Né troppo né troppo poco: quanto sale serve davvero

AGI - Da anni ci dicono di nascondere la saliera, perché il sale fa male. Oggi, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che per il cuore, il cervello e il metabolismo, meno non significa sempre meglio. Gli esiti di salute correlati all'assunzione di sodio seguono, infatti, una relazione a U, per cui sia un apporto eccessivo sia un apporto insufficiente di sale sono associati a un aumento del rischio per la salute, rafforzando l'importanza di evitare tanto la sovraesposizione cronica quanto la restrizione estrema.

Il sale di per sé non è dannoso; é lo squilibrio a esserlo. È questo, in sintesi, ciò che emerge dal nuovo White Paper, patrocinato e redatto da un pool di ricercatori dell'Università Campus Bio Medico di Roma su invito di Compagnia Italiana Sali e Atisale, con l'obiettivo non di assolvere ma riabilitare il sale, evidenziando, su basi scientifiche aggiornate, il ruolo fisiologico del sale nell'organismo umano, promuovendone una visione equilibrata, fondata sul concetto di moderazione e consapevolezza piuttosto che su logiche di demonizzazione o proibizione, e offrendo uno strumento comunicativo responsabile a decisori, operatori sanitari, giornalisti.

Per decenni la comunicazione relativa al consumo di sale è stata univoca

Per decenni la comunicazione relativa al consumo di sale è stata univoca: "Tagliare il sale, per salvare il cuore". Ma la fisiologia umana non è semplice. Studi epidemiologici massivi, come il celebre PURE Study su oltre 90.000 persone, hanno disegnato una realta' diversa, una curva a forma di "U".

Cosa significa? Che la mortalità aumenta se si mangia troppo sale (oltre i 5-6g di sodio), ma aumenta drasticamente anche se ne si assume troppo poco (sotto i 3g). Il nostro corpo, infatti, è una macchina elettrica: senza sodio, gli impulsi non partono, i liquidi non si regolano, la vita si ferma. I concetti di "eccesso" e "carenza" diventano pertanto centrali, poiché spostano la discussione dal sale in se' all'equilibrio, ovvero a un apporto appropriato di sale. Non solo. Il concetto stesso di equilibrio non è necessariamente legato a valori assoluti, poiché gli organismi viventi sono caratterizzati da equilibri dinamici, strettamente connessi agli stili di vita e alle abitudini alimentari individuali.

Mentre tutti guardano la pressione alta

Mentre tutti guardano la pressione alta, negli ambulatori si sta consumando un dramma opposto, spesso ignorato migliaia di anziani arrivano al pronto soccorso per cadute inspiegabili o stati confusionali che sembrano l'inizio di una demenza. La causa? Spesso è l'iponatriemia (basso sodio nel sangue), causata da diete iposodiche troppo rigide. Il cervello, privo del suo "conduttore", va in tilt. Ridare il giusto sale a queste persone significa spesso vederle "rinascere" cognitivamente e ritrovare l'equilibrio.

Per anni si è tolto il sale anche ai pazienti con scompenso cardiaco

Per anni si è tolto il sale anche ai pazienti con scompenso cardiaco. Oggi, meta-analisi su riviste come il JACC ci mostrano un paradosso inquietante: una restrizione aggressiva può aumentare la mortalità. Senza sodio, il volume del sangue si riduce troppo e il corpo reagisce producendo ormoni dello stress che affaticano un cuore già debole. Il sale serve a trasportare il glucosio nelle cellule. Se lo eliminiamo, il corpo diventa meno sensibile all'insulina (insulino-resistenza), aprendo la porta a disfunzioni metaboliche e pre-diabete.

C'e' poi un equivoco di fondo

C'è poi un equivoco di fondo. Quando si parla di "sale", si pensa alla molecola pura chimica (NaCl) che si trova nei cibi ultra-processati industriali. Ma il Sale Marino, raccolto nelle saline, e' una "matrice complessa". Porta con se' oligoelementi - magnesio, potassio, calcio - che modulano il sapore e interagiscono con l'organismo in modo diverso. Un sale integrale sala di piu' e meglio, permettendoci di usarne meno per avere più gusto.

È un paradosso gastronomico: la qualità permette la moderazione, l'assenza di qualità porta all'abuso.

Infine, non bisogna dimenticare che il sale iodato

Infine, non bisogna dimenticare che il sale iodato rimane uno strumento cardine di Sanità Pubblica per la prevenzione della carenza di iodio e per il supporto della normale funzione tiroidea e dello sviluppo neurologico, ed è ampiamente riconosciuto come una delle strategie preventive più costo-efficaci nelle politiche di salute globale.

"A fronte dei risultati di questo studio - dichiara Marta Bertolaso, research onit of Philosophy of Science and Human Development dell'Università Campus Bio-Medico di Roma -, che evidenziano una relazione a forma di U tra assunzione di sodio e esiti di salute, rafforzando la necessita' di evitare sia un eccesso cronico sia una restrizione severa prolungata, e' necessario un rinnovato approccio non solo alle strategie di Sanita' Pubblica, ma anche alla comunicazione nutrizionale, che raggiunga efficacemente la popolazione piu' ampia. La demonizzazione storica del sale puo' e deve essere riformulata enfatizzando l'equilibrio anziche' la condanna. Un'educazione ad un consumo consapevole, equilibrato e quindi responsabile e' una sfida socio-culturale piu' generale e di cui il sale puo' essere considerato, con buone ragioni, paradigmatico".

Se l'eccesso rimane dunque un errore, la paura indiscriminata e' un errore uguale e contrario. Il nuovo White Paper propone un cambiamento nelle strategie di Sanita' Pubblica e di comunicazione, passando da una riduzione generalizzata del sodio a un approccio basato su moderazione, personalizzazione e contestualizzazione dell'assunzione, tenendo conto dello stile di vita, del livello di attivita' fisica e delle esigenze fisiologiche individuali, valutandolo all'interno di modelli dietetici complessivi, piuttosto che come nutriente isolato. 

Né troppo né troppo poco: quanto sale serve davvero

AGI - Da anni ci dicono di nascondere la saliera, perché il sale fa male. Oggi, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che per il cuore, il cervello e il metabolismo, meno non significa sempre meglio. Gli esiti di salute correlati all'assunzione di sodio seguono, infatti, una relazione a U, per cui sia un apporto eccessivo sia un apporto insufficiente di sale sono associati a un aumento del rischio per la salute, rafforzando l'importanza di evitare tanto la sovraesposizione cronica quanto la restrizione estrema.

Il sale di per sé non è dannoso; é lo squilibrio a esserlo. È questo, in sintesi, ciò che emerge dal nuovo White Paper, patrocinato e redatto da un pool di ricercatori dell'Università Campus Bio Medico di Roma su invito di Compagnia Italiana Sali e Atisale, con l'obiettivo non di assolvere ma riabilitare il sale, evidenziando, su basi scientifiche aggiornate, il ruolo fisiologico del sale nell'organismo umano, promuovendone una visione equilibrata, fondata sul concetto di moderazione e consapevolezza piuttosto che su logiche di demonizzazione o proibizione, e offrendo uno strumento comunicativo responsabile a decisori, operatori sanitari, giornalisti.

Per decenni la comunicazione relativa al consumo di sale è stata univoca

Per decenni la comunicazione relativa al consumo di sale è stata univoca: "Tagliare il sale, per salvare il cuore". Ma la fisiologia umana non è semplice. Studi epidemiologici massivi, come il celebre PURE Study su oltre 90.000 persone, hanno disegnato una realta' diversa, una curva a forma di "U".

Cosa significa? Che la mortalità aumenta se si mangia troppo sale (oltre i 5-6g di sodio), ma aumenta drasticamente anche se ne si assume troppo poco (sotto i 3g). Il nostro corpo, infatti, è una macchina elettrica: senza sodio, gli impulsi non partono, i liquidi non si regolano, la vita si ferma. I concetti di "eccesso" e "carenza" diventano pertanto centrali, poiché spostano la discussione dal sale in se' all'equilibrio, ovvero a un apporto appropriato di sale. Non solo. Il concetto stesso di equilibrio non è necessariamente legato a valori assoluti, poiché gli organismi viventi sono caratterizzati da equilibri dinamici, strettamente connessi agli stili di vita e alle abitudini alimentari individuali.

Mentre tutti guardano la pressione alta

Mentre tutti guardano la pressione alta, negli ambulatori si sta consumando un dramma opposto, spesso ignorato migliaia di anziani arrivano al pronto soccorso per cadute inspiegabili o stati confusionali che sembrano l'inizio di una demenza. La causa? Spesso è l'iponatriemia (basso sodio nel sangue), causata da diete iposodiche troppo rigide. Il cervello, privo del suo "conduttore", va in tilt. Ridare il giusto sale a queste persone significa spesso vederle "rinascere" cognitivamente e ritrovare l'equilibrio.

Per anni si è tolto il sale anche ai pazienti con scompenso cardiaco

Per anni si è tolto il sale anche ai pazienti con scompenso cardiaco. Oggi, meta-analisi su riviste come il JACC ci mostrano un paradosso inquietante: una restrizione aggressiva può aumentare la mortalità. Senza sodio, il volume del sangue si riduce troppo e il corpo reagisce producendo ormoni dello stress che affaticano un cuore già debole. Il sale serve a trasportare il glucosio nelle cellule. Se lo eliminiamo, il corpo diventa meno sensibile all'insulina (insulino-resistenza), aprendo la porta a disfunzioni metaboliche e pre-diabete.

C'e' poi un equivoco di fondo

C'è poi un equivoco di fondo. Quando si parla di "sale", si pensa alla molecola pura chimica (NaCl) che si trova nei cibi ultra-processati industriali. Ma il Sale Marino, raccolto nelle saline, e' una "matrice complessa". Porta con se' oligoelementi - magnesio, potassio, calcio - che modulano il sapore e interagiscono con l'organismo in modo diverso. Un sale integrale sala di piu' e meglio, permettendoci di usarne meno per avere più gusto.

È un paradosso gastronomico: la qualità permette la moderazione, l'assenza di qualità porta all'abuso.

Infine, non bisogna dimenticare che il sale iodato

Infine, non bisogna dimenticare che il sale iodato rimane uno strumento cardine di Sanità Pubblica per la prevenzione della carenza di iodio e per il supporto della normale funzione tiroidea e dello sviluppo neurologico, ed è ampiamente riconosciuto come una delle strategie preventive più costo-efficaci nelle politiche di salute globale.

"A fronte dei risultati di questo studio - dichiara Marta Bertolaso, research onit of Philosophy of Science and Human Development dell'Università Campus Bio-Medico di Roma -, che evidenziano una relazione a forma di U tra assunzione di sodio e esiti di salute, rafforzando la necessita' di evitare sia un eccesso cronico sia una restrizione severa prolungata, e' necessario un rinnovato approccio non solo alle strategie di Sanita' Pubblica, ma anche alla comunicazione nutrizionale, che raggiunga efficacemente la popolazione piu' ampia. La demonizzazione storica del sale puo' e deve essere riformulata enfatizzando l'equilibrio anziche' la condanna. Un'educazione ad un consumo consapevole, equilibrato e quindi responsabile e' una sfida socio-culturale piu' generale e di cui il sale puo' essere considerato, con buone ragioni, paradigmatico".

Se l'eccesso rimane dunque un errore, la paura indiscriminata e' un errore uguale e contrario. Il nuovo White Paper propone un cambiamento nelle strategie di Sanita' Pubblica e di comunicazione, passando da una riduzione generalizzata del sodio a un approccio basato su moderazione, personalizzazione e contestualizzazione dell'assunzione, tenendo conto dello stile di vita, del livello di attivita' fisica e delle esigenze fisiologiche individuali, valutandolo all'interno di modelli dietetici complessivi, piuttosto che come nutriente isolato. 

Aumentano le diagnosi di autismo, restano le disparità nelle cure

AGI - Un aumento significativo delle diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) si è registrato in Italia negli ultimi anni, in linea con quanto osservato a livello internazionale. Secondo i dati più recenti dell'Istituto Superiore di Sanità, la prevalenza stimata si attesta intorno a 1 bambino su 77, con una maggiore incidenza nei maschi rispetto alle femmine, e riguarda circa 500.000 persone.

È il quadro tracciato dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza (SINPIA) e dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma in vista della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull'Autismo, che si celebra il 2 aprile.

"Questo incremento non va interpretato esclusivamente come un aumento reale dei casi - afferma Elisa Fazzi, presidente SINPIA e membro corrispondente straniero dell'Accademia Francese di Medicina - ma piuttosto come il risultato di diversi fattori, che comprendono l'ampliamento dei criteri diagnostici, la maggiore consapevolezza e il miglioramento degli strumenti di screening e diagnosi precoce. La crescita delle diagnosi rappresenta anche un segnale positivo, perché indica una maggiore capacità di intercettare precocemente i bisogni dei bambini e delle loro famiglie. Tuttavia, il trend mette sotto pressione il sistema dei servizi e rende ancora più urgente garantire risposte adeguate e tempestive su tutto il territorio nazionale fornendo ai servizi le risorse necessarie".

L'età della diagnosi e l'individuazione precoce

Un elemento rilevante riguarda l'età della diagnosi: negli ultimi anni in Italia ha subito una rilevante anticipazione e l'autismo viene accertato intorno ai 3 anni, mentre i dati della letteratura internazionale riportano un'età media di 49 mesi. Le evidenze scientifiche confermano che, ancora prima della diagnosi, l'individuazione precoce dei segni di rischio rappresenta un passaggio cruciale: riconoscere tempestivamente indicatori di sviluppo atipico consente di avviare interventi precoci in grado di incidere significativamente sulle traiettorie evolutive e di orientare meglio il percorso diagnostico. Permangono tuttavia forti disomogeneità regionali nell'accesso ai servizi, nei tempi di attesa e nella presa in carico multidisciplinare anche per la carenza di risorse di personale e strutturali che da tempo la SINPIA sottolinea. In alcune aree del Paese le famiglie incontrano ancora difficoltà rilevanti nell'ottenere una valutazione tempestiva e percorsi continuativi.

Il convegno "Autismo lungo l'arco di vita"

In questo contesto si inserisce il convegno "Autismo lungo l'arco di vita. Evidenze scientifiche e innovazioni negli interventi", che si apre oggi a Roma sotto la direzione scientifica di Stefano Vicari, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, direttore dell'UOC di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, e di Stefano Sotgiu, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università di Sassari e direttore della Divisione di Neuropsichiatria Infantile dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari, entrambi membri della SINPIA che patrocina l'evento. L'obiettivo è far emergere le più recenti acquisizioni scientifiche e il loro impatto nella pratica clinica e nell'organizzazione dei servizi, con un focus sui principali snodi del percorso di cura: diagnosi precoce, interventi evidence-based, transizione all'età adulta e inclusione sociale e lavorativa.

Segnali e forme di autismo

I primi segnali dei disturbi dello spettro autistico possono comparire già nei primi anni di vita, anche se la loro intensità e combinazione varia molto da bambino a bambino. Non si tratta di un singolo comportamento "tipico", ma di un insieme di indicatori che riguardano principalmente le aree della comunicazione, dell'interazione sociale e dei comportamenti ripetitivi. Gli esperti sottolineano inoltre la necessità di una maggiore sensibilità clinica verso forme di autismo più difficili da riconoscere, come quelle che si presentano nelle femmine o nei soggetti ad alto funzionamento, dove i segnali possono essere più sfumati e quindi il rischio di sottodiagnosi o di diagnosi tardive più elevato.

Interventi evidence-based e ricerca

Un altro punto centrale riguarda l'adozione di interventi evidence-based, ovvero trattamenti basati su prove scientifiche, che abbiano dimostrato efficacia nel migliorare le competenze adattive, comunicative e sociali. L'applicazione precoce e intensiva di tali interventi può contribuire in modo significativo a migliorare la qualità della vita e i livelli di autonomia. Ogni anno nel Centro per il disturbo dello spettro autistico del Bambino Gesù vengono eseguite circa 400 nuove diagnosi e prese in carico più di 1.000 famiglie. Al Bambino Gesù grande importanza viene data anche alla ricerca, soprattutto orientata al trattamento e alle condizioni di rischio, tra cui quelle genetiche. La possibilità per una coppia di avere un figlio con disturbo dello spettro autistico è di circa l'1%, percentuale che supera il 20% se in famiglia è già presente un figlio con DSA. Presso l'Ospedale è attivo anche un ambulatorio di Genetica dell'Autismo e delle Disabilità Intellettive non sindromiche dedicato all'inquadramento diagnostico di pazienti affetti da questi disturbi del neurosviluppo e alla valutazione dei relativi rischi riproduttivi familiari.

Il ruolo dei clinici e della famiglia

"Il nostro compito come clinici, oggi, non è solo quello di diagnosticare, ma di tradurre le conoscenze scientifiche in opportunità concrete per le persone e le loro famiglie", afferma Vicari. "Disponiamo di strumenti sempre più raffinati per individuare precocemente i segnali di rischio e di interventi, la cui efficacia è supportata da solide evidenze. Questo - continua - ci impone una responsabilità: intervenire in modo tempestivo, appropriato e personalizzato, perché è proprio nei primi anni di vita che possiamo incidere maggiormente sulle traiettorie di sviluppo, favorendo competenze, autonomia e partecipazione sociale". Particolare attenzione deve essere rivolta anche alla famiglia, considerata parte integrante del percorso terapeutico. Il coinvolgimento attivo dei caregiver e il supporto alla genitorialità sono elementi essenziali per garantire continuità ed efficacia degli interventi nei diversi contesti di vita.

Comorbidità e continuità della presa in carico

Un ulteriore elemento di complessità clinica è rappresentato dalla frequente presenza di comorbidità: oltre il 70% delle persone con disturbo dello spettro autistico presenta almeno una condizione associata, che può includere altri disturbi del neurosviluppo o condizioni psicopatologiche. In particolare, durante l'adolescenza, disturbi d'ansia, depressione e altre problematiche possono emergere o accentuarsi, rendendo necessario un approccio integrato e multidisciplinare. Infine, risulta imprescindibile garantire la continuità della presa in carico lungo tutte le fasi della vita. "L'autismo non si esaurisce nell'età evolutiva e non può essere affrontato con interventi frammentati o discontinui", sottolinea Sotgiu. "È fondamentale costruire modelli organizzativi capaci di accompagnare la persona nei passaggi più delicati, come quello dall'adolescenza all'età adulta, spesso ancora critico nel nostro Paese. Dobbiamo garantire continuità assistenziale, ma anche prospettive reali di inclusione sociale e lavorativa, perché il progetto di vita delle persone con autismo riguarda pienamente la loro partecipazione alla comunità e il riconoscimento dei loro diritti", aggiunge.

Aumentano le diagnosi di autismo, restano le disparità nelle cure

AGI - Un aumento significativo delle diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) si è registrato in Italia negli ultimi anni, in linea con quanto osservato a livello internazionale. Secondo i dati più recenti dell'Istituto Superiore di Sanità, la prevalenza stimata si attesta intorno a 1 bambino su 77, con una maggiore incidenza nei maschi rispetto alle femmine, e riguarda circa 500.000 persone.

È il quadro tracciato dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza (SINPIA) e dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma in vista della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull'Autismo, che si celebra il 2 aprile.

"Questo incremento non va interpretato esclusivamente come un aumento reale dei casi - afferma Elisa Fazzi, presidente SINPIA e membro corrispondente straniero dell'Accademia Francese di Medicina - ma piuttosto come il risultato di diversi fattori, che comprendono l'ampliamento dei criteri diagnostici, la maggiore consapevolezza e il miglioramento degli strumenti di screening e diagnosi precoce. La crescita delle diagnosi rappresenta anche un segnale positivo, perché indica una maggiore capacità di intercettare precocemente i bisogni dei bambini e delle loro famiglie. Tuttavia, il trend mette sotto pressione il sistema dei servizi e rende ancora più urgente garantire risposte adeguate e tempestive su tutto il territorio nazionale fornendo ai servizi le risorse necessarie".

L'età della diagnosi e l'individuazione precoce

Un elemento rilevante riguarda l'età della diagnosi: negli ultimi anni in Italia ha subito una rilevante anticipazione e l'autismo viene accertato intorno ai 3 anni, mentre i dati della letteratura internazionale riportano un'età media di 49 mesi. Le evidenze scientifiche confermano che, ancora prima della diagnosi, l'individuazione precoce dei segni di rischio rappresenta un passaggio cruciale: riconoscere tempestivamente indicatori di sviluppo atipico consente di avviare interventi precoci in grado di incidere significativamente sulle traiettorie evolutive e di orientare meglio il percorso diagnostico. Permangono tuttavia forti disomogeneità regionali nell'accesso ai servizi, nei tempi di attesa e nella presa in carico multidisciplinare anche per la carenza di risorse di personale e strutturali che da tempo la SINPIA sottolinea. In alcune aree del Paese le famiglie incontrano ancora difficoltà rilevanti nell'ottenere una valutazione tempestiva e percorsi continuativi.

Il convegno "Autismo lungo l'arco di vita"

In questo contesto si inserisce il convegno "Autismo lungo l'arco di vita. Evidenze scientifiche e innovazioni negli interventi", che si apre oggi a Roma sotto la direzione scientifica di Stefano Vicari, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, direttore dell'UOC di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, e di Stefano Sotgiu, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università di Sassari e direttore della Divisione di Neuropsichiatria Infantile dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari, entrambi membri della SINPIA che patrocina l'evento. L'obiettivo è far emergere le più recenti acquisizioni scientifiche e il loro impatto nella pratica clinica e nell'organizzazione dei servizi, con un focus sui principali snodi del percorso di cura: diagnosi precoce, interventi evidence-based, transizione all'età adulta e inclusione sociale e lavorativa.

Segnali e forme di autismo

I primi segnali dei disturbi dello spettro autistico possono comparire già nei primi anni di vita, anche se la loro intensità e combinazione varia molto da bambino a bambino. Non si tratta di un singolo comportamento "tipico", ma di un insieme di indicatori che riguardano principalmente le aree della comunicazione, dell'interazione sociale e dei comportamenti ripetitivi. Gli esperti sottolineano inoltre la necessità di una maggiore sensibilità clinica verso forme di autismo più difficili da riconoscere, come quelle che si presentano nelle femmine o nei soggetti ad alto funzionamento, dove i segnali possono essere più sfumati e quindi il rischio di sottodiagnosi o di diagnosi tardive più elevato.

Interventi evidence-based e ricerca

Un altro punto centrale riguarda l'adozione di interventi evidence-based, ovvero trattamenti basati su prove scientifiche, che abbiano dimostrato efficacia nel migliorare le competenze adattive, comunicative e sociali. L'applicazione precoce e intensiva di tali interventi può contribuire in modo significativo a migliorare la qualità della vita e i livelli di autonomia. Ogni anno nel Centro per il disturbo dello spettro autistico del Bambino Gesù vengono eseguite circa 400 nuove diagnosi e prese in carico più di 1.000 famiglie. Al Bambino Gesù grande importanza viene data anche alla ricerca, soprattutto orientata al trattamento e alle condizioni di rischio, tra cui quelle genetiche. La possibilità per una coppia di avere un figlio con disturbo dello spettro autistico è di circa l'1%, percentuale che supera il 20% se in famiglia è già presente un figlio con DSA. Presso l'Ospedale è attivo anche un ambulatorio di Genetica dell'Autismo e delle Disabilità Intellettive non sindromiche dedicato all'inquadramento diagnostico di pazienti affetti da questi disturbi del neurosviluppo e alla valutazione dei relativi rischi riproduttivi familiari.

Il ruolo dei clinici e della famiglia

"Il nostro compito come clinici, oggi, non è solo quello di diagnosticare, ma di tradurre le conoscenze scientifiche in opportunità concrete per le persone e le loro famiglie", afferma Vicari. "Disponiamo di strumenti sempre più raffinati per individuare precocemente i segnali di rischio e di interventi, la cui efficacia è supportata da solide evidenze. Questo - continua - ci impone una responsabilità: intervenire in modo tempestivo, appropriato e personalizzato, perché è proprio nei primi anni di vita che possiamo incidere maggiormente sulle traiettorie di sviluppo, favorendo competenze, autonomia e partecipazione sociale". Particolare attenzione deve essere rivolta anche alla famiglia, considerata parte integrante del percorso terapeutico. Il coinvolgimento attivo dei caregiver e il supporto alla genitorialità sono elementi essenziali per garantire continuità ed efficacia degli interventi nei diversi contesti di vita.

Comorbidità e continuità della presa in carico

Un ulteriore elemento di complessità clinica è rappresentato dalla frequente presenza di comorbidità: oltre il 70% delle persone con disturbo dello spettro autistico presenta almeno una condizione associata, che può includere altri disturbi del neurosviluppo o condizioni psicopatologiche. In particolare, durante l'adolescenza, disturbi d'ansia, depressione e altre problematiche possono emergere o accentuarsi, rendendo necessario un approccio integrato e multidisciplinare. Infine, risulta imprescindibile garantire la continuità della presa in carico lungo tutte le fasi della vita. "L'autismo non si esaurisce nell'età evolutiva e non può essere affrontato con interventi frammentati o discontinui", sottolinea Sotgiu. "È fondamentale costruire modelli organizzativi capaci di accompagnare la persona nei passaggi più delicati, come quello dall'adolescenza all'età adulta, spesso ancora critico nel nostro Paese. Dobbiamo garantire continuità assistenziale, ma anche prospettive reali di inclusione sociale e lavorativa, perché il progetto di vita delle persone con autismo riguarda pienamente la loro partecipazione alla comunità e il riconoscimento dei loro diritti", aggiunge.