Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni

Qual è il vero obiettivo della riforma della Giustizia? Alla fine della fiera, una risposta univoca e semplice non è ancora stata data. Si parla di eliminazione delle correnti, di sorteggi, di meritocrazia, di moltiplicazione dei Csm. Ma in soldoni, per il semplice cittadino cosa cambia? Certo, viene modificata la Costituzione, e non è cosa di poco conto. Però da qui a definirla una riforma voluta dal popolo ce ne passa. A spiegare le intenzioni del governo ci ha provato anche Giorgia Meloni con un lungo video sui social, anche se immaginiamo avrebbe preferito delegare la campagna ai suoi. La premier ha promesso una giustizia più moderna, più libera, più vicina all’Europa. C’è però una cosa che gli italiani chiedono, e non da oggi: una giustizia più efficiente e più rapida. Sia nel campo penale sia in quello civile. E allora forse bisognerebbe chiedersi, al di là della bontà delle motivazioni che animano il fronte del Sì e quello del No, cosa il ministro Carlo Nordio abbia fatto in questi tre anni e mezzo al governo per rispondere a questa esigenza.

Confusione, scivoloni e passi indietro

Iniziamo con le dichiarazioni di intenti. Nel centrodestra hanno provato a dipingere la riforma come «un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta», come assicurava la stessa Meloni il 30 ottobre 2025, illustrando i punti chiave del provvedimento. Peccato che il Guardasigilli, sebbene a singhiozzo, abbia smentito questo obiettivo a più riprese. Qualche mese prima, a marzo, in occasione di un convegno alla Camera, senza giri di parole Nordio aveva messo le mani avanti: «Nessuno ha mai preteso che influisca sull’efficienza della giustizia. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?».

Bartolozzi contro la magistratura «plotone di esecuzione»

Poi, come sempre, aveva cercato di ammorbidire il colpo. Il 23 gennaio 2026, in una intervista a Milano Finanza, chiariva che «la maggiore efficienza, e quindi la rapidità» dei processi sarà ottenuta grazie al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, precisando che «vi inciderà» anche la riforma. Secondo il ministro, «oggi il magistrato inetto o pigro, che dimentica i fascicoli o deposita le sentenze a distanza di anni, viene punito, se proprio gli va male, con sanzioni platoniche perché è soggetto a quella giurisdizione domestica del Consiglio superiore della magistratura dove le correnti proteggono i rispettivi iscritti». Invece «con la riforma i magistrati saranno più attenti, i migliori saranno premiati anche se non hanno padrini, e i tempi saranno ridotti». La senatrice salviniana Giulia Bongiorno, presidente della 2° commissione Giustizia, parlando a Palazzo Madama il 22 gennaio 2025 aveva invece usato meno sofismi: «Scusate ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere».

Più recentemente è stata la capa di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, a tagliare la testa al toro: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione», ha sbottato in un intervento all’emittente siciliana Telecolor, sabato 7 marzo.

I mali cronici della giustizia italiana

Si torna così al punto di partenza. Al netto della propaganda che purtroppo inquina la campagna referendaria – tra meme, fake news, «banditi» per il Sì (cit. Tomaso Montanari), uscite improvvide sul sistema «para-mafioso» del Csm e interventi creduti a microfoni spenti e invece aperti alla stampa (vedi il caso della deputata leghista Simonetta Matone) – sarebbe il caso di sgomberare definitivamente il campo da ogni equivoco: la riforma della Giustizia non ha come obiettivo migliorare l’efficienza del sistema.

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Se così fosse stato, in oltre tre anni Nordio avrebbe potuto fare qualcosa di più, anche senza mettere mano alla Costituzione. C’era solo l’imbarazzo della scelta. La giustizia italiana soffre di molti mali: lunghezza dei processi, si diceva. Ma anche carenza di organico, tribunali fatiscenti e da mettere in sicurezza, soprattutto al Sud. Digitalizzazione ancora insufficiente. Una diagnosi impietosa, a cui si è risposto con l’abolizione dell’abuso di ufficio, l’ammorbidimento del traffico di influenze, il tentativo di limitare la pubblicazione delle intercettazioni, e la moltiplicazione dei reati a suon di decreti sicurezza. Senza dimenticare la drammatica situazione del sistema penitenziario.

La lunghezza dei processi e le condizioni per accedere ai fondi del PNRR

Ma sfogliamola questa cartella clinica. Partendo dal civile. Come scrive l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, la durata dei processi arrivati al terzo grado di giudizio è passata dagli otto anni di una decina di anni fa ai cinque anni del 2025. Un passo avanti, anche se l’obiettivo del PNRR – ridurre la durata del 40 per cento rispetto al 2019 entro giugno 2026 – è ancora lontano (siamo al -28 per cento). In campo penale la situazione è decisamente migliore: la durata ora è di due anni e quattro mesi e il target del PNRR (riduzione della durata del 25 per cento rispetto al 2019) sarà probabilmente centrato. L’Italia resta comunque lontana dalla media Ue che è poco più di due anni nel civile e un anno e tre mesi nel penale.

La carenza di magistrati, di personale amministrativo e la mole delle udienze

La lungaggine dei processi dipende anche dalla carenza di organico. In primo luogo di magistrati. Nel 2023 in Italia operavano 12 giudici e quattro pubblici ministeri ogni 100 mila abitanti, contro una media Ue rispettivamente di 22 e 11. Stando ai piani previsti dal ministero della Giustizia, mancavano all’appello 1.250 giudici tra tribunali ordinari, corti d’appello e di Cassazione. Numeri che corrispondono, virgola più virgola meno, a quelli denunciati da Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Non solo. Ogni pm in Italia gestisce mediamente 1.192 casi, contro una media europea di 204. La stessa carenza di organico si registra anche tra il personale amministrativo che assiste i giudici, fissa udienze e redige verbali. Sempre nel 2023 si contavano 60 dipendenti ogni 100 mila abitanti, mentre la media Ue era di 87. Meno personale, più lavoro e meno qualità, sostengono dall’Anm.

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni
Cesare Parodi (Imagoeconomica).

I tagli all’edilizia giudiziaria e alla messa in sicurezza dei tribunali al Sud

Ma la mancanza di personale non è l’unica spina nel fianco del sistema giustizia. In tre anni abbondanti, il ministro Nordio avrebbe per esempio potuto mettere mano all’edilizia dei tribunali o alla ristrutturazione e messa in sicurezza degli uffici giudiziari, soprattutto al Sud. Oppure potenziare il fondo cybersicurezza e le infrastrutture informatiche. Invece così non è stato. Come si evince dal rapporto dell’ufficio studi di Camera e Senato sugli effetti della manovra sui diversi ministeri, i dati sul dicastero di Via Arenula evidenzino «una serie di definanziamenti su comparti essenziali, per un totale di 127,8 milioni, con il decremento maggiore nel programma giustizia civile e penale per 93,8 milioni». I fondi per l’edilizia giudiziaria sono scesi di oltre 68 milioni e le spese per la ristrutturazione e messa in sicurezza delle strutture giudiziarie in regioni del Sud di oltre 25 milioni. È stata ridotta anche la spesa destinata giustizia minorile, mentre – sottolinea sempre l’Anm, «la transizione digitale cala di 6,4 milioni». Se da una parte si lima, dall’altra si rimpolpa. È il caso dell’aumento di 1,7 milioni di euro per posti da assegnare a collaboratori diretti del ministero.

Giustizia, tutto quello che Nordio e il governo non hanno fatto in oltre tre anni
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoecopnomica).

L’aumento dei reati e il sovraffollamento carcerario

Da quando è in carica (ottobre 2022), il governo ha invece aumentato i reati (+14 in tre anni), lievitati a suon di decreti sicurezza, senza trovare una soluzione anche palliativa al sovraffollamento carcerario, a cui si pensa di rimediare non con indulti o misure alternative, ma costruendo nuovi penitenziari. Perché per Nordio «se aumenta il numero dei carcerati non è colpa del governo, ma di chi commette i reati e dei magistrati che li mettono in prigione». Lo disse in un Question time al Senato il 10 aprile 2025. Anche in questo caso il governo dovrebbe fare pace con se stesso. Visto che, per la vulgata social, se un delinquente non va in galera la colpa è dei giudici. Non certo delle leggi. Per fortuna c’è la riforma.

Referendum, non solo Sal Da Vinci: ecco le colonne sonore del Sì e del No

Con l’avvicinarsi della data del referendum sulla riforma della magistratura, si moltiplicano gli appelli. No, non stiamo parlando solo di quelli social et orbi dei testimonial vip dei due fronti, i vari Montanari, Gratteri, Di Pietro, Bartolozzi e compagnia cantante. Ma anche quelli dei semplici cittadini. Se Giorgia Meloni ha sfoderato come arma neomelodica la sanremese Per sempre sì di Sal Da Vinci, ecco qualche consiglio di variazione sul tema. Agli indecisi non resta che affidarsi a un Fiorello d’annata.

Possibili colonne sonore per i sostenitori del Sì:

Stupendo di Vasco Rossi (occhio però a tagliarla al momento giusto visto che il testo recita: «Sì stupendo! Mi viene il vomito»).

Domenico Modugno, Sì sì sì

Pooh, Dimmi di sì

Lucio Battisti, Il tempo di morire (in questo caso si gioca sulla negazione: «Non dire no»…)

Boomdabash e Loredana Bertè, Non di dico no (come sopra, sempre per negazione)

Lucio Battisti, Sì viaggiare

Possibili colonne sonore per i sostenitori del No

Amy Winehouse, Rehab («They tried to make me go to rehab but I said ‘no, no, no’»).

Ringo Starr, No-No Song

Scott McKenzie, No, No, No, No, No

Dawn Penn, No, no no

Cerno, Sottile, Vespa: per il membro del cda Natale la Rai «sta sbandando sul referendum»

A meno di due settimane dal referendum, la tivù pubblica «sta sbandando vistosamente negli spazi giornalistici al di fuori dei tg». Lo ha affermato Roberto Natale, consigliere di amministrazione della Rai, evidenziando «tre evidenti segni di squilibrio informativo» nella sola giornata di martedì 10 marzo.

Natale: «Cerno ha sbeffeggiato i rappresentanti del No»

Innanzitutto, spiega Natale, su Rai 2 Tommaso Cerno, nel suo Due di picche, «sbeffeggia i rappresentanti del No», circostanza che, «naturalmente, non giustifica in alcun modo gli squallidi attacchi omofobi che ha ricevuto nelle ore successive, per i quali merita ogni solidarietà». Il riferimento è agli insulti arrivati sui social dopo la sua apparizione a Bellamà, in cui ospite di Pierluigi Diaco ha cantato alla chitarra Per sempre sì di Sal Da Vinci.

Lo spazio concesso da Sottile a una magistrata per il Sì

Poi, su Rai 3, Salvo Sottile in FarWest «assegna alla magistrata chiamata a rappresentare il Sì la possibilità di intervenire non solo sul tema referendum, ma anche su sicurezza/immigrazione e sulla ‘famiglia nel bosco’, ovviamente in modo critico verso l’operato dei giudici», ha dichiarato Natale.

Cerno, Sottile, Vespa: per il membro del cda Natale la Rai «sta sbandando sul referendum»
Salvo Sottile (Imagoeconomica).

Vespa «non ha nemmeno provato a essere imparziale»

Infine Bruno Vespa su Rai 1: «Prima in Cinque Minuti e poi a Porta a Porta ad essere arbitro imparziale nemmeno ci prova: riserva le sue obiezioni soltanto al rappresentante del No; richiama l’attenzione sulle “tante storie di cattiva giustizia che stanno venendo fuori in questi giorni” e sulle “tante persone alla quali la vita è stata distrutta”; rilancia a più riprese le fake news secondo le quali “nessuno dei giudici che sbagliano viene mai punito”, ma “tutto questo la riforma proverebbe a smantellarlo”; afferma che “la cosa che fa impazzire l’Anm è il sorteggio, cioè la perdita di potere”».

Cerno, Sottile, Vespa: per il membro del cda Natale la Rai «sta sbandando sul referendum»
Bruno Vespa con due ospiti a Porta a Porta (Imagoeconomica).

Poi la chiosa: «Tocca ricordare che la delibera della Commissione parlamentare di Vigilanza impegna ‘il cda e l’ad, nell’ambito delle rispettive competenze”, ad assicurare che la Rai rispetti il necessario equilibrio. Non va messa a rischio la credibilità del servizio pubblico, bene da preservare anche oltre il 23 marzo».

Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga

Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga
Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga
Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga

Dopo le comunicazioni della premier Meloni sul conflitto in Medio Oriente, i senatori del M5s hanno protestato in Aula contro la guerra, mostrando dei cappellini rossi come quelli utilizzati da Trump ma con la scritta “No alla guerra” al posto di Make America Great Again (Maga).

Il capogruppo Pirondini: «Meloni ha sempre fatto gli interessi degli Usa»

«Ogni volta che ha incontrato il presidente Trump», ha detto il capogruppo M5s Luca Pirondini rivolgendosi a Meloni, «idealmente si è messa il cappellino Maga e ha fatto sempre gli interessi degli Usa. Oggi le facciamo un regalo, un bel cappello Maga ma con scritto “No alla guerra». E ancora: «Dica a Trump che gli italiani non sono più disponibili a essere complici di Trump e Netanyahu, hanno la schiena dritta, che l’articolo 11 della Costituzione italiana dice che l’Italia ripudia la guerra. Non mettiamo in discussione l’alleanza con gli Usa ma la postura. Lei dovrebbe dire ogni tanto qualche no a Trump. Ha detto sì quando ha chiesto di acquistare le armi americane, il gas americano. E non sarà in grado di dire no a Trump quando le chiederà le basi militari. È vero ci sono accordi con gli Usa ma valgono solo nel rispetto del diritto internazionale, diversamente deve dire che le basi in Italia non le concede».

Iran, la protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga
La protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga (Ansa).

Università di Brescia, il caso della ricercatrice ostacolata per ragioni politiche

Ufficialmente, i fondi erano esauriti. Ufficiosamente, non hanno voluto assegnarglieli. Dietro al bla bla burocratico sulla mancanza di risorse, al Dicatam dell’Università di Brescia, cioè il Dipartimento di Ingegneria civile, Architettura, Territorio, Ambiente e Matematica, si è consumato un altro – l’ennesimo – capitolo di una gestione dipartimentale che si potrebbe definire (quantomeno) creativa. Dopo i guai con la facoltà di Medicina, ora è scoppiato il caso di una ricercatrice di Ingegneria.

Quel ritardo che oggi appare tutt’altro che casuale

I fatti in sintesi. A dicembre 2024, mentre il rettore annunciava 12 progressioni di carriera finanziate dal Piano straordinario ministeriale e i direttori degli altri dipartimenti si affrettavano a interpellare i propri ricercatori abilitati, al Dicatam c’era il silenzio stampa. Come ha scritto nelle sue riflessioni inoltrate ai colleghi, la professoressa, unica candidata del suo settore, non è mai stata contattata ufficialmente dal direttore. È venuta a conoscenza della possibilità di ottenere il posto ad aprile 2025, dopo qualche telefonata con i colleghi. Un ritardo che oggi, a conti fatti, appare tutt’altro che casuale.

Ma come, il settore di Geotecnica non era «in sofferenza»?

Alla fine il direttore ha decretato che il settore di Geotecnica non avesse bisogno di un nuovo professore associato perché le ore di didattica erano già coperte. Peccato che al Dicatam questa “contabilità” sembri variare a seconda dell’obiettivo. Solo due anni fa, il Dipartimento chiedeva con urgenza un nuovo ricercatore proprio perché il settore era «in sofferenza».

Una scelta che sembra politica, non economica

Oggi, per negare la promozione alla ricercatrice, quella stessa sofferenza è però magicamente sparita. Per ottenere nuovi posti nel 2023, la Geologia applicata veniva conteggiata nelle necessità del settore. Per ostacolare la carriera alla prof nel 2025, due anni dopo, la Geologia è diventata un corpo estraneo da non conteggiare. Eppure promuovere la ricercatrice sarebbe costato appena 0,2 punti organico – cioè l’unità di misura utilizzata dal ministero per definire il budget assunzionale annuale delle università, basata sul costo del personale -, meno di quanto già si spende per il suo stipendio. Ma il Dipartimento ha preferito rincorrere soluzioni esterne e bandi precari. Una scelta politica, non economica.

Le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali»

La verità è emersa nelle stanze chiuse del Consiglio di luglio 2025. Nonostante i professori ordinari avessero inizialmente dato parere favorevole all’unanimità, il direttore ha scelto unilateralmente di non mettere la proposta al voto. Le parole usate, riferite e citate nelle memorie, sono all’incirca queste: le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali». I fondi sono stati dichiarati esauriti il 21 luglio, ma per la ricercatrice la porta era stata sbarrata molto prima. Tra le pieghe di un’inerzia amministrativa che ha tutto il sapore di una ritorsione professionale.

Iran, Trump: «Non è rimasto più niente da colpire, la guerra finirà presto»

La guerra in Iran «finirà presto», ha detto il presidente americano Donald Trump, perché «non è praticamente rimasto niente da colpire». In un’intervista telefonica ad Axios, il tycoon ha spiegato che c’è ancora «qualche piccola cosa qua e là» e che «la guerra finirà quando deciderò che deve finire». Il capo della Casa Bianca ha ribadito che il conflitto «sta andando alla grande». «Siamo molto in anticipo rispetto al programma. Abbiamo causato più danni di quanto pensassimo possibile, anche nel periodo iniziale di sei settimane», ha affermato.

Teheran: «Preparatevi al petrolio a 200 dollari al barile»

Intanto l’Iran ha messo in guardia su un’impennata del prezzo del petrolio, con lo stretto di Hormuz controllato dai pasdaran. «Preparatevi un petrolio a 200 dollari al barile», ha detto il portavoce del comando unificato Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaqari. Il prezzo del greggio, ha sottolineato secondo quanto riportano i media iraniani, «è legato alla sicurezza della regione che voi avete destabilizzato».

Polemiche su Gratteri per la minaccia al Foglio: «Dopo il referendum con voi faremo i conti»

Non si placano le polemiche intorno al referendum sulla giustizia. Al centro della scena c’è di nuovo il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, questa volta per l’avvertimento da lui lanciato al quotidiano Il Foglio. Interpellato dal giornale circa le sue dichiarazioni su Sal Da Vinci in una trasmissione di La7, in cui il magistrato aveva affermato che il cantante del “Per sempre sì” avrebbe in realtà votato no al referendum (falso), ha dichiarato: «Era tutto uno scherzo, ridevo con il presentatore». Incalzato dalla giornalista sul fatto che il vincitore di Sanremo ha dovuto smentire, Gratteri è arrivato alle minacce: «Senta, con voi del Foglio… Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti, nel senso che tireremo una rete». Di fronte a queste parole, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa chiederà l’intervento di Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e Odg (Ordine dei giornalisti) in nome dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Presidente Fnsi: «Gratteri smentisca o si scusi»

Il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, interpellato dall’Adnkronos, ha dichiarato che le affermazioni del procuratore di Napoli «non fanno onore alla sua storia, alla storia di chi ha pagato e paga in prima persona la lotta contro ogni forma di illegalità e minacce». Quindi, ha continuato, «Gratteri smentisca o si scusi per le sue parole rivolte al Foglio. Alludere a conti da fare e a non meglio precisate reti è incompatibile con la difesa della libertà di stampa. Il suo dovere di magistrato è tutelarla, non intimidirla». E ancora: «Gratteri farebbe bene a rendersi conto che queste uscite sono anche i migliori assist offerti a chi vuole delegittimare la magistratura in vista del referendum. E invece la Costituzione si difende sempre. E tutta. Tanto l’indipendenza della magistratura quanto la libertà di stampa sancita dall’articolo 21».

Segretaria generale Fnsi: «Minacce gravi che violano la Costituzione»

Gli ha fatto eco Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione: «Ho letto le parole di Gratteri al Foglio e contro il Foglio e mi hanno colpito. Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri che con le sue inchieste ha alzato il velo su molte operazioni della ‘ndrangheta. È grave la minaccia. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara, se uno si ritiene diffamato querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione».

Tajani (Fi): «Atto gravissimo, inaccettabile da un magistrato»

Sul caso si è espressa anche la politica, con un coro unanime di solidarietà nei confronti del quotidiano. Così Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia: «Voglio esprimere solidarietà al quotidiano Il Foglio per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni, nei confronti di giornalisti colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro. Un cattivo esempio, in contrasto anche con l’appello del presidente della Repubblica al rispetto dei toni e del libero pensiero».

Paita (Iv): «Parole non tollerabili e indegne di un dibattito democratico»

Anche da Italia viva è arrivata vicinanza al giornale, con la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato, che ha affermato: «Esprimo solidarietà alla redazione del Foglio. Le parole del procuratore Gratteri, denunciate dal direttore Cerasa, non sono tollerabili. “Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti” non è una frase degna del dibattito democratico. La libera stampa è un valore da difendere».

Filini (Fdi): «Dichiarazioni imbarazzanti, preoccupati per la libertà di stampa»

Per Fratelli d’Italia si è espresso il deputato Francesco Filini, responsabile nazionale del programma: «Minacciare un giornalista soltanto perché fa il proprio lavoro è sempre grave, ma se queste minacce giungono da un magistrato di primo piano come è Nicola Gratteri la circostanza è ancora più preoccupante. Purtroppo Gratteri non è nuovo, da quando ha deciso di sostenere il No al referendum, a dichiarazioni a dir poco imbarazzanti. Non vorremmo utilizzare il frasario di chi oggi a sinistra sta con il No al referendum, ma dinanzi a questi atteggiamenti non possiamo non dirci preoccupati per la libertà di stampa».

Calenda (Az): «Gratteri fuori controllo, va sospeso»

Critiche al magistrato anche da parte del segretario di Azione Carlo Calenda: «Gratteri è chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia Il Foglio apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale è da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto del ministero della Giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia, mettetevi da parte entrambi. E torniamo a parlare di contenuti. Bartolozzi e Gratteri». Il riferimento è alle dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli, che ha invitato a votare sì al referendum per «toglierci di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».

Picierno (Pd): «Ironia tossica e aggressiva che non fa onore alla magistratura italiana»

Questo, infine, il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico: «Le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio sono gravi. Intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura italiana. In una fase così delicata dovremmo invece recuperare una dimensione di confronto alta e costituente, degna della Carta costituzionale che abbiamo. Solidarietà al direttore Claudio Cerasa e tutta la redazione».

Gratteri contrattacca: «So cosa significa essere un bersaglio, sto valutando la querela»

Dopo le condanne bipartisan, Gratteri è passato al contrattacco. Raggiunto dall’Ansa ha infatti detto: «Appena avrò un po’ di tempo valuterò se agire nei confronti di quei giornali che ritengo abbiano leso la mia immagine, con querela o con citazione civile». E poi: «Se l’espressione da me utilizzata in una forma concisa (con Il Foglio, ndr) non andava bene mi dispiace. Gradirei non essere strumentalizzato ancora una volta. Perché io, tutti i giorni, da mesi, vengo minacciato di denunce, procedimenti disciplinari. Posso ipotizzare di farmi risarcire? O secondo una parte politica le regole valgono per tutti e non per me?».

Il Lazio approva all’unanimità la legge sulle agevolazioni fiscali per la cultura

AGI - Il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all'unanimità la proposta di legge n. 228 del 15 ottobre 2025, che prevede agevolazioni fiscali per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Primo firmatario del provvedimento è Marco Bertucci, consigliere di Fratelli d'Italia e presidente della Commissione Bilancio.

Nel suo intervento in aula, Bertucci ha definito la norma "una legge dal forte valore simbolico", sottolineando l'obiettivo di tutelare paesaggiobeni culturali e ambiente, offrendo al tempo stesso ai piccoli Comuni e ai borghi strumenti concreti per attrarre contributi privati. Il consigliere ha ringraziato maggioranza e opposizione per il sostegno unanime, oltre all'assessore Righini e agli uffici regionali per il lavoro svolto.

La legge introduce un credito d'imposta Irap fino a 20mila euro per i soggetti che effettuano erogazioni liberali destinate alla promozione e valorizzazione dei beni culturali del Lazio, integrando e potenziando l'Art Bonus previsto dal DL 83/2014.

Finanziamenti e beneficiari

Per finanziare la misura sono stati stanziati 534mila euro per ciascuna annualità 2027 e 2028, oltre a 80mila euro nel 2026 per la realizzazione di una piattaforma informatica dedicata. Il beneficio è rivolto all'intero tessuto produttivo regionalesocietà di capitalicooperativesocietà di personeprofessionisti e fondazioni con sede legale o stabile organizzazione nel Lazio.

Gli interventi potranno essere promossi da enti pubblicirealtà senza scopo di lucrocooperative culturali ed enti ecclesiastici riconosciuti, valorizzando il ruolo delle comunità locali nella tutela del patrimonio diffuso.

Modalità di accesso e piattaforma digitale

La norma prevede inoltre una convenzione con l'Agenzia delle Entrate per definire modalità e procedure di accesso alle agevolazioni, e un regolamento attuativo della Giunta che disciplinerà anche la piattaforma digitale per la presentazione dei progetti e la gestione delle erogazioni.

"Obiettivo è quello di tutelare il nostro paesaggio, i nostri beni culturali, il nostro ambiente, e dare allo stesso tempo modo e maniera anche ai Comuni più piccoli, ai nostri borghi, l'attenzione di chi vuole contribuire in maniera fattiva al suo territorio. Ringrazio i colleghi consiglieri che hanno sottoscritto la proposta di legge, l'opposizione per aver compreso la valenza di questa iniziativa ed il lavoro dell'Assessore Righini e dei suoi uffici, che hanno reperito le risorse necessarie con tempestività", ha dichiarato Marco Bertucci.

Beneficiari e impatto della norma

"Abbiamo incluso tra i beneficiari l'intero tessuto produttivo regionalesocietà di capitali e cooperativesocietà di persone, società semplici e professionisti e fondazioni, tutti con sede legale o stabile organizzazione nel Lazio. Dall'altro lato, gli interventi possono essere promossi da enti pubblici e privati senza scopo di lucrocooperative culturalienti ecclesiastici riconosciuti, valorizzando in questo modo il ruolo delle realtà territoriali, spesso custodi di beni culturali diffusi e di prossimità - prosegue il consigliere regionale di Fratelli d'Italia - ritengo questa legge simbolo dell'attenzione di questa amministrazione regionale verso i suoi territori: superiamo la logica dei contributi a bando ed introduciamo un incentivo automatico, basato su criteri oggettivi e su un sistema di prenotazione digitale, mobilitiamo capitali privati per la cultura riducendo così la dipendenza dai soli fondi pubblici, rafforziamo la collaborazione pubblico-privato, contribuiamo alla rigenerazione urbana, alla tutela del paesaggio e allo sviluppo turistico e valorizziamo il ruolo delle comunità locali e degli enti culturali. La sua approvazione unanime conferma la bontà del lavoro che siamo riusciti a portare avanti".

La Russa senza freni in Senato tra insulti e commenti sprezzanti: cosa è successo

Nel giorno delle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio Ue, il presidente del Senato Ignazio La Russa si è reso protagonista di alcuni commenti decisamente inappropriati nei confronti di due parlamentari. «Come si chiama quel coglione che continua a urlare?», ha chiesto a microfono aperto durante l’intervento di Antonio Nicita del Partito democratico. Per poi ironizzare: «Abbiamo apprezzato il suo commento». In precedenza, dopo che aveva finito di parlare senatore Ettore Licheri, esponente del Movimento 5 stelle, La Russa aveva già commentato, prendendolo di fatto in giro: «Interventone…». E non è finita qui: poco prima della replica di Meloni, mentre parlava Raffaele Speranzon (come lui di Fratelli d’Italia), sempre a microfono aperto si è lasciato sfuggire un «porca puttana». Non esattamente parole che ci si aspetterebbe dalla seconda carica della Stato, soprattutto nell’Aula del Senato.

L’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti

Il ministro dello Sport di Teheran ha annunciato che l’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio in programma in estate negli Stati Uniti. «Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali», ha affermato Ahmad Donjamali in tv, sottolineando le «misure malvagie intraprese contro l’Iran». «Ci sono state imposte due guerre in otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare», ha evidenziato. Donald Trump aveva detto al presidente della Fifa Gianni Infantino che la nazionale iraniana era benvenuta a partecipare al torneo. L’Iran è inserito nel girone G che comprende anche Belgio, Egitto e Nuova Zelanda, come stabilito dal sorteggio del 5 dicembre a Washington.