Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea

Ci sono momenti in cui la geopolitica diventa immediatamente economia. Non tra mesi. Non tra settimane. Subito. La chiusura – anche solo parziale – dello Stretto di Hormuz seguita all’attacco su larga scala lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran (tra le vittime anche la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei anche se Teheran smentisce) è uno di quelli. Da quel tratto di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Quando quel passaggio diventa instabile, il mercato non aspetta di verificare quanti barili mancheranno davvero. Reagisce prima. Prezzi, assicurazioni, noli marittimi, tempi di consegna: tutto si muove all’istante. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell’Iran AlÏ Khamenei distrutta negli attacchi israeliani, Teheran, 28 febbraio 2026 (Ansa).

Il costo dell’incertezza sulle assicurazioni

Secondo Reuters, diversi operatori e trader hanno sospeso o rallentato spedizioni di greggio, prodotti raffinati e Gnl attraverso Hormuz dopo i raid statunitensi e israeliani; immagini satellitari mostrano navi ferme nei pressi degli hub del Golfo, mentre alcune metaniere hanno rallentato o modificato rotta. Non serve un blocco totale per generare uno shock: basta l’incertezza. A questo si aggiunge il costo del rischio. Il Financial Times riporta che gli assicuratori marittimi stanno rinegoziando al rialzo le coperture “war risk” e in alcuni casi cancellando polizze. Significa una cosa molto semplice: anche se formalmente il traffico non fosse completamente interrotto, il costo marginale dell’energia salirebbe comunque. E se sale il costo marginale, sale il prezzo finale. Nei giorni precedenti l’escalation, Reuters aveva già segnalato un balzo dei noli petroliferi ai massimi da sei anni, tra charter anticipati e timori di conflitto. Quando il rischio geopolitico incontra una capacità navale limitata, la bolletta si paga due volte: nel prezzo della materia prima e nel costo per trasportarla. Ma Hormuz è solo il primo collo di bottiglia. Il secondo si chiama Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi al Canale di Suez. Se anche quel passaggio tornasse stabilmente sotto attacco – come già accaduto nel 2024 con il crollo dei flussi energetici nel Mar Rosso documentato dall’EIA statunitense – le rotte verso l’Europa si allungherebbero di settimane passando attorno all’Africa, con un ulteriore aumento dei costi logistici e assicurativi. In quel caso il sistema globale entrerebbe in modalità di stress prolungato.

I tre scenari possibili

Gli scenari possibili sono tre. Il primo è uno shock breve. Il premio al rischio esplode, i prezzi salgono, ma il traffico riprende in tempi relativamente rapidi. Il mercato riassorbe. Restano però assicurazioni più care, scorte ricostituite a prezzi maggiori e un livello strutturale di volatilità più elevato. Il secondo scenario è una disruption di settimane, con traffico a singhiozzo. Qui inizia il problema serio. L’Asia – Cina e Giappone in testa – compete per garantirsi continuità nelle forniture. La Cina assorbe la quasi totalità delle esportazioni iraniane via mare; il Giappone dipende in modo massiccio dal Medio Oriente per alimentare le sue raffinerie. Se questi giganti devono sostituire o garantire volumi, pagheranno il premio necessario. L’Europa diventa price-taker. Energia più cara, Gnl più caro, prodotti raffinati più cari. Il terzo scenario è quello più destabilizzante: un conflitto prolungato. Reuters ha già evidenziato il rischio che un’escalation estesa nel tempo possa trasformare uno shock in un cambio di regime. Se l’orizzonte si allunga, l’energia cara smette di essere un picco e diventa un nuovo equilibrio.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Manifestazione anti Stati Uniti in Iran (Ansa).

Perché l’Europa rischia grosso

Ed è qui che l’Europa si fa male. Gli Stati Uniti dispongono di una significativa produzione domestica di energia. L’Europa no. L’Europa importa, paga in dollari e, se l’euro si indebolisce, paga ancora di più. Ogni aumento del prezzo del petrolio o del gas si traduce in bollette più alte, carburanti più costosi, costi industriali crescenti. Si sente spesso dire che la perdita dei barili iraniani potrebbe essere compensata dall’OPEC. È vero che esiste una certa “spare capacity”, concentrata soprattutto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma trasformare questa possibilità teorica in barili effettivamente consegnati è un’altra questione. La spare capacity non è un interruttore che si accende in 24 ore. Servono decisioni politiche coordinate, tempi tecnici, valutazioni strategiche. Non tutta la capacità inutilizzata è immediatamente attivabile e non tutta è perfettamente sostituibile in termini qualitativi. Le raffinerie non possono cambiare miscela dall’oggi al domani. Ma soprattutto, anche ammesso che si produca di più, resta il problema logistico. Se Hormuz è instabile, il vero collo di bottiglia non è solo quanto si pompa, ma quanto si riesce a spedire e a quale costo. Produzione e trasporto non sono la stessa cosa. In un contesto di rischio militare, assicurazioni e noli possono diventare il limite reale dell’offerta effettiva.

Energia e logistica più care si riflettono sulle materie prime

C’è poi un elemento geopolitico che raramente viene evidenziato: un rialzo strutturale dei prezzi avvantaggia in modo diretto chi esporta fuori dal teatro del conflitto. In questo contesto, la Russia sarebbe tra i principali beneficiari, vedendo aumentare i ricavi senza subire direttamente il rischio logistico del Golfo. Lo shock, inoltre, non si ferma al petrolio. Energia più cara e logistica più costosa si riflettono sui costi delle materie prime industriali. Il rame, essenziale per reti elettriche, trasformatori, data center e infrastrutture digitali, è già sostenuto da una domanda strutturale legata all’elettrificazione e all’intelligenza artificiale. Se a questo si aggiunge un contesto di tensione energetica e shipping più caro, i costi dei grandi progetti industriali salgono ulteriormente. Il risultato è una parola che l’Europa conosce bene: stagflazione. Crescita che rallenta mentre l’inflazione resta elevata. Prezzi dei beni importati in aumento. Potere d’acquisto che si riduce. Investimenti rinviati perché il costo del capitale resta alto in un contesto di incertezza. Industria energivora sotto pressione. Spazio fiscale che si restringe mentre aumentano le richieste di sostegno pubblico.

Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea
Un data center (Ansa).

Le conseguenze di una incertezza prolungata

Il tempo è il vero moltiplicatore. Uno shock si assorbe. Un’incertezza prolungata cambia il regime economico. Se l’operazione militare durerà a lungo, come è stato dichiarato, l’Europa non si troverà davanti a una semplice fiammata dei prezzi, ma a un equilibrio più costoso e più instabile. E in questo equilibrio, per un continente strutturalmente importatore di energia e già esposto a tensioni commerciali e industriali, il conto rischia di essere particolarmente pesante. Non è una questione ideologica. È una questione di struttura economica. Quando i grandi choke point globali entrano in crisi, l’Europa paga più di altri. Perché importa energia. Perché compete con giganti asiatici per le stesse molecole. Perché ha meno margini per assorbire shock ripetuti. La domanda ora non è soltanto cosa accadrà nei prossimi giorni. La domanda è quanto a lungo il mondo resterà in questa zona di rischio. Perché se l’incertezza diventa permanente, il conto non sarà una fiammata. Sarà un nuovo equilibrio più costoso. E per l’Europa – e per l’Italia in particolare – sostenerlo sarà molto più difficile.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi

Una pagina che non si carica, un server che non risponde. Uno scenario frequente per chi naviga sulla Rete in Cina, soprattutto per i turisti che provano a collegarsi a social o alcuni siti occidentali senza utilizzare reti private virtuali (vpn) in grado di aggirare la cosiddetta Great Firewall messa in piedi dalle autorità di Pechino. Sin qui, il mondo ha guardato alla Grande Muraglia Digitale come a un ostacolo alla “uscita” degli utenti cinesi. Oggi, invece, il movimento sembra attento non soltanto a bloccare ciò che entra, ma anche a controllare ciò che esce. Tradotto: non solo si filtrano i contenuti esterni, si filtra anche lo sguardo dall’esterno.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Cinesi con smartphone (di Fenghua via Unsplash).

La Grande Muraglia digitale al contrario

Sembra questa l’inedita dinamica che emerge da una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Cybersecurity: sempre più siti governativi cinesi risultano inaccessibili dall’estero in una sorta di Grande Muraglia Digitale al contrario. Gli autori del report hanno analizzato oltre 13 mila siti governativi, attraverso test condotti da differenti località al di fuori del territorio della Repubblica Popolare. I risultati indicano che più della metà di questi portali non era accessibile dall’estero. In circa un caso su 10, l’inaccessibilità sembrerebbe dipendere da pratiche deliberate di geo-blocco, ovvero da sistemi che identificano la provenienza geografica dell’utente tramite indirizzo IP e impediscono l’accesso a utenti situati in determinate aree del mondo. Negli altri casi, le cause potrebbero includere colli di bottiglia infrastrutturali o configurazioni tecniche frammentate, ma il dato complessivo resta significativo: l’accesso internazionale alle informazioni pubbliche cinesi si starebbe restringendo. Le pratiche di geo-blocco sono state utilizzate anche da altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti, per limitare l’accesso a determinati contenuti o banche dati per utenti stranieri. Ma, secondo gli autori della ricerca, l’ampiezza e la sistematicità del fenomeno cinese sembrano distinguersi per scala e potenziale impatto.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Immagine realizzata con l’IA.

Pechino punta sulla sovranità digitale

Il fenomeno sembra rappresentare l’ultimo stadio del sofisticato processo di evoluzione del modello digitale cinese. Negli Anni 90, l’Occidente guardava alla Rete come uno strumento potenzialmente democratizzante, nella convinzione che la libera circolazione delle informazioni avrebbe inevitabilmente favorito processi di apertura politica e di rafforzamento della società civile, Cina compresa. Ma Pechino è stata in grado di costruire gradualmente un modello alternativo, fondato sul principio della sovranità digitale, secondo cui lo Stato mantiene il diritto esclusivo di regolare, filtrare e supervisionare lo spazio online entro i propri confini. La Great Firewall ha rappresentato l’architrave di questo sistema: un insieme di tecnologie e regolamentazioni capace di filtrare contenuti in ingresso, bloccare piattaforme straniere e promuovere lo sviluppo di un ecosistema digitale autoctono. La sua infrastruttura non si limita alla censura reattiva dei contenuti, ma opera in modo proattivo, orientando e modellando a monte l’accesso alle informazioni. Nel tempo, questa strategia ha favorito la nascita di un ambiente digitale integrato, dominato da colossi tecnologici nazionali e da super-app in grado di concentrare servizi, comunicazione, pagamenti e commercio in un unico spazio.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Il logo di Tencent (Imagoeconomica).

Così si prevengono attacchi, sabotaggi e data mining

La novità emersa dallo studio pubblicato sul Journal of Cybersecurity riguarda però il movimento opposto. Se la Great Firewall impedisce agli utenti cinesi di accedere liberamente a contenuti stranieri, la “Grande Muraglia Digitale al contrario” limiterebbe l’accesso degli utenti stranieri ai contenuti pubblici cinesi. Il principio di fondo sembra coerente con una concezione estesa della cybersicurezza adottata dalle autorità di Pechino, che copre non solo la protezione da attacchi informatici o sabotaggi ma anche la prevenzione del data mining, della raccolta di informazioni open-source e della diffusione di narrazioni ritenute dannose per l’immagine e la stabilità del Paese. Negli ultimi anni, diversi episodi hanno alimentato le preoccupazioni delle autorità cinesi riguardo all’uso non desiderato di dati pubblicamente accessibili. Rapporti di organizzazioni internazionali e centri di ricerca si sono spesso basati su documentazione reperita su siti governativi locali o regionali per analizzare politiche pubbliche, dinamiche di sicurezza o situazioni controverse come quella dello Xinjiang. In alcuni casi, documenti inizialmente disponibili online sono stati rimossi o modificati. In parallelo, l’accesso dall’estero a piattaforme private contenenti dati economici, aziendali o accademici è stato limitato, rafforzando l’impressione di una strategia più ampia volta a contenere la fuoriuscita di informazioni sensibili.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Immagine realizzata con l’IA.

Il blocco è un ostacolo per chi vuole investire in Cina

Le implicazioni di questo processo sono molteplici. Per la comunità accademica internazionale, la progressiva inaccessibilità delle fonti originali rischia di aumentare l’opacità del sistema e di rendere più difficile una valutazione basata su dati verificabili, favorendo interpretazioni unilaterali e polarizzate. Anche per le imprese straniere il fenomeno non è privo di conseguenze. L’analisi del contesto normativo locale, dei bandi pubblici, delle direttive amministrative e dei piani di sviluppo regionali rappresenta un passaggio cruciale per chi intende operare in Cina o collaborare con partner cinesi. Un accesso limitato alle informazioni ufficiali complica la due diligence, aumenta l’incertezza e può scoraggiare investimenti o iniziative di cooperazione. Resta da capire se questa fase di “chiusura” rappresenti un test temporaneo o l’inizio di una trasformazione strutturale. In ogni caso, la tendenza si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione dei confini digitali in cui la Cina (come diversi altri Stati, occidentali compresi) sta cercando di stabilire standard tecnologici autonomi e di proteggere il proprio “territorio virtuale” dalle ingerenze esterne.

Incidente tram: verifiche sul sistema, disposte le autopsie

AGI - La Procura di Milano sta svolgendo accertamenti sul sistema 'uomo morto' del tram della linea 9 che ieri è deragliato in viale Vittorio Veneto, a Milano, provocando la morte di due passeggeri e il ferimento di una cinquantina di persone, di cui alcuni ricoverati in codice rosso ma non in pericolo di vita. Il dispositivo montato sul tram deragliato era dotato di questo sistema e di un altro meccanismo detto 'sorvegliante' che blocca il mezzo se non rileva alcun movimento attivo da parte del guidatore per trenta secondi. Bisognerà capire se il sistema abbia funzionato o, se no, per quali ragioni. L'esperto conducente del tram deragliato, non lontano dalla pensione, è stato portato al Policlinico dopo l'incidente in codice verde dove dovrebbe restare ancora oggi per ulteriori verifiche sulle sue condizioni.

Pm attende gli atti della Polizia locale, disposte le autopsie

La pm Elisa Calanducci sta aspettando il dossier della Polizia Locale prima di procedere ad atti formali nell'inchiesta per omicidio colposo e lesioni colpose sul deragliamento del tram in cui sono morte due persone e una cinquantina di persone sono rimaste ferite. Al momento l'autista è stato interrogato solo dalla Locale e non ancora dal magistrato che lo farà solo quando avrà più chiaro il quadro di quanto è accaduto sulla base delle ricostruzione della Locale. Nel frattempo sono state disposte le autopsie delle vittime, Ferdinando Favia e Abdoul Karim Touré, con data ancora da stabilire. Il conducente del tram ha detto alla Polizia locale di avere avuto un malore che gli avrebbe fatto perdere il controllo. Al momento non è iscritto nel registro degli indagati.

Fiori sul posto

Due mazzi di fiori bianchi, rose e calle, e una scritta essenziale vergata a mano: "Il cordoglio di Atm". L'azienda dei trasporti milanesi, coi suoi rappresentanti, li ha deposti sul luogo dove ieri è deragliato un tram della linea 9, in viale Vittorio Veneto, causando 2 morti e oltre 50 ferite.

Anche sul grosso albero su cui ha rimbalzato il tram al momento della curva, qualcuno ha privatamente lasciato un fiore, una singola gerbera bianca appoggiata al fusto della pianta.

Trovata morta la balenottera che nuotava nel porto di Napoli

AGI - La sua presenza era stata segnalata lunedì e filmata, diventando virale nei social. Ma la balenottera che aveva nuotato nel porto di Napoli è stata ritrovata morta. A darne notizia la Capitaneria di Porto. Ieri, intorno alle ore 20.50, la nave Bruno Gregoretti della Guardia costiera, in transito all'interno del porto, ha avvistato, in prossimità dell'uscita, la balenottera. Il corpo del cetaceo galleggiava privo di vita.

La Capitaneria di Porto ha subito allertato la motovedetta sar cp890 che, insieme a un mezzo navale del gruppo ormeggiatori di Napoli, ha provveduto a spostare la salma dalle rotte di ingresso e di uscita del traffico navale.

Il trasferimento della balenottera per gli accertamenti

Nelle prime ore della mattinata di oggi, la balenottera è stata trasferita ai cantieri navali Piloda Shipyard, che hanno offerto la disponibilità del sito e dei loro mezzi meccanici e attrezzature. Intervenuto in cantiere, per gli accertamenti tecnico/sanitari del caso, l'Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, che ha il compito di eseguire l'esame autoptico per determinare le cause che hanno determinato il decesso del cetaceo.

Le indagini necroscopiche 

Nel pomeriggio di oggi, la balenottera sarà trasferita presso il centro della ditta proteg di caivano, dove verosimilmente nella giornata di lunedì prossimo verrà sottoposta alle indagini necroscopiche, che daranno importanti informazioni non solo per conoscere meglio le cause del decesso ma anche di interesse scientifico.

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato

Sanremo non ce la fa nemmeno quest’anno a non inciampare rovinosamente (e anche un po’ vergognosamente) nella narrazione abilista, cioè discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità. Per un attimo avevamo sperato che la musica fosse cambiata – e non ci potrebbe essere modo di dire più adeguato – quando, durante la seconda serata del Festival, Carlo Conti ha invitato sul palcoscenico gli atleti Giacomo Bertagnolli (sci alpino paralimpico) e Giuliana Turra (curling paralimpico), che gareggeranno alle Paralimpiadi Milano Cortina 2026, chiamandoli «campioni».

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato
Carlo Conti con Giacomo Bertagnolli, la sua guida Andrea Ravelli e Giuliana Turra all’Ariston (Ansa).

Lo stesso epiteto usato qualche minuto prima per le loro colleghe olimpiche Francesca Lollobrigida – presentata però come «mamma d’oro» (un po’ riduttivo visti gli straordinari risultati raggiunti ma in linea con il mood sovranistameloniano della kermesse) – e Lisa Vitozzi. Bertagnolli e Turra sono a tutti gli effetti atleti che hanno lavorato duramente per meritarsi il titolo di campioni: il primo è vincitore di otto medaglie paralimpiche, 17 medaglie mondiali, due Coppe del Mondo generali e 17 specialità e la preparazione di Turra, al suo esordio alle Paralimpiadi, dura già da qualche anno.

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato
Giacomo Bertagnolli e la sua guida Andrea Ravelli alle Paralimpiadi di Pechino (Ansa).

Lo scivolone di Malagò e l’inspiration porn

Chi si era illuso che finalmente a Sanremo le persone con disabilità potessero essere valorizzate per ciò che sanno fare e per i risultati che conseguono e non soltanto per il fatto di esistere, però si sbagliava. Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, in sala tra il pubblico e invitato da Conti a intervenire ha invitato a seguire «le Paralimpiadi come avete seguito le Olimpiadi, […] e soprattutto seguitele con ammirazione, perché sono degli eroi moderni e sono delle persone che da un limite hanno trovato una meravigliosa risposta tramite lo sport per vincere le loro battaglie». Insomma, la solita vecchia e stantia retorica dell’eroe (o supereroe) che vince una “battaglia”, riferendosi con questo termine non certo a una sfida sportiva, ma alla guerra contro una condizione fisica ritenuta sfortunata solo per il fatto di non rientrare nel criterio di normalità definito tale dalla medicina. Si chiama “inspiration porn”, nome coniato dall’attivista americana con disabilità Stella Young, ed è uno dei principali stereotipi nei confronti delle persone con disabilità, considerate come super-eroine o modelli da seguire, non per i loro successi e le loro competenze, ma solo per il fatto di essere al mondo, nonostante la loro condizione.

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato
Giovanni Malago (Ansa).

No, i campioni paralimpici non sono supereroi

Contro questa retorica fortemente discriminatoria si sono schierati apertamente molti atleti e atlete paralimpici. Uno tra tanti, Rigivan Ganeshamoorthy, oro nel lancio del disco F52 alle Paralimpiadi di Parigi 2024. In occasione del Festival dello Sport di Trento dello stesso anno mise in chiaro: «Siamo persone normali. Ci alleniamo e arriviamo ai risultati come voi ‘normodotati’. Noi non siamo supereroi». Ma la strada verso il riconoscimento e l’accettazione delle persone con disabilità come «parte della diversità umana e dell’umanità stessa», uno dei principi cardine su cui è fondata la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, è irta di ostacoli e basta molto poco per tornare indietro. Anche solo un commento inopportuno davanti a milioni di telespettatori (mercoledì erano 9 milioni e 600 mila), oltre al pubblico presente in sala. Se i commenti fuori luogo si moltiplicano, la situazione peggiora.

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato
L’atleta paralimpico italiano Rigivan Ganeshamoorthy con la medaglia d’oro nel lancio del disco F52 alle Paralimpiadi di Parigi 2024 (Ansa).

Conti scivola pure nel collegamento con Paolo Sarullo

Giovedì, terza serata sanremese, Conti ha parlato di violenza giovanile collegandosi con Paolo Sarullo, il ragazzo di Albenga che nel 2024 fu vittima di una violenta aggressione da parte di un gruppo di ragazzi intenzionati a rubargli il monopattino. Un pugno al volto lo fece cadere all’indietro e sbattere la testa contro l’asfalto, provocandogli un’emorragia cerebrale e, come conseguenza, l’impossibilità di camminare. Il conduttore, raccontando la vicenda, ha chiosato: «La diagnosi è una sentenza terribile: rimarrà su una sedia a rotelle per tutta la vita». Sbagli di grosso, caro Conti: a essere terribile non è la “sentenza” della diagnosi, né tanto meno la sedia a rotelle, strumento di autonomia e libertà, ma la violenza subita, che sarebbe stata da condannare anche se la sua conseguenza fosse stata la frattura di un dito! Sanremo inavvertitamente non fa altro che alimentare una cultura della discriminazione.

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato
Paolo Sarullo in collegamento (Ansa).

In vista delle Paralimpiadi, le città sedi di gara stanno migliorando l’accessibilità

Attendiamo con ansia l’inizio delle Paralimpiadi, evento che ci auguriamo contribuirà a restituire una narrazione degli atleti e atlete paralimpici (e delle persone con disabilità in generale) più in linea con i principi della Convenzione ONU di quanto non lo abbia fatto la kermesse canora. Le città sedi di gara – Cortina d’Ampezzo, Tesero (Val di Fiemme) e Milano – si stanno attrezzando per diventare sempre più accessibili. Il progetto “Cortina per Tutti”, promosso dall’amministrazione comunale, unisce interventi sul territorio alla formazione degli operatori turistici locali per rendere la città a portata di tutti e la provincia della Val di Fiemme sta aumentando l’accessibilità del trasporto pubblico, oltre a quella delle infrastrutture e degli impianti sportivi. Anche Milano ha investito nel miglioramento dell’accessibilità dei trasporti. «In occasione dei Giochi, ATM ha realizzato un sistema informativo nelle fermate dei mezzi di superficie che consente alle persone su sedia a ruote di conoscere l’accessibilità delle linee di bus, tram e filobus», spiega Alessandro Manfredi, presidente di LEDHA-Lega per i diritti delle persone con disabilità. «È possibile accedere a questa informazione anche attraverso l’App di ATM, consentendo di pianificare il viaggio». In collaborazione con le associazioni di persone con disabilità, inoltre, è stata mappata l’accessibilità di 120 spazi pubblici (musei, impianti sportivi, chiese, teatri e cinema), inserendo le informazioni relative alla rilevazione nelle pagine web di Milano Accessibile.

Da Sanremo alle Paralimpiadi: la retorica abilista dell’eroe ha stufato
Il passaggio della Fiamma Paralimpica Milano-Cortina 2026 a Torino (Ansa).

Milano usi i Giochi per diventare veramente inclusiva

In città rimane molto da fare, ad esempio promuovere pratiche sportive inclusive, migliorare l’accessibilità delle informazioni e comunicazioni per le persone con disabilità intellettiva e sensoriale, così come quella degli esercizi commerciali e dei molti eventi che la città ospita. Ma la sfida principale riguarda l’eredità dei Giochi: gli interventi per aumentare l’accessibilità urbana e degli spazi non dovrebbero essere “temporanei” e legati ai singoli eventi ma rientrare in progettualità che proseguono anche dopo la loro chiusura. 

Tutti pazzi per Claude, l’IA “etica” di Anthropic che sfida il Pentagono

Tutti pazzi per Claude, l’intelligenza artificiale «umana ed etica» inventata da Dario Amodei, fondatore e Ceo di Anthropic. In principio era ChatGPT, un modello considerato oggi troppo “generalista”, subito insidiato dalla cinese DeepSeek, più efficiente, con uno schema open source più profondo, più rivolto a esperti e, dicono gli specialisti, con un’architettura più leggera e con meno dispendio energetico. Meglio di Gemini, secondo alcuni, creata da Google. Elon Musk, aggressivo come sempre, ha più volte dichiarato che «ChatGPT non funziona più» e che solo la sua IA, Grok, è «un vero e proprio compagno creativo e intelligente, multimodale e potente». Mark Zuckerberg pare non riesca a competere: ha subito messo in campo Metaintellince Lab, una divisione di ricerca che sviluppa realtà aumentate e intelligenze artificiali, ma la sua Meta AI per ora non vince. È solo considerata più performante per l’accessibilità e l’integrazione con le piattaforme social.

Tutti pazzi per Claude, l’IA “etica” di Anthropic che sfida il Pentagono
Il logo di Claude.

Da OpenAi alla nascita di Anthropic

Ma chi è Dario Amodei e perché tutti parlano di lui? Nato a San Francisco nel 1983, figlio di immigrati italiani di origini toscane, ha studiato fisica a Stanford e ha conseguito un PhD alla Princeton University. Con sua sorella Daniela è il fondatore di Anthropic. Entrambi avevano ricoperto ruoli apicali in OpenAI, prima di inventare Claude. Ospite all’ultima edizione del Davos Forum, Amodei ha spiegato che i modelli di intelligenza artificiale sono passati dal livello di uno studente delle superiori o dell’università a quello di un dottore di ricerca. Ma si è dichiarato, in un certo senso, frustrato perché lo sviluppo delle IA sarebbe rallentato dai problemi che la gestione di un cambiamento sempre comporta, tipo la sicurezza, la software legacy, la politica.

Amodei teme che l’IA inneschi una crisi sociale

Nel mondo tecnologico sta accadendo quello che è successo per l’emergenza climatica: così come Donald Trump (e con lui molti altri politici, anche a casa nostra) non distingue tra meteo e clima – per cui alla prima gelata rinfaccia agli scienziati di lanciare falsi allarmi – allo stesso modo si è convinti che poiché l’economia cresce, i rischi per l’occupazione non esistano. Amodei intravede invece una crisi sociale pericolosa e l’IA sostituirà le attività solitamente affidate agli entry level. L’IA, ha spiegato in una intervista a Axios lo scorso maggio, potrebbe eliminare la metà dei lavori d’ufficio di primo livello nei prossimi cinque anni, portando la disoccupazione americana al 10-20 per cento. Consapevole di questo pericolo, che ha esplorato nel saggio The adolescence of Technology, Amodei si dice irritato dal fatto che da un lato non ci si preoccupi di trovare soluzioni, dall’altro che questa “inazione” inibisca gli investimenti che sarebbero necessari. C’è però chi vede in questo atteggiamento una sorta di gioco al rialzo. L’imprenditore illuminato che si preoccupa per le sorti del mondo riesce a differenziarsi come narrazione dai competitor. La preoccupazione etica di Amodei, insomma, non quella di Zuckerberg o di Musk: ecco perché nel mondo dei professionisti di fede democratica e tra le persone che cercano una IA “più umana” Claude sta crescendo esponenzialmente, diventando la scelta preferita. Parola pure di Gemini, sua concorrente. Le risposte di Claude, dice, «sono meno robotiche, non ripete schemi predefiniti e ha uno stile più fluido». Inoltre è più collaborativa, consente di creare “al volo” app e prototipi che facilitano il lavoro in team e offre una memoria a breve termine enorme. Si possono caricare interi libri e ottenere risposte senza che dimentichi pezzi per strada, come succede alle altre IA.

Tutti pazzi per Claude, l’IA “etica” di Anthropic che sfida il Pentagono
La rivista statunitense Time ha designato l’Intelligenza Artificiale come ‘Persona dell’Anno 2025’. Sulla trave a sinistra Mark Zuckerberg, Lisa Su, Elon Musk, Jensen Huang, Sam Altman, Demis Hassabis, Dario Amodei e Fei-Fei Li. (Ansa).

Il braccio di ferro con il Pentagono

Pochi giorni fa il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha minacciato Amodei: porrà fine ai contratti stretti dal Pentagono con Anthropic se la società non aprirà la sua IA all’uso militare eliminando le restrizioni. Secondo Hegseth, Anthropic deve condividere la propria tecnologia innovativa in nome della sicurezza nazionale. Ma Amodei non pare disposto ad accettare l’ultimatum e sarebbe capace di rinunciare al contratto da 200 milioni di dollari se non verranno prese in considerazione le preoccupazioni relative all’uso della sua tecnologia per le armi autonome e la sorveglianza di massa a danno dei cittadini americani. Insomma, un imprenditore con (pare) un alto senso etico suona un campanello di allarme, illuminando la voracità dei tycoon della Silicon Valley, disposti a qualunque cosa per il profitto: manipolano gli utenti delle chatbot, facendoli credere di chattare con un essere umano o, nel migliore dei casi, con un programma privo di secondi fini, in un mondo che sarà sempre più popolato da persone che non saranno più in grado di distinguere ciò che è vero. Dice Amodei nel suo saggio: «L’umanità sta per ricevere un potere quasi inimmaginabile e non è ancora del tutto chiaro se i nostri sistemi sociali, politici e tecnologici abbiano la maturità necessario per esercitarlo». 

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico

Questo Sanremo 2026 si conferma un’edizione così spaventosamente democristiana che Carlo Conti è riuscito nell’impresa di far sembrare i Festival in bianco e nero degli Anni 50 dei raduni di punk anarco-insurrezionalisti. Reduci da una serata dedicata a cover e duetti che non sposterà gli equilibri della classifica finale e che è finita a tarallucci, vino e ipocrisia ministeriale, ci ritroviamo a commentare un Ariston che ha paura persino della sua ombra.

La censura Anni 50 sul bacio saffico tra Levante e Gaia

Lo ha dimostrato la regia che sul bacio tra Levante e Gaia ha staccato l’inquadratura con la velocità di un esorcista che vede il demonio: se nel 2026 un contatto tra due donne fa ancora scattare il panico, significa che siamo ufficialmente fermi al palo del 1950. Un oscurantismo che ha fatto il paio con il piglio del capitano di questo Titanic, capace di liquidare la cronaca mandando «un abbraccio all’incidente» (accaduto a Milano) con tanto di applauso.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Il bacio tra Levante e Gaia (Ansa).

Che noia le battute di Siani e la lezione del prof Schettini

Lo stesso spirito surreale che ci ha propinato, all’una passata, la lezione di fisica di Vincenzo Schettini. Vedere il «prof influencer», travolto dalla bufera per la cultura venduta a gettoni salire in cattedra per farci la morale sulla dipendenza dai social ha sfidato le leggi della decenza.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Vincenzo Schettini e Carlo Conti (Ansa).

Ma il grottesco era già esploso con la farsa dell’ospite Mr X. Dopo aver alimentato per ore un’attesa messianica, abbandonando persino la conferenza stampa del mattino, manco dovesse ricevere le tavole della legge sul Sinai, il conduttore ha svelato il più classico dei pacchi: Alessandro Siani.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
Carlo Conti versione TonyPitony e Alessandro Siani (Ansa).

Ci ha salvato solo il ritorno gioioso di Bianca Balti

In questo scenario da sagra paesana, Laura Pausini è stata finalmente restituita al ruolo di cantante, mentre Alessandro Gassman schiumava rabbia sui social perché a Gianni Morandi è stato concesso di benedire il figliolo Tredici Pietro in diretta mondiale mentre a lui il privilegio è stato negato. Tra tanta plastica e a celebrazioni istituzionali come quella per Caterina Caselli, l’unica Sugar rivoluzionaria, ci ha salvato solo il ritorno gioioso di Bianca Balti, finalmente di nuovo con i suoi capelli dopo la malattia.

La pagelle della quarta serata

Ma ora, prima del verdetto finale di stasera, passiamo alle cover. Ecco le pagelle, una per una, di chi ha onorato la musica e di chi l’ha solo calpestata.

Elettra Lamborghini con le Las Ketchup, Aserejé – Voto 6. La twerking queen riesuma il tormentone del 2002 e trasforma l’Ariston in un villaggio vacanze. Giudizio: come quarta delle Las Ketchup non sfigura affatto, portando un’aria da festino bilaterale.

Eddie Brock con Fabrizio Moro, Portami via – Voto 7 (per Moro). Brock conferma la sua vocazione per l’urlo primordiale infinito, stavolta supportato da un Moro che non fa nulla per abbassare il volume. Giudizio: alla fine l’unica cosa da portarsi via sono un paio di tappi per le orecchie.

Mara Sattei con Mecna, L’ultimo bacio – Voto 4. Tentativo di scalata all’Everest su Carmen Consoli con l’aiuto di un Mecna che cerca di fare il moderno inserendo barre fuori contesto. Giudizio: un aggiornamento software fallito: l’ultimo bacio è stato decisamente amaro.

Patty Pravo con Timofej Andrijashenko, Ti lascio una canzone – Voto 6. La Divina scende dal suo pianeta di titanio per omaggiare la Vanoni, mentre il primo ballerino della Scala danza nel vuoto come un mobile di pregio. Giudizio: Un duetto-non duetto da museo dove l’unico reperto che conta è la Pravo.

Levante con Gaia, I maschi – Voto 5.5. Le due puntano sul saffico-chic rileggendo la Nannini, ma l’esecuzione resta un karaoke troppo educato. Giudizio: se nel 2026 la regia scappa davanti a un bacio tra donne, siamo ufficialmente nel 1954.

Malika Ayane con Claudio Santamaria, Mi sei scoppiato dentro il cuore – Voto 6. Malika è un’interprete sopraffina, ma Mina è una vetta dove l’aria manca a tutti. Giudizio: Santamaria canta meglio di metà dei martiri in gara.

Bambole di Pezza con Cristina D’Avena, Occhi di gatto – Voto 7. Le sorelle del punk trascinano la regina dei cartoni animati in un vortice rock con tanto di citazione dei Led Zeppelin. Giudizio: spazzano via tutto con allegria.

Continua il Sanremo democristiano di Conti: senza guizzi, ma con la censura sul bacio saffico
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Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso, Su di noi – Voto 3. Dargen prova l’operazione impossibile. L’intenzione antimilitarista è nobile, ma la struttura sembra studiata troppo a tavolino. Giudizio: Un mix rovinato dalla presenza di un Pupo che puzza lontano un miglio di marchetta.

Tommaso Paradiso con gli Stadio, L’ultima luna – Voto 6. Paradiso scala Dalla con le migliori guide alpine bolognesi in circolazione. Giudizio: esibizione onesta che fa sembrare gli Stadio i veri titolari della gara.

Michele Bravi con Fiorella Mannoia, Domani è un altro giorno – Voto 6. Secondo tributo alla Vanoni della serata, stavolta giocato sulla classe della Mannoia. Giudizio: Un momento di pulizia sonora.

Tredici Pietro con Galeffi e Fudasca, Vita – Voto 6. Gianni Morandi compare per benedire il figliolo Pietro sul brano che fu del sodalizio con Lucio Dalla. Giudizio: I figli so’ piezz ‘e share: Pietro tiene botta mentre Gassman mastica fiele sui social.

Maria Antonietta e Colombre con Brunori Sas, Il mondo – Voto 7. Brunori Sas aggiunge la sua alchimia a un brano che non passa mai di moda. Giudizio: Funziona quasi tutto, tranne il vizio di aggiungere barre inutili.

Fulminacci con Francesca Fagnani, Parole parole – Voto 7. Fulminacci punta sull’ironia del duetto Mina-Celentano del 1972 coinvolgendo una Fagnani che sta al gioco con grazia. Giudizio: La Belva si scopre cantante.

Lda & Aka7even con Tullio De Piscopo, Andamento lento – Voto 8. De Piscopo a 80 anni spiega a tutti cos’è il ritmo, trascinando i due ragazzi napoletani in un’altra dimensione. Giudizio: Un metaverso tra icone e nuove leve che funziona alla grande.

Raf con The Kolors, The Riddle – Voto 5. Raf appare più a suo agio stasera che con la sua canzone in gara. Giudizio: Nemmeno la figlia Bianca nel corpo di ballo salva un’atmosfera da festa di piazza rassegnata.

J-Ax con Ligera County Fam, E la vita, la vita – Voto 7. J-Ax celebra Cochi e Renato con un caos allegro che porta energia ribelle in questo Festival retrogrado. La gang milanese funziona e diverte come ai vecchi tempi del Derby. Giudizio: Tutto perfetto finché non arriva Carlo Conti a rovinare la festa ricordando i morti col cronometro in mano.

Ditonellapiaga con Tony Pitony, The Lady Is A Tramp – Voto 8. L’erede degli Skiantos e Ditonellapiaga atterrano all’Ariston. Interpretazione magistrale di un classico, con riferimenti alla Costa Smeralda e inclusività gastronomica. Giudizio: Sono loro gli alieni che vincono la serata delle cover: performer eccellenti per il tinello tv di Rai 1.

Enrico Nigiotti con Alfa, En e Xanax – Voto 4. Il brano di Samuele Bersani è un cristallo delicato che non necessita di chirurgia estetica. Giudizio: Ansia da prestazione e liste della spesa

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Serena Brancale con Gregory Porter e Delia, Besame mucho – Voto 6. La Brancale si circonda di nobiltà con il piano di Delia e il velluto di Porter per rileggere un classico stra-suonato da chiunque. Giudizio: Esecuzione impeccabile che ci fa rimpiangere la lagna stratosferica che Serena ha deciso di portare in gara.

Sayf con Alex Britti e Mario Biondi, Hit the Road Jack – Voto 10. Sayf si conferma la vera scoperta di questo Sanremo, mettendo insieme una jam session dove Britti suona e Biondi coccola i timpani. Giudizio: la miglior sarabanda del Festival

Francesco Renga con Giusy Ferreri, Ragazzo solo, ragazza sola – Voto 3. Un conto è il Duca Bianco che canta sé stesso in italiano, un altro è assistere a questa grottesca cover della cover. Giudizio: David Bowie, perdonali perché non sanno quel che fanno

Arisa con il Coro del Teatro Regio di Parma, Quello che le donne non dicono – Voto 9. Arisa gioca in un altro campionato e prende il classico della Mannoia trasformandolo in un inno alla forza femminile. Giudizio: prima o poi qualcuno dovrà spiegarci perché in gara le danno sempre la canzone sbagliata.

Samurai Jay con Belén Rodríguez e Roy Paci, Baila Morena – Voto 2. Qui siamo dalle parti di una festa finita male dove ognuno va per conto suo. Giudizio: Un’accozzaglia senza direzione che naufraga miseramente nonostante la tromba di Roy Paci.

Sal Da Vinci con Michele Zarrillo, Cinque giorni – Voto 5. Il re di Per sempre sì trascina Zarrillo nel suo mondo, trasformando la hit pop in un classico neomelodico da matrimonio in grande stile. Giudizio: Neomelodico d’altri tempi

Fedez e Masini con Stjepan Hauser, Meravigliosa creatura – Voto 2. Il duo rivisita la Nannini col violoncello di Hauser, ma il risultato è un pasticcio stucchevole dove Fedez infila barre incomprensibili. Giudizio: Rovinare un classico della musica italiana era l’ultima missione rimasta a Fedez.

Ermal Meta con Dardust, Golden hour – Voto 6. Ermal volta pagina e si affida al piano di Dardust per un momento di classe. Giudizio: Un’esibizione sofisticata che pulisce le orecchie.

Nayt con Joan Thiele, La canzone dell’amore perduto – Voto 6.
Il rapper romano abbandona i balbettii della gara e si cimenta con De André, coadiuvato dalla grazia di Joan Thiele. Giudizio: compitino onesto su Faber.

Luchè con Gianluca Grignani, Falco a metà – Voto 5,5. Mentre il napoletano rappa, Grignani punteggia le rime con il solito piglio. Giudizio: Il momento clou non è la musica, ma Gianluca che chiede se nei fiori ricevuti c’è il numero della Pausini. Frecciata servita gelida per una querelle che va avanti da mesi.

Chiello con Saverio Cigarini, Mi sono innamorato di te – Voto 4. Sfida impossibile su Tenco per un Chiello che sembra rimpiangere il duetto mancato con Morgan (o forse lo rimpiangiamo noi). Giudizio: un’agonia vocale che non rende giustizia all’originale.

Leo Gassmann con Aiello, Era già tutto previsto – Voto 4. Leo e Aiello fanno a gara a chi spacca prima le vene del collo su Cocciante, producendo un’esibizione decisamente sopra le righe. Giudizio: La disfida degli urli e dei padri.

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Meloni convoca i vicepremier e Crosetto. Innalzata a Roma la sicurezza sulle ambasciate e al Ghetto

AGI - "In questo momento particolarmente difficile, l'Italia rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici". E' quanto si legge in una nota diffusa da Palazzo Chigi al termine della conferenza telefonica presieduta da Giorgia Meloni cui hanno preso parte il vicepresidente e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il vicepresidente Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e i vertici dell'Intelligence. 

Nel corso della conferenza telefonica "è stata analizzata la situazione nel suo complesso, a partire dalla sicurezza dei cittadini italiani presenti in Medio Oriente. Il governo invita tutti i connazionali alla massima prudenza e a seguire con attenzione le indicazioni fornite dalle ambasciate d'Italia nella regione e dalla Farnesina". 

Intanto anche Tajani ha convocato una riunione di emergenza alla Farnesina con "tutti gli ambasciatori dell'area per una valutazione della situazione e per decidere eventuali provvedimenti da adottare".

Commentando con SkyTg24 l'attacco di questa mattina, il ministro degli Esteri ha detto: "Lavoriamo sempre per la pace sperando che si concluda rapidamente questa guerra, ma la reazione iraniana sembra già pronta quindi non c'è da essere troppo ottimisti in questo momento. La nostra prima preoccupazione è quella dei nostri connazionali. Per il momento non ci sono problemi con i nostri connazionali, durante gli attacchi non c'è stato nessun ferito italiano. Certo, la situazione è molto preoccupante e noi già abbiamo ridotto da alcune settimane al minimo la presenza diplomatica a Teheran, siamo pronti all'evacuazione anche degli italiani che volessero farlo, cosi' come abbiamo fatto in occasione della guerra di qualche mese fa". 

"Già da qualche giorno avevamo detto agli italiani ad abbandonare il Paese -ha concluso Tajani -, cosa che era stata fatta dai turisti, dai lavoratori. Sono rimasti soltanto gli italiani che vivono là, che sono sposati o sposate con dei cittadini iraniani". 

In un messaggio postato su X la Farnesina ha invitato "per emergenze a contattare l'Ambasciata d'Italia a Teheran al numero 00989121035062, l'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv allo 00972548803940, il Consolato Generale a Gerusalemme allo 00972505327166 o Unita' di Crisi al +39 0636225 o via mail a unita.crisi@esteri.it". 

Crosetto, "personale della nostra Difesa non coinvolto"

"Sto seguendo con la massima attenzione l'evolversi della situazione in Iran, in Israele e, più in generale, nell'intera area del Medio Oriente - ha affermato su X il ministro della Difesa, Guido Crosetto -.Sono in costante contatto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa e con il Comandante del Covi, che mi aggiornano continuamente sugli sviluppi in corso. La priorità assoluta resta la sicurezza dei nostri militari e di tutto il personale italiano impegnato nei teatri operativi internazionali. Desidero rassicurare che, allo stato attuale, il personale della Difesa italiana non risulta coinvolto negli eventi in atto".

"Continueremo a monitorare con la massima attenzione l'evoluzione della situazione - ha assicurato il ministro Crosetto -, pronti ad adottare ogni misura necessaria a tutela dei nostri connazionali e a sostegno della stabilità dell'area".

Questura di Roma innalza sicurezza nelle Ambasciate e nel Ghetto

La Questura di Roma ha innalzato, dalle prime ore di questa mattina, l'attenzione su tutte le manifestazioni e sugli obiettivi sensibili a Roma, come le sedi di Ambasciate e il Ghetto, dopo l'attacco di Stati Uniti e Israele all'Iran. Implementata anche l'attività informativa da parte della Digos. 

Lo youtuber ‘Cicalone’ pestato a Roma, 4 arresti

AGI - Avevano trasformato una ripresa video in un pestaggio in diretta, colpendo con calci e pugni lo youtuber Simone Ruzzi, detto 'Cicalone', e aggredendo due guardie particolari giurate intervenute per fermarli. La polizia ha chiuso il cerchio sull'episodio, indagando quattro cittadini romeni, destinatari di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Roma.

 

 

Il provvedimento è il frutto di una indagine nata dopo che lo scorso 12 novembre nei pressi della fermata della metropolitana Linea A Ottaviano c'era stato il pestaggio. Secondo quanto ricostruito dagli agenti della PolMetro, intervenuti dopo una segnalazione, i quattro indagati, accortisi di essere ripresi dalle telecamere di una collaboratrice dello youtuber, hanno iniziato a inveire contro di loro per poi scagliarsi contro di lui, colpendolo anche quando era a terra. Nel tentativo di interrompere l'aggressione, due guardie giurate erano intervenute, finendo per essere a loro volta aggredite. Poi i quattro sono riusciti a guadagnarsi la fuga.

Le lesioni delle vittime

Le vittime dell'episodio avevano poi fatto ricorso alle cure mediche: le due guardie giurate avevano riportato lesioni giudicate guaribili in due giorni, mentre per lo youtuber la prognosi era stata di 45 giorni.

Gli arresti e l'estradizione

Tre dei quattro indagati, rintracciati all'estero dalle autorità finlandesi grazie alle informazioni raccolte dagli investigatori capitolini, sono ora in carcere in Finlandia, detenuti per altri reati, in attesa della definizione dei procedimenti a loro carico e della successiva estradizione. Il quarto, un ventisettenne romeno, intercettato in Romania grazie alla collaborazione del Servizio per la cooperazione di polizia e all'ausilio dell'esperto per la sicurezza, è atterrato ieri pomeriggio presso lo scalo di Fiumicino, dove è stato arrestato e portato in carcere.

 

L’incidente del tram a Milano, le immagioni dopo lo schianto

AGI - Due uomini sono morti e 38 persone sono rimaste ferite nel deragliamento di un tram della linea 9 in viale Vittorio Veneto, zona Porta Venezia a Milano.

l mezzo, uscito dai binari poco dopo le 16, ha travolto alcuni passanti ed è finito contro la vetrina di un ristorante giapponese. Sul deragliamento a Milano del tram 9 "stiamo facendo tutti gli accertamenti necessari con il coordinamento dell'autorità giudiziaria e vagliando tutte le ipotesi". Lo ha fatto sapere Gianluca Mirabelli, comandante della Polizia locale di Milano.