Elezioni in Giappone: la scommessa di Takaichi tra ambizione e rischi

Domenica 8 febbraio il Giappone torna alle urne. Ma non è un voto come tanti altri esercizi elettorali di grigia routine del passato. Scegliendo i 465 componenti della Camera bassa della Dieta, i giapponesi daranno un segnale forse mai così chiaro sul futuro che immaginano per il proprio Paese. Sì, perché in gioco c’è il via libera alla svolta politico-identitaria a cui mira Sanae Takaichi, prima premier donna della storia del Giappone e figura assai più colorita di molti dei suoi predecessori, a partire dal moderato Shigeru Ishiba.

La giravolta di Takaichi sul voto anticipato

Takaichi è stata nominata premier solo a fine ottobre, ma ha deciso di convocare elezioni anticipate per mettere a frutto i sondaggi positivi e puntare a un ampio mandato popolare in grado di dare slancio al suo ambiziosissimo programma. La decisione di sciogliere la Camera bassa così rapidamente ha colto di sorpresa molti. Quando Takaichi è stata nominata premier, aveva promesso stabilità e continuità, assicurando che non avrebbe fatto ricorso a elezioni anticipate. Ma nel giro di poche settimane, il contesto politico è mutato in modo significativo. La storica alleanza tra il Partito Liberal Democratico (PLD, al governo quasi ininterrottamente da 70 anni a parte due brevi parentesi) e il centrista Komeito, durata 26 anni e considerata uno dei pilastri dell’assetto politico giapponese, si è spezzata. Al suo posto, è nata una nuova coalizione tra il PLD e il Nippon Ishin no Kai, una formazione conservatrice e riformista con forti radici locali, soprattutto nell’area di Osaka, e con posizioni ben più nette su sicurezza, difesa e riforme istituzionali.

Elezioni in Giappone: la scommessa di Takaichi tra ambizione e rischi
Manifesti elettorali in Giappone (Ansa).

I calcoli politici dietro al ritorno alle urne

Secondo la narrazione ufficiale della premier, questo cambiamento ha rappresentato una trasformazione così profonda da richiedere una nuova legittimazione popolare. In altre parole, gli elettori sarebbero chiamati a esprimersi non solo su un governo, ma su una vera e propria svolta strategica. Dietro questa motivazione formale, però, si intravedono calcoli politici più concreti. Il governo Takaichi dispone attualmente di una maggioranza estremamente risicata alla Camera bassa e si trova in minoranza alla Camera alta, una condizione che rende fragile l’azione dell’esecutivo e complicata l’approvazione delle riforme più ambiziose. Allo stesso tempo, la popolarità personale della prima ministra è molto elevata, superiore al 60 per cento e in alcuni sondaggi vicina al 70, un dato raro nella politica giapponese post Shinzo Abe (di cui Takaichi rivendica peraltro il ruolo di erede) e nettamente superiore al consenso di cui gode il suo stesso partito, travolto negli scorsi anni da un grande scandalo per i finanziamenti.

Elezioni in Giappone: la scommessa di Takaichi tra ambizione e rischi
Sanae Takaichi (Ansa).

Un PLD più ideologico e il contrasto con Pechino

Sotto la guida di Takaichi, esponente dell’ala ultraconservatrice del PLD, il partito ha assunto una fisionomia più ideologica, con posizioni nette su identità nazionale, sicurezza e ruolo militare del Giappone. Le sue posizioni revisioniste sul passato coloniale la pone in forte contrasto con la Cina, con cui Tokyo è coinvolta in una profonda crisi diplomatica. L’innesco dello scontro sono state le frasi di Takaichi sulla necessità di un intervento militare in caso di ipotetica invasione di Taiwan, con cui la premier ha un legame stretto. Pechino ha risposto con una serie di ritorsioni commerciali e diplomatiche, ma Takaichi sembra aver utilizzato l’episodio per guadagnare ancora più consenso interno, grazie all’immagine proiettata da leader forte e lontana dalle cautele del passato.

Elezioni in Giappone: la scommessa di Takaichi tra ambizione e rischi
Sanae Takaichi e Xi Jinping in Corea del Sud (Imagoeconomica).

La premier ha trasformato le elezioni in un referendum su se stessa

Optando per elezioni così anticipate, Takaichi ha fatto comunque una scommessa potenzialmente rischiosa, puntando sul suo alto gradimento personale e trasformando di fatto il voto in un referendum sulla propria figura. Una vittoria netta rafforzerebbe enormemente la sua autorità, sia all’interno del PLD sia nel Paese, ma un risultato tiepido o inferiore alle attese aprirebbe immediatamente crepe nella sua leadership. Per la prima volta dopo tanto tempo, l’opposizione arriva peraltro più organizzata dopo l’inedita alleanza tra il Komeito e il Partito Democratico Costituzionale, uniti nella nuova Alleanza per la Riforma Centrista guidata dall’esperto Yoshihiko Noda. In un sistema politico come quello giapponese, in cui i primi ministri possono essere rapidamente sostituiti senza passare dalle urne, anche un successo formale che non si traduca in una maggioranza ampia e stabile potrebbe essere letto come un segnale di debolezza.

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Il leader dell’opposizione Yoshihiko Noda (Ansa).

Le sfide post elettorali

Le incognite sull’alleanza con il Nippon Ishin no Kai

Qualora fosse superato lo scoglio elettorale, la seconda grande sfida sarà la gestione della maggioranza parlamentare. Anche nello scenario più favorevole, Takaichi dovrà governare una coalizione nuova, priva della colla ideologica e organizzativa che per decenni aveva tenuto insieme PLD e Komeito. Il Nippon Ishin no Kai condivide molte delle sue posizioni su riforme istituzionali e rigore decisionale, ma ha una cultura politica diversa, più localista e meno incline alla disciplina tipica del sistema clientelare del PLD. Mantenere la coesione della coalizione, soprattutto su dossier controversi come il bilancio della difesa o le riforme fiscali, richiederà un lavoro costante di mediazione che potrebbe entrare in contraddizione con l’immagine di leader risoluta e inflessibile che Takaichi ha costruito.

I rischi di una spaccatura interna al PLD

A questa difficoltà si aggiunge una sfida tutta interna al PLD. Takaichi guida l’ala più conservatrice e ideologica del partito, che resta però una formazione vasta e composita, al cui interno convivono correnti moderate, pragmatiche e spesso diffidenti verso svolte troppo radicali. Una parte significativa dei parlamentari è legata all’eredità dei precedenti leader e teme che un’eccessiva polarizzazione possa danneggiare il partito nel medio periodo. La premier dovrà decidere se puntare su una vera e propria “epurazione politica”, sostituendo gradualmente i moderati con fedelissimi, oppure se accettare compromessi interni che inevitabilmente diluirebbero il suo progetto.

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Un manifesto elettorale di Takaichi a Tokyo (Ansa).

Il programma economico potrebbe non essere sostenibile

Sul piano economico, le sfide diventano ancora più complesse. Il programma di Takaichi promette misure popolari e costose, come il taglio delle tasse sui beni alimentari, l’abolizione di alcune imposte sui carburanti e un aumento della spesa pubblica per sostenere famiglie e imprese. Queste politiche rispondono a un disagio reale, legato all’aumento del costo della vita e alla stagnazione dei redditi, ma sollevano interrogativi sulla sostenibilità finanziaria in un Paese che ha già uno dei debiti pubblici più alti al mondo. Tradurre la retorica della “finanza pubblica proattiva” in decisioni concrete senza innescare una perdita di fiducia dei mercati o tensioni sui titoli di Stato sarà uno degli esercizi più delicati del suo mandato.

Contro il calo demografico servono misure immediate

Il nodo demografico rappresenta un’altra sfida strutturale che nessun primo ministro giapponese è riuscito finora a sciogliere. Takaichi rifiuta l’idea di un’apertura ampia all’immigrazione come soluzione al declino della popolazione e insiste su politiche a sostegno della natalità e della famiglia tradizionale. Ma queste misure richiedono tempo per produrre effetti, mentre la carenza di manodopera è già una realtà che colpisce settori chiave dell’economia. La premier dovrà quindi affrontare una contraddizione di fondo tra la sua visione ideologica e le esigenze immediate del sistema produttivo, rischiando scontento sia tra gli imprenditori sia tra una parte dell’elettorato.

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Sanae Takaichi, leader del LPD (Ansa).

Il nodo del riarmo e il ruolo del Giappone nell’Indo-pacifico

La sfida più carica di implicazioni simboliche e politiche resta però quella del riarmo e della sicurezza. Takaichi vuole accelerare la trasformazione del Giappone in un attore militare “normale”, capace di deterrenza autonoma e di un ruolo più assertivo nello scenario indo-pacifico. Questo implica aumenti significativi della spesa per la difesa, una revisione delle dottrine strategiche e, potenzialmente, una modifica dell’articolo 9 della Costituzione. Anche con una maggioranza parlamentare solida, questi passaggi incontreranno resistenze profonde nella società, ancora segnata dalla memoria del pacifismo postbellico e dalle tragedie nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Convincere l’opinione pubblica che la sicurezza richiede sacrifici economici e un cambiamento identitario sarà una battaglia culturale prima ancora che politica.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata

Alle prime ore del mattino del primo febbraio 2021, la città di Yangon si risveglia senza Internet. Aung San Suu Kyi e il suo governo stavano per insediarsi, dopo il trionfo alle elezioni di qualche mese prima. Ma la premio Nobel per la Pace e tutti i leader della sua Lega Nazionale per la Democrazia vengono arrestati e portati via dai militari. I carri armati occupano le strade, i soldati prendono il controllo dei ministeri e delle stazioni radio. Con un colpo di Stato rapido e quasi incruento, il Tatmadaw (il nome dell’esercito birmano) si riprende il potere che aveva solo parzialmente ceduto qualche anno prima. La fragile transizione democratica del Myanmar viene bruscamente interrotta.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Un murale di Aung San Su Kyi (Ansa).

Il golpe e l’inizio della guerra civile

Sono passati cinque anni dal golpe. Quella che la giunta militare del generale Min Aung Hlaing aveva presentato come la «correzione temporanea» di un processo elettorale contestato si è rivelata l’innesco di una guerra civile ancora in corso, seppur da molti dimenticata. Dal golpe a oggi, il Myanmar è precipitato in una spirale di violenza che ha cancellato le ultime illusioni di stabilità: proteste pacifiche represse nel sangue, giovani costretti a scegliere tra la fuga o il carcere, villaggi rasi al suolo dai bombardamenti aerei, milioni di sfollati interni e una grave crisi umanitaria.

Elezioni farsa per completare la normalizzazione autoritaria

Eppure, i generali al potere hanno deciso di tagliare questo quinto anniversario cercando di rivestire la repressione con una parvenza di legalità, svolgendo delle elezioni da molti considerate una farsa ma utili a completare una sorta di normalizzazione autoritaria. Il voto, partito il 28 dicembre e conclusosi il 25 gennaio, non si è svolto in vaste aree del Paese, dove il controllo è esercitato da milizie etniche o da gruppi armati anti-giunta. I gruppi di opposizione sono stati esclusi o impossibilitati a partecipare. In questo contesto, il risultato era già scritto: il partito di facciata dei militari, l’Union Solidarity and Development Party, è destinato a dominare il parlamento, già in parte riservato per costituzione alle forze armate.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Operazioni di voto a Yangon, 25 gennaio 2026 (ANsa).

I numeri della repressione militare

Mentre alle urne si consumava questa rappresentazione di normalità istituzionale, il Myanmar continuava a bruciare. La guerra civile esplosa dopo il golpe non ha mai conosciuto una vera tregua. Secondo l’ong ACLED, che monitora i conflitti a livello globale, dall’inizio della guerra civile in Myanmar sono morte oltre 92 mila persone, tra combattenti e civili. Fonti delle Nazioni Unite e di gruppi per i diritti umani indicano che migliaia di civili sono stati uccisi dalle forze militari in operazioni di repressione, incluse donne e bambini, con un aumento significativo anno su anno. La repressione non si limita al campo di battaglia. Nei centri di detenzione controllati dalla giunta sono documentati casi di torture, violenze sessuali, stupri di gruppo e abusi anche su minori. L’obiettivo non è solo punire, ma terrorizzare, spezzare il tessuto sociale e dissuadere ogni forma di resistenza. Allo stesso tempo, anche alcuni gruppi armati anti-regime sono accusati di abusi, alimentando un ciclo di violenza che colpisce soprattutto la popolazione civile. Secondo un rapporto AAPP (Assistance Association for Political Prisoners), almeno 2 mila persone sono morte in custodia militare, molte dopo torture o negazione di cure mediche adeguate. In cinque anni sarebbero state arrestate 29 mila persone, di cui 22 mila ancora in detenzione. Non solo. Oltre 3,5 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa dei combattimenti e delle offensive militari. Di questi sfollati, circa un terzo sono bambini, molti dei quali separati dalle famiglie o privati di istruzione regolare, vaccini e servizi sanitari di base. La crisi economica, la violenza e la perdita di mezzi di sussistenza hanno spinto circa metà della popolazione sotto la soglia di povertà, aggravando fame, malnutrizione e difficoltà di accesso a servizi essenziali. Secondo le Nazioni Unite, oltre 20 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Venditrici ambulanti a Yangon (Ansa).

Un’economia basata sui traffici criminali

Particolarmente drammatica è la situazione nello Stato di Rakhine, dove il conflitto ha riacceso dinamiche che ricordano le atrocità del 2017 contro la minoranza Rohingya. Decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine con il Bangladesh negli ultimi due anni, andando ad aggiungersi a una popolazione di rifugiati già enorme. Le Nazioni Unite parlano apertamente di un modello ricorrente di violazioni gravi e sistematiche del diritto internazionale umanitario. Le uniche attività in crescita sono spesso legate a economie criminali: traffici di droga, centri di truffe online, sfruttamento illegale delle risorse. Un’economia di guerra che arricchisce pochi e impoverisce ulteriormente i molti.

Per la Cina i generali sono l’unica chance di stabilità

Col voto, i generali puntano però a ripulirsi l’immagine e stimolare un processo di normalizzazione che pare già iniziato. L’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), pur avendo formalmente condannato il golpe e adottato un piano in cinque punti per la de-escalation, si è dimostrata incapace di esercitare una reale pressione sulla giunta. Alcuni Paesi della regione sembrano ormai inclini a una normalizzazione dei rapporti con Naypyidaw, preoccupati più della stabilità e dei propri interessi strategici che del destino della democrazia birmana. Le grandi potenze giocano una partita pragmatica. La Russia fornisce sostegno militare e diplomatico ai generali. La Cina mantiene un approccio ufficialmente neutrale, ma si è avvicinata alla giunta militare dopo aver intrattenuto legami con gruppi armati locali. Il motivo? Ha compreso che l’unica chance di stabilità è rappresentata proprio dai militari, e Pechino è come sempre interessata a garantire sicurezza ai propri investimenti e corridoi strategici verso l’Oceano Indiano.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Xi Jinping con il generale Min Aung Hlaing (Ansa).

Trump ha revocato le protezioni per i cittadini birmani in Usa

L’Occidente, pur continuando a denunciare le violazioni dei diritti umani, appare diviso tra sanzioni e una generale perdita di priorità del dossier Myanmar nell’agenda globale. Una frammentazione che si è acuita col ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Lo scorso aprile, la Casa Bianca ha inviato una lettera ufficiale indirizzata a Min Aung Hlaing, in cui si annunciava l’imposizione di dazi del 40 per cento sulle importazioni birmane. Questo messaggio, formale e diretto alla leadership della giunta, è stato interpretato da molti come una prima indicazione pubblica di un possibile riconoscimento diplomatico dei golpisti. In seguito, la Casa Bianca ha deciso di terminare lo status di protezione temporanea per i cittadini birmani negli Stati Uniti. Questo programma, previsto per persone provenienti da Paesi in guerra o in crisi, era stato esteso dopo il golpe per proteggere migliaia di rifugiati da deportazioni forzate. Ma a novembre Washington ha annunciato che la situazione in Myanmar sarebbe migliorata, giustificando così la revoca delle protezioni e invitando i beneficiari a tornare nel loro Paese. Ma, al di fuori della bolla normalizzata delle grandi città dove comunque non c’è spazio per oppositori, il Myanmar rimane spaccato.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia

Più emisfero occidentale e Dottrina Monroe, meno AsiaPacifico e confronto diretto con Cina e Russia. La nuova strategia di difesa del Pentagono segue la strada tracciata dal documento di sicurezza nazionale pubblicato dalla Casa Bianca qualche mese fa, fornendo però maggiori dettagli operativi. Il testo, pubblicato in un momento politicamente delicatissimo e alla vigilia di un atteso vertice tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per aprile, conferma la presenza di un’America diversa da quella degli ultimi 10 anni: meno ideologica, più transazionale, concentrata su se stessa e sul proprio vicinato. In sostanza, decisamente meno incline a sostenere il peso della sicurezza altrui così come ha fatto finora. Non a caso, il documento del Pentagono sta alimentando non poche inquietudini in Asia orientale, soprattutto tra gli alleati degli Stati Uniti.

Un linguaggio improntato alla stabilità strategica

Il tratto più evidente della nuova strategia è il tono insolitamente conciliante nei confronti di Pechino. La Cina non viene più descritta come una minaccia esistenziale o come la «sfida prioritaria» del lungo periodo, etichetta che compariva esplicitamente sia nella strategia di sicurezza nazionale del primo Trump nel 2017 sia, con ancora maggiore forza, in quella dell’amministrazione Biden nel 2022. Al suo posto emerge un linguaggio improntato alla gestione del rischio, alla stabilità strategica e alla ricerca di un equilibrio accettabile per entrambe le parti. L’obiettivo dichiarato è ridurre le tensioni militari nell’IndoPacifico, ampliare i canali di comunicazione tra le forze armate statunitensi e l’Esercito popolare di liberazione e prevenire incidenti o escalation involontarie.

Segnali di distensione su dossier sensibili come TikTok

Questo cambio di registro è coerente con le politiche di Trump degli ultimi mesi. La Casa Bianca sembra aver deciso di dare priorità alla dimensione economica del rapporto con la Cina, cercando una tregua commerciale che consenta a Trump di presentarsi all’elettorato come il presidente capace di “fare accordi” anche con il principale rivale globale. Non a caso, la pubblicazione della strategia è arrivata a ridosso di segnali di distensione su dossier sensibili come TikTok e l’export di tecnologie avanzate. Dal punto di vista americano, ridurre la retorica ostile e abbassare il profilo militare può facilitare il dialogo economico. Dal punto di vista asiatico, però, il messaggio rischia di essere letto come un allentamento dell’impegno strategico degli Stati Uniti nella regione.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
Il quartier generale di TikTok a Los Angeles (foto Ansa).

A Taipei sono preoccupati dal silenzio degli Stati Uniti

Il silenzio su Taiwan è l’aspetto di maggiore discontinuità retorica. Nel nuovo documento del Pentagono l’isola non viene mai citata esplicitamente, né come partner, né come potenziale teatro di crisi. È una scelta che contrasta in modo netto con la strategia del 2022, in cui Taiwan e lo Stretto comparivano ben sette volte, inseriti chiaramente nel quadro della competizione strategica con Pechino. Oggi resta un riferimento indiretto alla «prima catena di isole» e alla necessità di costruire una deterrenza per negare eventuali aggressioni, ma senza mai nominare l’oggetto principale di quella deterrenza. A Taipei questo silenzio viene interpretato da molti come un segnale preoccupante: non un abbandono formale, ma una retrocessione delle priorità, che rende la difesa dell’isola meno centrale e più condizionata da valutazioni contingenti. Per esempio, la fornitura di chip.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
Militari taiwanesi (foto Ansa).

L’ambiguità strategica, che per decenni ha caratterizzato la politica americana su Taiwan, appare ora più forte che mai. Trump, a differenza di Biden, non ha mai dichiarato esplicitamente che gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in caso di attacco cinese. E il nuovo documento non colma questo vuoto. Anzi, rafforza l’idea che la difesa della prima catena di isole debba poggiare in misura crescente sulle spalle degli alleati regionali.

Taiwan isolata sul piano diplomatico ed esposta alle pressioni

Per Taipei questo significa una cosa molto concreta: aumentare esponenzialmente gli acquisti di armi dagli Usa (sperando così di ottenere maggiore attenzione da Trump), ma anche accelerare la costruzione di una deterrenza autonoma, investire in capacità asimmetriche e prepararsi all’eventualità che l’aiuto americano non sia automatico né immediato. A Taipei si teme uno scenario in cui gli Stati Uniti continuano a fornire armi e supporto tecnico, ma riducono il livello di impegno politico esplicito, rendendo Taiwan più isolata sul piano diplomatico e più esposta alle pressioni. Un processo che indebolirebbe la capacità dell’isola di mobilitare consenso e sostegno internazionale in caso di crisi.

L’ombrello americano non è più percepito come affidabile

Direttamente coinvolto il Giappone, soprattutto dopo che la premier Sanae Takaichi ha dichiarato che Tokyo potrebbe intervenire direttamente in caso di azione militare contro Taiwan. La prima reazione giapponese alla nuova strategia del Pentagono riguarda la percezione di affidabilità dell’ombrello americano. Per decenni, la deterrenza americana in Asia orientale si è basata sulla chiarezza politica dell’impegno, oltre che su una superiorità militare che ora è peraltro sempre più messa in discussione.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
La prima ministra giapponese Takaichi Sanae (foto Ansa).

Il linguaggio sulla “condivisione del peso” e sul ruolo più limitato degli Stati Uniti suggerisce che l’intervento americano non sia più scontato, ma dipenda sempre di più dal comportamento, dagli investimenti e dalla postura degli alleati stessi. Questo elemento pesa enormemente nel dibattito strategico giapponese. Il Giappone è già impegnato in una svolta storica della propria politica di difesa, con l’aumento della spesa militare, l’acquisizione di capacità di contro-attacco e una revisione sostanziale della dottrina pacifista del Dopoguerra.

Tokyo ha perso l’allineamento con Washington sui valori condivisi

Sin qui, queste scelte erano state concepite come un rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, non come una loro alternativa. L’idea che Washington possa progressivamente ridurre il proprio impegno diretto nella regione trasforma invece il riarmo giapponese in una necessità esistenziale, più che in un contributo complementare. Un altro aspetto chiave riguarda la scomparsa della retorica ideologica dalla strategia americana. Per Tokyo, che ha spesso legittimato il proprio allineamento a Washington anche in termini di valori condivisi e di difesa dell’ordine liberale, questo cambiamento è destabilizzante.

Anche la Corea del Sud spaventata per il disimpegno del Pentagono

Apertamente preoccupata anche la Corea del Sud. La strategia del Pentagono parla esplicitamente di un «ruolo più limitato» degli Stati Uniti nella deterrenza della Corea del Nord e lascia intendere che Seul debba assumersi la responsabilità primaria della propria difesa. In termini pratici, questo apre la strada a un ridimensionamento della presenza militare americana sulla penisola coreana, inclusi soldati e asset strategici che per decenni hanno rappresentato il pilastro della sicurezza del Paese.

Trump si ammorbidisce sulla Cina: così la strategia del Pentagono spaventa l’Asia
Proteste in Corea del Sud contro le tariffe di Trump (foto Ansa).

Secondo l’amministrazione Trump, la Corea del Sud è una potenza militare avanzata con una spesa per la difesa elevata, un’industria bellica sofisticata e una capacità di mobilitazione notevole. Dunque, in grado di fare maggiormente da sola. Ma per Seul il problema è anche strategico. La folta presenza americana in Corea del Sud è sempre stata un segnale inequivocabile a Pyongyang e a Pechino dell’impegno statunitense. Ridurla significa introdurre ulteriori margini di incertezza, in una regione che sente il rischio di venire potenzialmente esposta a inedite turbolenze.

Com’è andato davvero l’incontro tra Macron e Xi?

Dujiangyan si trova alle porte di Chengdu e ospita uno dei sistemi di irrigazione più antichi al mondo. Qui, tra i canali millenari che portano l’acqua verso la pianura del Sichuan da più di 2000 anni, Xi Jinping ha scelto di ospitare Emmanuel Macron per la parte informale dei loro colloqui. Una componente ormai irrinunciabile degli annuali incontri tra i due leader. Nel 2024, durante la visita del presidente cinese a Parigi, il leader francese lo aveva accompagnato sul Tourmalet dell’amata nonna. Stavolta, Xi ha scelto una meta ad alto valore simbolico per saldare la «tradizionale amicizia» tra i due Paesi, che i media statali cinesi definiscono «spiriti affini».

I messaggi simbolici che Xi ha lanciato a Macron

Lì, dove l’ingegno di un impero lontano ha trasformato il corso impetuoso di un fiume in un sistema armonioso di vita e prosperità, è come se Xi avesse voluto segnalare la capacità della Cina di raggiungere l’autosufficienza. Quasi come a dire all’Europa che cerca il “derisking” nelle relazioni commerciali con Pechino: siamo sopravvissuti a lungo senza di voi, possiamo continuare a farlo. In realtà, il messaggio simbolico potrebbe essere ancora più sottile. Il mormorio dell’acqua, il legno scuro dei padiglioni e i canali millenari sono un invito a pensare nel lungo termine: lo stesso tempo che serve alla diplomazia quando tenta di contenere le fratture della guerra in Ucraina e di ridisegnare gli equilibri globali. In quel luogo costruito per domare senza spezzare, per governare i flussi invece di opporvisi, è come se si fosse materializzata la metafora che Xi voleva offrire a Macron: la politica internazionale, come un grande fiume, non si arresta con la forza, ma si piega con l’ingegneria della pazienza, del compromesso, della gestione. Un messaggio rivolto a un’Europa che vorrebbe il sostegno della Cina per una soluzione nel conflitto.

Il nodo ucraino e le riserve di Pechino

La visita di Macron in Cina, la quarta da quando è presidente, è stata preparata in un clima internazionale incandescente. La Francia, in vista della presidenza di turno del G7 nel 2026, vuole dimostrare di poter ancora giocare un ruolo autonomo di mediatore globale. Con queste premesse, Macron è arrivato a Pechino con circa 40 dirigenti d’impresa e con l’obiettivo dichiarato di «aprire una nuova pagina» nei rapporti sino-francesi. Tra questi, i manager di Airbus, Veolia, Suez, EDF, Andros, Danone, Rémy Cointreau e Club Med. I colloqui formali si sono tenuti nella Grande Sala del Popolo di Pechino, luogo delle cerimonie solenni e della diplomazia più rigida. Qui, seduto accanto a Xi, il presidente francese ha insistito sul punto più sensibile della politica internazionale. «La Cina ha la capacità decisiva per influenzare un cessate il fuoco in Ucraina», ha detto Macron, chiedendo almeno una moratoria sugli attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine prima dell’arrivo dell’inverno. Xi ha risposto con la formula che Pechino usa ormai da tempo: la Cina sostiene «tutti gli sforzi per una pace equa», ma «si oppone fermamente a qualsiasi tentativo irresponsabile di scaricare la colpa su Pechino». Una replica diretta alle accuse provenienti dalla Nato, secondo cui la Cina sarebbe il «principale facilitatore» dell’apparato militare russo. Il significato è piuttosto chiaro: Xi dice sì a un processo negoziale che tenga in considerazione anche le preoccupazioni di sicurezza della Russia, ma no a un’Europa appiattita sulle posizioni anti-Cina. Pechino ha quindi presentato un pacchetto da 100 milioni di dollari per Gaza, dichiarando di voler assumere un ruolo nella de-escalation del conflitto israelo-palestinese. Nelle dichiarazioni congiunte, la Cina ha cercato di associare la questione ucraina a un appello più ampio per la stabilità internazionale, includendo Asia-Pacifico, Medio Oriente e Africa. Macron ha riconosciuto la necessità di una maggiore cooperazione, ma ha tenuto l’Ucraina al centro della discussione, chiarendo che la guerra in Europa resta la priorità di sicurezza per l’Ue, nonché il nodo principale da sciogliere anche per facilitare i rapporti con Pechino.

Com’è andato davvero l’incontro tra Macron e Xi?
Emmanuel Macron e Xi Jinping (Ansa).

L’invito cinese a una maggiore autonomia dagli Usa

Xi ha insistito sul tema dell’autonomia strategica europea. Ha fatto appello alla tradizione diplomatica francese, presentando Parigi come una «grande potenza storica» capace di prendere decisioni indipendenti e non condizionate dagli Stati Uniti. «L’umanità si trova davanti a un punto di svolta: Cina e Francia devono optare per il multilateralismo», ha affermato Xi . L’invito implicito è chiaro: la Francia deve continuare a distinguersi come attore europeo non allineato automaticamente a Washington. «Siamo di fronte al rischio reale di una disgregazione dell’ordine mondiale. Per questo il nostro dialogo non è mai stato così indispensabile», ha risposto Macron, chiedendo però di bilanciare lo squilibrio commerciale. L’Unione Europea registra un enorme disavanzo commerciale con la Cina, superiore ai 300 miliardi di dollari, e proprio negli ultimi giorni Bruxelles ha varato nuove misure per ridurre la dipendenza dalle materie prime cinesi. «La profonda integrazione delle catene di approvvigionamento tra i Paesi e la cooperazione aperta hanno creato opportunità di sviluppo, il disaccoppiamento significa autoisolamento», ha avvisato Xi, chiedendo di schierarsi «contro il protezionismo».

La partita economica tra dazi e investimenti

Poi la scena è passata al terreno economico. Intervenendo al Consiglio imprenditoriale Cina–Francia, Xi ha sottolineato che nei primi 10 mesi del 2025 gli scambi bilaterali hanno raggiunto i 68,75 miliardi di dollari e che gli investimenti reciproci hanno ormai superato i 27 miliardi, un livello che, secondo Pechino, può ancora crescere sensibilmente. La priorità di Parigi è evitare nuovi dazi sui prodotti agricoli e alimentari e consolidare la sospensione parziale delle tariffe sul brandy. Xi ha cercato di rassicurare la parte francese: la Cina, ha detto, è pronta ad aumentare le importazioni di beni francesi di alta gamma. In cambio, la Francia si è dichiarata disponibile ad accogliere più investimenti cinesi, soprattutto nei settori della mobilità sostenibile, dell’energia fotovoltaica e della transizione energetica. Macron ha anche ricordato la collaborazione tra il gruppo cinese XTC e Orano, impegnati nella costruzione di tre nuove fabbriche di batterie a Dunkerque. Sul fronte strettamente commerciale e degli investimenti è stata firmata una lettera d’intenti con l’obiettivo esplicito di aumentare gli investimenti reciproci e creare «un ambiente commerciale equo, trasparente, non discriminatorio e prevedibile» per le imprese di entrambi i Paesi. Nel concreto questo significa due cose: Parigi cerca di attrarre capitale cinese nei settori strategici della transizione energetica (batterie, mobilità sostenibile, fotovoltaico) e Pechino si impegna a facilitare l’accesso delle aziende francesi al mercato interno, soprattutto nei beni di alta gamma e nell’agroalimentare. La lettera non è un contratto vincolante ma un impegno politico che apre la porta a negoziazioni e memorandum settoriali successivi. Infine, sul nucleare civile, la dichiarazione congiunta indica l’intenzione condivisa di sostenerne l’espansione come pilastro della transizione energetica, con un obiettivo esplicito a livello politico globale — la triplicazione della capacità nucleare entro il 2050 — e impegni su ricerca, standard di sicurezza e possibili progetti congiunti. Questo apre margini concreti per contratti di fornitura, servizi e costruzione di impianti, ma la realizzazione richiederà clausole tecniche, finanziarie e di trasferimento tecnologico ancora da negoziare.

Com’è andato davvero l’incontro tra Macron e Xi?
Emmanuel Macron con Xi Jinping a Pechino (Ansa).

Gli Airbus usati come leva negoziale

Nei giorni precedenti la visita era circolata l’ipotesi di un maxi-ordine cinese per circa 500 aerei Airbus; nell’agenda ufficiale si è parlato di «un volume importante di ordini» ma non è stato annunciato un contratto definitivo in sede di vertice. Il punto politico è chiaro: la prospettiva di grandi ordini aeronautici è usata come leva negoziale per ottenere aperture nei mercati e impegni sugli investimenti. Xi aspetta forse maggiori garanzie da parte di Macron (e di Bruxelles) prima di procedere. C’è poi una dichiarazione congiunta sul clima, che prevede capitoli su energia pulita, metano, carbon pricing, finanza climatica, adattamento, biodiversità, oceani, deforestazione e l’idea di istituire un gruppo di lavoro bilaterale sul clima con prima riunione prevista nel 2026.

La diplomazia dei panda e il ricordo di quella del ping pong

Nell’ultima giornata, la visita si è spostata su un piano più personale. Xi ha accompagnato Macron nel Sichuan, una ormai tradizionale deviazione dal protocollo. Intanto, nella stessa città di Chengdu, Brigitte Macron visitava il centro di ricerca dei panda giganti dove si trova Yuan Meng, il primo panda nato in Francia e rientrato in Cina nel 2023. Pechino ha annunciato che invierà nuovi panda in Francia «al più tardi nel 2027»: un gesto di soft power raffinato, coerente con la tradizione della panda diplomacy che la Cina usa da decenni per rinsaldare relazioni importanti. La visita ha avuto anche una dimensione sportiva e culturale. Macron, ripreso da foto e video mentre faceva jogging a Chengdu, ha incontrato Alexis e Felix Lebrun, giovani talenti del ping-pong francese in Cina per la Coppa del mondo a squadre miste. Quasi un riferimento all’altrettanto nota diplomazia del ping-pong che portò allo storico disgelo tra Washington e Pechino negli Anni 70. Macron ha incontrato poi gli studenti dell’Università di Chengdu, parlando del ruolo delle nuove generazioni nelle relazioni internazionali e della necessità di un dialogo franco-cinese costante.

Com’è andato davvero l’incontro tra Macron e Xi?
La conferenza stampa congiunta di Macron e Xi Jinping (Ansa).

Il vero risultato della missione francese

Quando l’aereo presidenziale è decollato, è rimasta l’impressione che questa missione non abbia risolto le divergenze profonde tra Parigi e Pechino, ma conferma che Macron guarda alla Cina come a un interlocutore inevitabile. Tanto che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe invitare Xi al summit del G7 che si terrà a giugno a Evian. Sarebbe una mossa irrituale, visto che gli ospiti esterni sono solitamente leader di Paesi alleati di Stati Uniti e Occidente, o comunque rientrano nell’alveo delle democrazie liberali. Potrebbe essere un modo per attrarre l’attenzione di Donald Trump, sempre più interessato a parlare con le grandi potenze e a tutelare la tregua commerciale con la Cina. Ma il rischio è che il G7 possa trasformarsi in una sorta di G2. Tutt’altro che scontato, comunque, che Xi accetti un eventuale invito. Nella retorica cinese, il G7 è un «circolo chiuso» che perpetua una «mentalità da guerra fredda» e una logica di «scontro tra blocchi» che non prende in considerazione il mondo multipolare in cui la Cina emerge come pilastro del cosiddetto Sud globale. A Dujiangyan potrebbe scorrere ancora parecchia acqua prima che si arrivi a una soluzione.

Pechino entra nel Middle Corridor e ridisegna l’Eurasia oltre Mosca

Per anni, il grande ponte terrestre tra Cina ed Europa (la China-Europe Railway Express) ha fatto affidamento quasi esclusivamente sul corridoio settentrionale, la lunga arteria ferroviaria che attraversa il territorio russo prima di raggiungere Bielorussia e, attraverso la Polonia, l’Unione Europea. Era la via più rapida, collaudata e dotata di una capacità notevole, un pilastro imprescindibile della Belt and Road Initiative lanciata da Xi Jinping nel 2013. Ma la guerra in Ucraina, scoppiata nel febbraio 2022, ha cambiato radicalmente lo scenario. Boicottaggi, restrizioni, instabilità politica e timori reputazionali hanno spinto molti operatori logistici europei a evitare un passaggio così strettamente legato alla Russia. In questo contesto, il cosiddetto “Middle Corridor”— o Trans-Caspian International Transport Route (TITR) — è passato da opzione marginale a priorità strategica.

Pechino entra nel Middle Corridor e ridisegna l’Eurasia oltre Mosca
Il tratto polacco del China Railway Express (Ansa).

La Cina investe nella joint venture costituita da Kazakistan, Azerbaigian e Georgia

Il segnale più forte di questa svolta è arrivato ora da Pechino, nonostante la strombazzata partnership strategica con Mosca. China State Railway Group, il colosso ferroviario nazionale, ha infatti acquisito una quota nella joint venture Middle Corridor Multimodal Transport, costituita da Kazakistan, Azerbaigian e Georgia, per gestire in modo integrato la rotta alternativa. Registrata ad Astana nel novembre 2023, la joint venture è stata concepita per armonizzare tariffe, servizi, infrastrutture e operazioni, superando la frammentazione che ha sempre penalizzato il corridoio. L’ingresso cinese, confermato pochi giorni fa, rappresenta non solo un investimento logistico ma un chiaro messaggio: Pechino si prepara a ricalibrare le proprie rotte commerciali verso Ovest, riducendo l’esposizione a un contesto russo sempre più problematico. L’importanza della decisione emerge anche dai dati. Prima della guerra, circa il 45 per cento del traffico ferroviario Cina-Europa utilizzava il corridoio settentrionale. Oggi quella quota è crollata a circa il 15 per cento, secondo quanto riportato da Caixin. Le aziende europee continuano a diffidare di percorsi che potrebbero essere sottoposti a sanzioni o interruzioni improvvise. Di conseguenza, sempre più spedizionieri stanno guardando al Middle Corridor, nonostante presenti ancora limiti strutturali. Ma proprio per colmare tali lacune, la Cina ha deciso di entrare nella governance del progetto, accelerando un processo che altrimenti sarebbe avanzato lentamente.

Pechino entra nel Middle Corridor e ridisegna l’Eurasia oltre Mosca
Xi Jinping (Ansa).

Le difficoltà logistiche della rotta alternativa a quella russa

Il Middle Corridor collega la Cina occidentale ai porti del Kazakistan sul Mar Caspio, da cui i container vengono traghettati verso Baku in Azerbaigian. Da lì, il percorso prosegue via ferrovia verso la Georgia, supera il Mar Nero o continua via terra fino alla Turchia, raggiungendo l’Europa sud-orientale tramite i corridoi logistici anatolici. A livello geografico, la rotta è più breve del corridoio settentrionale di circa 2500 chilometri. A livello politico, evita completamente Russia e Bielorussia, un aspetto divenuto decisivo per molti clienti occidentali. Dal punto di vista logistico, però, rimane un mosaico complesso di fusi orari, norme diverse, cambi di modalità operative, attraversamenti marittimi e infrastrutture che necessitano di investimenti urgenti. Non a caso, il traffico sta crescendo ma non senza difficoltà. Nel 2024, il TITR ha movimentato 3,3 milioni di tonnellate di merci, con un aumento del 20 per cento su base annua. Ancora più impressionante l’incremento dei container: 565 mila TEU, più del doppio rispetto al 2023. Ma operatori come DHL Global Forwarding hanno sospeso temporaneamente i servizi lungo questa rotta a causa di «incertezze» operative. Un segnale che il potenziale del corridoio è enorme ma fragile: senza una governance integrata, capacità portuali maggiori e collegamenti più affidabili, il corridoio rischia di non poter competere stabilmente con il passaggio russo, che rimane più scorrevole e standardizzato. La nuova partecipazione cinese alla joint venture potrebbe rappresentare la svolta. Pechino, con la sua esperienza nella gestione di mega-sistemi logistici, può accelerare gli investimenti nei terminal del Kazakistan (come Aktau e Kuryk) e in quelli dell’Azerbaigian (il porto di Alat), oltre a favorire l’ammodernamento delle ferrovie caucasiche. L’obiettivo è chiaro: trasformare il Middle Corridor da opzione emergenziale a rotta pienamente competitiva con la Northern Route e con il trasporto marittimo attraverso Suez, che pure ha subito pesanti interruzioni a causa della crisi nel Mar Rosso.

Pechino entra nel Middle Corridor e ridisegna l’Eurasia oltre Mosca
(da railways.kz).

La diversificazione delle vie commerciali e l’influenza in Asia Centrale

Il rafforzamento del corridoio centroasiatico non è un’operazione puramente economica, ma si colloca all’interno della più ampia strategia cinese di diversificazione delle vie commerciali e di consolidamento della propria influenza in Asia Centrale e nel Caucaso. Da anni, Pechino investe in infrastrutture ferroviarie, stradali, energetiche e logistiche tra Kazakistan, Uzbekistan, Azerbaigian e Georgia, costruendo ciò che Xi Jinping definisce «architettura di connettività eurasiatica». La cooperazione con questi Paesi è vista come un contrappeso all’imprevedibilità dei mercati occidentali e alle tensioni con Washington. Parallelamente, i Paesi centroasiatici vedono nel Middle Corridor un’opportunità per affrancarsi dalla dipendenza logistica da Mosca, che sin dall’epoca sovietica ha dominato i transiti regionali.

Crescono le tensioni economiche tra Pechino e Mosca

Il riorientamento logistico della Cina sta dunque creando un nuovo triangolo strategico Eurasia-Cina-Europa che si sviluppa al di fuori del controllo russo. Attenzione, questo non significa che Pechino abbandonerà il corridoio settentrionale. Significa però che ora dispone di un’alternativa credibile, in grado di mettere pressione sulla Russia e di garantire maggiore flessibilità alle catene di approvvigionamento cinesi. La mossa è tanto più significativa se letta nel contesto delle tensioni economiche tra Pechino e Mosca: secondo vari report, il commercio bilaterale soffre di oscillazioni e difficoltà legate a sanzioni secondarie statunitensi, al calo dell’export cinese verso la Russia e alla sensibilità reputazionale delle aziende cinesi coinvolte con partner russi. Dal 2022 in poi, l’interscambio tra Cina e Russia è cresciuto in modo esponenziale, con un aumento dell’uso delle monete nazionali al posto del dollaro statunitense. Ma negli ultimi mesi la tendenza sembra essersi arrestata. A settembre, l’export cinese in Russia è crollato del 21 per cento su base annua. Gli acquisti di Pechino da Mosca sono tornati ad aumentare di circa il 4 per cento, ma dopo un calo del 17,8 per cento del mese precedente. E riguardano quasi interamente il settore energetico, vale a dire quello più esposto a scossoni politici. Un problema soprattutto per il Cremlino, che dopo la guerra in Ucraina è sempre più dipendente dalla Cina sul fronte economico.

Pechino entra nel Middle Corridor e ridisegna l’Eurasia oltre Mosca
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Una nuova geografia della globalizzazione

In un recente viaggio a Pechino, il premier russo Mikhail Mishustin ha cercato di raggiungere due obiettivi. Primo: confermare i progetti esistenti, a partire dal gasdotto Forza della Siberia 2, la cui costruzione richiede però diversi anni e su cui restano incognite legate ai costi. Secondo: individuare nuovi motori di crescita comune. In particolare, si è parlato di tecnologia e intelligenza artificiale. Ma anche di turismo, con Mosca che potrebbe a breve annunciare l’esenzione dal visto per i cittadini cinesi. In questo quadro complesso, il Middle Corridor appare come un progetto che ridisegna le mappe commerciali dell’Eurasia. Rende l’Asia Centrale un attore logistico di primo piano, spinge Ankara a rafforzare il ruolo della Turchia come hub euroasiatico, offre all’Europa meridionale una via di accesso più diretta alle merci cinesi, riduce la vulnerabilità della Cina a pressioni politiche e crea margini di manovra in un periodo di crescente frammentazione delle rotte globali. Il corridoio che bypassa la Russia non è solo un percorso alternativo. È il simbolo di una nuova geografia della globalizzazione, in cui la Cina costruisce resilienza e autonomia strategica. Se nei prossimi anni gli investimenti cinesi sapranno modernizzare i porti caspici, stabilizzare le tariffe e migliorare le tempistiche, il Middle Corridor potrebbe diventare uno dei più importanti assi commerciali a livello globale.  

Studenti sotto stress: perché Pechino rivede il suo modello scolastico

Ansia, depressione, privazione del sonno. La questione dei suicidi e della salute mentale tra gli studenti rappresenta una delle zone d’ombra più cupe del sistema educativo della Cina. La scuola cinese è spesso descritta come una macchina poderosa, capace di produrre risultati accademici impressionanti, studenti estremamente preparati nelle discipline scientifiche e un esercito di laureati STEM (science, technology, engineering and mathematics) che negli ultimi anni ha superato numericamente quello di Stati Uniti ed Europa messi insieme. Ma dietro questa apparente efficienza si nasconde anche un sistema educativo che da decenni vive sotto il peso di un livello di competizione estremo, alimentato da pressioni familiari, aspettative sociali e un modello di selezione scolastica implacabile. Ora il governo cinese ha deciso di affrontare il problema, introducendo una serie di misure per migliorare la salute mentale degli studenti delle scuole primarie e secondarie, in particolare durante il periodo degli esami.

Il terrore del Gaokao

Al culmine della tensione c’è il Gaokao, soprannominato «la prova che decide la tua vita». Non superarla significa rinunciare a un’istruzione universitaria di qualità e dover accettare un futuro lavorativo meno stabile o prestigioso. Il Gaokao è più di un esame di ammissione all’università, è un rito di passaggio dai contorni spesso drammatici. Ogni anno, all’inizio di giugno, si decide il futuro di un numero esorbitante di studenti. Agli esami appena cominciati prendono parte 13 milioni e 350 mila giovani in tutta la Cina, 70 mila in meno del 2024, col primo calo degli ultimi 10 anni. Introdotto per la prima volta nel 1952, il Gaokao testa le competenze in cinese, matematica, una lingua straniera e più materie a scelta tra storia, fisica, chimica, biologia o scienze politiche, a seconda della provincia di residenza. Si tratta di una prova estrema di resistenza mentale e fisica. Gli studenti iniziano a prepararsi anni prima, con carichi di studio giornalieri che possono superare le 12 ore. Le scuole organizzano spesso attività anti stress e di supporto psicologico. Già, perché il punteggio ottenuto nel Gaokao decide non solo l’accesso all’università, ma anche quale ateneo e quale facoltà si potrà frequentare. Senza una performance quasi perfetta, gli istituti più prestigiosi come la Tsinghua di Pechino o la Jiao Tong di Shanghai diventano inaccessibili.

Studenti sotto stress: perché Pechino rivede il suo modello scolastico
Alunni dopo aver sostenuto il Gaokao (Ansa).

La pressione delle famiglie: non si può fallire

In un Paese dove la mobilità sociale è stata storicamente legata ai risultati scolastici, il Gaokao è diventato un giudizio totale, un momento in cui si decide simbolicamente chi potrà aspirare a un futuro prospero e chi resterà indietro. Il sistema educativo cinese scarica questa tensione sui bambini fin dalla scuola primaria, con programmi rigidi, settimane interminabili, compiti che occupano anche le serate e i fine settimana, pressioni costanti per ottenere risultati eccellenti. Nelle grandi città, dove la competizione è ancora più feroce, il sistema scolastico è diventato un campo di battaglia. Molti studenti passano più tempo nei doposcuola privati che in casa, seguendo lezioni aggiuntive di matematica, cinese, inglese, scienze, robotica, coding e musica. Le famiglie investono somme enormi negli studi dei figli, spesso sacrificando il tempo libero. La cultura del “figlio unico”, ancora dominante nel comportamento sociale nonostante la fine della politica demografica restrittiva, ha aumentato ulteriormente la pressione: l’unico erede deve eccellere, deve reggere il peso delle aspettative di genitori e nonni, deve diventare il punto d’arrivo del riscatto familiare. Questo meccanismo psicologico, sommato alla competizione scolastica, ha creato una generazione profondamente consapevole che non si può fallire.

Le nuove misure anti-stress adottate dal governo

Studi condotti da istituti di ricerca cinesi e da centri universitari indicano che oltre un terzo degli studenti delle scuole medie e superiori manifesta sintomi di ansia clinica, mentre tra il 20 e il 30 per cento soffre di forme più o meno gravi di depressione. La privazione del sonno è endemica: molti ragazzi dormono tra le cinque e le sei ore a notte, specialmente nei periodi di preparazione al Gaokao. La mancanza di riposo non solo aumenta i livelli di stress, ma compromette le funzioni cognitive e indebolisce la resilienza emotiva, rendendo gli studenti più vulnerabili. Per questo, il ministero dell’Istruzione ha annunciato nuove misure volte a migliorare in modo sostanziale il benessere mentale e fisico di bambini e adolescenti. Non si tratta di interventi marginali, ma di una revisione profonda delle abitudini scolastiche e familiari, che mira a rimodellare il rapporto tra studenti, scuola e società. Le scuole dovranno garantire almeno due ore al giorno di attività fisica obbligatoria, un elemento quasi rivoluzionario in un sistema dove lo studio continuo era considerato la norma e dove, soprattutto nei periodi di preparazione agli esami, interi pomeriggi e serate venivano consumati sui libri o davanti allo schermo di un computer. Il governo chiede ora che gli istituti «controllino rigorosamente» il carico dei compiti a casa, spesso accusato di saturare le giornate degli studenti e ridurre drasticamente il tempo dedicato al gioco, al sonno e alle interazioni sociali naturali per i più giovani. Il divieto di utilizzare gli smartphone in classe, accompagnato dall’introduzione di periodi di tempo “screen-free”, rappresenta un altro tassello fondamentale della riforma. L’obiettivo è duplice: ridurre la dipendenza diffusa dai dispositivi digitali e riportare l’attenzione su metodi di apprendimento che non si basino esclusivamente sull’interazione costante con la tecnologia. Le autorità temono che l’uso eccessivo dello smartphone alimenti distrazione, ansia sociale e isolamento, aggravando una situazione già critica.

Studenti sotto stress: perché Pechino rivede il suo modello scolastico
Una scuola di Pechino (Ansa).

Migliorare la vita dei docenti significa migliorare la qualità dell’insegnamento

Le nuove direttive non si limitano agli studenti. Anche gli insegnanti sono coinvolti: con un comunicato ad hoc, il ministero dell’Istruzione intende ridurre in modo netto il carico di lavoro dei docenti, spesso oberati da compiti amministrativi, incontri extrascolastici e attività che li costringevano a lavorare durante weekend e festività. Un insegnante stanco e sovraccarico, secondo il governo, non può garantire una formazione di qualità. L’obiettivo è dunque duplice: migliorare la vita dei docenti e, di conseguenza, migliorare la qualità dell’insegnamento.

La salute mentale diventa una questione strategica

Queste misure non sorgono dal nulla. Nel 2021 la Cina aveva approvato una legge sull’istruzione che vietava i corsi di recupero pomeridiani nelle materie principali e riduceva drasticamente i compiti a casa per le scuole primarie e secondarie. Una decisione che aveva colpito duramente un settore multimiliardario, quello del tutoring privato, ritenuto responsabile di incentivare la competizione sfrenata tra le famiglie cinesi, pronte a investire somme ingenti per garantire ai figli un vantaggio accademico. La riforma del 2021 aveva cercato di uniformare le opportunità, ridurre le disuguaglianze e restituire all’infanzia un minimo di serenità. Le nuove misure appena introdotte rappresentano il secondo tempo di questa trasformazione. Il contesto globale ha contribuito a questa svolta. In un’epoca in cui la competizione internazionale richiede innovazione, pensiero divergente e capacità di adattamento, la Cina teme che un sistema troppo rigido e basato sulla mera ripetizione possa danneggiare la sua competitività a lungo termine. La salute mentale è diventata, dunque, una questione strategica: un popolo giovane stressato e ansioso è un popolo meno creativo, meno produttivo e più vulnerabile. Resta da capire come queste misure verranno applicate nella pratica, soprattutto nelle zone rurali e nelle città più piccole, dove le risorse scolastiche sono più scarse e dove la cultura dell’esame — il famigerato Gaokao — spesso schiaccia qualsiasi tentativo di riforma. Alcuni genitori temono che ridurre i compiti possa andare a scapito del rendimento, mentre altri accolgono con sollievo un’attenzione nuova al benessere dei figli.

Studenti sotto stress: perché Pechino rivede il suo modello scolastico
Alunni in classe (Ansa).

Puntare sulle materie STEM per rispondere alla competizione tecnologica globale

Contestualmente, il ministero dell’Istruzione ha pubblicato delle nuove linee guida per rafforzare l’educazione scientifica e tecnologica nelle scuole primarie e secondarie. Si prevede che entro il 2030 la Cina abbia costruito un sistema di base. Entro il 2035, secondo il documento, dovrebbe invece essere pienamente istituito un ecosistema integrato. Rafforzare l’educazione scientifica e tecnologica è per il governo «una pietra angolare strategica» per rispondere alla competizione tecnologica globale e assicurarsi l’iniziativa nello sviluppo nazionale. D’altronde, tra gli obiettivi principali emersi dalle proposte per il nuovo piano quinquennale 2026-2030 c’è proprio il perseguimento dell’autosufficienza tecnologica. L’Intelligenza artificiale è il pilastro di questa strategia. I risultati iniziano già a vedersi. Secondo i dati LexisNexis, tra il 2005 e il 2024 l’Università Tsinghua di Pechino ha registrato quasi 5 mila brevetti nei campi dell’IA e del machine learning: più di Harvard, MIT, Stanford e Princeton messi insieme, di cui oltre 900 solo nel 2024. La Tsinghua ha fondato incubatori che dal 2013 hanno generato circa 900 startup, e formato studenti che alimentano aziende come Alibaba, ByteDance e i nuovi giganti nazionali dell’IA, a partire da DeepSeek. La spinta arriva grazie ai sussidi statali, l’accesso agevolato alla capacità di calcolo e un numero di laureati STEM senza paragoni: oltre cinque milioni l’anno. Parallelamente, la quota di ricercatori cinesi di alta formazione è salita al 26 per cento e sembra ridursi il trend di spostarsi all’estero per proseguire la carriera accademica nel settore. Insomma, gli studenti devono vivere meglio la loro infanzia e adolescenza, per essere poi in grado di favorire il perseguimento degli obiettivi strategici di Pechino.

Tensione tra Cina e Giappone, non c’è solo Taiwan: il nodo di Okinawa

«I termini della Dichiarazione del Cairo dovrebbero essere applicati e la sovranità del Giappone limitata alle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu, Shikoku e alcune isole minori da determinare». Questa frase, contenuta nella Dichiarazione di Potsdam del 1945, fissava i termini per la resa giapponese al termine della Seconda Guerra Mondiale. Un testo che è riapparso qualche giorno fa in un post su X di Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri della Cina, al culmine delle tensioni tra Pechino e Tokyo. Un piccolo segnale passato inosservato, ma che sembra suggerire che la crisi diplomatica già profondamente segnata dalle tensioni su Taiwan e sulle isole contese Senkaku/Diaoyu possa ulteriormente ampliarsi.

Okinawa e le tensioni tra Cina e Giappone

In particolare, potrebbe farlo con il riemergere di un dossier storico e identitario rimasto a lungo latente: quello di Okinawa e dell’antico Regno delle Ryukyu. La possibilità che Pechino scelga di inserirsi nelle fratture sociali e culturali dell’arcipelago aggiunge un ulteriore livello di complessità a una crisi che, finora, è stata interpretata soprattutto come uno scontro di potere nel Mar Cinese orientale e Stretto di Taiwan. Ma la Cina potrebbe valutare un’operazione dalle alte implicazioni strategiche: rispondere a quelle che considera «interferenze esterne» della premier nipponica Sanae Takaichi su Taiwan (ex colonia dell’impero giapponese), provando a mettere in discussione la legittimità della sovranità di Tokyo su Okinawa e il resto dell’arcipelago.

Tensione tra Cina e Giappone, non c’è solo Taiwan: il nodo di Okinawa
Sanae Takaichi (Ansa).

Pechino rispolvera l’antico Regno delle Ryukyu

Da almeno due anni diversi funzionari cinesi, compreso lo stesso Xi Jinping, hanno ripreso a citare nei discorsi pubblici l’antica storia del Regno delle Ryukyu, un’entità indipendente che per secoli mantenne un rapporto di tributo e scambio diplomatico con la Cina imperiale dei Qing, prima di essere annessa dal Giappone nel 1879. Questi riferimenti, rimasti a lungo marginali nella narrativa cinese, stanno ora assumendo un carattere più politico, suggerendo un possibile tentativo di attualizzare un nodo storico che Pechino potrebbe utilizzare come leva geopolitica. Il nuovo impulso arriva da una visita di Xi all’Archivio nazionale delle pubblicazioni e della cultura, fiore all’occhiello della strategia di esaltazione delle radici storiche spinta dal presidente nella “nuova era”. Durante la visita, effettuata nell’estate 2023, Xi si è fermato davanti a un libro stampato su legno sulla storia delle Ryukyu. «Quando lavoravo a Fuzhou, ho conosciuto il rapporto profondo con le Ryukyu», ha detto in quella sede Xi, chiamando per la prima volta le isole (a cui il Giappone si riferisce come Nansei) con questo nome e ricordando i 36 clan del popolo Min che si spostarono dalla Cina all’arcipelago durante la dinastia Ming nel XIV secolo. Il presidente cinese ha poi invitato a raccogliere e ordinare tali documenti storici per «ereditare e sviluppare bene» la civiltà cinese. Da qui, una serie di analisi di storici cinesi che sono tornati a mettere in discussione la legittimità giapponese su Okinawa, rimasta peraltro sotto amministrazione americana fino al 1972 dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Tensione tra Cina e Giappone, non c’è solo Taiwan: il nodo di Okinawa
Xi Jinping (Imagoeconomica).

I Luchu, le basi Usa e il risentimento verso Tokyo

A Tokyo, questa strategia viene interpretata come un possibile tentativo di “infiammare” la questione di Okinawa in un momento già critico. L’arcipelago ospita una comunità, quella dei Luchu, che possiede una cultura e una lingua distinte rispetto al corpus principale del Giappone. La popolazione locale ha spesso manifestato la propria alterità identitaria, un forte sentimento antimilitarista e un risentimento verso le politiche di Tokyo. La presenza imponente di basi statunitensi — oltre il 70 per cento delle installazioni americane in Giappone si trova proprio a Okinawa — ha alimentato negli anni proteste, tensioni e un senso di marginalizzazione, che alcuni attivisti locali hanno tradotto in richieste di maggiore autonomia o riconoscimento identitario. Pechino, consapevole di questa frattura interna, potrebbe tentare di sfruttarla per indebolire la posizione giapponese nel confronto strategico sull’Asia orientale.

Tensione tra Cina e Giappone, non c’è solo Taiwan: il nodo di Okinawa
La base americana di Kadena, nella prefettura di Okinawa (Ansa).

Perché l’arcipelago è uno dei punti più sensibili della regione

La ragione è evidente: Okinawa è oggi uno dei punti più sensibili dell’equilibrio militare nella regione. Yonaguni, l’isola più occidentale dell’arcipelago delle Ryukyu, si trova ad appena 110 chilometri dalla costa orientale di Taiwan. Proprio qui, nei giorni scorsi, si sono alzati dei jet da combattimento giapponesi dopo l’avvistamento di un presunto drone cinese. Okinawa, peraltro, rappresenta il fulcro della presenza militare statunitense nel Pacifico occidentale. In caso di conflitto nello Stretto di Taiwan, Okinawa potrebbe finire coinvolta come retrovia logistica e piattaforma operativa per le forze americane. Per la Cina, che considera una futura “riunificazione” con Taiwan un obiettivo nazionale non negoziabile, limitare la funzionalità strategica di Okinawa equivarrebbe a ridurre la capacità di risposta militare degli Stati Uniti e del Giappone a un eventuale intervento. Questa pressione simbolica e storica su Okinawa ha dunque una chiara valenza geopolitica: Pechino non può sfidare militarmente Tokyo senza rischi enormi, ma può mettere in discussione la legittimità della sua sovranità per indebolire il fronte interno giapponese in un momento di forte tensione sulle questioni regionali.

La possibile contronarrazione di Pechino

Okinawa, del resto, porta ancora le cicatrici del suo passato. L’isola fu teatro della più feroce invasione anfibia della Seconda Guerra Mondiale, con oltre 200 mila morti, in larga parte civili. La devastazione lasciò un’eredità di diffidenza verso il militarismo giapponese e, più tardi, verso la massiccia presenza americana. Questa complessa stratificazione storica rende il terreno estremamente fertile per narrazioni alternative, soprattutto se presentate come una forma di riconoscimento o valorizzazione culturale. Pechino potrebbe non aver bisogno di sostenere apertamente progetti autonomisti: basterebbe amplificare la percezione che il governo centrale giapponese non si preoccupa abbastanza degli abitanti dell’isola, per creare nuove fratture politiche.

Tensione tra Cina e Giappone, non c’è solo Taiwan: il nodo di Okinawa
Il Memoriale della Pace di Itoman, a Okinawa (Ansa).

I rischi della politicizzazione del dossier Okinawa

La crisi tra Cina e Giappone potrebbe dunque evolvere in qualcosa di più profondo e insidioso. Se il dossier Okinawa venisse realmente politicizzato, l’Asia orientale si troverebbe davanti a un fronte di instabilità completamente nuovo, in cui storia, identità e geostrategia si intrecciano. Per Tokyo sarebbe un colpo gravissimo: la sicurezza dell’intero Paese e dell’alleanza con gli Stati Uniti dipende dalla stabilità dell’arcipelago. Per la Cina, invece, si tratterebbe di un modo per mettere sotto pressione il Giappone in un’area dove i costi di un’escalation militare sarebbero troppo alti, ma quelli di una destabilizzazione politica potrebbero rivelarsi sorprendentemente bassi. In un momento in cui le tensioni su Taiwan sembrano destinare la regione a una lunga fase di incertezza, il nodo di Okinawa potrebbe diventare un nuovo fronte di sottile e implicito confronto.

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia

Crisi esistenziali e colli da tagliare. Tra Cina e Giappone si è riaccesa una dura crisi diplomatica, nonostante il recente colloquio tra il presidente Xi Jinping e la premier Sanae Takaichi durante il summit dell‘Apec (Cooperazione Economica-Asia-Pacifico) in Corea del Sud. Al centro delle tensioni, un tema quanto mai attuale ma che porta con sé questioni storiche mai del tutto risolte nei rapporti tra i due big dell’Asia orientale: Taiwan.

La ‘sfida’ lanciata da Takaichi a Pechino

Tutto ha avuto inizio a poche ore di distanza dall’incontro tra Xi e Takaichi, in cui i due leader si sono impegnati a mantenere rapporti stabili. Il giorno dopo, attraverso due post pubblicati su X, Takaichi ha condiviso le immagini dell’incontro con il rappresentante di Taipei al vertice, Lin Hsin-i, definendolo «consigliere senior dell’Ufficio presidenziale di Taiwan». Una definizione inaccettabile per Pechino, che non tollera alcuna forma di riconoscimento internazionale della sovranità di Taipei. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha reagito duramente, accusando Takaichi di aver «incontrato deliberatamente personale delle autorità della regione di Taiwan» e di aver «diffuso segnali gravemente errati alle forze separatiste dell’indipendenza». L’episodio è stato seguito da una nuova fiammata polemica quando, parlando alla Dieta giapponese, Takaichi ha definito un’eventuale aggressione cinese all’isola «una crisi esistenziale per il Giappone», affermando che ciò consentirebbe a Tokyo di esercitare il diritto di difesa collettiva al fianco degli Stati Uniti. Pechino ha interpretato quelle parole come un tentativo di «interferire nei propri affari interni» e un preludio a un possibile coinvolgimento giapponese in un conflitto nello Stretto di Taiwan.

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia
Sanae Takaichi al summit Apec di Gyeongju (Ansa).

Il ritorno alla diplomazia dei lupi guerrieri

La reazione cinese è stata immediata e molto dura. Xue Jian, console generale della Repubblica Popolare a Osaka, ha pubblicato un post su X in cui ribadiva il fatto che Taiwan è «una questione interna» della Cina e che il Giappone non avrebbe dovuto ficcare il naso nella vicenda. Altrimenti, ha scritto Xue, il «collo sporco che si è avventato su di noi deve essere tagliato senza un attimo di esitazione». Il post è stato successivamente cancellato, ma è sembrato un ritorno alla cosiddetta “diplomazia dei lupi guerrieri” che aveva caratterizzato l’approccio di Pechino nella seconda metà del primo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, quando ambasciatori e funzionari cinesi avevano adottato una retorica molto aggressiva. Il messaggio di Xue, nonostante sia stato cancellato, ha spinto Tokyo a una protesta ufficiale, definendo il gesto «estremamente inappropriato» e chiedendo spiegazioni attraverso i canali diplomatici. Ma la tensione non si è fermata lì: la portavoce del ministero degli Esteri cinese ha ribadito che le parole di Takaichi «costituiscono una grossolana interferenza negli affari interni della Cina», mentre i media statali hanno accusato Takaichi di «arroganza militarista» e di voler «riportare il Giappone sulla strada del passato imperialista».

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia
Xi Jinping (Ansa).

Taiwan è il barometro della competizione tra i due Paesi

La durezza delle accuse riflette il momento di fragilità dei rapporti bilaterali. La Cina ha interpretato le parole della premier come un ritorno al linguaggio assertivo che aveva caratterizzato l’era di Shinzo Abe, di cui Takaichi è considerata l’erede politica e ideologica. Le sue posizioni intransigenti su sicurezza, riarmo e cooperazione con gli Stati Uniti sono viste a Pechino come un tentativo di «contenimento strategico» della Cina. Il fatto che le sue dichiarazioni siano arrivate a pochi giorni da un vertice molto mediatico con Trump, in cui è stato firmato un accordo per ridurre la dipendenza giapponese dalle terre rare cinesi, ha ulteriormente alimentato i sospetti di Pechino. Senza contare che Takaichi è sempre stata una fervida sostenitrice di Taiwan, dove si è anche recata in visita poche settimane prima della sua recente nomina a premier, proponendo una «quasi-alleanza di sicurezza» con Taipei. Nell’ambito più ampio della sicurezza regionale, il tema di Taiwan si è trasformato nel barometro della competizione tra Cina e Giappone. Tokyo, che da anni rivede gradualmente la propria dottrina pacifista, ha ormai assunto che un eventuale attacco cinese all’isola costituirebbe un pericolo diretto per la sua sicurezza nazionale. La vicinanza geografica — le isole meridionali di Okinawa distano appena 110 chilometri da Taiwan — rende forse inevitabile pensare che qualsiasi conflitto coinvolgerebbe basi americane sul territorio giapponese.

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia
Sanae Takaichi (Getty).

L’origine delle ostilità e il trauma nazionale cinese

La storia di questa ostilità risale alla fine del XIX secolo, quando il Giappone, emerso vittorioso nella Prima guerra sino-giapponese del 1895, impose alla dinastia Qing il Trattato di Shimonoseki, costringendola a cedere Taiwan, allora conosciuta come Formosa. Quella conquista segnò l’inizio di 50 anni di dominio coloniale nipponico sull’isola, durante i quali Tokyo trasformò profondamente l’economia e la società taiwanese, ma represse anche duramente i movimenti indipendentisti e sinofili locali. Agli occhi di Pechino, quella pagina rappresenta l’inizio dell’umiliazione moderna della Cina: un’epoca in cui le potenze straniere – e in particolare il Giappone – approfittarono della sua debolezza per spartirsi il suo territorio e le sue risorse. La successiva invasione della Manciuria nel 1931, la guerra totale del 1937 e il massacro di Nanchino consolidarono un trauma nazionale ancora oggi centrale nella narrativa cinese. Il Partito Comunista, fin dalla sua ascesa al potere nel 1949, ha costruito parte della propria legittimità politica sulla «memoria della resistenza all’aggressione giapponese», un elemento che torna ogni volta che le relazioni bilaterali si incrinano. Ogni dichiarazione di un politico giapponese percepita come provocatoria – come la visita di Takaichi al santuario di Yasukuni in passato, o le sue parole su Taiwan oggi – riattiva immediatamente quell’antico risentimento.

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia
Il santuario Yasukuni a Tokyo (Ansa).

Tuttavia, fino a oggi i governi di Tokyo avevano mantenuto un’ambiguità calcolata, evitando di indicare esplicitamente le condizioni per un intervento. In Giappone, le parole della premier hanno suscitato reazioni contrastanti. I nazionalisti e l’ala destra del Partito Liberaldemocratico le hanno applaudite come un atto di coraggio e di chiarezza, in linea con la crescente consapevolezza che l’equilibrio strategico nella regione sta cambiando. Al contrario, settori più moderati, e parte della burocrazia del ministero degli Esteri e della Difesa, temono che un’escalation verbale possa ridurre i margini di dialogo e mettere a rischio i delicati equilibri economici con la Cina, che resta il principale partner commerciale del Giappone.

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia
La cerimonia di commemorazione del massacro di Nanchino (Ansa).

L’allineamento con gli Usa e la fine della prudenza di Tokyo

Nel frattempo, la situazione è complicata dalla simultaneità di altri fattori: l’accelerazione del riarmo giapponese, la cooperazione militare con Washington, la firma di nuovi accordi sulle terre rare che mirano a ridurre la dipendenza da Pechino e la concorrenza geopolitica per il controllo delle rotte marittime e delle catene di approvvigionamento tecnologiche. In questo quadro, il nodo di Taiwan non è solo un tema diplomatico, ma è diventato un punto di scontro ideologico e strategico. Le parole di Takaichi, dunque, non sono un semplice scivolone retorico, ma l’espressione di un mutamento più profondo: la fine della prudenza che aveva contraddistinto Tokyo negli ultimi decenni. La premier ha voluto affermare che il Giappone non può più permettersi di restare neutrale di fronte alle manovre della Cina e che la difesa di Taiwan coincide ormai con la difesa della propria sovranità. Pechino, invece, vede in questa posizione la prova che Tokyo sta scegliendo di allinearsi definitivamente con la strategia di contenimento americana, sacrificando ogni residua ambiguità diplomatica. In un contesto in cui la corsa agli armamenti e la competizione economica si intrecciano sempre più, il rischio è che la crisi diplomatica su Taiwan possa allargarsi in una frattura tra i due grandi vicini dell’Asia orientale.

Gelo tra Cina e Giappone: perché Taiwan è il nuovo barometro dell’Asia
Donald Trump con Sanae Takaichi (Ansa).

La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa

«La Cina vincerà la corsa all’intelligenza artificiale». Con queste parole, pronunciate al Financial Times Future of AI Summit, Jensen Huang — amministratore delegato di Nvidia, la societtà più quotata al mondo — ha sorpreso il pubblico e scosso Washington. Per il capo del colosso californiano, la combinazione tra energia a basso costo, minore burocrazia e una strategia industriale unitaria darà a Pechino un vantaggio decisivo rispetto agli Stati Uniti nella competizione globale sull’IA.

La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa
Il Ceo di Nvidia Jensen Huang (Ansa).

La guerra dei chip

Le sue dichiarazioni squarciano il velo sulle dinamiche interne a uno dei settori più strategici della competizione tra le due superpotenze. Nonostante la tregua commerciale siglata da Donald Trump e Xi Jinping lo scorso 30 ottobre a Busan, in Corea del Sud, il nodo dei chip non è stato sciolto. La Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura dei nuovi modelli Blackwell di Nvidia sul mercato cinese. Pechino, da parte sua, si muove per rinforzare la produzione nazionale. Da un lato, la Cina ha imposto ai data center finanziati dallo Stato l’uso esclusivo di chip nazionali, vietando quelli stranieri; dall’altro, ha aumentato i sussidi energetici, tagliando fino alla metà le bollette delle aziende che utilizzano semiconduttori made in China.

La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

Tariffe agevolate per i data center di alcune province

Questa doppia mossa — divieto e incentivo — ha una logica chiara: costruire un’industria dell’intelligenza artificiale autonoma e sostenibile, capace di competere con i giganti occidentali e di superare la dipendenza da Nvidia, AMD e Intel. Il tutto in ossequio all’obiettivo dell’autosufficienza tecnologica, vero e proprio mantra delle proposte formulate dal IV plenum del XX Comitato centrale del Partito comunista in vista del XV piano quinquennale 2026-2030, che verrà approvato ufficialmente il prossimo marzo. Le province di Gansu, Guizhou e Mongolia Interna, dove si concentrano alcuni dei più grandi data center del Paese, sono diventate il laboratorio di questa politica. Qui, i governi locali offrono tariffe elettriche agevolate, fino a 0,4 yuan per kWh (circa 5,6 centesimi di dollaro), contro i 9,1 centesimi medi negli Stati Uniti. In queste regioni, l’energia proviene in larga parte da fonti rinnovabili o a basso impatto ambientale, e la rete elettrica centralizzata consente una gestione più efficiente dei carichi. Il confronto con l’Occidente è netto. Negli Stati Uniti, dove la rete è frammentata e i costi variano da Stato a Stato, grandi gruppi come Meta e la xAI di Elon Musk stanno costruendo generatori privati per alimentare i propri centri dati. In Cina, invece, la pianificazione centrale permette di distribuire energia in modo più omogeneo, trasformando un’infrastruttura pubblica in un vantaggio strategico.

La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa
Visitatori alla Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale in Shanghai (Ansa).

No ai chip stranieri a favore di quelli domestici

Dietro l’efficienza energetica c’è una scelta industriale precisa. I chip cinesi di Huawei, Cambricon e altre aziende minori — anche se meno performanti di quelli Nvidia — consumano tra il 30 e il 50 per cento di energia in più per la stessa potenza di calcolo. Per compensare, Huawei ha sviluppato cluster di chip Ascend 910C, che distribuiscono i carichi di lavoro e riducono la dipendenza dal singolo processore. Il costo maggiore in termini di energia viene così bilanciato dai sussidi statali e da un accesso prioritario all’infrastruttura. Parallelamente, Pechino ha imposto ai nuovi progetti di data center sovvenzionati di rimuovere tutti i chip stranieri installati se la costruzione non ha superato il 30 per cento di avanzamento. È una delle misure più drastiche mai adottate per ridurre la presenza tecnologica estera nei settori strategici del Paese. L’obiettivo non è solo economico, ma politico: assicurare che il futuro della potenza di calcolo cinese (vale a dire la nuova linfa dell’economia digitale) sia controllato internamente. Il risultato è un ecosistema in rapida trasformazione. Mentre nel 2022 Nvidia deteneva il 95 per cento del mercato dei chip IA in Cina, oggi la sua quota è drasticamente scesa. Le aziende locali, da Huawei a startup come MetaX, Moore Threads ed Enflame, stanno guadagnando terreno grazie a finanziamenti pubblici e a un mercato protetto. Dopo la campagna di rettificazione guidata dal governo negli scorsi anni, i grandi gruppi tecnologici come ByteDance, Alibaba, Tencent sono costretti a sperimentare con chip domestici, alimentando così un ciclo virtuoso di domanda e sviluppo.

La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa
Lo stand Alibaba alla terza China International Supply Chain Expo (CISCE) a Pechino (Ansa).

Un modello alternativo a quello della Silicon Valley

Le parole dell’amministratore di Nvidia sono in parte provocatorie ma riflettono un dato di fatto: la Cina sta investendo in modo sistemico per assumere una posizione centrale nella catena del valore dell’intelligenza artificiale, dalla produzione dei chip ai data center, fino alle applicazioni industriali. Lo dimostra la recente AI Plus Initiative lanciata dal governo allo scopo di integrare l’IA in sei settori chiave — scienza, industria, agricoltura, sanità, istruzione e governance urbana — come motore della “nuova produttività di qualità”. Pechino non si limita dunque a inseguire la Silicon Valley; mira a creare un modello alternativo, in cui l’intelligenza artificiale diventa leva di crescita economica, efficienza energetica e legittimazione politica. E lo fa scommettendo sulla scala, sulla rapidità e sull’integrazione verticale di tutta la filiera. La decisione di vietare i chip stranieri nei data center pubblici non è soltanto una misura economica o di sicurezza. È anche un messaggio strategico rivolto agli Stati Uniti: Pechino vuole dimostrare che l’attuale interdipendenza incrociata nel settore tecnologico è sbilanciata a suo favore. Se da un lato la Cina dipende ancora dai chip americani di fascia alta, dall’altro gli Stati Uniti dipendono in misura ben maggiore dalle terre rare cinesi, materiali essenziali per la produzione di semiconduttori, batterie, turbine e armamenti avanzati. Oltre il 70 per cento della raffinazione mondiale di terre rare avviene in Cina, che ne controlla anche la catena di approvvigionamento attraverso miniere in Africa e Asia. Con la stretta sui chip, Pechino invia dunque un segnale preciso: può sostituire progressivamente la tecnologia americana, mentre Washington non può rinunciare alle materie prime strategiche cinesi senza conseguenze devastanti per la propria industria high-tech. In altri termini, la leva delle terre rare vale oggi più dei chip. Questa dinamica sottolinea una verità scomoda per gli Stati Uniti: la “decoupling strategy” rischia di essere più costosa per chi la promuove che per chi la subisce.

La cooperazione strategica con i Paesi emergenti

A livello globale, questa strategia si accompagna a un messaggio politico chiaro: la Cina vuole proporsi come fornitore di beni pubblici tecnologico. Modelli linguistici open-source come DeepSeek-R1 o Kimi K2 vengono offerti gratuitamente o a basso costo a governi e startup dei Paesi emergenti, insieme a infrastrutture e dataset. Un approccio che, nei fatti, costruisce consenso e influenza nel cosiddetto Sud Globale, dove l’accesso alle tecnologie occidentali resta limitato e costoso. Il rischio, per gli Stati Uniti, è duplice: perdere il primato tecnologico e cedere quello morale. Laddove Washington teme di esportare potenza computazionale, Pechino la distribuisce come strumento di cooperazione. Sembra averlo ricordato lo stesso Huang, quando ha detto che «l’Occidente è frenato dal cinismo». La Cina, al contrario, trasforma ogni restrizione in un’opportunità per rafforzare la propria autonomia.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia

Vertici e annunci, mazze da golf e corone dorate. L’atteso viaggio di Donald Trump in Asia è stato un misto di politica e spettacolo. In cinque giorni, Trump ha attraversato la Malaysia, il Giappone e la Corea del Sud, toccando quasi ogni punto nevralgico della politica asiatica, dal commercio con la Cina alla sicurezza nel Pacifico, fino alle dispute territoriali nel Sud-Est asiatico.

L’entrata trionfale di The Donald a Kuala Lumpur

La prima tappa è stata Kuala Lumpur, dove si svolgeva il vertice dell’ASEAN. Qui Trump ha fatto la sua entrata trionfale come “uomo degli accordi”, annunciando di aver presenziato alla firma di quello che ha ribattezzato Kuala Lumpur Peace Accords. L’accordo, in realtà, sanciva ufficialmente la conferma del cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia raggiunto a luglio, dopo alcuni giorni di scontri armati lungo la frontiera. «Abbiamo salvato milioni di vite», ha dichiarato Trump, rivendicando un successo che i protagonisti asiatici, tuttavia, hanno definito solo un primo passo verso la pace. Il ministro degli Esteri thailandese, Sihasak Phuangketkeow, ha precisato che si trattava di un documento preparatorio, non di un vero trattato di pace. La Malaysia, Paese ospitante, ha comunque alimentato la narrazione trumpiana allestendo un palco con la scritta “Delivering Peace: Cambodia-Thailand Peace Deal”.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia
Donald Trump al vertice ASEAN (Ansa).

L’accordo con la Thailandia sui minerali strategici

In parallelo, Trump ha firmato una serie di accordi commerciali con Cambogia, Malaysia e Vietnam, confermando intese già negoziate nei mesi precedenti. La più rilevante è stata quella con la Thailandia, che prevede cooperazione per l’estrazione e la fornitura di minerali strategici, passo che si inserisce nel piano americano di ridurre la dipendenza dalle terre rare cinesi. Queste mosse economiche, intrecciate con la diplomazia, hanno mostrato una Casa Bianca che usa il commercio come leva di pressione geopolitica: «Facciamo molti affari con entrambe le nazioni finché vivono in pace», ha dichiarato Trump, spiegando apertamente il suo metodo, secondo cui la stabilità è premiata con vantaggi economici. Sempre in Malaysia, mentre il presidente si faceva fotografare accanto ai leader regionali, si svolgeva un round cruciale di negoziati tra Stati Uniti e Cina. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, e il vicepremier cinese, He Lifeng, hanno raggiunto un’intesa preliminare che ha segnato una significativa de-escalation nella lunga guerra commerciale tra le due potenze.

Lo show mediatico in Giappone

Trump è ripartito senza partecipare al vertice dell’Asia orientale in programma durante il summit dell’ASEAN, spostandosi a Tokyo. La tappa giapponese ha avuto due facce ben riconoscibili: da un lato un fitto pacchetto di accordi strategici ed economici, dall’altro un vero e proprio “show” cerimoniale costruito per massimizzare l’impatto mediatico e politico del tycoon. Trump è stato ricevuto in Giappone con riti formali e gesti spettacolari che hanno contribuito a esaltare la narrativa del successo diplomatico: incontro con l’imperatore, visite in luoghi simbolici e un’accoglienza che ha incluso simbolismi pubblici (illuminazioni, cerimonie, doni) volti a sottolineare il ritorno della centralità americana nella regione. Questi elementi non sono semplici ornamenti: servono a trasmettere fiducia e legittimazione reciproca tra leader, e Tokyo li ha usati anche per rassicurare il proprio elettorato sulla solidità dell’alleanza con gli Stati Uniti.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia
Donald Trump con Sanae Takaichi a Tokyo (Ansa).

L’incontro con la premier Takaichi e l’annuncio di una «nuova età dell’oro»

Il cuore della visita è stato il vertice tra Trump e la nuova prima ministra Sanae Takaichi, nominata appena una settimana prima. L’incontro ha avuto tono molto caloroso, con elogi reciproci e annunci di una «nuova età dell’oro» nelle relazioni bilaterali, espressione con cui Tokyo ha voluto indicare sia un rafforzamento della cooperazione in campo economico sia una convergenza sulla dimensione della sicurezza regionale. Takaichi ha ribadito l’intenzione di accrescere la capacità di difesa del Giappone e di intensificare la collaborazione con Washington; Trump ha contraccambiato con assicurazioni operative e simboliche di sostegno.

La cooperazione sulle terre rare in ottica anti-cinese

Il risultato più tangibile sul piano economico-strategico è stato un accordo di cooperazione su terre rare e minerali critici volto a rafforzare catene di approvvigionamento alternative alla Cina. L’intesa prevede investimenti congiunti, coordinamento su estrazione e lavorazione e piani per sviluppare capacità industriali partner-friendly nella regione. Il Giappone è un caso particolare in materia, perché ha capacità tecnologiche avanzate sia nella lavorazione sia nello stoccaggio. Ed è uno dei pochissimi Paesi che è riuscito a ridurre la dipendenza dalla Cina. Nel 2010, durante una crisi diplomatica, Pechino aveva imposto un embargo sulle spedizioni di terre rare verso Tokyo, che ha risposto con massicci investimenti, ben prima che l’Occidente si accorgesse del problema. Oggi la dipendenza del Giappone verso la Cina è scesa dal 92 al 49 per cento. Ultimo elemento: Tokyo ha scoperto negli anni scorsi un immenso giacimento di terre rare sottomarino. Servono però enormi investimenti per l’estrazione. Washington garantirà finanziamenti in cambio di un accesso privilegiato alle risorse. Rimane però da vedere quanto velocemente e con che scala questi progetti si trasformeranno in capacità alternative concrete, dato che lo sviluppo di miniere e impianti di raffinazione richiede anni e investimenti intensivi. Confermato anche l’accordo commerciale siglato dall’ex premier Shigeru Ishiba, con Tokyo che si è impegnata a investire 550 miliardi negli Usa. Non sarà semplice mantenere le promesse. Takaichi ha invece per ora respinto la richiesta di interrompere le importazioni di gas naturale liquefatto dalla Russia, che rappresenta ancora il 10 per cento circa dell’approvvigionamento totale nipponico.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia
Donald Trump e Sanae Takaichi stringono l’accordo sulle terre rare (Ansa).

Il pressing Usa sulle spese militari

L’altro grande tema della visita riguarda la difesa. La Casa Bianca preme da tempo sul Giappone per un aumento esponenziale delle spese militari. Trump e Takaichi hanno visitato la portaerei americana George Washington. Davanti a 6 mila soldati, la nuova premier giapponese ha promesso l’aumento del budget di difesa fino al 2 per cento del Pil. Si tratta di una cifra imponente per un Paese che da 80 anni segue una politica pacifista. Il Pentagono ha chiesto un innalzamento fino al 3,5 o persino al 5 per cento del Pil. Ma Trump ha comunque lodato Takaichi. Segnale che i rapporti tra i due sono ottimi, anche perché Takaichi ha garantito a Trump dei successi personali. In particolare, ha annunciato che lo candiderà al premio Nobel per la Pace. E poi gli ha regalato la mazza da golf dell’ex premier Shinzo Abe. Non si tratta di un semplice oggetto, ma di un messaggio preciso. Durante il suo primo mandato, Trump aveva stretto un’amicizia molto forte con Abe, proprio giocando a golf. E Takaichi punta a prendere il posto del suo predecessore, diventando la migliore amica di Trump in Asia.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia
Donald Trump e Sanae Takaichi (Ansa).

La trattativa sugli investimenti sudcoreani

Dopo aver incontrato alcuni super manager giapponesi, tra cui gli amministratori delegati di SoftBank e Toyota, Trump si è spostato in Corea del Sud. Qui, il presidente Lee Jae-myung ha provato a sua volta a stabilire buoni rapporti, nonostante diversi alleati di Trump lo accusino regolarmente di essere “filocinese” per il suo desiderio dichiarato di riequilibrare i rapporti tra le due potenze. Come a Tokyo, anche Seul ha riservato a Trump un’accoglienza apparentemente deferente. Lee ha conferito a The Donald decorazioni e doni dal forte valore simbolico come la massima onorificenza della Corea del Sud, la Grand Order of Mugunghwa, e una riproduzione di una corona d’oro risalente alla dinastia Silla. I due leader hanno confermato l’accordo commerciale già precedentemente negoziato. La Corea del Sud è chiamata a investire circa 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti, suddivisi in 200 miliardi in denaro e 150 miliardi nel settore cantieristico/navale. Tuttavia, restano elementi da definire, in particolare la struttura dell’investimento e le modalità con cui Seul intende rispettarlo. Il passaggio più significativo è invece il via libera alla Corea del Sud per la costruzione di un sottomarino a propulsione nucleare.

L’incontro con Kim Jong-un è solo rimandato

Durante la tappa sudcoreana del viaggio asiatico di Trump, molti osservatori si aspettavano un gesto spettacolare: un nuovo incontro con Kim Jong-un, che avrebbe rappresentato il quarto faccia a faccia tra i due leader dopo quelli di Singapore, Hanoi e della zona demilitarizzata nel 2019. Ma l’appuntamento non si è mai concretizzato, nonostante Trump abbia espresso il desiderio di rivedere il leader supremo. All’inizio del viaggio, Trump ha anche riconosciuto che, di fatto, la Corea del Nord è dotata di armi nucleari in quella che è sembrata una parziale legittimazione del programma atomico. Si tratta proprio della condizione posta da Kim per riaprire il dialogo. Tra questioni di agenda e la considerazione che senza contatti preventivi tra le due diplomazie si sarebbe rivelato solamente uno show fotografico, il tutto è stato rimandato.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia
Kim Jong-un e Donald Trump nel 2019 (Ansa).

La tregua commerciale (e tattica) con Xi

L’atteso incontro tra Trump e Xi Jinping a Busan ha rappresentato il momento culminante e simbolicamente più denso del viaggio. Il vertice ha segnato una rilevante tregua tattica: un accordo temporaneo di equilibrio, in attesa della prossima mossa. I negoziati tra le due delegazioni hanno confermato e formalizzato quanto già preparato nei giorni precedenti in Malaysia: un accordo preliminare di tregua commerciale destinato a raffreddare la tensione accumulata nei mesi scorsi. Il primo risultato concreto dell’intesa è stato l’annullamento dei dazi aggiuntivi del 100 per cento previsti per il primo novembre sui prodotti cinesi, insieme al rinvio di un anno dei dazi legati al cosiddetto Liberation Day. Sul fronte tariffario, la trattativa ha affrontato anche la questione del fentanyl, l’oppioide sintetico che ha colpito duramente gli Stati Uniti. Dopo che Pechino ha assicurato «azioni decise» per interrompere il flusso della sostanza, Washington ha ridotto dal 20 al 10 per cento i dazi introdotti nei primi due round di febbraio e marzo. Entrambi i Paesi hanno inoltre concordato il rinvio di un anno delle tasse portuali imposte sulle rispettive navi, entrate in vigore nelle settimane scorse.

Accordi, show e mazze da golf: com’è andato realmente il viaggio di Trump in Asia
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa).

Soia e non solo

Per quanto riguarda l’agricoltura, la Cina ha ripreso ad acquistare soia dagli Stati Uniti, dopo due mesi di blocco totale. Il segretario al Tesoro Bessent ha dichiarato che Pechino comprerà almeno 12 milioni di tonnellate entro fine anno e 25 milioni annui nei tre anni successivi, riportando gli scambi ai livelli precedenti al 2025. Si tratta di un tema centrale per Trump, considerando il forte impatto delle scelte cinesi sugli agricoltori del Midwest, visto che la Cina è il principale importatore di soia americana. Sul fronte tecnologico e delle terre rare, i due leader hanno confermato un passo indietro rispetto alle ultime manovre. Pechino ha accettato di sospendere per 12 mesi il nuovo sistema di licenze governative per l’export di terre rare, mentre gli Stati Uniti rinvieranno di un anno l’estensione delle restrizioni sulle spedizioni di software tecnologici verso le affiliate di aziende cinesi sotto sanzioni. Attenzione, però, perché qui di fatto si torna semplicemente alla situazione di metà settembre. D’altronde, chip e terre rare sono i due nodi principali della competizione e i due contendenti sembrano intenzionati a mantenere la possibilità di usarli nuovamente come clave o armi negoziali qualora dovessero manifestarsi nuove turbolenze. Tutt’altro che impossibile. Per provare a mantenere un’atmosfera positiva, non si sono toccati i due dossier strategici più spinosi: i rapporti tra Cina e Russia (anzi, Trump ha detto che «lavorerà con Xi» per provare a risolvere la guerra in Ucraina) e Taiwan. Sostanzialmente, Trump e Xi hanno guadagnato un anno di tempo per provare a trovare un’intesa più profonda. Annunciare preventivamente che si incontreranno due volte nel 2026 – una in Cina e una negli Usa – significa provare a iniettare un po’ di stabilità in un rapporto centrale per gli equilibri globali.