Di chi sono le case vuote? Se lo chiedeva Ettore Sottsass nel 1978. Se fosse vivo e fosse capitato a Milano nei giorni del Salone del Mobile se ne sarebbe fatta una ragione: le case, oggi, sembrano sempre più piene. Almeno a guardare gli showroom dei designer, le vetrine dei grandi marchi, gli stand dei mobilieri brianzoli che producono ormai solo per i ricchi del Medio Oriente. Si respira un tipo particolare di paranoia, nei giorni della Design Week a Milano: quella che attanaglia i ricchi terrorizzati di diventare poveri e quella che sembra offrire ai poveri una speranza.
Della ricchezza si vede sempre la fragilità
La ricchezza, si sa, o la si è ereditata o la si è conquistata: in ambedue i casi chi la possiede è portato a vederne la fragilità, perché così come si è materializzata, nello stesso modo può sparire; così il ricco visita il Salone per accumulare, compra tutto a costo di immagazzinare; mentre il ceto medio retrocesso e impoverito vede nel Salone una speranza, “ansiosa”, per riprendere una definizione di Sottsass: davanti a un divano da 20 mila euro o a un tavolo da lavoro da 10 mila non spera già di possederlo per usarlo, vede piuttosto in quei mobili il suo riscatto, una promessa di trasformazione identitaria, il solito sogno insomma.
Bramare qualcosa che non sarà mai tuo
C’è qualcosa di leopardiano nel piacere di immaginare di possedere qualcosa sapendo che quel qualcosa non sarà mai tuo; e c’è qualcosa di religioso: il visitatore del Salone compie il suo cammino di Compostela, una marcia laica, un pellegrinaggio da Brera a Tortona, da Durini alle 5 Vie, dall’Isola a Porta Venezia, dalla Statale a Zona Sarpi, nei vari district in cui si suddivide il Fuorisalone, per ammirare oggetti che non avrà mai.
Chi vorrà esporre davvero quegli oggetti in casa propria?
Il culmine di questa liturgia lo toccano i grandi marchi della moda, che da anni hanno scoperto nell’arredamento un nuovo palcoscenico. In questa settimana Gucci, Hermès, Louis Vuitton, Fendi, Versace, Dolce & Gabbana fanno a gara per esporre oggetti che sembrano fatti apposta per essere guardati, ma non toccati. Chi mai vorrà comprare gli arazzi che Demna Gvasalia, lo stilista georgiano di Gucci, ha fatto tessere a una manifattura di Bergamo, raffiguranti le pubblicità del marchio, con uomini in giacca e cravatta e Veneri botticelliane in abito da sera – ma soprattutto: chi mai li vorrà esporre in casa propria? Quali case vuote avrebbero muri abbastanza ampi sui quali montarli? E farebbe lo stesso effetto rispondere a chi chiede: «È un Demna», come in altri contesti altoborghesi si risponderebbe: «È un Hockney, è un Lucian Freud»?

Da Armani Casa i divani non sono fatti per essere comodi, così pesanti, con una profondità che ti lascia le gambe stecchite e i piedi fuori se solo pensi di appoggiare la schiena alla spalliera ma, anche questi, per essere più che altro contemplati. E dove si metterebbero quei due enormi ghepardi in ceramica lucidata di Dolce & Gabbana sul pianerottolo a fare la guardia, davanti alla porta col citofono?

Da Hermès il pezzo centrale della collezione è un tavolo, disegnato da Edward Barber e Jay Osgerby, che finisce in una forma arcuata, per ricordare il dorso del cavallo, in omaggio al core business di Hermès, che cominciò la sua fortuna vendendo selle e finissaggi. Tutto in intarsio di marmo di Carrara: una scultura, non un piano d’appoggio.

Ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirare gli arredi
La distanza tra pubblico e oggetto è infatti parte del rituale: si finisce per non desiderare davvero quel divano o quel tavolo, ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirarli nella loro stranezza. Gli oggetti brandizzati hanno consumato il loro valore d’uso e sono diventati pure “icone“, esposte durante “eventi” – due parole usurate che non si possono più sentire – che paralizzano la città, la trasformano in un inferno di code, per spostarsi, per mangiare, per darsi un appuntamento.
Merci comprate solo da chi può permettersele e applaudite dagli altri
I pellegrini del design, con i piedi a pezzi dopo aver macinato chilometri, non trovano una panchina nemmeno pagandola oro, i dehors dei bar sono tutti occupati, sui divani e sulle sedie esposti negli showroom guai a sedersi. Ricchi o poveri che siano si scoprono spettatori di questa recita che si rinnova puntuale ogni anno, un teatro dove le merci sono protagoniste, immaginate per case troppo piene di oggetti fatti per non essere utilizzati, comprati solo da chi può permetterseli, applauditi da tutti gli altri, nella più riuscita fiera internazionale delle illusioni.





















