di vista cardiovascolare, è stabile grazie anche al tempestivo intervento dell'emodinamica del Policlinico di Catanzaro, dove sono riusciti a riparare per via percutanea una gravissima lacerazione dell'aorta - spiega Roberto Formigari, direttore della UOC Cardiologia del Gaslini - È stato un bell'esempio di collaborazione fra istituzioni e, prima della procedura, abbiamo avuto uno scambio di opinioni con i colleghi dell'Emodinamica Claudio Maglia e Armando Pingitore insieme ad Agostino Siciliano della Radiologia Interventistica, che hanno portato a termine l'intervento. La lesione aortica - prosegue - deve essere comunque tenuta sotto stretta osservazione e faremo i dovuti controlli nel prossimo futuro".
Il trasferimento con l'Aeronautica Militare
Il trasferimento da Catanzaro a Genova era stato gestito in regime di continuità assistenziale: un'equipe del Gaslini composta da un medico e un'infermiera di Terapia Intensiva aveva raggiunto Catanzaro e preso in carico la piccola direttamente sul posto, dopo aver collaborato con i colleghi calabresi alla gestione del caso già nelle ore precedenti alla partenza.
L'intera operazione è stata resa possibile da una stretta sinergia tra le equipe ligure e calabrese e dal fondamentale supporto dell'Aeronautica Militare (31 Stormo), che ha messo a disposizione un volo salvavita allestito come una vera e propria terapia intensiva.
Il valore della rete sanitaria nazionale
A commento del percorso assistenziale, il direttore sanitario dell'Istituto Giannina Gaslini, Raffaele Spiazzi sottolinea come "questa vicenda rappresenti un esempio concreto di quanto la qualità delle cure dipenda dalla capacità delle istituzioni di lavorare insieme, mettendo a disposizione competenze, responsabilità e spirito di servizio. Il percorso realizzato finora - aggiunge - è il risultato di una collaborazione tempestiva e leale tra professionisti e strutture diverse, ciascuna delle quali ha contribuito in modo decisivo alla presa in carico della paziente. Particolarmente significativa è stata anche la collaborazione virtuosa tra l'Universita' di Genova e AOU Renato Dulbecco di Catanzaro, che ha favorito un dialogo clinico e scientifico continuo, rafforzando l'integrazione tra assistenza, formazione e ricerca. In situazioni di questa complessità - conclude Spiazzi - emerge con chiarezza il valore di una rete sanitaria capace di superare i confini geografici e organizzativi, mettendo al centro, con responsabilità condivisa, il bene della bambina e della sua famiglia".
AGI - Nuovi sviluppi nelle indagini in Svizzera sul rogo di Capodanno. La procura del Cantone del Vallese, che indaga sulla strage a Crans-Montana, ha aperto una nuova inchiesta sulla gestione dei soccorsi al Le Constellation. A riferirlo è stato lo studio legale Ventimiglia in una nota.
Nuova inchiesta in Svizzera
"La Procura del Cantone Vallese ci ha comunicato che, a seguito della denuncia e delle istanze da noi presentate nelle settimane scorse, è stato avviato un secondo e specifico procedimento penale volto ad accertare eventuali responsabilità dell'Ocvs (l'Organisation cantonale valaisanne des secours) nella gestione dei soccorsi durante la tragica notte del primo gennaio"
Secondo gli avvocati Fabrizio Ventimiglia e Pierluca Degni, testimonianze e filmati "sollevano rilevanti interrogativi sulla gestione delle prime fasi dell'emergenza, sotto il profilo della carenza di bombole di ossigeno e barelle, oltre che alla scarsa disponibilità di coperte termiche".
"Qualora tali criticità trovassero conferma, il loro rilievo causale rispetto all'aggravamento delle condizioni di salute di Sofia (Donadio, assistita dallo studio Ventimiglia, ndr) e degli altri ragazzi coinvolti sarebbe evidente", hanno spiegato gli avvocati. "Attendiamo quindi con fiducia gli sviluppi di questo ulteriore filone d'indagine", hanno concluso
"Immagini dure e toccanti"
Immagini "dure e toccanti" che "confermano i dubbi sulla ricostruzione di Jessica Moretti": Fabrizio Ventimiglia, Marco Giannone e Davide Zaninetta, legali di una ragazza ferita al 'Le Constellation', sintetizzano lo stato d'animo e gli spunti investigativi dopo la visione, ieri, delle immagini della strage nel locale di Crans-Montana messe a disposizione dagli inquirenti.
"Abbiamo visionato le immagini della strage del primo gennaio al Le Constellation. Si tratta di immagini estremamente dure, toccanti e difficili da commentare ma che segnano un passaggio cruciale nelle indagini e che confermano i dubbi già emersi sulla veridicità della ricostruzione offerta da Jessica Moretti nel corso delle sue audizioni", affermano i legali.
"I video contraddicono Jessica Moretti"
"Dai video emerge una dinamica molto chiara che contrasta con quanto finora dichiarato da Jessica Moretti sia con riferimento al momento dell’innesco dell'incendio sia con riferimento ai momenti immediatamente successivi".
"Si colgono, inoltre, evidenti criticità nella gestione dell’emergenza, con personale che appare non adeguatamente formato che mostra difficoltà concrete anche nell’individuazione degli estintori. Sono pochi, drammatici secondi durante i quali chi avrebbe dovuto avere quantomeno il senso di responsabilità di avvisare e informare tutti gli avventori del locale del pericolo è tra i primi a scappare", concludono.
L'Italia intende costituirsi parte civile
Intanto, "la Presidenza del Consiglio dei ministri, tramite l'Avvocatura Generale dello Stato, che a sua volta ha delegato uno studio legale elvetico, ha depositato l'atto di costituzione di parte civile della Repubblica Italiana nel procedimento penale relativo all'incendio avvenuto a Crans-Montana tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026". Lo afferma una nota di Palazzo Chigi.
"La decisione - si legge - è motivata dal danno diretto arrecato al patrimonio dello Stato italiano a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l'assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti. Sotto il profilo delle responsabilità, il documento di costituzione di parte civile evidenzia come il coinvolgimento delle autorità locali nella genesi dell'evento sia considerato estremamente verosimile, giustificando la ferma richiesta di ristoro contro tutti i soggetti civilmente responsabili".
"Il Governo italiano - prosegue la nota - continuerà ad assicurare il massimo impegno nel monitorare ogni fase del procedimento giudiziario in Svizzera, garantendo un'informazione costante e trasparente sulle proprie iniziative e confermando il pieno e ininterrotto supporto alle famiglie delle vittime e ai feriti, affinchè sia fatta piena luce sulle responsabilità e sia resa giustizia per il grave danno subito dalla comunità nazionale".
Un uomo di 33 anni è stato aggredito per aver strappato alcuni manifesti dedicati a Sergio Ramelli, il giovane del Fronte della gioventù di cui il 29 aprile si commemora la morte per mano di esponenti di Avanguardia operaia. È accaduto nella zona di via Aselli a Milano, dove in serata è prevista la partenza della parata in onore di Ramelli. Secondo una prima ricostruzione, il trentatreenne è stato avvicinato da alcune persone, probabilmente militanti di estrema destra, che lo avrebbero colpito con calci e pugni, per poi allontanarsi in auto. L’uomo è stato trasportato in codice verde in ospedale con ferite lievi.
De Corato: «Se l’è cercata»
«Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». Così il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha commentato la vicenda. «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Sergio Ramelli il giorno che è morto, insomma…». «Se questo è avvenuto e il responsabile è uno di destra ovviamente è da condannare tanto quanto fosse stato uno di sinistra», ha aggiunto l’assessore regionale ed esponente di Fratelli d’Italia Romano La Russa. «Siamo contrari a ogni forma di violenza politica da sempre. Se c’è una responsabilità di qualche elemento di destra, come diceva Almirante pena di morte per i terroristi di sinistra, doppia pena di morte per i terroristi di destra».