Massa: uomo aggredito muore sotto gli occhi del figlio 11enne, 3 fermi per omicidio

AGI - La Procura della Repubblica di Massa ha disposto il fermo di due maggiorenni, con l'accusa, al momento, di concorso in omicidio volontario per la morte di Giacomo Bongiorni, 47 anni. Si tratta di Ionut Alexandru Miron di 23 anni e di Eduard Alin Carutasu di 19 anni, entrambi di nazionalità rumena. Analogo provvedimento è stato preso dal Tribunale per i minorenni di Genova nei confronti di un minore. "Ulteriori elementi utili a ricostruire compiutamente l'accaduto - si legge in una nota della Procura - potranno trarsi dall'esame autoptico che sarà eseguito nei prossimi giorni". Nei prossimi giorni davanti al Gip del Tribunale di Massa avranno luogo gli interrogatori di garanzia.

Aggressione in centro

Bongiorni è morto sotto gli occhi del figlio di 11 anni in piazza Felice Palma, nel centro cittadino. Secondo una prima ricostruzione, la vittima sarebbe stata accerchiata da quattro o cinque persone. Nel corso dell'aggressione l'uomo sarebbe caduto a terra, battendo violentemente la testa. L'impatto avrebbe provocato un arresto cardiaco. Con lui, al momento dei fatti, ci sarebbe stato anche il figlio di 11 anni. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, che hanno effettuato a lungo le manovre di rianimazione senza esito. L'uomo è deceduto sul luogo dell'aggressione. Indagano i carabinieri

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan

Ucraina, Venezuela, Iran. A ogni guerra, a ogni crisi, pensiero e sguardo vanno anche verso l’Asia orientale con la stessa domanda: che cosa può accadere ora a Taiwan? I precedenti segnalano che le semplificazioni non funzionano: la tabella di marcia della Cina sembra essere in larga parte impermeabile alle crisi internazionali. Eppure, qualcosa in questa turbolenta contingenza globale si sta muovendo. Per ora non tanto sul fronte militare quanto su quello politico, visto che venerdì 10 aprile Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese e presidente del Kuomintang (KMT), partito con posizioni ultra dialoganti col Partito Comunista Cinese (PCC). Si tratta di un segnale rilevante inviato da Xi in mezzo alla guerra allargata in Medio Oriente, ma anche in previsione della visita di Donald Trump in Cina, prevista per metà maggio. Non solo. L’incontro arriva poche settimane dopo una rarissima “offerta” avanzata dal governo cinese a Taipei: stabilità energetica in cambio della «riunificazione pacifica». Una proposta impossibile da accettare per il Partito Progressista Democratico (DPP) e il presidente Lai Ching-te, che Pechino ritiene un «secessionista», ma che è stata messa sul tavolo per provare a influenzare un’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nelle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. E qui, sì, c’entra direttamente la guerra di Usa e Israele contro l’Iran.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping a Pechino il 10 aprile 2026 (Ansa).

Taiwan teme una distrazione strategica Usa e un calo del supporto militare

Il conflitto in Medio Oriente ha un effetto immediato sulla capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza in più teatri contemporaneamente. Washington resta il principale garante della difesa di Taiwan, attraverso il Taiwan Relations Act e il supporto militare continuo, ma un coinvolgimento diretto contro l’Iran (che si somma a quello indiretto nella guerra in Ucraina) inevitabilmente assorbe risorse, attenzione politica e capacità militari. Questo comporta due conseguenze. La prima è psicologica, con la diffusione della percezione di «distrazione strategica». La seconda è più concreta, con gli arsenali militari messi già a dura prova dal conflitto contro l’Iran, come conferma la decisione di Washington di spostare alcuni dispositivi dal territorio dei suoi alleati in Asia orientale. È il caso di diversi sistemi missilistici Patriot e anti missilistici Thaad, ritirati dalla Corea del Sud per essere impiegati in Medio Oriente. A Taiwan si temono nuovi ritardi nelle già non tempestive consegne di armi acquistate dal governo. Taipei è ancora in attesa di oltre una ventina di pacchetti acquistati negli anni scorsi e non ancora giunti a destinazione. La nuova guerra potrebbe peggiorare la situazione, nonostante da Washington arrivino rassicurazioni.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

All’uso della forza Pechino preferisce la pressione politica ed economica

C’è chi crede che questi due elementi possano creare una finestra di opportunità per un’azione militare di Pechino su Taiwan. Si tratta però di una lettura parziale e che non coglie del tutto la complessità del tema. La Cina ha dimostrato più volte di non ragionare in termini opportunistici immediati, ma piuttosto in una logica di lungo periodo. A maggior ragione, questo accade su Taiwan, che il PCC considera una questione interna. Questo implica che l’uso della forza non rappresenta la prima opzione della leadership cinese. La guerra in Iran non spinge automaticamente la Cina ad agire militarmente, ma potrebbe rafforzare la sua strategia preferita: quella della pressione politica, economica e psicologica. Ed è proprio qui che si inserisce l’intensificarsi dei contatti tra il PCC e il KMT, culminati nell’incontro tra Xi e Cheng. Pechino sta cercando di ottenere risultati su Taiwan senza ricorrere alla guerra, sfruttando il dialogo con la parte politica che si oppone all’indipendenza di Taipei e facendo leva sulle divisioni interne di una politica taiwanese che vive una fase di ultra polarizzazione.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Xi Jinping (Imagoeconomica).

La guerra in Iran rafforza la narrazione globale cinese

Dal punto di vista taiwanese, la guerra in Iran genera una doppia pressione. Da un lato, aumenta il senso di vulnerabilità, rafforzando le argomentazioni di chi sostiene la necessità di un forte riarmo e di un legame più stretto con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, alimenta il timore di essere trascinati in una crisi globale o, peggio, di essere “sacrificati” in un eventuale negoziato tra grandi potenze. D’altronde, la guerra in Medio Oriente sta contribuendo a rafforzare la narrazione globale della Cina, che sta cercando di posizionarsi come attore responsabile e stabilizzatore, contrapponendosi a un’immagine degli Stati Uniti come potenza interventista e destabilizzante.

L’iper-attivismo della diplomazia cinese

La diplomazia cinese è stata raramente attiva come in questa fase. Restando alle ultime settimane, Pechino ha avanzato insieme al Pakistan un piano di pace in cinque punti sulla guerra in Medio Oriente, svolgendo anche una mediazione dietro le quinte con l’Iran per raggiungere la tregua con Washington. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto quasi 30 colloqui con tutti i Paesi della regione, Iran e Israele compresi. Non solo. A Urumqi, nello Xinjiang, sono stati ospitati colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di mettere fine a un’altra crisi regionale che si è aperta negli scorsi mesi. E ancora: nei prossimi giorni saranno a Pechino sia il premier spagnolo Pedro Sanchez (parallelamente a una parziale distensione nei rapporti con l’Unione Europea) che il presidente vietnamita To Lam, figura chiave degli equilibri del Sud-Est asiatico. E ancora: contestualmente all’incontro tra Xi e Cheng, Wang si è recato in Corea del Nord per la prima volta dopo sette anni. Una visita che potrebbe aprire a un vertice tra Xi e Kim Jong-un. Nulla è casuale. Xi userà con ogni probabilità la riapertura del canale con Pyongyang e, soprattutto, quella con l’opposizione di Taiwan per assumere una posizione di forza quando incontrerà Trump.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Il messaggio di Xi a Trump: Taiwan è una «questione interna»

In che senso? Qualche settimana fa, il presidente americano ha dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi a Taiwan. Un’uscita senza precedenti che sembra disattendere le garanzie delle Sei Assicurazioni (1982) di Ronald Reagan a Taipei, che includono anche la promessa di non discutere con Pechino del supporto di difesa all’isola. Ospitare Cheng e parlare di «sviluppo pacifico» delle relazioni andando verso un «futuro radioso di unione» tra le due sponde dello Stretto significa dire a Washington che Pechino ha appoggi politici a Taipei e che Taiwan è una «questione interna» della Cina, su cui al massimo la Casa Bianca dovrebbe esprimere supporto per una soluzione pacifica, interrompendo dunque la vendita di armi e i colloqui con il governo del DPP.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Donald Trump e Xi Jinping al vertice di Gyeongju in Corea del Sud (Ansa).

Le ripercussioni economiche della chiusura di Hormuz

Attenzione anche alla dimensione economica. Con la guerra e le chiusure dello Stretto di Hormuz, stanno aumentando i prezzi dell’energia e nel caso il conflitto si prolungasse ci sarebbero effetti ancora più rilevanti sulle catene di approvvigionamento. Taiwan, nodo cruciale nella produzione globale di chip, diventerebbe ancora più centrale, e allo stesso tempo più esposta. Tutto questo può rafforzare la voce di chi, come il KMT, sostiene che serva un riavvicinamento a Pechino. Ma, allo stesso tempo, può rafforzare quella di chi vede queste manovre come un rischio e una erosione di sovranità. L’incertezza, interna ed esterna, è tanta nel triangolo asimmetrico Taipei-Pechino-Washington. E la guerra in Iran sembra destinata a rafforzarla ulteriormente.  

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente

Un pianeta ancora più piccolo è il nuovo libro di Simone Filippetti, pubblicato dal Sole 24 Ore nella collana Storie (in libreria e in edicola abbinato al quotidiano da venerdì 10 aprile), ed è il seguito di Un pianeta piccolo piccolo. A distanza di cinque anni dal precedente volume, che già intravedeva la fine della globalizzazione, in una lunga carrellata di storia della finanza dalle origini della moneta fino alla pandemia, l’autore torna a interrogarsi sulle grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni, aggiornandolo agli ultimi cinque anni: l’accelerazione della Storia li ha fatti diventare come 50 di altre epoche. Il filo rosso dei vari capitoli è un Occidente che pare sempre più avviato verso un declino irreversibile, tra spinte nichiliste interne ed enormi pressioni esterne, schiacciato com’è tra i tre grandi blocchi mondiali. Con uno stile narrativo che intreccia analisi economica, memoria personale e riferimenti storici, Filippetti attraversa temi centrali del nostro tempo: dalla Brexit come primo segnale di deglobalizzazione alla crisi dell’Unione europea, dal turismo di massa alla nascita della società low cost e alle fragilità di una società sempre più divisa e iper-regolata, dalla potenza (o minaccia) crescente della Cina fino alla nuova dottrina degli Stati Uniti. Il risultato è un affresco critico dell’epoca contemporanea, che mette in discussione molti dogmi del pensiero dominante. Ne emerge una riflessione lucida e controcorrente sul rapporto tra mercato, Stato, libertà individuale e sovranità.

Un pianeta ancora più piccolo: l’era della deglobalizzazione e il declino dell’Occidente
La copertina di Un pianeta ancora più piccolo di Simone Filippetti.

Il Dilemma di Tucidide: estratto da Un pianeta ancora più piccolo

Ero arrivato a Roma, nell’autunno del 2021, e avevo suonato al citofono di un portone malmesso, in via delle Fontanelle, a due passi da via Nazionale: da fuori, il palazzo è in cattivo stato e la brutta pulsantiera degli anni Sessanta stride con la vetustà dell’edificio. Ma appena raggiungo l’ultimo piano, vengo catapultato nella Grande Bellezza. L’attico del mio amico ed ex collega Alessandro Vitiello, giornalista prestato al mondo dell’arte, è di uno splendore mozzafiato: architettura moderna ospitata dentro una torre saracena medievale.

Ma è la vista che lascia stupefatti: affaccia direttamente sul Foro Romano, si puo quasi toccare la Colonna Traiana mentre la cupola della Chiesa del Santissimo Nome di Maria si staglia davanti. Sulla terrazza erano state disposte delle file di sedie e un tavolino: ero lì per presentare il mio libro Un Pianeta Piccolo Piccolo. Mentre aspettavo che arrivassero gli ospiti, guardavo il panorama incantevole e mi venne da pensare a una scena simile, ma accaduta secoli prima. Era una sera di meta ottobre dell’Anno del Signore 1737: un giovane studioso inglese si aggira per il Foro Romano. A Putney, il sobborgo a sud-ovest di Londra dov’è nato, faceva già freddo e probabilmente pioveva; passeggiare al crepuscolo non avrebbe avuto il medesimo fascino. A Roma è diverso: ci sono le ottobrate, giornate di sole e clima mite, e poi c’è il Foro dove, a fine del ‘700 prima dei granfi scavi, i resti dei capitelli e delle colonne affiorano dal terreno: l’antica Roma giaceva sotto metri di detriti. In mezzo a quel paesaggio, incontrando dei frati totalmente disinteressati alle imponenti rovine di un glorioso passato, il ragazzo ha un’intuizione: com’è stato possibile che la Citta Eterna si fosse ridotta a ruderi dimenticati, mentre un’altra civiltà vi camminava sopra senza curarsene?

Il giovane si chiama Edward Gibbon, viene da una famiglia benestante (tanto da potergli consentire di viaggiare in Italia a fare il Gran Tour) e ha studiato (ma con poca fortuna) a Oxford. Quell’intuizione gli cambia la vita: dedicherà la sua carriera a scrivere Declino e caduta dell’Impero romano un’opera monumentale. Ancora fino al Settecento, Roma deteneva il primato di più grande impero nella storia dell’umanità e, per uno studioso inglese, era il punto di riferimento: pochi decenni dopo, grazie alla Rivoluzione Industriale, la medesima Gran Bretagna avrebbe scalzato l’Urbe Eterna. Ma il saggio di Gibbon è più di una poderosa opera storiografica: è un manuale geopolitico sul perché le civiltà dominanti a un certo punto entrano in crisi e crollano. E sembra scritto apposta per l’epoca moderna: anche la civiltà occidentale è in declino e si avvia alla sua fine, se non farà nulla per scongiurarlo.

Il mondo che credevamo senza confini si sta rivelando sempre più fragile, diseguale e contraddittorio. La globalizzazione ci ha fatto credere che sarebbe arrivata una nuova Età dell’Oro: per un po’ è successo ma poi gli effetti collaterali hanno superato i benefici, impoverendo quella classe media che in ogni epoca e in ogni società è la spina dorsale di una nazione. A pagare il conto di un modello in-sostenibile sono stati soprattutto i cittadini dell’Ue, fallito esperimento di globalizzazione. Il Vecchio Continente è oggi “il malato grave” del mondo, gli Stati Uniti vedono la fine del loro dominio e il presidente Donald Trump si agita per non perdere il primato o quantomeno provare a rallentare l’inarrestabile ascesa della Cina: il Dilemma di Tucidide incombe, minaccioso. Il presidente americano è forse il Romolo Augustolo del Ventunesimo Secolo: Iran e Venezuela più che imperialismo sbruffone sono mosse di difesa.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?

Come si dirà “chiagni e fotti” in arabo? L’interrogativo sorge raccogliendo il disappunto e le voci maliziose che serpeggiano fra i protagonisti della Roshn League, il massimo campionato saudita. Un torneo che sta provando la scalata per portarsi verso il rango delle leghe d’élite del calcio mondiale, ma intanto si è già allineato in materia di polemiche becere e sospetti di favoritismi. L’ultimo fra questi riguarda i presunti trattamenti di riguardo verso l’Al-Nassr, cioè la squadra in cui gioca Cristiano Ronaldo.

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Cristiano non ha ancora vinto un titolo nazionale in Arabia

Secondo alcune voci, CR7 e compagni riceverebbero regali, sia diretti sia indiretti, per far vincere il campionato alla star portoghese. Finalmente, potrebbe aggiungere qualcuno. Perché da quando si è trasferito nel club di Riad, a partire dal 2023, Cristiano non ha ancora vinto nemmeno lo straccio di un titolo nazionale, nonostante un contributo personale di 124 gol in 139 partite ufficiali (l’ultimo segnato sabato 11 aprile nel 2-0 all’Al-Okhdood, 14esima vittoria di fila per il club). Zero titoli di lega, Coppa del Re o Supercoppa, con tre finali perse. Quantomeno si può consolare con la conquista dell’Arab Club Champions Cup 2023 (vinta 2-1 contro l’Al-Hilal). Ma alla collezione del primo calciatore della storia a segnare almeno 100 reti con quattro club diversi (Real Madrid, Juventus, Manchester United e appunto Al-Nassr) manca ancora il primo posto nella lega araba. E il 2026 potrebbe essere l’anno buono, visto che la squadra di CR7 è in testa con 5 punti di vantaggio su quella di Inzaghi, a 6 giornate dalla fine. Grazie anche a qualche spintarella?

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Cristiano Ronaldo accanto alla squadra degli arbitri (foto Ansa).

Il vecchio scontro con persino uno “sciopero” di due partite

Va da sé che, allo stato dei fatti, si tratta di illazioni e come tali vanno trattate. Piuttosto, va messo in evidenza un altro aspetto: soltanto due mesi fa Ronaldo era andato allo scontro, inscenando persino uno “sciopero” di due partite, in dissenso con quello che riteneva essere un atteggiamento di favore tenuto dalla lega – e da chi la governa e finanzia, cioè il fondo sovrano Pif, a sua volta presieduto dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman – verso l’Al-Hilal di Simone Inzaghi.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Nel fotomontaggio Simone Inzaghi e Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel passaggio la Roshn League aveva risposto con un comunicato molto duro, per richiamare l’attaccante all’ordine e ricordargli che nessuno è al di sopra dell’interesse generale rappresentato dalla lega stessa. E tuttavia, guarda un po’, da lì in poi le cose hanno preso a girare in direzione opposta. Cioè favorevole all’Al-Nassr.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Simone Inzaghi, allenatore dell’Al-Hilal (foto Ansa).

L’altro comunicato: la protesta dell’Al-Ahli

Rispetto a quello emesso dalla lega a febbraio, per stigmatizzare l’atto di ribellione di Cristiano, c’è un altro comunicato che spiega come sono cambiate le cose nel frattempo. Lo ha pubblicato l’Al-Ahli, club che ambirebbe a concorrere per la vittoria del campionato, ma che si è ritrovato ad affrontare ostacoli inattesi. L’ultimo della serie riguarda le decisioni arbitrali avverse nella gara contro l’Al-Fayha, pareggiata 1-1 con due rigori negati. Queste due decisioni sfavorevoli si uniscono a numerosi episodi che avvengono in altri campi. Apparentemente slegati, ma tutti convergenti nello spianare all’Al-Nassr la strada verso il titolo.

È questo il motivo per cui, via social, si moltiplicano i post sul tema. In qualche caso sono calciatori come Riyad Mahrez, l’ex Manchester City che gioca proprio nell’Al-Ahli e si è visto negare uno dei due rigori nella partita contro l’Al-Fayha; o come Danilo Pereira, il portoghese che gioca nell’Al-Ittihad, secondo cui tutto quanto sarebbe già scritto.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Cristiano Ronaldo (foto Ansa).

L’attaccante inglese Toney rischia una lunga squalifica

Si tratta di esternazioni non esplicite, a differenza di quelle rilasciate da Ivan Toney, attaccante inglese dell’Al-Ahli: che ha parlato apertamente di un disegno per far vincere la squadra di CR7. A causa di queste non paludate prese di posizione l’inglese rischia una squalifica, che può arrivare fino a un anno.

In Arabia Saudita c’è davvero un disegno per far vincere Cristiano Ronaldo?
Ivan Toney, attaccante inglese (foto Ansa).

La lega saudita perde un altro pezzo di credibilità

Sarà stato imprudente, o troppo diretto: ma di sicuro Toney ha dato voce a una lettura della situazione che è molto più di un sospetto. Fra rigori generosamente concessi all’Al-Nassr e episodi che regolarmente penalizzano le concorrenti al titolo, il cammino verso la vittoria del campionato è sempre più facilitato per la squadra di Ronaldo. Che, dal canto suo, a febbraio si lamentava perché Pif consentiva all’Al-Hilal di Inzaghi delle possibilità di rafforzarsi in sede di calciomercato che invece venivano negate alle concorrenti. Sarà una coincidenza, ma da allora il vento è completamente cambiato. Effetto delle lamentazioni di CR7? Di sicuro c’è che la tempistica coincide. E toglie un altro pezzo di credibilità a una lega nata artificiale e incapace di evolvere da quello status.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro

Adessitudine e presentismo sono i due termini che definiscono la nostra attuale dimensione temporale e sociale. Viviamo infatti in un qui e ora che pare eterno. Sospeso tra un futuro che non si vede e un passato in odore di nostalgia. Buono per il vintage, ma non per orientare processi decisionali e anche scelte di vita. Da qui la domanda che si pone il primo fascicolo 2026 della rivista il Mulino dal titolo Quali storie: «Ci serve ancora conoscere la storia?».

Siamo iper-tecnologici ma viviamo in uno spiacevole déjà-vu

La risposta è sì, ovviamente. Consapevoli però che «la storia insegna che non si impara mai dalla storia» (Hegel), come stiamo peraltro vedendo nella ripetizione in questi anni di crisi e tragedie internazionali che hanno lo spiacevolissimo sapore del déjà-vu. Si parli di guerre, di risorgente razzismo, di persecuzioni etniche, di risposte alla pandemia, il copione sembra essere d’annata. Per quanto inscritto in un contesto, soprattutto tecnologico, nuovo mostra numerose costanti. L’Europa attuale sembra più simile a quella di 100 anni fa (con gli umori grevi generati da una lunga guerra, impaurita dall’epidemia di spagnola e alle prese con una grave crisi economica) che non a quella di fine secolo caratterizzata dall’ottimistica ascesa di Internet e della globalizzazione.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Un veicolo colpito da un raid israeliano a Gaza (Ansa).

Quella promessa non mantenuta

Saremo tutti e in tutto il mondo più ricchi, più benestanti, più colti e solidali si ripeteva un po’ ovunque. Nel contempo si decretavano la fine delle ideologie e anche della storia, con la caduta del muro di Berlino e dell’Urss. Come è finito quel sogno, lo stiamo appunto verificando ora, con un sovrappiù di rammarico visto che il prevedibile non è stato previsto. Come diceva l’economista francese Frédéric Bastiat «dove non passano i commerci prima o poi passano gli eserciti». Se si soffia sulla paura le persone diventano aggressive, la mancanza di sicurezza aumenta sia la sfiducia sia la richiesta dell’uomo forte. L’ascesa dei sistemi autoritari fra le due Guerre ci indica che non è per niente sorprendente, per quanto raccapricciante, l’attuale rinascita e crescente consenso per il nazismo e il fascismo «che fece anche cose buone».

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
L’adunata neo fascista di Acca Larentia a gennaio 2026 (Ansa).

Il revival dei favolosi Ottanta

Quali storie possono essere utili e rispondere ai nostri bisogni conoscitivi e usi pubblici? Il quesito a cui prova a rispondere il fascicolo de Il Mulino ci porta su un altro versante storico indagato dal sociologo Vanni Codeluppi in I favolosi Ottanta. Memoria dal decennio che ha cambiato il mondo (Derive e Approdi). Una storia, fra il saggio e il memoir, che rilegge la complessità di un periodo cruciale per la storia dell’Occidente sviluppato e i cui effetti sono su molti piani ancora agenti. A partire, per esempio, dalla passione per gli oggetti, le atmosfere e i personaggi di quel decennio che hanno giovani e giovanissimi di oggi. Pur essendo distanti anni luce, soprattutto tecnologicamente e politicamente, sono affascinati dalle mode, dalla cultura, dalla musica di quel periodo. «Forse perché non c’erano», ha scritto qualche anno fa lo stilista e giornalista di moda Christopher Niquet. Certo è che se pensiamo al ritorno di certe mise e al perdurante successo di gruppi e cantanti Anni 80, dobbiamo convenire, come ha scritto il sociologo norvegese Th. Eriksen in Tempo tiranno, che stiamo procedendo a tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
La copertina de i favolosi Ottanta di Vanni Codeluppi (Derive e Approdi).

Il boom del made in Italy e l’alba della società dell’immagine

Ma negli 80 c’è stato ed è accaduto tanto altro. Il diario di viaggio di Codeluppi parte dai grandi concerti negli stadi di Patti Smith e Lou Reed e si allunga a quelli dei cantautori italiani come Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Passa da Luigi Ghirri, grande innovatore della fotografia italiana, e dal famoso comizio di Enrico Berlinguer, preso nuovamente in braccio da Roberto Benigni alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia del settembre 1983 (il comico lo aveva già fatto il giugno di quell’anno a Roma), per approdare alla Milano da bere. Che vede la trasformazione dei sarti in stilisti e dei cuochi in chef. Gli architetti non sono ancora archistar, ma il made in Italy è in piena ascesa internazionale. La “dolce vita” è un richiamo irresistibile e un anestetico dopo gli anni di piombo e dello stragismo nero culminato con la bomba alla stazione di Bologna. Ma il decennio vede anche l’ascesa della tv commerciale del Cavaliere, il boom dei fast food e la comparsa dei paninari, il pieno dispiegarsi della società dell’immagine: quella del look e del colpo d’occhio, delle modelle che nessuno chiama più indossatrici. Timberland e Nutella, ma anche Olivetti e Commodore 64 in ambito tecnologico sono i marchi iconici.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Roberto Benigni prende in braccio Enrico Berlinguer (Ansa).

Il decennio che tra luci e colori cambiò il mondo (e non in meglio)

Il memoir di Codeluppi si limita però alle arti e alla cultura popolare, ai media e al consumo musicale. La politica e l’economia non entrano se non di riflesso nell’inventario. Ma su questi temi si devono aggiungere alcune importanti considerazioni riferite a ciò che sta ancora determinando fortemente il presente. Cioè l’avvio delle politiche liberiste che hanno in Ronald Reagan e Margaret Thatcher due assoluti protagonisti. Due rispettive frasi sintetizzano bene la loro visione e azione politica: «Lo stato non è la soluzione, ma il problema» e «La società non esiste: ci sono individui, uomini e donne, e le famiglie».

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Ronald Reagan nel 1985 (Ansa).

Al di là dell’allegra connotazione data al decennio (non a caso si parla di edonismo reaganiano) e nonostante l’apparizione degli yuppies, iniziò lì lo smantellamento dello Stato sociale e la celebrazione del successo, dell’immagine personale, dei soldi. Se oggi le disuguaglianze economiche sono aumentate a dismisura e l’esaltazione dell’individualità a tutto danno del legame sociale è stata normalizzata si deve guardare anche ai favolosi Ottanta. Condividendo con Codeluppi il giudizio che, nonostante le profonde contraddizioni, quel decennio ha effettivamente cambiato il mondo.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più

Francesca Fagnani, la donna che ha trasformato lo sgabello in un patibolo e il dottorato in filologia dantesca in un’arma di distrazione di massa, sta scoprendo che a furia di affilare le unghie si è limata pure i denti. Su Rai2 il debutto della nuova stagione di Belve ha racimolato un poco rassicurante 8,8 per cento di share. Un po’ poco per chi sognava di dominare il martedì sera, specialmente se paragonato al 12,9 per cento della prima puntata della stagione 2025. A schiacciarla per di più è stato l’usato sicuro: le repliche di Montalbano su Rai1 che hanno doppiato l’ex ferocia della conduttrice, e Giovanni Floris su La7 che le ha soffiato il posto nel salotto buono dei talk.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Francesca Fagnani nello studio di Belve (Ansa).

Il graffio via via è diventato solletico concordato

La realtà è che Fagnani si è fatta gattino, o forse, più semplicemente, ha finito le prede e ha iniziato a mangiarsi la coda. Eppure, la sua parabola parlava un’altra lingua, quella di chi nasce dalle macerie di New York, di quell’11 settembre vissuto dal vivo, e passa per le trincee di Minoli e Santoro. Un pedigree d’acciaio, forgiato tra criminalità organizzata e carceri minorili, che oggi sembra però essersi liquefatto nel grande calderone del gossip istituzionalizzato. Il format nato nel 2018 sul Nove come un esperimento di 30 minuti di crudeltà necessaria si è dilatato fino a diventare una passerella infinita, dove il “graffio” è diventato un solletico concordato, per ospiti con il film in uscita o lo scandalo da lavare in candeggina. L’errore fatale è stato l’illusione che la “cattiveria” potesse diventare un genere di consumo seriale, che costa alla Rai circa 320 mila euro a puntata, una cifra che per produrre imbarazzo sembra decisamente fuori mercato.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Amanda Lear con Francesca Fagnani (Ansa).

“Gente comune” ed ex gieffine: se l’obiettivo è solo l’effetto social

Quando poi mancano i nomi di peso, quelli capaci di reggere lo scontro, si raschia il fondo del barile. Lo spin-off Belve crime, l’apertura dei casting alla “gente comune” e l’invito a figurine come Zeudi Di Palma sembrano una mossa disperata. Vedere una ex Miss Italia sconosciuta, reduce da un Grande Fratello che ha fatto inorridire perfino i vertici Mediaset, seduta su quello che dovrebbe essere lo sgabello della verità, restituisce un senso di imbarazzo integrale. È l’immagine di chi si ritrova senza vestiti in mezzo al mercato, tra le urla dei banchi della frutta. Il risultato è un frontale che non è più un affondo tematico, ma uno sketch teatrale dove pause e silenzi sono studiati per l’effetto social, per alimentare quel TikTok dove il brand ancora sopravvive.

La Belva si è addomesticata e il pubblico ha cambiato canale

Ma se Belve deve diventare un ufficio stampa per influencer in cerca di riscatto o una fiera dei nuovi mostri disposti a vendersi la dignità per un po’ di visibilità, allora il patto con lo spettatore vacilla. La serata delle cover di Sanremo 2026, dove la Nostra è salita sul palco con Fulminacci per cantare Parole parole di Mina, sembrava già un presagio: troppe parole, poco sangue. La bionda intervistatrice, che incassa 50 mila euro a puntata, si è addomesticata (per quieto vivere aziendale?) e il pubblico, semplicemente, ha cambiato canale.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Fulminacci con Francesca Fagnani a Sanremo (Ansa).

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

Ma come hanno fatto Claudia Conte e Maria Rosaria Boccia a scattare tutte quelle foto a eventi organizzati nei palazzi del potere? Perché i palazzi del potere ormai si sono aperti a un pubblico assai eterogeneo, spesso con la complicità dei deputati e senatori, fino a diventare «centri congressi a basso costo». È infatti questa la battuta che circola sempre più spesso tra i vecchi habitué dei corridoi parlamentari.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
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Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»

L’apertura popolar-populista ai cittadini

All’inizio, negli Anni 90, fu una suggestione popolare, e secondo alcuni un po’ populista, quella di aprire le seriose stanze ai cittadini; vennero organizzati mostre ed eventi di prestigio nelle più storiche sale di Montecitorio, dalla sala della Regina alla sala della Lupa. Anche il Senato, più piccolo, cominciò ad adeguarsi. Piano piano però la voglia di aprirsi al mondo ha un po’ preso la mano ai parlamentari e alcuni di loro hanno approfittato del meccanismo fino a stravolgerlo. I numeri parlano chiaro. Palazzo Montecitorio ha ospitato 524 eventi e soprattutto 787 conferenze stampa, quasi due per ogni deputato, solo nel 2025. Ritmi meno forsennati a Palazzo Madama, dove i parlamentari sono 205, ma se si allarga la ricerca alle sale che ospitano eventi sotto l’egida del Senato, anche qui il numero sale.

Come i Palazzi del potere si sono trasformati in «centri congressi low cost»
Il transatlantico della Camera (Ansa).

La lievitazione degli appuntamenti e delle conferenze stampa

Gli ingredienti per questa lievitazione degli appuntamenti sono fondamentalmente tre: ogni parlamentare può indire una conferenza stampa su un tema o un evento che ritenga interessante per la stampa; la Presidenza della Camera non ha potere di veto, l’amministrazione può solo compiere le necessarie verifiche di sicurezza sugli ospiti; i costi sono quasi nulli, visto che sala, commessi e riprese tv online sono forniti da Montecitorio. C’è un piccolo contributo spese solo per gli eventi organizzati nei palazzi esterni. Dopo l’appuntamento istituzionale scatta la vera festa per i presenzialisti: terminata la conferenza stampa conferenzieri, giornalisti e invitati (e qui la scelta è quantomai discrezionale) non si negano quasi mai un selfie con il logo della Camera. E il portfolio per il profilo social è assicurato.

Dalla presentazione di libri alle sagre di paese, ce n’è per tutti i gusti

I temi? Vanno dai più seri, come la presentazione di proposte di legge contro la violenza di genere fino ai più territoriali come le sagre del proprio collegio, dalla presentazione di libri all’annuncio di eventi non sempre di rilievo storico o nazionale, dalla promozione di prodotti locali a quella di associazioni più o meno benefiche. Insomma, ce n’è un po’ per tutti i gusti. Porre un freno è difficile ovviamente, come negare il diritto di parola a un parlamentare? Ma è ovvio che il rischio di ritrovare il logo della Camera o del Senato su social media non propriamente istituzionali è alto.

LEGGI ANCHE: Chi è la nuova mina vagante nei Palazzi del potere dopo Claudia Conte?

Mondo del calcio scosso da un nuovo caso di violenza sessuale di gruppo

AGI - Un caso di violenza sessuale di gruppo scuote il mondo del calcio: il 30 maggio dell'anno scorso, durante i festeggiamenti per la storica promozione in serie C del Bra, tre calciatori del club piemontese avrebbero abusato di una studentessa universitaria ventenne torinese che dopo la violenza ha tentato il suicidio. I tre risultano essere accusati di violenza sessuale di gruppo, e uno anche di 'revenge porn', come ha confermato La Stampa ripercorrendo le tappe dell'inchiesta della procura di Asti scattata dopo la denuncia della giovane.  

Al momento la ventenne risulta essere in cura, dopo aver interrotto per qualche mese gli studi. Gli indagati sono Fausto Perseu, di 23 anni, romano, oggi al Giulianova, Alessio Rosa, di 22 anni, di Tivoli (Roma), in forza al Ligorna (accusato anche di diffusione illecita di immagini sessuali) e Christ Jesus Mawete, ventenne di Mondovì (Cuneo) ora al Livorno.

La dinamica degli abusi e la condivisione dei video

Tutto sarebbe iniziato durante la festa, quando la ragazza ha conosciuto uno dei calciatori e lo ha seguito nell'appartamento in cui l'uomo viveva con altri compagni. Alla proposta di un rapporto sessuale di gruppo, lei avrebbe rifiutato, trovandosi però a "subire plurimi atti sessuali di gruppo", come è scritto negli atti dell'inchiesta della procura di Asti coordinata dal pm Davide Greco. I video e le foto della serata sarebbero stati condivisi sulla chat di squadra. La studentessa si è subito affidata al centro antiviolenza dell'ospedale Sant'Anna di Torino e ha presentato denuncia.

L'associazione calcio Bra prende le distanze

L'associazione calcio Bra in una nota ha fatto sapere di aver appreso "con assoluto stupore" dell'inchiesta e ha preso le distanze "da ogni condotta e da episodi riferiti alla sfera privata delle persone coinvolte che, se accertati, meritano la più ferma condanna".

Precedenti e decisioni delle società sportive

Il Livorno calcio, club in cui ora milita Mawete, si è riservato di adottare "i provvedimenti più opportuni". Possibile che il giocatore sia messo fuori rosa considerando anche il precedente di Mattia Lucarelli e Federico Apolloni, due ex tesserati amaranto condannati nel 2024 per violenza sessuale nei confronti di una studentessa di 22 anni (il 23 aprile è attesa la sentenza d'appello). Il Giulianova Calcio 1924, attuale club di Fausto Perseu, ha "avviato un confronto interno con il calciatore" per valutarne "lo stato psicologico e personale e assumere le decisioni ritenute più opportune".

Omicidio Cerciello: definitiva la condanna di Natale Hjorth

AGI - I giudici della Corte di Cassazione hanno condannato a 10 anni, 11 mesi e 25 giorni Gabriel Christian Natale Hjorth, il cittadino americano coinvolto nell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso con 11 coltellate la notte tra il 25 e il 26 luglio del 2019 nel quartiere romano di Prati. I supremi giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso della difesa per quanto riguarda la pena, mentre hanno annullato con rinvio a nuovo giudizio sul punto dell'aggravante per i soli profili civili.

La procura generale aveva chiesto di condannare a 10 anni e 11 mesi Gabriel Natale Hjorth nell'ambito del processo d'appello ter, disposto dalla Cassazione 'limitatamente al ricalcolo della pena'. Si è trattato di una richiesta di riduzione di cinque mesi rispetto agli 11 anni e 4 mesi inflitti nel precedente Appello bis.

Hjorth sarà portato in carcere per scontare la pena

I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, su delega della procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma, hanno eseguito l'ordine di esecuzione per la carcerazione a carico di Natale Hjorth, a seguito della decisione odierna della Corte di Cassazione e lo condurranno in carcere. Hjorth si trovava agli arresti domiciliari a Fregene.  

La condanna definitiva per Finnegan Lee Elder

È invece definitiva dal 25 novembre 2024 la condanna a 15 anni e 2 mesi per Finnegan Lee Elder colpevole - insieme a Gabriel Natale Hjorth - dell'omicidio del carabiniere. I giudici della Corte d'Appello di Roma avevano ridotto la pena di Elder condannato all'ergastolo in primo grado, a 22 anni in appello e, dopo un passaggio in Cassazione, infine, a 15 anni e 2 mesi nel corso dell'appello bis. Per l'altro imputato, Gabriel Natale Hjorth, il pg, così come i difensori, avevano fatto istanza in Cassazione.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere

La legislatura è politicamente finita ed è iniziata la campagna elettorale. Giorgia Meloni è unchained, bastava ascoltare giovedì in Parlamento il suo intervento sullo stato dell’Unione, pardon, dell’Italia. Lei non ha sbagliato niente, le opposizioni non collaborano con l’esecutivo e le sue grandi idee, la bocciatura della riforma Nordio è stata una grande occasione persa per il Paese, nessun altro si dimetterà, non ci saranno rimpasti, Donald Trump è un camerata che sbaglia, e via così. Meloni è tutta schierata in difesa, è tornata in modalità opposizione. Solo che è ancora al governo e si vota fra un anno. Sarà lunga. Sarà dura per lei resistere altri 12 mesi così, ma anche per tutto quello che le sta attorno. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’informativa alla Camera (Ansa).

A Meloni manca la “leggerezza” tipica di Berlusconi

In quasi un’ora di discorso non ha preso atto della situazione post-referendaria, semmai ha rilanciato. Lo faceva anche Silvio Berlusconi, che però non si è mai così imbruttito, nemmeno quando gridava: «Siete ancora oggi, e come sempre, dei poveri comunisti» ai contestatori in piazza o quando spolverava la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio prima di lui, ospite di Michele Santoro. Erano momenti di situazionismo, c’era l’allegria del potere divertito e divertente. Meloni invece non ha leggerezza, serve anche quella a un leader di governo che deve, inevitabilmente, anche saper perdere.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Marco Travaglio e Silvio Berlusconi ad Anno zero nel 2013 (Imagoeconomica).

Le purghe (tardive) dopo la sconfitta del Sì

E invece no. È dal referendum che la presidente del Consiglio si accanisce contro il suo esecutivo. Prima con le defenestrazioni tardivamente manettare di chi avrebbe potuto o dovuto essere cacciato da tempo – Andrea Delmastro per l’incompetenza sulle carceri, Giusi Bartolozzi per il caso Almasri, Daniela Santanchè per traffico di borsette (si scherza, signor maresciallo, ma soprattutto si scherza, signora Santanchè). Poi l’ultimo atto è arrivato giovedì in tarda serata, con un comunicato stampa firmato dal Mef, che ha depositato le liste per il rinnovo degli organi sociali di Enel, Enav, Eni e Leonardo. E a leggere l’elenco colpisce, anche se non stupisce, visto che era attesa, la defenestrazione di Roberto Cingolani, fin qui amministratore delegato di Leonardo. Fra le colpe che gli vengono attribuite, quella di aver fatto adontare, diciamo così, il governo americano. Alla faccia dell’indipendenza rivendicata da Meloni nei confronti dell’amministrazione Trump nell’ora di intervento in Parlamento. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Intanto l’opposizione si incarta sulle primarie

Nonostante il momento di rabbia, che rischia di protrarsi per mesi, Meloni continua a mantenere un vantaggio invidiabile, che è garantito dall’opposizione. C’è poco da fare. La presidente del Consiglio s’incrudelisce, sbotta, taglia teste, e loro? Si incartano sulle primarie. Giuseppe Conte dopo un’ora dalla chiusura delle urne era già lì a disegnare traiettorie, le primarie, il programma, la leadership, dopo aver fischiettato allegramente per settimane, prima del referendum. Poi è andata a votare un sacco di gente, più del previsto, e contrariamente a quello che dicevano i sondaggisti, più gente è andata a votare e più il No è cresciuto, sicché Conte s’è convinto che c’è del materiale per il suo ritorno a Palazzo Chigi. Il Pd, dopo una fase iniziale di smarrimento, adesso è entrato in quella della negazione. Primarie chi? Quando? Come? Perché? Un fiorino! Insomma, con questo tipo di dirigenti, direbbe Nanni Moretti aggiornando il suo sfogotto memorabile, Meloni governerà cent’anni.

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Il gran ritorno di Salvini sulle barricate

Sempre che con questa rabbia atavica la leader di Fratelli d’Italia non trovi il verso di autodistruggersi. E sempre che Matteo Salvini le dia tregua. Perché il capo della Lega ha lasciato passare qualche giorno e ha già riconquistato la sua verve nel corso di un incontro con la stampa estera: «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha detto a proposito del caro energia. E lo smart working? «Non è da prendere in considerazione». Sarà Meloni a dover però prendere Salvini in considerazione. 

Il punto debole di Meloni? Non saper perdere
Matteo Salvini (Imagoeconomica).