«I termini della Dichiarazione del Cairo dovrebbero essere applicati e la sovranità del Giappone limitata alle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu, Shikoku e alcune isole minori da determinare». Questa frase, contenuta nella Dichiarazione di Potsdam del 1945, fissava i termini per la resa giapponese al termine della Seconda Guerra Mondiale. Un testo che è riapparso qualche giorno fa in un post su X di Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri della Cina, al culmine delle tensioni tra Pechino e Tokyo. Un piccolo segnale passato inosservato, ma che sembra suggerire che la crisi diplomatica già profondamente segnata dalle tensioni su Taiwan e sulle isole contese Senkaku/Diaoyu possa ulteriormente ampliarsi.
Okinawa e le tensioni tra Cina e Giappone
In particolare, potrebbe farlo con il riemergere di un dossier storico e identitario rimasto a lungo latente: quello di Okinawa e dell’antico Regno delle Ryukyu. La possibilità che Pechino scelga di inserirsi nelle fratture sociali e culturali dell’arcipelago aggiunge un ulteriore livello di complessità a una crisi che, finora, è stata interpretata soprattutto come uno scontro di potere nel Mar Cinese orientale e Stretto di Taiwan. Ma la Cina potrebbe valutare un’operazione dalle alte implicazioni strategiche: rispondere a quelle che considera «interferenze esterne» della premier nipponica Sanae Takaichi su Taiwan (ex colonia dell’impero giapponese), provando a mettere in discussione la legittimità della sovranità di Tokyo su Okinawa e il resto dell’arcipelago.

Pechino rispolvera l’antico Regno delle Ryukyu
Da almeno due anni diversi funzionari cinesi, compreso lo stesso Xi Jinping, hanno ripreso a citare nei discorsi pubblici l’antica storia del Regno delle Ryukyu, un’entità indipendente che per secoli mantenne un rapporto di tributo e scambio diplomatico con la Cina imperiale dei Qing, prima di essere annessa dal Giappone nel 1879. Questi riferimenti, rimasti a lungo marginali nella narrativa cinese, stanno ora assumendo un carattere più politico, suggerendo un possibile tentativo di attualizzare un nodo storico che Pechino potrebbe utilizzare come leva geopolitica. Il nuovo impulso arriva da una visita di Xi all’Archivio nazionale delle pubblicazioni e della cultura, fiore all’occhiello della strategia di esaltazione delle radici storiche spinta dal presidente nella “nuova era”. Durante la visita, effettuata nell’estate 2023, Xi si è fermato davanti a un libro stampato su legno sulla storia delle Ryukyu. «Quando lavoravo a Fuzhou, ho conosciuto il rapporto profondo con le Ryukyu», ha detto in quella sede Xi, chiamando per la prima volta le isole (a cui il Giappone si riferisce come Nansei) con questo nome e ricordando i 36 clan del popolo Min che si spostarono dalla Cina all’arcipelago durante la dinastia Ming nel XIV secolo. Il presidente cinese ha poi invitato a raccogliere e ordinare tali documenti storici per «ereditare e sviluppare bene» la civiltà cinese. Da qui, una serie di analisi di storici cinesi che sono tornati a mettere in discussione la legittimità giapponese su Okinawa, rimasta peraltro sotto amministrazione americana fino al 1972 dopo la Seconda Guerra Mondiale.

I Luchu, le basi Usa e il risentimento verso Tokyo
A Tokyo, questa strategia viene interpretata come un possibile tentativo di “infiammare” la questione di Okinawa in un momento già critico. L’arcipelago ospita una comunità, quella dei Luchu, che possiede una cultura e una lingua distinte rispetto al corpus principale del Giappone. La popolazione locale ha spesso manifestato la propria alterità identitaria, un forte sentimento antimilitarista e un risentimento verso le politiche di Tokyo. La presenza imponente di basi statunitensi — oltre il 70 per cento delle installazioni americane in Giappone si trova proprio a Okinawa — ha alimentato negli anni proteste, tensioni e un senso di marginalizzazione, che alcuni attivisti locali hanno tradotto in richieste di maggiore autonomia o riconoscimento identitario. Pechino, consapevole di questa frattura interna, potrebbe tentare di sfruttarla per indebolire la posizione giapponese nel confronto strategico sull’Asia orientale.

Perché l’arcipelago è uno dei punti più sensibili della regione
La ragione è evidente: Okinawa è oggi uno dei punti più sensibili dell’equilibrio militare nella regione. Yonaguni, l’isola più occidentale dell’arcipelago delle Ryukyu, si trova ad appena 110 chilometri dalla costa orientale di Taiwan. Proprio qui, nei giorni scorsi, si sono alzati dei jet da combattimento giapponesi dopo l’avvistamento di un presunto drone cinese. Okinawa, peraltro, rappresenta il fulcro della presenza militare statunitense nel Pacifico occidentale. In caso di conflitto nello Stretto di Taiwan, Okinawa potrebbe finire coinvolta come retrovia logistica e piattaforma operativa per le forze americane. Per la Cina, che considera una futura “riunificazione” con Taiwan un obiettivo nazionale non negoziabile, limitare la funzionalità strategica di Okinawa equivarrebbe a ridurre la capacità di risposta militare degli Stati Uniti e del Giappone a un eventuale intervento. Questa pressione simbolica e storica su Okinawa ha dunque una chiara valenza geopolitica: Pechino non può sfidare militarmente Tokyo senza rischi enormi, ma può mettere in discussione la legittimità della sua sovranità per indebolire il fronte interno giapponese in un momento di forte tensione sulle questioni regionali.
La possibile contronarrazione di Pechino
Okinawa, del resto, porta ancora le cicatrici del suo passato. L’isola fu teatro della più feroce invasione anfibia della Seconda Guerra Mondiale, con oltre 200 mila morti, in larga parte civili. La devastazione lasciò un’eredità di diffidenza verso il militarismo giapponese e, più tardi, verso la massiccia presenza americana. Questa complessa stratificazione storica rende il terreno estremamente fertile per narrazioni alternative, soprattutto se presentate come una forma di riconoscimento o valorizzazione culturale. Pechino potrebbe non aver bisogno di sostenere apertamente progetti autonomisti: basterebbe amplificare la percezione che il governo centrale giapponese non si preoccupa abbastanza degli abitanti dell’isola, per creare nuove fratture politiche.

I rischi della politicizzazione del dossier Okinawa
La crisi tra Cina e Giappone potrebbe dunque evolvere in qualcosa di più profondo e insidioso. Se il dossier Okinawa venisse realmente politicizzato, l’Asia orientale si troverebbe davanti a un fronte di instabilità completamente nuovo, in cui storia, identità e geostrategia si intrecciano. Per Tokyo sarebbe un colpo gravissimo: la sicurezza dell’intero Paese e dell’alleanza con gli Stati Uniti dipende dalla stabilità dell’arcipelago. Per la Cina, invece, si tratterebbe di un modo per mettere sotto pressione il Giappone in un’area dove i costi di un’escalation militare sarebbero troppo alti, ma quelli di una destabilizzazione politica potrebbero rivelarsi sorprendentemente bassi. In un momento in cui le tensioni su Taiwan sembrano destinare la regione a una lunga fase di incertezza, il nodo di Okinawa potrebbe diventare un nuovo fronte di sottile e implicito confronto.
