Dal 25 dicembre, Buen Camino di Gennaro Nunziante e Checco Zalone ha battuto record su record: è diventato il miglior incasso di sempre del box office italiano, il film che ha raccolto più spettatori nell’epoca di Cinetel (superando anche Quo Vado?) e ha superato la soglia dei 75 milioni di euro. Per alcuni addetti ai lavori questo sembra essere più che sufficiente per salvare il cinema italiano (attenzione: non ci stiamo riferendo solamente alla filiera produttiva, ma al cinema nella sua interezza). È vero che, nei primi mesi del 2026, i film italiani stanno andando bene. O comunque: meglio che in passato. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati del box office, con Le cose non dette di Gabriele Muccino al primo posto, Agata Christian di Eros Puglielli al secondo; Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese al terzo e La grazia di Paolo Sorrentino all’ottavo (dati aggiornati al 9 febbraio). Ed è innegabile che un ruolo importante in questa nuova spinta del cinema italiano l’ha avuto proprio Zalone.
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Se un film va bene, più persone vanno in sala; se più persone vanno in sala, si creano, quasi automaticamente, due effetti. Il primo: un pubblico che solitamente non va al cinema è di nuovo al cinema. Il secondo: se le sale sono piene, spesso si ripiega su altro, su quello che è in cartellone, e si ritorna poi un altro giorno per recuperare il film che si aveva in mente. Ma c’è pure la visibilità, diretta e indiretta, alle sale, ai film programmati, ai trailer, ai poster, eccetera eccetera. C’è soprattutto un’attenzione diversa da parte della stampa, che torna a parlare di cinema non per denunciare questo o quel flop o il modo in cui sono stati utilizzati i fondi pubblici (parliamo, chiaramente, della stampa generalista), ma per riconoscere che qualcosa si sta muovendo e che dei risultati – risultati eccezionali, beninteso – ci sono stati.
L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, resta in bilico
Zalone, però, non è la regola. Questa è una fase. E in quanto fase andrebbe considerata per ciò che è davvero, per i risultati raggiunti in questo momento, senza credere che sarà così per sempre: potrebbe succedere, mai dire mai; ma non stiamo parlando di probabilità o di statistiche, stiamo cercando di dare una lettura effettiva e realistica del mercato italiano. L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, è in bilico: molti set vengono anticipati proprio per l’incertezza delle regole future, mentre altri, per avere una copertura più o meno garantita (che non significa guadagno per i produttori, ma, appunto, copertura delle spese), vengono spostati all’estero, con il coinvolgimento di altre società.
Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 è previsto l’ennesimo ribaltamento nella quantità (e nella qualità) della programmazione: i film italiani tenderanno a diminuire (di quanto, per ora, è impossibile saperlo), mentre torneranno a crescere le acquisizioni internazionali (o almeno, avranno un peso e uno spazio maggiore). E chi lavora nel cinema, invece? Parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di persone, che non hanno più nessuna garanzia e che sono quasi costrette a cambiare lavoro o a reinventarsi. La situazione, oggi, non è solo precaria. È assolutamente imprevedibile. Soprattutto per i piccoli e, talvolta, medi produttori. Le grandi realtà lavorano quasi nello stesso modo, come se non fosse successo niente. Perché sono più strutturate e hanno più risorse.
Il prezzo più caro lo pagano gli aspiranti cineasti
Chi pagherà il prezzo più salato saranno gli esordienti, con le opere prime e seconde, e sarà coinvolta un’intera generazione di aspiranti cineasti (o di cineasti che hanno appena cominciato a lavorare). Se nel breve periodo questo non sembra avere degli effetti sull’offerta e, soprattutto, sul pluralismo delle voci, con il passare del tempo le cose cambieranno. Se diamo un’occhiata ai risultati del box office, a parte i già citati Nunziante e Zalone, che rappresentano un’eccezione, buona parte dei film che sono andati meglio al cinema porta la firma di autori in attività da diversi anni, consolidati, con un loro pubblico e un loro seguito: Paolo Sorrentino, Gabriele Muccino e Antonio Albanese.
Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, ci rendiamo conto che il nostro cinema ha sempre più bisogno di autori simili (un altro esempio da non dimenticare è quello di Ferzan Özpetek, che a Natale tornerà in sala con il suo nuovo film, Nella gioia e nel dolore). Chi c’è, esattamente, tra i 30-40enni? Chi può prendere il testimone di questi autori? Soprattutto, chi ha la capacità – qui stiamo parlando di pura attrattiva commerciale, non di qualità delle storie – di portare il pubblico al cinema?

Le opere prime e le opere seconde restano l’ultima ruota del carro, e questo è un problema. È un problema anche l’incapacità di riconoscere l’importanza di avere un modello alternativo, più indipendente, con la produzione e lo sviluppo di film più piccoli e curati, capaci di offrire al pubblico qualcosa di effettivamente diverso. E questo perché costano anche di meno, e sono decisamente più sostenibili per un’industria come la nostra, che non ha ben chiaro il suo futuro fra tax credit e finanziamenti pubblici. Chi lavora nel cinema – registi, sceneggiatori e attori alle prime esperienze in particolare – sempre più spesso è costretto ad avere più impieghi per poter sopravvivere. Il lungo articolo pubblicato qualche giorno fa su Rivista Studio è un’ottima testimonianza in questo senso.
Il cortocircuito del cambiamento che non arriva mai
Ci ritroviamo, insomma, davanti all’ennesimo cortocircuito: non si cambia perché non ci sono certezze, e non ci sono certezze perché non si cambia e, di conseguenza, non si ha una contezza più profonda di quello che sta succedendo e dei gusti del pubblico. Le città di pianura di Francesco Sossai, uscito ormai diversi mesi fa e ora disponibile su MUBI, si trova esattamente dall’altra parte dello spettro degli incassi rispetto a Buen Camino. È andato bene per il film che è e anche per le aspettative che l’industria nutriva nei suoi confronti, ma parliamo di un film piccolo, indipendente, che si è fatto avanti quasi esclusivamente grazie al passaparola. Ed è, come Buen Camino, un’eccezione. Non la regola.
Forse, prima ancora di riscrivere le leggi, sarebbe importante ripensare al sistema cinema come spazio artistico-creativo. Le commedie, ci diciamo, non vanno più bene. Eppure, se diamo un’occhiata alle ultime uscite tra i titoli italiani più forti, sostenuti cioè dalle distribuzioni più importanti, non troviamo altro che commedie. O, al massimo, dei drammi intensi, riletture viste e straviste della stessa cosa e delle stesse dinamiche. Il problema più grande del cinema italiano è la sua tendenza ad abbandonarsi ai successi, a credere che tutto andrà bene, che dopo lo Zalone di turno la strada sarà tutta in discesa. E invece, sorpresa, non è così.















































