Poste Italiane, innovazione e sostenibilità con il progetto Smart building

Poste italiane si conferma un punto di riferimento nei processi di sostenibilità ambientale e di innovazione tecnologica grazie al programma strategico Smart building, avviato già da alcuni anni con l’obiettivo di incrementare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale del patrimonio immobiliare del Gruppo, che è tra i più grandi tra le aziende del Paese con quasi 15 mila edifici tra sedi direzionali, grandi hub, centro di distribuzione e uffici postali.

Cosa prevede il progetto

Il progetto Smart building prevede l’implementazione diffusa di sensori evoluti, piattaforme di Building management system (Bms) e soluzioni di energy management integrato, in grado di raccogliere e analizzare in tempo reale i dati relativi ai consumi energetici e alle condizioni microclimatiche, sia interne sia esterne agli edifici. Tali sistemi consentono una regolazione automatica e dinamica degli impianti di illuminazione, climatizzazione invernale ed estiva e ventilazione, ottimizzandone le prestazioni in funzione dell’effettivo utilizzo degli spazi. A completamento dell’approccio tecnologico, il piano Smart building include interventi strutturali mirati, quali la sostituzione degli impianti obsoleti con soluzioni ad alta efficienza, la riqualificazione energetica degli immobili per il miglioramento delle prestazioni dell’involucro edilizio e la progressiva decarbonizzazione dei sistemi di climatizzazione. In particolare, sono previste la dismissione degli impianti alimentati a gasolio a favore del gas metano e l’adozione di pompe di calore elettriche, compatibili con l’integrazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo insieme coordinato di interventi consente a Poste italiane di perseguire obiettivi concreti di riduzione dei consumi, delle emissioni climalteranti e dei costi operativi, in linea con le migliori pratiche europee in materia di smart infrastructure e transizione energetica.

Nel carcere di Rebibbia un parco per i figli dei papà detenuti

AGI - Un parco pensato per i bambini, dentro il carcere, per restituire normalità e relazione a un legame spesso spezzato dalla detenzione. È stato inaugurato oggi, presso la Casa circondariale di Roma Rebibbia Nuovo Complesso, lo spazio "Abbracci in Libertà", realizzato dalla Fondazione Santo Versace nell'area esterna antistante la Chiesa giubilare dell'istituto "Raffaele Cinotti", con l'obiettivo di tutelare la genitorialità e garantire la continuità affettiva tra i padri detenuti e i loro figli.  

L'inaugurazione si è svolta alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, di Santo Versace e Francesca De Stefano per la Fondazione Santo Versace e della direttrice del carcere Maria Donata Iannantuono.

Le parole del sindaco Gualtieri

"I bambini sono innocenti e, se non possono abbracciare il loro papà che sta scontando una pena detentiva, sono loro ad averne una che non meritano perché non hanno fatto nulla di male. Consentir loro di giocare col loro papà, di abbracciarlo è molto importante. Poi è importante anche rafforzare la dimensione rieducativa della pena, mantenere i legami sociali delle persone detenute aiuta anche per il loro reinserimento nella società. Quindi è un progetto molto bello e ringrazio davvero la Fondazione Versace", ha dichiarato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. "Naturalmente è un tassello, bisogna fare tante cose per lavorare su questa rieducazione e per i diritti delle persone detenute, ma questo è un tassello piccolo, ma non così piccolo e molto importante", ha aggiunto il primo cittadino.

L'intervento di Santo Versace

"Crediamo che la dignità della persona passi anche dalla possibilità di custodire i legami affettivi: offrire ai padri detenuti uno spazio dove incontrare i propri figli significa proteggere una relazione fondamentale per il loro futuro", ha affermato Santo Versace.

La visione di Francesca De Stefano

Per Francesca De Stefano "questo progetto nasce da una convinzione semplice: la pena non deve ricadere sui bambini. Per questo abbiamo immaginato uno spazio dove la bellezza possa diventare uno strumento di cura e di relazione, capace di custodire il legame tra un padre e suo figlio".

Il commento della direttrice Iannantuono

"Questo progetto non è il risultato di un'azione isolata dell'Amministrazione Penitenziaria, ma il frutto prezioso di una collaborazione con il privato sociale. È la dimostrazione che quando le istituzioni e il terzo settore dialogano, il carcere smette di essere un 'corpo estraneo' alla città per diventare un luogo di civiltà e di investimenti sul futuro", ha sottolineato la direttrice del carcere Maria Donata Iannantuono.

 

David di Donatello, “Le città di pianura” di Sossai fa incetta di candidature

Annunciate le candidature della 71esima edizione dei David di Donatello. Le città di pianura di Francesco Sossai domina la selezione grazie a un elevato numero di candidature nelle principali categorie, tra cui miglior film, regia e sceneggiatura: ben 16.

Le città di pianura ha staccato La grazia di Paolo Sorrentino (14) e Le assaggiatrici di Silvio Soldini (13). Tutti e tre i film sono stati inseriti nella cinquina per il miglior film, assieme a Cinque secondi di Paolo Virzì e Fuori di Mario Martone.

I cinque registi in lizza per il David di Donatello

Per quanto riguarda la regia, la cinquina è composta da quattro dei cineasti già citati: Sossai, Sorrentino, Soldini e Martone, a cui si aggiunge Gabriele Mainetti per La città proibita.

I candidati come miglior attore protagonista

Per le interpretazioni, si contendono la statuetta di miglior attore protagonista Valerio Mastandrea (Cinque secondi), Claudio Santamaria (Il nibbio), Toni Servillo (La grazia), Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano (Le città di pianura).

Le candidate come miglior attrice protagonista

Come miglior attrice protagonista sono in lizza in sei: Valeria Bruni Tedeschi (Duse), Barbara Ronchi (Elisa), Valeria Golino (Fuori), Aurora Quattrocchi (Gioia mia), Anna Ferzetti (La grazia) e Tecla Insolia (Primavera).

La cinquina per il miglior film internazionale

Nella categoria internazionale, la cinquina comprende Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, Io sono ancora qui di Walter Salles, The brutalist di Brady Corbet, La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania e Un semplice incidente di Jafar Panahi.

Solo una candidatura per il film campione d’incassi

Curiosità: i due film che hanno incassato di più durante la stagione, cioè Buen Camino di Checco Zalone e Follemente di Paolo Genovese hanno ricevuto solo una candidatura: quella per la miglior canzone originale. La cerimonia di consegna dei David di Donatello andrà in onda mercoledì 6 maggio, in prima serata su Rai 1.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

C’era una volta il calcio italiano delle notti magiche. Oggi c’è Zenica, Bosnia-Erzegovina, un campo da Serie D, 9.500 spettatori e un’intera nazione che guarda l’abisso per la terza volta consecutiva. Tre Mondiali saltati. Tre. Non uno, che poteva essere sfortuna. Non due, che poteva essere crisi. Tre, che è un certificato di morte (sportiva). E chi ha firmato il certificato? Facciamo i nomi, che in Italia si fa sempre troppa fatica a farli.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona

Partiamo dal commissario tecnico, Rino Gattuso. L’uomo che il mainstream giornalistico tratta come un passante generoso che si è immolato per darci una mano. Peccato che quel passante avesse un curriculum che farebbe rabbrividire un direttore delle risorse umane di qualsiasi azienda del Pianeta: esonerato al Milan, incapace di portare il Napoli in Champions con la stessa rosa con cui Luciano Spalletti sfiorò lo scudetto, e poi il pellegrinaggio tra Valencia, Marsiglia, Hajduk Spalato, raccogliendo macerie ovunque. Ma Ringhio piace, ha la faccia giusta, le signore lo adorerebbero come babysitter. Il problema è che non doveva fare il babysitter: doveva portare l’Italia al Mondiale.

Bastoni, il simbolo dell’antisportività primo responsabile del fallimento

E invece cosa ha fatto? Ha convocato Alessandro Bastoni, l’uomo che poche settimane prima era diventato il simbolo dell’antisportività per via di quella simulazione con successiva esultanza che ha deciso il campionato. Un calciatore che psicologicamente non reggeva la pressione, e che puntualmente prima dell’intervallo è scivolato sull’avversario lanciato in porta con la grazia di un elefante sul ghiaccio, beccandosi il rosso e lasciando la Nazionale in 10 uomini. La faccia peggiore dell’Italia, l’ha definita qualcuno. Difficile dargli torto.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).

Ma il capolavoro tattico di Gattuso è stato un altro. E cioè tenere in panchina Marco Palestra, che era il più in forma di tutti per distacco, per poi buttarlo dentro solo nella ripresa. Il ct si è ostinato con Mateo Retegui, che non stava in piedi. E poi, il colpo di genio definitivo: ai rigori ha mandato sul dischetto Pio Esposito, un ventenne a cui tremava il labbro prima di calciare. Un ragazzino spedito ad affrontare il leone nel Colosseo, con il peso di 60 milioni di italiani sulle spalle. Tiro alto, ovviamente. Come quello di Bryan Cristante, che ha centrato la traversa. Ma come si fa? In quale universo parallelo un allenatore che non ha vinto nulla nella sua carriera, a parte una Coppa Italia, ha il diritto di gestire momenti simili?

Due Mondiali mancati e la figuraccia a Euro 2024

Eppure Gattuso è solo il sintomo. La malattia ha un nome preciso: Gabriele Gravina. Il presidente della Federcalcio che è riuscito nell’impresa storica di inanellare non uno, ma due Mondiali mancati sotto la sua gestione. Con in mezzo la figuraccia all’Europeo 2024, dove siamo stati eliminati dalla Svizzera agli ottavi di finale. E, dettaglio non trascurabile, un’indagine per appropriazione indebita e autoriciclaggio, che in Italia evidentemente fa curriculum.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
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Gravina dopo le disfatte non si dimette. Non lo ha fatto post Macedonia (2022) né post Svizzera (2024) né post Bosnia (2026). Ora tutti invocano il suo passo indietro, addirittura sono state lanciare delle uova contro la sede della Figc di via Allegri a Roma. Eppure in conferenza stampa il presidente ha confermato Gattuso, Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Confermando anche se stesso. Ha parlato di Consiglio federale, di sedi deputate, di riflessioni approfondite. Tradotto dal burocratese: sto seduto sulla mia poltrona da quasi mezzo milione l’anno e non mi schiodo.

E, intorno a lui, le figurine dei trionfi del 2006 e del 2021. Buffon, Bonucci, appuntati sulla maglia azzurra come feticci di una gloria passata, senza competenza alcuna per i ruoli che ricoprono. Fabio Caressa a Sky ha detto che Buffon e Gattuso volevano dimettersi e Gravina li ha fermati. Certamente il sistema si auto-protegge. Si blinda. Si perpetua. Come nel 2022, quando all’indomani della Macedonia Gravina non esonerò Roberto Mancini per salvare se stesso, e Mancini poi scappò in Arabia Saudita, gettando le premesse per il disastro Spalletti e poi per questo ennesimo fallimento epocale.

Guardate il tennis: Binaghi ha fatto funzionare il movimento

Ma il vero schiaffo arriva da fuori il calcio. Guardate il tennis. Angelo Binaghi ha preso un movimento che non esisteva e lo ha trasformato in una potenza mondiale. Ha aperto scuole federali, investito sui bambini, costruito un sistema. Il risultato? Jannik Sinner, Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e una generazione intera di campioni. Il tennis italiano domina il mondo perché qualcuno ha avuto la visione e la competenza per costruire qualcosa dal basso.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Angelo Binaghi, presidente della Federtennis (foto Imagoeconomica).

E il calcio? Qui non esiste nulla di tutto questo. Niente scuole federali che funzionano, niente progetto di sviluppo dei talenti. È tutto abbandonato alle squadre di club, che legittimamente guardano ai profitti e alle vittorie, non al movimento. Le Iene documentarono anni fa il sistema di raccomandazioni che inquinava i settori giovanili. La Francia, quella che sforna talenti a nastro, ha un modello di formazione che funziona perché è il sistema federale a gestirlo. Noi abbiamo Gravina che convoca il Consiglio federale per farsi ridare la fiducia da potentati a libro paga.

I politici chiedono le dimissioni: ma dove eravate fino a ieri?

E la politica? Oggi tutti a chiedere dimissioni. La Lega, il meloniano Federico Mollicone, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, il ministro dello Sport Andrea Abodi. Perfetto. Ma dove eravate fino a ieri? Chi ha supportato Gravina per tutti questi anni? Chi ha permesso che il calcio italiano marcisse in questo modo? Il governo che oggi chiede le dimissioni è lo stesso che ha sempre sostenuto il sistema. L’indignazione a posteriori è il più italiano dei vizi.

Gravina, l’uomo che dà la colpa agli altri e resta incollato alla poltrona
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Tre generazioni di ventenni non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali. Non sanno cosa siano le notti magiche, non conoscono l’ebbrezza di un gol azzurro nella competizione più importante. E non la conosceranno almeno fino al 2030, se va bene. Perché con questa classe dirigente non c’è nessuna garanzia.

Come si farebbe in qualsiasi azienda seria, i responsabili devono andare a casa

Gattuso fuori. Buffon fuori. Bonucci fuori. Gravina fuori. Tutti fuori. Non dimissioni concordate, non Consigli federali addomesticati, non conferme in conferenza stampa. Via. Come si farebbe in qualsiasi azienda seria del mondo dopo un fallimento di queste proporzioni.
Oppure, come dice Il Fatto Quotidiano, meritiamo di scomparire dal calcio mondiale. Anzi, siamo già scomparsi. E il responsabile ha un nome e un cognome.

Il comitato condotta della Camera formalizza la sanzione a Delmastro

Il comitato consultivo sulla condotta dei deputati formalizzerà la sanzione nei confronti di Andrea Delmastro per la pubblicazione non tempestiva, nella dichiarazione patrimoniale, delle sue quote poi cedute della società Le 5 forchette. Quest’ultima è titolare del ristorante Bisteccheria d’Italia gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, accusato di essere un prestanome del clan Senese. La comunicazione tardiva con cui l’ex sottosegretario alla Giustizia ha integrato la documentazione non è quindi servita a evitare una dichiarazione di censura di tipo reputazionale, che verrà letta dal presidente della Camera Lorenzo Fontana in aula.

A Pasqua vita dura per i vegetariani. Il ‘re’ della tavola resta sempre l’agnello

AGI - Vita difficile per i vegetariani a Pasqua. Perché per una tradizione che si rispetti, il ‘re’ della tavola è immancabilmente l’agnello, in tutte le sue versioni. Da quello al forno, come si mangia in Toscana, a quello fritto, come molti l’apprezzano in Emilia Romagna, dal classico abbacchio a scottadito, prelibatezza che si gusta nel Lazio, fino al ‘capretto’ al forno o in umido, come si usa chiamare in Sicilia ma che sempre agnellino da latte è. E poi c’è l’agnello brodettato in Abruzzo o quello cucinato insieme al maialino al forno in Sardegna. E questo solo per fare pochi esempi. Perché si sa che il Bel Paese è maestro di tavola.

Sull’agnello – spieghiamo per i pochi che non lo sapessero – la tradizione ha antiche radici: nell’Antico Testamento, durante l’Esodo, ogni famiglia ebraica doveva sacrificare un agnello e segnare con il suo sangue la porta di casa; un gesto che serviva ad essere risparmiati dall’ultima piaga di Egitto. E l’agnello veniva mangiato arrostito. Poi, con il cristianesimo, il simbolo si trasforma e l’agnello diventa immagine di Cristo sacrificato per la salvezza dell’umanità. Da qui, la tradizione ormai più culturale che religiosa, di mangiare l’agnello, associato ai valori della resurrezione e della speranza.

La versione vegetariana

E chi è vegetariano? In tempi ormai ‘politicamente corretti’ non può mancare la versione veg. E così c’è chi si diletta tra bocconcini di soia con vino e carciofi o costolette di seitan con patate arrosto.

Le altre specialità regionali

Agnello a parte, ci sono poi infinite varietà locali sui cibi che affolleranno le nostre tavole domenica di Pasqua. Dal casatiello campano, ormai esportato ovunque, farcito con uova, salame, mozzarella, con la variante ‘irpina’ meno pepata, alla pizza con le erbe ripiena con scarola ripassata con uvetta, acciughe, pinoli e olive; dai passatelli in brodo alla ‘pagnotta di Pasqua’, una pasta lievitata tipo brioche a metà tra dolce e salato con uvetta e aroma di anice (tipico menù dell’Emilia Romagna) fino al pane 'coccoi', con le uova ‘incastonate’, tipico della tradizione sarda o la celebre pizza al formaggio dell’Umbria o le ‘pecorelle’ di marzapane, prelibato dolce della Sicilia.

La ricca colazione pasquale e i dolci

Una nota a parte merita però la colazione pasquale nel centro Italia e in particolare nel Lazio e a Roma. Qui, appena svegli si trova già la tavola imbandita con numerose prelibatezze: uova sode, salame corallina, formaggio, coratella con carciofi, torta al formaggio e, come tocco di dolce, ovetti di cioccolato in abbondanza. Un rito immancabile, tra dolce e salato, che si consuma la mattina per interrompere il digiuno quaresimale. Una colazione tanto ricca che però nulla toglie poi all’abbondanza del pranzo poche ore dopo. A chiudere i pranzi luculliani pasquali tutti uniti dai dolci: uovo di cioccolato, colomba - che non piace a tutti ma non manca mai – pastiera e chi più ne metta. Perché è vero c’è la tradizione ma poi ognuno si diletta come può e come vuole.

Intesa Sanpaolo partecipa a un finanziamento per sistemi di accumulo energetico in Nevada

La divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, ha partecipato, insieme a un pool di banche internazionali, a un finanziamento di circa 290 milioni di dollari a favore della realizzazione e gestione del progetto Roccasecca, un sistema di accumulo energetico a batteria da 127 MW / 506 MWh attualmente in costruzione a Boulder City, in Nevada. Secondo le previsioni, dovrebbe entrare in esercizio commerciale nel 2026 contribuendo a rafforzare l’efficienza e la flessibilità della rete elettrica nel mercato energetico del Sud-Ovest degli Stati Uniti.

Si rafforza la presenza di Intesa nel mercato energetico statunitense

Il finanziamento si inserisce nell’ambito della vendita del progetto Roccasecca da parte di Iown Energy, per conto del proprio cliente Eolus North America, a Desri, uno dei principali produttori indipendenti di energia. Nel finanziamento, la divisione IMI CIB, insieme ad altre banche internazionali, ha agito come coordinating lead arranger, confermando il ruolo di Intesa Sanpaolo come partner di riferimento in operazioni complesse di project finance, in particolare nel settore delle energie rinnovabili. L’iniziativa, inoltre, rafforza ulteriormente la presenza della banca negli Stati Uniti, un mercato strategico in cui la divisione IMI CIB continua a sostenere lo sviluppo di infrastrutture energetiche sostenibili e resilienti. Tra gli altri progetti che hanno visto Intesa a supporto di operazioni nell’ambito delle energie rinnovabili in tutto il Paese, si citano il finanziamento di Big Muddy in Illinois, uno dei più rilevanti impianti fotovoltaici del Midwest.

Una piattaforma consolidata nelle Americhe

Intesa Sanpaolo vanta una presenza consolidata negli Usa attraverso i propri uffici e filiali dedicate alle attività di corporate banking e alle operazioni cross-border. Nel corso degli anni, il Gruppo guidato dal ceo Carlo Messina ha supportato importanti clienti corporate e istituzioni finanziarie in operazioni strategiche nei settori infrastrutture, energia e industria. Attraverso operazioni come questa, Intesa continua a sostenere lo sviluppo di infrastrutture sostenibili nei principali mercati internazionali, rafforzando il proprio ruolo di partner finanziario nella transizione energetica globale.

Abodi sfiducia Gravina dopo la disfatta dell’Italia contro la Bosnia

Parlando a margine del premio Citta’ dei Giovani 2026’, all’indomani della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio il ministro dello Sport Andrea Abodi ha “sfiduciato” Gabriele Gravina, presidente della Figc di cui in tanti – nel mondo della politica e non solo – stanno chiedendo le dimissioni. «Penso che quando un’organizzazione nel suo complesso buca un Mondiale è chiaro che i vertici devono assumersi le responsabilità. Credo che prima ci sia la coscienza individuale e questo sembra non emergere minimamente, mi aspetto risposte più centrate dal presidente della Federcalcio».

LEGGI ANCHE: Italia fuori dai Mondiali: anatomia di un fallimento lungo vent’anni

Abodi: «C’è bisogno di rifondare il calcio italiano»

Quando uscimmo dal Mondiale in Brasile Giancarlo Abete si dimise, lo stesso fece Carlo Tavecchio nel 2018 con un commissariamento doppio anche della Lega di A», ha dichiarato poi Abodi. Che, a proposito del possibile commissariamento della Figc da parte del Coni, ha aggiunto: «Parlando con Luciano Buonfiglio (presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ndr) ho rinnovato a valutare tutte le forme tecniche compatibili, perché potrebbero esserci i presupposti». Inoltre: «Quando per tre edizioni non ci qualifichiamo sarebbe bene fare delle riflessioni e che ci sarebbe bisogno di rifondare il calcio italiano. Non è un giorno normale e non può soddisfare lo scaricabarile dicendo che aspettavamo di più dalle istituzioni. Bisogna avere un contegno e cercare la vittoria con pianificazioni e non per un fatto incidentale».

Trump ha detto che l’Iran ha chiesto un cessate il fuoco: la replica dei pasdaran

Donald Trump ha scritto su Truth che «il nuovo presidente del regime iraniano», ossia la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, «molto meno radicalizzato e ben più intelligente dei suoi predecessori», ha «appena chiesto agli Stati Uniti un cessate il fuoco». Il presidente americano ha poi affermato che lo stop agli attacchi potrà avvenire «quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sgombro». Fino ad allora, ha sottolineato, gli Usa continueranno «a bombardare l’Iran fino a ridurlo in polvere o, come si suol dire, a riportarlo all’età della pietra».

Trump aveva parlato di fine dei raid «entro tre settimane»

Poche ore prima, Trump aveva affermato che gli Stati Uniti potrebbero porre fine agli attacchi contro l’Iran «entro due o tre settimane», aggiungendo che Teheran non dovrà accettare un accordo come condizione per la fine della guerra: «È irrilevante. Quando riterremo che non saranno più in grado di sviluppare un’arma nucleare, allora ce ne andremo». Difficile capire dove voglia andare a parare il presidente Usa, sempre che abbia (più o meno) una strategia. Dalle ultime affermazioni sembra voler concedere altre 2-3 settimane all’Iran, prima di un’ondata di raid volti a cancellare il suo programma nucleare e riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Tra l’altro, la Casa Bianca ha annunciato che Trump terrà un discorso alla nazione alle 21 di mercoledì primo aprile (le 3 di giovedì in Italia) «per fornire un importante aggiornamento sull’Iran».

La replica dei pasdaran: «Da Trump ridicole messinscene»

Subito dopo le ultime affermazioni di Trump, i Guardiani della rivoluzione hanno ribadito che lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il commercio mondiale, resterà chiuso. «È saldamente e sotto il pieno controllo della Marina della Guardia Rivoluzionaria e non sarà aperto ai nemici di questa nazione per le ridicole messinscene del presidente degli Stati Uniti», si legge in una nota riportata dall’agenzia Fars. «Bisogna continuare a ricorrere alla leva strategica del blocco dello Stretto di Hormuz»: è quanto riporta un testo di Mojtaba Khamenei, riproposto sui canali social della Guida Suprema dopo le parole di Trump.

Dalla colomba alla pastiera: viaggio nei dolci di Pasqua

AGI - Esiste un’Italia che si racconta meglio attraverso i dolci che attraverso qualsiasi altro linguaggio. E Pasqua, forse più di Natale, è il momento in cui questa narrazione diventa più autentica, più radicata, più tenacemente locale. Mentre la colomba industriale occupa gli scaffali della grande distribuzione da febbraio a maggio, nelle cucine di milioni di famiglie italiane sopravvive, e prospera, un patrimonio di ricette che non ha nulla da spartire con quella morbida omologazione confezionata sotto cellofan. Facciamo un giro d’Italia virtuale in pasticceria, dunque. 

Campania: la pastiera, e poi il silenzio

Partiamo dal Sud. La pastiera napoletana non è un dolce: è una questione identitaria. Grano cotto nel latte, ricotta, uova, cedro candito, acqua di fiori d’arancio. La ricetta, che risale, secondo la tradizione, ai monasteri napoletani del XVI secolo, prevede che venga preparata il Giovedì Santo, per essere tagliata solo a Pasqua. Un giorno di riposo è il minimo sindacale, la pastiera va aspettata. Ogni famiglia ha la propria versione. Ogni famiglia sostiene che la propria sia quella originale. Su questo punto non esiste dialogo possibile.

Sicilia: la cassata che non è quella del bar

In Sicilia la Pasqua porta con sé la cassata, ma non quella che si trova tutto l’anno nelle vetrine delle pasticcerie. La cassata pasquale siciliana è una torta di pan di Spagna farcita di ricotta di pecora zuccherata, cioccolato fondente a scaglie e pasta reale. La glassa di zucchero bianca, le decorazioni in zucca candita verde e frutta candita colorata: un trionfo barocco che riflette, senza ironia, l’architettura delle chiese che circondano il tavolo da pranzo. Accanto alla cassata, i pupi di zucchero, statuine colorate in pasta di mandorle e zucchero che nelle botteghe artigianali raggiungono dimensioni e dettagli da fare invidia a certi scultori contemporanei.

Sardegna: i pardulas e la geometria del sacro

La Sardegna ha una delle tradizioni dolciarie pasquali più rigorose e meno conosciute fuori dall’isola. I pardulas, chiamati anche casadinas nel Sassarese, sono cestini di pasta semolata ripieni di ricotta fresca o formaggio pecorino, profumati di zafferano e scorza di limone. Tondi, precisi, con i bordi pizzicati a mano secondo un gesto tramandato di madre in figlia, la geometria non è decorativa, è culturale. Esistono anche le formagelle di Oristano e i pabassinos pasquali, con uvetta e mandorle. La Sardegna non si ferma a un solo dolce. Non si ferma mai.

Lazio e Roma: il pupazzo di pane (e la pizza di Pasqua)

Nel Lazio la tradizione più affascinante è la pizza di Pasqua, che di pizza, nel senso moderno del termine, ha solo il nome. Si tratta di un lievitato soffice, alto, arricchito con formaggio pecorino e talvolta salame: una versione salata che accompagna la colazione pasquale con uova sode e salumi. Ma esiste anche la variante dolce, con uvetta e spezie, comune soprattutto nelle province. A Roma i biscottini di Pasqua alle mandorle e i ciambelline al vino chiudono il pasto con discrezione: piccoli, secchi, perfetti per l’inzuppo.

Umbria e Marche: la pizza al formaggio sale al Nord

La pizza al formaggio, chiamata anche crescia nelle Marche, è uno dei ponti gastronomici più robusti tra il Centro Italia pasquale. Alta, gialla per i tuorli, con il pecorino che in cottura forma piccole caverne di sapore, è il lievitato che in ogni famiglia umbra e marchigiana compare sul tavolo di Pasqua con la stessa puntualità dei parenti più difficili. Inevitabile, atteso, irrinunciabile.

Toscana: il berlingozzo e i dolci dimenticati

La Toscana pasquale è meno rumorosa delle sue vicine meridionali, ma non per questo meno interessante. Il berlingozzo, ciambella profumata all’anice e al limone, è uno di quei dolci che si trovano ancora nelle panetterie artigianali della Valdarno e del Mugello, ma che stanno lentamente scomparendo dai repertori casalinghi. Un segnale d’allarme che merita attenzione. Nelle campagne senesi sopravvivono i cavallucci nelle versioni primaverili, e in alcune zone della Maremma si preparano ancora le frittelle di riso come dolce pasquale: frittura in abbondante olio, zucchero e arancia. Umile e straordinaria.

Veneto e Friuli: la fugassa e il pan de Pasqua

Nel Veneto la Pasqua porta la fugassa veneta, una focaccia dolce lievitata, con zucchero in granella sulla superficie, che nelle famiglie veronesi e veneziane viene scambiata come dono. Non è la colomba. Ha una texture più densa, una dolcezza meno invadente, una storia più antica. In Friuli Venezia Giulia, la pinza pasquale, un lievitato con fichi secchi, noci, uvetta, semi di finocchio e rum, è uno di quei dolci che sfidano il turismo gastronomico più smaliziato, non ha una forma celebre, non viene fotografata sui social, eppure racconta cento anni di storia mitteleuropea in una sola fetta.

Piemonte e Valle d’Aosta: cioccolato, nocciole, e il resto

Il Piemonte, territorio di cioccolato e nocciole, porta a Pasqua le uova di cioccolato artigianali di Torino, un mercato che in termini di qualità non ha pari a livello nazionale, ma anche i krumiri primaverili e i biscotti di pasta frolla alle nocciole tipici del Monferrato. In Valle d’Aosta resiste la mecoulin, dolce lievitato profumato di uvetta e rhum, più compatto della colomba, con una mollica che si stacca a strati: un dolce che sa di montagna anche quando lo si mangia al piano.

Quello che emerge da questo viaggio virtuale, necessariamente parziale, necessariamente ingiusto verso le decine di preparazioni locali che non trovano spazio in un articolo, è un’Italia che resiste alla standardizzazione non per nostalgia, ma per convinzione. I dolci pasquali regionali non sono reperti folcloristici: sono sistemi di sapere che contengono tecniche, ingredienti locali, tempi di lavorazione e rituali familiari che nessun algoritmo di produzione industriale può replicare. Comprarli da un artigiano locale, quest’anno, non è un gesto romantico. È una scelta di qualità. E di rispetto verso chi ha conservato qualcosa che vale la pena conservare.