Quando si terranno i nuovi colloqui tra Ucraina e Russia

Kirill Budanov, capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, ha annunciato che entro questa settimana potrebbe avere luogo un nuovo ciclo di colloqui volti a porre fine alla guerra in Ucraina, indicando come possibili date giovedì 26 e venerdì 27 febbraio. «Siamo attualmente in fase di preparazione. È una questione di protocollo: quando, chi verrà e così via. Tutte e tre le parti devono essere d’accordo su questo. Anzi quattro parti, incluso chi ospita», ha detto Budanov. Le parti in causa sono l’Ucraina e la Russia, ovviamente, a cui si aggiungono gli Stati Uniti e la Svizzera, che dovrebbe ospitare ancora i colloqui a Ginevra. Budanov, parlando con i giornalisti, ha affermato che non ci sono ancora dettagli su un possibile incontro tra i presidenti di Ucraina e Russia. «Abbiamo sollevato la questione», ha detto, aggiungendo che Mosca non ha ancora fornito una risposta. Dall’inizio dell’anno Russia e Ucraina hanno tenuto diversi round di colloqui con la partecipazione degli Usa: anche l’ultimo (17-18 febbraio) si è svolto a Ginevra.

Riforma elettorale, cosa c’è dietro l’accelerata del centrodestra

Obiettivo chiudere entro i primi giorni di marzo. La settimana che si apre potrebbe essere cruciale per il destino di un’altra riforma che la maggioranza di centrodestra vuole portare a casa al più presto, oltre a quella della giustizia. Prima del referendum confermativo del 22-23 marzo, il centrodestra intende avviare l’iter per cambiare la legge elettorale.

L’obiettivo è sganciare la riforma elettorale dell’esito referendario

L’accelerazione è stata decisa lunedì scorso, nell’ultimo vertice tra i leader del centrodestra. E la motivazione politica è sostanzialmente quella di voler ‘sganciare’ la modifica della legge elettorale dall’esito del voto referendario, qualunque esso sia. «Non vorremmo dare l’idea di cambiare la legge perché, deboli, abbiamo fretta di andare al voto dopo aver perso il referendum», è il ragionamento. «Né, d’altra parte, di modificarla perché, con la vittoria del sì, vogliamo forzare».

Riforma elettorale, cosa c’è dietro l’accelerata del centrodestra
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Il centrodestra vuole disinnescare le minacce del Rosatellum

Il testo va presentato prima, quindi. Tema non certamente appassionante per il grande pubblico, la modifica del sistema di voto è in realtà cruciale per il panorama politico futuro perché potrebbe addirittura cambiare l’esito delle elezioni dell’anno prossimo, favorendo uno schieramento rispetto all’altro. Ed è proprio per disinnescare le minacce del Rosatellum, soprattutto nei collegi uninominali del Sud dove il centrosinistra unito potrebbe avere la meglio, che la maggioranza lavora a un superamento dell’attuale legge elettorale. L’idea è di chiudere a breve e presentare una proposta – è sufficiente una legge ordinaria – in entrambe le Camere per poi valutare in seguito dove far partire l’iter parlamentare.

Riforma elettorale, cosa c’è dietro l’accelerata del centrodestra
Elezioni politiche del 2022 (Imagoeconomica).

L’ipotesi di inserire il leader di coalizione nel programma

L’impianto della legge sarà proporzionale con un premio di maggioranza che scatterebbe se una coalizione raggiungesse il 40 per cento dei voti. Il premio però non farebbe ottenere automaticamente il 55 per cento dei seggi ma garantirebbe ai vincitori 70 posti alla Camera e 35 al Senato. Per quanto riguarda le soglie di sbarramento si starebbe valutando di mantenere quelle attuali: 3 per cento per le liste singole, 10 per cento per chi è in coalizione. Non dovrebbero passare le preferenze, tanto care a FdI, mentre una novità delle ultime ore sarebbe l’obbligo di introduzione dell’indicazione del leader della coalizione, non sulla scheda elettorale, ma nel programma con cui la coalizione si presenta agli elettori. Una clausola contenuta nel Porcellum, con cui si votò nel 2006 quando Romano Prodi sconfisse Silvio Berlusconi. Ma che questa volta potrebbe portare difficoltà al centrosinistra, diviso sulla scelta della leadership, costringendolo a fare le primarie di coalizione.

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Romano Prodi e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

La proposta di ballottaggio e la contrarietà della Lega

Infine, altra novità di cui si starebbe discutendo è un meccanismo che prevederebbe il ballottaggio: il secondo turno scatterebbe se due coalizioni non arrivassero al 40 per cento ma superassero il 35. Ma non tutti gli alleati sarebbero favorevoli a questo meccanismo. La Lega, per esempio, è tradizionalmente contraria. Così contraria che, un anno fa, presentò un emendamento al decreto elezioni in cui proponeva di eliminare il secondo turno per chi non avesse raggiunto il 40 per cento alle Comunali.

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Matteo Salvini (Ansa).

Incendio Crans Montana, il capo pompieri Vocat racconta l’incubo

AGI - “Al mio arrivo, ho visto molte persone ferite e molte persone che aiutavano noi pompieri a prendere in carico i feriti. Tra queste ultime c’era anche Jacques Moretti”. È un interrogatorio tra le lacrime quello di David Vocat, il capo dei pompieri di Crans Montana che, dalla notte dell’incendio al ‘Le Constellation’, ha raccontato ai pm di vivere “un incubo senza fine”. Nell’ultimo dossier delle indagini della Procura vallese depositato dalle parti c’è anche il verbale della sua audizione come testimone.

Quella serata di lavoro era cominciata bene, nulla lasciava presagire l’inferno che si sarebbe portato via 41 persone, la gran parte ragazzi e ragazze e la serenità di una località nota per le sue piste di sci. I vigili del fuoco avevano rafforzato la loro presenza in vista del Capodanno perché, spiega Vocat, “alla fine di dicembre a causa dei prati secchi c’era il rischio di roghi e negli anni precedenti avevamo vissuto molti fuochi di sterpaglia. Per questo motivo, avevamo chiesto alle autorità politiche un divieto di fare fuoco sui tre comuni di nostra competenza. Ho costituito un team di servizio in caserma dalle 22:00 alle 02:00 con la presenza di 14 vigili del fuoco in caserma e 3 distaccati a Randogne, pronti per un intervento. Ci siamo organizzati per passare il tempo insieme. Avere 15 persone in caserma è una situazione eccezionale. Intorno all’una e mezza, ci siamo detti che avremmo potuto passare una serata tranquilla e riaggiornarci per un punto alle due. Ma abbiamo ricevuto l’allarme dalla centrale della polizia cantonale. Era un’allerta rossa che sul "Fuoco al bar ‘Le Constellation’". Un allarme rosso è un evento di grande portata”.

 

 

Il capitolo dei soccorsi e le critiche

E qui Vocat apre il capitolo dei soccorsi, sui quali alcuni legali di parte civile hanno espresso delle critiche quanto a tempestività ed efficacia. “Ho preso contatto con la CEN (centrale di impegno della polizia cantonale) per avere informazioni complementari. Mi hanno informato che si trattava di un fuoco con esplosione. È per questo che ho mobilitato mezzi supplementari chiedendo immediatamente due elicotteri. Poi, ho organizzato le partenze dei primi mezzi di soccorso, persone che potevano intervenire direttamente arrivando sul posto con apparecchi di protezione della respirazione pronti a essere utilizzati. I primi mezzi sono partiti molto rapidamente. Le prime decisioni sono state prese solo 15 minuti dopo l'allarme. È stato messo in sicurezza anche tutto il perimetro con la polizia cantonale e intercomunale. Si sono decisi gli interventi e individuato un’area dove mettere gli elicotteri. Immaginavo che ci sarebbero stati molti feriti. Poi, mi sono recato io stesso sul posto: arrivato sul posto, 10-12 minuti dopo l'allarme per me (3-5 minuti dopo per i primi), il capo dell'intervento aveva già preso le prime misure”. Vocat spiega che “la comunicazione era complicata perché la rete Polycom, la radio nazionale della sicurezza, era saturata”. “Era una situazione di caos e di guerra, come non si vede mai nella vita e bisogna affrontarla al meglio che si poteva” sintetizza.

L'incubo che non finisce e il sostegno psicologico

C’è spazio anche per una domanda sul suo stato d’animo. “Mi sento in un incubo che non finisce mai. Penso enormemente a tutte le famiglie che hanno perso i loro figli, che si occupano dei feriti e cerco di tenere occupato il mio gruppo di colleghi e me stesso al meglio perché è importante. Ho ridotto la mia attività del 50%”. “David Vocat piange” annotano chi trascrive il verbale. “Devo continuare a salvare le persone e a occuparmi delle persone che sono volontari e non avrebbero mai dovuto vivere una situazione come questa. Abbiamo subito ingaggiato degli psicologi d'urgenza di Ginevra. Per quanto mi riguarda, ho avuto un sostegno quotidiano durante le due settimane che sono seguite. Nessuno nella mia compagnia ha cessato la sua attività. So che in altre compagnie sì. Questo è stato forse dovuto alla presa in carico e al sostegno del loro comandante”.

 

 

 

 

Referendum sulla giustizia, c’è il sorpasso del “no”

A un mese dal referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo, un sondaggio condotto da Ixè sulle intenzioni di voto ha evidenziato il sorpasso del “no”, collocato tra 51,3 e il 54,3 per cento, a fronte del “sì” dato tra il 45,7 e il 48,7 per cento. Il sondaggio precedente, condotto a gennaio, delineava un pareggio. Nell’indagine di novembre, invece, risultava nettamente in vantaggio il “sì”, dato al 53 per cento rispetto al 47 per cento del “no”.

Il 46 per cento degli elettori è intenzionato ad andare a votare

Per quanto riguarda l’affluenza, secondo il sondaggio il 46 per cento degli elettori risulta fortemente intenzionato ad andare a votare per il referendum. E in tal senso si conferma una propensione più marcata nell’elettorato di sinistra e centro sinistra. Massiccia la fetta degli indecisi, che per l’indagine ammontano al 40 per cento degli aventi diritto.

La maggioranza degli italiani è ben informata sul referendum

Tra le persone interpellate, il 55,7 per cento dichiara di conoscere i temi oggetto del referendum. A gennaio, la quota era fermata si fermava al 45 per cento e ancora prima, a novembre, al 39 per cento. Al momento, secondo l’indagine di Ixé, la maggioranza degli italiani è dunque ben informata sul referendum: solo il 13 per cento ha dichiarato di non aver nemmeno sentito parlare della consultazione referendaria.

Rogoredo, il consulente della difesa dell’agente Cinturrino lascia l’incarico

Dopo il fermo dell’agente Carmelo Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario in relazione ai fatti di Rogoredo del 26 gennaio, il consulente nominato dalla sua difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico. «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni», ha affermato secondo quanto riportato da Tgcom24. Redaelli, in passato esperto della polizia di Stato in materia di investigazioni scientifiche, ha aggiunto: «Mi dispiace molto per tutti i poliziotti che ogni giorno si impegnano per garantire la sicurezza degli italiani e che rappresentano al meglio la divisa che indossano».

Il poliziotto avrebbe organizzato una messinscena per coprire l’omicidio di un pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo.

Carlo Conti: «Io meloniano? Sono un uomo libero»

Nella prima conferenza stampa della 76esima edizione del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti è tornato (imbeccato dalla stampa) sulle polemiche politiche che hanno fatto seguito all’annunciata presenza – poi saltata – di Andrea Pucci sul palco dell’Ariston. «Quando c’era Renzi sono stato definito renziano, oggi meloniano, domani sarò cinquestelliano. Per fortuna in questi 40 anni sono un uomo libero, ci tengo a essere indipendente nel mio lavoro. In televisione sono un giullare e orgogliosamente faccio il giullare», ha detto Conti.

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Conti: «Meloni può venire a Sanremo se compra il biglietto»

Dopo aver smentito di essere meloniano, Conti ha anche negato di aver invitato la presidente del Consiglio all’Ariston: «Fantascienza pura. Non ho nessun rapporto con lei. Io credo che la mia storia parli per me, parli per gli ospiti che ho portato al festival. Sanremo l’ho fatto con un governo e l’ho fatto con un altro». E poi: «La premier è una cittadina libera, se compra il biglietto e vuole venire, può venire. Come qualsiasi altro cittadino. Non è che decido io chi può venire o non venire a vedere il Festival».

Sul forfait di Pucci: «Dispiace umanamente e professionalmente»

Conti ha inoltre confermato di non aver ricevuto pressioni per far approdare Pucci a Sanremo: «Ripeto e sottolineo: preferisco che si dica che io non so fare il mio mestiere piuttosto che qualcuno dica che mi hanno obbligato a prendere qualcuno o mi hanno tirato per la giacca per favorire questo o quel comico o artista su quel palcoscenico». Il presentatore si è poi detto stupito dalle polemiche attorno alla figura del comico milanese: «È stato ospite di miliardi di trasmissioni, ha fatto programmi di grande successo, a settembre gli abbiamo dato il premio all’Arena di Verona per i suoi incassi. Sono andato a teatro a vederlo e non ci ho trovato niente di sconvolgente. Quando penso di invitare un artista non è che gli chiedo cosa pensa, cosa vota, da che parte è». Quanto alla rinuncia da parte del comico, Conti ha dichiarato: «Mi dispiace umanamente e professionalmente per lui. Da un lato lo posso anche capire, perché voi tutti eravate testimoni di quello che è successo a un grande fuoriclasse con Maurizio Crozza su quel palcoscenico: quindi lui ha avuto paura di reazioni. Ha preferito fare un passo indietro».

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza

Dietro la figura dell’eroe dei due mondi, oltre la camicia rossa e il mito risorgimentale, si cela un uomo sorprendentemente moderno e visionario. Virman Cusenza con L’altro Garibaldi. I Diari di Caprera (Mondadori) ci invita a conoscere il Garibaldi meno noto, accompagnandoci nella sua vita quotidiana, liberando il mito dagli stereotipi. Sull’isola infatti Garibaldi non si limita a guidare un’azienda agricola modello, ma importa macchinari innovativi, realizza un mulino d’avanguardia, impianta 14 mila viti e alleva una sorta di secondo esercito, composto da un migliaio di capi di bestiame. Fondatore della Società Reale di Protezione degli Animali, l’eroe cosmopolita coltiva idee e relazioni, accoglie amici, intellettuali e visitatori, sperimentando forme anticipate di famiglia allargata. In questo senso I Diari agricoli testimoniano una vita scandita da zappa e spada, raccolgono osservazioni meteorologiche e annotazioni puntuali su eventi storici: dalla visita di emissari reali allo sbarco di Bakunin. Caprera si rivela così più di un buen retiro, ma un laboratorio da cui osservare il mondo senza smettere di influenzarlo. Lettera43 vi propone un estratto da L’altro Garibaldi.

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza
La copertina di L’altro Garibaldi di Virman Cusenza.

La guerra delle api

Non si comanda un esercito, se prima non si impara a governare un alveare. È la lezione più importante che il generale trae dopo i primi anni a Caprera, dove ha sperimentato la complessità dell’apicoltura. Organizzare questi piccoli insetti, farli acquartierare proficuamente, garantirne il pascolo con la più grande diversità di fiori possibile, sfamarli in inverno quando corolle e petali scarseggiano non è meno complesso che organizzare le truppe. Perfino raccogliere il frutto della loro laboriosità è operazione non priva di rischi. Ma Garibaldi, forse proprio per questo, si appassiona. Arrivando a confessare nel ’73 a un esperto come Isidoro Guerinoni, direttore della Società apistica di Pistoia e suo «maestro» in quest’arte, che la sua «principale occupazione sono le api. Se avessi cominciato trent’anni prima, ne farei un’estesa coltura». Si emoziona quando esce il primo sciame. Ancora più che con le pianticelle che fanno capolino tra i solchi che ha sarchiato. Con le api l’orgoglio è doppio, perché è come se la sua mano per qualche istante si trasformasse in quella del demiurgo: dirige la vita di creature tra le più organizzate e strutturate militarmente che conosca. Troppo facile accostare la loro perizia e determinazione ai tentennamenti di chi dovrebbe riunire l’Italia e non lo fa. Se in politica potesse fare con Roma e Venezia quel che riesce a realizzare con le api, ecco che avrebbe già completato l’opera.

Ma il demiurgo è re Vittorio Emanuele, e l’Italia non è un apiario. Facile capire quindi perché, con cellette e alveari, si prenda le soddisfazioni che non raggiunge in altri campi. Ma non si accontenta certo. Anzi, qui si allena: alveari, grano, viti, nonché mucche, agnelli e tori, cavalli, pecore e asini, sono il suo reggimento ma pure il motivo di ilarità quotidiana, quello che gli strappa un sorriso, nonostante certe mattine esca di casa carico di tensione come alla vigilia di un temporale. Menotti, Basso e Fruscianti – ciascuno a modo suo – lo prendono in giro perché dicono che il bestiario di Caprera in fin dei conti è il suo battaglione sardo in servizio permanente effettivo. Non sappiamo se a sfidarlo siano state, inconsciamente, le evidenti affinità con il più complesso sistema politico-sociale nascente (fare l’apiario per capire come riunire gli italiani). Di sicuro, l’approccio dello stratega è ancora una volta scientifico, come lo è stato sin dall’inizio per le coltivazioni da impiantare nell’isola. Le pagine dei Diari dedicate all’allevamento delle api sono organizzate come l’altro libro mastro: varie colonne registrano anno, mese e giorno, numero delle arnie, temperatura, pressione barometrica, fioritura, provviste, sciami, operazioni e osservazioni, prodotti. In certe pagine vengono segnate anche uscite ed entrate, perché non bisogna dimenticare che tutto questo il generale non lo fa per la gloria ma per arrotondare i conti di casa, grazie alla vendita del miele e della cera. Il biennio superstite dei quaderni ci racconta come il numero delle arnie con gli anni si sia assottigliato. Tra il ’73 e il ’74 ne restano una quarantina. I nemici sono più insidiosi dei francesi o dei borbonici, e si chiamano formiche e tarme. Infestano le casse in cui sono ospitate le api e, nonostante la periodica mattanza di questi due indesiderati ospiti, la minaccia ritorna ciclicamente. A questa si aggiunge un flagello ancora maggiore: nella stagione più fredda – quindi con una fioritura assai ridotta – bisogna sfamare gli sciami che muoiono letteralmente di fame. La cura migliore è quella del miele rimasto, di scarsa qualità naturalmente, ma pur sempre prezioso. Nel maggio del 1873 apprendiamo che gli alveari vivono una stagione di conflitti più accesa delle guerre di indipendenza. Apparentemente, le trentanove arnie rimaste lavorano bene, essendovi tuttora molti fiori di muschio, cardi, fichi d’India, mirto ed erba medica. Ma si è scatenata «la guerra mortale fra le api, forse perché le arnie sono troppo vicine».

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza
Virman Cusenza (Imagoeconomica).

Un po’ come succede tra garibaldini e mazziniani nelle dispute dentro e fuori del Parlamento. A sedare gli animi e a sfamare la popolazione, Garibaldi invia una vivandiera d’eccezione, la figlia Clelia. Che così racconta l’impresa da piccola ardita nelle pagine di Mio padre: Nella stagione invernale portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Il miele più scadente si teneva appunto per quest’uso. A Fontanaccia, vicino all’aranceto, c’è una minuscola costruzione che molti si chiedono che cosa possa essere. Era la casa delle api. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno. Papà notava la mia esitazione e dolcemente mi incoraggiava: «Bambina, non aver paura. Entra pure. Loro sanno benissimo che tu porti da mangiare; non ti faranno nulla». Allora entravo, sicura come se fosse stata la voce di mio padre a scongiurare ogni pericolo. Le api mi si posavano sulle mani e sul viso ma io me ne restavo tranquilla. Papà, fuori, mi aspettava. Posavo i piattini e uscivo, felice di aver terminato il mio coraggioso compito. Soltanto una volta un’ape entrò nei miei capelli e sentendosi prigioniera mi punse. Papà mi levò subito il pungiglione e premendo sulla parte lesa la lama del suo temperino mi disse: «Ora non sentirai più nessun dolore. Tutto è passato, vero?». Il generale nei Diari agricoli è in versione «scienziato», registra ogni minima variazione: alla fine di settembre annota che le api «non trovano più polline». A dicembre che stanno «dentro per il freddo». Comunque, prima di tuffarsi con il solito entusiasmo in questa impresa, ha studiato a dovere. Si è abbonato a riviste specializzate, ha letto manuali e consultato esperti. Si è fatto spedire dall’Inghilterra addirittura un’arnia di vetro che gli consente di assistere a tutte le operazioni senza disturbare le laboriose inquiline. La descrizione di questo ingegnoso oggetto ce l’ha lasciata l’agronomo Eugenio Canevazzi: un cilindro sormontato da una cupola, entrambi coperti di paglia intrecciata. Il congegno all’interno ospitava anche un barometro ed era dotato di porticine, piccole saracinesche e serrande di la- mina da cui si poteva osservare il lavoro delle api. Quando l’alveare era colmo di miele e di cera, chiusi i fori, si sollevava il coperchio e dalle tre campane di vetro sottostanti si estraeva il prodotto.

Più tardi negli anni, di pari passo alla decadenza di tutta l’azienda agricola, anche l’apicoltura va in malora. Garibaldi chiede aiuto all’esperto Guerinoni, lamentando di essere stato abbandonato dal custode che si è impiegato nelle più redditizie ferrovie sarde, per cui è costretto a servirsi di un novizio. Si è ridotto a sole quarantacinque casse e ha urgente bisogno di un modello più moderno «a favo mobile, comodo per il matrimonio delle famiglie». Ogni tanto torna il flagello biblico delle formiche, pari a un esercito invasore contro cui la guerriglia del generale – specialità in cui era esperto – poco può fare. Le tarme, poi, sono peggio dei fucili Chassepot a Mentana. Divorano il legno delle casse, che sono diventate sei. «Credo sia indispensabile avere del legname idoneo, cioè inattaccabile, o per sua natura o mediante iniezione di qualche composto chimico», scrive disperato al direttore della rivista milanese «L’Apicoltore». Solo pochi anni prima, era stato più facile battere i prussiani a Digione.

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in visita a Niscemi, il comune siciliano in provincia di Caltanissetta colpito dal ciclone Harry. Il capo dello Stato ha voluto toccare con mano la situazione che la popolazione sta vivendo dal 25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita da una frana e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case. Dopo aver sorvolato l’area in elicottero, Mattarella è stato accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti e ha fatto un giro nelle strade del centro storico. Si è recato anche alla scuola Mario Gori sgomberata dopo la frana. «È difficile in queste condizioni, lo capisco. Nelle case c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto. Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto. La sua visita segue quella della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio.

Ricerca e biodiversità: nasce il premio Dolomia

AGI - Un premio nazionale dedicato alla ricerca accademica italiana sulla biodiversità. Lo ha annunciato Dolomia, brand di fitocosmetici che utilizza principi attivi naturali, minerali ed estratti di piante autoctone delle Dolomiti di Unifarco. Il premio, il Dolomia Biodiversity Award, è realizzato in collaborazione con il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

Obiettivi e ambiti di ricerca

L'iniziativa nasce per valorizzare tesi di laurea magistrale e di dottorato che affrontano, con rigore scientifico, i temi della conservazione degli ecosistemi, delle specie autoctone e dei modelli sostenibili, con particolare attenzione ai contesti montani. Il Dolomia Biodiversity Award si inserisce in un percorso che negli anni ha visto Dolomia impegnata nel promuovere conoscenza e cultura della biodiversità attraverso progetti sul territorio e azioni divulgative.

I progetti sul territorio e la divulgazione

Un esempio è il Progetto pilota sui prati a narciso avviato nel 2019 nell'area di Lentiai, iniziativa volta a riportare attenzione e cura su un habitat prezioso. Accanto alla dimensione territoriale, Dolomia ha scelto anche linguaggi culturali capaci di avvicinare il grande pubblico al tema: dall'Edicola Dolomia durante la Fashion Week, pensata come presidio urbano di divulgazione, fino a iniziative che invitano a trasformare la curiosità in conoscenza.

La visione del brand

"Con questo premio vogliamo dare riconoscimento a chi produce ricerca solida e utile: metodo, misura, osservazione. La biodiversità è complessità e la complessità merita competenza", dichiara Valentina Da Rold, Dolomia brand manager.

Biodiversità come “chimica del vivente”

Un tratto distintivo dell'iniziativa e' il legame con la ricerca che studia la biodiversità anche come "chimica del vivente": la variabilità genetica e ambientale puo' modificare il profilo molecolare delle piante e quindi la qualità di essenze e principi funzionali dagli antiossidanti alle sostanze lenitive, fino a frazioni aromatiche e zuccherine. Un tema di grande interesse scientifico e divulgativo, che rafforza l'idea di una biodiversita' non "generica", ma misurabile e descrivibile con precisione.

Categorie e premi

Il premio prevede tre categorie: miglior tesi di laurea magistrale sulla biodiversità; miglior tesi di dottorato sulla biodiversità; miglior tesi (magistrale o dottorato) sulla biodiversità delle Dolomiti (con territorio di studio nelle Dolomiti). Per ciascuna categoria è previsto un premio di 1.500 euro lordi, oltre a targa ufficiale e attestato di merito; la giuria potra' assegnare menzioni speciali.

La Giuria riunirà rappresentanti di Unifarco del brand Dolomia, esperti accademici e rappresentanti istituzionali del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, con criteri di valutazione basati su originalità, rigore metodologico, rilevanza applicativa e chiarezza espositiva. Le candidature sono aperte a tesi discusse tra il 1 gennaio 2023 e il 31 marzo 2026. La scadenza per l'invio delle candidature e' fissata al 31 marzo 2026. I vincitori saranno proclamati nel mese di maggio 2026; la presentazione pubblica delle ricerche vincitrici e' prevista il 22 maggio 2026 a Belluno.

Domenico, c’è un settimo indagato. La madre: “Scopriremo tutto”

AGI - C'è un settimo indagato nell'inchiesta della procura di Napoli sul caso del trapianto di un cuore danneggiato a Domenico, bambino di due anni e mezzo deceduto sabato mattina nella Rianimazione dell'ospedale Monaldi. Secondo quanto apprende l'AGI, si tratta di un'altro sanitario dell'ispedale. I pm titolari del fascicolo hanno anche chiesto un incidente probatorio al momento dell'esame autoptico della perizia del medico legale collegiale. 

Sale dunque a sette il numero degli indagati inseriti nel registro della procura di Napoli, che oggi ha deciso di richiedere l'incidente probatorio al momento dell'esame autoptico e della perizia medico legale collegiale, per il caso del piccolo Domen. I reati ipotizzati in via provvisoria dal sostituto Giuseppe Tittaferrante riguardano il fatto che in concorso tra loro e con condotte colpose indipendenti, con negligenza, imprudenza e imperizia, e con colpa specifica, che sarebbe stata causata dalla violazione delle linee guida in materia di conservazione e trasporto degli organi destinati al trapianto e delle buone pratiche clinico assistenziali e chirurgiche, cagionavano il decesso del minore.

Diversi quesiti dal pm per l'incidente probatorio

Con la richiesta di incidente probatorio e l'autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai tecnici, che dovranno essere nominati, per ricostruire la catena di eventi che ha portato alla morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni sottoposto a un trapianto di un cuore danneggiato, morto dopo 59 giorni dall'intervento durante i quali è stato tenuto in vita da un macchinario in attesa di un nuovo trapianto ritenuto possibile fino a un paio di giorni prima del decesso. 

La richiesta è stata inoltrata anche agli indagati, che da oggi sono sette, da quanto emerge dalla richiesta di incidente probatorio visionata dall'AGI. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di negligenze, imprudenze ed imperizia da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino.

I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall'equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell'organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell'equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l'adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell'equipe dell'ospedale Mondali di Napoli, che ha operato il trapianto. 

I magistrati chiedono di chiarire se l'intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente e i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell'equipe di espianto. Le risposte dovranno anche riguardare la prevedibilità e la prevenibilità della morte del bambino e quanto questo sia collegabile all'attività del personale del Monaldi, in particolare se erano possibili scelte alternative, da fare non solo nella fase del trapianto ma anche dopo il trapianto fallito. Scelte che avrebbero consentito una diversa evoluzione clinica.
Gli inquirenti puntano anche alla verifica del rispetto, nelle cure prestate, delle linee guida e delle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.

La madre: "La giustizia va avanti, scopriremo tutto"

"All'ospedale non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c'è fuori all'ospedale parli da se'", ha detto Patrizia Mercolino, la mamma del bambino. "La giustizia sta andando avanti - aggiunge - e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia, faranno il loro lavoro. La cosa che mi ha fatto più male è stata perdere mio figlio".

"Nessun bambino deve soffrire come il mio"

La costituzione di una fondazione nasce dall'idea evitare altri casi di mala sanità e spingere maggiormente per agevolare i trapianti, ha spiegato Mercolino prima di recarsi con il suo legale dal notaio per la costituzione della fondazione. "Vedremo meglio come utilizzare questa fondazione - spiega - non ci dimentichiamo che mio figlio aveva bisogno di un trapianto. Non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi". 

Il legale della famiglia: "l'espianto poteva essere posticipato"

"Il momento dell'espianto poteva essere posticipato, in quanto Domenico non era un bambino moribondo". Lo dice Francesco Petruzzi, l'avvocato della famiglia del bambino di due anni deceduto sabato scorso all'ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito. "Domenico era affetto da una patologia - ricorda il legale - ma attendeva un cuore da due anni e ne poteva aspettare anche altri due"