Più emisfero occidentale e Dottrina Monroe, meno Asia–Pacifico e confronto diretto con Cina e Russia. La nuova strategia di difesa del Pentagono segue la strada tracciata dal documento di sicurezza nazionale pubblicato dalla Casa Bianca qualche mese fa, fornendo però maggiori dettagli operativi. Il testo, pubblicato in un momento politicamente delicatissimo e alla vigilia di un atteso vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per aprile, conferma la presenza di un’America diversa da quella degli ultimi 10 anni: meno ideologica, più transazionale, concentrata su se stessa e sul proprio vicinato. In sostanza, decisamente meno incline a sostenere il peso della sicurezza altrui così come ha fatto finora. Non a caso, il documento del Pentagono sta alimentando non poche inquietudini in Asia orientale, soprattutto tra gli alleati degli Stati Uniti.
Un linguaggio improntato alla stabilità strategica
Il tratto più evidente della nuova strategia è il tono insolitamente conciliante nei confronti di Pechino. La Cina non viene più descritta come una minaccia esistenziale o come la «sfida prioritaria» del lungo periodo, etichetta che compariva esplicitamente sia nella strategia di sicurezza nazionale del primo Trump nel 2017 sia, con ancora maggiore forza, in quella dell’amministrazione Biden nel 2022. Al suo posto emerge un linguaggio improntato alla gestione del rischio, alla stabilità strategica e alla ricerca di un equilibrio accettabile per entrambe le parti. L’obiettivo dichiarato è ridurre le tensioni militari nell’Indo–Pacifico, ampliare i canali di comunicazione tra le forze armate statunitensi e l’Esercito popolare di liberazione e prevenire incidenti o escalation involontarie.
Segnali di distensione su dossier sensibili come TikTok
Questo cambio di registro è coerente con le politiche di Trump degli ultimi mesi. La Casa Bianca sembra aver deciso di dare priorità alla dimensione economica del rapporto con la Cina, cercando una tregua commerciale che consenta a Trump di presentarsi all’elettorato come il presidente capace di “fare accordi” anche con il principale rivale globale. Non a caso, la pubblicazione della strategia è arrivata a ridosso di segnali di distensione su dossier sensibili come TikTok e l’export di tecnologie avanzate. Dal punto di vista americano, ridurre la retorica ostile e abbassare il profilo militare può facilitare il dialogo economico. Dal punto di vista asiatico, però, il messaggio rischia di essere letto come un allentamento dell’impegno strategico degli Stati Uniti nella regione.

A Taipei sono preoccupati dal silenzio degli Stati Uniti
Il silenzio su Taiwan è l’aspetto di maggiore discontinuità retorica. Nel nuovo documento del Pentagono l’isola non viene mai citata esplicitamente, né come partner, né come potenziale teatro di crisi. È una scelta che contrasta in modo netto con la strategia del 2022, in cui Taiwan e lo Stretto comparivano ben sette volte, inseriti chiaramente nel quadro della competizione strategica con Pechino. Oggi resta un riferimento indiretto alla «prima catena di isole» e alla necessità di costruire una deterrenza per negare eventuali aggressioni, ma senza mai nominare l’oggetto principale di quella deterrenza. A Taipei questo silenzio viene interpretato da molti come un segnale preoccupante: non un abbandono formale, ma una retrocessione delle priorità, che rende la difesa dell’isola meno centrale e più condizionata da valutazioni contingenti. Per esempio, la fornitura di chip.

L’ambiguità strategica, che per decenni ha caratterizzato la politica americana su Taiwan, appare ora più forte che mai. Trump, a differenza di Biden, non ha mai dichiarato esplicitamente che gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in caso di attacco cinese. E il nuovo documento non colma questo vuoto. Anzi, rafforza l’idea che la difesa della prima catena di isole debba poggiare in misura crescente sulle spalle degli alleati regionali.
Taiwan isolata sul piano diplomatico ed esposta alle pressioni
Per Taipei questo significa una cosa molto concreta: aumentare esponenzialmente gli acquisti di armi dagli Usa (sperando così di ottenere maggiore attenzione da Trump), ma anche accelerare la costruzione di una deterrenza autonoma, investire in capacità asimmetriche e prepararsi all’eventualità che l’aiuto americano non sia automatico né immediato. A Taipei si teme uno scenario in cui gli Stati Uniti continuano a fornire armi e supporto tecnico, ma riducono il livello di impegno politico esplicito, rendendo Taiwan più isolata sul piano diplomatico e più esposta alle pressioni. Un processo che indebolirebbe la capacità dell’isola di mobilitare consenso e sostegno internazionale in caso di crisi.
L’ombrello americano non è più percepito come affidabile
Direttamente coinvolto il Giappone, soprattutto dopo che la premier Sanae Takaichi ha dichiarato che Tokyo potrebbe intervenire direttamente in caso di azione militare contro Taiwan. La prima reazione giapponese alla nuova strategia del Pentagono riguarda la percezione di affidabilità dell’ombrello americano. Per decenni, la deterrenza americana in Asia orientale si è basata sulla chiarezza politica dell’impegno, oltre che su una superiorità militare che ora è peraltro sempre più messa in discussione.

Il linguaggio sulla “condivisione del peso” e sul ruolo più limitato degli Stati Uniti suggerisce che l’intervento americano non sia più scontato, ma dipenda sempre di più dal comportamento, dagli investimenti e dalla postura degli alleati stessi. Questo elemento pesa enormemente nel dibattito strategico giapponese. Il Giappone è già impegnato in una svolta storica della propria politica di difesa, con l’aumento della spesa militare, l’acquisizione di capacità di contro-attacco e una revisione sostanziale della dottrina pacifista del Dopoguerra.
Tokyo ha perso l’allineamento con Washington sui valori condivisi
Sin qui, queste scelte erano state concepite come un rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, non come una loro alternativa. L’idea che Washington possa progressivamente ridurre il proprio impegno diretto nella regione trasforma invece il riarmo giapponese in una necessità esistenziale, più che in un contributo complementare. Un altro aspetto chiave riguarda la scomparsa della retorica ideologica dalla strategia americana. Per Tokyo, che ha spesso legittimato il proprio allineamento a Washington anche in termini di valori condivisi e di difesa dell’ordine liberale, questo cambiamento è destabilizzante.
Anche la Corea del Sud spaventata per il disimpegno del Pentagono
Apertamente preoccupata anche la Corea del Sud. La strategia del Pentagono parla esplicitamente di un «ruolo più limitato» degli Stati Uniti nella deterrenza della Corea del Nord e lascia intendere che Seul debba assumersi la responsabilità primaria della propria difesa. In termini pratici, questo apre la strada a un ridimensionamento della presenza militare americana sulla penisola coreana, inclusi soldati e asset strategici che per decenni hanno rappresentato il pilastro della sicurezza del Paese.

Secondo l’amministrazione Trump, la Corea del Sud è una potenza militare avanzata con una spesa per la difesa elevata, un’industria bellica sofisticata e una capacità di mobilitazione notevole. Dunque, in grado di fare maggiormente da sola. Ma per Seul il problema è anche strategico. La folta presenza americana in Corea del Sud è sempre stata un segnale inequivocabile a Pyongyang e a Pechino dell’impegno statunitense. Ridurla significa introdurre ulteriori margini di incertezza, in una regione che sente il rischio di venire potenzialmente esposta a inedite turbolenze.
