Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra

Sicurezza e scorte strategiche. Sono due delle parole chiave che emergono dal nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Cina. Il pensiero va subito all’energia e al petrolio, soprattutto dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Medio Oriente, oppure alla tecnologia e ai microchip, per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Tutto giusto, ma quelle due parole chiave vanno applicate anche a un altro ambito, snodo cruciale della competizione tra Pechino e gli Usa: le terre rare.

Serve un rafforzamento durante turbolenze e incertezze globali

Nel piano quinquennale, approvato durante le recenti “due sessioni” dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo, la Cina pone la «sicurezza dei materiali strategici» sullo stesso livello della sicurezza energetica e alimentare. Questo cambiamento riflette la consapevolezza che, in tempi di turbolenze e incertezze globali, il controllo delle materie prime critiche equivale al controllo delle tecnologie, della produzione industriale avanzata. E, dunque, anche del potere politico.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Il rafforzamento dell’approvvigionamento interno e la creazione di scorte strategiche sono il risultato di una strategia di lungo periodo che Pechino porta avanti da almeno due decenni. Già dallo scorso decennio e dalla prima guerra commerciale lanciata da Donald Trump, la leadership cinese ha identificato con precisione quelli che definisce i «punti deboli» della propria catena di approvvigionamento: la dipendenza da tecnologie straniere, l’esposizione a controlli all’export imposti da altri Paesi e la vulnerabilità a shock geopolitici.

Accumulare risorse minerarie fa parte di una precisa strategia

Allo stesso tempo, Pechino ritiene di avere un’arma fondamentale: le terre rare, appunto. La scelta di accumulare risorse minerarie e rafforzare la produzione domestica è una logica conseguenza di una strategia portata avanti da tempo. Questi elementi, fondamentali per la produzione di magneti permanenti, semiconduttori, batterie e sistemi militari avanzati, sono alla base dell’intera economia digitale e della transizione energetica.

Pechino controlla la produzione globale e anche la raffinazione

Il fatto che la Cina controlli circa il 70 per cento della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione le conferisce un vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. Si tratta di un dominio costruito nel tempo con politiche industriali aggressive, investimenti massicci e una pianificazione statale che ha progressivamente integrato l’intera filiera: estrazione, raffinazione, trasformazione, spedizione. Il tutto anche a costo di un impatto ambientale tutt’altro che banale.

Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno, ma…

Ora Pechino punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, già fondamentale per raggiungere la tregua commerciale con Trump e ottenere concessioni dalla Casa Bianca su dazi e restrizioni all’export di software tech. Il programma cinese segue un doppio binario: diversificare le fonti di approvvigionamento estero (soprattutto attraverso accordi con Paesi africani e altre economie emergenti ricche di risorse naturali), ma anche aumentare la capacità interna di estrazione, lavorazione e stoccaggio, creando una sorta di “cuscinetto strategico” contro eventuali interruzioni delle forniture globali. Come già accade sul commercio, Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno senza però rinunciare a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
L’incontro fra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 (foto Ansa).

La dipendenza occidentale dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità strutturale che Pechino è perfettamente consapevole di poter sfruttare. Complice la recente diminuzione delle esportazioni, gli Stati Uniti dispongono di scorte limitate e potrebbero affrontare carenze critiche in caso di ulteriori restrizioni, con conseguenze dirette sulla produzione di sistemi militari avanzati e tecnologie strategiche.

Trump sigla accordi con Paesi alleati, a partire dal Giappone

In questo senso, le terre rare diventano un efficace strumento di “leva geopolitica”, capace di influenzare mercati ed equilibri globali. Quantomeno fino a quando Washington non sarà in grado di erodere quella dipendenza, come sta provando a fare Trump siglando ambiziosi accordi con una serie di Paesi alleati, a partire dal Giappone.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente americano Donald Trump con la premier giapponese Sanae Takaichi (foto Ansa).

La strategia cinese si basa anche su una logica economica ben precisa: massimizzare il valore aggiunto interno. Il sistema fiscale incentiva l’esportazione di prodotti finiti piuttosto che di materie prime o semilavorati. Questo significa che la Cina vuole continuare a essere il principale produttore di terre rare, ma intende dominare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di componenti fino ai prodotti finali come veicoli elettrici, dispositivi elettronici e sistemi di difesa. In questo modo, Pechino non solo controlla le risorse, ma cattura anche la maggior parte dei profitti associati alla loro trasformazione.

Gli altri Stati accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative

Si tratta però di una strategia non priva di rischi. Più la Cina spinge sulle terre rare e più gli altri Paesi accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative. Pechino non pare farsi condizionare. La costruzione di nuove catene di approvvigionamento richiederà tempo e ingenti investimenti, ma è inevitabile nel lungo periodo. Xi crede allora che valga la pena massimizzare i vantaggi fino a quando la Cina si trova in una posizione di forza così evidente. C’è peraltro chi è convinto che la guerra in Medio Oriente possa aver offerto a Pechino una nuova leva strategica nei confronti di Washington. Le terre rare, in particolare quelle pesanti come disprosio e terbio, sono infatti utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, sistemi radar, componenti per la guida dei missili e sistemi di propulsione fondamentali nelle armi avanzate statunitensi.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Donald Trump col segretario della Difesa Pete Hegseth (foto Ansa).

Attesa per i prossimi colloqui di metà maggio

Secondo il South China Morning Post, la forte dipendenza di Washington dai minerali cinesi per i suoi sistemi d’arma avanzati significa che Pechino potrebbe di fatto influenzare la durata degli attacchi statunitensi contro l’Iran. È assai probabile che il dossier sia al centro dei prossimi colloqui commerciali tra Pechino e Washington. Soprattutto in vista del summit tra Xi e Donald Trump, posticipato a metà maggio proprio a causa del conflitto.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni

In Cina continuano a cadere alti funzionari del Partito comunista. Ed è lo stesso destino di diverse tigri, come vengono tradizionalmente definiti gli alti ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Quattro nomi entrati forse di rado nelle cronache dei media occidentali sono Jiang Chaoliang, Ma Fengsheng, Liu Guozhi e Hu Henghua. Eppure si tratta di figure rilevanti del sistema di potere cinese. I loro guai sono ancora più significativi se inseriti nel contesto attuale, che ha visto appena un paio di mesi fa la clamorosa apertura di un’indagine contro Zhang Youxia, il generale più alto in grado del Paese e numero due della Commissione militare centrale guidata dal presidente Xi Jinping. L’impressione complessiva è quella di un sistema entrato in una fase di pressione permanente, in cui la campagna anticorruzione è uno strumento di rettifica, ma anche una componente strutturale del funzionamento del potere politico della leadership.

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L’uomo associato alla (male)gestione della pandemia di Covid-19

Partiamo da Jiang Chaoliang, ex segretario del Partito nello Hubei durante le prime fasi della pandemia di Covid-19. Si tratta proprio della provincia che ha come capoluogo Wuhan, che per prima ha vissuto le conseguenze della diffusione del virus. Ma Jiang è molto di più. La sua figura appartiene alla generazione di quadri che hanno accompagnato la trasformazione della Cina da economia pianificata a sistema ibrido dominato da grandi istituzioni finanziarie statali.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Jiang Chaoliang (Ansa).

La sua carriera all’interno della Agricultural Bank of China negli Anni 90 lo ha collocato in uno dei nodi cruciali della ristrutturazione del sistema bancario cinese, un settore che per decenni ha rappresentato uno dei principali bacini di accumulazione di potere e di rendite. Il fatto che le accuse odierne risalgano proprio a quel periodo non è forse del tutto casuale: riflette la volontà delle autorità di ricostruire intere traiettorie di carriera per dimostrare la continuità di comportamenti illeciti e, al tempo stesso, per inviare un messaggio chiaro a tutte le élite tecnocratiche cresciute in quel contesto.

Nel sistema cinese la caduta può essere differita nel tempo

Dopo l’esplosione della pandemia di Covid, Jiang era stato rimosso dalla guida dello Hubei: una scelta interpretata come una punizione per la gestione ritenuta inefficace dell’emergenza. Eppure la sua successiva ricollocazione in un incarico all’Assemblea nazionale del popolo aveva lasciato intendere che il sistema non lo considerasse definitivamente compromesso. L’incriminazione formale annunciata nei giorni scorsi ribalta quella lettura e diventa un esempio di come, nel sistema cinese, la caduta possa essere differita nel tempo e maturare attraverso una stratificazione di decisioni politiche.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
La stazione ferroviaria di Wuhan, nella provincia dello Hubei (foto Ansa).

L’ex funzionario che si è preso 14 anni di carcere per tangenti

Negli stessi giorni dell’incriminazione di Jiang è arrivata la condanna per Ma Fengsheng, ex funzionario della provincia del Qinghai. A Ma è stata comminata una pena di 14 anni di carcere per aver accettato oltre 40 milioni di yuan (circa 5,3 milioni di euro) in tangenti tra il 2001 e il 2023. La sua vicenda mette in luce la profondità e la durata delle pratiche di corruzione all’interno di ambiti chiave come la gestione dei contratti pubblici. A peggiorare la sua situazione, Ma ha operato in settori che erano al centro della narrazione politica del Partito, in particolare la campagna per l’eliminazione della povertà estrema, presentata come uno dei successi più importanti dell’era Xi.

Già l’11esimo profilo di alto livello condannato nel 2026

Il fatto che proprio questi ambiti d’azione siano stati utilizzati per fini personali evidenzia una contraddizione strutturale: le politiche più ambiziose e dotate di risorse sono anche quelle più esposte a distorsioni e abusi. La carriera di Ma, interamente sviluppata nel Qinghai, segnala anche che le reti di potere locali possono consolidarsi nel tempo, intrecciando funzioni amministrative, relazioni personali e controllo delle risorse. Il fatto che sia già l’11esimo funzionario di alto livello condannato nel 2026 rafforza l’idea di una campagna che procede con ritmo serrato e con una logica quasi seriale.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Militari dell’esercito cinese (foto Ansa).

Il sindaco della megalopoli che era sparito dagli incontri ufficiali

Colpita anche Chongqing, una delle quattro municipalità direttamente controllate dal governo centrale e nodo fondamentale per l’economia e la governance della Cina. La Commissione centrale per l’ispezione disciplinare ha annunciato un’indagine contro Hu Henghua, sindaco della megalopoli. Le autorità hanno utilizzato la formula standard delle “gravi violazioni della disciplina e della legge” dopo settimane in cui Hu non appariva a incontri ufficiali.

Colpiti anche politici ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere

È un modus operandi riconoscibile: sparizione dalla scena pubblica, diffusione di indiscrezioni, infine conferma ufficiale dell’inchiesta. Nel caso di Hu, pesa anche un precedente disciplinare legato alla gestione di questioni di sicurezza edilizia, segno che il suo profilo era già sotto osservazione. La sua caduta indica che la campagna non si limita a colpire figure già marginalizzate, ma può investire anche funzionari ancora pienamente inseriti nelle strutture di potere.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Scene dal 14esimo congresso del Partito comunista cinese (foto Ansa).

Nel mirino uno dei principali scienziati militari cinesi

Ancora più delicato è forse il caso di Liu Guozhi. Per lui manca una formalizzazione giudiziaria, ma è già arrivato un segnale tipicamente politico: la rimozione del suo profilo dal sito della Chinese Academy of Sciences (Cas). In un sistema in cui la visibilità istituzionale è parte integrante dello status, la cancellazione da un elenco ufficiale equivale a una forma di delegittimazione. Silenziosa, ma potentissima. Liu è uno dei principali scienziati militari cinesi, con un ruolo centrale nello sviluppo di tecnologie avanzate come le armi a microonde ad alta potenza e con una carriera che lo ha portato ai vertici della Commissione per la scienza e la tecnologia della Commissione militare centrale.

Il focus si sposta verso settori altamente tecnologici e strategici

La sua scomparsa dal sito della Cas si inserisce in una sequenza più ampia di rimozioni e dimostra che la campagna di rettifica si è estesa dalle forze armate tradizionali al cuore dell’apparato militare-industriale, colpendo diversi scienziati e ingegneri di alto livello. Questo è un passaggio cruciale: nei primi anni della leadership di Xi l’attenzione era concentrata soprattutto su funzionari politici e amministrativi, ora il focus sembra spostarsi verso settori altamente tecnologici e strategici.

Le purghe infinite di Xi in Cina: cosa c’è dietro la nuova raffica di rimozioni
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Una manovra politico-disciplinare molto profonda

Insomma, chi pensava che con l’indagine contro Zhang Youxia si fosse arrivati al termine della campagna di Xi stava sbagliando. D’altronde, le recenti “due sessioni”, il grande appuntamento politico annuale che riunisce l’Assemblea nazionale del popolo e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese, hanno fornito un chiaro indicatore della profondità della manovra politico-disciplinare. Alla vigilia dell’evento, è stato revocato il mandato a decine di rappresentanti, tra cui un numero insolitamente elevato di ufficiali dell’esercito popolare di liberazione. Per la precisione, sono decaduti 19 deputati dell’Assemblea nazionale e 15 membri della Conferenza consultiva: tra di loro c’erano almeno 13 alti generali.

Ridefinizione degli equilibri attraverso una sostituzione accelerata delle élite

I numeri e le figure coinvolte, a partire da quella di Zhang Youxia, rivelano che dietro la “semplice” campagna di rettificazione c’è qualcosa di più profondo: una ridefinizione degli equilibri tra Partito ed esercito attraverso una sostituzione accelerata delle élite. Il tutto in vista del XXI Congresso del 2027, snodo cruciale e potenzialmente storico per la leadership di Xi.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano

Sotto la patina delle industrie dorate del K-Pop e del K-Drama, in Corea del Sud c’è un sottobosco fatto di miseria e disperazione. Realtà e storie raccontate da serie e film come Squid Game o Parasite, che assumono drammaticamente forma di fronte a dati e numeri. Secondo un report del Seoul Financial Welfare Counseling Center, gli over 60 sono i più colpiti dalle procedure di bancarotta personale nella Capitale sudcoreana. Si tratta di una tendenza strutturale che riflette cambiamenti profondi nella società, nel mercato del lavoro e nel sistema di welfare del Paese. La vecchiaia, che in molte società industrializzate è associata a una relativa stabilità economica garantita da pensioni e risparmi, in Corea del Sud si trasforma sempre più spesso in una fase di estrema vulnerabilità.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Un cartellone dei BTS a Seul (Ansa).

Se fare debiti è l’unico modo di tirare avanti

Ogni numero racconta una storia, ma dietro le statistiche ci sono persone che hanno lavorato per decenni durante il boom economico, contribuendo alla costruzione di una delle economie più avanzate al mondo, e che oggi si ritrovano a fare i conti con una vecchiaia segnata dall’incertezza. Proprio come raccontato in maniera tragica e paradossale da Squid Game, per molti di loro il debito è l’unica risposta possibile a una quotidianità in cui il reddito non basta e ogni imprevisto può trasformarsi in una caduta senza ritorno.

L’84 per cento di chi è in bancarotta è disoccupato

A volte è quasi difficile distinguere tra finzione e realtà. Nella serie i partecipanti accettano di entrare nel gioco perché non vedono alternative ai debiti, arrivando a mettere in palio la loro sopravvivenza. Nella vita reale sono sempre più numerosi gli anziani sudcoreani che si trovano intrappolati in un sistema economico che lascia loro pochissime vie d’uscita. Ma, a differenza della serie, non ci sono premi o possibilità di riscatto. Uno degli elementi centrali di questa crisi è l’instabilità occupazionale. Oltre l’84 per cento di chi ha presentato domanda di bancarotta risulta disoccupato, una percentuale che cresce ulteriormente tra gli ultrasessantenni. Chi lavora spesso si barcamena tra lavori precari, temporanei o sottopagati, senza alcuna garanzia di continuità o protezione sociale. Questo dato rivela una verità scomoda: in Corea del Sud il lavoro non è più, di per sé, una garanzia contro la povertà, soprattutto in età avanzata.

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Lavoratrici sudcoreane (Ansa).

Il peso delle spese sanitarie per molti è insostenibile

Raramente la colpa è legata a spese superflue o investimenti sfortunati. La maggior parte dei debiti accumulati deriva da necessità di base: affitto, cibo, cure mediche. Nel 79,5 per cento dei casi, il reddito disponibile non è sufficiente a coprire le spese quotidiane. Questo significa che milioni di persone vivono in una condizione di deficit strutturale. A rendere il quadro ancora più drammatico è il peso delle spese sanitarie. L’invecchiamento comporta inevitabilmente un aumento delle malattie croniche e dei costi medici. Una percentuale significativa dei casi di bancarotta è infatti innescata da malattie o ricoveri ospedalieri.

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Visite in un ospedale di Seul (Ansa).

Il 40 per cento degli over 65 vive in povertà

Non è un caso che la Corea del Sud sia uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà tra gli anziani tra le economie avanzate. Quasi il 40 per cento delle persone sopra i 65 anni vive sotto la soglia di povertà relativa, un dato che supera di gran lunga la media dei Paesi OCSE. Si realizza dunque un apparente paradosso: un Paese ricco con anziani poveri. Eppure è il risultato di un sistema di welfare sviluppatosi tardivamente e in modo incompleto. Il sistema pensionistico nazionale, introdotto solo alla fine degli Anni 80, non riesce a garantire una copertura adeguata. Molti anziani hanno lavorato per decenni in condizioni informali o precarie, senza accumulare contributi sufficienti per una pensione dignitosa. Chi poi la pensione la percepisce, spesso non riesce a sbarcare il lunario visto il costo della vita soprattutto nelle grandi città come Seoul, dove il prezzo degli immobili e degli affitti è assai più alto rispetto al resto del Paese.

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Una scena di Parasite di Joon-ho Bong (Ansa).

Agli anziani ora manca il supporto familiare

A questo si aggiunge un tema socioculturale. Tradizionalmente, gli anziani in Corea del Sud potevano contare sul supporto familiare, in particolare dei figli. L’urbanizzazione, l’individualismo crescente e le difficoltà economiche delle nuove generazioni hanno indebolito questo modello. Sempre più anziani vivono da soli, tanto che secondo il Seoul Financial Welfare Counseling Center oltre il 70 per cento di chi richiede la bancarotta appartiene a nuclei unipersonali, del tutto privi di una rete di sostegno. Il miracolo economico degli scorsi decenni ha sollevato milioni di persone dalla povertà, ma ha anche prodotto nuove forme di precarietà e vulnerabilità. Il rischio, oggi, è quello di una frattura sociale sempre più profonda tra generazioni. Mentre i giovani affrontano disoccupazione, precarietà e difficoltà di accesso alla casa, gli anziani si trovano intrappolati in una spirale di debito e povertà. Una realtà oscura dietro la scintillante immagine del successo internazionale di una Corea del Sud il cui soft power continua a crescere.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Una scena di Parasite (Ansa).

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina

«La Cina deve aiutarci e inviare le sue navi da guerra, perché il 90 per cento del petrolio che riceve passa dallo Stretto di Hormuz». Parola di Donald Trump, nel suo “invito” a Pechino di fornire assistenza per garantire sicurezza alle rotte petrolifere del Medio Oriente. Volutamente o no, il presidente degli Stati Uniti ha dato però un dato errato. Quella percentuale si aggira infatti intorno al 45 per cento, circa la metà, ed è assai più bassa di quella che riguarda gli alleati asiatici degli Usa come Giappone e Corea del Sud, in entrambi i casi anche superiore al 90 per cento. La sensazione è che a Washington esagerino la portata dell’impatto della guerra sulla Cina, che vede senz’altro compromessi diversi interessi rilevanti, ma non vitali.

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Donald Trump e Xi Jinping (Ansa).

La resilienza energetica di Pechino

L’Iran e i Paesi del Golfo restano una fonte fondamentale per l’approvvigionamento di petrolio di Pechino, ma la struttura del sistema energetico cinese è molto più diversificata e resiliente di quanto si pensi. Partiamo dalla provenienza delle importazioni. Una quota significativa proviene sì dal Golfo Persico, ma la Cina ha progressivamente ampliato il numero di fornitori e le rotte di approvvigionamento. L’Arabia Saudita, l’Iraq e l’Iran restano partner importanti, ma non sono più gli unici pilastri del sistema di approvvigionamento. Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti con produttori africani, latinoamericani e con la Russia, che oggi rappresenta uno dei principali partner energetici del Paese. Si guarda anche a Brasile, Indonesia e Canada, in un mosaico di forniture che rende molto più complesso immaginare uno shock energetico immediato e totale provocato da una crisi regionale.

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina
Xi Jinping con Luiz Inacio Lula da Silva a Pechino (Ansa).

La rete di pipeline terrestri riduce la dipendenza dalle rotte marittime

Questo processo di diversificazione ha anche una dimensione infrastrutturale. La Cina ha sviluppato una rete crescente di oleodotti e gasdotti terrestri che riducono la dipendenza dalle rotte marittime. I collegamenti energetici con la Russia e con l’Asia centrale permettono di trasportare petrolio e gas direttamente via terra, aggirando i cosiddetti “colli di bottiglia” marittimi come Hormuz o lo Stretto di Malacca. In un eventuale scenario di crisi nel Golfo Persico, queste infrastrutture rappresenterebbero un canale alternativo fondamentale. Un lusso che vicini asiatici come Giappone e Corea del Sud non si possono permettere, visto che dipendono del tutto dalle importazioni via mare. Anche Seul, infatti, amministra un territorio che è insulare de facto, visto che l’unico confine terrestre è quello invalicabile con la Corea del Nord.

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Petroliere al porto di Tianjin (Ansa).

Il maxi progetto del gasdotto Power of Siberia 2

Proprio in tal senso, nel nuovo piano quinquennale 2026-2030 appena approvato da Pechino, compare la previsione del completamento dei «lavori preparatori per il percorso centrale del gasdotto Cina-Russia». Secondo molti analisti, si tratta di un riferimento implicito al Power of Siberia 2, il maxi progetto che punta a collegare i giacimenti della Siberia occidentale direttamente al mercato cinese attraverso la Mongolia, creando una delle più grandi infrastrutture energetiche del mondo. Il presidente russo Vladimir Putin ha promosso con forza questo progetto negli ultimi anni, presentandolo come il pilastro di una nuova architettura energetica eurasiatica. Finora, Xi Jinping aveva mantenuto un atteggiamento prudente senza dare il via libera definitivo. Il nuovo conflitto e l’instabilità del Medio Oriente potrebbero portare alla luce verde.

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina
Vladimir Putin e l’allora vice primo ministro cinese Zhang Gaoli all’inaugurazione del primo tratto del Power of Siberia in Yakuzia nel 2014 (Ansa).

Stoccaggi strategici e riserve petrolifere contro gli shock energetici

La Cina ha la possibilità di attutire l’impatto della crisi iraniana anche grazie alla sua capacità di stoccaggio strategico. Negli ultimi anni ha ampliato enormemente le proprie riserve petrolifere, costruendo grandi depositi destinati a garantire la sicurezza energetica del Paese in caso di shock improvvisi. Queste scorte permettono di compensare eventuali interruzioni temporanee delle importazioni e di stabilizzare il mercato interno. Secondo le stime della Rystad Energy, la Cina ha accumulato riserve strategiche di petrolio equivalenti a circa 430 mila barili al giorno. Un livello di scorte che, in caso di shock nelle forniture internazionali, permetterebbe a Pechino di affrontare la situazione con una relativa tranquillità per un periodo stimato intorno ai quattro mesi.

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina
Un campo petrolifero a Gudong (Ansa).

L’autosufficienza energetica e la «Grande muraglia sotterranea»

Il tema delle riserve è tornato con forza anche nelle discussioni politiche interne. Durante le recenti “due sessioni”, le riunioni plenarie annuali del cosiddetto “parlamento cinese” che si sono chiuse giovedì 12 marzo, il perseguimento dell’autosufficienza energetica è emerso come una delle priorità strategiche per il prossimo ciclo di pianificazione economica. Il nuovo piano quinquennale 2026-2030 prevede ulteriori investimenti nella capacità di stoccaggio e nella protezione delle infrastrutture energetiche. In tal senso, nelle scorse settimane il gigante statale PowerChina ha avanzato la proposta di creare quella che i media cinesi hanno ribattezzato «Grande muraglia sotterranea». In sostanza, il progetto immagina la creazione di un sistema di infrastrutture sotterranee capace di collegare e proteggere centrali idroelettriche, depositi di petrolio e gas e strutture di stoccaggio strategico. L’obiettivo è duplice: aumentare la capacità di accumulo e rendere più difficile colpire queste infrastrutture in caso di crisi o conflitti. La Cina ha già esperienza nelle infrastrutture sotterranee, visto che negli ultimi anni ha ampliato la presenza di bunker per la conservazione del proprio arsenale nucleare. D’altronde, la sicurezza energetica è ormai legata alla sicurezza nazionale, visto che l’energia diventa sempre più bersaglio militare come sta accadendo nella guerra in Medio Oriente.

Perché la crisi in Medio Oriente non spaventa (troppo) la Cina
Xi Jinping (Ansa).

Il mix energetico tra carbone e rinnovabili

Un altro fattore di relativo vantaggio della Cina è la struttura stessa del suo mix energetico. Nonostante resti il maggiore importatore mondiale di petrolio, l’economia cinese è alimentata da una combinazione molto più ampia di fonti. Il carbone continua a rappresentare una componente importante del sistema energetico nazionale, mentre negli ultimi anni Pechino ha investito massicciamente nello sviluppo delle energie rinnovabili. La Cina è oggi di gran lunga il più grande produttore mondiale di energia solare ed eolica: la dipendenza dalle importazioni di petrolio non è eliminata, ma il peso relativo del greggio nel sistema energetico complessivo è in diminuzione. Tradotto: uno shock petrolifero avrebbe conseguenze economiche rilevanti, soprattutto qualora la crisi dovesse essere prolungata, non paralizzerebbe però il sistema energetico e produttivo della Cina.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump

Gli attacchi contro l’Iran e la guerra in Medio Oriente non fermano il dialogo tra Pechino e Washington. Nonostante gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro Teheran abbiano tra le “vittime collaterali” diversi interessi cinesi nella Repubblica Islamica e in tutta la regione, la condanna retorica di Pechino non compromette i preparativi per la visita di Donald Trump. Un segnale evidente di quanto entrambe le potenze considerino questa visita un passaggio strategico e ineludibile, nonostante «l’interferenza bellica» che ha aggiunto diversi nodi e una dose di imprevedibilità al viaggio del presidente Usa, previsto tra il 31 marzo e il 2 aprile.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Xi Jinping (Ansa).

Pechino vuole contenere lo scontro con Washington

La posizione cinese è emersa con chiarezza durante le cosiddette “due sessioni“, le riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo (quanto di più simile a un parlamento ci sia in Cina) e della Conferenza Consultiva del Popolo. In quella sede il ministro degli Esteri Wang Yi ha delineato la linea diplomatica cinese: la rivalità con gli Stati Uniti resta strutturale, ma deve essere gestita attraverso il dialogo tra i leader e una forma di coesistenza competitiva. Wang ha ribadito che Cina e Stati Uniti non possono cambiare la natura dei rispettivi sistemi politici, ma possono cambiare il modo in cui interagiscono. È una formula che riassume la strategia di Pechino: contenere lo scontro e impedire che la rivalità si trasformi in confronto aperto. Tradotto: la Cina ha interessi rilevanti in Medio Oriente, soprattutto sul piano energetico, ma non intende trasformare la guerra nella regione in un terreno di scontro diretto con Washington. La priorità resta la stabilità economica e la gestione della competizione con gli Stati Uniti. Non sorprende quindi che, mentre la crisi iraniana domina l’agenda internazionale, Pechino continui a lavorare per assicurare la tenuta politica della visita di Trump.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Dai dazi alle catene di approvvigionamento: le questioni ancora aperte

In questo quadro si inseriscono anche i nuovi colloqui commerciali di questi giorni a Parigi, mirati a fissare i dossier concreti da affrontare nel vertice di Pechino fra Trump e Xi. Dopo la tregua di un anno siglata lo scorso fine ottobre a Busan, restano da affrontare alcune delle questioni più controverse del rapporto economico bilaterale. Si va dai dazi, depotenziati dopo la recente sentenza della Corte Suprema degli Usa, alle catene di approvvigionamento. C’è chi immagina una possibile ripresa degli investimenti reciproci, bloccati negli ultimi anni dall’escalation della guerra commerciale. Pechino insiste soprattutto sulla necessità di protezioni più chiare per gli investimenti cinesi negli Stati Uniti e sulla trasparenza delle tariffe che colpiscono componenti e input della produzione globale. Washington, invece, continua a spingere per una formula di “commercio gestito“, cioè un sistema in cui i governi negoziano direttamente volumi di acquisto, prezzi e accesso al mercato.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud, il 30 ottobre 2025 (Ansa).

La vera partita si gioca su microchip, tecnologie industriali e materiali strategici

La dimensione economica resta infatti il cuore della visita. La tregua commerciale rappresenta un equilibrio fragile, nato dopo mesi di escalation tariffaria che avevano portato le aliquote su molti prodotti cinesi a livelli simili a un embargo de facto. Per Pechino la priorità non è tanto la riduzione immediata dei dazi, quanto l’allentamento dei controlli tecnologici e delle limitazioni alle catene di approvvigionamento avanzate. È su questo terreno – microchip, tecnologie industriali e materiali strategici – che si gioca la vera partita. D’altra parte, anche l’amministrazione Trump ha bisogno di risultati tangibili. Il presidente americano vuole arrivare alla visita con qualche annuncio concreto da presentare agli elettori e al mondo economico statunitense. Tra le ipotesi che circolano c’è un maxi accordo nel settore aeronautico che potrebbe portare la Cina ad acquistare centinaia di aerei da Boeing, oltre a nuovi impegni di Pechino sull’acquisto di prodotti agricoli americani come la soia. Per Trump si tratterebbe di un risultato politico importante, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Microchip (foto Ansa).

Al tempo stesso, le aspettative sui risultati concreti del vertice restano relativamente basse. Diversi analisti ritengono che la visita avrà soprattutto un valore simbolico. «I due leader probabilmente confermeranno la tregua sulla guerra commerciale, lavoreranno per definire l’agenda per l’anno in corso, Washington parla di un totale di quattro summit, miglioreranno il clima generale e forniranno indicazioni ai loro governi per la gestione delle relazioni», sostiene Ryan Hass di Brookings Institution. Non manca però una dimensione politico-strategica. «La visita potrebbe includere impegni commerciali e di investimento. Pechino vorrà sfruttare la visita per sensibilizzare Trump su specifiche preoccupazioni relative a questioni delicate. Trump apprezzerà l’immagine del rispetto che Xi gli riserva sulla scena mondiale», dice Hass.

Il nodo di Taiwan

Tra le questioni delicate non può mancare Taiwan, che rappresenta il principale punto di frizione strategica tra Washington e Pechino. La leadership cinese chiede da tempo agli Stati Uniti di chiarire la propria posizione sullo status dell’isola e di limitare le vendite di armi a Taipei. Alcuni analisti ritengono che Pechino potrebbe utilizzare il vertice per ottenere almeno un segnale politico in questa direzione. Dall’altra parte, Trump potrebbe sfruttare proprio il dossier taiwanese come leva negoziale, mantenendo una certa ambiguità strategica. Nelle scorse settimane, Trump ha peraltro congelato il via libera alla vendita di un maxi pacchetto di armi da 20 miliardi di dollari, dicendo che sarà oggetto di discussione con Xi. Un inedito, visto che la Casa Bianca ha sempre evitato di rendere il supporto difensivo a Taiwan un argomento di dibattito con Pechino, che al di là della riuscita del pressing sul prossimo pacchetto di armi potrebbe intravedere un’opportunità di portare anche il futuro di Taipei sul tavolo negoziale.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

Gli Usa vogliono che la Cina riduca gli acquisti di petrolio da Mosca

Un altro elemento che potrebbe influenzare il vertice riguarda il controllo delle materie prime strategiche. Gli Stati Uniti dipendono fortemente dalla Cina per molte terre rare fondamentali per l’industria aerospaziale, la difesa e i semiconduttori. La possibilità che Pechino utilizzi questo vantaggio come strumento negoziale è uno dei temi più sensibili nelle discussioni preparatorie alla visita. Allo stesso tempo Washington vorrebbe convincere la Cina a ridurre gli acquisti di petrolio dalla Russia e ad aumentare quelli dagli Stati Uniti, inserendo anche la dimensione energetica nel grande scambio geopolitico tra le due potenze.

Pechino condanna l’attacco all’Iran ma conferma la visita di Trump
Il presidente russo Vladimir Putin e Xi Jinping (foto Ansa).

Gli ostacoli alla preparazione del vertice

Non bisogna però sottovalutare le difficoltà organizzative e politiche che accompagnano la preparazione del vertice. Secondo diversi media, i preparativi sarebbero stati rallentati sia dalla crisi iraniana sia dallo stile decisionale dello stesso Trump, che tende a concentrare nelle proprie mani le principali scelte negoziali. Questo approccio ha compresso settimane di lavoro diplomatico in pochi giorni, alimentando una certa preoccupazione tra i funzionari cinesi, tradizionalmente abituati a vertici preparati nei minimi dettagli.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare

Il mare si ritirò per un attimo, come se stesse trattenendo il respiro. Poi arrivò il muro d’acqua. L’11 marzo 2011, alle 14.46, un terremoto di magnitudo 9 scosse il Nord-Est del Giappone, piegando strade, ponti e città. Pochi minuti dopo, uno tsunami gigantesco si abbatté sulle coste della regione del Tohoku, trascinando con sé case, automobili, fabbriche e vite umane. Le immagini fecero presto il giro del mondo: barche trasportate nell’entroterra, quartieri spazzati via, incendi e colonne di fumo che si alzavano all’orizzonte. A pochi chilometri dalla costa, nella centrale atomica di Fukushima Dai-ichi, il disastro si trasformò in una drammatica crisi nucleare. Esattamente 15 anni dopo, il Giappone commemora le circa 18 mila vittime del terremoto e dello tsunami con cerimonie ufficiali nelle prefetture di Fukushima, Miyagi e Iwate. Proprio mentre la memoria della tragedia viene onorata con momenti di silenzio e riflessione, Tokyo sta compiendo un deciso ritorno all’energia nucleare. Un cambiamento che riflette sia una trasformazione strutturale delle esigenze energetiche del Paese, sia l’orientamento politico dell’attuale governo guidato dalla premier conservatrice Sanae Takaichi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Le onde dello tsunami dell’11 marzo 2011 in Giappone (foto Ansa).

Fino al 2011, il Giappone era stato uno dei più convinti sostenitori dell’energia nucleare: prima del disastro, i 54 reattori del Paese producevano circa un terzo dell’elettricità nazionale. L’atomo era considerato un pilastro della sicurezza energetica in una nazione povera di risorse naturali, costretta a importare quasi tutto il petrolio, il gas e il carbone che consuma. L’incidente di Fukushima ha cambiato improvvisamente il clima politico e sociale. Nel giro di pochi mesi tutti i reattori sono stati spenti per controlli di sicurezza, mentre il governo annunciava l’intenzione di uscire gradualmente dal nucleare.

Ci fu una pressione senza precedenti da parte dell’opinione pubblica

La decisione aveva risentito di una pressione senza precedenti da parte dell’opinione pubblica. Le immagini delle esplosioni negli edifici dei reattori, l’evacuazione di circa 150 mila residenti e il timore che una nube radioattiva potesse raggiungere persino Tokyo avevano scosso profondamente la fiducia nella sicurezza tecnologica del Giappone. Un’inchiesta parlamentare pubblicata nel 2012 aveva peraltro accusato l’operatore della centrale, Tokyo Electric Power Company (Tepco), i regolatori e il governo di non aver predisposto adeguate misure di sicurezza contro eventi estremi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
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Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare

Per anni è sembrato che l’energia nucleare fosse destinata a diventare un capitolo chiuso della politica energetica giapponese. Ma con il passare del tempo la realtà economica e geopolitica ha iniziato a spingere Tokyo verso una pragmatica retromarcia. Senza il contributo delle centrali nucleari, il Giappone si è trovato infatti a dipendere massicciamente dalle importazioni di combustibili fossili. Nel 2023 quasi il 70 per cento dell’elettricità nazionale proveniva da centrali a carbone, gas e petrolio, con un aumento significativo delle emissioni e dei costi energetici.

La nuova guerra nel Golfo rafforza l’idea del ritorno all’atomo

La crisi energetica globale degli ultimi anni ha reso ancora più evidente questa vulnerabilità. Il Giappone importa circa il 95 per cento del petrolio dal Medio Oriente e grandi quantità di gas naturale liquefatto da fornitori esteri, tra cui la Russia. Le tensioni geopolitiche e l’instabilità delle rotte energetiche hanno rafforzato la convinzione, in molti settori dell’establishment politico e industriale, che la sicurezza energetica sia ormai una questione strategica paragonabile alla sicurezza nazionale. La nuova guerra nel Golfo non può fare altro che rafforzare la convinzione che il ritorno all’atomo sia necessario e da compiere il più rapidamente possibile.

Il Giappone punta alla neutralità carbonica entro il 2050

È in questo contesto che si è inserita l’accelerazione del governo Takaichi. La premier sostiene con decisione la riattivazione dei reattori e lo sviluppo di nuove tecnologie nucleari, sostenendo che il Giappone non possa permettersi di rinunciare a una fonte energetica stabile e a basse emissioni di carbonio. La sua amministrazione ha collegato il ritorno all’atomo anche agli obiettivi climatici del Paese, che punta alla neutralità carbonica entro il 2050.

Il primo reattore della Tepco tornato in funzione dopo il disastro di Fukushima

Il segnale più evidente di questa nuova fase è arrivato giusto un mese fa, con il riavvio di uno dei reattori della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata. Con i suoi sette reattori e una capacità installata che la rende la più grande centrale nucleare del mondo, l’impianto rappresenta il simbolo più evidente del ritorno del Giappone all’energia atomica. Anche perché si tratta della prima struttura della Tepco a tornare in funzione dopo il disastro di Fukushima.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
La premier giapponese e leader del LPD, Sanae Takaichi (Ansa).

Il governo insiste che il livello di sicurezza è massimo. In seguito a regole imposte negli scorsi anni, le centrali devono ora disporre di sistemi di raffreddamento ridondanti, barriere più alte contro gli tsunami, protezioni antisismiche rafforzate e strutture capaci di resistere anche all’impatto di un aereo.

Una leggera maggioranza dei giapponesi è oggi favorevole alle centrali atomiche

Nonostante queste garanzie, l’opinione pubblica resta divisa. In diverse comunità locali colpite dalla tragedia, il ricordo di Fukushima è ancora vivo e alimenta diffidenza verso l’energia nucleare. Secondo recenti sondaggi, però, una leggera maggioranza dei giapponesi è oggi favorevole alla riattivazione dei reattori. E il sostegno più forte arriva dalle generazioni più giovani, che non hanno vissuto direttamente lo shock del 2011 e tendono a valutare la questione in termini più pragmatici, legati al costo dell’energia e alla lotta ai cambiamenti climatici.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Proteste a Tokyo contro il nucleare (foto Ansa).

Un altro fattore che sta spingendo il Giappone verso il nucleare è la trasformazione dell’economia digitale. L’esplosione dell’intelligenza artificiale e dei data center richiede enormi quantità di elettricità stabile e continua. Proprio attorno alla centrale di Kashiwazaki-Kariwa sono allo studio progetti per sviluppare grandi infrastrutture digitali e impianti di produzione di idrogeno, sfruttando la disponibilità di energia nucleare.

La gestione delle acque radioattive accumulate resta complessa

Tutto ciò non cancella però le ferite ancora aperte di Fukushima. Migliaia di persone evacuate nel 2011 non sono mai tornate nelle loro case. Intere comunità sono state disperse e la bonifica dell’area contaminata richiederà ancora diverso tempo. La gestione delle acque radioattive accumulate nella centrale e il lento processo di smantellamento dei reattori fusi restano questioni tecnicamente complesse. Tra memoria e pragmatismo, la visita di Takaichi in occasione del 15esimo anniversario della tragedia è mirata a proiettare il Giappone in un futuro dove il nucleare è visto come una scelta quasi inevitabile.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia

Quando Xu Yangtian è comparso sul palco della Guangdong High-Quality Development Conference, si dice che qualcuno non l’abbia nemmeno riconosciuto. Eppure, è il fondatore di una delle aziende cinesi con maggiore successo globale: Shein

La ricetta di Shein per scalare il mercato globale

Negli ultimi anni, la piattaforma di fast fashion è diventata una delle aziende più influenti nel settore della moda globale, trasformandosi da piccola realtà di e-commerce a gigante internazionale. Il marchio è ormai noto in gran parte del mondo per la sua capacità di produrre e distribuire abiti e accessori a prezzi estremamente competitivi, conquistando soprattutto il pubblico più giovane grazie alla velocità con cui riesce a intercettare le tendenze della moda e portarle sul mercato. Dietro questo successo commerciale, si nasconde una storia complessa fatta di strategie globali, catene di approvvigionamento altamente integrate e un rapporto delicato con la Cina.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
L’inaugurazione di uno store Shein a Parigi (Ansa).

Il rafforzamento del legame con la Cina e il Partito Comunista

Questo rapporto è tornato al centro dell’attenzione dopo una rarissima apparizione pubblica del fondatore della società. Xu, figura da sempre estremamente riservata, ha partecipato a sorpresa alla conferenza sullo sviluppo di alta qualità nella provincia del Guangdong, principale hub produttivo della Cina. L’evento era organizzato dal governo e, durante il suo intervento, Xu ha sottolineato apertamente le radici cinesi dell’azienda esprimendo gratitudine nei confronti delle autorità locali e del Partito comunista per il sostegno fornito nel corso dello sviluppo della società. Le sue dichiarazioni rappresentano un momento significativo nella storia recente dell’azienda perché sembrano segnare un cambiamento nella strategia comunicativa di Shein, che negli ultimi anni aveva cercato di presentarsi sempre più come una piattaforma internazionale di e-commerce con sede a Singapore, riducendo la visibilità delle proprie origini cinesi.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Lo stand Shein alla China International Supply Chain Expo di Pechino nel 2023 (Ansa).

Xu, il «fondatore invisibile» dell’impero del fast fashion

La figura di Xu è peraltro stata a lungo avvolta da una certa aura di mistero. A differenza di altri imprenditori cinesi celebri nel mondo della tecnologia e dell’e-commerce, a partire da Jack Ma, il fondatore di Shein ha mantenuto per lungo tempo un profilo estremamente discreto. Non ama apparire in pubblico, concede raramente interviste e per molti anni l’azienda non ha nemmeno diffuso fotografie ufficiali dell’imprenditore. Proprio per questo motivo, Xu è stato spesso descritto come un «fondatore invisibile», una figura quasi sconosciuta al grande pubblico nonostante il successo globale dell’azienda che ha creato.

Il piano di investimenti per un miliardo e mezzo di dollari

La sua presenza all’evento nel Guangdong ha quindi attirato particolare attenzione. Durante il suo discorso, Xu ha anche annunciato un importante piano di investimento destinato a rafforzare ulteriormente la filiera produttiva dell’azienda sul territorio cinese. L’imprenditore ha infatti promesso di investire 10 miliardi di renminbi nei prossimi tre anni, una cifra pari a circa un miliardo e mezzo di dollari. L’obiettivo di questo investimento è sviluppare una catena di approvvigionamento sempre più avanzata e costruire nella regione un vero e proprio cluster industriale dedicato alla moda, capace di competere su scala globale. Il progetto prevede il potenziamento delle infrastrutture produttive, lo sviluppo di tecnologie digitali per la gestione della catena di approvvigionamento e il rafforzamento delle relazioni con i numerosi fornitori locali che già collaborano con il marchio. Secondo quanto dichiarato dal fondatore, Shein lavora con quasi 10 mila produttori situati nella provincia del Guangdong. Queste aziende, nel loro complesso, impiegano centinaia di migliaia di lavoratori e costituiscono il cuore della rete produttiva che consente alla piattaforma di lanciare continuamente nuovi prodotti sul mercato.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Xu Yangtian (da Instagram).

Le polemiche e le inchieste intorno al marchio

Nonostante il successo commerciale, la crescita di Shein è stata accompagnata da numerose polemiche. Negli ultimi anni l’azienda è stata spesso al centro di inchieste e discussioni riguardanti le condizioni di lavoro nelle fabbriche, l’impatto ambientale del modello di fast fashion e la qualità dei prodotti venduti. Con la sua ascesa, i governi occidentali hanno iniziato a osservare con maggiore attenzione il modello di business dell’azienda. Negli Stati Uniti è stata ad esempio eliminata l’esenzione doganale per le spedizioni di valore inferiore a 800 dollari, una norma che aveva permesso per anni l’ingresso di milioni di pacchi senza il pagamento di dazi. Shein è stata inoltre oggetto di nuove indagini da parte delle autorità europee per verificare possibili violazioni delle normative sui servizi digitali, inclusa la vendita di prodotti illegali e il funzionamento degli algoritmi utilizzati per raccomandare articoli ai consumatori.

Le difficoltà di quotarsi in Borsa a New York e a Londra

Le difficoltà normative e le tensioni geopolitiche rappresentano una sfida importante per il futuro dell’azienda, soprattutto in vista di uno dei suoi principali obiettivi strategici: la quotazione in Borsa. Shein ha tentato inizialmente di realizzare una quotazione a New York, ma il progetto ha incontrato numerosi ostacoli politici e regolatori. Successivamente ha valutato la possibilità di trasferire l’operazione a Londra, ma anche questa ipotesi si è rivelata complessa. Negli ultimi tempi l’attenzione sembra essersi spostata verso Hong Kong, un compromesso tra le esigenze di internazionalizzazione e la necessità di mantenere buoni rapporti con le autorità cinesi. In questo contesto, il sostegno del governo di Pechino diventa un elemento fondamentale, dal momento che le grandi aziende tecnologiche e digitali cinesi devono ottenere l’approvazione delle autorità prima di procedere con una quotazione sui mercati internazionali.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Una protesta contro il fast fashion a Bruxelles (Ansa).

Il sostegno di Pechino è cruciale per il futuro del gruppo

Alla luce di queste dinamiche, le dichiarazioni di Xu sembrano un segnale politico oltre che economico. Il riconoscimento pubblico del ruolo del governo cinese nello sviluppo dell’azienda potrebbe essere visto come un tentativo di rafforzare il rapporto con le istituzioni nazionali in un momento cruciale per il futuro del gruppo. Anche a costo di rafforzare la convinzione occidentale di un legame stretto col Partito.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi

Una pagina che non si carica, un server che non risponde. Uno scenario frequente per chi naviga sulla Rete in Cina, soprattutto per i turisti che provano a collegarsi a social o alcuni siti occidentali senza utilizzare reti private virtuali (vpn) in grado di aggirare la cosiddetta Great Firewall messa in piedi dalle autorità di Pechino. Sin qui, il mondo ha guardato alla Grande Muraglia Digitale come a un ostacolo alla “uscita” degli utenti cinesi. Oggi, invece, il movimento sembra attento non soltanto a bloccare ciò che entra, ma anche a controllare ciò che esce. Tradotto: non solo si filtrano i contenuti esterni, si filtra anche lo sguardo dall’esterno.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Cinesi con smartphone (di Fenghua via Unsplash).

La Grande Muraglia digitale al contrario

Sembra questa l’inedita dinamica che emerge da una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Cybersecurity: sempre più siti governativi cinesi risultano inaccessibili dall’estero in una sorta di Grande Muraglia Digitale al contrario. Gli autori del report hanno analizzato oltre 13 mila siti governativi, attraverso test condotti da differenti località al di fuori del territorio della Repubblica Popolare. I risultati indicano che più della metà di questi portali non era accessibile dall’estero. In circa un caso su 10, l’inaccessibilità sembrerebbe dipendere da pratiche deliberate di geo-blocco, ovvero da sistemi che identificano la provenienza geografica dell’utente tramite indirizzo IP e impediscono l’accesso a utenti situati in determinate aree del mondo. Negli altri casi, le cause potrebbero includere colli di bottiglia infrastrutturali o configurazioni tecniche frammentate, ma il dato complessivo resta significativo: l’accesso internazionale alle informazioni pubbliche cinesi si starebbe restringendo. Le pratiche di geo-blocco sono state utilizzate anche da altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti, per limitare l’accesso a determinati contenuti o banche dati per utenti stranieri. Ma, secondo gli autori della ricerca, l’ampiezza e la sistematicità del fenomeno cinese sembrano distinguersi per scala e potenziale impatto.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Immagine realizzata con l’IA.

Pechino punta sulla sovranità digitale

Il fenomeno sembra rappresentare l’ultimo stadio del sofisticato processo di evoluzione del modello digitale cinese. Negli Anni 90, l’Occidente guardava alla Rete come uno strumento potenzialmente democratizzante, nella convinzione che la libera circolazione delle informazioni avrebbe inevitabilmente favorito processi di apertura politica e di rafforzamento della società civile, Cina compresa. Ma Pechino è stata in grado di costruire gradualmente un modello alternativo, fondato sul principio della sovranità digitale, secondo cui lo Stato mantiene il diritto esclusivo di regolare, filtrare e supervisionare lo spazio online entro i propri confini. La Great Firewall ha rappresentato l’architrave di questo sistema: un insieme di tecnologie e regolamentazioni capace di filtrare contenuti in ingresso, bloccare piattaforme straniere e promuovere lo sviluppo di un ecosistema digitale autoctono. La sua infrastruttura non si limita alla censura reattiva dei contenuti, ma opera in modo proattivo, orientando e modellando a monte l’accesso alle informazioni. Nel tempo, questa strategia ha favorito la nascita di un ambiente digitale integrato, dominato da colossi tecnologici nazionali e da super-app in grado di concentrare servizi, comunicazione, pagamenti e commercio in un unico spazio.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Il logo di Tencent (Imagoeconomica).

Così si prevengono attacchi, sabotaggi e data mining

La novità emersa dallo studio pubblicato sul Journal of Cybersecurity riguarda però il movimento opposto. Se la Great Firewall impedisce agli utenti cinesi di accedere liberamente a contenuti stranieri, la “Grande Muraglia Digitale al contrario” limiterebbe l’accesso degli utenti stranieri ai contenuti pubblici cinesi. Il principio di fondo sembra coerente con una concezione estesa della cybersicurezza adottata dalle autorità di Pechino, che copre non solo la protezione da attacchi informatici o sabotaggi ma anche la prevenzione del data mining, della raccolta di informazioni open-source e della diffusione di narrazioni ritenute dannose per l’immagine e la stabilità del Paese. Negli ultimi anni, diversi episodi hanno alimentato le preoccupazioni delle autorità cinesi riguardo all’uso non desiderato di dati pubblicamente accessibili. Rapporti di organizzazioni internazionali e centri di ricerca si sono spesso basati su documentazione reperita su siti governativi locali o regionali per analizzare politiche pubbliche, dinamiche di sicurezza o situazioni controverse come quella dello Xinjiang. In alcuni casi, documenti inizialmente disponibili online sono stati rimossi o modificati. In parallelo, l’accesso dall’estero a piattaforme private contenenti dati economici, aziendali o accademici è stato limitato, rafforzando l’impressione di una strategia più ampia volta a contenere la fuoriuscita di informazioni sensibili.

Perché la Cina limita l’accesso ai propri siti governativi
Immagine realizzata con l’IA.

Il blocco è un ostacolo per chi vuole investire in Cina

Le implicazioni di questo processo sono molteplici. Per la comunità accademica internazionale, la progressiva inaccessibilità delle fonti originali rischia di aumentare l’opacità del sistema e di rendere più difficile una valutazione basata su dati verificabili, favorendo interpretazioni unilaterali e polarizzate. Anche per le imprese straniere il fenomeno non è privo di conseguenze. L’analisi del contesto normativo locale, dei bandi pubblici, delle direttive amministrative e dei piani di sviluppo regionali rappresenta un passaggio cruciale per chi intende operare in Cina o collaborare con partner cinesi. Un accesso limitato alle informazioni ufficiali complica la due diligence, aumenta l’incertezza e può scoraggiare investimenti o iniziative di cooperazione. Resta da capire se questa fase di “chiusura” rappresenti un test temporaneo o l’inizio di una trasformazione strutturale. In ogni caso, la tendenza si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione dei confini digitali in cui la Cina (come diversi altri Stati, occidentali compresi) sta cercando di stabilire standard tecnologici autonomi e di proteggere il proprio “territorio virtuale” dalle ingerenze esterne.

Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae

A Pechino qualcuno si è accorto di una novità. L’ambasciata della Corea del Nord in Cina ha collocato una fotografia di Kim Jong-un insieme a sua figlia, la 13enne Kim Ju-ae, in bella vista nella bacheca esterna. Un segnale forse impercettibile, ma che potrebbe rappresentare un indizio di quanto l’agenzia di intelligence della Corea del Sud sostiene che sia ormai quasi stabilito: Ju-ae è stata individuata dal padre come erede e prossima leader suprema di Pyongyang.

Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong un e Kim Ju-ae alle celebrazioni per il 79esimo anniversario della fondazione del Partito dei lavoratori nel 2024 (Ansa).

La figlia del leader nordcoreano verso la designazione

Tutti gli occhi sono puntati sul prossimo congresso del Partito del Lavoro di Corea, convocato nei prossimi giorni. C’è chi sostiene che possa essere il momento in cui la giovane Ju-ae emergerà come “delfina” della dinastia che governa il Regno Eremita sin dalla sua fondazione. Un posto in prima fila accanto al padre e un nuovo titolo sarebbero indizi di una sua possibile investitura. A Seul, per ora, non si esclude che le venga assegnata una carica nel Comitato centrale, magari come primo segretario aggiunto. Secondo l’ultima valutazione del National Intelligence Service sudcoreano, presentata a porte chiuse ai parlamentari a Seul, Ju-ae sarebbe così entrata in una fase di “designazione“, che va oltre il semplice “addestramento” simbolico. Un passaggio che, nella grammatica opaca del potere nordcoreano, può avere un peso enorme. Non esiste alcuna conferma ufficiale da parte di Pyongyang, ma l’accumularsi di indizi alimenta l’aspettativa.

Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
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Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae

Tra parate e test missilistici Ju-ae è da anni sotto i riflettori

L’ascesa pubblica della figlia del leader non è avvenuta all’improvviso. Fino al 2022 la sua stessa esistenza era avvolta nel mistero, con l’unica menzione proveniente da una dichiarazione dell’ex campione di basket NBA Dennis Rodman, che nel 2013 aveva raccontato di aver tenuto in braccio la «piccola Ju-ae» durante una visita a Pyongyang. Poi, nel novembre 2022, le immagini diffuse dai media statali mostrarono per la prima volta la ragazza accanto al padre durante il lancio di un missile balistico intercontinentale. Da allora la sua presenza è diventata sempre più frequente e centrale. Ju-ae ha assistito a test missilistici, parate militari, celebrazioni del nuovo anno, inaugurazioni di impianti industriali e visite a installazioni strategiche. In alcune fotografie ufficiali la si vede in posizione centrale, talvolta persino davanti al padre. In altre occasioni è seduta accanto a lui mentre alti generali si inchinavano o le sussurravano all’orecchio. Un dettaglio non secondario in un sistema che fa del protocollo una forma di linguaggio politico.

Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim e la figlia Ju-ae in una base militare nordcoreana (Ansa).

Da «nobile bambina» a «figlia più amata»

In Corea del Nord le parole non sono mai casuali. L’iconografia, i titoli, la posizione nelle fotografie, l’ordine dei nomi nei comunicati: ogni elemento costruisce la narrazione del potere. Particolarmente significativo è stato l’uso da parte dell’agenzia di stampa statale di termini onorifici solitamente riservati ai leader supremi o ai loro successori. Nel 2024 è stata lanciata una serie di francobolli in cui è ritratta insieme al padre. Nello stesso momento, i media di regime da «nobile bambina» hanno cominciato a definirla «figlia più amata». Qualche mese fa poi le è stato attribuito il titolo di hyangdo, grande guida. Non meno rilevante è stata la sua partecipazione al viaggio a Pechino in occasione della grande parata militare ospitata dal presidente cinese Xi Jinping lo scorso 3 settembre, evento che ha segnato il suo debutto internazionale.

Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong-un con Kim Ju-ae all’aeroporto militare Kalma (Ansa).

Kim si vuole presentare come «padre della patria»

In una società rigidamente patriarcale, in cui il culto della «stirpe del monte Paektu» giustifica la legittimità della dinastia Kim, la scalata di una possibile erede donna rappresenterebbe una svolta storica. Se confermata, Ju-ae diventerebbe la prima leader femminile nella storia del regime, succedendo al padre, al nonno Kim Jong-il e al bisnonno Kim Il-sung. C’è però chi crede che si stia correndo troppo. Alcuni analisti ritengono che Kim stia utilizzando l’immagine della figlia per rafforzare la propria legittimità interna e presentarsi come «padre della patria», umanizzando il suo profilo senza rinunciare alla durezza del controllo politico. Mostrare una bambina sorridente accanto ai missili intercontinentali può servire a costruire l’idea di continuità e stabilità, rassicurando le élite e la popolazione sul fatto che il potere rimarrà saldamente nelle mani della dinastia.

Kim Jong-un prepara la successione? Cosa c’è dietro l’ascesa di Ju-ae
Kim Jong-il e il successore designato Kim Jong-un nel 2010 (Ansa).

Il mistero del figlio maschio mai apparso in pubblico

Il leader supremo, che ha poco più di 40 anni, non sembra avere un’urgenza immediata di successione. L’intelligence sudcoreana stessa sottolinea che tutte le possibilità restano aperte, anche perché si ritiene che Kim abbia almeno un altro figlio, forse un maschio, che non è mai stato mostrato. In un sistema in cui la scelta del successore è sempre rimasta segreta fino a quando il momento politico non era maturo, l’attuale esposizione potrebbe essere parte di una strategia graduale di costruzione del consenso interno. Lo stesso Kim Jong-un fu peraltro introdotto pubblicamente come erede solo pochi anni prima della morte del padre, in un contesto di accelerazione dovuto a problemi di salute del leader allora in carica. Oggi la situazione appare diversa. La Corea del Nord ha enormemente rafforzato l’asse con la Russia, siglando un’alleanza di mutua difesa. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e l’avvento di Lee Jae-myung in Corea del Sud, l’ipotesi di un rilancio del dialogo con Washington non è più considerata impossibile. Ma la situazione internazionale e regionale resta del tutto volatile. In questo quadro, consolidare in anticipo la figura di un successore potrebbe servire a prevenire lotte interne e a blindare il sistema contro eventuali shock improvvisi. Oppure, l’ostentazione di una figura come quella della giovane Ju-ae potrebbe essere funzionale alla mera propaganda. Il tempo dirà, di certo ogni suo passo sarà osservato con enorme attenzione.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia

Prima di negoziare, va stabilito un rapporto tra pari. O, meglio, una potenza di fuoco simile. In estrema sintesi è questa la posizione che la Cina ha assunto sulle armi nucleari, dopo la fine dell’accordo New START tra Stati Uniti e Russia. Una posizione che ricorda quella presa già sul cambiamento climatico. Tradotto: Pechino si dice disposta a ridurre le emissioni, ma seguendo i suoi tempi e non le pressioni dell’Occidente. Questo perché ritiene di avere il diritto di completare il proprio processo di sviluppo e industrializzazione prima di adeguarsi agli standard richiesti da altri attori (in primis l’Europa, dopo la ritirata climatica degli Usa di Donald Trump). Lo stesso ragionamento viene applicato sull’arsenale nucleare, in fase di fortissimo ampliamento ma comunque ancora lontano dai livelli di Washington e Mosca.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Xi Jinping alla parata militare del 3 settembre 2025 a Pechino (Ansa).

L’arsenale atomico di Pechino non è comparabile a quelli russi e americani

Pechino osserva la scadenza del trattato tra Stati Uniti e Russia con una postura apparentemente ambigua: da un lato esprime «rammarico» per la fine di un accordo ritenuto importante per la stabilità strategica globale, dall’altro ribadisce che non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo di nuovi negoziati trilaterali come invece chiesto da Trump. Questa apparente contraddizione riflette una visione coerente del ruolo che la Cina ritiene di occupare oggi e, soprattutto, del ruolo che intende occupare domani. Il cuore dell’argomentazione cinese è semplice e viene ripetuto con costanza da anni: gli arsenali nucleari non sono comparabili. Stati Uniti e Russia possiedono insieme circa il 90 per cento delle testate nucleari mondiali e continuano a misurarsi su numeri che superano di gran lunga quelli cinesi. Per Pechino, essere chiamata a partecipare a negoziati di riduzione o di congelamento degli arsenali significherebbe cristallizzare una disuguaglianza storica. In altre parole, accettare regole scritte da altri, in un momento in cui il proprio potenziale militare non ha ancora raggiunto una soglia ritenuta adeguata allo status di grande potenza.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Missili nucleari strategici intercontinentali a propellente liquido DF-5C (Ansa).

La corsa militare cinese va oltre il «deterrente minimo»

Negli ultimi anni, questa posizione si è intrecciata con un dato di fatto sempre più evidente: la Cina sta ampliando il suo arsenale nucleare a una velocità senza precedenti. Le stime più accreditate parlano di oltre 100 nuove testate aggiunte ogni anno, di un’espansione massiccia delle infrastrutture missilistiche e di un rafforzamento simultaneo di tutte le componenti della triade nucleare, peraltro esposta in bella mostra durante la grande parata militare dello scorso 3 settembre a Pechino: missili terrestri, sottomarini lanciamissili e bombardieri strategici. Secondo l’ultimo rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la Cina ha oggi circa 700 testate, con la prospettiva di superare le 1500 entro il 2035. Non si tratta più del «deterrente minimo» che per decenni ha caratterizzato la dottrina nucleare cinese: è un salto di scala che riflette una percezione radicalmente mutata dell’ambiente internazionale.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Un momento della parata a Pechino (Ansa).

La guerra in Ucraina ha accelerato il cambio di passo

La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo cruciale in questo cambio di passo. A Pechino, il conflitto è stato letto come la dimostrazione che la deterrenza nucleare resta l’ultimo garante della sopravvivenza di uno Stato di fronte alla pressione di potenze rivali. La lezione è chiara: in un mondo instabile, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, essere troppo indietro sul piano militare equivale a esporsi a rischi strategici inaccettabili. Da qui una giustificazione sulla già esistente accelerazione del riarmo, vista come necessaria a tutelare le «legittime preoccupazioni di sicurezza» della Repubblica Popolare. È proprio questo concetto di legittimità che spiega il rifiuto cinese di negoziare sul New START o su un eventuale sostituto. Pechino si considera una grande potenza a pieno titolo, ma ritiene che il riconoscimento formale di questo status passi anche attraverso il completamento del proprio arsenale nucleare. Solo una volta colmato, almeno in parte, il divario con Washington e Mosca, la Cina si dirà pronta a trattare da pari a pari. Prima di allora, qualsiasi negoziato verrebbe percepito come una concessione unilaterale, se non addirittura come un tentativo di contenimento mascherato.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Le accuse Usa su presunti test nucleari

In questo contesto, proprio nei giorni scorsi è arrivata un’accusa dal sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Thomas DiNanno. Il funzionario ha affermato che Washington sarebbe a conoscenza di un test nucleare cinese condotto il 22 giugno 2020. Secondo la ricostruzione statunitense, l’esercito cinese avrebbe svolto segretamente il test usando la tecnica del cosiddetto “decoupling”, un metodo che consente di ridurre drasticamente le vibrazioni sismiche generate da un’esplosione nucleare sotterranea. In pratica, la testata viene fatta detonare all’interno di una cavità scavata appositamente, circondata da uno strato d’aria capace di assorbire parte dell’onda d’urto, rendendo il test più difficile da rilevare dai sistemi di monitoraggio internazionali. DiNanno ha dichiarato che si tratterebbe di una violazione degli impegni assunti nel 1996 con il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (il trattato che vieta i test nucleari), sebbene quell’intesa non sia mai stata ratificata né da Pechino né da Washington. La Cina nega di aver svolto un test nucleare e continua a ribadire la propria dottrina del «non primo utilizzo» per provare a rassicurare la comunità internazionale. Un modo per issare uno scudo retorico contro le pressioni occidentali.

Nucleare, perché la Cina non vuole partecipare a negoziati con Usa e Russia
Thomas DiNanno.

L’obiettivo dichiarato è difendersi non dominare

Pechino in altre parole non nega di voler rafforzare il proprio arsenale, ma sostiene di farlo esclusivamente per difendersi e non per competere o dominare. È una linea sottile, ma centrale nella narrazione del Partito comunista. L’attuale riarmo nucleare e convenzionale rappresenta dunque il completamento di un percorso di ascesa iniziato sul piano economico e consolidato su quello diplomatico. Dopo aver raggiunto la seconda posizione tra le economie mondiali e aver costruito una fitta rete di influenza attraverso la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), Pechino punta a trasformare la propria potenza economica in potenza militare globale.