Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan

Il mondo intero pesa le parole del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. In prima fila c’è Taiwan, sempre a metà tra la speranza di continuare a essere ritenuta uno snodo strategico e il timore di diventare una pedina sacrificabile. Tra i presidenti di Stati Uniti e Cina, prova a incunearsi una donna, che può potenzialmente diventare una figura imprevedibilmente centrale. Si tratta di Cheng Li-wun, la leader del Kuomintang (KMT), principale partito d’opposizione a Taipei con posizioni ultra dialoganti con il Partito Comunista Cinese (PCC). Solo poche settimane prima del summit tra Xi e Trump, Cheng è stata a Pechino per incontrare il leader cinese, nel primo colloquio tra i capi di KMT e PCC dopo quasi un decennio. E, a giugno, Cheng sarà negli Stati Uniti, dove spera di incontrare anche Trump. Non sarà semplice riuscire ad “agganciare” il presidente americano, ma in caso di riuscita l’impatto sulle dinamiche della politica taiwanese e delle relazioni con le due superpotenze potrebbe essere notevole.

Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan

L’ascesa (con giravolta) di Cheng alla guida del KMT

L’ascesa di Cheng è stata rapida e inattesa. Nata 56 anni fa nella contea rurale di Yunlin, con radici familiari nello Yunnan, Cheng non proviene dall’élite tradizionale di Taipei. Dopo gli studi a Cambridge, entra nel Partito Progressista Democratico (DPP), ritenuto «secessionista» da Pechino. Sono gli anni della democratizzazione, della fine dell’egemonia assoluta del KMT e dell’ascesa di un movimento che si presentava come il simbolo della nuova identità taiwanese. In quel periodo Cheng parla apertamente di indipendenza e attacca il KMT dell’era Chiang Kai-shek. Poi arriva la svolta. Nel 2005 passa improvvisamente al ‘nemico’. Un salto politico e identitario enorme, quasi traumatico nella polarizzatissima Taiwan. È l’anno del celebre “viaggio di pace” di Lien Chan a Pechino, il primo incontro tra leader di PCC e KMT dopo la guerra civile. Cheng fa parte della delegazione.

Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
La leader del Luomintang, Cheng Li-wun (Ansa).

La sua carriera però non segue un percorso lineare. Viene eletta allo Yuan legislativo (il parlamento unicamerale di Taipei) nel 2008, nel pieno del ritorno al potere del KMT con Ma Ying-jeou. Poi diventa portavoce del governo, salvo uscire dal parlamento e condurre un talk show televisivo. Dopo un nuovo mandato parlamentare ottenuto nel 2020, alle elezioni del 2024 non viene rieletta, nonostante il KMT risulti il primo partito alle Legislative. La sua vittoria alla leadership del KMT nell’ottobre scorso è una grande sorpresa. L’establishment del partito aveva puntato su altre figure, ma Cheng vince facendo leva su uno stile completamente diverso: aggressivo, combattivo, iper-mediatico. Lancia la sua Opposition Alliance, promette di combattere il presunto “terrore verde” del DPP (concetto ribaltato dal “terrore bianco” dell’era della legge marziale di Cheng) e utilizza i social con un linguaggio molto più diretto rispetto ai vecchi dirigenti del KMT. Funziona.

Lo storico incontro con Xi a Pechino

Con Cheng, il partito smette infatti di muoversi in modo prudente sul dossier Cina. Il suo predecessore, Eric Chu, aveva cercato di mantenere un equilibrio delicato, evitando di apparire troppo vicino a Pechino in una fase in cui l’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo Hong Kong, aveva preso ulteriori distanze da Pechino. Sin dal primo discorso da leader in pectore del KMT, Cheng dichiara invece di voler rendere i taiwanesi «orgogliosi di essere cinesi». Inizia a parlare di dialogo strutturato con Pechino, critica il riarmo accelerato di Taiwan e sostiene che la diplomazia possa essere «un deterrente tanto quanto le armi». Così si arriva al viaggio in Cina continentale, culminato nell’incontro con Xi, che ha ricevuto Cheng il 10 aprile, anniversario del Taiwan Relations Act firmato nel 1979 da Jimmy Carter, la legge che ancora oggi costituisce l’architrave dei rapporti tra Washington e Taipei. Non è una coincidenza. Xi ha sfruttato l’incontro per rafforzare la narrazione secondo cui la «riunificazione pacifica» resta possibile e per mostrare sia all’opinione pubblica cinese sia a Washington che esiste ancora una sponda politica dialogante a Taiwan. Cheng ha insistito sulla comune identità culturale cinese, sulla necessità di evitare che Taiwan diventi una «scacchiera per interferenze esterne». Il segnale è rivolto anche agli Stati Uniti. Xi può indicare il dialogo con Cheng come una prova che Taiwan è una «questione interna» che può essere risolta anche in modo politico.

Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping il 10 aprile 2026 (Ansa).

Il viaggio negli Usa e la speranza di incontrare Trump

Dopo il viaggio in Cina, Cheng ha intanto annunciato che a giugno visiterà gli Stati Uniti per oltre 10 giorni, incontrando funzionari americani, think tank e comunità taiwanesi. Ma soprattutto ha dichiarato apertamente di «sperare di incontrare Trump». Una mossa eccezionale per una leader dell’opposizione taiwanese. Non solo per la delicatezza dei rapporti tra Washington e Pechino, ma perché Cheng sta provando a costruirsi una legittimità internazionale parallela rispetto a quella del governo taiwanese in carica. La strategia è piuttosto chiara. Cheng vuole convincere gli ambienti Maga che la stabilità nello Stretto non passa necessariamente per il riarmo accelerato di Taiwan, ma attraverso il dialogo diretto con Pechino. Una narrazione pensata soprattutto per intercettare la componente meno interventista e più isolazionista del trumpismo. Non a caso, Cheng insiste sul fatto che la sua missione serve a evitare una crisi simultanea tra Stati Uniti e Cina e che una pace «istituzionalizzata» nello Stretto rappresenterebbe anche un vantaggio strategico per Washington. Pechino osserva con attenzione. Un eventuale incontro tra Trump e Cheng verrebbe inevitabilmente interpretato come un riconoscimento implicito della linea politica del KMT e, indirettamente, della strategia cinese sulla «riunificazione pacifica».

Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

Un eventuale, seppur complicato da prevedere, incontro tra Cheng e Trump avrebbe conseguenze rilevanti sulla politica taiwanese. L’opposizione potrebbe raccontarsi come l’unica forza in grado di dialogare sia con Pechino che con Washington, abbassando i rischi di un conflitto ed evitando che Taiwan diventi una “merce di scambio“. Soprattutto in una fase in cui il presidente Lai Ching-te, ritenuto un «secessionista» dal PCC, fatica a trovare spazio di manovra internazionale. Tanto che, la scorsa estate, la Casa Bianca gli avrebbe negato un transito negli Stati Uniti nell’ambito di un viaggio diplomatico in America Latina.

Cheng Li-wun, la donna chiave nei rapporti tra Xi e Trump per Taiwan
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

L’obiettivo è diventare la Signora della pace nello Stretto

Il DPP sostiene che Cheng stia erodendo la sovranità di Taipei, facendo il gioco di Pechino sul fronte della sicurezza. Dopo mesi di scontri e blocchi, il parlamento ha approvato un budget speciale per la difesa. Grazie alla maggioranza assoluta derivante dall’alleanza tra KMT e Partito Popolare (TPP), il partito di Cheng ha tagliato di oltre un terzo il bilancio proposto dal DPP. Lai ha a lungo insistito su un piano da 40 miliardi di dollari, utile ad acquistare nuove armi dagli Stati Uniti e rafforzare le capacità di guerra asimmetrica di Taipei. Alla fine, invece, il budget approvato è stato di 25 miliardi di dollari, pari a un taglio di circa il 38 per cento. Il tutto non incontra il gradimento di Washington, che ha più volte insistito sulla necessità di Taiwan di aumentare in modo esponenziale le sue spese di difesa, «prendendo esempio da Israele». Un potenziale ostacolo alla riuscita della missione americana di Cheng, che scommette sull’appeasement tra Xi e Trump per ritagliarsi il ruolo di signora della pace sullo Stretto di Taiwan, canale d’acqua cruciale tanto quanto (se non più) quello di Hormuz.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco

Novembre 2017. Xi Jinping concede a Donald Trump una visita privata nella Città Proibita, cosa assai rara nella diplomazia di Pechino. Subito dopo, vengono annunciati accordi per oltre 250 miliardi di dollari, tra cui una vendita da 37 miliardi di dollari di 300 aerei Boeing e progetti energetici per un totale di 69 miliardi. Nove anni e mezzo dopo il mondo è profondamente cambiato. Pochi mesi dopo quell’incontro, la Casa Bianca ha lanciato la prima guerra commerciale, sfociata poi in una contesa a tutto campo che coinvolge anche tecnologia, sicurezza e influenza globale. Quando, un anno fa, Trump ha avviato una nuova escalation sui dazi, la Cina si è fatta trovare più pronta della prima volta. Anche per la sua risposta forte e multiforme, le due potenze sono arrivate a siglare una fragile tregua lo scorso ottobre a Busan.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa).

Il tentativo di stabilizzare gli equilibri tra Cina e Usa

Ora, salvo nuovi rinvii dell’ultimo minuto, Trump si prepara a mettere nuovamente piede in Cina per l’attesissima visita del 14-15 maggio. Un incontro che rischia di essere offuscato dalla crisi in Medio Oriente e a cui ci si avvicina con l’emergere di nuovi e vecchi problemi. Da capire se si tratta di prese di posizione solide in grado di riacutizzare tensioni strutturali, oppure se sono più mosse tattiche dovute al tentativo di assumere una posizione di forza negoziale. Trump non sembra avere dubbi, visto che continua a ripetere che il summit con Xi «sarà fantastico» e che il presidente cinese «è straordinario». In realtà, il summit sembra innanzitutto un tentativo di stabilizzazione di un rapporto che entrambe le parti considerano ormai inevitabilmente competitivo, seppur troppo rischioso per essere lasciato degenerare.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Donald Trump (Ansa).

Gli obiettivi commerciali dell’incontro tra Xi e Trump

La sensazione è che la visita di Trump sarà caratterizzata da risultati limitati ma simbolicamente rilevanti. Sul piano commerciale, l’esito più concreto potrebbe essere l’estensione della tregua, con Pechino che spinge per un orizzonte più lungo e Washington che preferisce mantenere una leva negoziale con rinnovi più brevi. Accanto a questo, è plausibile un pacchetto di impegni su acquisti cinesi di beni statunitensi, in particolare agricoli ed energetici. Nel caso si arrivi a un accordo tra Stati Uniti e Iran, la Cina potrebbe anche dare il via libera agli acquisti di greggio americano, per ridurre la pressione Usa sulle sue forniture in un settore assai strategico. C’è chi immagina un grande ordine d’acquisto simbolico nel settore aeronautico, come quello su velivoli Boeing, utile a Trump per rivendicare un successo immediatamente comunicabile sul piano interno. La presenza degli amministratori delegati di Exxon, Qualcomm e Nvidia fa pensare che petrolio e chip saranno ingredienti del menù.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Un distributore Exxon a Washington (Ansa).

Il possibile dialogo sull’IA

Negli ultimi giorni, si è diffusa l’ipotesi della creazione di un meccanismo di dialogo sull’intelligenza artificiale, proprio uno degli snodi più strategici della rivalità sino-americana. Un’intesa in tal senso dimostrerebbe una consapevolezza condivisa del rischio sistemico: entrambe le potenze temono infatti che la competizione tecnologica possa trasformarsi in una dinamica fuori controllo, simile a una corsa agli armamenti.

La crisi di Hormuz e la pressione su Teheran

Certo, la crisi dello Stretto di Hormuz potrebbe incidere sul vertice. Trump sembra voler usare come leva negoziale il blocco del traffico marittimo, forse sottovalutando la capacità della Cina di reggere allo shock energetico. Di certo, Washington continua a chiedere a Pechino di esercitare una maggiore pressione diplomatica su Teheran per accettare un accordo. La Cina ha tutto l’interesse a evitare che la crisi si protragga, ma non vuole apparire subordinata alla strategia americana. Per questo, mentre invita l’Iran a negoziare e sostiene la necessità di ripristinare la sicurezza della navigazione, ribadisce anche la vicinanza politica a Teheran e denuncia l’illegittimità dell’azione militare americana e israeliana. L’incontro dei giorni scorsi tra i ministri degli Esteri di Pechino e Teheran, Wang Yi e Abbas Araghchi, va letto in questa chiave: la Cina vuole rassicurare l’Iran, evitare che Teheran interpreti il summit Xi-Trump come un cedimento a Washington, e al tempo stesso mostrare agli Stati Uniti di avere canali utili per favorire una soluzione. Tradotto: Pechino non vuole farsi trascinare nella crisi, ma non vuole neppure lasciare a Trump la possibilità di usare Hormuz come una leva strategica.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Il nodo di Taiwan

Un altro elemento centrale dell’agenda sarà inevitabilmente Taiwan, che continua a rappresentare il principale punto di frizione strategica tra le due potenze. La telefonata preparatoria al vertice tra Wang Yi e Marco Rubio mostra come Pechino voglia portare Taipei al centro della discussione. Wang ha definito l’isola il principale punto di rischio nelle relazioni bilaterali, ma ha anche collegato Taiwan alla possibilità di «aprire nuovo spazio alla cooperazione Cina-Usa». Questa formulazione suggerisce che Pechino potrebbe andare oltre alla mera riaffermazione delle sue linee rosse, mirando a testare la disponibilità di Trump a uno scambio strategico. La logica cinese appare abbastanza chiara. Se Trump vuole stabilizzare il rapporto, ottenere accordi commerciali, evitare una crisi nel Pacifico e presentare il summit come un successo personale, allora dovrebbe ridurre il sostegno politico, simbolico e possibilmente militare a Taipei. Pechino non si aspetta necessariamente un abbandono esplicito di Taiwan, ma potrebbe cercare una modifica del linguaggio americano: per esempio, passare dal tradizionale «non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan» a una formula vicina alla «opposizione all’indipendenza di Taiwan». Sarebbe una differenza apparentemente sottile, ma politicamente rilevante.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

Il sistema anti-sanzioni di Pechino

A ogni modo, i risultati del vertice potranno difficilmente sciogliere i nodi di un rapporto destinato con ogni probabilità a restare competitivo. Proprio in queste settimane, gli Stati Uniti stanno iniziando a trattare i modelli di intelligenza artificiale come asset strategici. È un salto di qualità nella competizione tecnologica. Fino a poco tempo fa, il contenimento americano si concentrava soprattutto sull’hardware: semiconduttori avanzati, macchinari litografici, capacità produttiva, cloud computing. Ora il perimetro si sta allargando anche alla dimensione immateriale dell’IA: modelli, capacità algoritmiche, accesso remoto alla potenza di calcolo. L’irrigidimento fa parte di una più ampia strategia di controlli alle esportazioni. Il Match Act americano punta ad allineare Stati Uniti, Paesi Bassi e Giappone per impedire che la Cina continui ad accedere a macchinari avanzati attraverso “porte laterali” offerte dagli alleati.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Donald Trump (Imagoeconomica).

La risposta cinese si sta muovendo su più livelli. Da una parte, la Cina valorizza la propria centralità nelle catene minerarie globali, dalle terre rare alla grafite, fino ai metalli critici. Dall’altra, costruisce un’architettura giuridica di difesa contro sanzioni, decoupling e pressioni sulle catene di approvvigionamento. Nelle ultime settimane, sono state approvate norme che rafforzano l’arsenale giuridico cinese consentendo indagini contro governi, aziende e individui accusati di danneggiare le catene di fornitura cinesi o di adottare misure discriminatorie. Il messaggio alle multinazionali occidentali è diretto: se vi conformate alle sanzioni americane interrompendo rapporti con soggetti cinesi, potreste violare la legge. L’utilizzo per la prima volta del “divieto di blocco” introdotto dalle norme anti-sanzioni del 2021 (per neutralizzare le sanzioni americane contro cinque aziende collegate all’import di petrolio iraniano) dimostra proprio questo: Pechino è pronta a usare le sue norme come strumento di contro-coercizione. Col risultato che Paesi e attori terzi rischiano di trovarsi di fronte a due sistemi normativi biforcati, rimanendo esposti alle ritorsioni incrociate delle prime due economie mondiali. Ma questo non è un problema di Trump e Xi.

Trump-Xi: i nodi sul tavolo dell’incontro e la posta in gioco
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti

Oltre tre volte l’intera popolazione dell’Italia. È il numero stimato di lavoratori nell’immensa e brulicante gig economy in Cina. Cioè rider delle consegne, autisti delle piattaforme di trasporto, corrieri e altre figure: una costellazione cresciuta attorno all’espansione senza freni dell’economia digitale. Fin qui il settore era ampiamente deregolamentato e i suoi occupati spesso sfruttati. Ora Pechino ha compiuto un passaggio importante: per la prima volta, il governo cinese ha formalizzato un quadro normativo organico dedicato ai cosiddetti «nuovi gruppi occupazionali», una categoria ampia che include anche live streamer, creatori di contenuti e lavoratori digitali freelance.

Oltre 200 milioni di persone impegnate tra lavoro flessibile e piattaforme

Le linee guida, emanate congiuntamente dal Comitato centrale del Partito comunista e dal Consiglio di Stato, introducono tutele per una platea che, come detto, supera i 200 milioni di persone tra lavoro flessibile e lavoro su piattaforma. Già negli anni scorsi il governo era intervenuto con misure mirate che riguardavano però singole aziende. Stavolta si va oltre l’approccio episodico e si fissa un quadro normativo più ampio. Di fatto, la leadership cinese riconosce che la gig economy è una componente ormai strutturale del mercato del lavoro nazionale.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider che lavora per le piattaforme di delivery in Cina (foto Ansa).

L’algoritmo da acceleratore deve diventare strumento di contenimento

Le nuove regole prevedono contratti standardizzati, salari più equi, un compenso minimo parametrato alle tariffe locali e limiti agli orari di lavoro. Una delle novità più significative riguarda il ruolo diretto delle piattaforme nel controllo dei tempi: le app potranno essere obbligate a interrompere l’assegnazione di nuovi incarichi quando un lavoratore supera determinate soglie di fatica o di ore consecutive. È un punto cruciale, perché finora l’algoritmo ha funzionato soprattutto come acceleratore: più ordini, più consegne, più pressione, più penalità in caso di ritardo. Ora Pechino prova almeno formalmente a trasformarlo anche in uno strumento di contenimento.

Il datore di lavoro spesso si manifesta solo attraverso un’app

Il cuore del problema, infatti, è proprio l’algoritmo. Nella gig economy cinese, come altrove, il datore di lavoro spesso si manifesta attraverso un’applicazione che assegna ordini, stabilisce tempi, calcola incentivi, distribuisce penalità, valuta prestazioni e decide chi riceverà più lavoro. Per milioni di rider, il potere non ha dunque un volto umano: è un sistema automatico che misura ogni minuto, ogni chilometro e ogni ritardo.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider in pausa sigaretta dall’algoritmo, a Pechino (foto Ansa).

Correzione di pratiche considerate troppo punitive

Per questo le linee guida insistono sulla trasparenza algoritmica. Le piattaforme dovranno rendere più chiari i criteri con cui vengono assegnati gli incarichi, calcolati i compensi e applicate le penalizzazioni. Dovranno inoltre consultare rappresentanti dei lavoratori e organizzazioni sindacali, sottoporre i sistemi di gestione a maggiore scrutinio e correggere pratiche considerate eccessivamente punitive. È una svolta potenzialmente importante, perché interviene sul modo in cui i lavoratori vengono governati, vale a dire il punto più opaco dell’economia digitale.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Lavatori della gig economy in Cina (foto Ansa).

Il riferimento ai sindacati è particolarmente significativo. In Cina, il sindacato ufficiale opera all’interno del sistema politico e non rappresenta una forza indipendente contrapposta alle aziende. Il suo coinvolgimento indica la volontà del Partito di inserire la gig economy dentro una struttura di mediazione e controllo più tradizionale.

Il momento è ancora delicato per l’economia cinese

Il nuovo quadro normativo arriva in un momento delicato. L’economia cinese attraversa una fase di rallentamento, il mercato immobiliare resta fragile, la fiducia dei consumatori è debole e la disoccupazione giovanile continua a pesare sulle prospettive delle nuove generazioni. Proprio per questo, sempre più persone si rivolgono al lavoro flessibile. La retorica delle piattaforme presenta spesso la gig economy come libertà, autonomia e possibilità di gestire il proprio tempo. La realtà è però quasi sempre più dura: turni lunghi, compensi incerti, assenza di garanzie, concorrenza crescente e difficoltà ad accedere a tutele previdenziali.

L’era della comodità urbana e della velocità del consumo digitale

Il settore delle consegne è il caso più evidente. I rider sono diventati una presenza quotidiana nelle metropoli cinesi, simbolo della comodità urbana e della velocità del consumo digitale. Dietro la promessa di ricevere cibo, farmaci o beni di prima necessità in pochi minuti, però, c’è una forza lavoro sottoposta a pressioni enormi. Le piattaforme competono tra loro abbassando i costi, offrendo sconti ai consumatori e comprimendo i margini. A pagarne il prezzo, spesso, sono i lavoratori, costretti a completare più consegne in meno tempo per mantenere un reddito accettabile.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Rider cinesi in attesa delle consegne, vicino a un fast food (foto Ansa).

Il problema non riguarda solo i rider. Gli autisti del ride-hailing affrontano dinamiche simili: lunghe ore al volante, tariffe in calo, commissioni trattenute dalle piattaforme e una crescente saturazione del mercato. Anche i live streamer, spesso raccontati come nuova aristocrazia dell’economia digitale, vivono in molti casi una forte precarietà.

Il rischio è produrre instabilità sociale e accentuare le disuguaglianze

Pechino si trova quindi davanti a una contraddizione. L’economia delle piattaforme è ormai indispensabile: sostiene i consumi, assorbe manodopera, crea servizi, innova la logistica urbana e offre valvole di sfogo occupazionali in un momento di difficoltà. Allo stesso tempo, rischia di produrre instabilità sociale, accentuare le disuguaglianze e alimentare malcontento tra i giovani e i lavoratori espulsi dai settori tradizionali.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider a Pechino (foto Ansa).

L’indebolimento del patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese

Il nuovo quadro normativo nasce da questa tensione e punta a normalizzare il funzionamento del settore. Il tentativo è quello di costruire una cornice in cui il lavoro flessibile possa continuare a esistere senza diventare una potenziale fonte di conflitto sociale e instabilità politica. Il Partito comunista sa che la gig economy può assorbire disoccupazione, ma anche accumulare rabbia. Sa anche che i giovani vogliono sicurezza, non solo autonomia. E teme che un mercato del lavoro troppo frammentato possa indebolire il patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Lavoratori in scooter nel settore delle consegne di cibo a domicilio (foto Ansa).

Regole troppo rigide riducono le opportunità di guadagno?

Resta però da capire quanto queste regole saranno applicate davvero. La Cina è molto efficace nell’emanare grandi cornici regolatorie, ma l’attuazione locale può essere disomogenea. Le piattaforme hanno forti incentivi a mantenere bassi i costi, mentre molti lavoratori, pur desiderando maggiori tutele, temono che regole troppo rigide riducano le opportunità di guadagno. Per un rider che lavora 12 o 14 ore al giorno perché ha bisogno di denaro immediato, un limite automatico agli incarichi può essere percepito sia come protezione sia come perdita di reddito. Tradotto: se le piattaforme bloccano gli ordini dopo un certo numero di ore, ma il compenso per consegna resta troppo basso, il problema viene solo spostato.

Come la guerra in Iran cambia la mappa energetica della Cina

Russia, Indonesia, Australia. Con la guerra in Medio Oriente, la Cina sta riscrivendo la mappa delle sue importazioni di energia. Pechino sta riducendo l’esposizione dall’Iran e dai Paesi del Golfo, che insieme rappresentavano sin qui il 45 per cento delle sue importazioni totali di petrolio. A marzo, cioè dopo l’inizio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro Teheran, gli acquisti di greggio dal Medio Oriente sono crollati del 25 per cento. Un chiaro segnale di rimodulazione strategica della propria sicurezza energetica e dell’architettura dei mercati internazionali.

Il nodo di Hormuz agita Xi Jinping

Alla base di questa trasformazione vi è lo shock provocato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, su cui persino Xi Jinping si è inusualmente espresso direttamente, chiedendone la riapertura durante un colloquio col principe ereditario e premier saudita Mohammed bin Salman. Episodio tutt’altro che frequente, visto che il presidente cinese solitamente si limita a indicare principi generali, senza entrare nei nodi specifici delle crisi globali. Un chiaro sintomo della preoccupazione di Pechino, nonché della sua speranza di un ritorno alla stabilità. Non solo per una questione di approvvigionamenti energetici, ma anche per il timore di uno shock prolungato della domanda globale, che potrebbe avere un impatto rilevante su un’economia ancora dipendente dall’export come quella cinese.

Come la guerra in Iran cambia la mappa energetica della Cina
Navi nello Stretto di Hormuz (Ansa).

Le contromosse: scorte e aumento dell’import russo

Nel frattempo, la Cina sta già ridisegnando la sua catena di fornitura energetica. Il drastico calo dei flussi passati da Hormuz, crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a meno di 4 milioni nelle fasi più acute della crisi, ha reso evidente ciò che gli strateghi cinesi discutono da anni: la dipendenza strutturale da rotte marittime controllate da altri attori costituisce una vulnerabilità sistemica. Pechino ha risposto in due modi. Innanzitutto, dando fondo alle sue riserve strategiche. Proprio per far fronte a questo scenario, nel 2025 la Cina ha aumentato nettamente le importazioni, accumulando scorte per 430 mila barili al giorno. All’inizio di gennaio, Pechino disponeva di 1.206 miliardi di barili di petrolio stoccati a terra, sufficienti a coprire 104 giorni di importazioni nette di greggio ai livelli del 2025. Oltre a questo, la Cina si è trovata costretta a operare una riallocazione rapida delle proprie fonti di approvvigionamento. L’aumento del 13,3 per cento delle importazioni dalla Russia, fino a 74,5 milioni di barili, rilancia il ruolo di Mosca come pilastro energetico di Pechino. L’anno scorso, le esportazioni russe di greggio verso la Cina erano diminuite del 6,9 per cento, in particolare dopo che le grandi compagnie petrolifere statali della Repubblica Popolare avevano interrotto gli acquisti via mare per timore di sanzioni secondarie. Ora l’inversione di tendenza.

Come la guerra in Iran cambia la mappa energetica della Cina
Vladimir Putin con Xi Jinping (Ansa).

Il boom dell’export indonesiano verso Pechino

Ancora più sorprendente è il caso dell’Indonesia, le cui esportazioni verso la Cina sono aumentate oltre 100 volte su base annua, raggiungendo 40,6 milioni di barili e diventando il terzo fornitore del mese. Questo balzo, apparentemente anomalo, segnala due dinamiche profonde. Da un lato, la capacità della Cina di attivare rapidamente fornitori alternativi, anche marginali nel sistema globale, sfruttando la propria leva commerciale e finanziaria. Dall’altro, l’emergere di un mercato energetico sempre più fluido e opportunistico, in cui i flussi si riconfigurano rapidamente in risposta a shock geopolitici. Nel medio periodo, Pechino guarda anche al Canada, con cui di recente sono stati sottoscritti dei memorandum d’intesa, a margine dell’incontro tra il premier Mark Carney e Xi.

Come la guerra in Iran cambia la mappa energetica della Cina
La delegazione canadese con il primo ministro Mark Canrny in visita a Pechino, 16 gennaio 2026 (Ansa).

L’Australia è diventata il principale fornitore di Gnl

Attenzione, perché il riassestamento potrebbe essere strutturale. La riduzione delle importazioni da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Qatar sembra destinata a durare anche nel caso si arrivi a una tregua duratura, perché dopo la crisi resterà il riflesso di un rischio politico diventato improvvisamente insostenibile. Il conflitto ha anche modificato le importazioni cinesi di gas naturale liquefatto (GNL), che sono diminuite del 19,2 per cento, a 3,95 milioni di tonnellate. Le spedizioni dal Qatar, in precedenza il principale fornitore, sono calate del 42,8 per cento a 988 mila tonnellate, consentendo all’Australia di conquistare il primo posto. Le consegne dalla Russia sono aumentate del 43,8 per cento a 558 mila tonnellate, ma non sono state sufficienti a colmare il divario.

Non solo Mosca: il rafforzamento della partnership con il Turkmenistan

In tal senso, la Cina sembra intenzionata a evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti di Mosca. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato Pechino, dichiarando che la Russia è pronta a «compensare il deficit di risorse» causato dalla guerra. Certo, Xi potrebbe dare il via libera definitivo al maxi gasdotto Power of Siberia 2, dopo anni di pressioni da parte di Vladimir Putin. Ma, allo stesso tempo, continua a coltivare altri canali. Nei giorni scorsi, il vicepremier Ding Xuexiang è stato in Turkmenistan, in una missione volta proprio al rafforzamento della partnership energetica con la repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Un segnale anche alla Russia, che vede nel caos in Medio Oriente un’opportunità per riequilibrare i rapporti con la Cina, nettamente sbilanciati a favore di quest’ultima dopo la guerra in Ucraina. Ding ha partecipato alla posa della prima pietra della nuova fase di sviluppo del giacimento di Galkynysh e nel rilancio del progetto di un nuovo gasdotto verso la Cina. Il Turkmenistan possiede una delle più grandi riserve di gas al mondo e, già oggi, destina circa il 90 per cento delle sue esportazioni proprio alla Cina. La decisione di investire ulteriormente nel giacimento di Galkynysh e nella sua espansione, con la partecipazione diretta del colosso statale China National Petroleum Corporation, consolida ulteriormente una direttrice energetica alternativa.

Come la guerra in Iran cambia la mappa energetica della Cina
Lo Shenditake 1, il pozzo più profondo dell’Asia (quasi 11 mila metri) realizzato dalla China National Petroleum Corporation (Ansa).

Meno rotte marittime e più gasdotti per garantire stabilità

Pechino intende investire ulteriormente sui collegamenti terrestri. A differenza delle forniture marittime, che possono essere rapidamente riorientate ma sono vulnerabili a blocchi e interruzioni, i gasdotti rappresentano investimenti di lungo periodo, che creano interdipendenze stabili e difficilmente reversibili. Proprio tutte le qualità che rispondono al mantra di Xi: stabilità.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali

«Il mio governo affronterà questioni irrisolte di enorme portata». Sanae Takaichi l’aveva promesso, nella campagna per le elezioni di febbraio 2026, poi stravinte. Ora la premier ultra conservatrice ha iniziato davvero a cambiare il volto del Giappone: abolite ufficialmente le restrizioni all’export di armi letali, grazie a un’ampia maggioranza in grado di portare a termine riforme a lungo rimandate. Tokyo può dunque vendere all’estero navi da guerra, carri armati, jet e missili. Fin qui non era possibile, con la politica pacifista adottata dopo la Seconda guerra mondiale.

Cadono i pilastri del pacifismo giapponese

Takaichi ha deciso di rivedere i cosiddetti “tre principi” sull’export militare, che per decenni hanno rappresentato alcuni dei pilastri del pacifismo giapponese, assieme all’interpretazione restrittiva dell’Articolo 9 della Costituzione imposta dal generale americano MacArthur: dopo la fine dell’era imperialista, Tokyo aveva rinunciato alla guerra come strumento sovrano e limitato drasticamente l’uso delle forze armate nazionali, nonché la possibilità di contribuire alla diffusione globale degli armamenti.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
La premier giapponese Sanae Takaichi al G7 online di marzo 2026 (foto Ansa).

Armi inviate anche a Paesi coinvolti in conflitti

Nel 2014 c’era stato un parziale via libera su equipaggiamenti non letali per ragioni di soccorso, trasporto e sminamento. Adesso cadono tutti i divieti, quantomeno per le esportazioni verso Paesi che hanno accordi di partnership col Giappone in materia di difesa. In questo senso è stata già siglata un’intesa per la vendita di una flotta di navi da guerra all’Australia. Diventa possibile anche la vendita del nuovo caccia di sesta generazione, sviluppato con Italia e Regno Unito. La riforma prevede inoltre una clausola per cui, in circostanze eccezionali a discrezione dell’esecutivo, potranno essere inviate armi a Paesi coinvolti in conflitti.

Tokyo diventa attore industriale nella filiera globale della guerra

Finché il Giappone esportava equipaggiamenti “difensivi“, poteva sostenere la narrazione di un contributo alla sicurezza senza partecipare direttamente alla logica del conflitto armato. Con l’ingresso nel mercato delle armi letali, invece, Tokyo accetta implicitamente di essere un attore industriale e strategico all’interno della filiera globale della guerra.

Incentivo agli investimenti in ricerca e sviluppo

Takaichi giustifica la svolta su due livelli. Il primo è economicoindustriale. L’industria della difesa giapponese, pur tecnologicamente avanzata, è rimasta per decenni limitata da una domanda interna relativamente ridotta, vincolata al bilancio delle Forze di autodifesa. L’apertura all’export consente di ampliare i mercati, generare economie di scala, incentivare investimenti in ricerca e sviluppo e integrare il Giappone nei grandi programmi multinazionali, come appunto quello sul caccia di sesta generazione. La competizione tecnologica militare è d’altronde uno dei principali driver dell’innovazione, e secondo Takaichi rimanerne esclusi significherebbe perdere terreno anche in ambito civile.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
Circa 3 milioni di giapponesi, tra militari e civili, furono uccisi durante la Seconda guerra mondiale (foto Ansa).

Il secondo livello è strategicomilitare. Il Giappone percepisce il suo ambiente di sicurezza come il più complesso dalla fine della guerra. La crescita militare della Cina, le provocazioni missilistiche della Corea del Nord e l’alleanza formale di mutua difesa siglata nel 2024 da Russia e Pyongyang alimentano un senso diffuso di vulnerabilità.

Non c’è più fiducia nel ruolo degli Stati Uniti di Trump

Dopo la guerra in Ucraina, il Giappone ha ripetutamente avvertito del rischio di un conflitto in Asia. Vendere sistemi militari è un modo per consolidare la proiezione regionale del Giappone, il Paese più convinto nel costruire una rete di alleanze e partnership asiatiche, anche prima dell’avvento di Takaichi. Una necessità vista ancora come più impellente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con la guerra contro l’Iran, che sta assorbendo l’attenzione militare e (soprattutto) gli arsenali di Washington. Tradotto: non c’è più una fiducia assoluta sulla tenuta del ruolo regionale degli Stati Uniti in materia di difesa.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
Donald Trump nello Studio Ovale con Sanae Takaichi (foto Ansa).

Il governo non avrà bisogno di passare dal parlamento

Non tutti approvano. La Cina dichiara che si opporrà a quello che definisce un «ritorno sconsiderato al militarismo dell’estrema destra giapponese». Il tutto avviene nell’ambito di una profonda crisi diplomatica tra Pechino e Tokyo, nata per il sostegno esplicito di Takaichi a Taiwan. In Giappone protestano le opposizioni. Contrariamente a quanto chiedevano, il governo ha stabilito che non avrà bisogno di passare dal parlamento per approvare l’export di armi letali.

Il processo di riarmo potrebbe sfociare in una revisione costituzionale

Di certo, con la prima premier donna della storia del Giappone, il processo di riarmo ha accelerato e nei prossimi mesi potrebbe sfociare in una revisione costituzionale. Va sottolineato che quel processo era perseguito anche dai suoi predecessori, compresi quelli più recenti come Fumio Kishida e Shigeru Ishiba, compagni di partito ma a capo di fazioni più moderate. Kishida è stato per esempio il primo leader nipponico a partecipare a un summit della Nato, siglando anche un memorandum di cooperazione strategica con l’Alleanza Atlantica.

Un cambio di passo nella visione politico-identitaria

La necessità di riarmo e rafforzamento delle partnership di difesa è dunque una prospettiva strutturale, ma fin qui applicata in modo pratico e graduale. Su questo processo Takaichi innesta un cambio di passo non solo a livello di tempistiche, ma anche e soprattutto di visione politico-identitaria. A differenza dei suoi predecessori più prudenti, la premier non si limita a giustificare il riarmo come necessità tecnica: lo inserisce in un racconto di “normalizzazione” nazionale. Secondo Takaichi il Giappone deve smettere di essere un’eccezione, dunque implicitamente debole, e tornare uno Stato sovrano pienamente legittimato a difendere i suoi interessi con tutti gli strumenti disponibili.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
L’annuale celebrazione della fine della Seconda guerra mondiale in Giappone (foto Ansa).

Spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027

Il rafforzamento militare giapponese è evidente già nell’aumento delle risorse destinate alla difesa. Per l’anno fiscale 2026, il budget raggiunge circa 9 mila miliardi di yen, una cifra senza precedenti che segna il superamento dei limiti storici autoimposti e avvicina il Paese all’obiettivo di portare la spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027. Tokyo sta tornando a investire su sistemi di “contrattacco“, concepiti per neutralizzare minacce potenziali prima che si concretizzino in attacchi diretti. Si passa strategicamente da una difesa prevalentemente reattiva, centrata sulla protezione del territorio, a una logica che include la possibilità di colpire preventivamente infrastrutture e asset strategici dell’avversario. C’è stato il primo dispiegamento dei missili antinave Type-12 nella base di Kumamoto.

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Cade anche il vincolo morale sulle armi nucleari?

Alcuni funzionari hanno persino parlato di un ipotetico futuro superamento del tabù delle armi nucleari. Il Giappone è l’unico Paese ad aver subito attacchi atomici, e per decenni ha costruito su questa esperienza una posizione morale forte a favore del disarmo. Il fatto che oggi alcuni settori politici considerino discutibile il rifiuto assoluto della deterrenza nucleare indica un cambiamento culturale profondo. Tokyo svilupperà davvero armi atomiche? Non è detto, ma di sicuro il vincolo morale che lo impediva non è più intoccabile. Incide anche un fattore generazionale: mentre i più anziani mantengono viva la memoria diretta della guerra, i giovani sono più sensibili alle minacce attuali che ai traumi del passato. La progressiva scomparsa degli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, riduce ulteriormente il peso politico del pacifismo storico.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump

Pochi secondi, girati con un telefonino. Immagini dalla qualità instabile, quasi sporca: l’inquadratura tremola, la scena è distante, come spesso accade nei filmati ripresi da civili. Si intravede il profilo di un edificio basso, probabilmente residenziale, sul cui tetto si muovono alcune figure armate, riconducibili a soldati israeliani. Non c’è un audio chiaro, solo rumori indistinti, forse voci lontane. Poi il momento centrale: uno o più militari trascinano un corpo immobile, apparentemente privo di vita fino al bordo. Per un attimo la scena sembra sospesa. Poi, il corpo viene spinto nel vuoto e scompare oltre il bordo del tetto.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Un frame del video postato da Lee (da X).

Le ripercussioni del post di Lee Jae-myung sui rapporti con Tel Aviv

Questo video di pochi secondi ha innescato una crisi senza precedenti nei rapporti tra Corea del Sud e Israele, aprendo a potenziali scossoni sull’alleanza tra Seul e gli Stati Uniti. Il filmato è stato infatti rilanciato sui social dal presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che lo ha accompagnato con un messaggio che ne amplifica il significato ben oltre il singolo episodio. «Dobbiamo verificare se questo è vero e, se lo è, capire quali misure sono state adottate. Non c’è alcuna differenza tra questo tipo di uccisioni in guerra, l’Olocausto e la schiavitù sessuale delle donne durante il periodo coloniale». È proprio questo parallelo tra le operazioni militari israeliane, l’Olocausto e il sistema delle comfort women, di cui decine di migliaia di donne sudcoreane sono state vittime durante la dominazione giapponese, ad aver provocato una reazione durissima. Israele ha accusato Lee di banalizzare la Shoah e di aver rilanciato un contenuto fuorviante, risalente a due anni prima e già oggetto di indagini.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Lee Jae-Myung (Ansa).

Seul insiste sulla centralità del diritto internazionale

Dopo le critiche, Lee è tornato sulla questione con un secondo messaggio, senza ritrattare: «Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato in ogni circostanza e la dignità umana deve essere mantenuta come valore prioritario e imprescindibile». E ancora, in un ulteriore intervento: «È deludente che non si rifletta nemmeno una volta sulle critiche provenienti da persone in tutto il mondo che soffrono a causa di continue azioni contro i diritti umani e il diritto internazionale». Infine, ha sintetizzato il suo approccio in una formula più generale: «La sovranità di ogni Paese e i diritti umani universali devono essere rispettati… Il rispetto si guadagna attraverso il rispetto».

La politica estera sudcoreana abbandona la tradizionale prudenza

A distanza di alcuni giorni, il ministro degli Esteri sudcoreano, Cho Hyun, ha dichiarato che un alto funzionario israeliano ha affermato di aver accettato la spiegazione fornita anche attraverso canali diplomatici dal governo di Seul. In ogni caso, l’episodio è rilevante in senso più ampio, sia per il contesto in cui nasce sia per le sue implicazioni e potenziali conseguenze. Dietro l’inusuale uscita di Lee si intravede infatti una trasformazione più ampia della politica estera sudcoreana, che rompe con una tradizione consolidata di prudenza e non interferenza nei conflitti lontani. La Corea del Sud ha costruito la propria proiezione internazionale su due pilastri. Primo: la dipendenza dalla sicurezza garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti, che mantengono sul territorio del Paese asiatico circa 29 mila soldati e svariati dispositivi militari. Secondo: la necessità di mantenere relazioni economiche stabili con una vasta gamma di partner globali, inclusi Paesi spesso in tensione tra loro. Seul ha sempre evitato di prendere posizioni pubbliche nette su crisi geopolitiche che non riguardassero direttamente la penisola coreana o l’Asia orientale.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun con il generale Xavier Brunson, comandante delle Forze Usa in Corea del Sud (Ansa).

Da spettatrice silenziosa, Seul vuole farsi valere a livello internazionale

Per decenni, Seul ha deciso di non esporsi sulle questioni mediorientali, privilegiando una linea di ambiguità strategica che le permettesse di mantenere relazioni economiche con tutte le parti. Lee ha deciso di deviare da questa linea. La sua presa di posizione su Gaza segna un passaggio da una diplomazia silenziosa a una più esplicita e assertiva, in cui la Corea del Sud si presenta come attore globale capace di esprimere giudizi normativi. Stando anche ai commenti di altri funzionari del suo governo, Lee sembra voler ridefinire il ruolo della Corea del Sud come attore responsabile nel sistema internazionale. Non più una potenza media silenziosa ma un Paese che, forte della propria storia di occupazione, guerra e divisione, si sente legittimato a parlare di diritti umani e violazioni del diritto internazionale.

Le ricadute economiche della guerra in Medio Oriente

Dietro l’uscita di Lee ci sono però anche questioni di natura economica. La guerra in Medio Oriente ha effetti diretti e tangibili sulle importazioni energetiche di Seul, visto che una quota enorme del petrolio che consuma transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, la Corea del Sud ha annunciato di essersi garantita oltre 270 milioni di barili di greggio attraverso rotte alternative. Secondo diversi analisti sudcoreani, le parole di Lee possono essere lette dunque come un messaggio non solo a Israele, ma all’intero sistema internazionale: la destabilizzazione del Medio Oriente ha un costo globale, e la Corea del Sud non intende subirlo passivamente.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

Trump ha destabilizzato gli equilibri storici con il Paese

Attenzione però anche alle implicazioni, sin qui implicite, circa il rapporto con gli Stati Uniti. Tradizionalmente, la politica estera sudcoreana è stata fortemente allineata a Washington. Ma l’era di Donald Trump ha introdotto elementi di discontinuità profondi. Le richieste americane di un maggiore contributo finanziario per la difesa, le tensioni commerciali, alcuni episodi percepiti come umilianti (su tutti il raid della scorsa estate contro lavoratori sudcoreani negli Stati Uniti) e la gestione unilaterale di operazioni militari sensibili hanno eroso la fiducia nell’alleato. A questo, si aggiunge la linea peculiare adottata da Lee, che sin dal suo insediamento di un anno fa ha prefigurato una politica estera “pragmatica”. Pur senza mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, Lee cerca di recuperare margini di autonomia strategica. Con lui, leader democratico in passato etichettato come il «Bernie Sanders sudcoreano» dai media internazionali, Seul cerca di riequilibrare i rapporti con la Cina e persegue il dialogo con la Corea del Nord.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Donald Trump con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung (Ansa).

Il messaggio contenuto nella critica di Seul a Tel Aviv

Da questa prospettiva, nello scontro con Israele sembra arrivare un segnale che Lee crede di muoversi in un nuovo ecosistema in cui il primato di Washington non è più dato per scontato. La critica a Israele, Paese come noto strettamente legato agli Stati Uniti, può essere dunque interpretata anche come un segnale indiretto: Seul non è più disposta a seguire automaticamente le preferenze americane, soprattutto quando queste entrano in conflitto con i suoi interessi economici o con la percezione interna della giustizia internazionale.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente

Mostrarsi attivi, senza esporsi. Indicare la strada, senza legarsi alla sua effettiva percorrenza. La Cina fa pesare il suo ruolo di (parziale) mediatrice, mirando a rafforzare le credenziali di potenza responsabile, specchio riflesso dell’instabilità portata dagli Stati Uniti. Sia sul piano commerciale, coi dazi, sia su quello politico e strategico, con la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e l’attacco contro l’Iran in rapida successione.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Donald Trump col presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Negli ultimi giorni, in molti avevano iniziato a convergere su un punto: Pechino, agendo dietro le quinte, avrebbe avuto un ruolo decisivo nel convincere Teheran ad accettare il cessate il fuoco. Una versione rafforzata anche dalle dichiarazioni dell’ex presidente americano Donald Trump, secondo cui i cinesi avrebbero contribuito a portare l’Iran al tavolo negoziale. Eppure, proprio da ambienti vicini alla comunicazione ufficiale della Repubblica popolare è arrivata una smentita che ridimensiona il ruolo giocato dalla potenza asiatica.

Pechino non vuole assumersi il peso politico della tregua

Secondo un articolo pubblicato dall’account WeChat Yuyuantantian, legato alla televisione di Stato cinese, le ricostruzioni su un ipotetico intervento decisivo della Cina sarebbero una «generalizzazione» costruita per scaricare su Pechino il peso politico della tregua. E, soprattutto, per includerla tra le parti direttamente coinvolte nel conflitto.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

Il punto centrale è evitare una responsabilità formale. La Cina non vuole essere percepita come il garante della tregua, né della sicurezza regionale, né tantomeno dell’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Il motivo? Pechino vuole mantenere una “giusta distanza” dall’Iran, senza compromettere i rapporti con gli altri Paesi del Golfo e senza rischiare di legare la sua immagine a un eventuale fallimento del cessate il fuoco.

Xi Jinping preferisce restare il facilitatore, non diventare l’arbitro

In altre parole, Xi Jinping vuole restare un facilitatore, non un arbitro. Una differenza sostanziale, che gli consente di preservare tra flessibilità diplomatica e credibilità internazionale. Accettare il ruolo di garante significherebbe assumersi il rischio politico di eventuali violazioni della tregua, di nuove escalation o di un mancato ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio energetico globale.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Contestualmente, la Cina ha bisogno di farsi vedere coinvolta in una fase di iperattivismo diplomatico. Un modo per mostrarsi sempre disponibile a parlare con tutti, a partire dalle parti in causa coinvolte direttamente nella guerra in Medio Oriente, pur senza salire sul palcoscenico nel ruolo di protagonista. Il governo cinese ha intensificato i contatti con tutti gli attori regionali, dialogando contemporaneamente con Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e partner europei. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha condotto una fitta rete di colloqui, mentre il presidente Xi ha ricevuto il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ribadendo la volontà di mantenere un equilibrio tra Teheran e i Paesi del Golfo e lanciando quattro principi per la pace in Medio Oriente.

Un’iniziativa per la pace promossa assieme al Pakistan

Parallelamente, Pechino ha promosso un’iniziativa in cinque punti per la pace assieme al Pakistan, che prevede cessate il fuoco immediato, avvio dei negoziati, protezione degli obiettivi civili, sicurezza delle rotte marittime e rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Entrambe le iniziative contengono indicazioni piuttosto generiche, come il rispetto della sovranità e delle «legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti», peraltro già menzionate in precedenza sulla guerra in Ucraina. Insomma, si tratta più di una dichiarazione di principi che di una roadmap operativa.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il tutto è coerente con l’obiettivo della Cina di costruire la sua immagine di “potenza responsabile” senza mai esporsi fino in fondo. Una postura che si riflette anche nella scelta di opporsi, insieme alla Russia, a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che avrebbe incoraggiato operazioni coordinate per riaprire lo Stretto di Hormuz. Il timore, da parte di Pechino, è che queste iniziative possano legittimare interventi militari e compromettere la narrazione basata sulla soluzione politica dei conflitti.

La Cina insiste sulla sua neutralità

A complicare ulteriormente il quadro c’è il dossier delle forniture militari. Secondo fonti dell’intelligence americana, la Cina starebbe valutando l’invio di nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran, con possibili consegne nelle prossime settimane. Già alla vigilia del conflitto, Reuters aveva scritto che Teheran era vicina all’acquisto di sistemi missilistici di produzione cinese. Accuse che Pechino ha respinto con decisione, definendole «infondate» e frutto di «sensazionalismo». La Cina insiste sulla sua neutralità e sul rifiuto di alimentare il conflitto.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Sistema missilistico Patriot (Ansa).

Nel frattempo, la guerra sta iniziando a produrre alcuni effetti tangibili sull’economia cinese. Pechino è senz’altro più pronta dei suoi vicini, e di tanti altri Paesi, ad assorbire l’effetto dello shock energetico causato dalla guerra. Ma il rallentamento delle esportazioni registrato a marzo, nettamente più ampio del previsto, e l’aumento dei costi delle materie prime mostrano come nemmeno l’economia cinese sia del tutto immune alle turbolenze globali e alla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali? Proposta irricevibile

Anche per questo, la Cina potrebbe effettivamente intensificare le sue iniziative diplomatiche (più o meno ufficiali) per arrivare a una soluzione sul conflitto. In una prima fase, mostrarsi disponibile a mediare rappresentava anche una risposta agli Stati Uniti e alla richiesta di Trump di inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali tra Hormuz e Golfo Persico. Proposta irricevibile per la Cina. Il nuovo blocco annunciato dalla Casa Bianca rischia di prendere di mira anche le navi cinesi o che comunque trasportano materie prime o merci destinate ai porti della potenza asiatica. La Cina risponde con principi o piani di pace: iniziative a “costo zero”, utili a Pechino per far pesare la differenza di postura con gli Stati Uniti.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

Di riflesso, l’agenda diplomatica di Xi continua a riempirsi. Il presidente cinese ha prima ricevuto Cheng Li-wun, leader dell’opposizione di Taiwan, poi il premier spagnolo Pedro Sánchez. A seguire il leader vietnamita To Lam, mentre all’orizzonte c’è la visita dello stesso Trump e del presidente russo Vladimir Putin, e intanto si riaprono anche i canali anche con la Corea del Nord di Kim Jong-un.

Ok la stabilizzazione globale, ma senza un ruolo troppo vincolante

La Cina si propone con tutti come attore indispensabile per la stabilizzazione globale, evitando però di assumere un ruolo troppo vincolante, che potrebbe trasformarsi in un boomerang politico. Pechino non vuole sostituirsi agli Stati Uniti come garante della sicurezza globale. Preferisce invece consolidare un modello alternativo: quello di una potenza che influenza senza imporsi e che guida senza assumersi pienamente il peso della leadership. Xi guarda Trump, lo “indica” agli altri e di riflesso rafforza la sua immagine, mentre si muove tra le fratture dell’ordine internazionale senza restarne intrappolato, cercando di trasformare i problemi in opportunità.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan

Ucraina, Venezuela, Iran. A ogni guerra, a ogni crisi, pensiero e sguardo vanno anche verso l’Asia orientale con la stessa domanda: che cosa può accadere ora a Taiwan? I precedenti segnalano che le semplificazioni non funzionano: la tabella di marcia della Cina sembra essere in larga parte impermeabile alle crisi internazionali. Eppure, qualcosa in questa turbolenta contingenza globale si sta muovendo. Per ora non tanto sul fronte militare quanto su quello politico, visto che venerdì 10 aprile Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese e presidente del Kuomintang (KMT), partito con posizioni ultra dialoganti col Partito Comunista Cinese (PCC). Si tratta di un segnale rilevante inviato da Xi in mezzo alla guerra allargata in Medio Oriente, ma anche in previsione della visita di Donald Trump in Cina, prevista per metà maggio. Non solo. L’incontro arriva poche settimane dopo una rarissima “offerta” avanzata dal governo cinese a Taipei: stabilità energetica in cambio della «riunificazione pacifica». Una proposta impossibile da accettare per il Partito Progressista Democratico (DPP) e il presidente Lai Ching-te, che Pechino ritiene un «secessionista», ma che è stata messa sul tavolo per provare a influenzare un’opinione pubblica che sta perdendo fiducia nelle garanzie di sicurezza degli Stati Uniti. E qui, sì, c’entra direttamente la guerra di Usa e Israele contro l’Iran.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping a Pechino il 10 aprile 2026 (Ansa).

Taiwan teme una distrazione strategica Usa e un calo del supporto militare

Il conflitto in Medio Oriente ha un effetto immediato sulla capacità degli Stati Uniti di proiettare potenza in più teatri contemporaneamente. Washington resta il principale garante della difesa di Taiwan, attraverso il Taiwan Relations Act e il supporto militare continuo, ma un coinvolgimento diretto contro l’Iran (che si somma a quello indiretto nella guerra in Ucraina) inevitabilmente assorbe risorse, attenzione politica e capacità militari. Questo comporta due conseguenze. La prima è psicologica, con la diffusione della percezione di «distrazione strategica». La seconda è più concreta, con gli arsenali militari messi già a dura prova dal conflitto contro l’Iran, come conferma la decisione di Washington di spostare alcuni dispositivi dal territorio dei suoi alleati in Asia orientale. È il caso di diversi sistemi missilistici Patriot e anti missilistici Thaad, ritirati dalla Corea del Sud per essere impiegati in Medio Oriente. A Taiwan si temono nuovi ritardi nelle già non tempestive consegne di armi acquistate dal governo. Taipei è ancora in attesa di oltre una ventina di pacchetti acquistati negli anni scorsi e non ancora giunti a destinazione. La nuova guerra potrebbe peggiorare la situazione, nonostante da Washington arrivino rassicurazioni.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).

All’uso della forza Pechino preferisce la pressione politica ed economica

C’è chi crede che questi due elementi possano creare una finestra di opportunità per un’azione militare di Pechino su Taiwan. Si tratta però di una lettura parziale e che non coglie del tutto la complessità del tema. La Cina ha dimostrato più volte di non ragionare in termini opportunistici immediati, ma piuttosto in una logica di lungo periodo. A maggior ragione, questo accade su Taiwan, che il PCC considera una questione interna. Questo implica che l’uso della forza non rappresenta la prima opzione della leadership cinese. La guerra in Iran non spinge automaticamente la Cina ad agire militarmente, ma potrebbe rafforzare la sua strategia preferita: quella della pressione politica, economica e psicologica. Ed è proprio qui che si inserisce l’intensificarsi dei contatti tra il PCC e il KMT, culminati nell’incontro tra Xi e Cheng. Pechino sta cercando di ottenere risultati su Taiwan senza ricorrere alla guerra, sfruttando il dialogo con la parte politica che si oppone all’indipendenza di Taipei e facendo leva sulle divisioni interne di una politica taiwanese che vive una fase di ultra polarizzazione.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Xi Jinping (Imagoeconomica).

La guerra in Iran rafforza la narrazione globale cinese

Dal punto di vista taiwanese, la guerra in Iran genera una doppia pressione. Da un lato, aumenta il senso di vulnerabilità, rafforzando le argomentazioni di chi sostiene la necessità di un forte riarmo e di un legame più stretto con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, alimenta il timore di essere trascinati in una crisi globale o, peggio, di essere “sacrificati” in un eventuale negoziato tra grandi potenze. D’altronde, la guerra in Medio Oriente sta contribuendo a rafforzare la narrazione globale della Cina, che sta cercando di posizionarsi come attore responsabile e stabilizzatore, contrapponendosi a un’immagine degli Stati Uniti come potenza interventista e destabilizzante.

L’iper-attivismo della diplomazia cinese

La diplomazia cinese è stata raramente attiva come in questa fase. Restando alle ultime settimane, Pechino ha avanzato insieme al Pakistan un piano di pace in cinque punti sulla guerra in Medio Oriente, svolgendo anche una mediazione dietro le quinte con l’Iran per raggiungere la tregua con Washington. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha tenuto quasi 30 colloqui con tutti i Paesi della regione, Iran e Israele compresi. Non solo. A Urumqi, nello Xinjiang, sono stati ospitati colloqui tra Pakistan e Afghanistan, nel tentativo di mettere fine a un’altra crisi regionale che si è aperta negli scorsi mesi. E ancora: nei prossimi giorni saranno a Pechino sia il premier spagnolo Pedro Sanchez (parallelamente a una parziale distensione nei rapporti con l’Unione Europea) che il presidente vietnamita To Lam, figura chiave degli equilibri del Sud-Est asiatico. E ancora: contestualmente all’incontro tra Xi e Cheng, Wang si è recato in Corea del Nord per la prima volta dopo sette anni. Una visita che potrebbe aprire a un vertice tra Xi e Kim Jong-un. Nulla è casuale. Xi userà con ogni probabilità la riapertura del canale con Pyongyang e, soprattutto, quella con l’opposizione di Taiwan per assumere una posizione di forza quando incontrerà Trump.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi (Ansa).

Il messaggio di Xi a Trump: Taiwan è una «questione interna»

In che senso? Qualche settimana fa, il presidente americano ha dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi a Taiwan. Un’uscita senza precedenti che sembra disattendere le garanzie delle Sei Assicurazioni (1982) di Ronald Reagan a Taipei, che includono anche la promessa di non discutere con Pechino del supporto di difesa all’isola. Ospitare Cheng e parlare di «sviluppo pacifico» delle relazioni andando verso un «futuro radioso di unione» tra le due sponde dello Stretto significa dire a Washington che Pechino ha appoggi politici a Taipei e che Taiwan è una «questione interna» della Cina, su cui al massimo la Casa Bianca dovrebbe esprimere supporto per una soluzione pacifica, interrompendo dunque la vendita di armi e i colloqui con il governo del DPP.

Le possibili conseguenze della guerra in Iran su Taiwan
Donald Trump e Xi Jinping al vertice di Gyeongju in Corea del Sud (Ansa).

Le ripercussioni economiche della chiusura di Hormuz

Attenzione anche alla dimensione economica. Con la guerra e le chiusure dello Stretto di Hormuz, stanno aumentando i prezzi dell’energia e nel caso il conflitto si prolungasse ci sarebbero effetti ancora più rilevanti sulle catene di approvvigionamento. Taiwan, nodo cruciale nella produzione globale di chip, diventerebbe ancora più centrale, e allo stesso tempo più esposta. Tutto questo può rafforzare la voce di chi, come il KMT, sostiene che serva un riavvicinamento a Pechino. Ma, allo stesso tempo, può rafforzare quella di chi vede queste manovre come un rischio e una erosione di sovranità. L’incertezza, interna ed esterna, è tanta nel triangolo asimmetrico Taipei-Pechino-Washington. E la guerra in Iran sembra destinata a rafforzarla ulteriormente.  

Crisi in Iran, così le potenze asiatiche alleate degli Usa vanno in difficoltà

Mentre Donald Trump lanciava su Truth le sue minacce più virulente all’Iran, nello Stretto di Hormuz transitavano già alcune navi. Non solo quelle di Cina o Pakistan, storici partner dell’Iran. Tra le imbarcazioni a passare ce n’erano alcune anche del Giappone, il primo alleato degli Stati Uniti in Asia orientale. Non è un caso. Tokyo è l’unico Paese del G7 ad aver sempre mantenuto rapporti amichevoli con Teheran, che ha apprezzato il no della premier Sanae Takaichi alla Casa Bianca sulla richiesta di inviare mezzi militari per tutelare le rotte commerciali del Medio Oriente.

Crisi in Iran, così le potenze asiatiche alleate degli Usa vanno in difficoltà
Lo stretto di Hormuz.

Dietro le mosse del Giappone c’è una realtà complessa che coinvolge tutte le economie avanzate dell’Asia orientale. Gli effetti più dirompenti e immediati del conflitto (ora entrato in una fase di tregua) si sono verificati nelle economie emergenti del Sud-Est asiatico. Ma anche Giappone, Corea del Sud e Taiwan stanno vivendo difficoltà che non sembrano destinate a risolversi con uno schiocco di dita.

Dipendenza quasi totale dalle importazioni energetiche

Tokyo, Seul e Taipei sono pilastri industriali e tecnologici globali. Al di là dell’andamento futuro della guerra in Medio Oriente, tutti e tre sono stati esposti a una vulnerabilità strutturale che fino a oggi era stata gestita, ma non risolta: la dipendenza quasi totale dalle importazioni energetiche e dalle catene di approvvigionamento marittime. Per Giappone e Corea del Sud, attraverso lo Stretto di Hormuz transita oltre il 90 per cento del petrolio importato. La minaccia alla libertà di navigazione ha costretto entrambi i Paesi ad attivare rapidamente strumenti di emergenza.

In Giappone pressione su tutta la filiera produttiva

Il Giappone ha ordinato a più riprese il rilascio di riserve strategiche, predisponendo sussidi ai carburanti e monitoraggio dei consumi. L’aumento dei prezzi energetici ha però avuto rapidamente riflessi sull’intera economia giapponese, con un’inflazione diffusa che ha colpito anche beni quotidiani come pannolini, bevande e prodotti in plastica. Secondo gli analisti, è il segnale evidente di una pressione che si è trasmessa lungo tutta la filiera produttiva.

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Sale il prezzo della benzina anche in Asia (foto Ansa).

Anche il turismo rischia di subire contraccolpi

La crisi ha esercitato anche una pressione significativa sullo yen, già indebolito da anni di politiche monetarie espansive. Il governo giapponese ha iniziato a temere un circolo vizioso: energia più cara, aumento delle importazioni, peggioramento della bilancia commerciale e ulteriore svalutazione della moneta. In un’economia fortemente dipendente da commercio ed export, anche il turismo (uno dei settori chiave del Giappone) rischia di subire contraccolpi a causa dell’aumento dei costi di viaggio e dell’incertezza globale.

I guai della Corea del Sud e la riapertura alla Russia

La Corea del Sud è dovuta intervenire con misure emergenziali, andando a toccare la composizione del mix energetico. Il governo ha dato il via libera all’aumento della produzione elettrica da carbone e nucleare, insieme a un pacchetto di sostegno da un miliardo di dollari per i settori più colpiti. L’amministrazione del presidente Lee Jae-myung ha deciso di limitare le esportazioni di nafta, miscela chimica cruciale per diversi componenti dell’industria automotive, pilastro dell’economia sudcoreana. Contestualmente è arrivata una riapertura alla Russia, con l’importazione di decine di migliaia di tonnellate di nafta dopo anni di tensione che erano culminati nell’accordo di mutua difesa siglato da Vladimir Putin e dal leader supremo nordcoreano Kim Jong-un nel 2024.

Crisi in Iran, così le potenze asiatiche alleate degli Usa vanno in difficoltà
Il presidente della Corea del Sud Lee Jae-myung (foto Ansa).

Piccoli shock che possono amplificarsi in fretta

D’altronde, uno degli ambiti più colpiti dalla crisi in Medio Oriente è quello industriale, a partire da automotive e chimica. La scarsità di materiali come etilene e altri derivati petrolchimici sta già creando difficoltà nella produzione di componenti, mentre il previsto calo dell’export verso il Medio Oriente rischia di aggravare ulteriormente la situazione. In economie fortemente integrate nelle catene globali del valore, come quelle di Giappone e Corea del Sud, anche piccoli shock possono amplificarsi rapidamente, generando effetti a cascata su occupazione, investimenti e crescita.

Problemi per data center e fabbriche di chip

Le preoccupazioni sono notevoli anche per il comparto tecnologico, uno dei più energivori. Data center e fabbriche di chip hanno estremo bisogno di una fornitura stabile e continua di energia. In questo senso, la guerra ha creato non poche preoccupazioni sulle catene di approvvigionamento dei semiconduttori, dove Corea del Sud e Taiwan dominano sia a livello quantitativo che (ancora di più) qualitativo.

Crisi in Iran, così le potenze asiatiche alleate degli Usa vanno in difficoltà
Semiconduttori (foto Ansa).

L’elio frenato dalle interruzioni prolungate sulle rotte del Golfo

Tra i materiali più sensibili c’è l’elio, fondamentale per il raffreddamento nei processi di produzione dei chip. Una quota significativa di questo gas proviene dal Qatar, e interruzioni prolungate sulle rotte del Golfo possono mettere in difficoltà l’intero settore. Il governo taiwanese ha più volte rassicurato sulla profondità delle scorte accumulate sull’isola, ma interi comparti industriali seguono con attenzione. Senza elio, la produzione di chip avanzati rischia di rallentare, con ripercussioni su industrie che vanno dall’elettronica di consumo all’intelligenza artificiale.

L’equilibrio delicato del Giappone tra Washington e Teheran

I governi di queste economie avanzate, tutti alleati o partner degli Stati Uniti, si sono mossi per cercare di limitare le rispettive vulnerabilità. Su tutti il Giappone, che sta sfruttando la relazione relativamente stabile con Teheran per aprire canali di dialogo. Qualche giorno prima del passaggio di alcune navi giapponesi su Hormuz, tra cui una metaniera, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato in un’intervista all’agenzia di stampa nipponica Kyodo News che erano in corso trattative con l’omologo Toshimitsu Motegi. Tokyo ha mantenuto un basso profilo, ma ha addirittura preannunciato un colloquio tra la premier Takaichi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il Giappone si muove su un equilibrio delicato, cercando di mantenere l’alleanza con Washington senza compromettere gli interessi energetici vitali.

Crisi in Iran, così le potenze asiatiche alleate degli Usa vanno in difficoltà
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (Imagoeconomica).

La Corea del Sud ha invece sin qui negato l’esistenza di negoziati con l’Iran, nonostante le insistenti voci in materia riportate dai media nazionali, e si sta impegnando nella complessa diversificazione delle rotte petrolifere. Il governo ha annunciato l’intenzione di sviluppare il passaggio di merci attraverso il Mar Rosso, impresa che resta comunque non priva di implicazioni su costi e rischi.

Maggior impegno militare? Le priorità sono altre

Da non trascurare anche le implicazioni politico-strategiche. Le richieste degli Stati Uniti di un maggiore coinvolgimento militare da parte degli alleati asiatici si scontrano con le priorità di Giappone e Corea del Sud. Entrambi i Paesi ospitano decine di migliaia di soldati americani, ma mostrano una certa riluttanza a essere coinvolti in operazioni su altri teatri. Per non parlare delle preoccupazioni sulle profondità degli arsenali statunitensi. Da inizio marzo, Washington ha spostato diversi mezzi militari dall’Asia Pacifico al Medio Oriente, comprese alcune batterie di missili Patriot e parte del sistema anti-missilistico Thaad, il cui dispiegamento aveva provocato una crisi diplomatica tra Corea del Sud e Cina.

Crisi in Iran, così le potenze asiatiche alleate degli Usa vanno in difficoltà
La prima ministra del Giappone Sanae Takaichi (foto Ansa).

Ridefinizione delle politiche di difesa

C’è un impatto pure sulle consegne di armi già acquistate da Taiwan, che lamenta già ritardi su svariati pacchetti di dispositivi comprati negli anni scorsi da Washington. Tutto questo potrebbe portare a due ordini di conseguenze. Primo: gli alleati asiatici degli Usa potrebbero accelerare la ridefinizione delle proprie politiche di difesa, con un aumento dei rispettivi budget e il tentativo di sviluppare dispositivi autoctoni. Secondo: governi o forze politiche della regione potrebbero cercare una distensione con i rivali degli Stati Uniti. Il presidente sudcoreano Lee ha di recente compiuto una rara visita a Pechino e persegue la riapertura del dialogo con la Corea del Nord. Proprio in questi giorni, invece, si trova in Cina continentale Cheng Li-wun, leader dell’opposizione taiwanese.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare

Il nucleare non è mai stato di casa nel Sud-Est asiatico. Almeno finora, perché le conseguenze della guerra in Medio Oriente sembrano destinate a cambiare in modo drastico quello che sembrava ormai un dato acquisito: la regione non produce energia attraverso l’atomo. Sì, perché nonostante i Paesi dell’area esplorino l’uso del nucleare civile sin dalla fine degli Anni 50, questo interesse non si è mai tradotto in una reale produzione energetica. Nel corso dei decenni, i progetti in tal senso sono stati ripetutamente rinviati, sospesi o cancellati. Le cause? Cambiamenti politici interni, oscillazioni nel sostegno governativo, vincoli finanziari e soprattutto l’impatto di grandi disastri globali come Chernobyl e Fukushima, che hanno influenzato profondamente l’opinione pubblica e reso politicamente costoso portare avanti programmi nucleari.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare
Una protesta contro il nucleare nelle Filippine nel 2016 (Ansa).

La vulnerabilità energetica e le misure di emergenza

Ora, il nucleare è improvvisamente tornato al centro del dibattito. D’altronde, il Sud-Est asiatico è una delle regioni più vulnerabili sul piano energetico, pesantemente esposta al conflitto in Medio Oriente. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha messo in luce con brutalità quanto l’area dipenda dalle forniture mediorientali. L’interruzione o anche solo il rallentamento dei flussi ha già prodotto effetti tangibili: prezzi del petrolio alle stelle, razionamenti, code ai distributori, riduzioni dei voli, tensioni sui bilanci pubblici e inflazione galoppante. In alcuni Paesi si è entrati in una vera e propria modalità di emergenza, con governi costretti a intervenire con sussidi, rilascio di riserve strategiche e misure straordinarie per contenere l’impatto economico e sociale della crisi. Le Filippine, primo Paese al mondo, hanno dichiarato un’emergenza energetica nazionale di un anno. Il Vietnam ha annunciato un taglio dei collegamenti aerei. L’Indonesia ha dovuto sospendere il programma nazionale di pasti gratis per i bambini delle scuole, un pilastro del piano politico del presidente Prabowo Subianto. L’elenco potrebbe continuare e, con un prolungamento del conflitto, i rischi aumenterebbero ulteriormente.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare
Il presidente indonesiano Prabowo Subianto (Ansa).

L’introduzione del nucleare torna al centro del dibattito politico

Qualunque sia l’evoluzione della guerra, il dibattito politico del Sud-Est asiatico sembra destinato a cambiare in modo strutturale, portando l’indipendenza energetica al centro delle priorità strategiche nazionali. Quasi la metà dei Paesi della regione sta considerando seriamente l’introduzione del nucleare entro il 2030. Attenzione, perché il processo stava timidamente cominciando già prima della guerra, vista la crescita della domanda energetica. Secondo le proiezioni internazionali, il Sud-Est asiatico sarà responsabile di circa un quarto dell’aumento della domanda globale di energia entro il 2035. Questa crescita è trainata da diversi fattori strutturali: urbanizzazione, industrializzazione, aumento del reddito medio e, soprattutto, l’espansione dell’economia digitale. La regione sta emergendo come uno dei principali hub globali per i data center, in particolare quelli legati all’Intelligenza artificiale. Paesi come Malesia, Indonesia, Singapore e Vietnam stanno attirando investimenti massicci da parte dei giganti tecnologici, ma questi centri richiedono quantità enormi di energia stabile e continua. Solare ed eolico, pur essendo fondamentali per la decarbonizzazione, non possono da soli garantire una fornitura continua e affidabile, soprattutto con sistemi elettrici ancora poco sviluppati o frammentati come quelli del Sud-Est asiatico. Il nucleare offre invece una produzione stabile, a basse emissioni e indipendente dalle condizioni meteorologiche.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare
La centrale nucleare di Maanshan a Taiwan (Ansa).

Le partnership con Russia, Usa e Canada

La guerra in Iran ha agito da acceleratore. Il forte aumento dei prezzi del petrolio ha reso evidente quanto sia rischioso basare la crescita economica su combustibili fossili importati. Paesi come Vietnam, Indonesia, Thailandia e Filippine hanno intensificato i piani nucleari, fissando obiettivi ambiziosi e avviando collaborazioni con partner internazionali, tra cui Russia, Stati Uniti e Canada. Il Vietnam, ad esempio, ha rilanciato un progetto nucleare considerato strategico a livello nazionale, mentre l’Indonesia sta puntando sui reattori modulari di piccola scala, una tecnologia emergente che promette maggiore flessibilità e costi più contenuti. Anche i Paesi che non avevano programmi nucleari definiti stanno iniziando a esplorare questa opzione. Cambogia, Singapore e il sultanato del Brunei hanno avviato studi di fattibilità o dichiarato interesse verso l’energia atomica.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare
L’interno della centrale di Bataan (Ansa).

Gli ostacoli economici e la diffidenza dell’opinione pubblica

Certo, la nuova corsa al nucleare non è priva di ostacoli. La storia della regione è segnata dal precedente emblematico della centrale di Bataan, nelle Filippine. Costruita negli Anni 70, non è mai entrata in funzione a causa di scandali politici e timori per la sicurezza, amplificati dal disastro di Chernobyl. Questo episodio ha lasciato un’eredità di diffidenza che ancora oggi pesa sull’opinione pubblica. In molti Paesi, il sostegno al nucleare resta limitato, soprattutto in aree soggette a rischi naturali come terremoti e tsunami. Non mancano nemmeno sfide tecniche e legate ai costi, oltre al delicato tema della sicurezza di infrastrutture che, come dimostra il conflitto in corso, possono anche diventare target di attacchi militari.

Perché il Sud-Est asiatico cambia rotta e apre all’energia nucleare
L’impianto di Bataan nelle Filippine (Ansa).

Anche Taiwan riapre alla possibilità nucleare

Nonostante queste criticità, però, la direzione di marcia sembra ormai tracciata. Spostandosi un po’ più a Est, accade lo stesso persino a Taiwan. Si tratta di un caso ancora più rilevante, visto che solo un anno fa l’isola aveva spento l’ultimo reattore rimasto in attività sul suo territorio, al termine di una lunga campagna anti-atomo promossa dal partito attualmente al governo dopo l’incidente di Fukushima. Anche in questo caso, la guerra in Medio Oriente sta amplificando i rischi legati all’approvvigionamento esterno. Taiwan dipende infatti in misura quasi totale dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, con circa il 97 per cento delle risorse provenienti dall’estero e trasportate via mare. Questa condizione rende il sistema energetico strettamente legato alla sicurezza delle rotte marittime, esponendolo a rischi che vanno ben oltre la semplice volatilità dei prezzi. Allo stesso tempo, la domanda di energia continua a crescere, trainata da un’economia fortemente orientata all’alta tecnologia e, in particolare, alla produzione di chip. Anche brevi interruzioni possono avere conseguenze enormi per l’intera catena produttiva. Non a caso, c’è preoccupazione anche sull’elio, utilizzato nei processi di raffreddamento e nella litografia avanzata che sono al cuore del funzionamento delle fabbriche di chip. A sorpresa, la Taiwan Power Company ha avviato le procedure per presentare un piano di riattivazione delle sue centrali. E il governo ha confermato l’apertura a questa possibilità, nonostante la storica opposizione all’atomo. Si tratta di una svolta che conferma il fatto che anche in Asia si guarda ora al nucleare non tanto come un fattore di rischio, quanto come uno strumento forse imprescindibile di sicurezza energetica.