AGI - Le mense sanitarie in Campania coperte di muffe, sporche e inadeguate. Non tutte, ma quasi tra quelle finite nel mirino dei Na. È un quadro di diffuse criticità igienico-sanitarie quello emerso dall'ultima operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità di Salerno. Tra i mesi di febbraio e marzo, i militari hanno setacciato le mense di ospedali pubblici, case di cura private e Residenze Sanitarie Assistite (RSA) nelle province di Salerno, Avellino e Benevento. I numeri delineano un’emergenza strutturale: su 22 strutture ispezionate, ben 18 sono risultate non conformi, con un tasso di irregolarità che sfiora l'82%.
Il bilancio complessivo dell'operazione ha portato all'elevazione di sanzioni amministrative per un importo di circa 26.000 euro. Le violazioni spaziano dalla totale assenza di autorizzazioni a gravi carenze nella conservazione e somministrazione dei pasti per i degenti.
Focus sulla provincia di Salerno: cariche batteriche e muffe
Nel Salernitano si registrano le situazioni più eterogenee. Nell'Agro Nocerino-Sarnese, i rilievi tecnici hanno confermato rischi concreti per la salute: le analisi di laboratorio hanno rivelato una "carica batterica non soddisfacente sui vassoi", criticità che ha imposto l’immediata revisione dei protocolli di sanificazione.
Nella Piana del Sele, le sanzioni hanno raggiunto i 3.000 euro a causa di carenze igieniche reiterate, irregolarità nel trasporto dei pasti e omesso monitoraggio delle temperature. Spostandosi nel Cilento, i militari hanno riscontrato la presenza di muffe nei locali cucina e il malfunzionamento dei sistemi di aspirazione dei fumi.
Avellino: strutture prive di autorizzazioni
In Irpinia, il caso più grave riguarda una casa di cura della Valle del Sabato, risultata completamente "priva di Scia e delle autorizzazioni sanitarie per la produzione pasti". L'ispezione ha portato alla luce un contesto di gravi carenze strutturali. In altre realtà della provincia sono state contestate l'omissione delle procedure di autocontrollo (Haccp) e la presenza di materiale non pertinente allo stoccaggio alimentare in prossimità delle cucine.
Benevento: sporco incrostato e guasti tecnici
Non meno critico lo scenario nel Sannio. In un presidio ospedaliero della Valle Caudina, sono state comminate sanzioni per 4.000 euro dovute alla presenza di lavastoviglie guaste e all'assenza di spogliatoi per il personale. Nel capoluogo beneventano, i carabinieri hanno documentato situazioni di degrado visivo e strutturale, con il rinvenimento di "sporco incrostato, ragnatele e accumuli oleosi" nelle zone di confezionamento dei pasti.
Le autorità hanno confermato che molte delle non conformità meno gravi sono state risolte tempestivamente dai responsabili delle strutture a seguito delle prescrizioni impartite dai militari durante il servizio.
Addio cozze pelose, ostriche e aragoste, tradizionali correlativi gastronomici del successo politico. La destra al potere detesta i molluschi in tutti i sensi, a cominciare da quello letterale. Scacciati dalla tavola i flaccidi e financo femminei frutti di mare, mandati al confino nelle cenette galeotte a lume di candela, nel piatto del sovranista italico torna trionfalmente la carne bovina, il cibo che in Occidente è più tradizionalmente connesso alla forza maschile, dai buoi sacri indebitamente macellati dai compagni di Ulisse alla tartare degli Unni, dal manzo alla Wellington (Napoleone preferiva pollo o carne ovina: poteva finire diversamente, a Waterloo?) alla bistecca alta tre dita prediletta da Tex Willer.
L’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (foto Ansa).
Quel pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia
È stato probabilmente l’entusiasmo nel mettere in pratica il verbo neo-carnivoro a spingere il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che alla fine si è dimesso (e con lui la capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, quella che aveva definito i giudici «plotoni di esecuzione»), a non guardare tanto per il sottile il pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia, pur di aprire un ristorante che già dal nome, Bisteccheria d’Italia, è un manifesto gastro-patriottico.
Foto pubblicata su TikTok da bisteccheriadabaffo con Andrea Delmastro insieme a Mauro Caroccia (foto Ansa).
Anche il braccio destro di Cirielli fa affari con una braceria
L’uomo che gode quando i detenuti soffocano non è l’unico in Fratelli d’Italia a declinare la fiamma del simbolo nel modo più sensato, e alla fin fine innocuo, e cioè per arrostire la carne. Come rivela Domani, a mettere in pratica il motto “è la costata che traccia il solco, ma è il barbecue che lo difende” è anche il neo ambasciatore in Moldavia Adamo Guarino, braccio destro del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, nonché fiero comproprietario della braceria Don Rafè, in quel di Frattamaggiore, frequentata dallo stato maggiore italofraterno nelle trasferte campane.
Una card elettorale di Adamo Guarino.
Confidiamo che, con un supplemento d’indagine, la mappa dei serial griller prestati al melonismo potrebbe ampliarsi a tutta la penisola, fornendo ai buongustai filogovernativi, in vista delle vacanze di Pasqua, spunti per un itinerario in cui la passione politica si sposa a quella per le bistecche al sangue – e chi si preoccupa del colesterolo è una zecca woke.
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (foto Imagoeconomica).
FdI potrebbe ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca
Se FdI volesse rilanciare la solidarietà con Delmastro e con i cultori della chianina potrebbe addirittura scegliere di ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca. Ma non sarebbe il primo. Il nome è già stato usato nel 1951 da un partitino fondato a Firenze (e dove, se no?) da Corrado Tedeschi, editore della rivista Nuova Enigmistica Tascabile. Nato come Partito Nettista (da NET, le iniziali del periodico di Tedeschi), venne rinominato Partito della bistecca perché il primo punto del suo programma era fornire a ogni italiano una bistecca di 450 grammi. «Se pesa un chilo, tanto meglio», precisava Tedeschi, nell’Italia del Dopoguerra che la carne bovina la vedeva ancora col cannocchiale, «ma non meno di 450 grammi, perché altrimenti sarebbe una cotoletta, e quindi il mio partito non sarebbe più quello della bistecca».
Carlo Calenda (foto Imagoeconomica).
Il resto dello strabiliante programma del Partito Nettista italiano (motto, “meglio una bistecca oggi che un impero domani”, inno a base di muggiti bovini) lo trovate su Wikipedia, ma uno spoiler è doveroso: alle elezioni del 1953 conquistò più voti di Azione di Carlo Calenda.
Per la serie “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”
Il Partito della bistecca delmastrian–cirielliano non è una parodia del qualunquismo, come quello di Tedeschi, anzi. È piuttosto una risposta alla sfida “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”. È negli States che nascono le “steakhouses”, le bisteccherie, i templi del prime rib, la costata di manzo al sangue, l’alimento più costoso e con l’impronta ecologica più pesante dell’universo. Magnificare (e magnare) bistecche come se non ci fosse un domani è una dichiarazione d’intenti: «Siamo maschi, ricchi e ce ne fottiamo della crisi climatica». Roba da laurea ad honorem all’Università di Mar-a-Lago. Curiosamente, in inglese red meat (carne rossa) significa anche “argomento succulento per polemiche e dibattiti”. Sarà questa la vera specialità della Bisteccheria (di Fratelli) d’Italia?
La sconfitta del centrodestra al referendum sulla giustizia ha fatto cadere le prime teste. Il sottosegretario Andrea Delmastro e la capa di gabinetto del ministro Giusi Bartolozzi hanno fatto un passo indietro. «Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti», ha dichiarato Delmastro in una nota, «e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio». Delmastro è rimasto coinvolto nel caso del ristorante di Roma gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia condannato in quanto prestanome del clan Senese. A quanto si apprende, le dimissioni di Bartolozzi non sarebbero ancora ufficiali ma già sul tavolo di Carlo Nordio. Ora, secondo fonti ben informate, potrebbe rischiare il posto anche la ministra al Turismo Daniela Santanchè.
Giusi Bartolozzi con Andrea Delmastro Delle Vedove (foto Imagoeconomica).
Serracchiani: «Atto doveroso ma tardivo»
«Le dimissioni arrivate oggi rappresentano un atto tardivo ma doveroso sotto il profilo del rispetto del diritto e delle istituzioni», ha commentato la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani. «Il fatto che siano intervenute solo dopo il referendum costituisce un elemento politico evidente: è la conferma della spregiudicatezza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che per mere opportunità legate al voto ha scelto di trattenere un gesto che, alla luce dei fatti, non era più rinviabile». «Siamo di fronte a un comportamento grave, che dimostra ancora una volta come questa maggioranza consideri le istituzioni strumenti da piegare a esigenze di parte», ha aggiunto l’esponente dem. «Chi mette quantomeno in imbarazzo le istituzioni non può continuare a ricoprire incarichi pubblici, tanto più se si tratta di ruoli estremamente delicati che richiedono rigore, equilibrio e senso dello Stato».
Il M5s rivendica le dimissioni come una propria vittoria
«Avanti il prossimo», lo scrive il Movimento 5 stelle sui social su postando un’immagine con i volti di Delmastro e Bartolozzi commentando: «Si sono dimessi, vittoria M5S, ora tocca a Santanchè».
AGI - Dimissioni al ministero della Giustizia per il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove e per la capo di gabinetto del dicastero, Giusi Bartolozzi.
Delmastro ha annunciato le sue dimissioni irrevocabili con una nota in cui rivendica il proprio impegno nella lotta alla criminalità e riconosce una “leggerezza” di cui si assume la responsabilità. "Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla Giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e, pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell'interesse della Nazione, ancor prima che per l'affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio", ha dichiarato.
Poco dopo, è emersa anche la decisione di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero, che avrebbe rimesso il proprio incarico al termine di una riunione nel pomeriggio con il Guardasigilli Carlo Nordio.
Conte: dimissioni di Delmastro erano assolutamente necessarie
"Dopo il travolgente voto popolare di oltre 14 milioni di italiani Meloni si è dovuta arrendere". Lo scrive, sui social, il presidente del M5s, Giuseppe Conte. "E poco fa il sottosegretario alla Giustizia Delmastro si è finalmente dimesso, cosi' come Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia. Le dimissioni di Delmastro erano assolutamente necessarie e per questo il M5s aveva presentato nei giorni scorsi una mozione di revoca. Il danno arrecato al prestigio della massima Istituzione di governo è stato pesantissimo", nota.
"Si sciolgono come neve al sole le chiacchiere della premier su complotti e 'manine': alcuni quotidiani hanno semplicemente 'osato' fare il proprio mestiere, pubblicando le notizie e le immagini che comprovavano gli affari di Delmastro e di tre dirigenti di Fratelli d'Italia in società con la famiglia di un prestanome del clan Senese. L'elenco degli orrori non è finito. L'impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche la ministra Santanché?", chiede.
Fratoianni: dimissioni tardi. Ora governo chiarisca
"Le necessarie e doverose dimissioni di Delmastro dal ministero di Grazia e Giustizia arrivano con imperdonabile ritardo". Lo afferma Nicola Fratoianni di Avs. "Devono essere chiariti ancora molti aspetti, e vedremo - prosegue il leader rossoverde - nei prossimi giorni quali sviluppi ci saranno. Intanto - conclude Fratoianni - accogliamo le dimissioni sue e della capo di gabinetto del ministro di Grazia e Giustizia Bartolozzi come una buona notizia".
Iv: terremoto politico, Meloni non scappi da Camere
"Il sottosegretario Andrea Delmastro si è dimesso dal ministero della Giustizia, e pare che lo stesso abbia fatto il capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Meglio tardi che mai. Uno dei ministeri chiave è stato azzerato, è in corso un terremoto politico nel governo, è assolutamente necessario che Giorgia Meloni venga subito in Parlamento a riferire. La premier non può scappare dall'aula, fa dimettere mezzo governo per non dimettersi lei stessa". Lo dice la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato di Italia Viva.
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, coinvolto nel caso del ristorante di Roma gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro condannato in quanto prestanome del clan Senese, starebbe seriamente valutando di fare un passo indietro. È quanto trapela da via Arenula. Per giorni Fratelli d’Italia ha respinto la richiesta di dimissioni di Delmastro avanzata dalle opposizioni, ma la netta sconfitta nel referendum– imputata anche al sottosegretario – avrebbe cambiato le carte in tavola, portando al pressing per le dimissioni da parte di Palazzo Chigi e dei vertici di FdI. Delmastro, che era entrato in società con Miriam Caroccia (la quale gestiva il locale) ha ceduto le sue quote prima della condanna a 4 anni inflitta al padre, senza comunicare niente al Parlamento e al ministero, cosa che invece era tenuto a fare. Di recente sono state peraltro pubblicate alcune di foto che lo ritraggono assieme a Mauro Caroccia: difficile credere che davvero il sottosegretario (atteso in commissione Antimafia) non sapesse con chi aveva a che fare. Il 25 marzo alla Camera è in programma anche un question time al quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrà rispondere sul caso: le dimissioni sarebbero imminenti.
Nemmeno il tempo di metabolizzare la bocciatura della riforma sulla giustizia, che il governo già accelera su un altro tema caro al centrodestra, la modifica della legge elettorale. I gruppi dei partiti di maggioranza avevano depositato la loro proposta di legge il 26 febbraio 2026, e ora l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera, su proposta del presidente Nazario Pagano (Forza Italia), ha stabilito che l’esame del testo inizierà martedì 31 marzo. Quella presentata dal centrodestra sarà abbinata ad altre otto proposte di legge sulla stessa materia depositate anche dall’opposizione (che toccano argomenti diversi come, ad esempio, il voto all’estero o la raccolta digitale delle sottoscrizioni per la presentazione di liste e candidature). «In commissione sarà adottato il testo base, cioè si dovrà poi decidere il testo sul quale lavoreremo», ha detto Pagano.
Cosa prevede la proposta del centrodestra
La proposta di riforma del centrodestra ruota attorno a tre pilastri:
l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale per assegnare i 400 seggi della Camera e i 200 seggi del Senato, in base a cui ogni partito elegge un numero di parlamentari in proporzione al numero di voti ottenuti alle elezioni (con eccezioni previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che seguono regole specifiche per garantire la rappresentanza delle minoranze linguistiche). Per eleggere rappresentanti in Parlamento bisogna superare la soglia di sbarramento a livello nazionale, fissata per le liste singole al 3 per cento dei voti. Tuttavia, nelle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento dei voti, ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento;
un premio di governabilità, ossia un premio di maggioranza, per il partito o la coalizione che ottiene almeno il 40 per cento dei voti alle elezioni. Alla Camera il premio previsto è pari a 70 seggi aggiuntivi, mentre al Senato a 35 seggi in più. Il testo prevede che la lista o la coalizione che ottiene il premio di governabilità non possa avere in totale più di 230 seggi su 400 alla Camera e più di 114 seggi su 200 al Senato;
un ballottaggio qualora nessuna lista o coalizione ottenga almeno il 40 per cento dei voti, che serve per stabilire a chi assegnare il premio. Il secondo turno non scatta però in automatico, ma solo se entrambe le liste o coalizioni abbiano ottenuto al primo turno almeno il 35 per cento dei voti. In caso contrario, il ballottaggio non si tiene e i seggi da attribuire con il premio di maggioranza saranno ripartiti in modo proporzionale tra tutte le liste.
Una lista concorrente annunciata di sabato, senza che nessuno sapesse come fosse stata formata. Un candidato presidente 81enne la cui ultima esperienza nel settore bancario appartiene a un’epoca che sembra lontana anni luce. E un amministratore delegato uscente che, dopo essere stato escluso dalla lista del board di Monte dei Paschi di Siena, ha deciso di sfidarla, mentre su di lui pende un’indagine della procura di Milano. La lista Tortora-Lovaglio, depositata da Plt, la holding dell’imprenditore cesenate, per il rinnovo del cda di Mps solleva più domande che risposte.
Pierluigi Tortora (Imagoeconomica).
Della lista Tortora-Lovaglio non si sa praticamente nulla
La Bce ha già chiesto una rendicontazione approfondita su come sia stata elaborata la lista del cda: un processo che ha prodotto 500 pagine di documentazione pubblica, 22 riunioni verbalizzate, il coinvolgimento di primari consulenti interni ed esterni. Un processo, in altri termini, costruito per resistere allo scrutinio del regolatore. Della lista Tortora-Lovaglio non si sa invece praticamente niente: né quando sia stata costruita, né chi l’abbia elaborata, né su quali criteri siano stati selezionati i candidati. Oltre a Lovaglio per il ruolo di ad e Cesare Bisoni (ex UniCredit) in quello di presidente, nella lista figurano diversi manager legati a Cassa Depositi e Prestiti, come Flavia Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp; Livia Amidani Alberti, nel cda di Cdp Venture Capital; Massimo Di Carlo, ex direttore del Business di Cdp, Carlo Corradini, già presidente del collegio sindacale della Cassa (completano l’elenco Paola Leoni Borali, Paolo Martelli, Andrea Cuomo, Paola Girdinio e Dante Campioni). Questo non rende la lista illegittima. Qualsiasi azionista con una quota sufficiente ha diritto di presentarne una. Ma pone un problema di credibilità istituzionale non banale per una banca che ha appena concluso uno dei percorsi di risanamento più seguiti d’Europa, sotto la lente continua della vigilanza europea. Un ad rinviato a giudizio in una banca vigilata dalla Bce si troverebbe in una posizione strutturalmente insostenibile.
Cesare Bisoni (Imagoeconomica).
La spada di Damocle su Lovaglio
Il nodo più delicato è quello giudiziario. Luigi Lovaglio — che è al tempo stesso l’unico elemento di continuità della lista e il suo vero motore — è sotto indagine da parte della procura di Milano. Se la lista vincesse e Lovaglio venisse rinviato a giudizio, le autorità di vigilanza potrebbero sollevare obiezioni formali sulla sua idoneità ai sensi dei requisiti fit and proper previsti dalla normativa europea. Il titolo subirebbe pressioni. La governance sarebbe paralizzata da un dibattito permanente sulla sua posizione. E tutto questo in un cda che, secondo le proiezioni più ottimistiche per la lista Tortora-Lovaglio, potrebbe contare su una maggioranza di appena un voto: otto consiglieri contro sette. Una base pericolosamente fragile per gestire qualsiasi crisi, figuriamoci una di natura giudiziaria che coinvolge il vertice esecutivo.
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).
La matematica del voto: i capitali in campo
I numeri, nella loro brutalità, scattano una fotografia abbastanza chiara. La lista del cda (con l’appoggio di Banco Bpm, Anima e della famiglia Benetton) parte da una base consolidata intorno al 20 per cento del capitale. La lista Tortora-Lovaglio parte da qualcosa tra l’1 e il 2 per cento, con Giorgio Girondi come variabile non confermata, posto che all’assemblea straordinaria del 4 febbraio scorso era presente con l’1,04 per cento nonostante alcune fonti gli attribuissero una quota superiore al 3 per cento. Per ribaltare questo divario, la lista alternativa dovrebbe raccogliere una quota molto significativa dei fondi istituzionali. Ma per i proxy advisor i fondi tendono strutturalmente a preferire le liste del cda (il precedente Generali è ancora nella memoria di tutti) e lo stesso sembra intenzionata a fare Assogestioni.
L’indicazione di Fabrizio Palermo tra i candidati alla carica di ad (insieme con Carlo Vivaldi e Corrado Passera) nella lista del cda risolve quello che era percepito come il principale punto debole della compagine uscente: l’assenza di un nome per la guida esecutiva. Palermo, su cui nelle ultime ore la decisione sembra convergere, ha credenziali internazionali, garantisce continuità operativa e, soprattutto, un’interlocuzione credibile con Francoforte e con i mercati in una fase in cui Mps deve dimostrare di saper stare in piedi da sola, dopo anni di sostegno pubblico.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).
Sul fronte opposto, la presenza di Mazzarella, presidente del Comitato parti correlate di Cdp, crea un cortocircuito politico difficile da gestire. Il governo, per voce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha dichiarato esplicitamente di non voler essere coinvolto nella contesa. Una posizione difficile da sostenere con un candidato dell’istituto pubblico controllato dal Tesoro – che è ancora azionista di Mps – in una lista avversaria. O la candidatura viene ritirata, o si dovrà offrire una spiegazione convincente a una contraddizione molto visibile.
Flavia Mazzarella (Imagoeconomica).
Una lista tattica, non industriale
La lettura più plausibile di questa vicenda è che la lista Tortora-Lovaglio sia più un tentativo di forzare una negoziazione — o di indebolire la lista del cda abbastanza da condizionarne la composizione finale — che una reale candidatura alternativa con prospettive concrete di vittoria. Il vero rischio, paradossalmente, non è che vinca: la matematica sembra escluderlo. È che riesca a frammentare sufficientemente il voto da creare instabilità nella governance risultante, qualunque essa sia. Per una banca che ha appena ritrovato la rotta, sarebbe un lusso che non può permettersi.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che il suo Paese è disposto a ospitare colloqui tra Stati Uniti, Israele e Iran per porre fine alla guerra che dalla Repubblica Islamica si è allargata a tutto il Golfo Persico. Il Pakistan, ha spiegato Sharif su X, «accoglie con favore e sostiene pienamente gli sforzi in corso per perseguire il dialogo al fine di porre fine al conflitto in Medio Oriente». Fonti pakistane hanno riferito al Guardian che, in caso di colloqui ospitati da Islamabad, il capo negoziatore americano potrebbe essere il vicepresidente Usa JD Vance.
Pakistan welcomes and fully supports ongoing efforts to pursue dialogue to end the WAR in Middle East, in the interest of peace and stability in region and beyond. Subject to concurrence by the US and Iran, Pakistan stands ready and honoured to be the host to facilitate…
I colloqui citati da Trump e la smentita di Teheran
Donald Trump il 23 marzo ha riferito di «colloqui produttivi» tra Washington e Teheran, con il coinvolgimento dell’inviato speciale Steve Witkoff e di suo genero Jared Kushner, annunciando poi il rinvio (di cinque giorni) degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniani, paventati in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz. Poco dopo, però, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha smentito che questi colloqui ci siano effettivamente stati.
Il Pakistan è da fine febbraio in guerra con l’Afghanistan
La proposta di Islamabad arriva in un periodo estremamente delicato per il Pakistan, che poco prima che scoppiasse la nuova guerra del Golfo ha di fatto iniziato un nuovo conflitto con l’Afghanistan. I raid aerei pakistani, che hanno interessato anche Kabul e Kandahar, hanno fatto centinaia di morti in Afghanistan. Ma sono molti anche i pakistani che hanno perso di vita negli attacchi afghani condotti lungo il confine.
AGI - Gli autoanticorpi potrebbero essere tra i principali responsabili dei sintomi persistenti del long Covid. È quanto emerge da uno studio coordinato dall'University Medical Center Utrecht e dall'Amsterdam Umc, pubblicato su 'Cell Reports Medicine', che fornisce alcune delle prove più solide finora di un ruolo causale del sistema immunitario nella malattia. I ricercatori hanno dimostrato che anticorpi prelevati da pazienti con long Covid sono in grado di indurre sintomi simili al dolore cronico nei topi, suggerendo che queste molecole non siano semplicemente un segnale della malattia, ma possano contribuire direttamente ai suoi effetti.
Il long Covid, che colpisce oltre il 10% delle persone dopo un'infezione da Sars-Cov-2, è caratterizzato da sintomi eterogenei come affaticamento estremo, dolore, difficoltà cognitive e peggioramento dopo sforzo. Nonostante la diffusione della condizione, i meccanismi biologici alla base restano poco chiari.
Lo studio e la persistenza degli autoanticorpi
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno isolato immunoglobuline G (IgG) dal sangue di 34 pazienti e le hanno iniettate nei topi. Gli animali hanno sviluppato una persistente ipersensibilità al dolore durata almeno due settimane. Ancora più significativo, anticorpi prelevati dagli stessi pazienti a distanza di due anni hanno prodotto lo stesso effetto, indicando che il meccanismo patologico può persistere a lungo nel tempo. "Questo suggerisce che il processo alla base della malattia continua anche molto tempo dopo l'infezione iniziale", spiegano gli autori, offrendo una possibile spiegazione della durata dei sintomi nei pazienti.
Sottogruppi biologici e pattern di sintomi
L'analisi ha inoltre rivelato che il long Covid non è una singola condizione uniforme, ma comprende diversi sottogruppi biologici. I pazienti mostrano infatti differenti marcatori di danno neurologico e attivazione immunitaria, associati a firme molecolari distinte. Quando gli autoanticorpi di questi gruppi sono stati testati nei modelli animali, hanno prodotto pattern di sintomi diversi.
Autoanticorpi e componente autoimmune
I ricercatori hanno anche identificato livelli elevati di autoanticorpi diretti contro numerose proteine dell'organismo, coinvolte nella regolazione immunitaria, nella trasmissione nervosa e nel metabolismo. Molti di questi anticorpi persistono per anni, rafforzando l'ipotesi di una componente autoimmune della malattia.
Nuove prospettive terapeutiche
I risultati aprono nuove prospettive terapeutiche. Strategie in grado di rimuovere o neutralizzare gli autoanticorpi, come la plasmaferesi, l'immunoadsorbimento o terapie mirate, potrebbero offrire benefici ai pazienti, soprattutto se adattate ai diversi sottotipi biologici della malattia.
Limitazioni e studi futuri
Gli autori sottolineano tuttavia alcune limitazioni dello studio, tra cui il numero relativamente ridotto di pazienti e l'uso di campioni combinati. Saranno quindi necessari ulteriori studi per confermare i risultati e tradurli in applicazioni cliniche.
Conclusioni: il ruolo del sistema immunitario
Nel complesso, il lavoro rappresenta un passo importante verso la comprensione del long Covid e indica che il sistema immunitario, attraverso autoanticorpi persistenti, potrebbe essere uno dei principali motori dei sintomi cronici.
L’Opas lanciata da Poste su Tim, che sancisce la fine della madre di tutte le privatizzazioni, ha colto di sorpresa un po’ tutti. Compresa la stessa ex monopolista dei telefoni. E in particolare il suo amministratore delegato Pietro Labriola. Il manager è stato tenuto all’oscuro fino alla fine su questa operazione con cui Poste punta a comprare il 100 per cento di Tim e delistarla dalla Borsa. Ma cosa succederà ora? Tra il management dell’ex Telecom si respira una certa preoccupazione.
Pietro Labriola (foto Imagoeconomica).
Poste vuole puntare su dirigenti graditi e funzionali
L’obiettivo di Poste è creare un ramo del Gruppo sul modello di altri già esistenti, come Poste Vita o Banco Posta. Cioè società molto operative e snelle, con staff leggeri, per creare il massimo delle sinergie. Quindi sembra chiaro che non serva avere un ceo “pesante”, come Labriola. Che a questo punto si avvia alla fine della sua esperienza in Tim, insieme alla squadra manageriale che ha governato negli ultimi anni in modo assoluto (e le ultime nomine che hanno riempito le caselle con profili che portano il timbro dell’ad sono state parecchio chiacchierate). Ora la musica cambierà: Poste vuole avere un controllo totale su tutte le funzioni aziendali, andando quindi a scegliere dirigenti graditi e ideali per le sinergie con le altre società del Gruppo.
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane (foto Imagoeconomica).
Intanto i commenti che serpeggiano sull’Opas sono unanimi: «La stagione dei cosiddetti capitani coraggiosi è finita. Ora ci sono gli statalisti coraggiosi».