Esiste una fisica del potere che non risponde alle urne, ma una legge gravitazionale non scritta: nell’istante esatto in cui Federico Lucia, in arte Fedez, decide di poggiare la sua mano tatuata su una poltrona o una causa, scatta inesorabile il conto alla rovescia del disastro. Non chiamatela sfortuna, sarebbe un’offesa alla statistica, chiamatelo pure Re Mida al contrario, un portatore sano di eclissi capace di trasformare l’oro del consenso nel piombo di una disfatta elettorale definitiva.
Il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri
L’ultimo atto di questa Spoon River si è consumato recentemente tra i microfoni di Pulp Podcast, il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri insieme a un Mr. Marra in posa da intellettuale di complemento. Proprio lì si è officiata l’ultima via crucis di Giorgia Meloni.

La premier, terrorizzata dall’amaro calice di un referendum sulla giustizia che puzzava di débâcle lontano un miglio, ha cercato rifugio nella tana dell’agitatore mediatico, convinta che quel caveau di follower fosse un’assicurazione sulla vita. Si è ritrovata, invece, ridotta a pontificare di riforme davanti a dilettanti dell’informazione allo sbaraglio. Risultato? Sconfitta referendaria, governo in bilico e l’immagine di una politica che, nel tentativo di darsi un tono pop, finisce per consegnarsi al ridicolo. Bene hanno fatto Elly Schlein e Giuseppe Conte a rispedire l’invito al mittente: la loro assenza è stata la loro salvezza.
Firmò un inno per il M5s nel 2014, l’anno della batosta
Ma il curriculum del “dissolvitore” milanese è una cronaca di macerie che non guarda in faccia a nessuno. Già nel 2014, quando firmò l’inno per il Movimento 5 stelle, Non sono partito, adottato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’ex signor Ferragni mise il sigillo su una sventura appena compiuta. Alle Europee dello stesso anno i grillini vennero letteralmente doppiati dal Partito democratico di Matteo Renzi, finendo staccati di quasi 20 punti percentuali, in una batosta che brucia ancora. Coincidenze? Sicuramente. Ma la cronologia non mente.
Paladino del Ddl Zan, ma la legge andò dritta al macero
Nel 2021, dal palco del Primo Maggio, Fedez si erse a paladino del Ddl Zan, denunciando censure e veti leghisti. Il finale è noto: un cortocircuito mediatico che portò la legge dritta al macero, tra le ghignate del Senato. In quel marasma, anche Virginia Raggi si spese per lui, condividendo i suoi messaggi sui diritti: cinque mesi dopo, l’allora sindaca di Roma perdeva la fascia tricolore.

Non è andata meglio a Giuseppe Conte, allora premier, che nell’ottobre 2020 telefonò agli ex Ferragnez per chiedere aiuto sull’uso delle mascherine: dopo neanche un anno l’avvocato del popolo veniva sfrattato da Palazzo Chigi per far posto a Mario Draghi.

La maledizione non risparmia le battaglie civili. Chiedere per informazioni a Marco Cappato e all’Associazione Luca Coscioni: la firma dell’ex coppia reale di City Life per il referendum sull’eutanasia legale ha prodotto solo il muro dell’inammissibilità della Consulta, lasciando il tesoriere con un pugno di mosche.

Persino lo “sceriffo” Vincenzo De Luca, ospite a Muschio Selvaggio nel 2023, ha visto la Corte costituzionale sbarrargli definitivamente la strada per il terzo mandato consecutivo: ora all’ex viceré della Campania resta solo il mesto ritorno al feudo di Salerno.

Fedez è stato davvero letale col centrodestra
Ma è col centrodestra che il tocco di Fedez si è fatto letale, quasi un’operazione di smantellamento controllato. A maggio 2025, al congresso dei giovani di Forza Italia, l’ospite d’onore ha incassato standing ovation inneggiando a Silvio Berlusconi e attaccando magistrati e Beppe Sala, sotto lo sguardo compiaciuto di un Maurizio Gasparri con cui aveva siglato una sorta di pace storica dopo anni di querele da 500 mila euro.

Oggi quella tregua suona come un’orazione funebre: l’effetto domino del fallimento referendario ha travolto anche l’ex ministro, costretto alle dimissioni da capogruppo al Senato per far posto a Stefania Craxi, in un rimpasto benedetto da Marina Berlusconi per rinnovare i vertici e chiudere definitivamente l’era dei vecchi colonnelli di un partito ormai smantellato, o rinfrescato, come fa comodo pensare alle teste di famiglia (ma sempre di avvicendamento tra boomer si tratta).
Stessa sorte per chi ha cercato la goliardia vacanziera: quello scatto sullo yacht in Costa Smeralda della scorsa estate con il rapper, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè è diventato il bacio della morte di Rozzano. La Pitonessa è saltata (dopo anni di resistenze!), sfiduciata dalla sua stessa premier, e c’è da scommettere che il presidente del Senato stia già controllando la tenuta della sua scialuppa politica e dei suoi busti del Duce.

Viene quasi il sospetto che il Nostro sia il più raffinato cavallo di Troia della storia Repubblicana. Dal M5s a Forza Italia, passando per il Pd e FdI, la lezione è una sola: chi lo tocca crepa. Politicamente parlando, s’intende.




















