AGi - Davanti allo stabilimento Amazon di Torrazza Piemonte, in provincia di Torino, un uomo di 36 anni di Chivasso si é cosparso di benzina e si é dato fuoco riportando gravi ustioni sul 65 per cento del corpo.
Non era un dipendente di Amazon
Da quanto si apprende, alla base del gesto compiuto dal 36enne, che non risulta essere un dipendente della multinazionale, vi sarebbero motivi sentimentali.
L'intervento dei sanitari del 118
Sul posto é intervenuta l’ambulanza del 118 che ha trasportato il ferito in codice rosso all’ospedale Cto di Torino.
Amazon: "Vicinanza alla vittima"
In una nota Amazon ha espresso vicinanza alla vittima e si é detta disponibile a collaborare con le forze dell’ordine, qualora fosse necessario.
Sparare sulla burocrazia di Bruxelles è l’esercizio retorico preferito da populisti e sovranisti di ogni Paese europeo. Probabilmente molti anti-europeisti – che sono di norma anche no-vax – rimpiangono l’Europa delle piccole patrie, degli staterelli pre-unitari in Italia e Germania, delle enclave che ancora alimentano irredentismi irriducibili (dalla Scozia alla Catalogna, dalla Corsica alla regione basca). Se uno pensa a figure come il politico britannico di destra Nigel Farage – ritornato in auge nelle elezioni amministrative di maggio 2026, benché i danni della Brexit, di cui da sempre è grande sostenitore, siano conclamati – si rende conto di un paradosso drammatico. Che la percezione diffusa sui guai e gli svantaggi che i singoli Paesi subiscono facendo parte della comunità europea non corrisponde alla realtà. Ma anche che i cittadini europei sono di gran lunga meglio di chi li rappresenta a Bruxelles e Strasburgo.
Nigel Farage (Ansa).
L’Italia batte tutti i record di lungaggini amministrative
Di certo sostenere che la macchina comunitaria viaggi spedita è una sciocchezza. Allo stesso modo è innegabile che interventi che non tengano conto delle differenze esistenti fra 27 Stati sono destinati a produrre documenti ponderosi ma inefficaci. Però c’è da ridere quando i sovranisti, soprattutto i nostri, inveiscono contro i burocrati di Bruxelles. Dimenticando che siamo il Paese che batte tutti i record in Europa e nell’area Ocse di lungaggini amministrative. In Italia le pratiche burocratiche sottraggono infatti in media 300 ore all’anno a ciascun cittadino, i tempi medi si traducono in 600 giorni per risolvere dispute commerciali e in circa 36 mesi per la liquidazione di un’attività insolvente. Bisogna aggiungere poi che da noi l’84 per cento della popolazione considera gli apparati amministrativi un ostacolo primario, rispetto a una media europea del 60 per cento.
Siamo il continente dei diritti civili e politici
In ogni caso, e a prescindere dalle varie diatribe burocratiche, l’Europa anche nella percezione dei cittadini europei è più vitale di chi ci rappresenta, cioè apparati, funzionari e politici. Ma non serve evocare le retoriche dello spirito europeo o della cristianità, passando per la comunanza culturale che ci rende eredi di Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Mozart. Basta limitarsi a ricordare tre fatti recenti che indicano come lo spazio europeo non sia un’espressione geografica. Ma un dato di realtà sul quale riflettere. A partire dalla consapevolezza che siamo il continente dei diritti civili e politici; e l’unico al mondo a garantire ai suoi cittadini accesso universalistico alle cure, all’istruzione, alla pensione.
Preferite gli esempi di Trump o Ben-Gvir?
Il sistema di welfare, benché ammaccato, tiene ancora. Tant’è che le aspettative di vita sono complessivamente le più alte al mondo. Chi ha dubbi sul trovarsi o meno nel continente giusto, può in questi giorni considerare le bizzarrie minacciose di Donald Trump o l’atteggiamento irridente esibito dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir di fronte ai volontari della global Flotilla inginocchiati, ammanettati e vittime di violenza.
Itamar Ben-Gvir (Ansa).
L’Eurovision e il successo in termini di audience
Ma voltiamo pagina, decisamente più leggera. L’Eurovision song contest ha un’audience televisiva (il dato del 2025 è di 166 milioni di spettatori stimati a livello globale) che il Super Bowl (124 milioni di spettatori, soprattutto concentrati negli Usa), i Grammy (circa 20 milioni) e la cerimonia degli Oscar (17 milioni) messi assieme non totalizzano. Un prodotto dell’industria culturale interamente made in Europa. Al momento non si sa se quel record di un anno fa sarà superato, perché in questa edizione per protesta contro la presenza di Israele cinque Stati (Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda) hanno disertato la manifestazione e tre di loro hanno proprio annullato la diretta.
La formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo
Però lo share medio è stato attorno al 30 per cento. In Italia l’Eurovision, con oltre 5 milioni di telespettatori, si è aggiudicato la serata. Ma il dato su cui meditare, per la varietà di generi e interpreti, è la formazione di un gusto e di un potenziale mercato europeo. E qui il momento simbolico della manifestazione è stato Celebration!, il medley dei 70 anni del concorso con finale, con il pubblico di Vienna che ha cantato all’unisono sulle note di Nel blu, dipinto di blu di Domenico Modugno.
È il pubblico giovane che sta disegnando questo processo di convergenza musicale, sicuramente alimentato dal sentimento no borders al quale hanno contribuito in modo decisivo i quasi 40 anni (che cadono nel 2027) del progetto Erasmus. Il programma di interscambio universitario ha presentato il report 2025. Più di un milione gli studenti europei coinvolti: 36 mila gli universitari italiani andati all’estero e 43 mila quelli stranieri venuti in Italia, paese che è il secondo più gettonato. Ma se si considerano anche l’istruzione superiore e la formazione degli adulti, oltre 2.300 sono i progetti attivati e più di 92 mila le persone coinvolte.
«Un’infrastruttura culturale e civile condivisa»
Il dato saliente però, per riprendere le parole del direttore di Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e dell’Agenzia Nazionale Erasmus+, Flaminio Galli, è che «Erasmus è molto più di un programma di mobilità: è uno spazio concreto in cui prende forma l’identità europea delle nuove generazioni e delle comunità educative. Investire nel programma significa investire nella capacità dell’Europa di restare unita, aperta, capace di formare cittadini consapevoli e di costruire una vera infrastruttura culturale e civile condivisa».
Tra le città più felici al mondo nessuna italiana nella top 50…
Musica, maestro!, per dirla con una battuta azzeccata, visto che parliamo di Europa felix. Alla faccia dei super nazionalisti nostrani, con in testa il generale Roberto Vannacci e la sua truppa, che non si rendono conto che forse sono proprio loro, con la faccia truce che mostrano agitando un primato nazionale tutto da dimostrare, che deprimono e rendono infelici tanti connazionali. Nel recente ranking delle città più felici al mondo non ce n’è una italiana nella top 50. Le sole che vengono citate (Bologna, Parma e Milano) si posizionano alle caselle 73, 77 e 80. A grande distanza, non solo statistica, dall’Italia della dolce vita e della “Milano da bere” di 40 anni fa.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
… ma 39 sono europee!
Naturalmente l’esistenza di un Happy City Index conferma che la mania di dare premi e riconoscimenti è pari alla smania con la quale i premiati esibiscono le medaglie. A uso prevalentemente mercantile e turistico. Però, stando al tema, la notizia è che nella top 50 mondiale ci sono 39 città europee. Mentre degli Usa ne compare una sola: San Francisco. Città grandi come Copenaghen, che è la vincitrice, medie (Grenoble) e piccole (Klagenfurt) testimoniano che l’Europa è il luogo dove tutti, potendo (anche americani, russi e cinesi!), verrebbero di corsa ad abitare. E allora: teniamoci cara e stretta la nostra Europa.
AGI - Botte e spintoni a Parma subiti da due insegnanti. C'è un rimprovero all'origine dell'aggressione a due insegnanti da parte di un gruppo di ragazzi giovedì scorso a Parma, ripresa da un video: lo ha riferito uno dei due docenti che ha precisato di non essere stato colpito, a differenza del collega.
Il racconto dell'insegnante di Parma
"Intorno all'una", ha raccontato, "vedo un ragazzo nell'area antistante la scuola, di fronte alla fermata dell'autobus, che sta telefonando. A un certo punto dà un calcio a una lattina che si schianta contro la portiera di un'auto parcheggiata. Io non conosco quel ragazzo e ho saputo solo dopo che era dell'Itis ma sono un insegnante e quindi lo richiamo perché è una cosa senza senso, illogica, e soprattutto da maleducati".
L'aggressione al parco
"Lo studente reagisce a male parole e assieme al collega l'ho richiamato un po' più intensamente di prima", ha spiegato il docente, "dopo la scuola incontro quel ragazzo con sette, otto altri giovani che non conosco". L'insegnante si stava allontanando in bicicletta quando, arrivato nel parco, si è accorto di essere stato seguito. "Ma non sono stato toccato da nessuno", ha specificato, a differenza del collega intervenuto per difenderlo che è stato preso a cinghiate.
Spintoni e botte ai due professori
Sull'aggressione nelle vicinanze dell’Itis Leonardo da Vinci di Parma, il cui video è diventato virale, si vedono alcuni giovani spingere e colpire due professori, mentre altri ragazzi ridono e filmano la scena. I docenti coinvolti non avrebbero intenzione di sporgere denuncia ma il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha preso contatti con la dirigenza scolastica dell’istituto parmigiano per esprimere vicinanza ai docenti coinvolti e all’intera comunità scolastica.
Gli organi collegiali saranno chiamati a valutare eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti degli studenti coinvolti anche se la scuola ha precisato che le decisioni saranno adottate mantenendo una finalità educativa, pur nella consapevolezza della gravità dei fatti.
Smascherare articoli e post scritti dall’Intelligenza artificiale è diventato sui social uno sport molto praticato: le bolle dei cosiddetti “intelligenti” esondano di sarcastici «la prossima volta scrivilo tu», «puzza di IA lontano un miglio», «ora prova a dirlo con parole tue». È ormai talmente facile accorgersi quando un post è stato scritto da Claude, da ChatGPT, da Gemini, da Grok, da Copilot o dalle altre numerose opzioni proposte dal pensiero sintetico dei grandi player tech che soltanto pochi irriducibili ingenui cadono nel trabocchetto. Ma sono sempre loro a credersi più furbi delle macchine e, infatti, come rileva un articolo uscito recentemente sul Wall Street Journal (“Writers Are Going to Extremes to Prove They Didn’t Use AI“, 8 maggio 2026), si ingegnano ora a trovare modi per non essere scoperti o per non essere tacciati di ricorrere al bot: per esempio inseriscono nei testi che spediscono al caporedattore o all’editor errori di grammatica o di punteggiatura: sarebbe la prova che il testo che hanno inviato non è stato scritto da una IA perché, si sa, le macchine non fanno errori.
Le icone delle app di IA (Ansa).
L’attualità degli esperimenti di Turing e Searle
Nel 1950 il logico matematico Alan Turing propose un test nel suo saggio, uscito sulla rivista Mind, “Computing Machinery and Intelligence” (Oxford University Press): un giudice umano conversa per iscritto con due interlocutori, uno umano e uno macchina. Se non riesce a distinguerli con affidabilità, la macchina ha “superato” il test. La domanda originale non era: «Le macchine pensano?», che Turing considerava troppo vaga, ma se una macchina riesce a riprodurre, in termini operativi e comportamentali, il linguaggio umano. Nel 1980 John Searle (Denver, 1932), filosofo del linguaggio, si spinse più avanti. Immaginò una persona chiusa in una stanza. Questa persona non conosce il cinese ma le vengono passati sotto la porta dei foglietti con simboli cinesi (le domande). Lei dispone di un manuale di regole: «Se vedi questo simbolo, rispondi con quest’altro simbolo». Seguendo meccanicamente le regole, produce risposte in cinese perfettamente sensate. Chi è fuori dalla stanza è convinto di parlare con qualcuno che capisce il cinese. Ma la persona non capisce nulla, manipola simboli secondo regole sintattiche senza alcuna comprensione semantica. Secondo Searle, questo è esattamente ciò che fa un computer: sintassi senza semantica, elaborazione senza comprensione. Le obiezioni non mancarono. La più nota è la systems reply: forse la singola persona non capisce, ma il sistema nel suo insieme – persona più manuale più stanza – capisce. Searle la respinse, ma il dibattito non si è mai chiuso davvero ed è rimasto uno degli esperimenti mentali più discussi della filosofia analitica del Novecento: nell’era dei grandi modelli linguistici, sembra più attuale che mai.
Un’immagine di Alan Turing (Ansa).
Il grande paradosso: l’uomo simula l’imperfezione umana
Il paradosso è che chi scrive oggi usando il suo cervello deve trovare il modo di sembrare più umano di una macchina addestrata ad imitarlo alla perfezione. Nel Libro degli erroriGianni Rodari ci conferma che gli errori fanno parte della natura umana, il grande scrittore sosteneva che gli errori non stanno nelle parole ma nelle cose – i veri errori, dai quali dovremmo liberarci, sono la guerra, il razzismo, l’ingiustizia, non le parole che li designano – ma chi inserisce deliberatamente degli errori in un testo generato da un’IA, non usa l’errore per liberarsi della grammatica ma per simulare l’imperfezione umana, per nascondersi dietro di essa. Usa l’errore come un travestimento e il paradosso è raffinato: Claude e Copilot scrivono “troppo” bene e proprio questa perfezione sintattica le tradisce.
Un frame di un filmato di Gianni Rodari (Ansa).
L’errore, per secoli considerato segno di debolezza umana, diventa un certificato di autenticità, la prova che dietro a un testo scritto c’è una persona invece di una macchina. Rodari voleva che i bambini imparassero divertendosi. Noi adulti impariamo oggi a fingerci umani sbagliando apposta. Siamo arrivati al punto in cui dobbiamo simulare i nostri difetti per dimostrare di esistere e non è un problema di grammatica, è un problema profondo di identità. Le macchine vincono quando cominciamo a imitarle, e noi perdiamo quando dobbiamo esasperare un tratto fallace, l’imperfezione, per distanziarci da loro, per dimostrare di essere ancora umani.
Gli editori di quotidiani hanno sempre avuto un po’ il complesso di inferiorità nei confronti della televisione. E perciò, quando la tecnologia digitale ha abbattuto le barriere all’ingresso, ci si sono spesso buttati. Picchiandoci però frequentemente la testa. Ed è quello che potrebbe succedere di nuovo.
Crisi immediate, agonie e chiusure definitive
Ancora viene ricordato, per esempio, il bagno di sangue di 24ore.tv, canale televisivo de Il Sole 24 Ore che Confindustria fece debuttare nell’aprile 2001 sul digitale terrestre, con palinsesto ricco e investimenti importanti. Crisi quasi immediata, agonia durata qualche stagione, chiusura definitiva al termine del 2006.
Il vecchio logo di 24ore.tv.
Repubblica radio Tv dove scalpitavano Zucconi e Giannini
Nel frattempo, il 10 aprile 2006, esattamente 20 anni fa, nasceva Repubblica radio Tv. Un canale televisivo che si vedeva al 50 del digitale terrestre, e nel cui palinsesto, due ore al giorno in replica a nastro, esondavano Vittorio Zucconi e l’ambizioso Massimo Giannini, talk su talk. Nel novembre 2011 il canale cambiava nome: solo Repubblica tv. E nel 2013 chiudeva i battenti, per mancanza di pubblico e di risorse, sostituito da LaEffe tv (canale di Feltrinelli, anch’esso con vita breve).
Quel progetto di Warner Bros Discovery poi andato in fumo
Nel 2024, quando Warner Bros Discovery sembrava ancora avere grandi ambizioni di broadcaster generalista televisivo, tra Fabio Fazio, Maurizio Crozza e Amadeus, erano corse voci di un’operazione Cnn (marchio internazionale del gruppo WBD) in Italia: o con pezzi di palinsesto brandizzati Cnn su Nove, oppure con l’acquisizione di La7. Avrebbe dovuto essere coinvolto pure Enrico Mentana. Tutto si risolse, però, in tanto fumo e niente arrosto. E nulla accadde.
Il logo di Warner (Ansa).
Il difficile equilibrio economico-finanziario dei canali all-news
Soprattutto perché in Italia ci sono già tre canali all-news – Rai News, Tgcom, SkyTg24 – e poi una radio di news col video, ossia La7. Il panorama, quindi, sembra già piuttosto affollato, con il dilemma di una rete all-news che, per definizione, fa fatica ad andare in equilibrio economico-finanziario, e acquisisce senso o in offerte pay o in grandi gruppi come Rai o Mediaset.
I giornalisti e la smania di andare in video…
Ma, si sa, editori e giornalisti, cioè gli esseri più vanitosi del Pianeta, impazziscono per andare in video. Dal 19 giugno 2025 in Confindustria ci hanno riprovato, col lancio di Radio 24-IlSole24oreTv, disponibile sul digitale terrestre al canale 246. È passato quasi un anno e, a dire il vero, in pochi se ne sono accorti.
Il Sole 24 Ore Tv.
Ora nella nuova Gedi alla greca targata Antenna group (in cui comincia a rotolare qualche testa…) c’è voglia di un ritorno di qualcosa di simile a Repubblica tv, però targata Cnn che fa più figo, stringendo una collaborazione con WBD, proprietaria del brand. Perché i nuovi azionisti di Gedi ritengono che in un’offerta complessiva di contenuto crossmediale, oltre alla radio, a Repubblica e alla sua proposta video e assieme al resto degli asset, ce ne debba essere una di tipo televisivo tarata sull’informazione.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group (foto Imagoeconomica).
Questa nuova piattaforma informativa, con la parte video preponderante, dovrebbe essere distribuita in primis su Dazn dall’11 giugno, in concomitanza con il debutto del Mondiale di calcio americano trasmesso integralmente dalla piattaforma in streaming.
Urbano Cairo (foto Imagoeconomica).
Cairo aspetta sul fiume, in attesa di occasioni
Una sorta di sperimentazione, prima di arrivare alla fase due, cioè il lancio di un canale televisivo sul digitale terrestre, approfittando di uno slot su Persidera che dovrebbe essere lasciato libero da Warner Bros Discovery Italia, in fase di razionalizzazione del suo portfolio canali. Immaginiamo già le folle di telespettatori adoranti. Nel frattempo Urbano Cairo, che tanti corteggiano per La7 ma che non vende a nessuno, guarda sornione. E aspetta sul fiume, in attesa di qualche buona occasione. Magari proprio a Repubblica.
«L’hanno rimasto solo», citando Vittorio Gassman nell’Audace colpo dei soliti ignoti. Beffardo destino, quello di Elon Musk. Neanche fosse un contrappasso dantesco, l’uomo che dice di avere a cuore il futuro dell’intera umanità è lo stesso che, in alcuni dei reel più recenti che circolano in Rete, appare isolato, evitato pressoché dall’umanità intera. Ma lui non demorde. Così la sua preoccupazione per le «magnifiche sorti e progressive» (questa volta la cit. è da La ginestra di Giacomo Leopardi) è sbarcata anche nelle aule di tribunale grazie alla causa intentata contro Sam Altman, numero uno di OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT. L’accusa mossa dal nostro è quella di aver tradito il patto originario di mantenere OpenAI una non-profit e di averla invece trasformata in una macchina da soldi.
Il Ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).
Elon, abbiamo imparato a conoscerti
Chiariamo subito. Non che l’uno sia meglio dell’altro. Ma forse a Elon sfugge che, nel corso degli anni, abbiamo imparato a conoscerlo. E, proprio per questo, grazie a massicce dosi di anticorpi, non ce la beviamo più. Così finisce (per il momento) che il tribunale federale di Oakland, in California, abbia rigettato la causa per un vizio formale, senza neanche entrare davvero nel merito della questione. Il che offre lo spunto per capire la portata simbolica di questo scontro tra titani.
La fondazione come ente senza scopo di lucro
Tutto ebbe inizio nel 2015. OpenAI fu fondata come ente senza scopo di lucro, con l’obiettivo di sviluppare intelligenza artificiale «per il bene dell’umanità». Musk fu tra i primi a metterci i soldi. Nel 2018 però lasciò il consiglio di amministrazione. Ufficialmente, per evitare conflitti con Tesla, l’altra sua azienda impegnata nello sviluppo di un’intelligenza artificiale per la guida autonoma. Ma in realtà sembra che Musk avesse chiesto, senza successo, il controllo totale della società e avesse persino tentato di fondere OpenAI con Tesla, senza riuscirvi.
Il logo di OpenAI (Imagoeconomica).
Una questione etica, con richiesta di risarcimento
Nel 2019 OpenAI creò una controllata for-profit, OpenAI LP, legata alla non-profit ma con un obiettivo diverso: fare business, scalare, attrarre capitali, crescere e attrarre capitali ancora. Nel 2024 Musk ne ha fatto una questione etica, intentando l’azione legale. E chiedendo, in qualità di investitore della prima ora, un risarcimento, secondo alcune stime, pari a 180 miliardi di dollari per «guadagni illeciti» nonché il riconoscimento del fatto che OpenAI abbia usato quei soldi per scopi diversi da quelli inizialmente dichiarati. Una truffa, in sostanza.
Due visioni dell’IA, tra bene pubblico e infrastruttura privata
Il resto è cronaca recente. Dopo poche settimane di udienza, il tutto si è chiuso con un nulla di fatto. Il problema, a quanto pare, è che Elon si sia mosso troppo tardi. Tuttavia, il punto interessante di questa storia fatta di miliardi, tecnologia, avidità e risentimento non è giuridico quanto simbolico, come dicevamo. Vale a dire il confronto tra due visioni dell’intelligenza artificiale, tra bene pubblico e infrastruttura privata, oltre alla trasformazione dell’idealismo tech in una guerra di potere.
Elon Musk (Ansa).
Musk è stato costretto a rincorrere con Grok
È noto infatti che nel mondo dell’innovazione tecnologica chi tardi arriva, male alloggia. Il primo di solito si prende tutto, struttura il mercato, ne decide il funzionamento, imposta il gioco. E poi diventa difficile scalzarlo. OpenAI, con ChatGPT, è arrivata per prima. Così Musk ha perso la bussola e si è ritrovato ai margini, fuori dalla cabina di regia, in ritardo e costretto a rincorrere con Grok, il modello d’intelligenza artificiale di xAI, integrato in X (ex Twitter) e pensato esplicitamente come concorrente di ChatGPT. Solo che, ed Elon lo sa, Grok gioca in serie B, fuori dagli accordi che contano, dalle forniture che fanno fare il salto di qualità, finendo troppo lontano dalla “casalinga di Voghera” che l’idea per una ricetta oggi la chiede direttamente a ChatGPT.
Grok, chatbot di X (Ansa).
Vari scandali, dal deepfake all’antisemitismo
E poi resta un fatto. Di quale etica Elon si fa portavoce se proprio la sua intelligenza artificiale, Grok, è stata al centro di una serie di scandali? Un modello venduto come più libero e meno censurato rispetto a ChatGPT ha perso il controllo generando deepfake e contenuti estremi, dalla pedopornografia ai contenuti antisemiti, tanto da attirare pressioni da autorità di mezzo mondo che lo hanno costretto a limitare parte delle sue funzionalità.
L’umanità non ama chi non sa perdere
Intendiamoci: se Musk vuole parlare di etica, è il benvenuto. Tuttavia, vale la pena chiedersi di quale etica stia parlando. È l’etica che protegge il bene comune e i minori, o quella che lascia che un chatbot generi contenuti oltre ogni limite, prima che le autorità lo costringano a metterci una pezza? Alla luce di tutto, e più semplicemente, sembra che la questione sia più banale di quanto appaia. A Elon non piace perdere. E infatti ha già annunciato ricorso. Resta tuttavia il fatto che la gente comune, insomma l’umanità, non ama chi non sa perdere. Per questo Elon, alla fine, balla da solo.
AGI - Sono oltre 8 mila i partecipanti al corteo promosso a Palermo da un folto cartello di associazioni e collettivi che chiedono "giustizia e verità" sulle stragi di mafia, nel 34esimo anniversario dell'eccidio di Capaci.
Le associazioni presenti
Tra gli organizzatori dell'evento Agende Rosse, Cgil, Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Centro Studi Paolo e Rita Borsellino e Our Voice. "Fuori la mafia dallo Stato", tra gli slogan. "Basta silenzi e depistaggi", si legge sugli striscioni.
Il corteo nel cuore della città
Partiti dal palazzo di giustizia, i manifestanti hanno attraversato piazza Verdi, via Ruggero Settimo, piazza Castelnuovo e via Libertà, nel cuore della città, per raggiungere l'area vicina all'Albero Falcone. Musica e slogan hanno scandito il percorso. Tantissimi i giovani presenti, con striscioni e magliette colorate.
C'è anche un monitor che segna l'orario quest'anno sul palco allestito ai piedi dell'Albero Falcone, in via Notarbartolo. Così alle 17:58 in punto - orario in cui un'esplosione sventrò l'autostrada uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani - è a tutti visibile il momento in cui viene poi intonato il "silenzio". Lo scorso anno furono furiose le polemiche per l'anticipo di diversi minuti dell'omaggio ai caduti.
Le parole di Maria Falcone
"Fuori la mafia dallo Stato", hanno continuato a gridare alcuni manifestanti sotto l'Albero, mentre Maria Falcone ha preso la parola dal palco: "C'è anche chi contesta, ma è il sale della democrazia. Mi auguro che non lo si faccia alle 17:58, in quel momento tremendo. E domani si riprenda pure. Vorrei solo dire - ha proseguito la sorella del magistrato - che Giovanni è nostro. E guai a chi ce lo tocca. Dobbiamo portare avanti le loro idee, loro sono di tutti".
"Oggi (sul palco) ci sono solo io, e dietro di me ragazzi da tutta Italia che leggeranno i nomi. Vogliamo che siano loro a leggerli, perchè sono la dimostrazione che davanti alle cause importanti tutti gli italiani devono essere d'accordo. La memoria di Giovanni e Paolo e delle scorte non deve essere sterile, ma continuo ricordo alla città che non bisogna fermarsi e mai dire 'abbiamo vinto'", ha concluso Maria Falcone.
Gli applausi per Nino Di Matteo
All'evento era presente, tra gli altri, il magistrato Nino Di Matteo, accolto tra gli applausi. "Si arriverà alla verità sulle stragi - ha detto Di Matteo - se le istituzioni e il popolo italiano la vorranno trovare. I segnali però non sono oggi positivi. C'è una parte significativa del Paese e delle istituzioni che vuole archiviare per sempre alcune pagine importanti, ritenendo soddisfacente l'esito della condanna dei mafiosi, che è un esito importante, ma che non ha ricostruito tutta la verità", ha detto il magistrato.
Il trauma e la memoria, incontro con Mulè e Provenzano
Storicizzare, senza perdere la memoria del trauma: il 1992 è entrato nella mente e nel corpo di una intera generazione, che con la strage di Capaci e quella di via D'Amelio "è venuta al mondo una seconda volta" ma con l'obbligo di "trasformare in qualcosa che aiuta". Se ne è parlato all'Istituto Comprensivo Statale "Giovanni Falcone" nel quartiere palermitano dello Zen, scenario di una attuale recrudescenza mafiosa, durante l'incontro "Le stragi del 1992 tra storia, politica e memoria" organizzato dalla facoltà di Scienze politiche del capoluogo siciliano."La generazione venuta al mondo durante le stragi è stata segnata, come sono segnati i bambini che vengono al mondo sotto le bombe di qualunque guerra", ha detto, tra gli altri, siciliano e responsabile Esteri del Pd Giuseppe Provenzano, che ha ricordato "la mobilitazione collettiva" seguita alle stragi.
E' toccato a Giorgio Mulè, anche lui siciliano e vice presidente della Camera (FI), entrare nel vivo di quel trauma: "Per me, come per tanti altri, Capaci e via D'Amelio sono le Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, punti di non ritorno rispetto all'abisso e alla malvagità". La "fortuna" di chi è nato dopo è di poter meglio "storicizzare ciò che è accaduto, e non vivere quegli eventi con le diottrie di chi in quegli anni e dopo si è impadronito di quella memoria perchè doveva essere indirizzata da una parte, e se non ti allineavi eri un nemico".
La contesa odierna riguarda, appunto, la "memoria" di ciò che accadde in quegli anni, e in questa battaglia tra i fronti una proposta l'ha fatta sul Giornale di Sicilia il direttore di Scienze Politiche, Costantino Visconti: si può "ripartire da un patrimonio già condiviso, ossia che la mafia dei corleonesi ha voluto eliminare l'acerrimo nemico impiegando tutte le sue risorse, militari e politiche. Proviamo?".
«Compagne, va costruita una nuova cultura del matrimonio e della maternità». Nel 2023, un anno dopo l’inizio del calo della popolazione della Cina, Xi Jinping pronunciò queste parole al Congresso nazionale delle donne cinesi. Un intervento che chiariva già una delle più profonde preoccupazioni strategiche della leadership cinese: la crisi demografica. Dopo decenni trascorsi a limitare le nascite attraverso la politica del figlio unico, Pechino si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con il problema opposto: sempre meno bambini, sempre meno matrimoni e una società che invecchia a ritmi tali da minacciare crescita economica, sistema pensionistico e modello di sviluppo. Il richiamo di Xi è stato uno dei primi segnali che anche la demografia è diventata una questione di sicurezza nazionale.
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).
La metà delle cinesi nate dopo il 2000 non vuole avere figli
A distanza di alcuni anni, però, la risposta della società cinese sembra andare nella direzione opposta. Secondo un nuovo sondaggio di Zhaopin, una delle principali piattaforme cinesi di reclutamento online, quasi la metà delle donne nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli, per l’esattezza il 47 per cento. Si tratta di una percentuale impressionante se confrontata con le generazioni precedenti: tra le nate dopo il 1995 la quota scende al 33,9 per cento, al 15,7 per cento per quelle nate dopo il 1990, addirittura al 9,1 per cento tra le nate dopo il 1980. I dati sono il sintomo di un cambiamento culturale profondo. La Cina sta scoprendo che convincere qualcuno a fare un figlio è molto più difficile che impedirglielo. Lo aveva già mostrato l’esperienza della fine della politica del figlio unico. Prima la leadership ha eliminato il limite del figlio unico, poi ha autorizzato il secondo e infine il terzo. Ma la risposta delle famiglie è rimasta tiepida. Nel tempo sono infatti cambiati i costi, i valori, le aspettative e l’idea stessa di famiglia.
Immagine realizzata con l’IA.
Dai costi alle conseguenze sulla carriera: perché si dice no alla maternità
Le ragioni indicate dalle giovani donne raccontano una Cina molto diversa da quella che il Partito Comunista continua spesso a immaginare. Come sottolineato da Caixin, il 40,4 per cento cita l’elevato costo del mantenimento dei figli; il 30,5 per cento teme un peggioramento della qualità della vita; il 29,8 per cento parla dell’incertezza sul futuro e della paura di non riuscire ad assumersi una responsabilità così grande. Il 28,5 per cento teme invece conseguenze sulla carriera. La maternità, insomma, viene associata a un potenziale rischio economico e sociale. Negli ultimi anni, tra le giovani cinesi è diventata centrale una formula traducibile con “penalità materna“. La percezione è che fare figli porti a un congelamento, o addirittura arretramento, della propria carriera. Secondo il sondaggio di Zhaopin, il 61,5 per cento delle madri lavoratrici ritiene di non avere quasi nessuna possibilità di ottenere una promozione sul lavoro. Solo il 5,3 per cento pensa invece di avere reali prospettive di avanzamento professionale.
Quasi la metà delle donne cinesi nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli (Ansa).
Il difficile equilibrio tra famiglia, lavoro e vita sociale
Le difficoltà iniziano ancora prima dell’assunzione. Il 60,9 per cento delle donne intervistate racconta di aver ricevuto domande sul proprio stato civile o sui progetti di maternità durante i colloqui di lavoro, contro il 35,5 per cento degli uomini. La pressione non riguarda soltanto la carriera. Riguarda anche il tempo. L’85,4 per cento delle madri lavoratrici trascorre la maggior parte del proprio tempo libero occupandosi della famiglia, contro il 73,4 per cento dei padri. Quasi un terzo dedica oltre due ore al giorno ai lavori domestici. Solo il 6,4 per cento riesce a utilizzare il tempo libero per socializzare. In pratica molte donne cinesi finiscono intrappolate in un equilibrio estremamente fragile tra lavoro, cura familiare e sviluppo personale. Nel frattempo, il contesto demografico continua a peggiorare. Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita per il quarto anno consecutivo. Le nascite sono scese a 7,92 milioni e il tasso di fertilità si colloca ormai intorno a un figlio per donna, ben lontano dal livello di sostituzione di 2,1. Anche i matrimoni continuano a diminuire. Nei primi mesi del 2026 le registrazioni sono calate del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017. In Cina questo dato pesa particolarmente perché figli e matrimonio restano ancora strettamente legati, sia culturalmente sia dal punto di vista amministrativo.
Nei primi mesi del 2026 i matrimoni in Cina sono calati del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017 (Ansa).
Le contromisure prese da Pechino non bastano
Di fronte a questi numeri Pechino sta sperimentando di tutto. Sussidi alle famiglie, aiuti all’infanzia, congedi parentali, copertura sanitaria completa per i costi del parto, promozione dell’anestesia epidurale durante il parto, nuovi incentivi fiscali e persino misure simboliche come la reintroduzione della tassa su farmaci e dispositivi contraccettivi dopo 30 anni di esenzione. Tutto risponde alla stessa logica: segnalare che l’epoca del contenimento delle nascite è finita e che ora la priorità è opposta. Alcuni governi locali stanno sperimentando anche i cosiddetti mom jobs, lavori flessibili pensati per madri con figli piccoli. Ma oltre il 40 per cento delle donne teme che questa formula rafforzi ancora di più l’idea che la cura familiare sia una responsabilità esclusivamente femminile. Molte chiedono invece un cambiamento più radicale: orari flessibili per tutti, sistemi di promozione più equi e una distribuzione più paritaria del lavoro domestico. Alcuni studiosi e funzionari iniziano a suggerire soluzioni più profonde: congedi parentali obbligatori e non trasferibili per i padri, maggiore condivisione dei costi tra Stato e imprese, incentivi per ridurre la discriminazione verso donne in età fertile. Perché il problema, sostengono sempre più esperti, è strutturale. Finché avere un figlio continuerà a comportare costi professionali quasi interamente scaricati sulle donne, difficilmente gli appelli patriottici o i bonus statali riusciranno a invertire la tendenza.
AGI - È atterrato intorno alle 13 e 10 il volo della Turkish Airlines che ha riportato in Italia le salme dei quattro sub morti durante una immersione. I corpi di Monica Montefalcone, docente di biologia marina all'Università di Genova, di sua figlia Giorgia Sommacal e dei due giovani ricercatori piemontesi Federico Gualtieri, di Omegna e Muriel Oddenino di Poirino, nel Torinese, dopo le operazioni di sbarco verranno portate all'obitorio dell'ospedale di Gallarate (Varese), struttura di riferimento per l'aeroporto di Malpensa.
Da lunedì le autopsie dei quattro corpi
Qui, a partire da lunedì, saranno eseguite le autopsie. L'esame autoptico sarà eseguito su tutti i corpi, compreso quello di Benedetti, a partire dal pomeriggio di lunedì 25. La procura della Repubblica di Busto Arsizio, che opera per delega della Procura di Roma che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, affiderà l'incarico con i relativi quesiti a Luca Tajana, dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Pavia, alla tossicologa forense Cristiana Stramesi, sempre di Pavia, e all'anestesista, rianimatore e specialista di medicina sportiva e subacquea Luciano Ditri, uno dei massimi esperti italiani in medicina iperbarica. I legali delle famiglie potranno nominare i propri consulenti di parte. La famiglia Gualtieri indicherà la dottoressa Carola Vanoli, medico legale dell'Asl del Verbano Cusio Ossola.
A gestire la procedura è il sostituto procuratore della Repubblica di Busto Arsizio Nadia Alessandra Calcaterra, che opera su delega della Procura di Roma, a cui afferisce il fascicolo che ipotizza il reato di omicidio colposo per ora contro ignoti. Il magistrato bustocco conferirà lunedì in un' udienza in programma alle 12,30 gli incarichi ai periti. Le parti lese potranno nominare i propri consulenti di parte. La prima autopsia a essere eseguita sarà quella del capobarca Gianluca Benedetti, il primo a essere stato riportato in Italia.
AGI - "Per combattere la mafia c'è bisogno di un lavoro congiunto di tutti: dai magistrati agli insegnanti, dai commercianti agli impiegati pubblici, dai rappresentanti del governo ai consiglieri di circoscrizione. Ognuno secondo il proprio ruolo. La collaborazione fra organi dello Stato è uno snodo necessario per combattere la mafia". Nel giorno del ricordo di Giovanni Falcone, assassinato 34 anni fa nella strage di Capaci, il presidente dell'Anm Giuseppe Tango, palermitano, 43 anni, parla con AGI della figura e dell'immagine positiva per il nostro Paese, offerta dal giudice che istruì il primo, storico maxiprocesso alla mafia.
La lotta alla mafia e l'eredità di Falcone
L'eredità di Giovanni Falcone intanto è tale non solo per la magistratura palermitana, ma anche per giudici e pm di tutta Italia. "Falcone - dice Tango, giudice del Lavoro nel capoluogo siciliano - rimane un modello di magistrato moderno, capace di indagare a fondo ogni aspetto di Cosa nostra. Un magistrato dotato di metodo, intuito e visione. Per questo è stato ucciso e rappresenta un esempio vivo: per questo abbiamo il dovere di ricordarlo, con profonda riconoscenza".
Il presidente dell'associazione nazionale magistrati guarda all'acume dimostrato dal collega in tutte le sue indagini, in cui agì con notevole spirito di sacrificio e grandi capacità investigative: ma è ancora così, oggi, per i magistrati italiani? "Assolutamente sì - risponde Giuseppe Tango -. Sono doti che un magistrato, soprattutto requirente, deve avere. E quindi sono doti che vanno valorizzate sempre e comunque. Fanno parte dell’eredità che ci ha lasciato Giovanni Falcone. Possiamo solo ringraziarlo per questo".
"La collaborazioni tra istituzioni è necessaria contro la mafia"
Tango, all'indomani della sua elezione, nei giorni successivi al referendum sulla Giustizia, chiese subito sobrietà negli atteggiamenti, anche festosi, dei suoi colleghi, e un abbassamento dei toni, a conclusione dell'acceso scontro che aveva caratterizzato quella contesa elettorale: la storia di Falcone, avversato in vita ed elogiato da morto, ha insegnato qualcosa o è ancora lontano il momento della collaborazione tra gli organi dello Stato? "La collaborazione fra organi dello Stato - dice ancora ad AGI il magistrato palermitano - è uno snodo necessario per combattere la mafia. Quello che è successo in occasione della campagna referendaria mi ha emozionato".
"Tantissime persone, giovani e meno giovani, si sono mobilitate perché hanno voluto difendere un principio: quello dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalla politica. Abbiamo fatto un gran lavoro per recuperare una parte della fiducia che avevamo perso per degli errori fatti negli anni passati, quando alcuni magistrati avevano messo davanti carriera e interessi personali. Abbiamo intrapreso un cammino, ma il percorso deve proseguire. Questo è il nostro compito. E dobbiamo farlo raccontandoci e spiegando alle persone come funziona la giurisdizione, il modo migliore per ricostruire questa fiducia è raccontare con trasparenza come funziona la giustizia".
La riforma della giustizia
È allora possibile mettere attorno a un tavolo tutte le parti coinvolte nel sistema giustizia e fare una riforma che dia finalmente efficienza a una macchinafarraginosa e insoddisfacente, perché troppo spesso produce solo tardiva giustizia? "Ci stiamo provando, ci siamo incontrati con ministero della Giustizia e avvocatura. Vogliamo voltare pagina, nonostante il clima spesso particolarmente ostile della campagna elettorale. Lo possiamo fare lavorando insieme e partendo dalle cose più importanti, dalle urgenze. Noi abbiamo individuato le prime".
"Diminuire la durata dei processi"
Sullo sfondo la priorità condivisa credo sia la stessa: diminuire la durata dei processi. Partiamo da lì. Poi ovviamente ci sono vari tasselli da mettere a posto: i primi due sono stabilizzare l’Ufficio per il processo e rinviare la norma sul Gip collegiale, che paralizzerà i tribunali, purtroppo. Speriamo di avere risposte, ma l’inizio del confronto è stato positivo".
La ricerca di verità e giustizia
Un'ultima questione, tornando a Falcone, è l'anelito di verità e giustizia sulle stragi, il 23 maggio come il 19 luglio e in tutti gli altri giorni in cui il calendario mette di fronte anniversari tragici per il nostro Paese. "Tutti - conclude il presidente dell'Anm - chiediamo verità e giustizia. C'è un diritto inalienabile alla verità che va ribadito. Non è solo interesse dei familiari delle vittime. Non è solo interesse della magistratura. È interesse dello Stato, dell'intera collettività. Ci sono dei procedimenti aperti, devono fare il proprio corso e serve aggiungere anche questo tassello per ricostruire tutto quello che accadde nel 1992".