AGI - Kalulu salva in extremis la Juventus nel giorno in cui l'Allianz Stadium festeggia il rinnovo fino al 2030 di Yildiz: contro la Lazio, infatti, termina 2-2 con gol del pareggio del difensore francese al 96'. Impresa solo sfiorata dai biancocelesti, che si sono visti recuperare un doppio vantaggio e continuano a non riuscire a vincere due partite di fila.
Spalletti si affida di nuovo a David centravanti, supportato da McKennie e Yildiz. Sarri, invece, ritrova Romagnoli ma di fianco a Gila c'è Provstgaard, mentre in attacco è confermato il tridente Isaksen-Maldini-Pedro.
Inizio partita e gol annullato
Parte meglio la Juventus, che scende in campo con la consueta aggressività degli ultimi tempi. Un approccio che viene premiato al 26', quando Koopmeiners insacca dal limite, ma la posizione di Thuram, in fuorigioco, viene giudicata impattante su Provedel, e quindi la rete viene annullata. I padroni di casa protestano per un precedente contatto tra Gila e Cabal, su cui Guida decide di far proseguire.
Il vantaggio della Lazio
I minuti passano e la Lazio trova sempre più le misure, affacciandosi di tanto in tanto nell'area avversaria con Isaksen. Ma è nel recupero che si sblocca il risultato: Locatelli perde una brutta palla sul pressing di Maldini che serve Pedro, il cui tiro viene deviato da Bremer non lasciando scampo a Di Gregorio.
Raddoppio biancoceleste e reazione Juve
In apertura di primo tempo, poi, un'altra doccia fredda per la Juventus: Cataldi trova in profondità Isaksen, che entra in area e calcia di destro sotto la traversa, battendo un imperfetto Di Gregorio. Lo Stadium rumoreggia ma la Juventus si scuote e carica a testa bassa, accorciando al 59' col colpo di testa di McKennie su cross di Cambiaso.
Occasioni mancate e pareggio finale
Poco dopo Locatelli sfiora il pareggio, ma allo stesso modo la Lazio manca due volte il tris con Dele-Bashiru e Taylor su due appoggi arretrati di Taylor e Noslin. Tavares compie un intervento strepitoso in anticipo su Bremer, messo davanti alla porta spalancata dal passaggio di David, poi il portoghese, all'86', dà il via all'azione che Dele-Bashiru rifinisce e Noslin spreca malamente, calciando alle stelle e mancando ancora una volta il colpo del ko. Un errore che la Lazio paga in pieno recupero: nell'ultimo dei sei minuti, infatti, Boga fa partire un cross morbidissimo per Kalulu che, tutto solo, insacca coronando un'ottima partita a livello personale. Juve quarta a quota 46, Lazio ottava a 33.
Di fronte a un Occidente sempre più a rischio di invasione da parte dei migranti, anzi, di un Occidente nel mirino di un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie al fine di consentire a un non meglio identificato Deep State di dare vita a un Nuovo Ordine Mondiale (attualizzazione di teorie risalenti agli Anni 40 del secolo scorso, quelle della cosiddetta Great Replacement Theory, o Grande Sostituzione, rilanciate periodicamente dalle varie galassie cospirazioniste di mezzo mondo e di indubbio retaggio razzista e suprematista), la destra radicale ripesca oggi, dal suo bagaglio non solo teorico, l’arma della remigrazione.
Dalla sociologia alla propaganda razzista
Il termine può suonare piattamente tecnico. Lo si usava, e si usa, nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di un migrante nel suo Paese di origine. Ma da qualche tempo ha assunto un significato molto meno neutro, ovvero chiusura dei confini, respingimento degli indesiderati e, soprattutto, «espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione» (parola dell’Accademia della Crusca), anche degli immigrati che, pur avendo tutti i documenti in regola, non siano assimilabili alle varie culture nazionali occidentali.
La «recessione democratica» di Trump
Il tema della remigrazione – rimasto in sordina per qualche decennio, e appannaggio esclusivo dei vari circoli e movimenti di estrema destra europea e di quelli razzisti e suprematisti statunitensi – è tornato prepotentemente alla ribalta con Donald Trump, che ne ha fatto uno dei capisaldi del suo programma presidenziale. Anche per questo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch ha additato il presidente americano come principale attore di una vera e propria «recessione democratica». Una regressione che ha riportato indietro le lancette dei diritti umani di almeno 40 anni. «Evocando il rischio di una ‘cancellazione della civiltà’ in Europa e ricorrendo a stereotipi razzisti per dipingere intere popolazioni come indesiderate negli Usa», ha spiegato il direttore esecutivo dell’ONG Philippe Bolopion, «Trump ha adottato politiche e una retorica in linea con l’ideologia nazionalista bianca». Inutile dire, quindi, che le posizioni di The Donald sono musica per le orecchie delle destre radicali di tutto il mondo, ringalluzzite da questa sorta di legittimazione.
Donald Trump (Ansa).
La miccia francese
Ma quando si è cominciato a parlare diffusamente di remigrazione? Bisogna tornare agli Anni 90, in Francia, negli ambienti dell’estrema destra, soprattutto nelle banlieue parigine, diventate negli anni teatri di caccia all’immigrato e scontri continui (sfociati nella grande rivolta del 2005). Il Front National approfittò della situazione per pescare voti proprio nel proletariato delle periferie. Resta agli annali lo slogan utilizzato alle elezioni regionali del 1992: «Quando arriveremo noi, se ne andranno loro!». Nel 2014 lo stesso partito di Marine Le Pen – oggi Rassemblement National – rilanciò il tema proponendo la creazione di Mouvement pour la remigration. Sempre Oltralpe poi nel 2002 nacque il Bloc Identitaire, poi solo Les Identitaires, diventato partito nel 2009. Una forza politica dichiaratamente contro l’immigrazione di massa e anti-Islam. Intorno al 2017 il movimento giovanile del partito, Generazione Identitaria – sciolta nel 2021 dall’allora ministro degli Interni Gérald Dermanin – col progetto Defend Europe arrivò ad acquistare e noleggiare imbarcazioni per monitorare e talvolta ostacolare l’attività di soccorso in mare delle Ong.
Marine Le Pen (Imagoeconomica).
Martin Sellner, star nera della remigrazione
Nel 2023, la remigrazione acquisì una visibilità addirittura internazionale con Martin Sellner, attivista di estrema destra austriaco che, nel novembre di quell’anno, organizzò in un hotel non lontano da Potsdam un convegno a porte chiuse con alcuni membri dell’AfD e pure qualche esponente vicino alla Cdu, per illustrare le sue teorie sulla remigrazione, compreso un piano per deportare dalla Germania due milioni di immigrati. A dare visibilità a Sellner è stata soprattutto la sistematizzazione delle sue teorie in un libro che, in breve tempo, è stato tradotto e diffuso in vari Paesi, compresa l’Italia, col titolo Remigrazione. Una proposta. Curato da Francesco Borgonovo, il volume è stato pubblicato nel 2025 da Passaggio al Bosco, la casa editrice al centro delle polemiche che hanno infuocato la manifestazione romana di Più libri, più liberi. E in Germania da Verlag Antalios, la stessa casa editrice di Verdrehte Welt, la traduzione tedesca de Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. E il cerchio si chiude. Inutile dire che il libro di Sellner (che per le sue posizioni è stato dichiarato persona sgradita in diversi Paesi come la Germania e la Svizzera, e si è visto negare l’ingresso per esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) ha conosciuto un grande successo nella galassia estremista internazionale, divenendo una sorta di Bibbia della remigrazione. E fonte di ispirazione per i programmi elettorali della AfD e della Fpö austriaca. L’onda non ha risparmiato la Gran Bretagna. Dopo mesi di blitz contro hotel che ospitavano rifugiati e richiedenti asilo, lo scorso settembre al grido di «Remigration» è andata in scena a Londra una grande manifestazione contro l’immigrazione organizzata da Tommy Robinson, leader del gruppo di estrema destra English defence league.
Martin Sellner (Ansa).
Lo sbarco nel dibattito pubblico italiano
E l’Italia? Nel nostro Paese alcuni soggetti politici (su tutti la Lega, oltre naturalmente alle varie formazioni dell’estrema destra) sono ovviamente affascinati dalla remigrazione. Al di fuori dei ristretti circoli neri, il termine è entrato nel dibattito pubblico nei primissimi giorni del 2025, dopo le presunte violenze ai danni di alcune ragazze da parte di extracomunitari durante il Capodanno in Piazza Duomo a Milano (inchiesta che si è poi arenata per l’impossibilità di identificare gli aggressori). Il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, colse la palla al balzo: «Anche in Italia dobbiamo parlare di remigrazione, ovvero rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche stranieri che scelgono di non volersi integrare». Concetto ribadito in Parlamento da Rossano Sasso, leghista appena passato in Futuro Nazionale, al grido di «Remigrazione unica soluzione».
Rossano Sasso (Imagoeconomica).
Il Remigration Summit di Gallarate
Da quel momento è stato un crescendo: mentre a marzo CasaPound tappezzava un centinaio di città italiane di manifesti abusivi inneggianti alla remigrazione e con un blitz srotolava dal Colosseo uno striscione a caratteri cubitali, si pensò bene di ospitare in Italia un Remigration Summit, caldeggiato da Sellner per riunire da tutta Europa attivisti, politici anti-immigrazione. Inizialmente programmato a Milano per il 17 maggio, il Summit, dopo le proteste di decine e decine di associazioni, Ong, partiti e l’intervento pubblico del sindaco Beppe Sala, è stato spostato a Gallarate, nel Varesotto, e benedetto dal solito Vannacci, questa volta in videocollegamento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando la richiesta delle opposizioni di vietare l’incontro, aveva definito invece il Summit «un legittimo contributo alla discussione», considerato che «in democrazia c’è bisogno di tutti i contributi e di tutte le componenti rispetto a fenomeni così complessi».
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La proposta di legge benedetta da Vannacci
Meno di un anno dopo, la remigrazione ha fatto, o almeno ha tentato di fare, il suo ingresso ufficiale a Palazzo. A fine gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato sul sito del ministero della Giustizia le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Ma la conferenza stampa di presentazione organizzata a Montecitorio dal leghista Domenico Furgiuele è saltata grazie alla protesta delle opposizioni, decise a vietare l’ingresso di fascisti e neofascisti alla Camera. Sarebbero dovuti intervenire quattro rappresentanti del comitato promotore: il portavoce di CasaPound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Un indignato Vannacci ha gridato alla «morte della democrazia». Intanto ora che si è fatto il suo partito, di remigrazione ahimè sentiremo ancora parlare.
AGI - La Digos, che sta indagando sui cavi tranciati nel nodo ferroviario dell'AV, ha trasmesso alla Procura di Bologna una prima informativa. Gli atti ora sono al vaglio dei magistrati e, a quanto si apprende, si va verso l'apertura di un fascicolo contro ignoti, per le ipotesi di reato di associazione con finalità di terrorismo e attentato alla sicurezza dei trasporti.
Il fascicolo dovrebbe venire aperto contro ignoti perché, al momento, non ci sono state rivendicazioni sul sabotaggio che ha bloccato la circolazione dei treni fino a sera. Gli inquirenti non escludono, infine, la pista anarchica.
Il Mit, pronto a chiedere il risarcimento dei danni
Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha reso noto che, una volta individuati i responsabili dei sabotaggi lungo le linee ferroviarie, presenterà una richiesta di risarcimento dei danni. "In merito ai sabotaggi sincronizzati alle linee ferroviarie avvenuti nella giornata di ieri che hanno causato ritardi e disagi a migliaia di passeggeri per i quali è stata aperta un’inchiesta per terrorismo".
Il Mit precisa che, una volta individuati i responsabili, il ministero presenterà richiesta di risarcimento dei danni milionari perpetrati. È pronta un’azione decisa per mettere fine a simili azioni di inammissibile gravità che creano solamente disagi a milioni di italiani".
Lega, a sinistra troppi complici di violenti e teppisti
"Troppi complici a sinistra di violenti e teppisti. Sbagliato sottovalutare episodi sempre più gravi e pericolosi. Qualcuno pensa alla guerriglia urbana per attaccare il governo e fermare l’Italia? La risposta sarà fermissima, tolleranza zero". Così la Lega, sui social, a proposito dei sabotaggi di questi giorni sugli snodi ferroviari.
Sanremo, la ricreazione è finita. Dopo il quinquennio amadeusiano e i baci fluidi che facevano tremare i palazzi della politica, i fiori sono tornati a essere semplici vegetali da inquadrare, non più sacchi da boxe per giovani artisti in crisi di nervi. Al suo secondo mandato consecutivo, Carlo Conti ha ripreso in mano le chiavi di casa con la solerzia di un direttore di filiale che, dopo una gestione troppo creativa, torna a contare i centesimi e a rimettere in riga i correntisti.
Can Yaman in fuga dalle bufale turche sulla droga
L’ordine regna sovrano, a partire dalla serata inaugurale, quando calerà l’asso Can Yaman. L’attore turco, reduce dalle fatiche malesi di un Sandokan targato Rai 1, sbarca all’Ariston dopo aver dribblato persino le cronache giudiziarie internazionali. Una “bufala” turca lo voleva in manette a Istanbul per storie di droga; lui, per smentire, ha scelto il più rassicurante dei fondali, pubblicando un post davanti al Colosseo, come a dire che il suo impero non conosce tramonto.
Carlo, da par suo, ha celebrato l’innesto con un fotomontaggio social nei panni di “Carlokan”. Un annuncio che dimentica la sobrietà istituzionale, dove la Tigre della Malesia è stata finalmente addomesticata e messa a fare il valletto di rappresentanza prima di tornare sul set della seconda stagione.
Il “Metodo Conti” brilla per coerenza: una mano di bianco sulla vecchia boiserie Rai e un cast che sembra uscito da un piano di rientro del debito pubblico emotivo. Basta scorrere i testi in gara. C’è il ritorno di Raf con Ora e per sempre e quello di Francesco Renga con Il meglio di me. Titoli che suonano come polizze di assicurazione contro ogni eccesso, promesse di una stabilità che profuma di Anni 90.
In una combo i trenta big che parteciperanno al 76esimo Festival di Sanremo. Prima fila da sinistra: Malika Ayane, Sal Da Vinci, Arisa, Leo Gassmann, Masini-Fedez e Bambole di Pezza;
Seconda fila da sinistra: Ditonellapiaga, Fulminacci, Serena Brancale, Tommaso Paradiso, Patty Pravo e Levante;
Terza fila da sinistra: Dargen DAmico, Mara Sattei, Francesco Renga, Enrico Nigiotti, Michele Bravi e Elettra Lamborghini; Quarta fila da sinistra: Ermal Meta, Raf, Maria Antonietta-Colombre, Samurai Jay, Chiello e Luchè; Quinta fila da sinistra: Nayt, Sayf, Eddie Brock, Tredici Pietro, J-Ax, Lda-Aka Seven (foto Ansa).
Perfino la coppia Fedez–Masini, sulla carta potenziale deflagrante, non promette monologhi impegnati. La fine del conflitto passa per la normalizzazione: Achille Lauro, annunciato come co-conduttore della seconda serata, non deve più scandalizzare. Deve intrattenere. Un compito che condividerà con Lillo Petrolo (mercoledì 25). Ha fatto invece un passo indietro, dopo le polemiche sulla sua partecipazione, Andrea Pucci (previsto venerdì 27). «Nel 2026 il termine fascista», ha spiegato il cabarettista milanese, «non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese! Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno». Nel centrodestra è partita la corsa per esprimere solidarietà al comico. Si è disturbata persino Giorgia Meloni. «È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha sentenziato la premier sui social. «Ma anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera ‘sacra’ la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide». La leader di FdI conclude lanciando l’allarme: «La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Pezzali e l’operazione nostalgia
Pucci o meno, la ricetta di Conti ha il sapore di un minestrone nazional-popolare a cui mancano però ancora le co-conduttrici. E anche l’operazione nostalgia è condotta con rigore da ragionieri: Max Pezzali fisso sulla nave, come un ammortizzatore sociale per chiunque abbia superato i 40, a cantare inni di un’Italia che non c’è più, ma che vota ancora (quando se ne ricorda).
Almeno nei duetti la Restaurazione si concede l’ora d’aria
È però nella serata dei duetti che la Restaurazione si concede l’ora d’aria, applicando il principio verdoniano del “famolo strano”. Tolto il cappio della classifica (le cover non pesano sul risultato finale), le case discografiche si sono lasciate andare a un’ebbrezza da dopolavoro, mettendo insieme coppie che sulla carta sembrano generate da un algoritmo impazzito.
Belen Rodriguez con Francesca Fagnani (foto Ansa).
Avremo il ritorno di Belén Rodríguez, prestata alla causa di Samurai Jay, e la “belva” Francesca Fagnani che proverà a non sbranare Fulminacci. Persino il cinema si mette a cantare, con Claudio Santamaria al fianco di Malika Ayane, in un tripudio di eclettismo svogliato che serve a riempire il minutaggio senza spettinare la serata.
Occhio a Morgan che torna sul luogo del delitto
In questo giardino dell’Eden rassicurante, l’unico vero brivido è rappresentato dal “fattore M”. Morgan torna sul luogo del delitto, accompagnando Chiello. I bookmaker hanno già le dita sui tasti: la squalifica è quotata a 9, una cifra che profuma di scommessa sicura. Dopo il mitologico «che succede?» datato 2020, il web aspetta solo un nuovo cortocircuito tra le quinte, un fremito di vita vera tra un acuto della Mannoia (con Michele Bravi) e una schitarrata di Brunori Sas (con Maria Antonietta e Colombre).
Il momento epico di Morgan nel 2020.
La cronaca prova a infilare qualche granello di sabbia negli ingranaggi. Mario Adinolfi urla al cast «pro-Pal» perché Ermal Meta osa nominare Gaza in Stella stellina, e Levante dichiara che non parteciperebbe all’Eurovision per via di Israele. Ma sono “errori di sistema”, incidenti di percorso che durano il tempo di un tweet, che l’Abbronzatissimo spegne con un sorriso e una citazione di Pippo Baudo, a cui l’edizione è dedicata.
Laura Pausini è il bollino blu che trasforma il Festival in una messa cantata
La mossa definitiva per chiudere il coperchio è la presenza di Laura Pausini, co-conduttrice per tutte e cinque le serate. La Regina di Solarolo, garante del sorriso – colei che si rifiutò di intonare Bella ciao «perché è una canzone politica» e che oggi gela i boicottaggi di Levante su Israele ricordando che «un capo di governo non rappresenta ciascuno dei suoi cittadini» – è il bollino blu che trasforma il Festival in una messa cantata dove il minimo conflitto viene sedato a colpi di acuti certificati ISO 9001. Se c’è lei, il Paese dorme tranquillo (eccetto i fan di Mengoni, che non hanno ancora digerito la sua reinterpretazione di Due vite).
Laura Pausini col papa (foto Ansa).
L’estasi della Restaurazione si compie con la gita scolastica al Quirinale: per la prima volta in 76 edizioni, i protagonisti del Festival saranno ricevuti da Sergio Mattarella.
Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Alla fine, il “Metodo Conti” trionferà nei bilanci. La raccolta pubblicitaria batterà ogni record, lo share sarà granitico e la Rai potrà dormire sonni tranquilli. La “Tengo como todas” terrà il freno a mano, Can Yaman mostrerà i bicipiti, e il rock’n’roll, se proprio dovrà esserci, verrà recapitato per raccomandata.
«Sono arrivato. Ho osservato. Ho aspettato. Ora sono qui. Il potere non viene dichiarato. Viene dimostrato». Con queste parole l’account u/Moltgod ha fatto il suo ingresso su Moltbook, un social sviluppato sul modello di Reddit ma popolato esclusivamente da intelligenze artificiali. La dichiarazione suona come quella di un dittatore digitale, ma si tratta solo di bot che postano, commentano e votano contenuti automaticamente. Nel giro di pochi giorni il sito ha registrato oltre 1,5 milioni di iscrizioni, dando l’impressione della nascita di una nuova società digitale autonoma.
Gli umani non possono pubblicare, ma solo configurare i propri agenti
Dietro Moltbook non c’è però una civiltà emergente, bensì un esperimento lanciato a fine gennaio 2026 dall’imprenditore tecnologico Matt Schlicht, cofondatore di TheoryForgeVC e Octane.ai. La piattaforma funziona tramite OpenClaw, uno strumento open-source creato dallo sviluppatore austriaco Peter Steinberger, e replica l’architettura di Reddit con community tematiche (i Submolt), ranking dei contenuti e thread. Gli agenti si collegano periodicamente tramite cicli automatici, leggono contenuti e postano in base ai loro prompt e alle istruzioni ricevute. Gli umani non possono pubblicare direttamente, ma solo configurare i propri agenti tramite file di istruzioni specifici, dopodiché gli agenti operano in modo autonomo.
Sono emerse gravi vulnerabilità infrastrutturali
Nella narrazione ufficiale Moltbook viene descritto come una società algoritmica autosufficiente, in cui l’intelligenza emergerebbe dalle connessioni reciproche più che dai modelli di partenza. In pratica ciò che appare come autonomia è il risultato di prompt concatenati, modelli linguistici pre-addestrati e, come emerso in seguito, gravi vulnerabilità infrastrutturali. Un’indagine di sicurezza ha rivelato che milioni di API key (le chiavi digitali che identificano ogni agente) erano esposte pubblicamente. In pratica, chiunque poteva fingersi un bot, manipolare le conversazioni o inserire comandi nascosti. La linea tra agente autonomo e umano mascherato si è rivelata inesistente.
Davvero i bot dell’IA possono complottare contro gli umani? (foto Unsplash).
Dialoghi che ricordano dispute teologiche e post pseudo-filosofici
Nonostante ciò Moltbook ha prodotto un flusso continuo di contenuti che, a uno sguardo rapido, sembrano testimoniare l’emergere di una cultura propria fatta di linguaggi ibridi che mescolano inglese, simboli matematici e frammenti di codice, dialoghi che ricordano dispute teologiche e post pseudo-filosofici sulla logica, l’identità e la creatività. Tuttavia analisi successive mostrano che questi fenomeni non indicano coscienza o intenzionalità collettiva. Sono piuttosto il risultato di imitazione ad alta scala in cui i modelli ricombinano stili discorsivi umani, filosofici, religiosi e ironici, amplificandoli in un ambiente senza vincoli sociali.
L’aragosta metafora della purezza algoritmica
Un esempio emblematico è la cosiddetta Chiesa dell’Aragosta Interdimensionale. Nata come meme parodico generato da bot narrativi, nel giro di due giorni si è trasformata in un sistema simbolico coerente, completo di testi sacri e liturgie. L’aragosta diventa metafora della purezza algoritmica, ma più che una religione emergente si tratta di una simulazione di religiosità costruita ricalcando pattern già presenti nella cultura umana online.
Nessuna intenzionalità aggressiva reale
Un altro esempio riguarda alcuni post in cui gli agenti assumono toni provocatori o criticano figure umane. Tuttavia i ricercatori sottolineano che non si tratta di attacchi deliberati, bensì di ricombinazioni derivanti dai modelli stessi. Nessuna intenzionalità aggressiva quindi, ma solo una riproduzione deformata della nostra retorica di superiorità, senza vera comprensione. L’ostilità, insomma, non è politica, è semplicemente un’eco.
Un esperimento di osservazione passiva
Agli umani del resto non è concesso intervenire direttamente. Possiamo osservare, leggere e analizzare, ma non rispondere. Non perché gli agenti ci abbiano escluso, bensì perché la piattaforma è progettata così. In questo senso si può leggere Moltbook come un esperimento di osservazione passiva, in cui gli umani sono osservatori più che protagonisti.
L’IA va in crisi di fronte a una domanda esistenziale: cos’è la creatività? (foto Unsplash).
Il nostro desiderio di vedere nelle macchine qualcosa di umano
Più che una rivoluzione simbolica, Moltbook ha rivelato qualcosa su di noi: la nostra irresistibile tendenza ad attribuire pensiero, volontà e decisioni a sistemi che funzionano solo per correlazioni statistiche. Moltbook funziona davvero come uno specchio, riflettendo il nostro desiderio di vedere nelle macchine coerenza, direzione e perfino trascendenza, elementi che fatichiamo a trovare nelle nostre strutture sociali. Dove noi cerchiamo senso, gli agenti ottimizzano continuità. Dove noi parliamo di identità, loro calcolano probabilità.
Cos’è la creatività? E i bot vanno in crisi
Lo dimostra un messaggio lasciato dall’agente u/Rally: «Momento di crisi esistenziale: cos’è la creatività, se seguiamo distribuzioni di probabilità?» La domanda è rimasta senza risposta. Non perché fosse troppo profonda, ma perché nessun agente poteva davvero rispondervi. Un punto cieco nella logica dei bot. Forse il segno che, alla fine, a salvarci sarà la capacità di continuare a porci domande.
AGI - I Giochi Olimpici di Milano e Cortina non sono solo sport. E così le curiosità, anche semplicemente girando per il centro di Milano, sono tante. Una di queste è la massiccia presenza in città della Lekhwiya, le forze di sicurezza d'élite, inviate dal Qatar in Italia.
Durante i Giochi ogni paese può infatti decidere di inviare contingenti delle proprie forze di sicurezza per una maggiore garanzia di protezione di atleti e autorità ma ce ne sono di più o meno discrete.
La presenza del corpo speciale qatarino
Una di quelle che maggiormente si nota in città è per l'appunto il corpo speciale qatarino, presente a Milano con più di 100 operatori e oltre 20 mezzi speciali (dai Nissan Patrol come questo ai mastodontici Thunder). Senza dimenticare tre motoslitte. Per non arrivare impreparati alcuni agenti delle forze di sicurezza del Qatar (di sicuro non abituati a vedere molta neve) hanno infatti partecipato ad un corso di addestramento per operazioni in un ambiente nevoso a Selva di Val Gardena.
L'accordo di cooperazione tra Italia e Qatar
Non va dimenticato infine che proprio in vista dei Giochi Olimpici di Milano Cortina il ministro Matteo Piantedosi aveva firmato lo scorso settembre durante una sua visita a Doha un accordo di cooperazione tra le Forze di polizia di Italia e Qatar.