Pugni, calci e martellate a un poliziotto a Torino negli scontri per Askatasuna, Meloni: “Nemici dello Stato”

Un agente è rimasto ferito durante gli scontri al corteo per Askatasuna a Torino: il poliziotto è stato accerchiato da un gruppo di violenti, che hanno iniziato a picchiarlo con pugni e calci, mentre l'uomo si trovava a terra. Meloni: "Non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato". Mattarella chiama Piantedosi per esprimere solidarietà all'agente aggredito.

Torino, scontri al corteo per Askatasuna: bombe carta e lacrimogeni. Meloni: “Nemici dello Stato”

AGI - Scontri a Torino all'altezza di Askatasuna, con i manifestanti che hanno lanciato bombe carta verso la polizia. Gli agenti hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni. 

I manifestanti sono giunti in corso Regina Margherita, cominciando un fitto lancio di bombe carte, pietre, bottiglie e altri oggetti. Gli agenti hanno risposto con lacrimogeni e idrante. Sulla carreggiata è stato anche appiccato un incendio. A oltre mezz'ora dal primo attacco continuano i lanci di oggetti e petardi. Un uomo, non ancora identificato, si trova per terra con sangue alla testa in corso Regina Margherita, forse colpito da una pietra.

Un agente è stato colpito alla gamba ed è stato accompagnato nelle retrovie dai colleghi. Durante gli scontri è andata, inoltre, in fiamme anche una camionetta della Polizia. 

Sono 11, ma il numero è solo provvisorio, le persone rimaste ferite nel pomeriggio a Torino, durante gli scontri scoppiati al corteo per Askatasuna, con la polizia che ha fermato una decina di manifestanti.

Tra i feriti anche un agente che, come mostra alcune immagini video, è stato accerchiato e picchiato da un gruppo di manifestanti, anche quando l'uomo era per terra. Provvidenziale l'arrivo di un collega, che ha allontanato l'agente, poi medicato. Nato 29 anni fa a Pescara, sposato e con un figlio, è in forze al reparto mobile di Padova, ed ha riportato contusioni multiple: a quanto si apprende, non versa in gravi condizioni nonostante le molteplici martellate ricevute.

La Rai ha denunciato una "gravissima aggressione subita oggi a Torino dalla giornalista Bianca Leonardi e dal suo filmmaker, appartenenti alla troupe del programma "Far West", da parte di gruppi antagonisti, incappucciati, nel corso del corteo per la riapertura di Askatasuna".

Il corteo era partito dalla stazione Porta Nuova per protestare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di un mese fa. "Siamo 15mila", hanno detto i manifestanti.

Ingenti le forze di polizia, con alcune camionette che hanno vietato l'accesso alle vie che conducono alla vicina Sinagoga, nel quartiere di San Salvario. Numerose le bandiere palestinesi, con i manifestanti che urlano "Palestina Libera".

"Askatasuna vuol dire libertà, Askatasuna siamo tutti noi, siamo solo all'inizio". Hanno commentato gli antagonisti. "Gli scioperi e i 'blocchiamo tutto' - dicono i manifestanti - sono stati solo un assaggio di quello che il popolo può fare".

Mattarella sente Piantedosi, "solidarietà alle Forze dell'ordine"

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a quanto si apprende dal Quirinale ha chiamato il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi per chiedergli di trasmettere la sua solidarietà all'agente aggredito e a tutti gli agenti delle Forze dell'ordine che hanno subito violenze nel pomeriggio di scontri a Torino durante il corteo per Askatasuna.

Meloni, grave e inaccettabile; nemici dello Stato

"Quanto accaduto oggi a Torino, durante il corteo degli antagonisti contro lo sgombero dello stabile Askatasuna, è grave e inaccettabile. Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze, incendi, lanci di bombe carta e aggressioni organizzate, fino a colpire un blindato della Polizia. Le immagini dell'agente aggredito parlano da sole: non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato". Così la premier Giorgia Meloni sui fatti di oggi pomeriggio.

"A farne le spese - prosegue - sono state le Forze dell'ordine, costrette a fronteggiare una vera guerriglia urbana, e alcuni giornalisti, aggrediti mentre svolgevano il loro lavoro. A loro va la mia piena solidarietà, insieme a quella ai cittadini danneggiati, che hanno pagato il prezzo di una violenza cieca e deliberata. Questi non sono dissenso nè protesta: sono aggressioni violente con l'obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni".

Il Governo, sottolinea il presidente del Consiglio, "ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l'impunità. Ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende. Difendere la legalità non è una provocazione: è un dovere. Lo Stato non arretra di fronte alla violenza di finti rivoluzionari abituati all'impunità e sta, senza ambiguità, dalla parte di chi indossa una divisa, di chi fa informazione e di chi rispetta le regole della convivenza civile".

Piantedosi, ecco chi sono violenti e chi li difende

"Quanto accaduto a Torino conferma chi sono i veri violenti e chi rappresenta l'autentico pericolo per la convivenza civile e per la nostra democrazia: gli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente anche grazie a coperture politiche ben identificabili.
Anche in questa occasione, ascolteremo a sinistra ipocriti e surreali ragionamenti tesi a minimizzare le responsabilità di questi delinquenti. Ci saranno i consueti distinguo tra la bontà della causa per cui si è manifestato rispetto a pochi manifestanti intemperanti che vanno 'compresi' ma non condannati. Probabilmente oggi come ieri per qualche benpensante vanno difesi perché, anche se sbagliano, sono pur sempre compagni di lotta". Lo dichiara il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi.

Piantedosi, urgenti nuovi strumenti contro violenti

"Le immagini del vigliacco e infame pestaggio di un poliziotto da parte di questi squadristi rossi confermano l'urgenza di ricorrere a nuovi e più forti strumenti per sconfiggere i violenti e i delinquenti che si nascondono dietro i movimenti ed il diritto di manifestare. La settimana prossima sarà quella in cui discuteremo e lavoreremo per proporre nuove norme anche per questo". Lo scrive su X il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, in merito agli incidenti di Torino. "Sarà anche l'occasione - prosegue - per vedere chi sta veramente dalla parte dello Stato e di chi lo rappresenta. Con i fatti e non solo a chiacchiere. Intanto lavoreremo perché questa vile aggressione non resti impunita ed abbia la risposta che merita da parte dallo Stato. La Repubblica italiana ha già sconfitto il terrorismo e sconfiggerà anche questo movimento antagonista ormai chiaramente eversivo". 

 

 

 

 

 

Poliziotto isolato e picchiato da antagonisti incappucciati, colpito con un martello

AGI - Durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, a Torino, un agente rimasto isolato è stato accerchiato e aggredito da un gruppo di manifestanti incappucciati, riportando ferite prima di essere soccorso da un collega.

In un video diffuso dall'ex senatore Stefano Esposito sui social e ripreso anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, che lo ha pubblicato su Twitter, si vedono i momenti della brutale aggressione subita dall'agente di polizia che aveva perso anche il casco della divisa.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia

Più emisfero occidentale e Dottrina Monroe, meno AsiaPacifico e confronto diretto con Cina e Russia. La nuova strategia di difesa del Pentagono segue la strada tracciata dal documento di sicurezza nazionale pubblicato dalla Casa Bianca qualche mese fa, fornendo però maggiori dettagli operativi. Il testo, pubblicato in un momento politicamente delicatissimo e alla vigilia di un atteso vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per aprile, conferma la presenza di un’America diversa da quella degli ultimi 10 anni: meno ideologica, più transazionale, concentrata su se stessa e sul proprio vicinato. In sostanza, decisamente meno incline a sostenere il peso della sicurezza altrui così come ha fatto finora. Non a caso, il documento del Pentagono sta alimentando non poche inquietudini in Asia orientale, soprattutto tra gli alleati degli Stati Uniti.

Un linguaggio improntato alla stabilità strategica

Il tratto più evidente della nuova strategia è il tono insolitamente conciliante nei confronti di Pechino. La Cina non viene più descritta come una minaccia esistenziale o come la «sfida prioritaria» del lungo periodo, etichetta che compariva esplicitamente sia nella strategia di sicurezza nazionale del primo Trump nel 2017 sia, con ancora maggiore forza, in quella dell’amministrazione Biden nel 2022. Al suo posto emerge un linguaggio improntato alla gestione del rischio, alla stabilità strategica e alla ricerca di un equilibrio accettabile per entrambe le parti. L’obiettivo dichiarato è ridurre le tensioni militari nell’IndoPacifico, ampliare i canali di comunicazione tra le forze armate statunitensi e l’Esercito popolare di liberazione e prevenire incidenti o escalation involontarie.

Segnali di distensione su dossier sensibili come TikTok

Questo cambio di registro è coerente con le politiche di Trump degli ultimi mesi. La Casa Bianca sembra aver deciso di dare priorità alla dimensione economica del rapporto con la Cina, cercando una tregua commerciale che consenta a Trump di presentarsi all’elettorato come il presidente capace di “fare accordi” anche con il principale rivale globale. Non a caso, la pubblicazione della strategia è arrivata a ridosso di segnali di distensione su dossier sensibili come TikTok e l’export di tecnologie avanzate. Dal punto di vista americano, ridurre la retorica ostile e abbassare il profilo militare può facilitare il dialogo economico. Dal punto di vista asiatico, però, il messaggio rischia di essere letto come un allentamento dell’impegno strategico degli Stati Uniti nella regione.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
Il quartier generale di TikTok a Los Angeles (foto Ansa).

A Taipei sono preoccupati dal silenzio degli Stati Uniti

Il silenzio su Taiwan è l’aspetto di maggiore discontinuità retorica. Nel nuovo documento del Pentagono l’isola non viene mai citata esplicitamente, né come partner, né come potenziale teatro di crisi. È una scelta che contrasta in modo netto con la strategia del 2022, in cui Taiwan e lo Stretto comparivano ben sette volte, inseriti chiaramente nel quadro della competizione strategica con Pechino. Oggi resta un riferimento indiretto alla «prima catena di isole» e alla necessità di costruire una deterrenza per negare eventuali aggressioni, ma senza mai nominare l’oggetto principale di quella deterrenza. A Taipei questo silenzio viene interpretato da molti come un segnale preoccupante: non un abbandono formale, ma una retrocessione delle priorità, che rende la difesa dell’isola meno centrale e più condizionata da valutazioni contingenti. Per esempio, la fornitura di chip.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
Militari taiwanesi (foto Ansa).

L’ambiguità strategica, che per decenni ha caratterizzato la politica americana su Taiwan, appare ora più forte che mai. Trump, a differenza di Biden, non ha mai dichiarato esplicitamente che gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in caso di attacco cinese. E il nuovo documento non colma questo vuoto. Anzi, rafforza l’idea che la difesa della prima catena di isole debba poggiare in misura crescente sulle spalle degli alleati regionali.

Taiwan isolata sul piano diplomatico ed esposta alle pressioni

Per Taipei questo significa una cosa molto concreta: aumentare esponenzialmente gli acquisti di armi dagli Usa (sperando così di ottenere maggiore attenzione da Trump), ma anche accelerare la costruzione di una deterrenza autonoma, investire in capacità asimmetriche e prepararsi all’eventualità che l’aiuto americano non sia automatico né immediato. A Taipei si teme uno scenario in cui gli Stati Uniti continuano a fornire armi e supporto tecnico, ma riducono il livello di impegno politico esplicito, rendendo Taiwan più isolata sul piano diplomatico e più esposta alle pressioni. Un processo che indebolirebbe la capacità dell’isola di mobilitare consenso e sostegno internazionale in caso di crisi.

L’ombrello americano non è più percepito come affidabile

Direttamente coinvolto il Giappone, soprattutto dopo che la premier Sanae Takaichi ha dichiarato che Tokyo potrebbe intervenire direttamente in caso di azione militare contro Taiwan. La prima reazione giapponese alla nuova strategia del Pentagono riguarda la percezione di affidabilità dell’ombrello americano. Per decenni, la deterrenza americana in Asia orientale si è basata sulla chiarezza politica dell’impegno, oltre che su una superiorità militare che ora è peraltro sempre più messa in discussione.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
La prima ministra giapponese Takaichi Sanae (foto Ansa).

Il linguaggio sulla “condivisione del peso” e sul ruolo più limitato degli Stati Uniti suggerisce che l’intervento americano non sia più scontato, ma dipenda sempre di più dal comportamento, dagli investimenti e dalla postura degli alleati stessi. Questo elemento pesa enormemente nel dibattito strategico giapponese. Il Giappone è già impegnato in una svolta storica della propria politica di difesa, con l’aumento della spesa militare, l’acquisizione di capacità di contro-attacco e una revisione sostanziale della dottrina pacifista del Dopoguerra.

Tokyo ha perso l’allineamento con Washington sui valori condivisi

Sin qui, queste scelte erano state concepite come un rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, non come una loro alternativa. L’idea che Washington possa progressivamente ridurre il proprio impegno diretto nella regione trasforma invece il riarmo giapponese in una necessità esistenziale, più che in un contributo complementare. Un altro aspetto chiave riguarda la scomparsa della retorica ideologica dalla strategia americana. Per Tokyo, che ha spesso legittimato il proprio allineamento a Washington anche in termini di valori condivisi e di difesa dell’ordine liberale, questo cambiamento è destabilizzante.

Anche la Corea del Sud spaventata per il disimpegno del Pentagono

Apertamente preoccupata anche la Corea del Sud. La strategia del Pentagono parla esplicitamente di un «ruolo più limitato» degli Stati Uniti nella deterrenza della Corea del Nord e lascia intendere che Seul debba assumersi la responsabilità primaria della propria difesa. In termini pratici, questo apre la strada a un ridimensionamento della presenza militare americana sulla penisola coreana, inclusi soldati e asset strategici che per decenni hanno rappresentato il pilastro della sicurezza del Paese.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
Proteste in Corea del Sud contro le tariffe di Trump (foto Ansa).

Secondo l’amministrazione Trump, la Corea del Sud è una potenza militare avanzata con una spesa per la difesa elevata, un’industria bellica sofisticata e una capacità di mobilitazione notevole. Dunque, in grado di fare maggiormente da sola. Ma per Seul il problema è anche strategico. La folta presenza americana in Corea del Sud è sempre stata un segnale inequivocabile a Pyongyang e a Pechino dell’impegno statunitense. Ridurla significa introdurre ulteriori margini di incertezza, in una regione che sente il rischio di venire potenzialmente esposta a inedite turbolenze.