Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Esiste una fisica del potere che non risponde alle urne, ma una legge gravitazionale non scritta: nell’istante esatto in cui Federico Lucia, in arte Fedez, decide di poggiare la sua mano tatuata su una poltrona o una causa, scatta inesorabile il conto alla rovescia del disastro. Non chiamatela sfortuna, sarebbe un’offesa alla statistica, chiamatelo pure Re Mida al contrario, un portatore sano di eclissi capace di trasformare l’oro del consenso nel piombo di una disfatta elettorale definitiva.

Il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri

L’ultimo atto di questa Spoon River si è consumato recentemente tra i microfoni di Pulp Podcast, il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri insieme a un Mr. Marra in posa da intellettuale di complemento. Proprio lì si è officiata l’ultima via crucis di Giorgia Meloni.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

La premier, terrorizzata dall’amaro calice di un referendum sulla giustizia che puzzava di débâcle lontano un miglio, ha cercato rifugio nella tana dell’agitatore mediatico, convinta che quel caveau di follower fosse un’assicurazione sulla vita. Si è ritrovata, invece, ridotta a pontificare di riforme davanti a dilettanti dell’informazione allo sbaraglio. Risultato? Sconfitta referendaria, governo in bilico e l’immagine di una politica che, nel tentativo di darsi un tono pop, finisce per consegnarsi al ridicolo. Bene hanno fatto Elly Schlein e Giuseppe Conte a rispedire l’invito al mittente: la loro assenza è stata la loro salvezza.

Firmò un inno per il M5s nel 2014, l’anno della batosta

Ma il curriculum del “dissolvitore” milanese è una cronaca di macerie che non guarda in faccia a nessuno. Già nel 2014, quando firmò l’inno per il Movimento 5 stelle, Non sono partito, adottato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’ex signor Ferragni mise il sigillo su una sventura appena compiuta. Alle Europee dello stesso anno i grillini vennero letteralmente doppiati dal Partito democratico di Matteo Renzi, finendo staccati di quasi 20 punti percentuali, in una batosta che brucia ancora. Coincidenze? Sicuramente. Ma la cronologia non mente.

Paladino del Ddl Zan, ma la legge andò dritta al macero

Nel 2021, dal palco del Primo Maggio, Fedez si erse a paladino del Ddl Zan, denunciando censure e veti leghisti. Il finale è noto: un cortocircuito mediatico che portò la legge dritta al macero, tra le ghignate del Senato. In quel marasma, anche Virginia Raggi si spese per lui, condividendo i suoi messaggi sui diritti: cinque mesi dopo, l’allora sindaca di Roma perdeva la fascia tricolore.

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Fedez con Alessandro Zan.

Non è andata meglio a Giuseppe Conte, allora premier, che nell’ottobre 2020 telefonò agli ex Ferragnez per chiedere aiuto sull’uso delle mascherine: dopo neanche un anno l’avvocato del popolo veniva sfrattato da Palazzo Chigi per far posto a Mario Draghi.

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Il messaggio di Fedez sulle mascherine dopo la chiamata di Giuseppe Conte.

La maledizione non risparmia le battaglie civili. Chiedere per informazioni a Marco Cappato e all’Associazione Luca Coscioni: la firma dell’ex coppia reale di City Life per il referendum sull’eutanasia legale ha prodotto solo il muro dell’inammissibilità della Consulta, lasciando il tesoriere con un pugno di mosche.

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I Ferragnez per l’eutanasia legale.

Persino lo “sceriffo” Vincenzo De Luca, ospite a Muschio Selvaggio nel 2023, ha visto la Corte costituzionale sbarrargli definitivamente la strada per il terzo mandato consecutivo: ora all’ex viceré della Campania resta solo il mesto ritorno al feudo di Salerno.

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Vincenzo De Luca ospite di Fedez.

Fedez è stato davvero letale col centrodestra

Ma è col centrodestra che il tocco di Fedez si è fatto letale, quasi un’operazione di smantellamento controllato. A maggio 2025, al congresso dei giovani di Forza Italia, l’ospite d’onore ha incassato standing ovation inneggiando a Silvio Berlusconi e attaccando magistrati e Beppe Sala, sotto lo sguardo compiaciuto di un Maurizio Gasparri con cui aveva siglato una sorta di pace storica dopo anni di querele da 500 mila euro.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Oggi quella tregua suona come un’orazione funebre: l’effetto domino del fallimento referendario ha travolto anche l’ex ministro, costretto alle dimissioni da capogruppo al Senato per far posto a Stefania Craxi, in un rimpasto benedetto da Marina Berlusconi per rinnovare i vertici e chiudere definitivamente l’era dei vecchi colonnelli di un partito ormai smantellato, o rinfrescato, come fa comodo pensare alle teste di famiglia (ma sempre di avvicendamento tra boomer si tratta).

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Stessa sorte per chi ha cercato la goliardia vacanziera: quello scatto sullo yacht in Costa Smeralda della scorsa estate con il rapper, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè è diventato il bacio della morte di Rozzano. La Pitonessa è saltata (dopo anni di resistenze!), sfiduciata dalla sua stessa premier, e c’è da scommettere che il presidente del Senato stia già controllando la tenuta della sua scialuppa politica e dei suoi busti del Duce.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez sullo yacht con Daniela Santanchè.

Viene quasi il sospetto che il Nostro sia il più raffinato cavallo di Troia della storia Repubblicana. Dal M5s a Forza Italia, passando per il Pd e FdI, la lezione è una sola: chi lo tocca crepa. Politicamente parlando, s’intende.

“Successo oltre le aspettative”, il corteo ‘No Kings’ di Roma prosegue fino al Verano

AGI - Un lungo corteo ha sfilato per le vie di Roma in adesione alla mobilitazione dei 'No Kings' contro Donald Trump negli Usa. Sono 3.100 le manifestazioni negli Stati Uniti a cui se ne sono aggiunte altre in tutto il mondo. Nella Capitale alle 14 è partito un corteo da piazza della Repubblica per raggiungere Piazza San Giovanni. Considerata la partecipazione superiore a quella previsata, i promotori hanno formalmente presentato un preavviso al Questore per proseguire in corteo fino a piazza del Verano. Di tale preavviso si è formalmente preso atto.

L’itinerario per la prosecuzione del corteo è il seguente: via Carlo Felice, Porta Maggiore, Via dello Scalo San Lorenzo, tangenziale est fino all’intersezione con Via Tiburtina, Via Tiburtina, Piazzale del Verano. La sala operativa della Questura ha rimodulato i servizi per garantire la sicurezza dell’iniziativa fino alla nuova destinazione.

Alla manifestazione, organizzata nell'ambito della mobilitazione globale del weekend "Together. Contro i Re e le loro guerre", l'attenzione è massima per il timore di incidenti. Dal carro di testa gli organizzatori rivendicano i numeri della mobilitazione: "Siamo 300mila". Fonti della questura indicano numeri molto diversi: per la polizia i partecipanti sono all'incirca 25mila. Ufficialmente, però,  la questura di Roma precisa di "non aver fornito alcun numero circa i partecipanti al corteo". 

 

Giuseppe Tango nuovo presidente dell’Anm. “Pronti a dialogare con politica e avvocatura”

AGI - Giuseppe Tango è il nuovo presidente dell'Anm. La sua elezione è avvenuta per acclamazione. 43 anni, giudice del lavoro a Palermo ed esponente del gruppo di Magistratura Indipendente, è stato il magistrato il più votato alle ultime elezioni per il nuovo comitato direttivo dell'Anm, nel gennaio 2025. Ha fatto parte della Giunta esecutiva centrale guidata da Cesare Parodi, che appartiene alla sua stessa corrente, e di cui, oggi, diventa il successore.

In passato è stato presidente della Giunta sezionale dell'Anm di Palermo.

Le prime parole di Tango

"Da domani ci metteremo tutti al lavoro, insieme agli altri attori della giurisdizione, per proporre soluzioni che possono davvero migliorare la giustizia". Lo ha detto il nuovo presidente dell'Anm Giuseppe Tango, subito dopo la sua elezione. "Si tratta più che altro di un rinnovamento, e non intendo soltanto generazionale: ora più che mai si avverte la necessita', l'esigenza, di portare la magistratura a guardarsi al suo interno e capire tutto ciò che effettivamente negli ultimi anni non è andato per il verso giusto", ha aggiunto. "Si tratta più che altro di un rinnovamento, e non intendo soltanto generazionale: ora più che mai si avverte la necessità, l'esigenza, di portare la magistratura a guardarsi al suo interno e capire tutto ciò che effettivamente negli ultimi anni non è andato per il verso giusto". 

"Anm non è e non sarà mai partito politico"

 "L'Anm non è e non sarà mai un partito politico". Sono le parole del nuovo presidente del sindacato delle toghe Giuseppe Tango, il quale ha sottolineato, parlando con i giornalisti dopo la sua elezione, che "l'Anm entra nel dibattito pubblico soltanto per dare il suo contributo di carattere tecnico, per cercare di migliorare il sistema giustizi. Questo è il compito che ci siamo assegnati, questo è lo scopo statutario e a questo noi ci atterremo". 

"Pronti a dialogo con avvocatura e politica"

 "È il momento di ricostruire insieme gli altri attori della giurisdizione, gli altri protagonisti della giurisdizione, prima fra tutti l'avvocatura proposte veramente che mirano finalmente a risolvere i reali problemi dei cittadini". A dichiararlo è stato Giuseppe Tango, nuovo presidente dell'Anm, incontrando i giornalisti dopo la sua elezione. Quindi, "una volta che si è fatto chiarezza con tutti coloro che sono coinvolti come attori della giurisdizione", ha osservato, "porteremo, se vi sarà la possibilità come ci auguriamo, il tutto all'attenzione della politica, costruendo cosi' un dialogo che possa davvero dare i suoi frutti a beneficio di tutti i cittadini".

Voto e nomina 

Come previsto dallo statuto, il comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe ha comunque votato per l'elezione del nuovo presidente Tango, che è avvenuta con 31 voti a favore e un astenuto (scheda bianca). La sua nomina è stata accompagnata da un lungo applauso dei colleghi.

Le parole del presidente dimissionario Cesare Parodi

"Quella giunta dai cittadini è una delega forte, ma non in bianco". Lo ha detto il presidente dimissionario dell'Anm Cesare Parodi, aprendo la riunione del direttivo, parlando della vittoria del No al referendum. "Proprio per questo - ha aggiunto - la vittoria è una responsabilità. Abbiamo chiesto fiducia, ci è stata concessa e dobbiamo meritarla adesso". Parodi ha rilevato che "il risultato del referendum ha aperto uno spazio di ascolto, ma questo spazio è destinato a chiudersi rapidamente se non verrà riempito da segnali concreti di rinnovamento. La vittoria ha riacceso la luce ma non ha pulito la stanza. C'è una straordinaria apertura di credito da parte dei cittadini, sta a noi meritarla, riconquistando credibilitàfiduciatrasparenzaprofessionalità e dimostrando di saperci autoregolamentare: se non lo faremo - ha concluso - avremo sprecato un'occasione storica".

Foto di Meloni a testa in giù vicino a una ghigliottina. Protesta FdI

AGI - Tre foto raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il ministro della Giustizia Carlo Nordio sono state mostrate capovolte, con accanto una ghigliottina di cartapesta da tre giovani presenti al corteo nella Capitale. La scena è avvenuta nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore.

Poco distante, al centro del corteo, altri partecipanti hanno esibito anche carte da poker con la figura di un re incappucciato accompagnata dalla scritta 'Trump boia'. 

La condanna di FdI: gesto gravissimo

"Le immagini arrivate dal corteo di Roma, con fotografie del presidente del Consiglio, del presidente del Senato e del ministro della Giustizia esposte a testa in giù accanto a una ghigliottina sono di una gravità assoluta e non possono essere derubricate a semplice gesto di protesta. Quando si evocano simboli di violenza contro le istituzioni si supera un limite che in una democrazia non dovrebbe mai essere oltrepassato". A dirlo, da FdI, è il senatore Michele Barcaiuolo. "E' necessario che azioni di questo tipo ricevano, finalmente, una condanna netta e senza ambiguità da parte di tutte le forze politiche. Il dissenso è legittimo, ma non può mai trasformarsi in odio o nella legittimazione simbolica della violenza". "Difendere le istituzioni significa anche respingere con fermezza ogni forma di deriva che rischia di avvelenare il clima pubblico e di indebolire il rispetto delle regole democratiche", conclude Barcaiuolo. 

"Trovo che quanto avvenuto sia gravissimo e addirittura raccapricciante. Sono vicino al presidente del Consiglio, al presidente del Senato e al ministro della Giustizia, ai quali esprimo la mia solidarietà. Allo stesso tempo condanno con forza il gesto criminale di quegli attivisti politici che, pur dicendosi pacifisti, si rendono responsabili di atti così aberranti".

Questo il commento del deputato Riccardo De Corato, che aggiunge che "solo poco tempo fa, durante un altro corteo a Milano, era stata esposta l'immagine di Giorgia Meloni a testa in giù". "È ormai quindi evidente come per certi movimenti di sinistra la politica non sia più rappresentata dal normale dibattito democratico ma dall'odio cieco nei confronti dell'avversario", sottolinea ancora.

Il messaggio di pace e le immagini violente

"Mentre i Landini, i Fratoianni, i Ricciardi vari si accalcano a spiegare che questa è 'la piazza contro la cultura della guerra', che oggi 'si è in piazza per dire sì alla pace e per indicare un'alternativa possibile', che questa piazza sia 'contro una politica imperialista, una politica di aggressione, una politica violenta e chiaramente quindi chi, come Meloni e il suo governo sono complici di questa politica', nella stessa manifestazione c'è chi espone fotografie della premier Meloni, del presidente La Russa e del ministro Nordio a testa in giù davanti a una rudimentale ghigliottina. Proprio un bel messaggio di pace. Per non parlare poi degli anarchici che esaltano terroristi e condannati e invitano a 'far saltare la testa dei re'", riprende il deputato FdI Paolo Trancassini. "Ma quelli che vorrebbero governare l'Italia già da domani con quale coraggio condividono una piazza assieme a gente simile? Senza prendere le distanze da queste derive, ogni richiamo alla pace suona come pura ipocrisia. E più che un'alternativa credibile, resta solo l'ennesima ambiguità politica", conclude. 

Biancofiore (Udc): quelle foto a testa in giù sono oscene

"Straparlano di pace, urlano contro le guerre e poi si presentano in piazza con osceni cartelli contro le più alte cariche dello Stato. Ancora una volta i presunti pacifisti usano il palcoscenico della manifestazione per mettere in scena il loro spettacolo pro-violenza", dice Michaela Biancofiore, presidente del gruppo al Senato Civici d'Italia, Nm, Udc, Maie. "Le immagini arrivate dal corteo di Roma, con fotografie del presidente del Consiglio, del presidente del Senato e del ministro della Giustizia esposte a testa in giù sono indegne. Rappresentano plasticamente - aggiunge - una violenza ideologica di cui si nutrono in maniera spasmodica questi barbari travestiti da manifestanti. Nel totale disinteresse e nell'imbarazzante silenzio di chi marcia insieme a loro".

 

A Roma il corteo ‘No Kings’ contro Trump. Gli organizzatori: “Siamo 300mila”

AGI - Nel pieno della guerra all'Iran riparte la mobilitazione dei 'No Kings' contro Donald Trump. Negli Usa sono 3.100 manifestazioni negli Stati Uniti a cui se ne aggiungeranno altre in tutto il mondo. Gli organizzatori prevedono partecipazioni record in una fase di malcontento nel Paese per il conflitto mediorientale e le sue ricadute economiche

Tra le città interessate alla mobilitazione, c'è anche Roma dove alle 14 è partito un corteo di No Kings Italia che da piazza della Repubblica raggiungerà Piazza San Giovanni. Alla manifestazione, organizzata nell'ambito della mobilitazione globale del weekend "Together. Contro i Re e le loro guerre", l'attenzione è massima per il timore di incidenti. Dal carro di testa gli organizzatori rivendicano i numeri della mobilitazione: "Siamo 300mila". Malgrado non ci siano dati ufficiali, fonti della questura indicano numeri molto diversi: per la polizia i partecipanti sono all'incirca 25mila.

Corteo ad alta tensione e il 'caso' Salis'

Oltre un migliaio di agenti impegnati a controllare un corteo che si annuncia ad alta tensione. Una situazione che si è surriscaldata già di prima mattina quando l'eurodeputata di AVS Ilaria Salis è stata sottoposta a un controllo preventivo della Polizia di Stato effettuato all'alba. Ilaria Salis è stata raggiunta dagli agenti nella sua stanza d'albergo a poche ore dalla manifestazione prevista in Piazza della Repubblica.

 

 

La Questura di Roma ha precisato che l'attività è scaturita "da una segnalazione proveniente da un paese terzo del panorama europeo, che non consente margine di discrezionalità negli adempimenti richiesti alle autorità italiane". Secondo questa ricostruzione, il controllo rappresenterebbe dunque un atto dovuto a seguito di protocolli di cooperazione internazionale. Difficile però che i manifestanti non associno questo controllo preventivo alla manifestazione in programma. Il controllo all'eurodeputata sarebbe partito da una segnalazione della Germania. L'alert, secondo quanto apprende l'AGI, è scattato nell'ambito del sistema di segnalazioni Schengen

LA DIRETTA DAL CORTEO 'NO KINGS' DI ROMA

17.45 CORTEO 'NO KINGS' ARRIVATO SULLA TANGENZIALE

La testa del corteo 'No Kings' è arrivata sulla tangenziale ed è a poche centinaia di metri da piazzale del Verano. I manifestanti continuano a scandire cori contro il governo e, insieme alle donne, gridano "siamo tutti antifasciste".

7.31 QUESTURA: NESSUN NUMERO UFFICIALE DI PARTECIPANTI

 Con riferimento alle notizie raccolte dalle agenzie uscite, la questura di Roma precisa di "non aver fornito alcun numero circa i partecipanti al corteo". 

16.44 'FONTI' DELLA QUESTURA: IN CORTEO CIRCA 25MILA PARTECIPANTI

 Fonti della questura indicano che la coda del corteo si trova a Piazza dell'Esquilino e che i partecipanti sono all'incirca 25mila, numeri lontani da quelli dichiarati dagli organizzatori.

16.31 ORGANIZZATORI: SIAMO 300MILA, AVANTI FINO AL VERANO

Il corteo No Kings Italia ha raggiunto Piazza San Giovanni, a Roma, e proseguirà proprio per la grande partecipazione, come confermato dalla questura, fino a piazzale del Verano. Migliaia di partecipanti stanno continuando a sfilare lungo il percorso partito da piazza della Repubblica, con striscioni, cartelli e bandiere. Dal carro di testa gli organizzatori rivendicano i numeri della mobilitazione: "Siamo 300mila". In piazza e lungo il corteo sventolano numerose bandiere della Palestina, dell'Iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della pace. 

16.26 PARTECIPAZIONE SUPERIORE ALLE PREVISIONi, IL CORTEO PROSEGUE

 

 

Considerata "la partecipazione superiore a quella preavvisata", i promotori hanno formalmente presentato un preavviso al questore chiedendo di proseguire fino a piazza del Verano. "Preso atto formalmente" della richiesta, la questura ha autorizzato la prosecuzione del corteo secondo il seguente itinerario: via Carlo Felice, Porta Maggiore, Via dello Scalo San Lorenzo, tangenziale est fino all'intersezione con Via Tiburtina, Via Tiburtina, Piazzale del Verano. La sala operativa della Questura sta procedendo a "rimodulare i servizi per garantire la sicurezza dell'iniziativa fino alla nuova destinazione". 

15.55 FOTO CON MELONI, LA RUSSA E NORDIO A TESTA IN GIÙ

 

 

Tre foto raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il ministro della Giustizia Carlo Nordio sono state mostrate capovolte, con accanto una ghigliottina di cartapesta da tre giovani presenti al corteo nella Capitale. La scena si è registrata nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore.

Poco distante, al centro del corteo, altri partecipanti hanno esibito anche carte da poker con la figura di un re incappucciato accompagnata dalla scritta 'Trump boia'

15.35 - CORTEO GIUNTO ALL'ESQUILINO, CORI CONTRO MELONI

Decine di migliaia i presenti in piazza per il corteo 'No Kings' a Roma. La testa del corteo è arrivata in Piazza dell'Esquilino dopo aver percorso via Cavour mentre la coda si trova ancora in Piazza della Repubblica.
Cori contro la premier Giorgia Meloni, ma anche striscioni contro Donald Trump. Srotolata una bandiera gigante della Palestina, tantissime le bandiere della pace. 

14.40 - LANDINI:  "È LA PIAZZA DEL NO AL REFERENDUM"

 

 

"Questa è la piazza del no al referendum, è la piazza contro il governo. Questa e' una piazza innanzitutto contro la guerra, contro la logica e la cultura della guerra, perché tutti i nostri problemi oggi vengono da lì". Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla testa del corteo No Kings a Roma, in piazza della Repubblica. "Vengono da lì i problemi che poi si chiamano salario, vengono da lì i problemi che si chiamano rischio della democrazia, logiche autoritarie che rischiano di venire avanti e quindi credo che questa sia una grande domanda di pace. Grande domanda di rimettere al centro i bisogni delle persone e di fermare questa cultura pericolosa, autoritaria", ha aggiunto.

14.01 - UN MISSILE SFILA IN CORTEO

Già molti partecipanti in piazza della Repubblica, a Roma, da dove partirà il corteo No Kings Italia, manifestazione internazionale "contro i re e le loro guerre", diretta a Piazza San Giovanni. Davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli il maestro Mario del doposcuola Mammut sta ultimando un missile di legno che sfilerà insieme ai partecipanti in arrivo da tutta Italia.

Sulla punta ha posizionato alcuni fiori e la bandiera della pace, mentre tutt'intorno ha incollato immagini delle guerre in Medio Oriente. In piazza sventolano numerose bandiere della Palestina, dell'Iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della pace e alle tante bandiere della Cgil. Presenti anche i vessilli di Avs e di diverse associazioni, tra cui Amnesty International. 

 

 

 

 

Giovane morto a Parma, arrestata la fidanzata 21enne

AGI - È stata arrestata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Parma, su disposizione della Procura, la 21enne di origine cubana, Brenda Alesandrina Fumagalli, ritenuta responsabile dell'omicidio volontario del compagno convivente Critopher Gaston Ogando, 28 anni, di origini dominicane, morto nel capoluogo emiliano il 5 marzo in ospedale dopo essere stato colpito con un'arma da taglio il giorno precedente in un'abitazione di Borgo Riccio. Per la giovane sono stati disposti i domiciliari con braccialetto elettronico.

In un primo momento la donna aveva parlato di un incidente domestico; "Stavo cucinando - disse dopo i fatti -, stavamo scherzando, mi sono girata". Una versione ribadita agli inquirenti, secondo cui l'uomo si sarebbe avvicinato alle spalle per gioco e si sarebbe di fatto "auto-trafitto". Gli accertamenti tecnici e le testimonianze raccolte hanno però delineato un quadro diverso, indicando - secondo quanto evidenziato anche dal gip - un colpo inferto frontalmente, dall'alto verso il basso e da sinistra a destra, incompatibile con la ricostruzione fornita dalla 21enne. Anche una ferita a forma di "S" sulla mano della donna, da lei attribuita al recupero del coltello, sarebbe invece riconducibile, per il giudice, a una lesione "da scivolamento" provocata durante l'azione violenta.

Le indagini e la misura cautelare

Dalle indagini emerge inoltre un contesto relazionale segnato da tensioni: la giovane, descritta come dal "temperamento forte, irascibile, possessiva e incline a scatti d'ira", avrebbe più volte aggredito verbalmente e fisicamente il compagno. La misura cautelare è motivata dal rischio di reiterazione del reato e da una "manifesta incapacità di contenere i propri impulsi violenti". La 21enne è stata rintracciata in provincia di Milano ed è in attesa dell'interrogatorio di garanzia.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni

In Cina continuano a cadere alti funzionari del Partito comunista. Ed è lo stesso destino di diverse tigri, come vengono tradizionalmente definiti gli alti ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Quattro nomi entrati forse di rado nelle cronache dei media occidentali sono Jiang Chaoliang, Ma Fengsheng, Liu Guozhi e Hu Henghua. Eppure si tratta di figure rilevanti del sistema di potere cinese. I loro guai sono ancora più significativi se inseriti nel contesto attuale, che ha visto appena un paio di mesi fa la clamorosa apertura di un’indagine contro Zhang Youxia, il generale più alto in grado del Paese e numero due della Commissione militare centrale guidata dal presidente Xi Jinping. L’impressione complessiva è quella di un sistema entrato in una fase di pressione permanente, in cui la campagna anticorruzione è uno strumento di rettifica, ma anche una componente strutturale del funzionamento del potere politico della leadership.

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L’uomo associato alla (male)gestione della pandemia di Covid-19

Partiamo da Jiang Chaoliang, ex segretario del Partito nello Hubei durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Si tratta proprio della provincia che ha come capoluogo Wuhan, che per prima ha vissuto le conseguenze della diffusione del virus. Ma Jiang è molto di più. La sua figura appartiene alla generazione di quadri che hanno accompagnato la trasformazione della Cina da economia pianificata a sistema ibrido dominato da grandi istituzioni finanziarie statali.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Jiang Chaoliang (Ansa).

La sua carriera all’interno della Agricultural Bank of China negli Anni 90 lo ha collocato in uno dei nodi cruciali della ristrutturazione del sistema bancario cinese, un settore che per decenni ha rappresentato uno dei principali bacini di accumulazione di potere e di rendite. Il fatto che le accuse odierne risalgano proprio a quel periodo non è forse del tutto casuale: riflette la volontà delle autorità di ricostruire intere traiettorie di carriera per dimostrare la continuità di comportamenti illeciti e, al tempo stesso, per inviare un messaggio chiaro a tutte le élite tecnocratiche cresciute in quel contesto.

Nel sistema cinese la caduta può essere differita nel tempo

Dopo l’esplosione della pandemia di Covid, Jiang era stato rimosso dalla guida dello Hubei: una scelta interpretata come una punizione per la gestione ritenuta inefficace dell’emergenza. Eppure la sua successiva ricollocazione in un incarico all’Assemblea nazionale del popolo aveva lasciato intendere che il sistema non lo considerasse definitivamente compromesso. L’incriminazione formale annunciata nei giorni scorsi ribalta quella lettura e diventa un esempio di come, nel sistema cinese, la caduta possa essere differita nel tempo e maturare attraverso una stratificazione di decisioni politiche.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
La stazione ferroviaria di Wuhan, nella provincia dello Hubei (foto Ansa).

L’ex funzionario che si è preso 14 anni di carcere per tangenti

Negli stessi giorni dell’incriminazione di Jiang è arrivata la condanna per Ma Fengsheng, ex funzionario della provincia del Qinghai. A Ma è stata comminata una pena di 14 anni di carcere per aver accettato oltre 40 milioni di yuan (circa 5,3 milioni di euro) in tangenti tra il 2001 e il 2023. La sua vicenda mette in luce la profondità e la durata delle pratiche di corruzione all’interno di ambiti chiave come la gestione dei contratti pubblici. A peggiorare la sua situazione, Ma ha operato in settori che erano al centro della narrazione politica del Partito, in particolare la campagna per l’eliminazione della povertà estrema, presentata come uno dei successi più importanti dell’era Xi.

Già l’11esimo profilo di alto livello condannato nel 2026

Il fatto che proprio questi ambiti d’azione siano stati utilizzati per fini personali evidenzia una contraddizione strutturale: le politiche più ambiziose e dotate di risorse sono anche quelle più esposte a distorsioni e abusi. La carriera di Ma, interamente sviluppata nel Qinghai, segnala anche che le reti di potere locali possono consolidarsi nel tempo, intrecciando funzioni amministrative, relazioni personali e controllo delle risorse. Il fatto che sia già l’11esimo funzionario di alto livello condannato nel 2026 rafforza l’idea di una campagna che procede con ritmo serrato e con una logica quasi seriale.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Militari dell’esercito cinese (foto Ansa).

Il sindaco della megalopoli che era sparito dagli incontri ufficiali

Colpita anche Chongqing, una delle quattro municipalità direttamente controllate dal governo centrale e nodo fondamentale per l’economia e la governance della Cina. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha annunciato un’indagine contro Hu Henghua, sindaco della megalopoli. Le autorità hanno utilizzato la formula standard delle “gravi violazioni della disciplina e della legge” dopo settimane in cui Hu non appariva a incontri ufficiali.

Colpiti anche politici ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere

È un modus operandi riconoscibile: sparizione dalla scena pubblica, diffusione di indiscrezioni, infine conferma ufficiale dell’inchiesta. Nel caso di Hu, pesa anche un precedente disciplinare legato alla gestione di questioni di sicurezza edilizia, segno che il suo profilo era già sotto osservazione. La sua caduta indica che la campagna non si limita a colpire figure già marginalizzate, ma può investire anche funzionari ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Scene dal 14esimo congresso del Partito comunista cinese (foto Ansa).

Nel mirino uno dei principali scienziati militari cinesi

Ancora più delicato è forse il caso di Liu Guozhi. Per lui manca una formalizzazione giudiziaria, ma è già arrivato un segnale tipicamente politico: la rimozione del suo profilo dal sito della Chinese Academy of Sciences (Cas). In un sistema in cui la visibilità istituzionale è parte integrante dello status, la cancellazione da un elenco ufficiale equivale a una forma di delegittimazione. Silenziosa, ma potentissima. Liu è uno dei principali scienziati militari cinesi, con un ruolo centrale nello sviluppo di tecnologie avanzate come le armi a microonde ad alta potenza e con una carriera che lo ha portato ai vertici della Commissione per la scienza e la tecnologia della Commissione militare centrale.

Il focus si sposta verso settori altamente tecnologici e strategici

La sua scomparsa dal sito della Cas si inserisce in una sequenza più ampia di rimozioni e dimostra che la campagna di rettifica si è estesa dalle forze armate tradizionali al cuore dell’apparato militare-industriale, colpendo diversi scienziati e ingegneri di alto livello. Questo è un passaggio cruciale: nei primi anni della leadership di Xi l’attenzione era concentrata soprattutto su funzionari politici e amministrativi, ora il focus sembra spostarsi verso settori altamente tecnologici e strategici.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Una manovra politico-disciplinare molto profonda

Insomma, chi pensava che con l’indagine contro Zhang Youxia si fosse arrivati al termine della campagna di Xi stava sbagliando. D’altronde, le recenti “due sessioni”, il grande appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese, hanno fornito un chiaro indicatore della profondità della manovra politico-disciplinare. Alla vigilia dell’evento, è stato revocato il mandato a decine di rappresentanti, tra cui un numero insolitamente elevato di ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Per la precisione, sono decaduti 19 deputati dell’Assemblea nazionale e 15 membri della Conferenza consultiva: tra di loro c’erano almeno 13 alti generali.

Ridefinizione degli equilibri attraverso una sostituzione accelerata delle élite

I numeri e le figure coinvolte, a partire da quella di Zhang Youxia, rivelano che dietro la “semplice” campagna di rettificazione c’è qualcosa di più profondo: una ridefinizione degli equilibri tra Partito ed esercito attraverso una sostituzione accelerata delle élite. Il tutto in vista del XXI Congresso del 2027, snodo cruciale e potenzialmente storico per la leadership di Xi.

Lo stalker di Morgana Blue condannato a 15 mesi carcere

AGI - Ai concerti, sui social, al telefono. Un cinquantenne svizzero è stato condannato a un anno e tre mesi di carcere senza sospensione della pena a avere perseguitato con episodi disseminati in un ventennio Lisa Cerri in arte Morgana Blue, la chitarrista fondatrice della band ‘Bambole di Pezza’ che ha partecipato anche all’ultimo festival di Sanremo e che con la sua musica vuole diffondere anche messaggi sulla parità di genere.

Lo stalking ha riguardato anche altre due persone, la musicista e scrittrice Micole Martinez e la madre di quest’ultima, Katia Zerbini. La sentenza è stata pronunciata dalla giudice milanese Valeria Recaneschi che ha riconosciuto l’accusa per la quale la Procura aveva chiesto 2 anni e otto mesi Nel capo d’imputazione visionato dall’AGI si legge che le tre vittime hanno ricevuto “innumerevoli messaggi (nell'ordine delle centinaia ogni anno) dapprima per mezzo del telefono, successivamente su Facebook e Instagram, tutti dal contenuto delirante, minaccioso, ingiurioso, con riferimenti sessuali e satanisti”.

Il modus operandi dello stalker

Il cinquantenne creava anche “falsi profili contattando amici, parenti e conoscenti delle persone offese al fine di carpire informazioni sulle loro abitudini e frequentazioni” e si “presentava di persona nei locali pubblici e nei luoghi dove le persone offese organizzavano concerti o eventi privati”. Un comportamento che ha causato “un perdurante e grave stato d'ansia e un fondato timore per l'incolumità delle persone offese, costringendole a modificare le rispettive abitudini di vita, in particolare inducendole ad adottare accorgimenti al fine di evitare incontri con la persona sottoposta ad indagini facendosi accompagnare in occasione dei rientri dalle uscite serali, a chiudere i propri account sui social network e a cambiare l'utenza telefonica”.

Episodi gravi e la sofferenza delle vittime

Nel decreto che ha disposto il giudizio, viene ricordato quando l’imputato “produsse addirittura una canzone dal titolo ‘Morgana puttana’ e quando si presentò nel 2006 a un suo concerto, ubriaco, e brandendo un coltello”. Lo stalking ha assunto una sfumatura particolarmente dolorosa per Micole Martinez con l’indagato che si è presentato a un evento in commemorazione del fratello deceduto “con atteggiamenti molesti e provocatori”, oltre che alla presentazione di un cd e inondando lei e la madre di mail e messaggi anche attraverso falsi profili. “È una vicenda molto amara - riflette l’avvocato Domenico Radice che assiste ‘Morgana’ - Le vittime sono state fortemente stressate con una compressione forte dello spazio di libertà e una sofferenza continua”.

La famiglia Caliendo accusa: “Domenico già dimenticato dalla sanità”

AGI - La famiglia del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto lo scorso 21 febbraio al presidio ospedaliero Monaldi, e la dirigenza dell’Azienda Ospedaliera dei Colli divise da una frattura insanabile.

Attraverso una lettera aperta firmata dal legale Francesco Petruzzi e indirizzata al presidente della Regione Campania, la famiglia denuncia un clima di gelo istituzionale e "carenze e mancanza di umanità" che avrebbero caratterizzato tanto la fase clinica quanto il periodo successivo alla tragedia.

Al centro della disputa non vi è solo l’esito del trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre scorso, ma la gestione del rapporto con i congiunti. "Scrivo nell'interesse della famiglia Caliendo-Mercolino. Lo faccio perché ciò che questa famiglia sta subendo non può restare confinato nelle aule di giustizia. Deve essere conosciuto. La famiglia Caliendo Mercolino apprende con rinnovato dolore che il pattern comunicativo totalmente carente, privo di linearità e del tutto alieno a qualsivoglia forma di umanità che ha caratterizzato il rapporto tra il Monaldi e i genitori di Domenico durante tutta la fase clinica della vicenda, si sta purtroppo protraendo anche ora che Domenico non è più in vita", scrive l’avvocato Petruzzi nell’incipit della missiva.

La proposta stragiudiziale ignorata

Secondo la ricostruzione legale, la struttura avrebbe ignorato una proposta di componimento bonario stragiudiziale inviata via PEC per evitare la sovrapposizione tra il piano civile e il procedimento penale in corso. "Il comportamento della struttura non è mutato con la morte del piccolo paziente: è rimasto quello che era sempre stato, indifferente, opaco, istituzionalmente sordo", incalza il legale, precisando che la richiesta risarcitoria è un diritto riconosciuto dallo Stato per le vittime di gravi errori medici.

Il rifiuto dell'iniziativa simbolica e le richieste della famiglia

La tensione è culminata nel rifiuto di un’iniziativa simbolica proposta dall’ospedale: "Eppure, nel medesimo periodo nel quale l'Azienda sceglieva il silenzio sulla proposta di componimento stragiudiziale, la dirigenza del Monaldi si faceva viva con i genitori di Domenico per invitarli a piantare un albero all'interno del presidio in memoria del loro figlio. La famiglia ha appreso questa proposta con sgomento e con la giusta indignazione che tale iniziativa merita". Per queste ragioni, i genitori chiedono formalmente le dimissioni della dirigenza e sollecitano l'intervento del presidente della Regione per esercitare i poteri di vigilanza.

La replica dell'Azienda ospedaliera dei Colli

Non è fatta attendere la risposta della direzione generale, affidata a una nota del direttore Anna Iervolino. L’Azienda chiarisce di aver ricevuto la proposta stragiudiziale, ma ne sottolinea le criticità: "È opportuno chiarire che l'Azienda ha ricevuto una proposta stragiudiziale, il giorno dopo il funerale del piccolo Domenico, espressamente qualificata come riservata, contenente una richiesta risarcitoria di 3.000.000 di euro e formulata in termini dichiaratamente non negoziabili".

La difesa della piantumazione

Secondo l'ospedale, l'assenza di un riscontro immediato è dovuta alla necessità di approfondite valutazioni tecnico-legali che "non possono essere compresse entro i rigidi termini unilaterali indicati dalla controparte". La direzione esprime inoltre sorpresa per l'esposizione mediatica di comunicazioni definite riservate e difende l'iniziativa della piantumazione: "Con l'occasione si precisa che la piantumazione dell'ulivo è un'iniziativa che il personale tutto dell'Azienda ha maturato spontaneamente, è stata apprezzata dalla signora Patrizia e dal signor Antonio che, ancora una volta, hanno riferito di non nutrire sentimenti di rancore verso i medici e gli infermieri".

La battaglia legale e la richiesta di giustizia

Mentre la Procura prosegue gli accertamenti sulle responsabilità individuali dei professionisti indagati, la battaglia legale si sposta ora sul piano della responsabilità contrattuale della struttura, invocata dai legali della famiglia ai sensi della Legge Gelli-Bianco. "Domenico Caliendo Mercolino meritava di vivere. Meritava di essere curato con perizia, con rispetto dei protocolli e con l'attenzione dovuta a un bambino. La sua famiglia merita giustizia, risarcimento e il rispetto istituzionale minimo che ogni vittima ha diritto di ricevere. Non un albero. Giustizia", conclude la nota della famiglia.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.