Crisi esistenziali e colli da tagliare. Tra Cina e Giappone si è riaccesa una dura crisi diplomatica, nonostante il recente colloquio tra il presidente Xi Jinping e la premier Sanae Takaichi durante il summit dell‘Apec (Cooperazione Economica-Asia-Pacifico) in Corea del Sud. Al centro delle tensioni, un tema quanto mai attuale ma che porta con sé questioni storiche mai del tutto risolte nei rapporti tra i due big dell’Asia orientale: Taiwan.
La ‘sfida’ lanciata da Takaichi a Pechino
Tutto ha avuto inizio a poche ore di distanza dall’incontro tra Xi e Takaichi, in cui i due leader si sono impegnati a mantenere rapporti stabili. Il giorno dopo, attraverso due post pubblicati su X, Takaichi ha condiviso le immagini dell’incontro con il rappresentante di Taipei al vertice, Lin Hsin-i, definendolo «consigliere senior dell’Ufficio presidenziale di Taiwan». Una definizione inaccettabile per Pechino, che non tollera alcuna forma di riconoscimento internazionale della sovranità di Taipei. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha reagito duramente, accusando Takaichi di aver «incontrato deliberatamente personale delle autorità della regione di Taiwan» e di aver «diffuso segnali gravemente errati alle forze separatiste dell’indipendenza». L’episodio è stato seguito da una nuova fiammata polemica quando, parlando alla Dieta giapponese, Takaichi ha definito un’eventuale aggressione cinese all’isola «una crisi esistenziale per il Giappone», affermando che ciò consentirebbe a Tokyo di esercitare il diritto di difesa collettiva al fianco degli Stati Uniti. Pechino ha interpretato quelle parole come un tentativo di «interferire nei propri affari interni» e un preludio a un possibile coinvolgimento giapponese in un conflitto nello Stretto di Taiwan.

Il ritorno alla diplomazia dei lupi guerrieri
La reazione cinese è stata immediata e molto dura. Xue Jian, console generale della Repubblica Popolare a Osaka, ha pubblicato un post su X in cui ribadiva il fatto che Taiwan è «una questione interna» della Cina e che il Giappone non avrebbe dovuto ficcare il naso nella vicenda. Altrimenti, ha scritto Xue, il «collo sporco che si è avventato su di noi deve essere tagliato senza un attimo di esitazione». Il post è stato successivamente cancellato, ma è sembrato un ritorno alla cosiddetta “diplomazia dei lupi guerrieri” che aveva caratterizzato l’approccio di Pechino nella seconda metà del primo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, quando ambasciatori e funzionari cinesi avevano adottato una retorica molto aggressiva. Il messaggio di Xue, nonostante sia stato cancellato, ha spinto Tokyo a una protesta ufficiale, definendo il gesto «estremamente inappropriato» e chiedendo spiegazioni attraverso i canali diplomatici. Ma la tensione non si è fermata lì: la portavoce del ministero degli Esteri cinese ha ribadito che le parole di Takaichi «costituiscono una grossolana interferenza negli affari interni della Cina», mentre i media statali hanno accusato Takaichi di «arroganza militarista» e di voler «riportare il Giappone sulla strada del passato imperialista».

Taiwan è il barometro della competizione tra i due Paesi
La durezza delle accuse riflette il momento di fragilità dei rapporti bilaterali. La Cina ha interpretato le parole della premier come un ritorno al linguaggio assertivo che aveva caratterizzato l’era di Shinzo Abe, di cui Takaichi è considerata l’erede politica e ideologica. Le sue posizioni intransigenti su sicurezza, riarmo e cooperazione con gli Stati Uniti sono viste a Pechino come un tentativo di «contenimento strategico» della Cina. Il fatto che le sue dichiarazioni siano arrivate a pochi giorni da un vertice molto mediatico con Trump, in cui è stato firmato un accordo per ridurre la dipendenza giapponese dalle terre rare cinesi, ha ulteriormente alimentato i sospetti di Pechino. Senza contare che Takaichi è sempre stata una fervida sostenitrice di Taiwan, dove si è anche recata in visita poche settimane prima della sua recente nomina a premier, proponendo una «quasi-alleanza di sicurezza» con Taipei. Nell’ambito più ampio della sicurezza regionale, il tema di Taiwan si è trasformato nel barometro della competizione tra Cina e Giappone. Tokyo, che da anni rivede gradualmente la propria dottrina pacifista, ha ormai assunto che un eventuale attacco cinese all’isola costituirebbe un pericolo diretto per la sua sicurezza nazionale. La vicinanza geografica — le isole meridionali di Okinawa distano appena 110 chilometri da Taiwan — rende forse inevitabile pensare che qualsiasi conflitto coinvolgerebbe basi americane sul territorio giapponese.

L’origine delle ostilità e il trauma nazionale cinese
La storia di questa ostilità risale alla fine del XIX secolo, quando il Giappone, emerso vittorioso nella Prima guerra sino-giapponese del 1895, impose alla dinastia Qing il Trattato di Shimonoseki, costringendola a cedere Taiwan, allora conosciuta come Formosa. Quella conquista segnò l’inizio di 50 anni di dominio coloniale nipponico sull’isola, durante i quali Tokyo trasformò profondamente l’economia e la società taiwanese, ma represse anche duramente i movimenti indipendentisti e sinofili locali. Agli occhi di Pechino, quella pagina rappresenta l’inizio dell’umiliazione moderna della Cina: un’epoca in cui le potenze straniere – e in particolare il Giappone – approfittarono della sua debolezza per spartirsi il suo territorio e le sue risorse. La successiva invasione della Manciuria nel 1931, la guerra totale del 1937 e il massacro di Nanchino consolidarono un trauma nazionale ancora oggi centrale nella narrativa cinese. Il Partito Comunista, fin dalla sua ascesa al potere nel 1949, ha costruito parte della propria legittimità politica sulla «memoria della resistenza all’aggressione giapponese», un elemento che torna ogni volta che le relazioni bilaterali si incrinano. Ogni dichiarazione di un politico giapponese percepita come provocatoria – come la visita di Takaichi al santuario di Yasukuni in passato, o le sue parole su Taiwan oggi – riattiva immediatamente quell’antico risentimento.

Tuttavia, fino a oggi i governi di Tokyo avevano mantenuto un’ambiguità calcolata, evitando di indicare esplicitamente le condizioni per un intervento. In Giappone, le parole della premier hanno suscitato reazioni contrastanti. I nazionalisti e l’ala destra del Partito Liberaldemocratico le hanno applaudite come un atto di coraggio e di chiarezza, in linea con la crescente consapevolezza che l’equilibrio strategico nella regione sta cambiando. Al contrario, settori più moderati, e parte della burocrazia del ministero degli Esteri e della Difesa, temono che un’escalation verbale possa ridurre i margini di dialogo e mettere a rischio i delicati equilibri economici con la Cina, che resta il principale partner commerciale del Giappone.

L’allineamento con gli Usa e la fine della prudenza di Tokyo
Nel frattempo, la situazione è complicata dalla simultaneità di altri fattori: l’accelerazione del riarmo giapponese, la cooperazione militare con Washington, la firma di nuovi accordi sulle terre rare che mirano a ridurre la dipendenza da Pechino e la concorrenza geopolitica per il controllo delle rotte marittime e delle catene di approvvigionamento tecnologiche. In questo quadro, il nodo di Taiwan non è solo un tema diplomatico, ma è diventato un punto di scontro ideologico e strategico. Le parole di Takaichi, dunque, non sono un semplice scivolone retorico, ma l’espressione di un mutamento più profondo: la fine della prudenza che aveva contraddistinto Tokyo negli ultimi decenni. La premier ha voluto affermare che il Giappone non può più permettersi di restare neutrale di fronte alle manovre della Cina e che la difesa di Taiwan coincide ormai con la difesa della propria sovranità. Pechino, invece, vede in questa posizione la prova che Tokyo sta scegliendo di allinearsi definitivamente con la strategia di contenimento americana, sacrificando ogni residua ambiguità diplomatica. In un contesto in cui la corsa agli armamenti e la competizione economica si intrecciano sempre più, il rischio è che la crisi diplomatica su Taiwan possa allargarsi in una frattura tra i due grandi vicini dell’Asia orientale.

