Addio a Zichichi, Giuli: “Uomo di scienza e di pace. Un modello di dialogo”

AGI - "Apprezzavo particolarmente in lui la sua doppia natura di scienziato e di credente": cosi' il vescovo Marcello Sanchez Sorondo ha ricordato Antonino Zichichi nell'omelia pronunciata durante i funerali solenni celebrati nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri in piazza della Repubblica a Roma, alla presenza, tra gli altri, del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Sanchez Sorondo ha rievocato il legame personale con il fisico, spiegando di averlo conosciuto quando San Giovanni Paolo II gli chiese di introdurlo alla Pontificia Accademia delle Scienze, e ha sottolineato come, nelle sue ultime apparizioni pubbliche, Zichichi abbia spesso dichiarato di essere "profondamente innamorato di Dio".

Nel corso dell'omelia, è stato ripercorso anche il profilo scientifico dello studioso, inserito "nella grande tradizione italiana di fisici di fama internazionale, a partire da Galileo Galilei, Enrico Fermi ed Ettore Majorana", con un richiamo alle ricerche nella fisica delle particelle, nucleare e subnucleare e agli studi sull'antimateria. Il vescovo ha infine richiamato uno dei temi centrali del pensiero di Zichichi, il rapporto tra fede e scienza, ricordando come egli sostenesse che "la scienza e la fede non sono in antitesi, ma sono in armonia tra loro, in quanto entrambi sono doni di Dio". 

Ai funerali nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza della Repubblica a Roma, ha partecipato anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accompagnato dalla figlia Laura. Presenti anche per il governo i ministri Anna Maria Bernini e Alessandro Giuli. 

Giuli, uomo straordinario e modello da seguire

"Abbiamo partecipato alle esequie di una persona straordinaria, uno scienziato, un uomo di conoscenza, di fede e soprattutto di pace che ci ha lasciato non soltanto studi straordinari, ma anche un modello da seguire, quello del dialogo e del confronto, al di là di ogni ideologia e appartenenza". Lo ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a margine dei funerali del fisico Antonino Zichichi in Piazza della Repubblica

Roma: “Finta” babysitter tenta di rapire una bimba a scuola

AGI - E' allerta nel quartiere romano Monteverde dove, mercoledì scorso, una 'finta' babysitter ha tentato di rapire una bambina di 3 anni da una scuola dell'infanzia. Gli insegnanti, insospettiti, hanno subito avvisato i genitori della bimba che hanno spiegato di non aver incaricato nessuno di prendere la figlia a scuola.

A quel punto è scattato l'allarme al 112, ma nel frattempo la donna era fuggita via. I genitori della bambina hanno presentato denuncia e la polizia ha avviato indagini per risalire alla donna.

Secondo quanto si apprende, sono stati sensibilizzati anche i dirigenti scolastici a prestare particolare attenzione alle deleghe per prendere gli alunni. Gli accertamenti sono in corso. 

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci

Chissà se a un certo punto Giorgia Meloni prenderà il telefono e chiamerà Elly Schlein per chiederle consiglio: ma tu come fai a tenere tutti insieme (o quantomeno a provarci)? Sì, perché con i suoi primi vagiti, la creatura politica vannacciana – che questa settimana ha esordito in Parlamento con tre deputati (gli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e l’ex FdI Emanuele Pozzolo) che hanno votato sì alla fiducia al governo e no all’invio di armi a Kyiv – rischia di rimescolare e stravolgere completamente il centrodestra così come l’abbiamo conosciuto finora e trasformarlo in una sorta di campo largo in versione destrorsa.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Edoardo Ziello, Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo (Ansa).

Il centrodestra monolitico è destinato a finire?

Se questa coalizione ha avuto un pregio, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, era quello di essere (o mostrarsi) molto più unita del centrosinistra. Anche per il minor numero di forze al suo interno: Forza Italia, Lega, prima An e oggi FdI, prima i centristi di Casini e Follini e oggi Maurizio Lupi. Vuoi mettere con l’infinita serie di partiti e sigle che hanno sempre contraddistinto il centrosinistra? Il record si toccò con l’Unione di Romano Prodi nel 2006 (oltre 10 partiti) e infatti arrivò una vittoria risicatissima e la caduta solo due anni dopo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Vannacci potrà dire ciò che Meloni e Salvini non possono

Ora con Roberto Vannacci molto cambierà. Innanzitutto perché per la prima volta Lega e Fratelli d’Italia si troveranno una concorrenza da destra, con Futuro Nazionale che potrà dire e fare tutto quello che Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per ovvie ragioni, non possono dire e fare. La cosa disturberà moltissimo l’ex Capitano, che non avrà più il copyright sulle sparate: ci sarà il generale a superarlo in questo campo. E infatti più di una fonte leghista descrive il segretario assai abbattuto. Non sarà più lui il protagonista delle intemerate a destra, dalla sicurezza alla stretta sui migranti. Ma Vannacci infastidisce anche Meloni, perché qualcuno del suo elettorato potrà ritrovare in Futuro Nazionale alcuni degli slogan che lei urlava dai banchi dell’opposizione. Insomma, Vannacci pescherà voti nella Lega, in FdI e pure nel primo partito d’Italia: l’astensionismo.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Se FN si stabilizza al 3 per cento difficilmente Meloni chiuderà la porta

I primi sondaggi non sono tranquillizzanti per la maggioranza, col generale che viaggia tra il 2,5 e il 3,5 per cento e con un elettorato potenziale del 4,9 per cento, secondo un sondaggio di Izi per La7. Il calo più sostanzioso per ora è della Lega, registrata poco sopra al 7 per cento, ormai lontana da Forza Italia, tra l’8 e il 9. Ma a rimetterci sarà anche il partito della premier. «Se Vannacci nei sondaggi si assesta sul 3 per cento, Meloni farà di tutto per tenerlo all’interno della coalizione, perché le due compagini risultano piuttosto appaiate e per vincere le elezioni tutto fa brodo. Salvini dovrà abbassare la cresta e ingoiare l’amaro calice…», sussurra a Lettera43 una fonte frequentatrice di Via della Scrofa. E infatti, se la premier sul tema tace, il generale non ha mai chiuso al centrodestra: fin dalle sue prime dichiarazioni si è detto disponibile a dialogare col governo. Tanto da mettere in campo una mossa parlamentare assai astuta, definita bizantina e democristiana: votare la fiducia al governo e contro l’invio di armi. Tanto che in molti ormai considerano Futuro Nazionale abile e arruolato nella maggioranza. «Valuteremo caso per caso come votare, se i provvedimenti ci convincono oppure no», hanno spiegato in coro Ziello, Sasso e Pozzolo. «Non so se faremo parte della coalizione, potremmo anche andare da soli, è presto per decidere…», ha frenato per prudenza, e tattica, Vannacci. Anche perché per entrare formalmente nel centrodestra vorrà essere corteggiato a suon di seggi sicuri per i suoi.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Salvini rischia di finire in un cul-de-sac

Meloni, dicevamo, per ora non si esprime e osserva. Con all’orizzonte un problema del tutto nuovo per lei: come fare a tenere insieme tutti, da Vannacci a Lupi, passando per Tajani e Salvini. E qualcuno ci butta dentro anche Carlo Calenda che, almeno a livello locale, specialmente in quel di Milano, si sta avvicinando a Forza Italia. Insomma, la premier potrebbe trovarsi a dover gestire un campo largo di centrodestra, con forze politiche assai differenti tra loro e magari pure litigiose, vista l’avversione totale di Salvini verso Vannacci. «Chi esce dalla Lega è da ritenersi fuori dal perimetro del centrodestra», sottolinea il sottosegretario leghista all’Interno, Nicola Molteni. Ma nel partito, Salvini ha anche il problema interno di dove collocare Luca Zaia, che non si candiderà alle suppletive in Veneto ma per ora non sarà nemmeno vicesegretario. «Zaia vice? Un grandissimo, ma ogni cosa a suo tempo», ha detto il segretario arrivando al consiglio federale in via Bellerio.

Un centrodestra versione campo largo? Meloni e la bega Vannacci
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Insomma, aspettando di conoscere la futura legge elettorale e relativa soglia di sbarramento, il tema di aprire o chiudere a Vannacci rischia di essere un ulteriore elemento di tensione tra Meloni e Salvini. «Su Vannacci la Lega avrà sempre l’ultima parola», ha sottolineato in settimana Antonio Tajani. Ma in pochi, anche tra i leghisti, ci credono davvero. E se il generale sarà della partita – come non ha escluso Francesco Lollobrigida intervistato dal Foglio – avremo di fronte un campo largo di centrodestra. E allora Giorgia potrebbe davvero fare quella telefonata: «Elly, ma come si fa?».  

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani

Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.

L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie

C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).

La maxi-frode su biglietti e visite guidate

La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.

Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025

Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).

Gli altri problemi del Louvre

Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.

Lascia gli incarichi il sultano di Dubai citato negli Epstein Files

Gli Epstein Files continuano a mietere vittime. A stretto giro dalle dimissioni di Kathryn Ruemmler da responsabile legale di Goldman Sachs, ha infatti lasciato gli incarichi di presidente e amministratore delegato del gigante della logistica DP World il sultano Ahmed bin Sulayem. Quest’ultimo, fratello di Mohammed Ben Sulayem presidente della FIA, era finito sotto pressione affinché si dimettesse dopo la pubblicazione di compromettenti messaggi scambiati con Epstein, che avevano portato alcuni possibili partner commerciali alla sospensione di nuovi accordi con DP World.

I messaggi scambiato con Epstein e quel cenno al «video della tortura»

Documenti divulgati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti hanno infatti rivelato che Sulayem nel 2015 inviò un’e-mail a Epstein, dicendogli che due anni prima aveva incontrato una studentessa di un’università americana a Dubai, con cui aveva fatto «il miglior sesso» della sua vita. Sulayem era stato inoltre destinatario di un’e-mail in cui Epstein affermava: «Ho adorato il video della tortura». Sulayem non è stato accusato di alcun illecito penale, ma comunque ha lasciato il timone del più grande operatore portuale di Dubai, di cui era presidente dal 2007 e ceo dal 2016. Il governo dell’emirato ha comunicato che ad assumere i due ruoli saranno rispettivamente Essa Kazim e Yuvraj Narayan.

Petrecca di nuovo nel mirino, stavolta per le sue “spese pazze”

Petrecca di nuovo nei guai. Dopo le critiche per la sua telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, il direttore di RaiSport è finito nel mirino per le sue spese pazze, segnalate il 3 febbraio durante una riunione con il capo del personale. Lo riporta Repubblica, spiegando che si tratta di assunzioni, promozioni e gratifiche distribuite come mai prima. A ciò si aggiungano consulenze esterne per 640 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2024, il budget delle rubriche — tra cui Domenica sportiva, Dribbling e Il processo — ammontava a 1,7 milioni. Nel 2025, da marzo imputabile all’attuale gestione, è schizzato a 2,34 milioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump

«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).

Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione

Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).

I dem contro lo strapotere dell’ICE

L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).

Il boicottaggio di Meta

Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Mark Zuckerberg e Donald Trump (Ansa).

Merz ha detto che «l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più»

«L’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più». Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco, in corso in Baviera, che vede in cima all’agenda l’Ucraina e il rafforzamento delle difese europee in ambito Nato, oltre alle crisi in Medio Oriente e l’Iran. Il tutto sullo sfondo crescenti tensioni tra Europa e Stati Uniti, evidenziate appunto da Merz.

Merz ha dichiarato che «Vance aveva ragione»

«Tra l’Europa e gli Stati Uniti si è aperto un divario. JD Vance lo aveva detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco. E aveva ragione. La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra», ha detto Merz, sottolineando che in Europa «la libertà di parola finisce quando questa si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione». E poi: «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: l’ordine di sicurezza mondiale del dopoguerra, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». Anzi, ha aggiunto, «sta per essere distrutto».

Merz ha detto che «l’ordine mondiale del dopoguerra non esiste più»
Friedrich Merz (Imagoeconomica).

Merz: «Gli Usa non sono così potenti da farcela da soli»

«L’Europa deve risolvere il problema della sua dipendenza autoinflitta dagli Stati Uniti per riequilibrare le relazioni transatlantiche», in questa nuova «era della rivalità tra grandi potenze». Il Vecchio Continente «non può più dare per scontata l’Alleanza transatlantica», che «va ricostruita su basi concrete». Al tempo stesso, gli Stati Uniti «devono capire che neanche loro sono abbastanza potenti per farcela da soli», ha avvertito Merz.

Il libro di Meloni negli Usa a fine aprile con prefazione di Vance

Uscirà a fine aprile, con un titolo leggermente diverso (Giorgia’s Vision) e una prefazione del vicepresidente J.D. Vance il libro di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Lo ha riferito la giornalista americana Sophia Cai, autrice di West Wing Playbook, la newsletter di Politico dedicata alle notizie sulla Casa Bianca. L’opera, uscita in Italia nel 2023, è una conversazione fra la premier e il giornalista Alessandro Sallusti che affronta diversi temi, dalla guerra in Ucraina alla crisi dell’energia, dalla transizione ecologica all’inflazione. Sulla copertina, che la giornalista ha condiviso su X, c’è una citazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «[Meloni è] uno dei veri leader del mondo».

Nel libro precedente la prefazione del figlio di Trump

Non è la prima volta che un esponente del mondo Maga fa una prefazione a un’opera della premier. Il primo libro, Io sono Giorgia, era uscito negli Usa con un’introduzione scritta dal figlio del presidente americano, Donald Trump Jr. Allora il tycoon stesso le fece uno spot, con tanto di post su Truth in cui aveva scritto: «Meloni ha scritto un nuovo libro, sta svolgendo un bellissimo lavoro».

Garattini: “Volevo fare il prete. Ecco come coniugo scienza e fede”

AGI - "Fare il prete? Volevo fare molte cose in realtà. Fare il prete è la cosa che i ragazzi vogliono se frequentano l'oratorio e, come nel mio caso, hanno avuto un'educazione di tipo cattolico. A un certo punto uno vuol fare il prete, vuol fare lo psichiatra, vuole aiutare la gente". Lo racconta a Tv2000 il professore Silvio Garattini, farmacologo tra i più insigni al mondo, fondatore e presidente dell'Istituto Mario Negri di Milano ospite del programma 'Soul'.

Garattini, 97 anni, icona di buona salute, sottolinea che la formazione cattolica "mi ha dato molto. Mi ha aiutato a migliorare la comunicazione, cioè, dovendo fare catechismo, dovendo parlare alla gente, parlare ai giovani, questo aiuta molto a sapere e imparare piano piano come fare a comunicare. Perché la comunicazione è una disciplina che non è direttamente connessa con la conoscenza: uno può avere le migliori conoscenze del mondo ma non saperle esporre a chi non le ha".

Scienza, fede e servizio all'uomo

Cresciuto in oratorio ha poi scelto di curare le persone nel corpo, certo che scienza e fede sono entrambe al servizio della persona: "Scienza e fede - dice il grande farmacologo - non hanno nulla in comune in termini di conoscenza, ma in termini di attività possono lavorare insieme. Il loro oggetto è l'uomo. E possono essere sinergici e in fondo essere sinergici vuol dire far capo a quello che è il maggiore e più importante messaggio che deriva dalla religione, che è il messaggio evangelico. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Questa è la cosa più importante e quella che dovrebbe rendere tutti gli uomini parte della stessa famiglia".

Il mercato dei farmaci e il profitto

Garattini, sempre libero da interessi economici, denuncia quando attraverso pubblicità e media si vogliono imporre farmaci, o rimedi che farmaci non sono, dagli integratori alla medicina 'naturale'. "Come Servizio Sanitario Nazionale - spiega Garattini a Tv2000 - abbiamo spinto molto la ricerca sulle cure. Certo che la medicina deve curare. Abbiamo fatto progressi, abbiamo farmaci che sono meglio di quelli che c'erano una volta, facciamo fare molte cose che prima non potevamo fare, però questo ha creato inevitabilmente un grande mercato, perché i farmaci li fanno le industrie e, facendoli le industrie, le industrie devono fare profitto e dovendo fare profitto fanno parte del mercato. Non ci sono mercati che vogliono diminuire".

La prevenzione è la vera cura

"Noi dobbiamo passare dal mercato. Il mercato cosa vuol farci credere? Il mercato - conclude Garattini - vuol farci credere che le malattie piovono dal cielo e ci sono loro che poi se ne occupano. In realtà noi sappiamo scientificamente che la maggior parte delle malattie sono evitabili. Abbiamo 4 milioni e mezzo di diabetici di tipo 2 e il diabete di tipo 2 è una malattia evitabile. Non deve avvenire, basta che uno abbia delle buone abitudini di vita: se non diventa obeso, se non aumenta troppo la glicemia, se mangia in modo adeguato, se cammina e si muove non diventa diabetico. Il 40% dei tumori è evitabile e muoiono ogni anno 180 mila persone di tumore in Italia. È questo che bisogna cambiare".