Furti d’arte, i ‘colpi grossi’ più famosi in Italia

AGI - Fa sempre notizia il furto di un'opera d'arte. Anche se in Italia, ahimè, è abbastanza frequente. Il Belpaese è al primo posto di questo tipo di trafugamenti anche per l'immenso patrimonio artistico che possediamo. Secondo gli studi più recenti, circa 600 reperti prezioni vengono rubati all'anno, ossia ben due al giorno. L'ultimo furto riguarda quello scoperto oggi: i dipinti di Renoir, Cezanne e Matisse -'Les Poissons', 'Natura morta con ciliegie' e 'Odalisca sulla terrazza' - sono stati sottratti alla fondazione Magnani Rocca di Parma da una banda di ladri che è riuscita a introdursi all'interno della villa a Mamiano di Traversetolo. Anche se il valore non è stato stimato esattamente, si tratta sicuramente di un colpo da milioni di euro. Purtroppo le opere dei tre impressionisti sono solo le ultime della lista.

La "Natività" di Caravaggio

Tra i furti più famosi in Italia, c'è La "Nativita'" di Caravaggio di cui non si hanno più notizie da quasi 60 anni. Nell'autunno del 1969, a Palermo, un gruppo di uomini sospetti irruppe nell'oratorio di San Lorenzo, arrotolò la tela e poi si dileguò. Sembra che il furto del dipinto, valutato attorno a 20 milioni di dollari, sia stato commissionato dalla mafia, ma non vi sono prove certe. Ci sono moltissime leggende attorno alla sua sorte: c'è chi dice che addirittura Riina la conservasse come scendiletto, chi afferma che invece giaccia nascosta insieme ad altri beni della mafia, sotterrata in qualche landa sperduta, o anche chi sostiene che venne nascosta in una stalla e quindi rosicchiata dai topi o che sia stata trafugata in Svizzera per essere venduta a collezionisti spregiudicati. 

La tela di "Ecce homo"

Altra opera scomparsa è la tela di "Ecce homo", di Antonello da Messina, rubata dal Museo Broletto di Novara nel 1974, e la "Madonna con Bambino" di Giovanni Bellini rubata dalla chiesa veneziana della Madonna dell'Orto 33 anni fa. Sempre a Venezia, nello stesso anno cioè nel 1993, venne portata via una tela del Tiepolo dalle pareti della chiesa di Santa Maria della Fava mentre dall'abitazione dell'industriale Alberto Falk, cinque anni dopo, scomparve una tela di Canaletto. Sempre negli anni 90, dalla Galleria d'arte Ricci Oddi di Piacenza venne rubato il "Ritratto di signora", di Gustav Klimt ma più ritrovato, e la sua sorte è diventata perfino oggetto di leggende.

Fece poi scalpore il furto al Palazzo Ducale di Urbino, nel 1975

I ladri approfittarono delle impalcature e della mancanza di un sistema di allarme per portare via La Muta di Raffaello, La Madonna di Senigallia e La Flagellazione di Piero della Francesca. La vicenda è stata degna di essere il 'plot' di un film per come si è svolta: si scoprì che il colpo era stato ad opera di un falegname di Pesaro, non di una banda di professionisti come sembrava in un primo momento. Lui venne fermato ma le opere erano in mano ai suoi complici. I malviventi caddero poi nella trappola dei carabinieri e i dipinti tornarono al loro posto, accolti al Palazzo Ducale da una folla festante.

Tra i casi a lieto fine, c'è quello più famoso e che riguarda il quadro più celebrato del mondo, la Gioconda. Vero che successe a Parigi ma l''autore del furto e il quadro erano italiani. Nel 1911 un giovane imbianchino italiano Vincenzo Peruggia, che aveva lavorato al Louvre rubò il capolavoro di Leonardo dalle sale del Museo. Si chiuse in uno sgabuzzino e poi ne uscì, s'approprio' del dipinto, lo nascose nel cappotto e se ne andò indisturbato. Lo staff del Museo si accorse della scomparsa della Monna Lisa solo la mattina seguente. Scattarono le indagini: Peruggia fu scoperto e l'opera recuperata, ma prima che tornasse al proprio posto passarono due anni. 

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps

C’è un filo che unisce la crisi di una piccola multiutility ligure nei primi Anni 2000 alle acrobazie finanziarie di una società di energie rinnovabili quotata all’AIM di Borsa Italiana, a Mps. Quel filo ha un nome: Pierluigi Tortora.

Il caso Acam, i derivati e la crisi del 2008

Derivati, sindaci e azioni di responsabilità: Acam era la società partecipata dal Comune di La Spezia che gestiva i servizi pubblici locali per i comuni della provincia: acqua, gas, rifiuti, insomma una multiutility. Tortora ne era l’amministratore delegato. Nel marzo 2008, in piena euforia finanziaria pre-crisi subprime, la società sottoscrisse contratti derivati che, come è facile intuire, non sono proprio il core business per una società di servizi pubblici locali. Quando i mercati crollarono all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, quei contratti si dimostrarono rovinosi e Acam si trovò esposta a perdite difficilmente recuperabili, con un bilancio sostanzialmente avviato verso il dissesto. La reazione dei Sindaci della società non tardò. E nell’aprile 2010, l’assemblea dei soci deliberò la denuncia nei confronti dell’ormai ex amministratore delegato, avviando un’azione di responsabilità proprio per la vicenda dei contratti derivati. L’assessore alla Riorganizzazione delle società partecipate Davide Natale e il sindaco di La Spezia Massimo Federici riferirono in commissione consiliare della volontà di verificare anche gli altri anni della gestione Tortora, affidando l’incarico a tre professionisti esterni con il mandato di esaminare bilanci e atti gestionali alla ricerca di ulteriori responsabilità. Il consigliere comunale Giacomo Gatti, nel gennaio 2011, presentò una formale interrogazione chiedendo aggiornamenti: quando fosse stato presentato l’atto di citazione nei confronti di Tortora per la vicenda dei derivati, quante udienze si fossero tenute, e quando i tre professionisti incaricati di verificare i bilanci degli anni passati avrebbero consegnato i loro risultati. La domanda sottintendeva un’insoddisfazione: i tempi si allungavano, le risposte scarseggiavano e intanto, come detto, il denaro della gestione Tortora appariva difficilmente recuperabile. Nel frattempo furono avviate diverse azioni di responsabilità, anche da Iren che ha poi acquisito alcune attività di Acam, conclusesi nel 2023 senza il riconoscimento dei danni richiesti a Tortora.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Pierluigi Tortora nel 2008 (Imagoeconomica).

Il ritorno nelle rinnovabili con PLT Energia

Crescita, debiti e leva finanziaria chiusa (o congelata) la stagione ligure, Tortora è riemerso nel settore delle energie rinnovabili. Fonda a Cesena PLT Energia, holding di partecipazioni attiva nello sviluppo e nella gestione di impianti eolici, fotovoltaici e a biomasse, e nel 2014 arriva a quotarla sull’AIM di Borsa Italiana. L’83,6 per cento del capitale sociale risultava intestato alla Sired, fiduciaria del gruppo Intesa Sanpaolo. Il modello di business era ambizioso: decine di impianti distribuiti tra Basilicata, Calabria e Puglia, ricavi cresciuti grazie agli incentivi pubblici, e una capacità installata che nel 2017 superava i 200 megawatt. Ma era la struttura finanziaria a destare perplessità. A fine 2017 l’indebitamento finanziario netto consolidato raggiunse 226 milioni di euro contro un patrimonio netto di circa 42 milioni: i debiti erano pari a circa cinque volte i mezzi propri.

La nuova holding PLT Wind

Nel 2018 arrivò l’operazione che peggiorò ulteriormente la situazione. PLT Energia costituì una nuova holding, PLT Wind, cui conferì nove impianti eolici da 110,6 megawatt, e la finanziò con uno strumento ibrido da 162 milioni strutturato da UniCredit: un project bond da 60 milioni a 15 anni e un prestito bancario da 102 milioni. Entrambe le operazioni erano classificate come senior secured, riservate cioè a soggetti il cui merito di credito è considerato non investment grade, ovvero rischioso. I numeri di PLT Wind erano eloquenti. La posizione finanziaria netta della società era negativa per 160 milioni a fronte di un patrimonio netto di 24 milioni: per ogni euro di capitale proprio, la società aveva contratto 6,6 euro di debito. Nel novembre 2021 la holding sottoscrisse sempre con UniCredit, la Bei e Cdp un contratto di finanziamento per 92,3 milioni per la realizzazione di progetti eolici per una capacità pari a 95 MW. A rendere il quadro ancora più colorito, PLT Energia era anche lo sponsor principale del Cesena Calcio tramite la controllata PLT Puregreen, e aveva ricevuto in passato finanziamenti dalla ex Cassa di Risparmio di Cesena. Calcio, incentivi pubblici e debiti a leva: un combinato disposto, del resto simile a quello sperimentato a Siena prima della grande crisi, che non mancò di suscitare commenti critici nell’ambiente finanziario locale. Una storia di rapporti e intrecci finanziari che fa riflettere.

LEGGI ANCHE: La lettera di Lovaglio a Mps e la maledizione dell’hybris

La sfida a Mps con la lista Lovaglio

La vicenda di Tortora attraversa due stagioni diverse della finanza italiana. Quella dei derivati nei bilanci delle società partecipate pubbliche degli anni 2000, e quella della finanza di progetto applicata alle rinnovabili nel decennio successivo. Comun denominatore la capacità di attrarre risorse, accedere a strumenti finanziari complessi e gestire asset pubblici, para-pubblici o comunque collegati a concessioni e finanziamenti pubblici, in condizioni di indebitamento strutturalmente elevato. Che dalla Acam di La Spezia alla PLT Wind di Cesena il protagonista sia lo stesso uomo merita più di una riflessione. Non tanto per stabilirne responsabilità, su cui peraltro la magistratura ha fatto il suo corso, quanto per interrogarsi sui meccanismi di selezione nella concessione di finanziamenti: come si fa a guidare una multiutility pubblica verso il dissesto da derivati e, qualche anno dopo, presiedere una società quotata in Borsa con debiti molto superiori al patrimonio, continuando a essere interlocutore riconosciuto di banche e istituzioni? La risposta, probabilmente, dice qualcosa di scomodo non solo su Tortora, ma sul sistema che lo ha reso possibile e che, ancora di recente, ha continuato a finanziarlo. I ben informati dicono che Tortora e la sua PLT hanno circa 150 milioni di affidamenti con Mps. Sarà forse questo il motivo per cui è stato l’unico a rendersi disponibile in vista dell’elezione del nuovo cda a sostenere una lista Lovaglio dopo i tentativi che l’ex ad del Monte aveva fatto con molti fondi che però gli avevano chiuso la porta.

Da Acam a PLT Energia: il caso di Pierluigi Tortora che ora punta a Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Furto d’arte milionario a Parma: rubati un Renoir, un Matisse e un Cezanne

AGI - Un furto di ingente valore ha colpito nei giorni scorsi la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo. Secondo quanto riferito dalla TgR Rai Emilia-Romagna, ignoti si sono introdotti nell’edificio asportando opere d'arte dal valore stimato di diversi milioni di euro.

Inizialmente le segnalazioni riguardavano esclusivamente il quadro "Les Poissons", un olio su tela del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir risalente al 1917 circa. Tuttavia, i successivi rilievi effettuati all'interno della villa-museo hanno rivelato un bilancio ben più grave: a distanza di poche ore dall'accertamento del primo ammanco, è stata confermata la sparizione di altri due capolavori.

Le opere d'arte sottratte

Secondo le prime ricostruzioni riportate dal quotidiano Il Resto del Carlino, i ladri avrebbero colpito la cosiddetta "sala dei francesi", situata al piano superiore della Fondazione. Oltre alla tela di Renoir, mancano all'appello "Natura morta con ciliegie" di Paul Cézanne (1890) "Odalisca sulla terrazza" di Henri Matisse (1922).

Le indagini in corso

Le autorità sono state allertate immediatamente dopo la scoperta del furto. Al momento, il perimetro delle indagini è affidato ai carabinieri, che stanno procedendo con i rilievi scientifici e l'analisi dei sistemi di sorveglianza per risalire all'identità dei responsabili e stabilire l'esatta tempistica dell'intrusione.

Nessuna dichiarazione sulla sicurezza

Non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali in merito a eventuali falle nel sistema di sicurezza della struttura, nota a livello internazionale per la prestigiosa collezione permanente raccolta da Luigi Magnani.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco

La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Una raffineria in Germania (Ansa).

Il Kazakistan e le relazioni con la Russia

Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).

Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino

Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).

La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).

Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio

Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).

L’Asia centrale torna al centro del Great Game

La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori

Non è la macchina che ci spaventa. È quando sbaglia. Chi usa l’intelligenza artificiale ogni giorno non teme davvero di essere sostituito. Teme di essere tradito, di fidarsi quando non dovrebbe, credendo a una risposta solo perché suona plausibile. Ci sono naturalmente differenze geografiche. Nei Paesi occidentali l’IA suscita preoccupazioni, altrove viene vista soprattutto come un’opportunità. Ma non è solo questione di confini. È questione di fiducia e di come interpretiamo ciò che vediamo sullo schermo.

Le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso

Una ricerca di Anthropic, basata su quasi 81 mila interviste in 159 Stati, conferma una cosa semplice. L’ansia non è futuristica, è operativa. Circa un quarto degli intervistati indica come rischio principale le hallucination, cioè errori di fatto, logica o senso. Una quota che sale intorno a un terzo tra chi teme che l’IA ostacoli le decisioni in modo specifico. Il resto viene dopo. Circa uno su cinque indica le ricadute su lavoro e occupazione tra le principali preoccupazioni, altrettanti temono per la propria autonomia di giudizio, e solo uno su sei il rischio di perdere capacità di pensiero critico. Intendiamoci, non si tratta di una gerarchia definitiva, ma di un’indicazione.

Sequenza di risposte coerenti, ma progressivamente errate

Eppure un terzo degli intervistati afferma che l’intelligenza artificiale ha già migliorato il proprio lavoro. Più veloce, più ampio, più produttivo. È l’idea di potenziamento più che di sostituzione. Il confine però resta instabile e quasi uno su cinque sostiene che le promesse non sono state mantenute. L’IA aiuta, ma non sempre, e soprattutto può convincere anche quando sbaglia. Un intervistato parla di «un’allucinazione lenta», una sequenza di risposte coerenti, sicure, ma progressivamente errate. Non un errore evidente, ma un errore che si costruisce nel tempo.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
Intelligenza artificiale che sbaglia (foto creata con Grok).

I due scenari per un finale comunque catastrofico

Non è che prima fosse tutto limpido, sia ben chiaro. Come ci ricorda qualcuno online, «anche le persone allucinano, per ignoranza, incompetenza o intenzione. L’IA aggiunge solo un altro strato». Mentre un altro la butta sul catastrofico: «O l’IA smette di sbagliare e allora milioni perderanno il lavoro, la politica diventerà estrema e il sangue potrebbe scorrere. O non può migliorare e allora distruggiamo migliaia di miliardi di dollari di capitale. Disastro in ogni caso». Che è una tesi perfetta da fine cena, quando nessuno ha davvero voglia di contraddirti.

Quanto siamo disposti a dare credito all’IA?

La verità, più banalmente, è che siamo nel mezzo di una transizione. E che il problema non è tanto quanto l’IA sia intelligente, ma quanto siamo disposti a darle credito. Ed è qui che il discorso si sposta. Non più solo tecnologia, ma epistemologia, se vogliamo usare una parola impegnativa senza sentirci in colpa. Come si distingue il vero dal plausibile, quando il plausibile è scritto meglio del vero? Il paradosso è che proprio chi la usa di più lo sa benissimo. Gli avvocati, per esempio, raccontano di errori diretti, ma anche di benefici altissimi. Insomma, la stessa cosa che ti aiuta è quella che ti frega. Non c’è contraddizione. C’è convivenza.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
Intelligenza artificiale (foto Unsplash).

Ed è forse questa la parte più interessante. Non ci sono solo ottimisti e pessimisti. Ci sono persone che nello stesso momento pensano entrambe le cose: la uso e mi aiuta, la uso e mi preoccupa. Una relazione, più che uno strumento. E la dimensione emotiva è parte di questa storia, anche se spesso viene ignorata.

C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita

Lo studio raccoglie infatti testimonianze di persone che hanno usato l’IA come supporto durante la guerra in Ucraina o per elaborare un lutto. E più in generale, a emergere è un caleidoscopio di possibilità che riguarda le nostre vite. C’è chi la usa per migliorare se stesso o gestire meglio la vita quotidiana, chi la sfrutta per liberare tempo da dedicare a famiglia e hobby, chi la vede come strumento di imprenditorialità e chi se la immagina come una leva per grandi cambiamenti sociali, dalla salute alla giustizia.

Le allucinazioni dell’IA: quando il rischio più grosso è fidarsi degli errori
IA (Igor Omilaev via Unsplash).

Tutte aspirazioni legittime, che parlano di noi e ci mettono allo specchio, mostrando che l’IA non è solo uno strumento, ma un ecosistema cognitivo ed emotivo. Che raccoglie anche questo: «Avevo cominciato a raccontare a Claude cose che non dicevo nemmeno al mio compagno. Come se stessi avendo una relazione.» Come se fosse un amante, insomma. Ma credergli può diventare pericoloso.

Anarchici sfidano il divieto del questore, 91 fermi preventivi

AGI - Sono stati identificati e rilasciati una sessantina di anarchici che questa mattina hanno commemorato a Roma i due militanti morti in seguito all'esplosione di un ordigno in un casale nel Parco degli Acquedotti, nella zona dell'Appio Claudio. Gli attivisti si sono ritrovati intorno alle 9.30 in zona Tuscolana per rendere omaggio a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. Alcuni mazzi di fiori sono stati legati a un palo.

Il presidio, che era stato vietato, si è svolto sotto il controllo di un nutrito schieramento di forze dell'ordine, con diversi mezzi e agenti a cavallo. Digos e Carabinieri di Roma hanno identificato i 58 partecipanti al sit-in ma non ci sono stati fermi.

L'omaggio ai militanti deceduti

Dalle prime ore del mattino, alcune decine di aderenti a movimenti anarchici, provenienti anche da altre province del Paese, hanno raggiunto il Parco degli Acquedotti per un omaggio ai due militanti deceduti il 19 marzo mentre confezionavano un ordigno rudimentale. I gruppi sono stati bloccati su vari ingressi dal contingente del Reparto a cavallo della Polizia di Stato e dai reparti inquadrati delle Forze dell'Ordine.

Fermo preventivo e identificazione

Per 91 persone ritenute pericolose e sospette, valutati i presupposti condivisi dal Pm di turno, è scattato il fermo preventivo come previsto dal nuovo decreto sicurezza. Alcuni avevano il volto coperto e molti hanno rifiutato l'identificazione. I fermati sono stati accompagnati negli uffici della Questura per il fotosegnalamento e l'adozione, ove opportuno, dei fogli di via obbligatori. Le operazioni si sono svolte senza turbative per l'ordine pubblico. 

 

Alessio, il santo dei barboni

AGI - È il santo dei barboni. Alessio per 17 anni ha dormito nel sottoscala. Voleva scomparire da questo mondo per trovare Dio nell’altro. E alla fine il mendicante - nato a Roma nel IV secolo d.C. - pare ci sia riuscito. È salito agli onori degli altari a furor di popolo, è stato proclamato dalla Chiesa protettore degli accattoni (festa il 17 luglio) e nel 1217 papa Onorio III gli ha dedicato una basilica costruita nel quartiere Aventino a Roma, che porta il suo nome e quello del martire Bonifacio.

Il santo sembra un vagabondo dei giorni nostri. Non di quelli che con una mano implorano e con l’altra magari versano soldi sul proprio conto corrente milionario (è successo). Ma di chi preferisce starsene ai margini, rannicchiato sul marciapiede sotto cumuli di coperte perché sgomitare in mezzo alla vita lo disumanizza più della povertà.

Le leggende e le contraddizioni

Va subito detto che sul personaggio di leggende ne fioccano diverse. Ne esistono almeno tre: siriaca, greca e latina. C’è un filo rosso però che le unisce tutte: la trama generale della storia. Punto primo, Alessio avrebbe vissuto sempre nella contraddizione apparente, nel paradosso. Proveniva da una famiglia ricca e famosa (il padre era un senatore dell’impero), eppure ha scelto di essere anonimo e malmesso. Possedeva molto ma si è fatto bastare poco: l’abito vecchio, lo spicciolo nella tasca degli altri, un minimo di carità. Chiedeva l’elemosina e poi dava tutto ai miserabili.

La grande fuga e il prodigio

Secondo, la grande fuga. La tradizione latina racconta che il giorno del suo matrimonio (o della sua prima notte di nozze) il giovane non ce l’ha fatta ad accontentare sposa e genitori. Scappa. Arriva fino a EdessaSiria settentrionale, oggi Turchia - dove trascorre diciassette anni da accattone davanti a una chiesa. Fino al giorno del prodigio, quando la Madonna ritratta in un quadro avrebbe parlato al custode dell’edificio dicendogli di ospitare quell’uomo di Dio.

Il ritorno a Roma e il non riconoscimento

Quindi in giro si comincia a parlare di Alessio il Pio. Però lui non vuole: ha scelto di essere niente e non qualcuno. Così scappa di nuovo. E qui comincia il terzo tempo del film sul santo. Per le strane rotte del destino – si dirà della Provvidenza – il mendicante si ritrova a Roma. E a quale porta va a bussare per chiedere ospitalità? A quella di casa sua. I genitori però non lo riconoscono. Negli anni passati lo hanno fatto cercare ovunque dai loro servi: in città, in Italia, all’estero, fino a Edessa (casualità della leggenda). E ora che lo hanno davanti agli occhi non si accorgono di lui. Un altro paradosso. Il padre non lo caccia, gli offre il sottoscala dove il santo dormirà ogni notte per diciassette anni.

La morte e il rotolo

L’ultimo fotogramma parla di un Alessio stanco, consapevole di essere arrivato al termine della sua vita. E con le forze che gli sono rimaste decide di scriverla. Ci riesce. Poi si abbandonerà alla morte (intorno al 412). Il resto è abbellito dalla meraviglia. L’agiografia dice che sono state le campane di Roma che improvvisamente si sono messe a suonare avvisando della sua dipartita. Nel sottoscala si fiondano tutti, persino il pontefice (qualche fonte parla anche dell’imperatore). Sarà lui a sfilare il rotolo dalla mano di Alessio e a leggere l’odissea.

Il monumento e il paradosso finale

Oggi la storia del venerabile è simboleggiata nel monumento marmoreo del XVIII secolo conservato nella basilica che porta il suo nome (assieme a quello di Bonifacio). Si tratta di un’opera policroma firmata dall’artista berniniano Andrea Bergondi. La scultura immobilizza l’istante tra la vita e la morte: in alto i gradini (conservato anche un frammento dell’antica struttura lignea), sotto il santo disteso e ai lati, a mezz’aria, due angeli che lo assistono nel momento del trapasso. Nella Capitale la chiesa è un luogo ricercato per celebrare il proprio matrimonio, proprio il giuramento che Alessio non ha voluto pronunciare per scegliere di promettere fedeltà a un Altro. Ancora un paradosso.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra

Sicurezza e scorte strategiche. Sono due delle parole chiave che emergono dal nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Cina. Il pensiero va subito all’energia e al petrolio, soprattutto dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Medio Oriente, oppure alla tecnologia e ai microchip, per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Tutto giusto, ma quelle due parole chiave vanno applicate anche a un altro ambito, snodo cruciale della competizione tra Pechino e gli Usa: le terre rare.

Serve un rafforzamento durante turbolenze e incertezze globali

Nel piano quinquennale, approvato durante le recenti “due sessioni” dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo, la Cina pone la «sicurezza dei materiali strategici» sullo stesso livello della sicurezza energetica e alimentare. Questo cambiamento riflette la consapevolezza che, in tempi di turbolenze e incertezze globali, il controllo delle materie prime critiche equivale al controllo delle tecnologie, della produzione industriale avanzata. E, dunque, anche del potere politico.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Il rafforzamento dell’approvvigionamento interno e la creazione di scorte strategiche sono il risultato di una strategia di lungo periodo che Pechino porta avanti da almeno due decenni. Già dallo scorso decennio e dalla prima guerra commerciale lanciata da Donald Trump, la leadership cinese ha identificato con precisione quelli che definisce i «punti deboli» della propria catena di approvvigionamento: la dipendenza da tecnologie straniere, l’esposizione a controlli all’export imposti da altri Paesi e la vulnerabilità a shock geopolitici.

Accumulare risorse minerarie fa parte di una precisa strategia

Allo stesso tempo, Pechino ritiene di avere un’arma fondamentale: le terre rare, appunto. La scelta di accumulare risorse minerarie e rafforzare la produzione domestica è una logica conseguenza di una strategia portata avanti da tempo. Questi elementi, fondamentali per la produzione di magneti permanenti, semiconduttori, batterie e sistemi militari avanzati, sono alla base dell’intera economia digitale e della transizione energetica.

Pechino controlla la produzione globale e anche la raffinazione

Il fatto che la Cina controlli circa il 70 per cento della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione le conferisce un vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. Si tratta di un dominio costruito nel tempo con politiche industriali aggressive, investimenti massicci e una pianificazione statale che ha progressivamente integrato l’intera filiera: estrazione, raffinazione, trasformazione, spedizione. Il tutto anche a costo di un impatto ambientale tutt’altro che banale.

Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno, ma…

Ora Pechino punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, già fondamentale per raggiungere la tregua commerciale con Trump e ottenere concessioni dalla Casa Bianca su dazi e restrizioni all’export di software tech. Il programma cinese segue un doppio binario: diversificare le fonti di approvvigionamento estero (soprattutto attraverso accordi con Paesi africani e altre economie emergenti ricche di risorse naturali), ma anche aumentare la capacità interna di estrazione, lavorazione e stoccaggio, creando una sorta di “cuscinetto strategico” contro eventuali interruzioni delle forniture globali. Come già accade sul commercio, Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno senza però rinunciare a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
L’incontro fra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 (foto Ansa).

La dipendenza occidentale dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità strutturale che Pechino è perfettamente consapevole di poter sfruttare. Complice la recente diminuzione delle esportazioni, gli Stati Uniti dispongono di scorte limitate e potrebbero affrontare carenze critiche in caso di ulteriori restrizioni, con conseguenze dirette sulla produzione di sistemi militari avanzati e tecnologie strategiche.

Trump sigla accordi con Paesi alleati, a partire dal Giappone

In questo senso, le terre rare diventano un efficace strumento di “leva geopolitica”, capace di influenzare mercati ed equilibri globali. Quantomeno fino a quando Washington non sarà in grado di erodere quella dipendenza, come sta provando a fare Trump siglando ambiziosi accordi con una serie di Paesi alleati, a partire dal Giappone.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Il presidente americano Donald Trump con la premier giapponese Sanae Takaichi (foto Ansa).

La strategia cinese si basa anche su una logica economica ben precisa: massimizzare il valore aggiunto interno. Il sistema fiscale incentiva l’esportazione di prodotti finiti piuttosto che di materie prime o semilavorati. Questo significa che la Cina vuole continuare a essere il principale produttore di terre rare, ma intende dominare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di componenti fino ai prodotti finali come veicoli elettrici, dispositivi elettronici e sistemi di difesa. In questo modo, Pechino non solo controlla le risorse, ma cattura anche la maggior parte dei profitti associati alla loro trasformazione.

Gli altri Stati accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative

Si tratta però di una strategia non priva di rischi. Più la Cina spinge sulle terre rare e più gli altri Paesi accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative. Pechino non pare farsi condizionare. La costruzione di nuove catene di approvvigionamento richiederà tempo e ingenti investimenti, ma è inevitabile nel lungo periodo. Xi crede allora che valga la pena massimizzare i vantaggi fino a quando la Cina si trova in una posizione di forza così evidente. C’è peraltro chi è convinto che la guerra in Medio Oriente possa aver offerto a Pechino una nuova leva strategica nei confronti di Washington. Le terre rare, in particolare quelle pesanti come disprosio e terbio, sono infatti utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, sistemi radar, componenti per la guida dei missili e sistemi di propulsione fondamentali nelle armi avanzate statunitensi.

Scorte di terre rare, la leva della Cina per condizionare gli Usa in tempi di guerra
Donald Trump col segretario della Difesa Pete Hegseth (foto Ansa).

Attesa per i prossimi colloqui di metà maggio

Secondo il South China Morning Post, la forte dipendenza di Washington dai minerali cinesi per i suoi sistemi d’arma avanzati significa che Pechino potrebbe di fatto influenzare la durata degli attacchi statunitensi contro l’Iran. È assai probabile che il dossier sia al centro dei prossimi colloqui commerciali tra Pechino e Washington. Soprattutto in vista del summit tra Xi e Donald Trump, posticipato a metà maggio proprio a causa del conflitto.