Vertici e annunci, mazze da golf e corone dorate. L’atteso viaggio di Donald Trump in Asia è stato un misto di politica e spettacolo. In cinque giorni, Trump ha attraversato la Malaysia, il Giappone e la Corea del Sud, toccando quasi ogni punto nevralgico della politica asiatica, dal commercio con la Cina alla sicurezza nel Pacifico, fino alle dispute territoriali nel Sud-Est asiatico.
L’entrata trionfale di The Donald a Kuala Lumpur
La prima tappa è stata Kuala Lumpur, dove si svolgeva il vertice dell’ASEAN. Qui Trump ha fatto la sua entrata trionfale come “uomo degli accordi”, annunciando di aver presenziato alla firma di quello che ha ribattezzato Kuala Lumpur Peace Accords. L’accordo, in realtà, sanciva ufficialmente la conferma del cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia raggiunto a luglio, dopo alcuni giorni di scontri armati lungo la frontiera. «Abbiamo salvato milioni di vite», ha dichiarato Trump, rivendicando un successo che i protagonisti asiatici, tuttavia, hanno definito solo un primo passo verso la pace. Il ministro degli Esteri thailandese, Sihasak Phuangketkeow, ha precisato che si trattava di un documento preparatorio, non di un vero trattato di pace. La Malaysia, Paese ospitante, ha comunque alimentato la narrazione trumpiana allestendo un palco con la scritta “Delivering Peace: Cambodia-Thailand Peace Deal”.

L’accordo con la Thailandia sui minerali strategici
In parallelo, Trump ha firmato una serie di accordi commerciali con Cambogia, Malaysia e Vietnam, confermando intese già negoziate nei mesi precedenti. La più rilevante è stata quella con la Thailandia, che prevede cooperazione per l’estrazione e la fornitura di minerali strategici, passo che si inserisce nel piano americano di ridurre la dipendenza dalle terre rare cinesi. Queste mosse economiche, intrecciate con la diplomazia, hanno mostrato una Casa Bianca che usa il commercio come leva di pressione geopolitica: «Facciamo molti affari con entrambe le nazioni finché vivono in pace», ha dichiarato Trump, spiegando apertamente il suo metodo, secondo cui la stabilità è premiata con vantaggi economici. Sempre in Malaysia, mentre il presidente si faceva fotografare accanto ai leader regionali, si svolgeva un round cruciale di negoziati tra Stati Uniti e Cina. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, e il vicepremier cinese, He Lifeng, hanno raggiunto un’intesa preliminare che ha segnato una significativa de-escalation nella lunga guerra commerciale tra le due potenze.
Lo show mediatico in Giappone
Trump è ripartito senza partecipare al vertice dell’Asia orientale in programma durante il summit dell’ASEAN, spostandosi a Tokyo. La tappa giapponese ha avuto due facce ben riconoscibili: da un lato un fitto pacchetto di accordi strategici ed economici, dall’altro un vero e proprio “show” cerimoniale costruito per massimizzare l’impatto mediatico e politico del tycoon. Trump è stato ricevuto in Giappone con riti formali e gesti spettacolari che hanno contribuito a esaltare la narrativa del successo diplomatico: incontro con l’imperatore, visite in luoghi simbolici e un’accoglienza che ha incluso simbolismi pubblici (illuminazioni, cerimonie, doni) volti a sottolineare il ritorno della centralità americana nella regione. Questi elementi non sono semplici ornamenti: servono a trasmettere fiducia e legittimazione reciproca tra leader, e Tokyo li ha usati anche per rassicurare il proprio elettorato sulla solidità dell’alleanza con gli Stati Uniti.

L’incontro con la premier Takaichi e l’annuncio di una «nuova età dell’oro»
Il cuore della visita è stato il vertice tra Trump e la nuova prima ministra Sanae Takaichi, nominata appena una settimana prima. L’incontro ha avuto tono molto caloroso, con elogi reciproci e annunci di una «nuova età dell’oro» nelle relazioni bilaterali, espressione con cui Tokyo ha voluto indicare sia un rafforzamento della cooperazione in campo economico sia una convergenza sulla dimensione della sicurezza regionale. Takaichi ha ribadito l’intenzione di accrescere la capacità di difesa del Giappone e di intensificare la collaborazione con Washington; Trump ha contraccambiato con assicurazioni operative e simboliche di sostegno.
La cooperazione sulle terre rare in ottica anti-cinese
Il risultato più tangibile sul piano economico-strategico è stato un accordo di cooperazione su terre rare e minerali critici volto a rafforzare catene di approvvigionamento alternative alla Cina. L’intesa prevede investimenti congiunti, coordinamento su estrazione e lavorazione e piani per sviluppare capacità industriali partner-friendly nella regione. Il Giappone è un caso particolare in materia, perché ha capacità tecnologiche avanzate sia nella lavorazione sia nello stoccaggio. Ed è uno dei pochissimi Paesi che è riuscito a ridurre la dipendenza dalla Cina. Nel 2010, durante una crisi diplomatica, Pechino aveva imposto un embargo sulle spedizioni di terre rare verso Tokyo, che ha risposto con massicci investimenti, ben prima che l’Occidente si accorgesse del problema. Oggi la dipendenza del Giappone verso la Cina è scesa dal 92 al 49 per cento. Ultimo elemento: Tokyo ha scoperto negli anni scorsi un immenso giacimento di terre rare sottomarino. Servono però enormi investimenti per l’estrazione. Washington garantirà finanziamenti in cambio di un accesso privilegiato alle risorse. Rimane però da vedere quanto velocemente e con che scala questi progetti si trasformeranno in capacità alternative concrete, dato che lo sviluppo di miniere e impianti di raffinazione richiede anni e investimenti intensivi. Confermato anche l’accordo commerciale siglato dall’ex premier Shigeru Ishiba, con Tokyo che si è impegnata a investire 550 miliardi negli Usa. Non sarà semplice mantenere le promesse. Takaichi ha invece per ora respinto la richiesta di interrompere le importazioni di gas naturale liquefatto dalla Russia, che rappresenta ancora il 10 per cento circa dell’approvvigionamento totale nipponico.

Il pressing Usa sulle spese militari
L’altro grande tema della visita riguarda la difesa. La Casa Bianca preme da tempo sul Giappone per un aumento esponenziale delle spese militari. Trump e Takaichi hanno visitato la portaerei americana George Washington. Davanti a 6 mila soldati, la nuova premier giapponese ha promesso l’aumento del budget di difesa fino al 2 per cento del Pil. Si tratta di una cifra imponente per un Paese che da 80 anni segue una politica pacifista. Il Pentagono ha chiesto un innalzamento fino al 3,5 o persino al 5 per cento del Pil. Ma Trump ha comunque lodato Takaichi. Segnale che i rapporti tra i due sono ottimi, anche perché Takaichi ha garantito a Trump dei successi personali. In particolare, ha annunciato che lo candiderà al premio Nobel per la Pace. E poi gli ha regalato la mazza da golf dell’ex premier Shinzo Abe. Non si tratta di un semplice oggetto, ma di un messaggio preciso. Durante il suo primo mandato, Trump aveva stretto un’amicizia molto forte con Abe, proprio giocando a golf. E Takaichi punta a prendere il posto del suo predecessore, diventando la migliore amica di Trump in Asia.

La trattativa sugli investimenti sudcoreani
Dopo aver incontrato alcuni super manager giapponesi, tra cui gli amministratori delegati di SoftBank e Toyota, Trump si è spostato in Corea del Sud. Qui, il presidente Lee Jae-myung ha provato a sua volta a stabilire buoni rapporti, nonostante diversi alleati di Trump lo accusino regolarmente di essere “filocinese” per il suo desiderio dichiarato di riequilibrare i rapporti tra le due potenze. Come a Tokyo, anche Seul ha riservato a Trump un’accoglienza apparentemente deferente. Lee ha conferito a The Donald decorazioni e doni dal forte valore simbolico come la massima onorificenza della Corea del Sud, la Grand Order of Mugunghwa, e una riproduzione di una corona d’oro risalente alla dinastia Silla. I due leader hanno confermato l’accordo commerciale già precedentemente negoziato. La Corea del Sud è chiamata a investire circa 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti, suddivisi in 200 miliardi in denaro e 150 miliardi nel settore cantieristico/navale. Tuttavia, restano elementi da definire, in particolare la struttura dell’investimento e le modalità con cui Seul intende rispettarlo. Il passaggio più significativo è invece il via libera alla Corea del Sud per la costruzione di un sottomarino a propulsione nucleare.
L’incontro con Kim Jong-un è solo rimandato
Durante la tappa sudcoreana del viaggio asiatico di Trump, molti osservatori si aspettavano un gesto spettacolare: un nuovo incontro con Kim Jong-un, che avrebbe rappresentato il quarto faccia a faccia tra i due leader dopo quelli di Singapore, Hanoi e della zona demilitarizzata nel 2019. Ma l’appuntamento non si è mai concretizzato, nonostante Trump abbia espresso il desiderio di rivedere il leader supremo. All’inizio del viaggio, Trump ha anche riconosciuto che, di fatto, la Corea del Nord è dotata di armi nucleari in quella che è sembrata una parziale legittimazione del programma atomico. Si tratta proprio della condizione posta da Kim per riaprire il dialogo. Tra questioni di agenda e la considerazione che senza contatti preventivi tra le due diplomazie si sarebbe rivelato solamente uno show fotografico, il tutto è stato rimandato.

La tregua commerciale (e tattica) con Xi
L’atteso incontro tra Trump e Xi Jinping a Busan ha rappresentato il momento culminante e simbolicamente più denso del viaggio. Il vertice ha segnato una rilevante tregua tattica: un accordo temporaneo di equilibrio, in attesa della prossima mossa. I negoziati tra le due delegazioni hanno confermato e formalizzato quanto già preparato nei giorni precedenti in Malaysia: un accordo preliminare di tregua commerciale destinato a raffreddare la tensione accumulata nei mesi scorsi. Il primo risultato concreto dell’intesa è stato l’annullamento dei dazi aggiuntivi del 100 per cento previsti per il primo novembre sui prodotti cinesi, insieme al rinvio di un anno dei dazi legati al cosiddetto Liberation Day. Sul fronte tariffario, la trattativa ha affrontato anche la questione del fentanyl, l’oppioide sintetico che ha colpito duramente gli Stati Uniti. Dopo che Pechino ha assicurato «azioni decise» per interrompere il flusso della sostanza, Washington ha ridotto dal 20 al 10 per cento i dazi introdotti nei primi due round di febbraio e marzo. Entrambi i Paesi hanno inoltre concordato il rinvio di un anno delle tasse portuali imposte sulle rispettive navi, entrate in vigore nelle settimane scorse.

Soia e non solo
Per quanto riguarda l’agricoltura, la Cina ha ripreso ad acquistare soia dagli Stati Uniti, dopo due mesi di blocco totale. Il segretario al Tesoro Bessent ha dichiarato che Pechino comprerà almeno 12 milioni di tonnellate entro fine anno e 25 milioni annui nei tre anni successivi, riportando gli scambi ai livelli precedenti al 2025. Si tratta di un tema centrale per Trump, considerando il forte impatto delle scelte cinesi sugli agricoltori del Midwest, visto che la Cina è il principale importatore di soia americana. Sul fronte tecnologico e delle terre rare, i due leader hanno confermato un passo indietro rispetto alle ultime manovre. Pechino ha accettato di sospendere per 12 mesi il nuovo sistema di licenze governative per l’export di terre rare, mentre gli Stati Uniti rinvieranno di un anno l’estensione delle restrizioni sulle spedizioni di software tecnologici verso le affiliate di aziende cinesi sotto sanzioni. Attenzione, però, perché qui di fatto si torna semplicemente alla situazione di metà settembre. D’altronde, chip e terre rare sono i due nodi principali della competizione e i due contendenti sembrano intenzionati a mantenere la possibilità di usarli nuovamente come clave o armi negoziali qualora dovessero manifestarsi nuove turbolenze. Tutt’altro che impossibile. Per provare a mantenere un’atmosfera positiva, non si sono toccati i due dossier strategici più spinosi: i rapporti tra Cina e Russia (anzi, Trump ha detto che «lavorerà con Xi» per provare a risolvere la guerra in Ucraina) e Taiwan. Sostanzialmente, Trump e Xi hanno guadagnato un anno di tempo per provare a trovare un’intesa più profonda. Annunciare preventivamente che si incontreranno due volte nel 2026 – una in Cina e una negli Usa – significa provare a iniettare un po’ di stabilità in un rapporto centrale per gli equilibri globali.
