Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio

Qui si va oltre il dramma politico. Con la figura di Alessandro Rapinese, sindaco di Como, si entra ufficialmente nella stand up comedy. Con lui che piomba in scena, comincia e finisce quando gli pare, massacra tutti gli schemi possibili e, come direbbero quelli del mestiere, «rompe la quarta parete». Ma magari anche le successive, dovesse capitare.

Un sindaco situazionista, un po’ «Lider Maximo» e un po’ «pezza da piedi»

Ha uno stile tutto suo, irripetibile. Puro situazionismo, declinato in una modalità che trasforma il primo cittadino in un primattore. Stile proto-grillino, come è stato detto da qualcuno. E davanti a certe performance, come si può rispondere? Indignarsi? Invitare i cittadini al risveglio delle coscienze? Rispondiamo subito: tempo perso. E per capire il motivo di questa affermazione basta fare una cosa semplice: scaricare una copia del curriculum vitae del sindaco, presente nel sito del comune di Como. Sul web ne esiste una vecchia versione del 2003, rimasta sostanzialmente intatta nella versione presente in rete civica. È una raffica di nonsense come quello associato alla voce “Principali mansioni e responsabilità”: «Lider Maximo e pezza da piedi». Per quanto riguarda le competenze e capacità relazionali, viene rivendicato di aver fondato l’Associazione Polenta Uncia alle superiori e «l’Associazione Avv.Oltoio all’università». Competenze artistiche? Presto detto: «Nessuna. Alla recita di fine elementari mi hanno fatto suonare il triangolo. L’ho fatto male». Riguardo alle altre capacità e competenze, viene menzionato quanto segue: «Capace di convivere da 17 anni con Sara; Capace di farmi sopportare da Olivia da 15 anni». Conclusione coi botti, alla voce “Ulteriori Informazioni”: «Ex fumatore; Estimatore del Prosecco; Ciclista della domenica (non tutte); Amo la scherma ma Lei non contraccambia».

L’interminabile esibizione di se stesso

Date le premesse, è facile capire che qui siamo oltre anche rispetto alle figure di sindaco più eccentriche, dal vecchio Gentilini al fresco Bandecchi passando per Cateno De Luca. Con quest’uomo che oscilla fra il Lider Maximo e la pezza da piedi si apre la strada per una nuova antropologia politica: quella dell’outsider totale. L’uomo che è fuori non soltanto dal sistema dei partiti e dalla politica politicante, ma fuori proprio del tutto. Talmente fuori da rendere difficile anche l’applicazione dell’etichetta da candidato civico. Teorico della politica-trap, Rapinese è lo Sfera Ebbasta dell’ANCI. Con un ricorso all’insulto e al turpiloquio che viene normalizzato e rivendicato come una diversa forma di libertà d’espressione. Soprattutto, c’è che per lui il set deve essere sempre attivo e illuminato. Sicché, in condizioni del genere, è inevitabile che s’ingrassi l’aneddotica. Dal 2022, anno in cui questo agente immobiliare classe 1976 è stato eletto battendo al ballottaggio la candidata del centrosinistra Barbara Minghetti, la lista degli episodi è tale da costruire un’aneddotica sterminata. C’è l’imbarazzo della scelta. Fra le ultime prodezze si trova la lunga diretta video condotta, prima delle feste di fine anno, assieme alla vicesindaca nonché assessora ai servizi sociali, Nicoletta Roperto. Che durante quella diretta è stata decorativa e nulla più. A parte pronunciare gli auguri per le feste, Roperto non ha praticamente aperto bocca. Travolta dall’incontinenza verbale del suo sindaco, si è vista parlare sopra anche quando l’intervistatore ha provato a farla intervenire. Niente, il sindaco ha deciso che doveva continuare a parlare lui anche in vece di lei. Parevano Fabio e Mingo.

Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio

Uno stile trap tra commenti inappropriati e battibecchi

La scena muta dell’assessora è soltanto uno fra i motivi di polemica con cui il sindaco comasco si è misurato. Il più delle volte gli è successo a causa del linguaggio esplicito (eufemismo) che usa come se – appunto – fosse un trapper. Tanto per fare un esempio: se si parla di due scuole che a suo giudizio andrebbero chiuse, queste vengono bollate come “cessi”. Epiteto che Rapinese utilizza in molte altre circostanze, ritenendo che non si tratti nemmeno di termine offensivo. Come ha specificato nella diretta successiva a quella con vicesindaca muta, quel termine è soltanto il nome di uso manufatto bianco presente in ogni casa. Quell’esternazione sulle due scuole è stata parte di un’esibizione in Consiglio comunale che ha visto il sindaco esprimere commenti del tutto inappropriati – eufemismo – sulle classi speciali per alunni disabili, e manifestare disprezzo quasi antropologico nei confronti delle opposizioni. Non un’esibizione isolata, come si può constatare facendo un giro per il web a caccia di video sulle esternazioni di Rapinese. Comunque sia, questo modo di esprimersi ha provocato un’iniziativa da parte di un esponente politico locale, Luigi Bottone, che ha inviato via PEC un esposto alla Prefettura di Como per segnalare la situazione e fare moral suasion sul debordante primo cittadino. Quanto a lui, la cosa non lo sfiora. E da sindaco continua a imperversare nell’arena mediatica. Battibecca in tv con Alessandro Cecchi Paone, irride gli avversari politici definendoli frustrati che contro di lui non toccano palla, zittisce un prete del luogo impegnato nel sociale (don Giusto Della Valle) invitandolo a farsi eleggere anziché stare a criticare. Un flusso irrefrenabile dell’uomo ch’è sempre più Lider Maximo e perciò sente d’essere autorizzato a trattare chiunque come pezze da piedi.

Rapinese, il Lider Maximo di Como tra situazionismo, polemiche e dossier stadio
Alessandro Rapinese (da Fb).

Il dossier stadio e le mire dei fratelli Hartono

Tutto ciò avviene mentre Como è al centro di una vasta manovra di sviluppo territoriale condotta dall’esterno tramite l’uso del club calcistico. I ricchissimi proprietari indonesiani del club lariano, i fratelli Hartono, hanno riportato la squadra dalla Lega Pro alla Serie A e proseguono nel progetto di ascesa calcistica. Non lo fanno certo per amore della città e dei tifosi. Piuttosto, agiscono come se dovessero trasformare Como in un loro parco a tema, una meta per ricchissimi e famosi. E la comunità locale? Se ne farà una ragione, sempre che per essa resti spazio sul territorio.

Di questo tema si è occupato a inizio anno un vasto reportage del quotidiano francese Le Monde. Un articolo nel quale, fra le altre cose, si mette in evidenza il progetto di privatizzazione dello stadio Giuseppe Sinigaglia. Che, situato in riva al lago, è un gioiello paesaggistico definito da Gianni Brera «lo stadio più bello del mondo». Sull’impatto del progetto di rifacimento si sono già mobilitati i comitati locali, esprimendo posizioni nettamente contrarie. E invece il sindaco Rapinese, manco a dirlo, è favorevole. E per difendere il progetto ha messo mano al suo miglior frasario, invitando gli oppositori a «mettere il cappellino da muratori o lasciare perdere». L’uomo giusto al posto giusto, per la città che s’appresta a diventare provincia di Giacarta.

Cornelia sotto assedio, l’appello: “Serve subito una zona rossa”

AGI - Cornelia è sotto assedio, presa d'assalto dai 'Maranza' - un gruppo di nordafricani che vivono tra l'Hotel Gelsomino e il parcheggio del supermercato Pewex -, e per questo serve una 'zona rossa' immediata". Ne è convinto Daniele Giannini, ex presidente del XIII Municipio ed ex consigliere regionale della Lega, che, in un'intervista all'AGI, racconta la situazione difficile che sta vivendo il quartiere a pochi passi da San Pietro.

"Ora basta, siamo sotto assedio: serve un cambio di passo immediato. Quanto accaduto oggi nel quadrante di Cornelia è una tragedia che scuote l'intero quartiere. Un uomo è stato trovato morto, presumibilmente a seguito di un'aggressione o di un accoltellamento, in pieno giorno, in una zona che da settimane viene denunciata come sempre più pericolosa a causa della presenza costante di spacciatori e gruppi criminali che stazionano davanti a specifiche vie e punti sensibili del quartiere, terrorizzando residenti e commercianti", racconta Giannini.

La drammatica conferma del degrado

"Da mesi denuncio pubblicamente, con video, testimonianze e immagini documentate, la situazione di degrado e insicurezza che si vive quotidianamente nell'area di Cornelia. Oggi quella che era una denuncia politica e civile diventa una drammatica conferma: c'è scappato il morto", aggiunge.

Un quartiere fuori controllo

"Quella di oggi è una pagina tristissima per Cornelia e per tutta Roma. Un uomo ha perso la vita in pieno giorno in un quartiere che da settimane denunciamo come fuori controllo. Dovevamo arrivare a questo? Doveva scapparci il morto per far capire che questa zona è sotto assedio? Da mesi, con video e testimonianze dirette, documentiamo la presenza costante di spacciatori e soggetti violenti che hanno trasformato alcune strade in punti di ritrovo per attività illegali. I residenti vivono nella paura, molti non riescono più a rientrare a casa serenamente", spiega.

Appello per una zona rossa e controlli

"Ringraziamo le forze dell'ordine per il lavoro che quotidianamente svolgono, spesso in condizioni difficili, ma è evidente che non basta. Serve una zona rossa, servono controlli straordinari e continuativi - dice Giannini -. Oggi diciamo basta. Basta con l'indifferenza, basta con le sottovalutazioni. Cornelia non può essere lasciata sola come in questi anni ha fatto il Municipio parlando di 'percezione' a fronte delle richieste dei residenti. I cittadini hanno diritto a vivere il proprio quartiere in sicurezza".

Punto di non ritorno e richieste alle istituzioni

"La vicenda odierna rappresenta un punto di non ritorno per un quadrante già provato da settimane di tensione e degrado. Le istituzioni sono chiamate a dare risposte immediate e concrete per restituire sicurezza e dignità a un territorio che chiede solo di poter tornare a vivere normalmente", conclude.

Escalation di violenza all’Aurelio: Cornelia “terra dei Maranza”

AGI - Circonvallazione Cornelia e, più in generale, il quartiere Aurelio a pochi passi dal centro storico di Roma, sono una zona all'apparenza tranquilla che, da due anni a questa parte, è diventata "terra" dei cosiddetti "Maranza", un gruppo di nordafricani che ha preso il controllo del territorio costringendo gli abitanti a un vero e proprio coprifuoco. Dopo le 18, infatti, la gente è costretta a ritirarsi in casa: le donne hanno paura a uscire, i bambini vengono tenuti al sicuro.

Lo spaccio di droga a cielo aperto documentato da un'inchiesta di Lorenzo Nicolini su Roma Today e le rapine ai danni dei cittadini in attesa del bus sono all'ordine del giorno. Mai, però, fino a oggi, si era registrato un Omicidio. Nelle scorse settimane, le forze dell'ordine su disposizione del prefetto Lamberto Giannini hanno eseguito diversi blitz con arresti che, tuttavia, al momento, hanno solo parzialmente migliorato la situazione.

Le denunce dei residenti e le manifestazioni

Numerose sono state le manifestazioni dei cittadini, organizzate da Daniele Giannini, ex presidente del Municipio XIII, consigliere regionale della Lega e coordinatore del comitato 'Boccea Sicura'. "Da mesi i residenti vivono una situazione insostenibile: ostaggi nelle proprie case, costretti a convivere quotidianamente con baby gangbande di nordafricani e soggetti violenti che seminano pauracriminalità e illegalità. Una condizione più volte denunciata con manifestazioni, segnalazioni e richieste formali di intervento", spiegava Giannini a fine gennaio, a pochi giorni dall'ennesimo sit-in nel quale era stato chiesto "con forza alla Prefettura e alle forze dell'ordine una presenza stabile e incisiva sul territorio".

L'allarme di noi siamo Roma

"Quanto accaduto oggi davanti a un supermercato della nostra Capitale non è solo un fatto di cronaca nera, ma un segnale d'allarme che non possiamo più ignorare. Roma non può e non deve abituarsi a scene di violenza brutale alla luce del sole, in luoghi quotidiani frequentati da famiglie e lavoratori", dice, parlando con AGI, il responsabile di 'Noi siamo RomaNicola Colosimo. Come 'Noi siamo Roma', "riteniamo che questo episodio rappresenti l'ennesima ferita al tessuto sociale della nostra città. La gravità del fatto risiede non solo nell'atto in sé, ma nel senso di insicurezza che genera tra i cittadini: quando la violenza irrompe così prepotentemente nella normalità, significa che il controllo del territorio e le politiche di prevenzione devono essere radicalmente potenziati".

Richieste di sicurezza urbana strutturale

"Non bastano più le condanne di rito. Chiediamo alle istituzioni e alle forze dell'ordine un presidio costante e una strategia di sicurezza urbana che non sia solo emergenziale, ma strutturale - aggiunge -. Roma merita di tornare a essere una città dove la legalità e la convivenza civile sono la regola, non l'eccezione. Siamo vicini alla comunità locale e chiediamo che sia fatta luce al più presto su questo terribile omicidio".

La morte del piccolo Domenico: “Documentazione incompleta dal Monaldi sul trapianto”

AGI - La documentazione rilasciata dal Monaldi risulta "incompleta", secondo quanto riferisce all'AGI l'avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del bambino di due anni, morto ieri, dopo aver subito un trapianto di cuore danneggiato il 23 dicembre scorso. "Manca il diario di profusione dal quale si desume il momento esatto dell'espianto del cuore", spiega, aggiungendo che dalle carte consegnate alla mamma del bambino, oltre ad alcune incongruenze negli audit, emerge che "non è menzionato nella cartella clinica nessun "ok cuore". "Inoltre è priva di riferimenti orari", conclude.

La richiesta di Patrizia, mamma di Domenico

"Chi ha sbagliato dovrà chiedere perdono a Domenico. È arrivato il momento della verità. Adesso, veramente, basta": a chiederlo è Patrizia, la mamma del piccolo Domenico morto dopo il trapianto di un cuore danneggiato eseguito all'ospedale Monaldi di Napoli, in un'intervista a Repubblica.

La ricerca della verità e la voglia di giustizia

"Non attribuirò colpe finché non conoscerò la verità. Ma qualcuno dovrà pagare", ha affermato Patrizia. Prima di essere operato, ha ricordato la donna, Domenico "era un bambino pieno di vita. Aveva davvero tanta voglia di vivere. Ho tanti ricordi, ma ora c'è un altro modo per ricordarlo".

Una fondazione per ricordare e aiutare

La famiglia intende infatti costituire una fondazione "per ricordare lui e aiutare altri bambini. E voglio avvisare tutti di non ascoltare i tentativi di truffa di chi ha messo on line falsi profili nei quali si chiedono donazioni". Per la mamma di Domenico la sua vicenda potrà insegnare "tantissimo": "Non sto dando la colpa a nessuno. Voglio solo la verità. Quando uscirà fuori, si saprà chi ha sbagliato. A me interessa solo che venga fatta giustizia".

Uomo accoltellato e ucciso davanti supermercato a Roma: due fermati

AGI - Omicidio a Roma in piazza San Giovanni Battista della Salle, a Circonvallazione Cornelia, nei pressi del supermercato Pewex. Secondo quanto si apprende dalle primissime informazioni, un uomo, straniero, sarebbe stato ucciso da un gruppo di altri cittadini stranieri. 

I carabinieri hanno fermato due persone, entrambi cittadini extracomunitari.

I due, secondo quanto apprende l'AGI, avrebbero aggredito un altro straniero con arma da taglio al costato. Il giovane è deceduto a causa delle ferite. Approfondimenti in corso sulla posizione dei fermati. Indagano carabinieri del Nucleo Radiomobile e della compagnia di Roma San Pietro. 

 

 

 

Ad Assisi per la prima volta l’ostensione delle reliquie di San Francesco

AGI - Per la prima volta, le reliquie di San Francesco sono esposte al pubblico ad Assisi, in Umbria, in occasione dell'800° anniversario della morte del Santo. Le spoglie di San Francesco sono custodite all'interno di una teca di plexiglass riempita di azoto con l'iscrizione latina "Corpus Sancti Francisci" (Il Corpo di San Francesco).

San Francesco, morto il 3 ottobre 1226, fondò l'ordine francescano dopo aver rinunciato alle sue ricchezze e aver dedicato la sua vita ai poveri.

Il significato dell'esposizione 

Giulio Cesareo, direttore della comunicazione del convento francescano di Assisi, ha affermato di sperare che l'esposizione possa essere "un'esperienza significativa" sia per i credenti che per i non credenti. Cesareo, frate francescano, ha affermato che lo stato "danneggiato" e "consumato" delle ossa dimostra che San Francesco "si è donato completamente" all'opera della sua vita.

La storia delle reliquie di San Francesco

Le sue spoglie, che saranno esposte fino al 22 marzo, furono traslate nella basilica costruita in onore del santo nel 1230.

Ma fu solo nel 1818, dopo scavi condotti nella massima segretezza, che la sua tomba fu riscoperta.

A parte le precedenti esumazioni per ispezione e analisi scientifica, le ossa di San Francesco sono state esposte solo una volta, nel 1978, a un pubblico molto limitato e per un solo giorno.

Come sono esposte e protette le spoglie

Solitamente nascosta alla vista, la teca trasparente che contiene le reliquie dal 1978 è stata estratta sabato dalla cassa metallica in cui è custodita, all'interno della sua tomba di pietra nella cripta della basilica.

La teca si trova a sua volta all'interno di un'altra teca di vetro antiproiettile e antieffrazione.

Le telecamere di sorveglianza saranno attive 24 ore su 24 per una maggiore protezione delle spoglie.

Afflusso di visitatori e aspettative

Le prenotazioni per vedere le spoglie del santo ammontano già a "quasi 400.000 persone provenienti da ogni parte del mondo, con ovviamente una netta predominanza dall'Italia", ha affermato Marco Moroni, guardiano del convento francescano.

"Ma abbiamo anche brasiliani, nordamericani, africani", ha aggiunto

In questo periodo dell'anno piuttosto tranquillo, la basilica di solito riceve 1.000 visitatori al giorno nei giorni feriali, che salgono a 4.000 nei fine settimana.

I francescani hanno dichiarato di aspettarsi 15.000 visitatori al giorno nei giorni feriali e fino a 19.000 il sabato e la domenica per l'esposizione delle spoglie, che durerà un mese.

La venerazione delle reliquie nella tradizione cristiana

"Fin dall'inizio, fin dai tempi delle catacombe, i cristiani hanno venerato le ossa dei martiri, le reliquie dei martiri, e non l'hanno mai vissuto come qualcosa di macabro", ha detto Cesareo.

Papa Leone XIV: “Quattro anni di guerra in Ucraina, tacciano le armi”

AGI - "Sono passati ormai quattro anni dall'inizio della guerra contro l'Ucraina. Il mio cuore va ancora alla drammatica situazione che sta sotto gli occhi di tutti. Quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili". Così Papa Leone XIV al termine dell'Angelus. "Davvero ogni guerra è una ferita inferta all'intera famiglia umana. Lascia dietro di sé mortedevastazione e una scia di dolore che segna generazioni. La pace non può essere rimandata. È un'esigenza urgente che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili", ha sottolineato il Pontefice.

"Per questo rinnovo con forza il mio appellotacciano le armicessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessato il fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace. Invito tutti a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto del mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace", è l'appello di Leone.

Riduce la madre in fin di vita e si getta in mare. In corso le ricerche

AGI - Sono riprese questa mattina, nello specchio d'acqua antistante il porto di Civitanova Marche, le ricerche di un ventenne, fuggito di casa ieri sera dopo aver aggredito la madre e che si è gettato in mare, ripreso dalle telecamere di videosorveglianza dell'area. La donna è ricoverata in gravi condizioni all'ospedale di Macerata: è tenuta in coma farmacologico, ma non sarebbe in pericolo di vita.

Impegnati i sommozzatori dei vigili del fuoco, i carabinieri e il personale della capitaneria di porto. Le ricerche erano iniziate ieri sera e poi sospese per il buio. Da quanto si è appreso, il giovane avrebbe litigato con la mamma, un'estetista di 53 anni, mentre erano in casa a Pollenza, in provincia di Macerata: l'ha colpita al volto a pugni e poi è fuggito in auto, lasciando il cellulare in casa e dirigendosi a Civitanova Marche, dopo la vettura è stata ritrovata al porto.

Soccorsi chiamati dal padre

È stato il padre, che al momento della lite era all'esterno a fumare, a dare l'allarme dopo aver trovato la moglie sanguinante ed esanime sul pavimento del bagno. 

La lite

La famiglia, di origini albanesi e da oltre vent'anni in Italia, era molto conosciuta a Pollenza. Albana Kastriot, è la titolare di un centro estetico, suo marito Mario Merkuri, è un imprenditore edile; la coppia ha due figli. La lite, i cui motivi al momento sono sconosciuti, è scoppiata venerdì sera, giorno del ventesimo compleanno di Riccardo, il figlio minore, che ha colpito la mamma con così tanta violenza da fratturarle la mascella.

Le urla hanno allertato i vicini di casa, il marito della donna e l'altro fratello sono rientrati nell'abitazione, ma nel frattempo Riccardo era già fuggito a bordo della sua Mercedes, ritrovata ieri pomeriggio nei pressi dell'ingresso del porto di Civitanova Marche. A quel punto sono scattate le ricerche. Il ventenne è stato ripreso da alcune telecamere: la prima mentre entra all'interno del porto, una seconda mentre si getta in mare all'altezza del molo sud, una terza mentre riemerge e torna a gettarsi più avanti senza più riaffiorare.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio

Adattare un libro per la televisione non è mai facile. Sono linguaggi diversi, con necessità diverse, che in teoria si rivolgono a pubblici diversi. È vero: a volte possono coincidere e sovrapporsi, ma è inutile sperare in una conversione assoluta di lettori in spettatori e viceversa. Il signore delle mosche, su Sky e NOW il 22 febbraio e il primo marzo, non fa eccezione. Anzi, forse rappresenta esattamente l’eccezione. La miniserie parte dall’omonimo libro del premio Nobel William Golding, ma trova rapidamente un’altra strada: non contemporanea, ma decisamente più vicina a un gusto e a un’impostazione estetica attuali. Jack Thorne, lo sceneggiatore che si è occupato dell’adattamento, è lo stesso di Adolescence: la serie uscita poco più di un anno fa su Netflix di cui tutti, a un certo punto, hanno cominciato a parlare e a discutere. E con Il signore delle mosche ha fatto una cosa difficilissima per quanto, a prima vista, abbastanza semplice: è partito dal materiale originale. Non si è limitato a riprendere l’ambientazione di Golding, con questa isola deserta nel bel mezzo del Pacifico piena di alberi e di vegetazione, circondata dagli scogli e dalle onde, ma si è infilato tra le pieghe del racconto, cercando di attualizzarlo.

Ogni episodio si concentra su un personaggio

Non che ce ne fosse bisogno. I protagonisti del libro, tutti bambini, finiscono per raccogliersi in una società in miniatura, dandosi ruoli, compiti e dividendosi le responsabilità; poi si scontrano, come in una guerra, con una violenza diffusa e bestiale che non risparmia nessuno. Thorne, però, ha provato a costruire la miniserie condensando la storia di Golding in quattro episodi, ognuno ritagliato su uno specifico personaggio. Il primo si concentra su Piggy, ragazzino razionale, che ha sempre l’idea giusta, anche se fa una fatica enorme nel farsi ascoltare. Rappresenta l’ultimo legame che resta ai bambini con il mondo ‘civile’ che hanno abbandonato. Ralph, che è il protagonista del quarto episodio, è invece un personaggio ibrido. Nonostante venga scelto come capo sbaglia in continuazione, cedendo a ogni richiesta. Non vuole solo guidare: vuole piacere. Una cosa che, al contrario, non appartiene minimamente a Piggy. Questo bisogno di Ralph è completamente diverso da quello di Jack, scelto per guidare i cacciatori: se Ralph è tutto sommato risolto, con un passato difficile ma un’idea chiara di chi vuole essere, Jack, nella sua ferocia, è estremamente insicuro. Respinge persino chi gli vuole bene, come Simon, che non si inserisce nella piccola società dell’isola.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio

Al centro ci sono le dinamiche interne alla società e le sue tifoserie

Thorne prende questi archetipi narrativi e li rende ancora più concreti, tridimensionali, più approfonditi, con una faccia – quella, chiaramente, degli attori – e una consistenza precisa. A cominciare dalle loro idee, dal modo in cui si esprimono e si relazionano con gli altri. Se il primo episodio fa da introduzione, quelli successivi si calano in un’atmosfera sempre più cupa, frammentata solamente dalla luce del sole e dai colori dell’isola. L’ultimo, quello dedicato a Ralph, segna la rottura definitiva del patto sociale: il capo ha fallito, non ha fatto abbastanza; tutti credevano in lui, ma non è riuscito ad avere una presa forte e decisa. Thorne vuole costantemente spostare l’attenzione del racconto sulle dinamiche interne della società, su queste tifoserie che cambiano, si alternano, urlano, strepitano, che si affidano al leader che promette l’impossibile e che poi, anche deludendoli, riesce a convincerli della bontà di quello che fa – anche se, e va detto, di buono non ha assolutamente nulla.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Una scena de iIl signore delle mosche (dal trailer).

Il signore delle mosche è uno specchio anche della politica

Il signore delle mosche è una serie tv politica. Ma politica in modo intelligente, mai ridondante o insistente. Diventa uno specchio per la società di oggi e in particolare per i leader politici. Ralph e Jack sono diversi eppure simili. Entrambi vogliono piacere, anche se per ragioni differenti, ed entrambi hanno una presa piuttosto forte sugli altri. Il primo per un carisma innato, che lo porta a essere preferito. Il secondo, invece, per la sua capacità di creare un nemico contro cui schierarsi. Prima sono i maiali selvatici a cui dà la caccia, poi il “mostro” – virgolette obbligatorie – che i bambini più piccoli pensano di aver visto; quindi Simon, che lo ha tradito, e Ralph e Piggy. La visione di Thorne, sostenuta dalla regia di Marc Munden, si comprime e si allarga, e poi si comprime ancora una volta: si concentra sui bambini, su questi piccoli uomini che giocano alla politica e alla guerra, ritraendone con precisione gli eccessi e le caratteristiche principali; si sposta, poi, sui singoli individui, mettendoli gli uni contro gli altri e ribadendo un concetto quasi banale nella sua essenzialità: non esistono persone assolutamente buone o innocenti. Chi spesso ha il potere di intervenire non lo fa, come Ralph; chi ha un’idea giusta preferisce arroccarsi nelle sue convinzioni, come Piggy, e chi vuole il potere non lo vuole per un bene superiore ma unicamente per sé stesso, come Jack. I vari Simon sono condannati: dalla loro delicatezza, dalla loro immaginazione e dalla loro diversità.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Una scena de Il signore delle mosche (dal trailer).

Il signore delle mosche, così, non è soltanto un simbolo: la testa di un maiale che attira insetti e che marcisce al sole, come succede nel libro e come, in parte, succede anche nella serie. Il vero signore delle mosche vive dentro le persone. A volte vince e altre volte, invece, viene messo all’angolo, ma mai sconfitto del tutto. Ed è esattamente questo che Thorne vuole mostrare: la fragilità della società e dell’uomo. Con una serie tv ribadirlo non è più semplice, ma è sicuramente più efficace.

La deriva pubblicitaria della politica e le verità usa e getta dei leader narcisisti

«Con quella bocca può dire ciò che vuole». È un claim pubblicitario d’annata. Di un dentifricio che non c’è più, come la sua testimonial (Virna Lisi). Però è perfetto per sintetizzare lo stato deplorevole in cui versa la politica attuale. Nel mondo e in Italia allo stesso modo. Tale che si stenta a distinguere se per esempio al tavolo del Board of Peace si siedano uomini di governo o piazzisti.

Donald Trump è un caposcuola inarrivabile. In Europa non c’è nessun leader o capo di governo, per quanto sgangherato, che gli stia alla pari. Per nostra fortuna. Anche se la situazione è in rapido peggioramento. Come segnala la campagna referendaria in corso. Argomentare, dialogare, confrontarsi sono l’abc della democrazia. Ma ormai da anni la polarizzazione ha reso impossibili le pratiche colloquiali. Mentre il rarefarsi della partecipazione alla vita di partito ha consegnato le forze politiche nelle mani di pochi. Uomini solo al comando, leader narcisisti che possono dire, disdire, contraddirsi. Perfino smentirsi. Con la libertà che fino a ieri era concessa solo alla pubblicità.

Anche i nomi dei partiti sembrano claim pubblicitari

Per capire la politica attuale e i politici che la interpretano bisogna entrare nel mondo dell’Omino Bianco. Riferirsi non ai classici della scienza politica o alle storie esemplari dei grandi statisti, bensì alle campagne, agli spot e ai claim più riusciti. Pensiamo per esempio ai nomi delle formazioni politiche attuali, che hanno come progenitore e iniziatore di un genere Forza Italia, il primo partito azienda che però ha abolito la parola “partito”. È rimasto solo il Pd a richiamarlo. La Lega ha, “sovranamente” cancellato il Nord dal nome. Di contro alla comparsa di acronimi (Avs, cioè Alleanza Verdi e Sinistra, assonante con Aws, sigla dei servizi web di Amazon) che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (cinque stelle). Più Europa è detersivo e Azione potrebbe essere il nome di una multiutility. Ma ci vuole niente a confondere Noi moderati con «Gli esperti siete voi» (Expert), Italia viva con Viva la mamma (Beretta).

Ora ci si può chiedere: è la pubblicità che si è mangiata la politica o viceversa? Entrambe le cose: il processo è osmotico, simbiotico. Certo è che la pubblicità è oggi quanto di più invasivo e intrusivo possa entrare nelle nostre vite. Nel 2007 si stimava un’esposizione personale attorno ai 5 mila messaggi pubblicitari al giorno. Nel 2025 il numero è salito fra i 6 e i 10 mila. Ma lo studio recente “Beyond Visual Attention” (Omnicom Media Group, Ainem, Ipsos, Nielsen) stima che siamo esposti a una potenziale “tempesta” di oltre 33 mila stimoli pubblicitari al giorno. Questa cifra comprende ogni stimolo, anche quelli non consciamente elaborati dal cervello.

Un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità

Insomma, viviamo in un ambiente sonoro e visivo del quale la pubblicità è l’elemento più caratterizzante. Una sorta di seconda natura che quotidianamente ci spinge a consumare, nel contempo che ci sintonizza con una realtà fantastica dove «tutto è possibile» (Volkswagen) e «impossible is nothing» (Adidas) e se basta pensare una cosa per averla («Immagina. Puoi», Fastweb), si può fare tutto senza fare niente («Pulito sì, fatica no», Svelto). Ma questa trasfigurazione di realtà, nella quale parlano e cantano anche le pentole e gli stracci per la polvere, normalizza anche un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità. Il superlativo è ormai incorporato al brand (Intimissimi, Illyssimo) e poco sfugge all’imperativo lessicale del mega, ultra, unlimited.

Tutto iniziò con Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano»

Per sintetizzare sono 40 e più anni, da quando la televisione commerciale è diventata il medium dominante, che la socializzazione passa attraverso i consigli per gli acquisti, che nel frattempo hanno trovato nel web un potente terreno di proliferazione. Tutto cominciò con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano». Che, come le pensioni minime a 1.000 euro, è ancora in attesa. Ma è proseguito con gli annunci social di Beppe Grillo & company, in bilico fra supermarket («apriremo il parlamento come una scatola di tonno») e il mondo del Mulino Bianco dove si può con un annuncio abolire la povertà per decreto.

Le promesse cancellazioni di accise sui carburanti e pedaggi autostradali appartengono invece alle politiche di marketing e comunicazione degli attuali premier e vicepremier, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che però non sono molto raffinate, perché in linea con i dettami classici della propaganda, che impongono di reiterare, come fosse un rosario, un concetto o un’idea. Battere e ribattere il chiodo come fosse sempre la prima volta. Anche se lo spot è sempre lo stesso, come usano fare i prodotti e le marche di largo consumo. È la ripetizione che favorisce il ricordo.

Canali social usati come megafoni che non prevedono contraddittorio

La deriva pubblicitaria della politica si avvale dell’abolizione delle tribune elettorali, dei dibattiti e delle conferenze stampa aperte e si manifesta al massimo grado sui canali social, usati come megafoni e strumenti che non prevedono dialogo o contraddittorio. È la politica del me la canto, me la dico e me la suono, senza che debba rispettare criteri di verità. Allo stesso modo dell’autoproclamata «cucina più amata dagli italiani» (Scavolini). Importante e unica cosa che conta è che la battuta o il monologo funzioni. E per far sì che avvenga il messaggio deve essere semplificato. Chiaro e comprensibile anche a persone di cultura modesta.

Google effect è il termine che riassume il processo e le dinamiche che fanno sì che le cose apprese online si dimentichino più in fretta. Una digital amnesia, questa, che va di pari passo con l’illusione di realtà (illusory truth effect), che ci induce a credere a qualsiasi cosa dopo averla sentita/vista ripetere più volte. A maggiore ragione se sono eclatanti o bizzarre (bizarreness e humor effect), perciò capaci di catturare più facilmente l’attenzione.

Simbiosi narcisistica che lega un leader ai suoi seguaci

In ossequio al dilagante sensazionalismo che in Rete si nutre anche di mostri (quelli di Bibbiano restano memorabili) e che fa leva sul ricordo emotivo: quello che scatena subito il pandemonio, ma che in breve tempo è già dimenticato. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini non si traducano in perdita di consensi, fiducia e stima da parte dei sostenitori. A riprova dell’esistenza d’una «simbiosi narcisistica» che lega un leader ai suoi seguaci.

Cittadini e militanti informati si trasformano in utenti e consumatori

La conseguenza pratica dell’uniformarsi e diffondersi della politica Swiffer e dei leader Findus è la trasformazione di cittadini e militanti informati in utenti e consumatori. In elettori follower. Da cui discende anche il processo, che è in corso accelerato, di restringimento della sfera dei diritti personali, civili e sociali. Che tanto meno vengono riconosciuti come tali e tanto più vengono identificati come bisogni che, sia pure fondamentali, possono essere soddisfatti solo se si hanno le risorse economiche necessarie. È così che la passione e la motivazione a partecipare attivamente alla politica hanno ceduto il passo all’opportunismo e alla convenienza. Al comportamento che teniamo quando spingiamo il carrello della spesa. Inconsapevoli e dimentichi che, come ha scritto Platone e come stiamo peraltro verificando da parecchi anni, «la punizione per chi rifiuta la politica è essere governati da persone peggiori di lui».