La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa

«La Cina vincerà la corsa all’intelligenza artificiale». Con queste parole, pronunciate al Financial Times Future of AI Summit, Jensen Huang — amministratore delegato di Nvidia, la societtà più quotata al mondo — ha sorpreso il pubblico e scosso Washington. Per il capo del colosso californiano, la combinazione tra energia a basso costo, minore burocrazia e una strategia industriale unitaria darà a Pechino un vantaggio decisivo rispetto agli Stati Uniti nella competizione globale sull’IA.

La ricetta cinese per vincere la battaglia dell’IA contro gli Usa
Il Ceo di Nvidia Jensen Huang (Ansa).

La guerra dei chip

Le sue dichiarazioni squarciano il velo sulle dinamiche interne a uno dei settori più strategici della competizione tra le due superpotenze. Nonostante la tregua commerciale siglata da Donald Trump e Xi Jinping lo scorso 30 ottobre a Busan, in Corea del Sud, il nodo dei chip non è stato sciolto. La Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura dei nuovi modelli Blackwell di Nvidia sul mercato cinese. Pechino, da parte sua, si muove per rinforzare la produzione nazionale. Da un lato, la Cina ha imposto ai data center finanziati dallo Stato l’uso esclusivo di chip nazionali, vietando quelli stranieri; dall’altro, ha aumentato i sussidi energetici, tagliando fino alla metà le bollette delle aziende che utilizzano semiconduttori made in China.

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Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

Tariffe agevolate per i data center di alcune province

Questa doppia mossa — divieto e incentivo — ha una logica chiara: costruire un’industria dell’intelligenza artificiale autonoma e sostenibile, capace di competere con i giganti occidentali e di superare la dipendenza da Nvidia, AMD e Intel. Il tutto in ossequio all’obiettivo dell’autosufficienza tecnologica, vero e proprio mantra delle proposte formulate dal IV plenum del XX Comitato centrale del Partito comunista in vista del XV piano quinquennale 2026-2030, che verrà approvato ufficialmente il prossimo marzo. Le province di Gansu, Guizhou e Mongolia Interna, dove si concentrano alcuni dei più grandi data center del Paese, sono diventate il laboratorio di questa politica. Qui, i governi locali offrono tariffe elettriche agevolate, fino a 0,4 yuan per kWh (circa 5,6 centesimi di dollaro), contro i 9,1 centesimi medi negli Stati Uniti. In queste regioni, l’energia proviene in larga parte da fonti rinnovabili o a basso impatto ambientale, e la rete elettrica centralizzata consente una gestione più efficiente dei carichi. Il confronto con l’Occidente è netto. Negli Stati Uniti, dove la rete è frammentata e i costi variano da Stato a Stato, grandi gruppi come Meta e la xAI di Elon Musk stanno costruendo generatori privati per alimentare i propri centri dati. In Cina, invece, la pianificazione centrale permette di distribuire energia in modo più omogeneo, trasformando un’infrastruttura pubblica in un vantaggio strategico.

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Visitatori alla Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale in Shanghai (Ansa).

No ai chip stranieri a favore di quelli domestici

Dietro l’efficienza energetica c’è una scelta industriale precisa. I chip cinesi di Huawei, Cambricon e altre aziende minori — anche se meno performanti di quelli Nvidia — consumano tra il 30 e il 50 per cento di energia in più per la stessa potenza di calcolo. Per compensare, Huawei ha sviluppato cluster di chip Ascend 910C, che distribuiscono i carichi di lavoro e riducono la dipendenza dal singolo processore. Il costo maggiore in termini di energia viene così bilanciato dai sussidi statali e da un accesso prioritario all’infrastruttura. Parallelamente, Pechino ha imposto ai nuovi progetti di data center sovvenzionati di rimuovere tutti i chip stranieri installati se la costruzione non ha superato il 30 per cento di avanzamento. È una delle misure più drastiche mai adottate per ridurre la presenza tecnologica estera nei settori strategici del Paese. L’obiettivo non è solo economico, ma politico: assicurare che il futuro della potenza di calcolo cinese (vale a dire la nuova linfa dell’economia digitale) sia controllato internamente. Il risultato è un ecosistema in rapida trasformazione. Mentre nel 2022 Nvidia deteneva il 95 per cento del mercato dei chip IA in Cina, oggi la sua quota è drasticamente scesa. Le aziende locali, da Huawei a startup come MetaX, Moore Threads ed Enflame, stanno guadagnando terreno grazie a finanziamenti pubblici e a un mercato protetto. Dopo la campagna di rettificazione guidata dal governo negli scorsi anni, i grandi gruppi tecnologici come ByteDance, Alibaba, Tencent sono costretti a sperimentare con chip domestici, alimentando così un ciclo virtuoso di domanda e sviluppo.

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Lo stand Alibaba alla terza China International Supply Chain Expo (CISCE) a Pechino (Ansa).

Un modello alternativo a quello della Silicon Valley

Le parole dell’amministratore di Nvidia sono in parte provocatorie ma riflettono un dato di fatto: la Cina sta investendo in modo sistemico per assumere una posizione centrale nella catena del valore dell’intelligenza artificiale, dalla produzione dei chip ai data center, fino alle applicazioni industriali. Lo dimostra la recente AI Plus Initiative lanciata dal governo allo scopo di integrare l’IA in sei settori chiave — scienza, industria, agricoltura, sanità, istruzione e governance urbana — come motore della “nuova produttività di qualità”. Pechino non si limita dunque a inseguire la Silicon Valley; mira a creare un modello alternativo, in cui l’intelligenza artificiale diventa leva di crescita economica, efficienza energetica e legittimazione politica. E lo fa scommettendo sulla scala, sulla rapidità e sull’integrazione verticale di tutta la filiera. La decisione di vietare i chip stranieri nei data center pubblici non è soltanto una misura economica o di sicurezza. È anche un messaggio strategico rivolto agli Stati Uniti: Pechino vuole dimostrare che l’attuale interdipendenza incrociata nel settore tecnologico è sbilanciata a suo favore. Se da un lato la Cina dipende ancora dai chip americani di fascia alta, dall’altro gli Stati Uniti dipendono in misura ben maggiore dalle terre rare cinesi, materiali essenziali per la produzione di semiconduttori, batterie, turbine e armamenti avanzati. Oltre il 70 per cento della raffinazione mondiale di terre rare avviene in Cina, che ne controlla anche la catena di approvvigionamento attraverso miniere in Africa e Asia. Con la stretta sui chip, Pechino invia dunque un segnale preciso: può sostituire progressivamente la tecnologia americana, mentre Washington non può rinunciare alle materie prime strategiche cinesi senza conseguenze devastanti per la propria industria high-tech. In altri termini, la leva delle terre rare vale oggi più dei chip. Questa dinamica sottolinea una verità scomoda per gli Stati Uniti: la “decoupling strategy” rischia di essere più costosa per chi la promuove che per chi la subisce.

La cooperazione strategica con i Paesi emergenti

A livello globale, questa strategia si accompagna a un messaggio politico chiaro: la Cina vuole proporsi come fornitore di beni pubblici tecnologico. Modelli linguistici open-source come DeepSeek-R1 o Kimi K2 vengono offerti gratuitamente o a basso costo a governi e startup dei Paesi emergenti, insieme a infrastrutture e dataset. Un approccio che, nei fatti, costruisce consenso e influenza nel cosiddetto Sud Globale, dove l’accesso alle tecnologie occidentali resta limitato e costoso. Il rischio, per gli Stati Uniti, è duplice: perdere il primato tecnologico e cedere quello morale. Laddove Washington teme di esportare potenza computazionale, Pechino la distribuisce come strumento di cooperazione. Sembra averlo ricordato lo stesso Huang, quando ha detto che «l’Occidente è frenato dal cinismo». La Cina, al contrario, trasforma ogni restrizione in un’opportunità per rafforzare la propria autonomia.