Intesa Sanpaolo, finanziamento al progetto solare Big Muddy negli Stati Uniti

La divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, ha coordinato e partecipato a un finanziamento di 183 milioni di dollari in favore di Arevon, sviluppatore e operatore energetico con sede negli Stati Uniti, per lo sviluppo di una delle iniziative più rilevanti dello Stato dell’Illinois in ambito fotovoltaico. L’operazione sosterrà la costruzione di Big Muddy, un impianto solare da 124 MWdc situato nella contea di Jackson. Una volta completato, il progetto contribuirà in modo significativo alla generazione di energia pulita nel Midwest, supportando gli obiettivi regionali di decarbonizzazione. Arevon è un operatore leader nel mercato energetico degli Stati Uniti, impegnato a fornire al Paese energia accessibile, affidabile e sicura. La società possiede e gestisce oltre 6 gigawatt di progetti solari e di storage in 18 Stati, per un valore di investimento superiore agli 11 miliardi di dollari, e attualmente sta costruendo più di 600 megawatt di nuova capacità.

IMI CIB protagonista nel project financing

Nell’ambito del finanziamento, la divisione IMI CIB ha agito in qualità di coordinating lead arranger, joint bookrunner e green loan coordinator, confermando il ruolo di Intesa Sanpaolo come partner di riferimento per operazioni di project financing, in particolare nel settore delle energie rinnovabili, dove la banca si distingue per una lunga esperienza, capacità di strutturazione e presidio dei mercati internazionali. L’iniziativa testimonia ulteriormente il ruolo di primo piano della banca nelle Americhe, un’area in cui la divisione IMI CIB continua a supportare progetti strategici e investimenti infrastrutturali ad alto impatto. Ne sono esempi le recenti operazioni a favore di Greenbacker per lo sviluppo di Cider, il più esteso parco solare dello stato di New York, e ancora il supporto per la realizzazione del progetto SunZia tra New Mexico e Arizona, la più grande infrastruttura per la produzione e il trasporto di energia pulita degli Stati Uniti d’America.

Micillo: «Contribuiamo concretamente alla transizione energetica globale»

Queste le dichiarazioni di Mauro Micillo, chief della divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo: «Il progetto Big Muddy rappresenta un importante tassello nel percorso di rafforzamento delle infrastrutture energetiche rinnovabili degli Stati Uniti, un mercato in cui siamo attivi da tempo con ruolo di primo piano. Sostenere Arevon in un’iniziativa di questa rilevanza conferma la nostra capacità di accompagnare partner di alto profilo nello sviluppo di investimenti strategici, contribuendo concretamente alla transizione energetica globale. Questo finanziamento riflette la solidità delle nostre competenze nel project financing, la qualità della nostra piattaforma internazionale e l’impegno costante nel promuovere progetti sostenibili ad alto impatto per le comunità e per l’economia».

Russia alla Biennale, Giuli chiede le dimissioni dal cda di Tamara Gregoretti

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, contrario alla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di non sollevare obiezioni alla riammissione della Russia, al punto da disertare la presentazione del Padiglione Italia, ha chiesto le dimissioni di Tamara Gregoretti, giornalista e autrice televisiva, componente del cda. Lo riporta il Corriere della Sera. La sua colpa? Essersi espressa a favore della riapertura del Padiglione russo per la 61esima edizione dell’Esposizione internazionale d’Arte che inizierà il 9 maggio. Con la fuoriuscita di Gregoretti resterebbero nel cda – oltre a Buttafuoco – vicepresidente Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, pure lui a favore della riammissione della Russia (come «difesa della democrazia»), e il governatore del Veneto, Alberto Stefani, esponente della Lega. Lui non si è espresso sulla questione, ma lo aveva fatto il suo capo di partito Matteo Salvini: «L’arte e lo sport avvicinano, di sicuro non allontanano».

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?

Il dato è difficile da ignorare. Su 3.916 attacchi iraniani registrati tra il 28 febbraio e l’11 marzo 2026 contro gli Stati del Golfo e Israele, 1.728- il 44,1 per cento del totale – hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti. Il Kuwait, secondo nella classifica, ne ha subiti 942. Israele, il Paese che insieme agli Stati Uniti ha lanciato l’offensiva contro l’Iran, 550. Perché Teheran scarica quasi la metà della propria potenza di fuoco su un Paese che ufficialmente non è in guerra? La risposta non è semplice e non si esaurisce nella prossimità geografica o nella presenza di basi americane. Gli Emirati sono il bersaglio principale perché sono, contemporaneamente, la piattaforma operativa della guerra, il portafoglio del presidente americano, il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione di Khamenei, e il simbolo di un modello politico che l’Iran considera una minaccia esistenziale. Colpire Dubai e Abu Dhabi dunque è una scelta strategica che opera su cinque livelli simultaneamente.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Una esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Al Dhafra e il sistema nervoso della guerra

Al Dhafra Air Base, a 30 chilometri a sud di Abu Dhabi, non è una base americana tra tante. È la base. Ospita la 380th Air Expeditionary Wing dal 2002, con un arsenale che include caccia F-22 Raptor e F-35 Lightning II, aerei spia U-2 Dragon Lady, droni da ricognizione Global Hawk, e cisterne KC-10 per il rifornimento in volo. Il personale ammonta a circa 1.200 unità tra militari in servizio attivo, riservisti e Guardia Nazionale. I partner di missione includono un battaglione di difesa aerea dell’esercito e forze di coalizione multiple. Non è un caso che l’Iran abbia colpito chirurgicamente il radar AN/TPY-2, un sistema di allerta precoce del valore di mezzo miliardo di dollari, e le strutture che ospitano i droni MQ-9 Reaper e gli U-2. Non ha puntato ai dormitori o alle mense: ha puntato al sistema nervoso della sorveglianza e del targeting americano. Quel radar alimenta i sistemi THAAD e Patriot. Gli U-2 e i Global Hawk sono gli occhi che guidano le operazioni di strike su tutto il teatro del Golfo. Distruggerli significa accecare la macchina da guerra.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Un RQ-4 Global Hawk alla base di Al Dhafra (Ansa).

Gli altri obiettivi emiratini

Oltre ad Al Dhafra, l’Iran ha colpito Al Minhad, base emiratina che ospita la RAF britannica e Camp Baird, il quartier generale australiano nel Medio Oriente. Ha colpito il porto di Jebel Ali, struttura commerciale utilizzata sistematicamente dalla logistica militare americana. Ha colpito il consolato statunitense a Dubai. Non si tratta di attacchi sparsi: è un assalto coordinato al nodo operativo più denso della coalizione anti-iraniana nella regione.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Il consolato americano di Dubai dopo l’attacco con droni, il 3 marzo 2026 (Ansa).

Per capire perché gli Emirati e non altri, bisogna guardare cosa è successo altrove. La Quinta Flotta americana, con quartier generale in Bahrain, ha svuotato i moli di Manama già il 26 febbraio: immagini satellitari mostravano i pontili deserti, con tutte le navi spostate in mare aperto. Il Bahrain è stato colpito, ma le operazioni navali si coordinano ormai dal mare. Il Qatar ospita Al Udeid, la più grande base americana in Medio Oriente con 8-10 mila effettivi, ma Doha ha posto condizioni precise: ha ribadito che non vuole che gli Stati Uniti lancino attacchi contro l’Iran dal suo territorio. Il Qatar mantiene un rapporto diplomatico con Teheran, ha ospitato la leadership politica di Hamas, ha mediato nei negoziati nucleari. L’Iran lo punisce, ma lo punisce meno, perché Doha è un interlocutore, non un avversario strategico. Gli Emirati, al contrario, sono la punta della lancia.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Gli attacchi iraniani contro le basi militari statunitensi sul territorio del Bahrein (Ansa).

Dahlan, il Mossad, la CIA e l’eliminazione di Khamenei

Gli Emirati sono il centro nevralgico dell’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio scorso. Il New York Times ha rivelato che la CIA ha tracciato Khamenei per mesi, passando intelligence «ad alta fedeltà» sulla sua posizione a Israele prima dell’attacco. I tempi dello strike sono stati calibrati sulla base di informazioni che indicavano la presenza simultanea di figure politiche e militari di vertice nel compound della leadership a Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha indicato la sede CIA a Dubai tra gli obiettivi colpiti. I media iraniani hanno riportato l’uccisione di sei ufficiali CIA in un attacco missilistico negli Emirati. Le conferme indipendenti mancano, ma la narrazione è indicativa di come Teheran percepisca il ruolo di Dubai: non una città di transito, ma la piattaforma operativa dell’intelligence che ha decapitato il regime.

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Ali Khamenei (Ansa).

La storica cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence

Per comprendere questa percezione bisogna risalire più indietro. La cooperazione tra Emirati e Israele in materia di intelligence, in particolare sull’Iran, non è nata con gli Accordi di Abramo del 2020. L’ex ambasciatore americano in Israele Dan Shapiro ha confermato che il rapporto era «principalmente sull’intelligence riguardante l’Iran e i gruppi jihadisti» e che si trattava di «un processo a lungo termine iniziato prima dell’amministrazione Obama». Fonti di intelligence riportavano già nel 2012 che il commercio tra i due Paesi nel settore sicurezza sfiorava i 300 milioni di dollari l’anno. Al centro di questa rete c’è una figura che merita attenzione: Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza preventiva palestinese a Gaza, in esilio ad Abu Dhabi dal 2011 e consigliere di fiducia di Mohammed bin Zayed. Documenti dell’intelligence serba lo descrivono come amico stretto dell’ex direttore CIA George Tenet, dell’ufficiale israeliano Amnon Shahak e dell’ex direttore del Mossad Yaakov Perry, con i quali avrebbe condotto operazioni congiunte in Europa orientale. Wikileaks ha pubblicato documenti che lo descrivono come agente del Mossad. Le indagini della polizia di Dubai sull’assassinio del dirigente di Hamas Mahmoud al-Mabhouh nel 2010 portarono all’arresto di due palestinesi impiegati in un’azienda edile di proprietà di Dahlan, accusati di aver fornito supporto logistico al commando del Mossad. Dahlan opera come connettore tra i servizi americani, israeliani e il vertice emiratino. Abu Dhabi non è un Paese che “collabora” con l’intelligence occidentale: è un Paese dove i servizi occidentali sono di casa. Per l’Iran, ogni missile su Dubai è un missile sull’infrastruttura che ha reso possibile l’eliminazione di Khamenei.

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Manifestanti palestinesi calpestano le foto del principe Mohammed bin Zayed al-Nahyan e di Mohammed Dahlan (Ansa).

Colpire Dubai per colpire il portafoglio di Trump

C’è un livello di questa guerra che non si combatte con i missili ma con i numeri. Gli Emirati Arabi Uniti non sono semplicemente un alleato degli Stati Uniti: sono un investitore diretto nel patrimonio personale del presidente americano. Quattro giorni prima dell’insediamento di Trump, una società controllata da Sheikh Tahnoon bin Zayed Al Nahyan — fratello del presidente emiratino, consigliere per la sicurezza nazionale, gestore del più grande fondo sovrano degli UAE — ha acquistato una partecipazione del 49 per cento in World Liberty Financial, la società crypto della famiglia Trump, per 500 milioni di dollari. L’accordo è stato firmato da Eric Trump.

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Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, Abdullah bin Zayed Al Nahyan e Yousef Al Otaiba durante un incontro con Marco Rubio (Ansa).

Due membri dell’entourage di Tahnoon sono entrati nel consiglio di amministrazione della società. Mesi dopo, MGX, il fondo di investimento tecnologico presieduto dallo stesso Tahnoon, ha usato la stablecoin USD1 creata da World Liberty per finanziare un investimento da 2 miliardi di dollari nella piattaforma crypto Binance. Poco dopo, la Casa Bianca ha approvato l’esportazione di 500 mila chip AI Nvidia verso gli Emirati, un quinto dei quali destinati a G42, l’azienda di intelligenza artificiale di Tahnoon. Tahnoon è conosciuto nei circoli diplomatici come lo «Spy Sheikh». Non è un soprannome affettuoso: riflette decenni di attività nella zona grigia tra intelligence, finanza e diplomazia. Il Wall Street Journal ha ricostruito la catena degli investimenti. La senatrice Elizabeth Warren l’ha definita «corruzione, pura e semplice».

Teheran vuole distruggere la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale

Ma al di là del dibattito interno americano, il punto strategico è un altro: ogni missile che cade su Abu Dhabi erode il valore degli investimenti emiratini negli Stati Uniti e la credibilità degli Emirati come hub finanziario globale. L’Iran non ha bisogno di leggere i documenti del Wall Street Journal per capire che colpire Dubai significa colpire il portafoglio di Trump. Il commercio bilaterale Iran-UAE valeva 28 miliardi di dollari nel 2024. Gli iraniani conoscono il sistema emiratino dall’interno, hanno operato a Dubai per decenni aggirando le sanzioni e sanno che Dubai è la capitale mondiale del riciclaggio, sanno che i flussi finanziari che collegano gli Emirati alla Casa Bianca sono il tessuto connettivo di un’alleanza che va molto oltre la diplomazia. Distruggere la credibilità di Dubai come piazza finanziaria significa tagliare quel tessuto. I dati lo confermano. Jet privati in partenza dagli Emirati a 250 mila dollari per posto. Aziende che evacuano dipendenti. I data center Amazon colpiti, con il banking telefonico fuori uso in tutto il Paese. L’aeroporto di Dubai — il più trafficato al mondo per voli internazionali — colpito da un drone. La raffineria di Ruwais (922 mila barili al giorno di capacità ADNOC) incendiata. Il Burj Al Arab danneggiato dai detriti. L’IRGC (il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica) ha dichiarato di usare il 60 per cento della propria potenza di fuoco contro basi e «interessi strategici» Usa nei Paesi arabi vicini. Ma «interessi strategici» non significa solo caserme: significa porti, aeroporti, raffinerie, hotel, centri finanziari. Significa l’intero modello economico emiratino.

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Il centro di Dubai (Ansa).

Gli Accordi di Abramo e la guerra ideologica

C’è un ultimo livello, forse il più profondo. Per la Repubblica Islamica, gli Emirati non sono solo una piattaforma militare o un hub finanziario: sono un’eresia. Rappresentano la confutazione più riuscita della narrativa dell’Islam politico e della «resistenza» che ha legittimato il regime iraniano per 47 anni. Gli Accordi di Abramo firmati nel 2020 hanno formalizzato la normalizzazione con Israele. Ma come confermato da molteplici fonti, la cooperazione tra Abu Dhabi e Tel Aviv era in corso da almeno un decennio prima, alimentata da un nemico comune — l’Iran — e da interessi convergenti in materia di sicurezza, tecnologia e intelligence. Abu Dhabi e Teheran avevano mantenuto per anni un gentlemen’s agreement: non confrontarsi direttamente, basato anche sugli interessi finanziari iraniani a Dubai. Quell’accordo è stato polverizzato il 28 febbraio. Mohammed bin Zayed non è un semplice capo di stato del Golfo. È un architetto regionale che ha proiettato gli Emirati dalla Libia allo Yemen, dal Corno d’Africa ai Balcani, usando Dahlan come operatore e la ricchezza sovrana come leva. Per l’Iran, MBZ e il suo circolo sono i cavalli di Troia della penetrazione israeliana e americana nel mondo arabo. Non semplici alleati: strateghi, pianificatori, facilitatori.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed Al Nahyan a Mosca (Ansa).

La retorica muscolare di MBZ

La retorica dello stesso MBZ tradisce, sotto la sfida, qualcosa di diverso. La dichiarazione di questi giorni — in cui ha evocato la «pelle spessa e la carne aspra» degli Emirati — è stata accolta con perplessità anche tra gli analisti più benevoli. È una metafora da macelleria, non da statista. È il linguaggio di chi non ha una risposta strategica e ricorre alla retorica muscolare per mascherare l’assenza di opzioni. Gli Emirati non hanno risposto militarmente all’Iran. Non lo faranno, perché come hanno osservato alcuni analisti, non c’è nulla che gli Emirati possano portare alla guerra che americani e israeliani non abbiano già. La loro funzione è un’altra: essere la piattaforma, il portafoglio, il nodo intelligence. E per questo sono il bersaglio principale. Il consigliere presidenziale emiratino Anwar Gargash ha accusato l’Iran di mentire quando dichiara di colpire basi americane: il volume di fuoco, ha detto, «rivela una realtà diversa». Ha ragione, ma non nel senso che intende. L’Iran non sta mentendo sui bersagli: sta ridefinendoli. Per Teheran, «base americana» non è solo una caserma con una bandiera. È Al Dhafra, ma anche Jebel Ali. È il consolato, ma anche il Burj Al Arab. È il radar THAAD, ma anche il flusso finanziario tra Tahnoon e la famiglia Trump. L’intero sistema emiratino, nella visione iraniana, è una base americana. E come tale va colpito.

Perché l’Iran colpisce gli Emirati più degli altri Paesi del Golfo?
Da sinistra l’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo, il consigliere diplomatico emiratino Anwar Gargash, e il ceo dell’Atlantic Council Frederick Kempe (Ansa).

La logica del bersaglio

Quando si analizza la distribuzione del fuoco iraniano, la domanda non è «perché gli Emirati?». La domanda è: «Perché non gli Emirati?». Sono il Paese che ospita la piattaforma ISR (ntelligence, Surveillance, and Reconnaissance) e di strike più avanzata degli Stati Uniti nella regione. Sono il Paese dove la CIA e il Mossad operano con la massima libertà d’azione, e da dove è partita l’intelligence che ha portato all’eliminazione della Guida Suprema. Sono il Paese il cui establishment finanziario ha investito centinaia di milioni direttamente nel patrimonio della famiglia del presidente americano, creando un legame di interessi che rende ogni attacco a Dubai un attacco indiretto alla Casa Bianca. Sono il Paese che ha normalizzato le relazioni con Israele e ha fatto di questa normalizzazione un modello per l’intera regione. Sono il Paese che per decenni ha servito da hub di riciclaggio globale, facilitando anche flussi iraniani, e che ora viene punito per aver messo quell’infrastruttura al servizio del nemico. Il 44,1 per cento del fuoco iraniano non è un’anomalia statistica. È la radiografia perfetta delle priorità strategiche di Teheran. E Mohammed bin Zayed, con la sua retorica sulla «pelle spessa» e la «carne aspra», può parlare quanto vuole da una posizione che non è di forza ma di impotenza. Gli Emirati non possono rispondere militarmente. Possono solo assorbire i colpi e sperare che americani e israeliani finiscano il lavoro. Quella di MBZ non è la voce di un leader che controlla la situazione. È la voce di chi scopre, in tempo reale, il prezzo di essere stati i cavalli di Troia di qualcun altro.

Acea, i risultati del 2025: dividendo record e utile netto in crescita del 45 per cento

Il consiglio di amministrazione di Acea, riunitosi sotto la presidenza di Barbara Marinali, ha approvato i risultati del 2025. Numeri ai massimi storici grazie al percorso di trasformazione operativa e organizzativa intrapreso dal Gruppo, volto ad accrescere efficienza e competitività, e al consolidamento del ruolo di Acea come operatore infrastrutturale regolato. Un percorso sostenuto da una costante attenzione all’innovazione tecnologica, alle persone e dalla piena integrazione della sostenibilità nelle strategie aziendali, a supporto di una costante creazione di valore per tutti gli stakeholder. Da segnalare il dividendo proposto di 1,20 euro per azione (+26 per cento rispetto al 2024), di cui 0,95 euro a titolo di dividendo ordinario e 0,25 euro quale componente straordinaria.

Ricavi a quasi 3 miliardi, Ebitda a 1,42 miliardi

I ricavi consolidati pro-forma sono pari a 2,98 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 2,89 miliardi del 2024, guidati dalla performance dei business regolati e dal contributo della Produzione. Le attività regolate contribuiscono per l’88 per cento al totale dei ricavi e registrano nel periodo un incremento di circa il 7 per cento. L’Ebitda consolidato pro-forma raggiunge 1,42 miliardi di euro, in crescita del 6,8 per cento rispetto ai 1,33 miliardi del 2024. L’Ebit consolidato pro-forma cresce del 2,9 per cento a 593,2 milioni di euro. Tale incremento è riconducibile alla crescita dell’Ebitda, parzialmente compensata dall’aumento degli ammortamenti, delle svalutazioni e degli accantonamenti. Gli oneri finanziari netti pro-forma sono sostanzialmente stabili a 135,9 milioni di euro. Al 31 dicembre 2025, il costo globale medio del debito di Acea si attesta al 2,07 per cento rispetto al 2,16 per cento del 31 dicembre 2024.

Acea, i risultati del 2025: dividendo record e utile netto in crescita del 45 per cento
Fabrizio Palermo (Ansa).

Utile netto oltre 480 milioni, investimenti di 1,5 miliardi

L’utile netto consolidato è pari a 480,6 milioni di euro, in crescita del 44,9 per cento rispetto al 2024. Il risultato beneficia, tra le altre, dell’iscrizione della plusvalenza (111,3 milioni di euro) realizzata a seguito della cessione della rete in alta tensione a Terna. L’utile netto ricorrente aumenta di circa il 15 per cento a 376 milioni di euro, in coerenza con l’andamento operativo del periodo. Nel 2025, sono stati realizzati investimenti lordi pari a 1,53 miliardi, in crescita rispetto ai 1,44 miliardi dell’anno precedente (+6,4 per cento). Gli investimenti al netto dei contributi ammontano a circa 1,24 miliardi (1,18 miliardi nel 2024), concentrati principalmente nei business regolati che rappresentano l’89 per cento dei capex totali (94 per cento escludendo Acea Energia). L’indebitamento finanziario netto è sostanzialmente stabile, passando da 4,94 miliardi del 31 dicembre 2024 a 4,96 miliardi al 31 dicembre 2025.

L’ad Palermo: «Rafforziamo il nostro ruolo di operatore di riferimento»

Queste le dichiarazioni di Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea: «Il 2025 è stato un anno di risultati ai massimi storici per effetto del percorso di trasformazione operativa e organizzativa avviato negli ultimi anni e della crescente focalizzazione sui business infrastrutturali regolati, mantenendo al tempo stesso una forte disciplina finanziaria che ha portato al miglioramento di tutti gli indicatori economici e patrimoniali. Abbiamo rafforzato il nostro ruolo di operatore di riferimento nello sviluppo e nella gestione di progetti essenziali per i territori e nel corso dell’anno abbiamo realizzato oltre 1,5 miliardi di euro di investimenti, destinati in larga parte allo sviluppo delle reti idriche ed elettriche e al potenziamento degli impianti nel settore ambientale».

Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?

Non bastasse la bufera mediatica scatenata da Fabrizio Corona su Mediaset, ora ci si mette anche Mondadori ad agitare le acque in casa Fininvest e a preoccupare Marina Berlusconi, che considera la casa editrice di Segrate il suo gioiello personale (e la cui presidenza si tiene ben stretta).

Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Le tensioni all’interno di palazzo Niemeyer

Dietro la futuristica facciata di palazzo Niemeyer, da tempo si consumerebbero scontri e tensioni. Si sussurra che l’amministratore delegato Antonio Porro sia ai ferri corti sia con Marina B, sia con Danilo Pellegrino, numero uno di Fininvest, che controlla Mondadori. Sempre le stesse voci riferiscono anche che Porro non parli da mesi con il direttore finanziario, Alessandro Franzosi, figura chiave dell’azienda. Porro era arrivato alla guida di Mondadori cinque anni fa, con un compito non facile: raccogliere la pesante eredità di Ernesto Mauri che aveva gestito la conquista della Rizzoli Libri, l’operazione più rilevante nel mondo dell’editoria italiana degli ultimi 20 anni. Nel 2021 però Mauri, fedelissimo di Marina, aveva lasciato Segrate per assumere la presidenza del Teatro Manzoni. 

Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
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Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?
Maretta in Mondadori: l’ad Porro verso l’uscita?

Sostituto di Porro cercasi…

Così sul tavolo di Marina B, impegnata a scrivere lettere a Repubblica (una mossa che ha fatto infuriare il fronte del Sì al referendum perché ritenuta suicida), ora c’è un fascicolo ingombrante: trovare un sostituto di Porro. Il nome su cui Fininvest potrebbe convergere è quello di Carmine Perna, attuale amministratore delegato di Mondadori Retail, la divisione che gestisce i negozi e i canali di vendita della casa editrice.

Mantovano senza sconti su Gratteri: «Da lui non semplici opinioni ma minacce»

Continuano le polemiche sulle affermazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio – «dopo il referendum con voi faremo i conti, nel senso che tireremo una rete», ha detto il magistrato a una giornalista del quotidiano. Sul caso è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, in un’intervista a SkyTg24, non ha usato mezzi termini per definire le dichiarazioni di Gratteri: «Sono espressioni che certamente, quando vengono adoperate da un procuratore della Repubblica, non sono semplici opinioni, soprattutto quando hanno un velo neanche tanto sottile di minaccia nei confronti di un giornalista».

Secondo lui c’è un «ostracismo verso i magistrati che sono per il Sì»

Entrando più nello specifico in tema referendum, Mantovano ha lamentato un’avversione nei confronti dei magistrati che si sono espressi per il Sì alla riforma Nordio: «Lo strappo più significativo che oggi si sta realizzando è interno alla magistratura, perché sono centinaia i magistrati che si stanno esprimendo per il Sì, decine e decine anche pubblicamente e nei loro confronti è nato un ostracismo, una marginalizzazione all’interno del corpo della magistratura».

Mantovano senza sconti su Gratteri: «Da lui non semplici opinioni ma minacce»
Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).

L’ipotesi di una «resa dei conti a sinistra» dopo il voto

A chi ipotizza ripercussioni sul governo in caso di vittoria del No, il sottosegretario ricorda che «c’è una fascia significativa e autorevole della sinistra italiana che è favorevole a questa riforma» perché va nella direzione della loro storia. «Temo molto che, tra le varie rese dei conti annunciate che si realizzeranno dopo il voto referendario, una riguarderà proprio l’area della sinistra. Perché quando si violenta la propria storia, quando si rinnega una parte importante del proprio passato, poi qualcosa succede sempre. Sto parlando ovviamente in termini ideali, non cruenti, siamo in un ordinamento democratico grazie a Dio. Però ho l’impressione che qualcosa accadrà e che il quadro da quelle parti non rimarrà così stabile», ha sottolineato. Un ribaltamento della prospettiva, dunque: non è il centrodestra che dovrà fare i conti ma l’opposizione.

Israele: «Missile iraniano caduto a poche centinaia di metri dal Muro del Pianto»

«Il regime iraniano sta lanciando missili su Gerusalemme, la capitale di Israele. Uno di questi ha colpito a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro Occidentale, dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Chiesa del Santo Sepolcro». È quanto si legge sull’account X del Ministero degli Esteri israeliano, dove è stato pubblicato un video degli attimi successivi al presunto attacco: «La protezione delle vite umane e la sicurezza dei fedeli vengono prima di tutto. Per questo motivo, la preghiera in tutti i luoghi santi è stata temporaneamente sospesa». Il filmato risalirebbe però a quasi due settimane fa e l’esplosione sarebbe stata causata non da un missile, ma dalla scheggia di un razzo o di un drone abbattuto.

Iran, Mojtaba Khamenei promette vendetta nel suo primo discorso da Guida Suprema

Giovedì 12 marzo è finalmente arrivato il primo discorso alla nazione di Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran, subentrato al padre, l’ayatollah Ali, ucciso nei primi raid di Stati Uniti e Israele. Non è apparso in pubblico, né dal vivo né in video: ferito alle gambe e nascosto in un luogo sicuro (almeno questa è la versione ufficiale), si è limitato a un messaggio letto da una speaker della tv di Stato.

Iran, Mojtaba Khamenei promette vendetta nel suo primo discorso da Guida Suprema
Donna iraniana mostra un ritratto di Mojtaba Khamenei (Ansa).

Cosa ha detto Mojtaba Khamenei nel primo discorso da Guida Suprema

«Non rinunceremo a vendicare il sangue dei nostri martiri», ha detto Khamenei, citando anche la strage delle bambine nella scuola di Minab, «un crimine che non può passare sottotraccia». Il leader iraniano ha poi affermato che «il tentativo di dividere il Paese è stato sventato». Quanto agli attacchi contro i Paesi del Golfo, Khamenei ha spiegato: «Noi non colpiamo i nostri vicini che sono amici, ma solo le basi del nemico sul loro territorio», che «vanno chiuse». Così sullo Stretto di Hormuz: «La leva della chiusura deve continuare a essere utilizzata come strumento di pressione». Auspicando «la pace per tutto il popolo iraniano», Khamenei ha anche detto: «Abbiamo studiato l’apertura di altri fronti dove il nemico ha poca esperienza ed è estremamente vulnerabile. Saranno attivati se la situazione di guerra persiste e in base agli interessi nazionali».

Altre due esplosioni a Erbil, Crosetto: «Attacco deliberato»

Due nuove esplosioni sono state udite a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dopo il drone che ha colpito la base italiana nella serata dell’11 marzo 2026. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in merito all’attacco, ha parlato di un’azione deliberata, dal momento che si tratta di una base Nato, «quindi anche americana», e che già nei giorni precedenti c’erano stati tentativi di intervento. Intervistato dal Tg1, ha confermato che il contingente non ha riportato alcun danno e che i militari erano entrati in aree protette dopo l’allarme. Attualmente sono 141 i soldati italiani presenti a Erbil, che entrano ed escono dal bunker a seconda degli allarmi.

Altre due esplosioni a Erbil, Crosetto: «Attacco deliberato»
Guido Crosetto (Ansa).

Il console italiano a Erbil: «Situazione sotto controllo»

Sulla vicenda è intervenuto anche il console italiano a Erbil, Tommaso Sansone, al Tg2: «La nostra base militare è stata bersagliata da un attacco con droni di provenienza ancora da accertare che ha causato danni materiali ma ha lasciato illesi i nostri militari. Abbiamo parlato con loro, la situazione è sotto controllo, quindi sono tutti in sicurezza. Anche i nostri connazionali stanno bene, vengono assistiti da questo consolato generale che valuterà nei prossimi giorni tutte le azioni che dovessero rendersi necessarie a loro tutela».

Tajani: «Stiamo riducendo il personale nel consolato»

«Oggi parlerò con le autorità del Kurdistan iracheno e con il ministro degli Esteri dell’Iraq per fare un punto della situazione», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un punto stampa alla Farnesina «Abbiamo concluso proprio su questo una riunione con l’ambasciatore e il console d’Italia a Erbil e stiamo riducendo la presenza del personale, sia in ambasciata a Baghdad, sia nel consolato a Erbil per ragioni di sicurezza».

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole

Instancabile. Irrefrenabile. Hoara Borselli, volto di punta di quell’esercito di suffragette di destra che attanaglia la scena politica italiana dall’avvento del melonismo, non conosce sosta: le sue giornate romane sono fitte di appuntamenti pubblici, dove conduce convegni e presenta libri. Prendiamo il pomeriggio di mercoledì 11 marzo: la scatenata Borselli era a Palazzo Giustiniani, uno degli edifici del Senato della Repubblica guidato da Ignazio La Russa, per presentare nella sala Zuccari il libro di Giancarla Rondinelli, autrice televisiva e già giornalista del quotidiano Il Tempo, intitolato L’impronta. La lezione di Garlasco e la fiducia dei cittadini nella giustizia. Ma il vero impegno politico è arrivato subito dopo, su un tema caldissimo come la giustizia: via di corsa in piazza Cavour, di fronte al “Palazzaccio” dove ha sede la Corte Suprema di Cassazione: qui, nel cinema Adriano, Borselli ha dialogato con il Guardasigilli Carlo Nordio davanti a una folla di giovani, in un incontro intitolato “La generazione che dice sì. Gli studenti a confronto con il referendum”. Esilarante la scena di Nordio che le parlava coprendosi la bocca, mentre Borselli rispondeva senza nascondere nulla della conversazione…

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole

Il “no” si proietta al cinema, al Pigneto

Il fronte del no di certo non sta a guardare. Giovedì 12 marzo al Pigneto, storica zona romana “de sinistra”, gli oppositori della riforma della giustizia si trovano al cinema L’Aquila, in un incontro organizzato da Magistratura Democratica. L’evento si intitola “Preferirei di no” e vede la partecipazione di Giovanni Battista Bachelet, Pier Luigi Bersani, Attilio Bolzoni, Rosy Bindi, Paola Caridi, Luciana Castellina, don Luigi Ciotti, gli scrittori Maurizio De Giovanni ed Erri De Luca, Ida Dominijanni, Andrea Fabozzi, Patrizio Gonnella, Franco Grillini, Maria Concetta Guerra, Fabio Ingrassia, Franco Ippolito, Michele Laforgia, Riccardo Mancuso, Emiliano Manfredonia, Livio Pepino, Armando Punzo, Dario Salvetti, Guido Saraceni, Donatella Stasio, Sergio Vespertino, Claudio Volpe. E un “contributo” di Dacia Maraini.

Il Messaggero, il Martino ha l’oro in bocca

Grandi rivoluzioni in vista a Roma, nel quotidiano Il Messaggero. Il direttore Roberto Napoletano è impegnato a dare una scossa al quotidiano caltagironesco, e dovrà cominciare con l’attesissima nomina di un nuovo vicedirettore. Da mesi si parla di un upgrade per Ernesto Menicucci, una storica colonna della cronaca, che ha lavorato anche al Corriere della Sera. Ma negli ultimi giorni le preferenze sembrano destinate a chi lavora nella redazione economia, quella che ha sempre un posto di primo piano nel cuore dell’editore (e non solo) Francesco Gaetano Caltagirone, visti gli impegni sul fronte finanziario. Il prescelto, a sentire i bookmaker, risponderebbe al nome di Christian Martino. «Anche perché», spifferano nella sede del giornale, in via del Tritone, «qualche giorno di vacanza se le dovrà prendere pure Napoletano, e delegare a un vice con competenze nel settore dell’economia per lui rappresenterebbe un grande sollievo». Non resta che attendere…

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole

Il Monda non si è fermato mai un momento

Come ti giri, c’è un Monda che presenta un libro. Mercoledì 11 marzo ecco Andrea Monda, scrittore e saggista, direttore de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, in quel di Viterbo: nella Biblioteca Consorziale è stato chiamato per condurre l’incontro “Toglietemi tutto tranne il superfluo, tranne la poesia”, dedicato alla presentazione del libro di papa Francesco intitolato Viva la poesia! curato dal gesuita padre Antonio Spadaro.

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Andrea Monda (foto Imagoeconomica).

Ma in famiglia c’è anche Antonio Monda, quello che vive a New York, dove insegna alla New York University, collabora con il quotidiano Il Foglio, è titolare della rubrica “Central Park West” per RaiNews24 ed è il direttore artistico del festival letterario “Le Conversazioni”. Antonio, quando si trova a Roma, presenta i libri, i suoi: come giovedì 12 marzo, di sera, al Maxxi, dove parlerà della sua fatica editoriale Una mattina gloriosa, con gli amici Eraldo Affinati e Melania Mazzucco. Ci sarà anche la presidente della Fondazione Maxxi, Maria Emanuela Bruni: che poi si è sempre sentito dire che quella poltrona, dopo l’uscita di Alessandro Giuli che è andato a fare il ministro della Cultura, la voleva proprio lui, Antonio Monda…

Hoara Borselli con Nordio per il sì, il nuovo vice del Messaggero e le altre pillole
Antonio Monda (foto Imagoeconomica).

Tutti al Tar

È al centro di tutte le disfide imprenditoriali, e non solo, per tutti coloro che hanno rapporti con lo Stato e gli appalti pubblici: il Tar del Lazio ha un’importanza fondamentale. E infatti nella giornata di giovedì 12 marzo, in via Flaminia, nel palazzone che una volta ospitava la Sip e poi la Telecom, va in scena la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario della Giustizia amministrativa. In programma, la relazione del presidente Roberto Politi sull’attività svolta dal tribunale nel corso del 2025, più gli interventi del presidente del Consiglio di Stato Luigi Maruotti, dell’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, della componente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa Eva Sonia Sala e del presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma Alessandro Graziani. Di più non si può…