Morto in carcere il boss Nitto Santapaola

AGI - Il boss catanese Benedetto Nitto Santapaola è morto a 87 anni nel carcere milanese di Opera, dove era detenuto in regime del 41bis, il carcere duro. La procura di Milano ha disposto l'autopsia.

Noto esponente della criminalità organizzata catanese e siciliana è stato considerato uno dei principali capi di Cosa Nostra a partire dagli anni Settanta. Nato a Catania nel 1938, è stato a lungo il leader del clan Santapaola-Ercolano, influente nel territorio etneo.

I procedimenti giudiziari e le stragi

È stato coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari per reati di associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga. Arrestato nel 1993 dopo anni di latitanza, è stato condannato a diversi ergastoli. La sua figura è spesso citata nelle indagini e nei processi legati alla stagione delle stragi mafiose che hanno segnato l'Italia tra gli anni Ottanta e Novanta. È ritenuto il mandante di stragi e omicidi, incluso l'attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. L'arresto un anno più tardi, dopo una lunga latitanza.

Nitto Santapaola (all'anagrafe Benedetto Santapaola, nato a Catania il 4 giugno 1938) è stato uno dei più potenti e longevi capi di Cosa Nostra nella Sicilia orientale, storico vertice del clan catanese che da lui prese il nome.

Santapaola iniziò la propria carriera criminale negli anni Sessanta a Catania, in un contesto di forte espansione economica e speculazione edilizia. Dopo l'uccisione del boss Giuseppe Calderone nel 1978, si impose come capo della famiglia mafiosa catanese, allineandosi con il gruppo dei Corleonesi guidati da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Grazie a questa alleanza, consolidò il controllo sul territorio di Catania e provincia, rafforzando i legami con imprenditoria, politica e settori economici strategici.

Le attività criminali del clan Santapaola

Il clan Santapaola fu coinvolto in traffico internazionale di stupefacenti; estorsioni e controllo degli appalti pubblici; omicidi di mafia; infiltrazioni nell'economia legale. Tra i delitti più gravi attribuiti alla sua organizzazione ci sono l'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), l'omicidio del giornalista Giuseppe Fava (1984), fondatore de I Siciliani.

L'arresto e le condanne

Latitante dal 1982, Santapaola fu arrestato nel 1993 a Catania. È stato condannato a numerosi ergastoli per associazione mafiosa e omicidi, nell'ambito di vari processi, tra cui quelli collegati alla stagione stragista di Cosa Nostra. Nonostante la detenzione in regime di 41-bis (carcere duro), per anni è stato considerato ancora un punto di riferimento per il clan.

L'eredità e il potere di Santapaola

Santapaola è ritenuto uno dei principali artefici della trasformazione della mafia catanese in una struttura fortemente imprenditoriale e integrata nel tessuto economico locale. Il suo potere si fondava sul controllo capillare del territorio, le relazioni con ambienti economici e politici e le alleanze strategiche con i vertici corleonesi. La sua figura rappresenta uno degli esempi più emblematici della penetrazione mafiosa nell'economia siciliana tra gli anni Settanta e Novanta.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole

Enrico Letta torna a Roma, presentandosi come decano “IE School of Politics, Economics & Global Affairs, Madrid”. Archiviata in fretta l’esperienza parigina di Sciences Po, rieccolo stavolta con panni spagnoleggianti per discutere all’Istituto Affari Internazionali presieduto da Michele Valensise, nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, di “Savings and Investments Union: a che punto siamo?” con Pier Carlo Padoan, che viene indicato solamente come “vicepresidente Iai” omettendo la ben più vistosa e impegnativa carica di presidente UniCredit, e Simone Bemporad, “Group Chief Communications & Public Affairs Officer, Assicurazioni Generali”.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Enrico Letta (foto Imagoeconomica).

Quella volpe di Lupi col giubbetto Deloitte

Il moderatissimo Maurizio Lupi una ne pensa e cento ne fa: con l’ultima apparizione nei telegiornali della Rai ha messo in crisi il controllo anti-sponsor (che a Roma viene chiamato “anti-marchette”) sui personaggi che vanno in tivù con loghi sparsi secondo le esigenze, anche se nessuno sa di chi. Facendosi intervistare on the road, da vera volpe Lupi ha esibito un bel giubbetto che però aveva ben visibile la scritta Deloitte. Tutti si sono concentrati sull’abbigliamento, e qualcuno si è messo pure a scherzare dicendo «non abbiamo controllato se al polso aveva un Rolex»…

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

L’umiltà del poeta Rondoni

Ha un incarico sontuoso, il poeta Davide Rondoni: presidente del comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi. Prossimamente, sul tema, una grande mostra su Giotto e il poverello di Assisi, in quel di Perugia. E Rondoni si presenta come la guida di un «comitato da me indegnamente presieduto». È più umile del santo patrono d’Italia.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Davide Rondoni (foto Imagoeconomica).

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte

«Motivi personali». È la formula con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inquadrato il viaggio negli Emirati Arabi Uniti che lo ha visto partire da Roma venerdì, restare bloccato a Dubai nel pieno dell’escalation regionale e rientrare poi in Italia su un velivolo militare, lasciando la famiglia negli Emirati. Ma c’è un problema di fondo che precede ogni dettaglio tecnico: un ministro della Difesa non diventa un privato cittadino per auto-dichiarazione. Non in un’area geopoliticamente sensibile. Non in una settimana in cui la tensione regionale era documentata e mentre altri Paesi aggiornavano i propri avvisi di viaggio raccomandando spostamenti solo per motivi di estrema urgenza o necessità. A Palazzo Chigi, nelle ore di giovedì, si era comunque lavorato a scenari di sicurezza interna e protezione di obiettivi sensibili, come accade in ogni escalation regionale. Ma se davvero esistevano elementi così stringenti da far scattare pianificazioni rafforzate già tra giovedì e venerdì, com’è possibile che il ministro della Difesa fosse in volo ‘per motivi personali’ proprio in quelle ore?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli alert e le segnalazioni sulla regione

Nei giorni precedenti alla partenza di Crosetto, risultavano NOTAM (acronimo che sta per Notice to Airmen, termine con cui si indicano gli avvisi utilizzati dai piloti velivoli per essere aggiornati sulla situazione in cui operano) e segnalazioni operative nella regione, tra restrizioni e attività particolari nello spazio aereo. Parallelamente, diverse ambasciate occidentali avevano invitato i propri cittadini a viaggiare nel Golfo solo se strettamente necessario. Di più: nel mercato assicurativo londinese esiste un termometro ufficiale di settore: la lista delle Listed Areas del Joint War Committee (Lloyd’s/London Market), che identifica zone a rischio aumentato per pericoli di guerra, terrorismo e affini. Quando un’area è listed, il rischio non è un dettaglio: diventa clausola, premio e obbligo di notifica agli underwriter. In parallelo, i P&I Club hanno iniziato a emettere notice of cancellation sulle estensioni war risk con preavvisi minimi (tipicamente 72 ore), segnale che per il settore la regione era già entrata in modalità ‘shock operativo’.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Se i «motivi personali» erano così urgenti, andrebbero resi noti

In questo contesto, quali erano i «motivi personali» così urgenti da giustificare la partenza per di più di un ministro proprio in quel momento? Il termine «personale» è una categoria fumosa. Ma per chi guida la Difesa è anche scivolosa, perché può coprire tutto e il contrario di tutto. Se i motivi non erano così urgenti, la scelta di partire appare imprudente. Se invece lo erano, allora dovrebbero essere resi noti. Se perfino a livello politico-istituzionale emergono ricostruzioni secondo cui la presidente del Consiglio sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro in Italia durante il vertice d’urgenza, la questione smette di essere cronaca di viaggio e diventa un problema di Stato. E se il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato a dire: «Io personalmente non lo sapevo» riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai, la gravità raddoppia, perché la catena di coordinamento tra Difesa e Farnesina, in una crisi internazionale, non può funzionare a posteriori. Raggiunto telefonicamente a Dubai da Repubblica, Crosetto dopo aver accennato a un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi», ha dichiarato: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia della Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso». Virtuoso o meno, sicuramente inopportuno.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Il ministro della Difesa Guido Crosetto con il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’audizione sulla situazione in Iran e Golfo Persico davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera (Ansa).

Un ministro non è mai solo un italiano in vacanza

Va poi sottolineato che Crosetto (come qualsiasi altro ministro o carica dello Stato) non è mai “un italiano in vacanza”. È il titolare della Difesa di uno dei principali Paesi NATO. Anche quando viaggia per ragioni personali, porta con sé un profilo di rischio nazionale: esposizione informativa, vulnerabilità, ricattabilità, necessità di canali protetti, prassi di coordinamento con sedi diplomatiche e servizi. Quindi nemmeno per “per motivi personali”, il viaggio può essere sottratto alle regole implicite ed esplicite della funzione ricoperta. Stando a quanto rivelato dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, Crosetto avrebbe mandato la famiglia a Dubai perché secondo l’entourage del ministro è il posto più sicuro al mondo. Visto che il ministro, ha spiegato Fittipaldi a In Onda, aveva ricevuto minacce ha preferito mandare i suoi cari a Dubai piuttosto che in un altro Paese europeo.

Le domande di Lettera43 al ministro Guido Crosetto

L’organizzazione del viaggio e la valutazione dei rischi

Quali erano i “motivi personali” in modo preciso e verificabile? Perché era necessario partire proprio in quella finestra temporale, verso gli Emirati e con un volo di linea? Esisteva un piano? Volo di ritorno, prenotazioni? Prima della partenza è stata fatta una valutazione di rischio? C’è stato un briefing sicurezza sui NOTAM e sugli alert regionali? È stata coinvolta l’intelligence o la Farnesina nella valutazione preventiva? Se le risposte sono dei no, allora c’è un problema. Se invece sono dei sì viene da pensare che il viaggio non fosse una semplice questione privata ma che magari comprendesse anche attività istituzionali. Delle quali, almeno stando alla reazione ufficiale di Meloni, il governo era all’oscuro.

L’acquisto dei biglietti e il costo del viaggio

Il denaro, in questi casi, non è curiosità morbosa: è prevenzione del conflitto d’interessi e del rischio di condizionamento. Chi e come è stato pagato il biglietto aereo del ministro? (Carta personale, carta di servizio, agenzia…). Chi ha pagato l’hotel Jumeirah Marsa al Arab dove risulta aver pernottato (dove il costo di una camera arriva a oltre 1200 euro a notte) e le spese in loco e con quali strumenti? Sono disponibili ricevute e documenti che dimostrino che non ci sono terzi pagatori né facilitazioni?

Ambasciata e Stato ospitante: era stato informato qualcuno?

L’ambasciata italiana negli Emirati ad Abu Dhabi e il consolato a Dubai erano stati informati dell’arrivo e della presenza del ministro?
Sono state comunicate sede di soggiorno, contatti di emergenza ed eventuali misure di protezione? Lo Stato ospitante è stato informato in modo formale della presenza di un ministro della Repubblica italiana (e della Difesa)?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Fumo sullo skyline di Dubai (Ansa).

La conference call d’urgenza: la polemica sul device e la necessità di canali protetti

Il dibattito sul “telefono” (in molti hanno notato che nei videocollegamento con Palazzo Chigi appariva la scritta “iPhone di Guido”) è folclore. La domanda seria è un’altra: dove e come si è comunicato in una fase delicata, dall’estero, in un Paese terzo, mentre la regione viveva una crisi militare? Non è un dettaglio: quando parla la Difesa, non parla un cittadino. Parla lo Stato.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi con Guido Crosetto in videocollegamento (Ansa).

Da dove si è collegato il ministro? (Hotel, residenza privata, sede diplomatica). Quali canali tecnici sono stati utilizzati? Rete mobile locale, Wi-Fi, VPN istituzionale, sistemi cifrati, satcom. Esistono log e attestazioni tecniche (anche sintetiche senza dettagli operativi) che dimostrino l’uso di canali adeguati? Perché non effettuare il collegamento da una sede protetta (ad esempio il consolato), se la riunione aveva natura d’urgenza?

Il valico omanita: documenti, status, procedura

Il passaggio utilizzato da Crosetto per raggiungere l‘Oman e l’aeroporto di Muscat è il punto che, più di ogni altro, può chiarire se davvero si trattasse di viaggio “privato” o se si sia invece operato con strumenti e corsie ministeriali. Se il viaggio era realmente “personale”, allora il ministro dovrebbe essere entrato negli Emirati Arabi Uniti con passaporto ordinario. Ma se ha utilizzato un passaporto di servizio o diplomatico, allora l’ingresso è avvenuto in qualità titolare di una funzione pubblica, con conseguente attivazione di procedure e status. Non si possono tenere insieme le due cose: non si può dire «ero lì come privato» e allo stesso tempo operare con strumenti e prerogative da carica istituzionale. Dunque: Con quale documento è entrato negli Emirati? Con quale documento è uscito? Con quale documento ha attraversato il valico omanita? È stato accompagnato da personale d’ambasciata o da autorità locali?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli eventuali incontri durante il soggiorno

Il ministro Crosetto durante la sua seppur breve permanenza negli Emirati, ha incontrato rappresentanti di istituzioni finanziarie, banche, private banker, fondi o advisory? Ha incontrato soggetti collegabili, direttamente o indirettamente, al perimetro della Difesa? (Industria, intermediari, consulenti…) Ha svolto incontri anche ad Abu Dhabi e, se sì, con chi e per quale ragione?

La questione “tariffa ospite” e il costo reale dell’operazione

Parlando del volo di rientro in Italia, Crosetto ha sostenuto di aver bonificato «il triplo» della tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato.   La polemica si è incollata ai numeri (1.500, 5.000 euro) e alla retorica del «pago io».

Ma la domanda che conta davvero è un’altra: qual è il costo reale di mobilitare un jet istituzionale su una missione dedicata? Il 31° Stormo – che gestisce il trasporto di Stato – ha in linea i Gulfstream VC-650A (G650ER). E per circa 13 ore complessive (andata-ritorno su una tratta come Muscat–Italia e rientro del velivolo), il costo operativo reale di un long-range business jet, a valori di mercato, non è né 1.500 né 5.000, na va tra i 95 mila e i 130 mila euro, a seconda di criteri di calcolo (ore di volo, equipaggio, pianificazione, supporto, stand-by, autorizzazioni, sicurezza). Resta un passaggio da spiegare: la tariffa ospite non è il costo della missione. E il bonifico “triplo” può essere un gesto politico, ma non risponde alla domanda sul costo reale dell’operazione.

La polemica serve a poco: occorrono risposte verificabili

Al ministro non si sta chiedendo nulla di straordinario. Si sta chiedendo la chiarezza che dovrebbe valere sempre, a maggior ragione per un ministro della Difesa che si muove in un contesto di crisi: le motivazioni precise del viaggio; la tracciabilità delle spese; l’eventuale coordinamento con l’ambasciata o il consolato, l’uso di canali protetti e verificabili, l’elenco degli incontri, il costo reale dell’operazione. E soprattutto una cosa: se il viaggio era “personale”, allora non può essere coperto da una nebbia di eccezioni, allusioni e risposte “a sentimento”. Perché se era così personale da non essere noto – a sentire alcune dichiarazioni – nemmeno ai vertici del coordinamento politico e diplomatico, allora il problema non è la polemica: è il metodo. Perché in gioco c’è la credibilità delle istituzioni. E la credibilità, in una fase di guerre e crisi, si regge su una cosa sola: risposte verificabili.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia

Simone Venturini è stato ufficialmente designato come candidato sindaco di Venezia per il centrodestra alle elezioni comunali in programma il 24 e 25 maggio 2026. La scelta è stata ratificata dal tavolo della coalizione che attualmente esprime la maggioranza nell’amministrazione cittadina. «Nasco in terraferma, sono cresciuto in terraferma e oggi vivo in centro storico, quindi conosco entrambe le anime di una città splendida con cui ho vissuto tutte le stagioni e le difficoltà, come il Covid e l’acqua alta, ma anche tantissimi momenti belli», ha detto Venturini all’Agi confermando l’investitura.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia
Simone Venturini (Instagram).

Sciolto il nodo nel centrodestra

Come successo anche alle Regionali del 2025, la candidatura di Venturini è arrivata più tardi rispetto a quella del centrosinistra, che aveva già annunciato Andrea Martella, segretario regionale del Partito Democratico. Questo perché mancava l’intesa tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati: decisivo l’intervento di Matteo Salvini, che ha smorzato il braccio di ferro tra Sebastiano Costalonga (assessore al Commercio e alle Attività Produttive) e Sergio Vallotto (segretario metropolitano e vicesindaco), spiegando ce la scelta era stata fatta. Proprio Costalonga il primo marzo ha postato su Facebook una foto con Venturini, Michele Zuin (FI), Raffaele Speranzon (FdI) e Andrea Tomaello (Lega), assicurando che «il centrodestra è compatto più che mai».

Chi è Simone Venturini

Classe 1987, Venturini è nato e cresciuto a Marghera. Impegnato da sempre nell’associazionismo cattolico, nello scoutismo e nel volontariato, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, con una tesi sul federalismo demaniale. Nel 2010, stato eletto (più giovane dei sempre nella storia cittadina) consigliere comunale nelle liste dell’Udc. Nel 2015, candidato come capolista nella lista civica dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro, Venturini è risultato il consigliere comunale più votato. Scelto come assessore alla Coesione sociale e politiche sociali nel primo mandato, dopo la rielezione nel 2020 ha anche assunto le deleghe al Turismo, alle Politiche della residenza, allo Sviluppo economico e al Lavoro. Nel corso della sua carriera Venturini ha anche ricoperto ruoli di rilievo a livello regionale, come rappresentante del Comune nella Conferenza dei Sindaci dell’ULSS Serenissima e nella Cabina di Regia per l’attuazione del Piano Nazionale Antitratta.

L’omicidio del dissidente Naghdi a Roma, un mistero irrisolto

AGI - Il 16 marzo 1993 in via delle Egadi, nei pressi di piazza Elba, nel quartiere Montesacro di Roma, un agguato scosse l’Italia e la comunità iraniana che si opponeva al regime degli Ayatollah. Due uomini in sella ad una motocicletta, intorno alle 9.30, aprirono il fuoco con una mitraglietta Skorpion 7.65, con silenziatore, colpendo a morte Mohammad Hossein Naghdi, 42 anni, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) mentre stava uscendo dalla sua auto per recarsi nell’ufficio dell’associazione.

Due colpi lo raggiunsero al volto e all’addome mentre un terzo proiettile rimase inceppato nell’arma che fu ritrovata poco dopo dalla polizia in un cassonetto in via Monte Rocchetta. La Skorpion aveva però la matricola abrasa. L’attacco, compiuto in una mattina primaverile, mostrava una pianificazione accurata: la sua abitazione e il suo ufficio erano sorvegliati, ma non il breve tragitto che li separava. Un dettaglio che gli assassini sfruttarono con precisione.

Le prime indagini e la pista politica

Le autorità italiane parlarono fin da subito di un omicidio di natura politica e affidarono il caso agli specialisti dell’antiterrorismo e il fascicolo venne affidato al pm Franco Ionta.

La storia di Mohammad Hossein Naghdi

Mohammad Hossein Naghdi era nato nel 1951 a Yazd, in Iran, ed aveva alle spalle una storia politica complessa. Negli anni Sessanta e Settanta era stato arrestato e perseguitato per attività studentesche contro il regime dello Shah. Geologo di formazione, aveva lavorato anche presso l’Organizzazione iraniana per l’Energia Atomica.

Dal ruolo diplomatico all'opposizione

Fino al 1982 ricoprì il ruolo di incaricato d’affari dell’ambasciata iraniana a Roma, rappresentando Teheran presso il governo italiano e la Santa Sede. Subito dopo la rottura con la Repubblica islamica e la scelta dell’opposizione. Tra il 1982 e il 1984 aderì al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), diventandone dal 1984 il rappresentante ufficiale in Italia. Figura centrale della diaspora, dirigeva l’ufficio romano del movimento nel quartiere Montesacro.

La protezione e l'assassinio di Kazem Rajavi

Sposato con l’italiana Ferminia Moroni, viveva sotto protezione in Italia da tre anni, dopo l’assassinio in Svizzera di Kazem Rajavi, fratello del leader dell’opposizione Massoud Rajavi.

Accuse e smentite sull'omicidio

Gli esuli iraniani dopo la morte di Naghdi attribuirono la responsabilità dell’omicidio al governo di Teheran e in una dichiarazione, il Consiglio della Resistenza parlò di “diplomatici-terroristi” al servizio del regime. L’ambasciata iraniana respinse con fermezza ogni accusa. A Teheran, l’agenzia ufficiale Islamic Republic News Agency sostenne invece che l’omicidio potesse essere legato a contrasti interni tra esuli.

La campagna contro i dissidenti iraniani

Tra gli anni Ottanta e Novanta numerosi oppositori iraniani furono uccisi all’estero. Diverse ricostruzioni giornalistiche e giudiziarie parlarono di una campagna sistematica contro i dissidenti fuori dai confini nazionali.

Le indagini della Procura di Roma e il procedimento giudiziario

Le indagini della Procura di Roma si orientarono rapidamente verso la pista dei servizi segreti iraniani ed emersero nomi di presunti esecutori e facilitatori. Successivamente nel 1996 fu avviato il procedimento giudiziario ma l’unico imputato risultò latitante e non comparve mai in aula.

A oltre trent’anni dall’omicidio, nessun esecutore materiale è stato arrestato o condannato in via definitiva. Il caso Naghdi resta formalmente irrisolto ed è considerato uno degli omicidi politici più emblematici degli anni Novanta in Italia.

Chi uccise Mohammad Hossein Naghdi? L’omicidio del dissidente iraniano a Roma senza colpevoli

AGI - Il 16 marzo 1993 in via delle Egadi, nei pressi di piazza Elba, nel quartiere Montesacro di Roma, un agguato scosse l’Italia e la comunità iraniana che si opponeva al regime degli Ayatollah.

Due uomini in sella ad una motocicletta, intorno alle 9.30, aprirono il fuoco con una mitraglietta Skorpion 7.65, con silenziatore, colpendo a morte Mohammad Hossein Naghdi, 42 anni, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) mentre stava uscendo dalla sua auto per recarsi nell’ufficio dell’associazione.

I dettagli dell'agguato e il mistero sulla Skorpion

Due colpi lo raggiunsero al volto e all’addome mentre un terzo proiettile rimase inceppato nell’arma che fu ritrovata poco dopo dalla polizia in un cassonetto in via Monte Rocchetta. La Skorpion aveva però la matricola abrasa. L’attacco, compiuto in una mattina primaverile, mostrava una pianificazione accurata: la sua abitazione e il suo ufficio erano sorvegliati, ma non il breve tragitto che li separava. Un dettaglio che gli assassini sfruttarono con precisione.

Le prime indagini e la pista politica

Le autorità italiane parlarono fin da subito di un omicidio di natura politica e affidarono il caso agli specialisti dell’antiterrorismo e il fascicolo venne affidato al pm Franco Ionta.

La storia di Mohammad Hossein Naghdi

Mohammad Hossein Naghdi era nato nel 1951 a Yazd, in Iran, ed aveva alle spalle una storia politica complessa. Negli anni Sessanta e Settanta era stato arrestato e perseguitato per attività studentesche contro il regime dello Shah. Geologo di formazione, aveva lavorato anche presso l’Organizzazione iraniana per l’Energia Atomica.

Dal ruolo diplomatico all'opposizione

Fino al 1982 ricoprì il ruolo di incaricato d’affari dell’ambasciata iraniana a Roma, rappresentando Teheran presso il governo italiano e la Santa Sede. Subito dopo la rottura con la Repubblica islamica e la scelta dell’opposizione.

Il ruolo nel Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana

Tra il 1982 e il 1984 aderì al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), diventandone dal 1984 il rappresentante ufficiale in Italia. Figura centrale della diaspora, dirigeva l’ufficio romano del movimento nel quartiere Montesacro.

La protezione e l'assassinio di Kazem Rajavi

Sposato con l’italiana Ferminia Moroni, viveva sotto protezione in Italia da tre anni, dopo l’assassinio in Svizzera di Kazem Rajavi, fratello del leader dell’opposizione Massoud Rajavi.

Accuse e smentite sull'omicidio

Gli esuli iraniani dopo la morte di Naghdi attribuirono la responsabilità dell’omicidio al governo di Teheran e in una dichiarazione, il Consiglio della Resistenza parlò di “diplomatici-terroristi” al servizio del regime. L’ambasciata iraniana respinse con fermezza ogni accusa. A Teheran, l’agenzia ufficiale Islamic Republic News Agency sostenne invece che l’omicidio potesse essere legato a contrasti interni tra esuli.

La campagna contro i dissidenti iraniani

Tra gli anni Ottanta e Novanta numerosi oppositori iraniani furono uccisi all’estero. Diverse ricostruzioni giornalistiche e giudiziarie parlarono di una campagna sistematica contro i dissidenti fuori dai confini nazionali.

Le indagini della Procura di Roma e il procedimento giudiziario

Le indagini della Procura di Roma si orientarono rapidamente verso la pista dei servizi segreti iraniani ed emersero nomi di presunti esecutori e facilitatori. Successivamente nel 1996 fu avviato il procedimento giudiziario ma l’unico imputato risultò latitante e non comparve mai in aula.

Un caso irrisolto: l'omicidio Naghdi

A oltre trent’anni dall’omicidio, nessun esecutore materiale è stato arrestato o condannato in via definitiva. Il caso Naghdi resta formalmente irrisolto ed è considerato uno degli omicidi politici più emblematici degli anni Novanta in Italia.

Meloni decapitata dalla ghigliottina, bufera sul Carnevale di Reggio Emilia

In un video choc ripreso durante il Carnevale popolare di Reggio Emilia di sabato 28 febbraio 2026, un ragazzo vestito da boia, con un’ascia di cartone in mano, si prodiga nel tagliare la testa (di carta) di Giorgia Meloni davanti a una riproduzione della ghigliottina. È l’ultima trovata degli haters della premier, il cui partito denuncia lo «spettacolo degradante» e la «violenza simbolica», segno di «un vuoto politico e culturale che provano a riempire con l’odio». Non è stata solo Meloni a finire nel mirino. Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’omologo ungherese Viktor Orban, al presidente americano Donald Trump e a quello russo Vladimir Putin. «Collezionali tutti», c’è scritto in un cartello verde posto sotto il patibolo accanto a una “ruota della fortuna” con scritti i nomi da decapitare.

Crosetto risponde dopo le polemiche: «Io a Dubai per motivi familiari, accelerazione inattesa»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiarito la sua posizione dopo lo scontro politico generatosi sulla sua presenza a Dubai nel bel mezzo del conflitto e sul ritorno in Italia a bordo di un aereo militare. «Sono venuto perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. «Quando ho capito che — a differenza di altre volte — ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevamo partire sabato mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio. Il fatto di trovarsi bloccato non è una cosa su cui fare polemica soprattutto perché la reazione che ha colpito Dubai non era stata ipotizzata da nessuno come conseguenza immediata».

«Opposizione non preoccupata dei miei rischi personali ma solo delle polemiche»

Sul fatto di trovarsi negli Emirati senza scorta e senza che servizi e governo fossero informati, cosa che avrebbe potuto esporlo a rischi, ha risposto: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso. Per il resto non penso che l’opposizione sia preoccupata dei miei rischi personali, ma solo delle polemiche e infatti chiede dimissioni. Per cosa? Perché l’Iran ha attaccato Dubai? Sono preoccupati della mia salute, ma poi fanno polemiche inventate. Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni».

Tram deragliato a Milano “viaggiava a velocità elevata”, indagato il conducente

AGI - Pietro M., il conducente del tram numero 9 che ha dichiarato di avere accusato un malore nel deragliamento di venerdì scorso in viale Vittorio Veneto a Milano, è indagato dalla procura per omicidiolesioni e disastro ferroviario, tutte ipotesi di reato a titolo colposo. E intanto, su ordine del pm Elisa Calanducci, la Polizia Locale si è presentata questa mattina nella sede dell'Atm per sequestrare documenti utili all'indagine finalizzati, in particolare, alla ricostruzione delle comunicazioni tra il guidatore del mezzo e la Centrale Operativa

Le attività investigative svolte stamattina si sono rese necessarie per "verificare le condizioni di salute in cui versava l'indagato al momento del sinistro e di accertare se l'autista abbia segnalato alla sala operativa di ATM criticità o anomalie di qualunque genere".

Le registrazioni della sala operativa

Sulla scorta di quanto riportato nell'annotazione della Polizia Giudiziaria redatta dal personale in servizio presso la Squadra Interventi Speciali della Polizia Locale di Milano - si legge ancora nel decreto - risulta che presso la Sala operativa di ATM vengono registrate e archiviati brogliacci e le chiamate effettuate fra tale struttura e gli autisti o altro personale in servizio presso ATM. La pm considera queste registrazioni "necessarie al fine di accertare i fatti accaduti nei momenti antecedenti al verificarsi del sinistro".

Le condizioni dell'autista

Intanto, l'autista, che guidava il tram deragliato, è stato dimesso dal Policlinico con una prognosi di dieci giorni per il trauma alla testa riportato nell'incidente e per una sincope vasovagale, una breve perdita di coscienza che può essere causata da stressdolore o altre cause.

L'accusa di disastro ferroviario

Secondo la procura, l'autista procedeva a "velocità talmente elevata da determinare il deragliamento della vettura, che si schiantava contro l'edificio posto all'angolo fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, cagionando un disastro ferroviario". 

 

 

Nel capo d'imputazione si legge che Pietro M. "ometteva di regolare adeguatamente la velocità del mezzo condotto mentre si trovava in prossimità di una fermata e dell'intersezione stradale fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto" e con "negligenzaimprudenza e imperizia non si avvedeva che lo scambio ferroviario presente appena prima dell'intersezione citata era azionato in direzione 'sinistra' e ometteva di azionare il citato scambio in direzione 'diritto' e svoltava a sinistra a velocità talmente elevata da determinare il deragliamento della vettura, che si schiantava contro l'edificio posto all'angolo fra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, cagionando un disastro ferroviario".

Scambio di persona tra le vittime

Infine, c'è stato uno "scambio di persona" nella comunicazione delle generalità di una delle due vittime nel deragliamento del tram a Milano. Il procuratore di MilanoMarcello Viola, ha comunicato che l'uomo dato per morto non è il senegalese 56enne Abdou Karim Touré che invece risulta ricoverato in codice rosso ma una persona di origini africane della quale si stanno cercando i familiari per comunicargli la notizia del decesso. L'altro passeggero che ha perso la vita è Ferdinando Favia.

 

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo

Intervistato dal Telegraph, Donald Trump si è detto «molto deluso» da Keir Starmer che – ha spiegato – «ci ha messo troppo» a concedere agli Stati Uniti l’uso della base dell’isola Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per portare a termine attacchi mirati contro l’Iran. Ecco la storia di questo atollo, che fa parte delle Isole Chagos, e perché è così importante.

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo
Donald Trump (Ansa).

L’importanza strategica dell’arcipelago delle Chagos

L’isola Diego Garcia fa parte delle Isole Chagos, arcipelago situato nell’Oceano Indiano a sud delle Maldive e a nord-est rispetto alle Mauritius, che costituisce un territorio d’oltremare britannico. L’atollo, che ospita una delle più importanti basi militari interforze Usa-Regno Unito, si trova fuori dalla portata dei missili balistici iraniani, ma entro il raggio operativo dei bombardieri statunitensi: ciò lo rende strategicamente cruciale per il controllo dell’Oceano Indiano occidentale e di buona parte dell’Asia centro-meridionale e dell’Africa Orientale. Non a caso la base è stata il punto di partenza e supporto per attacchi aerei durante la prima guerra del Golfo (1991), la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq del 2003.

L’accordo Regno Unito-Stati Uniti siglato nel 1966

Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo e colonizzate in seguito dai francesi, le Isole Chagos appartengono al Regno Unito dal 1814. Dall’indipendenza delle Mauritius, avvenuta a metà degli Anni 60, l’arcipelago è Territorio Britannico dell’Oceano Indiano. Nel 1966 il Regno Unito cedette il controllo di parte dell’atollo Diego Garcia agli Stati Uniti, per usi militari: l’accordo, inizialmente valido fino al 2016, è stato poi prorogato al 2036. La costruzione della base militare da parte di Washington costrinse gli abitanti a trasferirsi a Mauritius o alle Seychelles e ciò causò, all’epoca, una controversia internazionale. Mauritius, tra l’altro, da sempre rivendicato le Isole Chagos come parte del suo territorio

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo
Keir Starmer (Ansa).

L’intesa del 2025 prima accettata e poi criticata da Trump

Nel 2019 la Corte internazionale di giustizia definì l’occupazione britannica delle Chagos un atto illecito, che impedisce la completa decolonizzazione di Mauritius, invitando il Regno Unito a restituire l’arcipelago. A maggio 2025 l’accordo tra i due Paesi, anzi tre: a Mauritius la titolarità formale del territorio e il diritto di esporre la propria bandiera, a Regno Unito e Stati Uniti il controllo operativo e tattico totale su Diego Garcia per i prossimi 99 anni. Prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato di sostenere l’accordo. Poi però ha cambiato idea, definendolo su Truth una «decisione di grande stupidità». Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, Starmer citando il diritto internazionale aveva negato agli Usa il permesso di condurre attacchi da Diego Garcia. Poi il ripensamento: il sì del premier britannico, però, è arrivato solo per attacchi difensivi limitati contro missili iraniani immagazzinati nei depositi o pronti al lancio.