Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai

La cantante Big Mama, che la guerra come tanti connazionali ha fermato a Dubai mentre rientrava dalle Maldive, ha lanciato un accorato appello perché qualcuno andasse a riprenderla. «Sento i missili passare sopra la mia testa», ha comunicato visibilmente scossa dall’albergo dove era bloccata. Più istituzionale la reazione di Guido Crosetto, anche lui a Dubai per ragioni personali, impegnato a capire come venirne fuori mentre, con un certo imbarazzo, indossava i panni del ministro della Difesa colto di sorpresa dagli eventi. Ma torniamo a Big Mama e al suo video, un frammento quasi didattico di ciò che accade quando la realtà irrompe in una comfort zone che fino a un minuto prima sembrava blindata. 

Il mito di una enclave dorata estranea agli orrori del mondo

Dubai, lembo di terra dove la concentrazione di signori del denaro non ha eguali, deve la sua fama a una promessa implicita, non scritta ma sottintesa in ogni transazione. Basta pagare, e non solo il denaro sarà al sicuro dall’occhio indagatore del fisco, ma nessuno degli orrori del mondo toccherà le vite dei contraenti. Peccato che, notoriamente, i razzi prima di colpire il bersaglio non leggano i contratti. Così quando le sirene hanno iniziato a risuonare sugli Emirati e un rumore che non era quello di un jet privato in atterraggio ha attraversato il cielo disturbando l’aperitivo, l’enclave dorata, dapprima incredula, è piombata nel panico. Videomessaggi allarmati, richieste d’aiuto spedite a chiunque potesse teoricamente «fare qualcosa», spaesamento da sfollati di lusso. «Siamo qui nella hall dell’hotel, non possiamo uscire. Sembriamo dei profughi a 5 stelle», commenta addentando una pizzetta la protagonista di uno dei tanti post circolati sui social. 

Il denaro non può garantire l’esenzione dagli imprevisti

La stessa energia impiegata pochi giorni prima magari per negoziare uno sconto sull’acquisto di un lussuoso appartamento si è riversata nella ricerca di un posto su qualunque volo diretto altrove. Il paradiso si era improvvisamente trasformato in un inferno. È successo dopo che Teheran ha preso di mira i suoi vicini, colpevoli di complicità col nemico, compresa appunto Dubai, ovvero il più sofisticato esperimento di secessione dalla geografia che si possa immaginare. Più che un Paese un simbolo, la prova che col denaro si può acquistare l’esenzione da imprevisti e spiacevoli conseguenze della vita. Via tasse, burocrazia, inverni piovosi, rischi di attentati. Per anni ha funzionato, e la cosa ha attratto una multinazionale di espatriati volontari, tutti convinti che gli Emirati fossero un luogo esotico immune alle bombe che piovevano intorno. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai
Una esplosione in centro a Dubai (Ansa).

La guerra è passata dalla teoria alla pratica

Un paradosso clamoroso, ma sempre ignorato con strafottente convinzione. Non importa se si era a due passi da scenari che negli ultimi decenni hanno macinato conflitti con regolarità industriale. Il dettaglio era ininfluente, un’ipotesi della irrealtà. Anche perché i super ricchi, categoria vaga ma riconoscibile, hanno sviluppato nei confronti della guerra una relazione del tutto teorica. La seguono sui giornali e in tivù, la finanziano indirettamente attraverso le tasse che pagano (o non pagano), ma il loro coinvolgimento si limita al commento sui social o al ristorante. La guerra come esperienza reale e tragica fino a ieri era rimasta appannaggio di altri, chi -gazawi, curdi, yemeniti, libanesi e via dicendo – non aveva né i mezzi né la fortuna per spostarsi altrove. 

Missili sugli Emirati, panico a cinque stelle: la fine dell’illusione Dubai
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà

Ma quando il rumore di missili e droni rompe l’aria climatizzata, e il rifugio fiscale deve cedere il passo a quello antiaereo, la scoperta è tanto semplice quanto destabilizzante: la ricchezza, al contrario di quanto prometta, non è una polizza sull’incolumità. I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà. I soldi e un cambio di latitudine possono alleggerire il carico fiscale, non sospendere l’incedere irruento e convulso degli accadimenti. Dovrebbe tenerlo presente chi acquista un attico a Dubai convinto di aver blindato per sempre la propria sicurezza. La storia spesso non manda avvisi preventivi: si presenta all’improvviso, e il conto lo recapita con la stessa implacabile puntualità con cui da quelle parti non arriva quello del fisco. 

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Armin Papperger è un distinto signore di 63 anni, nato in Baviera e laureatosi in ingegneria meccanica a Duisburg, in quella che allora era Germania Ovest. Poco dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è entrato in Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco, dove ha trascorso praticamente tutta la sua carriera, ricoprendo vari incarichi. Nel 2012 è diventato membro del consiglio di amministrazione e un anno dopo è stato nominato al vertice dell’intero gruppo. Non solo: il ceo forse meno appariscente del panorama manageriale in Germania è diventato nel frattempo anche il maggiore azionista privato di Rheinmetall. Il titolo della società, complici venti di guerra che in tutto il mondo si sono rafforzati da tempo, è tra i migliori sulla piazza tedesca. Nel 2025 è cresciuto del 154 per cento, una cifra superiore a quella di qualsiasi altra azienda quotata a Francoforte e, negli ultimi cinque anni, il prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 1.700 per cento.

Il piano russo per ucciderlo e la fortuna accumulata

Papperger, tra l’altro, secondo la Cnn finì anche nel mirino di un presunto piano russo che puntava a ucciderlo, visto che riforniva di armi Kyiv. In una recente intervista a un magazine di settore, ha ammesso candidamente di «aver accumulato un bel po’ di soldi». Quanti di preciso è difficile calcolare, anche se – visto che ha detto di acquistare azioni da 35 anni e dal 2017 le sue attività di trading presso l’azienda sono pubbliche – si parla di almeno 170 mila azioni da allora: solo questa partecipazione vale adesso circa 270 milioni di euro. L’ultimo acquisto, per circa 3 milioni, è stato fatto alla fine del 2025, dopo che il titolo aveva raggiunto il minimo dell’anno a 1.421 euro: in questi giorni vale 1.700.

Capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro

A novembre i colloqui di pace sul conflitto in Ucraina avevano appena preso slancio e il prezzo delle azioni di Rheinmetall era crollato brevemente di circa il 20 per cento, per poi ovviamente risalire. Gli azionisti privati di Rheinmetall sono oltre un quarto del totale, esattamente il 27 per cento, secondo i numeri del 2024, e con un’attuale capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro, le quote valgono quasi 20 miliardi di euro. Armin Papperger guida insomma un gruppo che sta incassando sempre più dividendi grazie ai conflitti in mezzo mondo, in maniera legale e trasparente, dato che i membri del consiglio di amministrazione delle società quotate in Borsa sono tenuti a dichiarare quando acquistano azioni della propria azienda.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali

Quando Papperger è entrato in carica come ceo di Rheinmetall, il prezzo per un titolo era di 37 euro, poi è arrivata la prima guerra in Ucraina nel 2014 e successivamente quella su larga scala dal 2022, con il gigante di Düsseldorf che ha preso il volo. Le minacce rappresentate dalla Russia per l’Europa e da altri nel mondo, dalla Cina all’Iran passando per la Corea del Nord, si sono trasformate in forza trainante per i massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali, Germania in primis.

Soliti rapporti opachi fra gruppi industriali militari e politica

Nulla di nuovo, in realtà, con la solita opacità sui rapporti fra gruppi industriali militari e politica e i risvolti economici e finanziari delle guerre. Se ai tempi di Adolf Hitler i colossi come Rheinmetall, Ig Farben, Siemens o Krupp fecero quindi la loro parte, adesso i meccanismi sono gli stessi: Papperger vuol fare della società di Düsseldorf un campione dell’industria bellica in grado di competere con i giganti statunitensi del settore.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

L’alleanza con Leonardo per produrre carri armati

Oggi Rheinmetall impiega circa 40 mila persone. E si prevede che questo numero salirà a 70 mila entro i prossimi due o tre anni, con un fatturato quintuplicato entro il 2030. Per questo il disinvolto amministratore delegato punta alla rapida espansione. Nel mirino a breve termine ci sono tra l’altro l’acquisizione della divisione cantieristica navale del Gruppo Lürssen, una joint venture con Lockheed Martin per la costruzione di componenti aeronautici per il caccia F-35, una collaborazione con la start up statunitense Anduril nella produzione di droni e un’alleanza per la produzione di carri armati con l’italiana Leonardo. Fondamentale nel progetto del lord of war bavarese, che coincide con quello degli altri suoi colleghi e di parte delle élite politiche occidentali, è che da qualche parte nel mondo, e ancor meglio anche alle porte dell’Europa, le guerre continuino.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano

«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Così si lamentava Aldo Aniasi, sindaco di Milano a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Non è escluso che, nel corso degli ultimi 40 anni, la situazione sia addirittura peggiorata. Di certo non è migliorata. A dispetto delle tante denunce sui mali italici della burocrazia e delle altrettante promesse di liberazione dalla medesima per mezzo della digitalizzazione. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Aldo Aniasi nel 1997 (Ansa).

Il miraggio della semplificazione della Pa e delle “3 I”

Correva l’anno 2001 e con il secondo governo Berlusconi spuntò Lucio Stanca, il primo ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella storia repubblicana. Le premesse e gli obiettivi dichiarati dell’incarico erano più che condivisibili e facevano riferimento alla “rivoluzione copernicana” che, grazie alle tecnologie digitali, avrebbe consentito la semplificazione e l’efficienza della PA. Uno degli obiettivi era eliminare la grande mole di certificazioni richiesta a cittadini e imprese. Per la cronaca, per dire qual era il contesto, erano gli anni in cui il Cavaliere e la ministra dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti lanciavano la «scuola delle 3 I» ( internet, inglese, imprese). Una promessa di modernizzazione e di cambiamento accelerato del Paese fatta propria e rilanciata anche dai successivi titolari del ministero, tra cui Mariastella Gelmini che brillò non tanto per avere dato concretezza alle 3 I, ma per l’ormai famoso tunnel per neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Letizia Moratti, Silvio Berlusconi e Lucio Stanca nel 2010 (Imagoeconomica).

Il rogo delle leggi inutili di Calderoli

Ma lo spettacolo più pirotecnico lo aveva organizzato il 24 marzo 2010 il ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli, già noto per il Porcellum, dando fuoco una torre di 32 scatoloni contenenti simbolicamente 375 mila leggi italiane ritenute inutili o obsolete. Lo show, consumatosi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle, fu definito dal coordinatore nazionale del sindacato di base indipendente RdB dei vigili del fuoco «una pagliacciata» degna di un «circo», che impegnò una trentina di pompieri. Tanto fumo ma niente arrosto, oltretutto, visto che nella classifica Ocse sulla qualità dei servizi erogati dalla PA italiana, su 36 Paesi l’Italia – 26esima nel 2000 – nel 2018 era scivolata al 33esimo posto, terzultima, davanti a Turchia e Messico.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Il “rogo” di Roberto Calderoli (da Youtube).

Il costo economico della lentezza amministrativa

Ma stando al presente ed evidenziando le criticità più rilevanti per l’economia nazionale segnaliamo che la lentezza amministrativa costa secondo una stima della Cgia di Mestre del 2025, circa 184 miliardi di euro. Quella italiana è tra le peggiori burocrazie dell’Eurozona: siamo al primo posto per pressione burocratica sulle imprese, ma solo al 26esimo per fiducia nella Pa. In simile contesto non è affatto scontato che il PNRR riuscirà nell’impresa di sburocratizzare e velocizzare le procedure amministrative. Non fosse altro perché numerosi sono i casi in cui la promessa semplificazione si traduce in un ulteriore e forse non previsto aggravio di vincoli, obblighi e norme.  La burocrazia che si autocontrolla, cioè che accumula norme su norme, è un fenomeno tipicamente italiano. Ma che risulta particolarmente biasimevole, oltre che paradossale, quando si abbatte su due settori che dovrebbero essere regolati in modo semplice, con vincoli burocratici ridotti all’osso e controlli perlopiù qualitativi e nel merito piuttosto che quantitativi e regolamentari. Mi riferisco al Terzo Settore, che riguarda il volontariato, le associazioni assistenziali e culturali, e l’Università, dove insegnamento e promozione del sapere dovrebbero avere come faro la libertà e non il regolamento.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Compagnons, via Unsplash).

Il Terzo settore sommerso dalle scartoffie

«Paradossi del Terzo settore: se la riforma anti-burocrazia genera ulteriore burocrazia». Così il Corriere della Sera titolava lo scorso 17 febbraio una riflessione di Paolo Venturi, direttore di AICCON (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione tra Università di Bologna e numerose realtà pubbliche e private) che segnalava come le diverse realtà di volontariato «sono sottoposte sul piano operativo a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa». Colpa dei bandi per chiedere i finanziamenti che sono sempre più complicati, con moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Al punto che per tante realtà no profit le energie anziché essere spese sul campo vengono impegnate nel compilare moduli su moduli. È così che la correttezza formale delle richieste e rendicontazioni diventa predominante rispetto alla creazione di valore e benefici per i territori e le fasce sociali più fragili.

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All’Università le procedure rubano tempo ed energia alla ricerca

Nel caso dell’Università, testo e contesto sono molto differenti, però logiche e dinamiche in azione sono identiche. Controllo e aumento delle procedure a scapito dell’insegnamento e della produzione di sapere. Meno ricerca e impegno scientifico e più attenzione e tempo dedicati a rendicontare attraverso i nuovi strumenti burocratici: indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali. L’elemento più sorprendente però non è tanto la burocratizzazione dell’attività universitaria, quanto il fatto che il problema è noto e stranoto da anni. Ma la sua denuncia non ha portato e non porta a niente. Se provate a googlare, sono almeno 15 anni che viene reiterata la litania di un’istituzione sempre più sopraffatta da una burocrazia pervasiva, spesso definita «neouniversità» o «ossessione burocratica», che stritola le attività didattiche e di ricerca. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Jack Krzysik, via Unsplash).

La nuova burocrazia dei target e delle mission

Cosicché «è un brivido che vola via», come canta Vasco Rossi, leggere che il rilancio degli atenei italiani passa attraverso la sburocratizzazione. A dirlo è stata, nel gennaio del 2024, Giovanna Iannantuoni, al tempo rettrice dell’Università Bicocca di Milano e presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane). Che dire dunque? Qualche mese fa è uscito il libro di Luca Solari, Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili (Guerrini & Associati) che spiega come la proliferazione di regole e piattaforme per la valutazione si sia mangiata il tempo per insegnare e promuovere la cultura. Un fenomeno che è perfettamente allineato al contesto e al sistema Paese. Perciò molto italiano. Anche se sul piano generale fa più che mai testo quel che ha scritto Mark Fisher, sociologo di raro acume e capacità di leggere le trasformazioni sociali, in Realismo capitalista (Nero Editions): «Che le misure burocratiche si siano intensificate sotto un regime neoliberale che si presenta come anti-burocratico e anti-stalinista potrebbe dapprima sembrare un mistero. Eppure ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale (… ) che pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoliberismo il risveglio della burocrazia è assai più che un riflesso atavico o un’anomalia».

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico

L’assenza del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato con la famiglia a Dubai, dai tavoli in cui si seguiva l’evoluzione della crisi in Medio Oriente dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è diventata un caso politico. A quanto pare, nessuno al governo, e nemmeno l’Aise, i servizi esteri, sarebbero stato a conoscenza del viaggio del ministro negli Emirati «per motivi personali». Crosetto come ricostruito da Repubblica, era partito venerdì con un volo di linea per raggiungere e mettere in sicurezza la famiglia che si trovava proprio a Dubai. Vista l’accelerazione militare, lo spazio aereo però è stato chiuso e il ministro si è trovato bloccato insieme con molti connazionali. Crosetto come riportato da Palazzo Chigi avrebbe partecipato da remoto ai tavoli sulla crisi. La domanda però resta: come questo sia potuto accadere, visto che un attacco degli Stati Uniti alla Repubblica Islamica era nell’aria da giorni come confermavano report delle intelligence di mezzo mondo, condivisi evidentemente anche con quelle italiane.

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Il governo Meloni avvisato dagli Usa solo ad attacco iniziato

Il caso aumenta l’imbarazzo internazionale del governo Meloni. Nonostante la premier sia considerata una delle più strette alleate europee di Donald Trump, gli Usa avrebbero avvisato Roma di primo mattino, solo a blitz iniziato.

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico
LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

M5s all’attacco: il ministro si dimetta

Il M5s è così partito all’attacco chiedendo le dimissioni del ministro. «Alla luce dell’attacco in corso in Iran e dell’escalation militare che sta infiammando il Medio Oriente, abbiamo appreso ieri che il ministro della Difesa italiano si trova attualmente bloccato a Dubai a causa della chiusura degli spazi aerei», ha dichiarato in una nota il vicepresidente M5s Stefano Patuanelli. «È un fatto oggettivo che colpisce e che impone una riflessione seria. In una delle fasi più delicate per la sicurezza internazionale degli ultimi anni, il titolare del Dicastero della Difesa non è fisicamente nel Paese e non può rientrare tempestivamente sul territorio nazionale».

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico
Stefano Patuanelli (Imagoeconomica).

Patuanelli sottolinea che non si tratta di una «questione personale, ma istituzionale». «È legittimo chiedersi quale sia stato il livello di informazione preventiva del Governo rispetto agli sviluppi militari in corso, quale coordinamento vi sia con gli alleati e come si stia garantendo la piena operatività della catena di comando in una fase tanto critica». Quindi l’affondo: «Da tempo riteniamo questo governo politicamente inadeguato. Ma mai come in questo caso la posta in gioco riguarda direttamente la sicurezza nazionale. Quando sono in discussione la stabilità internazionale, i nostri militari all’estero e la tutela degli interessi strategici del Paese, l’improvvisazione non è ammessa. Per queste ragioni, riteniamo che il Ministro della Difesa dovrebbe trarne le conseguenze e rassegnare le dimissioni. Non per una polemica politica, ma per rispetto delle istituzioni e per il bene del Paese». La risposta di Fratelli d’Italia non si è fatta attendere. Il deputato Mauro Malaguti ha accusato i cinquestelle di «approfittare» della situazione invece di auspicare «il veloce rientro in Italia in sicurezza dei Crosetto», parlando di polemiche costruite «in perfetto stile 5 stelle».

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Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata

Chilometri sotto la pioggia. Consegne a tempo. Turni assegnati da un’app. Penalizzazioni automatiche. La retorica della flessibilità. La realtà della dipendenza. I rider lo raccontano da anni. Ora l’inchiesta della Procura di Milano lo mette nero su bianco: a Deliveroo Italia – società con un giro di affari da 240 milioni di euro – è stato contestato il reato di caporalato ed è finita commissariata come Glovo. Secondo gli inquirenti, tra i 3 mila (a Milano) e i 20 mila rider di Deliveroo sarebbero stati pagati ben al di sotto dei minimi contrattuali, in alcuni casi fino al 90 per cento sotto la soglia di povertà.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Manifestazione dei rider (ANSA).

Se il potere viene esercitato via software

Il punto però non è solo quanto guadagnano. È chi li comanda. Per i magistrati non siamo davanti a lavoratori autonomi che organizzano liberamente un servizio. Siamo davanti a prestazioni frammentate, assegnate e controllate digitalmente. L’algoritmo organizza, valuta, sanziona. Decide chi lavora e chi resta fermo. È un potere d’impresa esercitato via software. Il caso Deliveroo non è isolato (nel 2020 Uber Italy finì sotto controllo giudiziario per ragioni analoghe) e si inserisce in un contesto normativo che l’Italia prova a ridefinire con una disciplina specifica per il lavoro tramite piattaforme, mentre in Europa si muove la nuova direttiva che punta a contrastare il falso lavoro autonomo e a imporre trasparenza sugli algoritmi.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Borse termiche di alcuni rider (Ansa).

Le sirene della flessibilità e dell’emancipazione

L’uso del software diventa così materia di diritto del lavoro e quello che accade nei tribunali italiani non riguarda solo Milano, ma l’intero mondo del lavoro nell’economia digitale. A questo si aggiunge uno scontro tra narrazioni. Le piattaforme sostengono di offrire reddito e flessibilità a lavoratori che altrimenti resterebbero esclusi dal mercato, presentando le criticità emerse come deviazioni locali rispetto a un modello neutrale, se non emancipatorio. È una rappresentazione solo parzialmente vera. Per molti rider, spesso immigrati in condizioni di bisogno, la piattaforma rappresenta l’unico accesso possibile a un reddito. Il problema, però, non è l’accesso al lavoro, ma le condizioni a cui si lavora che non sono altro che il risultato di precise scelte aziendali.

Non sono incidenti di percorso: è il sistema che funziona esattamente così

Già nel 2016 diverse ricerche segnalavano come i minimi contrattuali risultassero sistematicamente irraggiungibili nelle piattaforme di delivery. Il sistema di retribuzione a consegna, il cosiddetto ‘per-drop piece-wage’, genera una pressione competitiva tale da spingere i rider ad assumere rischi pur di guadagnare pochi secondi su ogni ordine. Anche l’autonomia, spesso rivendicata come valore fondativo del modello, è stata ampiamente documentata come fittizia. Le ricerche sui conflitti interni alle piattaforme mostrano infatti che la tensione tra autonomia dichiarata e controllo algoritmico effettivo genera malcontento nei lavoratori. Sul piano del rischio, l’analisi dei bilanci delle principali piattaforme indica che la digitalizzazione non ha redistribuito il rischio d’impresa, ma lo ha trasferito verso il basso. Costi come assicurazioni, ammortizzatori sociali e coperture sanitarie vengono sistematicamente evitati, scaricando sui singoli rider una variabilità che in un rapporto di lavoro ordinario graverebbe sul datore. Non ci troviamo dunque di fronte a un insieme di disfunzioni che possono essere aggiustate, ma a un sistema progettato per funzionare esattamente così.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Rider durante le consegne (Ansa).

Ogni rischio di impresa è scaricato sul rider

Lo abbiamo già visto con il commissariamento di Glovo e lo ritroviamo oggi nelle carte su Deliveroo. L’algoritmo non è un vigile urbano neutrale che smista il traffico, ma un caporale digitale che valuta la velocità, punisce i ritardi e declassa chi non accetta turni scomodi o si ferma per malattia. La tecnologia, in questo contesto, non serve a semplificare la vita, ma a frammentare il lavoro in migliaia di piccoli pezzi (il cosiddetto ‘cottimo digitale‘) pagati pochi euro l’uno. La precarietà, insomma, non è un errore di calcolo o un effetto collaterale dell’innovazione, ma è il suo codice sorgente. Il profitto di queste multinazionali nasce proprio da questo scarto: esercitare il potere di un datore di lavoro senza assumerne i doveri legali, scaricando ogni rischio d’impresa direttamente su chi pedala. Detto altrimenti, se il consumatore pretende il prezzo più basso e l’investitore il proprio dividendo, qualcuno dovrà pagare il conto. Fino a oggi quel qualcuno ha avuto un nome preciso: il rider.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Un rider Glovo (Ansa).

La vera sfida è cambiare il paradigma

Il caso Deliveroo arriva in un momento in cui oltre 500 piattaforme digitali di lavoro sono attive in Europa e i lavoratori della gig economy sono destinati a superare i 40 milioni nei prossimi anni. Ciò che accade nei tribunali italiani, nei tavoli tra governo e parti sociali, nelle sentenze che qualificano i rider come autonomi o subordinati, contribuisce a definire una questione più ampia: la tenuta del modello sociale europeo nella trasformazione digitale. Se il commissariamento servirà soltanto a mettere in sicurezza il perimetro legale di Deliveroo & Co senza modificare l’equilibrio di potere tra piattaforme, lavoratori e committenti, avremo normalizzato il caporalato digitale dentro una cornice di mera compliance, ovvero di rispetto formale delle regole senza cambiare davvero le dinamiche di potere tra piattaforme e lavoratori. Se invece diventerà l’occasione per affermare che l’innovazione non può essere finanziata con sconti permanenti sui diritti, allora l’Italia avrà fatto ciò che spesso annuncia e raramente realizza. Cambiare.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino

La notizia più “notiziabile” di questo Festival morente, barcollante e democristiano? Non cercatela tra i ritornelli, ma nel certificato di sfratto esecutivo notificato in mondovisione. Carlo Conti, il “ragioniere del catasto” prestato alla musica, ha chiuso la pratica ligure rifilando una supercazzola in conferenza stampa: giurava di non pensare al futuro, e intanto preparava gli scatoloni sotto lo sguardo di TeleMeloni. Il passaggio di testimone con Stefano De Martino è un inedito assoluto: licenziamento in tronco camuffato da staffetta, annunciato in diretta mentre i fiori dell’Ariston erano ancora freschi.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Le chiavi della cassaforte musicale affidate, si vocifera, a Fabrizio Ferraguzzo

Il trentaseienne di Torre Annunziata, ex Amici, ex Belen, ex Emma Marrone, eredita un carrozzone dai numeri impietosi, con gli ascolti in picchiata e lo streaming che segna l’elettrocardiogramma piatto. L’operazione, ci risulta, era in cantiere da un anno, con Geppi Cucciari scalpitante per fargli da spalla (o da badante intellettuale). Resta da capire se la vedremo nel 2027 come mina vagante o se lo scugnizzo, ormai conduttore e direttore artistico, deciderà di ballare da solo. Nel dubbio, le chiavi della cassaforte musicale saranno affidate, si vocifera, a Fabrizio Ferraguzzo. L’uomo che ha inventato i Måneskin, ex Sony, sarà il presidio militare dei discografici sul campo. Stefano metterà il sorriso, il generale metterà l’elmetto, e insieme proveranno a recuperare i telespettatori persi quest’anno, e le prime file delle etichette.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

Il cattivo gusto ha toccato il fondo con Andrea Bocelli

Ma veniamo alla cronaca di questa finale, iniziata sotto i peggiori auspici. Con i venti di guerra che soffiano dall’Iran, l’Ariston ha indossato l’abito della “riflessione” istituzionale. Giorgia Cardinaletti, ex di Cremonini e volto rassicurante del Tg1, ha dovuto fare lo “spiegone” geopolitico, tra il moro di Firenze e la signora di Solarolo. Un momento necessario, che però strideva terribilmente con il resto del baraccone.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Giorgia Cardinaletti (Ansa).

Perché subito dopo l’appello per la pace, il cattivo gusto ha toccato il fondo con Andrea Bocelli entrato in sella a un purosangue bianco: una scena talmente ricalcata da Benigni e finita nel ridicolo involontario, proprio mentre i Pooh celebravano i 60 anni facendo strappare i cateteri ai fan in piazza e Max Pezzali restava spiaggiato sulla nave, da lunedì, come un naufrago dimenticato.

Sal Da Vinci, la vittoria del pubblico “contro” la sala stampa

Ma chi ha vinto questo festival del catasto? Prevedibilmente, l’inarrestabile Sal Da Vinci. La sua Per sempre sì, tormentone neoromantico, espugna la terra dei cachi grazie al voto massiccio di Napoli e della generazione TikTok. Il pubblico che lo aveva già incoronato con Rossetto e caffè ha ribaltato il tavolo, umiliando una sala stampa che lo aveva snobbato al primo giro.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Dal Da Vinci (Ansa).

Al secondo posto, la rivelazione, Sayf, che ha portato una canzone politica travestita da tormentone, scalando il gradimento con merito. Il premio della critica Mia Martini, invece, è andato a Fulminacci: la sua Stupida sfortuna è una piccola delizia in un mare di banalità.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Sayf (Ansa).

A De Martino il compito di rianimare un cadavere che non ha più voglia di cantare

Il resto della serata è stata un’epidemia sentimentale di basso profilo, da Samurai Jay che ha trascinato la genitrice sul palco a Tommaso Paradiso che la cercava disperatamente in platea. Troppa famiglia, troppa melassa.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Samurai Jay e la madre (Ansa).

Alessandro Gassmann, unico rimasto a casa, potrebbe valutare l’esposto alla procura di Imperia: «Vengo anch’io? No tu no». Tra un Nino Frassica tornato per lanciare i due speciali di Sanremo e il pianto di Gino Cecchettin a notte fonda, con i nomi delle donne uccise per femminicidio proiettate sui maxischermi – un momento che il servizio pubblico avrebbe dovuto nobilitare ben prima dell’una – il sipario cala su un fallimento annunciato.

Sanremo 2026, CantaNapoli: la vittoria di Sal Da Vinci e il golpe di De Martino
Gino Cecchettin, Carlo Conti, Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti (Ansa).

Conti, ossessionato dal cronometro e da una visione televisiva che guarda allo specchietto retrovisore, naufraga da solo e lascia a De Martino l’onere di rianimare un cadavere che non ha più voglia di cantare. Affari suoi, davvero.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea

Ci sono momenti in cui la geopolitica diventa immediatamente economia. Non tra mesi. Non tra settimane. Subito. La chiusura – anche solo parziale – dello Stretto di Hormuz seguita all’attacco su larga scala lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran (tra le vittime anche la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei anche se Teheran smentisce) è uno di quelli. Da quel tratto di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Quando quel passaggio diventa instabile, il mercato non aspetta di verificare quanti barili mancheranno davvero. Reagisce prima. Prezzi, assicurazioni, noli marittimi, tempi di consegna: tutto si muove all’istante. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell’Iran AlÏ Khamenei distrutta negli attacchi israeliani, Teheran, 28 febbraio 2026 (Ansa).

Il costo dell’incertezza sulle assicurazioni

Secondo Reuters, diversi operatori e trader hanno sospeso o rallentato spedizioni di greggio, prodotti raffinati e Gnl attraverso Hormuz dopo i raid statunitensi e israeliani; immagini satellitari mostrano navi ferme nei pressi degli hub del Golfo, mentre alcune metaniere hanno rallentato o modificato rotta. Non serve un blocco totale per generare uno shock: basta l’incertezza. A questo si aggiunge il costo del rischio. Il Financial Times riporta che gli assicuratori marittimi stanno rinegoziando al rialzo le coperture “war risk” e in alcuni casi cancellando polizze. Significa una cosa molto semplice: anche se formalmente il traffico non fosse completamente interrotto, il costo marginale dell’energia salirebbe comunque. E se sale il costo marginale, sale il prezzo finale. Nei giorni precedenti l’escalation, Reuters aveva già segnalato un balzo dei noli petroliferi ai massimi da sei anni, tra charter anticipati e timori di conflitto. Quando il rischio geopolitico incontra una capacità navale limitata, la bolletta si paga due volte: nel prezzo della materia prima e nel costo per trasportarla. Ma Hormuz è solo il primo collo di bottiglia. Il secondo si chiama Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi al Canale di Suez. Se anche quel passaggio tornasse stabilmente sotto attacco – come già accaduto nel 2024 con il crollo dei flussi energetici nel Mar Rosso documentato dall’EIA statunitense – le rotte verso l’Europa si allungherebbero di settimane passando attorno all’Africa, con un ulteriore aumento dei costi logistici e assicurativi. In quel caso il sistema globale entrerebbe in modalità di stress prolungato.

I tre scenari possibili

Gli scenari possibili sono tre. Il primo è uno shock breve. Il premio al rischio esplode, i prezzi salgono, ma il traffico riprende in tempi relativamente rapidi. Il mercato riassorbe. Restano però assicurazioni più care, scorte ricostituite a prezzi maggiori e un livello strutturale di volatilità più elevato. Il secondo scenario è una disruption di settimane, con traffico a singhiozzo. Qui inizia il problema serio. L’Asia – Cina e Giappone in testa – compete per garantirsi continuità nelle forniture. La Cina assorbe la quasi totalità delle esportazioni iraniane via mare; il Giappone dipende in modo massiccio dal Medio Oriente per alimentare le sue raffinerie. Se questi giganti devono sostituire o garantire volumi, pagheranno il premio necessario. L’Europa diventa price-taker. Energia più cara, Gnl più caro, prodotti raffinati più cari. Il terzo scenario è quello più destabilizzante: un conflitto prolungato. Reuters ha già evidenziato il rischio che un’escalation estesa nel tempo possa trasformare uno shock in un cambio di regime. Se l’orizzonte si allunga, l’energia cara smette di essere un picco e diventa un nuovo equilibrio.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Manifestazione anti Stati Uniti in Iran (Ansa).

Perché l’Europa rischia grosso

Ed è qui che l’Europa si fa male. Gli Stati Uniti dispongono di una significativa produzione domestica di energia. L’Europa no. L’Europa importa, paga in dollari e, se l’euro si indebolisce, paga ancora di più. Ogni aumento del prezzo del petrolio o del gas si traduce in bollette più alte, carburanti più costosi, costi industriali crescenti. Si sente spesso dire che la perdita dei barili iraniani potrebbe essere compensata dall’OPEC. È vero che esiste una certa “spare capacity”, concentrata soprattutto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma trasformare questa possibilità teorica in barili effettivamente consegnati è un’altra questione. La spare capacity non è un interruttore che si accende in 24 ore. Servono decisioni politiche coordinate, tempi tecnici, valutazioni strategiche. Non tutta la capacità inutilizzata è immediatamente attivabile e non tutta è perfettamente sostituibile in termini qualitativi. Le raffinerie non possono cambiare miscela dall’oggi al domani. Ma soprattutto, anche ammesso che si produca di più, resta il problema logistico. Se Hormuz è instabile, il vero collo di bottiglia non è solo quanto si pompa, ma quanto si riesce a spedire e a quale costo. Produzione e trasporto non sono la stessa cosa. In un contesto di rischio militare, assicurazioni e noli possono diventare il limite reale dell’offerta effettiva.

Energia e logistica più care si riflettono sulle materie prime

C’è poi un elemento geopolitico che raramente viene evidenziato: un rialzo strutturale dei prezzi avvantaggia in modo diretto chi esporta fuori dal teatro del conflitto. In questo contesto, la Russia sarebbe tra i principali beneficiari, vedendo aumentare i ricavi senza subire direttamente il rischio logistico del Golfo. Lo shock, inoltre, non si ferma al petrolio. Energia più cara e logistica più costosa si riflettono sui costi delle materie prime industriali. Il rame, essenziale per reti elettriche, trasformatori, data center e infrastrutture digitali, è già sostenuto da una domanda strutturale legata all’elettrificazione e all’intelligenza artificiale. Se a questo si aggiunge un contesto di tensione energetica e shipping più caro, i costi dei grandi progetti industriali salgono ulteriormente. Il risultato è una parola che l’Europa conosce bene: stagflazione. Crescita che rallenta mentre l’inflazione resta elevata. Prezzi dei beni importati in aumento. Potere d’acquisto che si riduce. Investimenti rinviati perché il costo del capitale resta alto in un contesto di incertezza. Industria energivora sotto pressione. Spazio fiscale che si restringe mentre aumentano le richieste di sostegno pubblico.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Un data center (Ansa).

Le conseguenze di una incertezza prolungata

Il tempo è il vero moltiplicatore. Uno shock si assorbe. Un’incertezza prolungata cambia il regime economico. Se l’operazione militare durerà a lungo, come è stato dichiarato, l’Europa non si troverà davanti a una semplice fiammata dei prezzi, ma a un equilibrio più costoso e più instabile. E in questo equilibrio, per un continente strutturalmente importatore di energia e già esposto a tensioni commerciali e industriali, il conto rischia di essere particolarmente pesante. Non è una questione ideologica. È una questione di struttura economica. Quando i grandi choke point globali entrano in crisi, l’Europa paga più di altri. Perché importa energia. Perché compete con giganti asiatici per le stesse molecole. Perché ha meno margini per assorbire shock ripetuti. La domanda ora non è soltanto cosa accadrà nei prossimi giorni. La domanda è quanto a lungo il mondo resterà in questa zona di rischio. Perché se l’incertezza diventa permanente, il conto non sarà una fiammata. Sarà un nuovo equilibrio più costoso. E per l’Europa – e per l’Italia in particolare – sostenerlo sarà molto più difficile.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi

Una pagina che non si carica, un server che non risponde. Uno scenario frequente per chi naviga sulla Rete in Cina, soprattutto per i turisti che provano a collegarsi a social o alcuni siti occidentali senza utilizzare reti private virtuali (vpn) in grado di aggirare la cosiddetta Great Firewall messa in piedi dalle autorità di Pechino. Sin qui, il mondo ha guardato alla Grande Muraglia Digitale come a un ostacolo alla “uscita” degli utenti cinesi. Oggi, invece, il movimento sembra attento non soltanto a bloccare ciò che entra, ma anche a controllare ciò che esce. Tradotto: non solo si filtrano i contenuti esterni, si filtra anche lo sguardo dall’esterno.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Cinesi con smartphone (di Fenghua via Unsplash).

La Grande Muraglia digitale al contrario

Sembra questa l’inedita dinamica che emerge da una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Cybersecurity: sempre più siti governativi cinesi risultano inaccessibili dall’estero in una sorta di Grande Muraglia Digitale al contrario. Gli autori del report hanno analizzato oltre 13 mila siti governativi, attraverso test condotti da differenti località al di fuori del territorio della Repubblica Popolare. I risultati indicano che più della metà di questi portali non era accessibile dall’estero. In circa un caso su 10, l’inaccessibilità sembrerebbe dipendere da pratiche deliberate di geo-blocco, ovvero da sistemi che identificano la provenienza geografica dell’utente tramite indirizzo IP e impediscono l’accesso a utenti situati in determinate aree del mondo. Negli altri casi, le cause potrebbero includere colli di bottiglia infrastrutturali o configurazioni tecniche frammentate, ma il dato complessivo resta significativo: l’accesso internazionale alle informazioni pubbliche cinesi si starebbe restringendo. Le pratiche di geo-blocco sono state utilizzate anche da altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti, per limitare l’accesso a determinati contenuti o banche dati per utenti stranieri. Ma, secondo gli autori della ricerca, l’ampiezza e la sistematicità del fenomeno cinese sembrano distinguersi per scala e potenziale impatto.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Immagine realizzata con l’IA.

Pechino punta sulla sovranità digitale

Il fenomeno sembra rappresentare l’ultimo stadio del sofisticato processo di evoluzione del modello digitale cinese. Negli Anni 90, l’Occidente guardava alla Rete come uno strumento potenzialmente democratizzante, nella convinzione che la libera circolazione delle informazioni avrebbe inevitabilmente favorito processi di apertura politica e di rafforzamento della società civile, Cina compresa. Ma Pechino è stata in grado di costruire gradualmente un modello alternativo, fondato sul principio della sovranità digitale, secondo cui lo Stato mantiene il diritto esclusivo di regolare, filtrare e supervisionare lo spazio online entro i propri confini. La Great Firewall ha rappresentato l’architrave di questo sistema: un insieme di tecnologie e regolamentazioni capace di filtrare contenuti in ingresso, bloccare piattaforme straniere e promuovere lo sviluppo di un ecosistema digitale autoctono. La sua infrastruttura non si limita alla censura reattiva dei contenuti, ma opera in modo proattivo, orientando e modellando a monte l’accesso alle informazioni. Nel tempo, questa strategia ha favorito la nascita di un ambiente digitale integrato, dominato da colossi tecnologici nazionali e da super-app in grado di concentrare servizi, comunicazione, pagamenti e commercio in un unico spazio.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Il logo di Tencent (Imagoeconomica).

Così si prevengono attacchi, sabotaggi e data mining

La novità emersa dallo studio pubblicato sul Journal of Cybersecurity riguarda però il movimento opposto. Se la Great Firewall impedisce agli utenti cinesi di accedere liberamente a contenuti stranieri, la “Grande Muraglia Digitale al contrario” limiterebbe l’accesso degli utenti stranieri ai contenuti pubblici cinesi. Il principio di fondo sembra coerente con una concezione estesa della cybersicurezza adottata dalle autorità di Pechino, che copre non solo la protezione da attacchi informatici o sabotaggi ma anche la prevenzione del data mining, della raccolta di informazioni open-source e della diffusione di narrazioni ritenute dannose per l’immagine e la stabilità del Paese. Negli ultimi anni, diversi episodi hanno alimentato le preoccupazioni delle autorità cinesi riguardo all’uso non desiderato di dati pubblicamente accessibili. Rapporti di organizzazioni internazionali e centri di ricerca si sono spesso basati su documentazione reperita su siti governativi locali o regionali per analizzare politiche pubbliche, dinamiche di sicurezza o situazioni controverse come quella dello Xinjiang. In alcuni casi, documenti inizialmente disponibili online sono stati rimossi o modificati. In parallelo, l’accesso dall’estero a piattaforme private contenenti dati economici, aziendali o accademici è stato limitato, rafforzando l’impressione di una strategia più ampia volta a contenere la fuoriuscita di informazioni sensibili.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Immagine realizzata con l’IA.

Il blocco è un ostacolo per chi vuole investire in Cina

Le implicazioni di questo processo sono molteplici. Per la comunità accademica internazionale, la progressiva inaccessibilità delle fonti originali rischia di aumentare l’opacità del sistema e di rendere più difficile una valutazione basata su dati verificabili, favorendo interpretazioni unilaterali e polarizzate. Anche per le imprese straniere il fenomeno non è privo di conseguenze. L’analisi del contesto normativo locale, dei bandi pubblici, delle direttive amministrative e dei piani di sviluppo regionali rappresenta un passaggio cruciale per chi intende operare in Cina o collaborare con partner cinesi. Un accesso limitato alle informazioni ufficiali complica la due diligence, aumenta l’incertezza e può scoraggiare investimenti o iniziative di cooperazione. Resta da capire se questa fase di “chiusura” rappresenti un test temporaneo o l’inizio di una trasformazione strutturale. In ogni caso, la tendenza si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione dei confini digitali in cui la Cina (come diversi altri Stati, occidentali compresi) sta cercando di stabilire standard tecnologici autonomi e di proteggere il proprio “territorio virtuale” dalle ingerenze esterne.

Incidente tram: verifiche sul sistema, disposte le autopsie

AGI - La Procura di Milano sta svolgendo accertamenti sul sistema 'uomo morto' del tram della linea 9 che ieri è deragliato in viale Vittorio Veneto, a Milano, provocando la morte di due passeggeri e il ferimento di una cinquantina di persone, di cui alcuni ricoverati in codice rosso ma non in pericolo di vita. Il dispositivo montato sul tram deragliato era dotato di questo sistema e di un altro meccanismo detto 'sorvegliante' che blocca il mezzo se non rileva alcun movimento attivo da parte del guidatore per trenta secondi. Bisognerà capire se il sistema abbia funzionato o, se no, per quali ragioni. L'esperto conducente del tram deragliato, non lontano dalla pensione, è stato portato al Policlinico dopo l'incidente in codice verde dove dovrebbe restare ancora oggi per ulteriori verifiche sulle sue condizioni.

Pm attende gli atti della Polizia locale, disposte le autopsie

La pm Elisa Calanducci sta aspettando il dossier della Polizia Locale prima di procedere ad atti formali nell'inchiesta per omicidio colposo e lesioni colpose sul deragliamento del tram in cui sono morte due persone e una cinquantina di persone sono rimaste ferite. Al momento l'autista è stato interrogato solo dalla Locale e non ancora dal magistrato che lo farà solo quando avrà più chiaro il quadro di quanto è accaduto sulla base delle ricostruzione della Locale. Nel frattempo sono state disposte le autopsie delle vittime, Ferdinando Favia e Abdoul Karim Touré, con data ancora da stabilire. Il conducente del tram ha detto alla Polizia locale di avere avuto un malore che gli avrebbe fatto perdere il controllo. Al momento non è iscritto nel registro degli indagati.

Fiori sul posto

Due mazzi di fiori bianchi, rose e calle, e una scritta essenziale vergata a mano: "Il cordoglio di Atm". L'azienda dei trasporti milanesi, coi suoi rappresentanti, li ha deposti sul luogo dove ieri è deragliato un tram della linea 9, in viale Vittorio Veneto, causando 2 morti e oltre 50 ferite.

Anche sul grosso albero su cui ha rimbalzato il tram al momento della curva, qualcuno ha privatamente lasciato un fiore, una singola gerbera bianca appoggiata al fusto della pianta.

Trovata morta la balenottera che nuotava nel porto di Napoli

AGI - La sua presenza era stata segnalata lunedì e filmata, diventando virale nei social. Ma la balenottera che aveva nuotato nel porto di Napoli è stata ritrovata morta. A darne notizia la Capitaneria di Porto. Ieri, intorno alle ore 20.50, la nave Bruno Gregoretti della Guardia costiera, in transito all'interno del porto, ha avvistato, in prossimità dell'uscita, la balenottera. Il corpo del cetaceo galleggiava privo di vita.

La Capitaneria di Porto ha subito allertato la motovedetta sar cp890 che, insieme a un mezzo navale del gruppo ormeggiatori di Napoli, ha provveduto a spostare la salma dalle rotte di ingresso e di uscita del traffico navale.

Il trasferimento della balenottera per gli accertamenti

Nelle prime ore della mattinata di oggi, la balenottera è stata trasferita ai cantieri navali Piloda Shipyard, che hanno offerto la disponibilità del sito e dei loro mezzi meccanici e attrezzature. Intervenuto in cantiere, per gli accertamenti tecnico/sanitari del caso, l'Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, che ha il compito di eseguire l'esame autoptico per determinare le cause che hanno determinato il decesso del cetaceo.

Le indagini necroscopiche 

Nel pomeriggio di oggi, la balenottera sarà trasferita presso il centro della ditta proteg di caivano, dove verosimilmente nella giornata di lunedì prossimo verrà sottoposta alle indagini necroscopiche, che daranno importanti informazioni non solo per conoscere meglio le cause del decesso ma anche di interesse scientifico.