AGI - Un furto di ingente valore ha colpito nei giorni scorsi la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo. Secondo quanto riferito dalla TgR Rai Emilia-Romagna, ignoti si sono introdotti nell’edificio asportando opere d'arte dal valore stimato di diversi milioni di euro.
Inizialmente le segnalazioni riguardavano esclusivamente il quadro "Les Poissons", un olio su tela del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir risalente al 1917 circa. Tuttavia, i successivi rilievi effettuati all'interno della villa-museo hanno rivelato un bilancio ben più grave: a distanza di poche ore dall'accertamento del primo ammanco, è stata confermata la sparizione di altri due capolavori.
Le opere d'arte sottratte
Secondo le prime ricostruzioni riportate dal quotidiano Il Resto del Carlino, i ladri avrebbero colpito la cosiddetta "sala dei francesi", situata al piano superiore della Fondazione. Oltre alla tela di Renoir, mancano all'appello "Natura morta con ciliegie" di Paul Cézanne (1890) "Odalisca sulla terrazza" di Henri Matisse (1922).
Le indagini in corso
Le autorità sono state allertate immediatamente dopo la scoperta del furto. Al momento, il perimetro delle indagini è affidato ai carabinieri, che stanno procedendo con i rilievi scientifici e l'analisi dei sistemi di sorveglianza per risalire all'identità dei responsabili e stabilire l'esatta tempistica dell'intrusione.
Nessuna dichiarazione sulla sicurezza
Non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali in merito a eventuali falle nel sistema di sicurezza della struttura, nota a livello internazionale per la prestigiosa collezione permanente raccolta da Luigi Magnani.
AGI - Sono stati identificati e rilasciati una sessantina di anarchici che questa mattina hanno commemorato a Roma i due militanti morti in seguito all'esplosione di un ordigno in un casale nel Parco degli Acquedotti, nella zona dell'Appio Claudio. Gli attivisti si sono ritrovati intorno alle 9.30 in zona Tuscolana per rendere omaggio a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. Alcuni mazzi di fiori sono stati legati a un palo.
Il presidio, che era stato vietato, si è svolto sotto il controllo di un nutrito schieramento di forze dell'ordine, con diversi mezzi e agenti a cavallo. Digos e Carabinieri di Roma hanno identificato i 58 partecipanti al sit-in ma non ci sono stati fermi.
L'omaggio ai militanti deceduti
Dalle prime ore del mattino, alcune decine di aderenti a movimenti anarchici, provenienti anche da altre province del Paese, hanno raggiunto il Parco degli Acquedotti per un omaggio ai due militanti deceduti il 19 marzo mentre confezionavano un ordigno rudimentale. I gruppi sono stati bloccati su vari ingressi dal contingente del Reparto a cavallo della Polizia di Stato e dai reparti inquadrati delle Forze dell'Ordine.
Fermo preventivo e identificazione
Per 91 persone ritenute pericolose e sospette, valutati i presupposti condivisi dal Pm di turno, è scattato il fermo preventivo come previsto dal nuovo decreto sicurezza. Alcuni avevano il volto coperto e molti hanno rifiutato l'identificazione. I fermati sono stati accompagnati negli uffici della Questura per il fotosegnalamento e l'adozione, ove opportuno, dei fogli di via obbligatori. Le operazioni si sono svolte senza turbative per l'ordine pubblico.
AGI - È il santo dei barboni. Alessio per 17 anni ha dormito nel sottoscala. Voleva scomparire da questo mondo per trovare Dio nell’altro. E alla fine il mendicante - nato a Roma nel IV secolo d.C. - pare ci sia riuscito. È salito agli onori degli altari a furor di popolo, è stato proclamato dalla Chiesa protettore degli accattoni (festa il 17 luglio) e nel 1217 papa Onorio III gli ha dedicato una basilica costruita nel quartiere Aventino a Roma, che porta il suo nome e quello del martire Bonifacio.
Il santo sembra un vagabondo dei giorni nostri. Non di quelli che con una mano implorano e con l’altra magari versano soldi sul proprio conto corrente milionario (è successo). Ma di chi preferisce starsene ai margini, rannicchiato sul marciapiede sotto cumuli di coperte perché sgomitare in mezzo alla vita lo disumanizza più della povertà.
Le leggende e le contraddizioni
Va subito detto che sul personaggio di leggende ne fioccano diverse. Ne esistono almeno tre: siriaca, greca e latina. C’è un filo rosso però che le unisce tutte: la trama generale della storia. Punto primo, Alessio avrebbe vissuto sempre nella contraddizione apparente, nel paradosso. Proveniva da una famiglia ricca e famosa (il padre era un senatore dell’impero), eppure ha scelto di essere anonimo e malmesso. Possedeva molto ma si è fatto bastare poco: l’abito vecchio, lo spicciolo nella tasca degli altri, un minimo di carità. Chiedeva l’elemosina e poi dava tutto ai miserabili.
La grande fuga e il prodigio
Secondo, la grande fuga. La tradizione latina racconta che il giorno del suo matrimonio (o della sua prima notte di nozze) il giovane non ce l’ha fatta ad accontentare sposa e genitori. Scappa. Arriva fino a Edessa – Siria settentrionale, oggi Turchia - dove trascorre diciassette anni da accattone davanti a una chiesa. Fino al giorno del prodigio, quando la Madonna ritratta in un quadro avrebbe parlato al custode dell’edificio dicendogli di ospitare quell’uomo di Dio.
Il ritorno a Roma e il non riconoscimento
Quindi in giro si comincia a parlare di Alessio il Pio. Però lui non vuole: ha scelto di essere niente e non qualcuno. Così scappa di nuovo. E qui comincia il terzo tempo del film sul santo. Per le strane rotte del destino – si dirà della Provvidenza – il mendicante si ritrova a Roma. E a quale porta va a bussare per chiedere ospitalità? A quella di casa sua. I genitori però non lo riconoscono. Negli anni passati lo hanno fatto cercare ovunque dai loro servi: in città, in Italia, all’estero, fino a Edessa (casualità della leggenda). E ora che lo hanno davanti agli occhi non si accorgono di lui. Un altro paradosso. Il padre non lo caccia, gli offre il sottoscala dove il santo dormirà ogni notte per diciassette anni.
La morte e il rotolo
L’ultimo fotogramma parla di un Alessio stanco, consapevole di essere arrivato al termine della sua vita. E con le forze che gli sono rimaste decide di scriverla. Ci riesce. Poi si abbandonerà alla morte (intorno al 412). Il resto è abbellito dalla meraviglia. L’agiografia dice che sono state le campane di Roma che improvvisamente si sono messe a suonare avvisando della sua dipartita. Nel sottoscala si fiondano tutti, persino il pontefice (qualche fonte parla anche dell’imperatore). Sarà lui a sfilare il rotolo dalla mano di Alessio e a leggere l’odissea.
Il monumento e il paradosso finale
Oggi la storia del venerabile è simboleggiata nel monumento marmoreo del XVIII secolo conservato nella basilica che porta il suo nome (assieme a quello di Bonifacio). Si tratta di un’opera policroma firmata dall’artista berniniano Andrea Bergondi. La scultura immobilizza l’istante tra la vita e la morte: in alto i gradini (conservato anche un frammento dell’antica struttura lignea), sotto il santo disteso e ai lati, a mezz’aria, due angeli che lo assistono nel momento del trapasso. Nella Capitale la chiesa è un luogo ricercato per celebrare il proprio matrimonio, proprio il giuramento che Alessio non ha voluto pronunciare per scegliere di promettere fedeltà a un Altro. Ancora un paradosso.
Sicurezza e scorte strategiche. Sono due delle parole chiave che emergono dal nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Cina. Il pensiero va subito all’energia e al petrolio, soprattutto dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran in Medio Oriente, oppure alla tecnologia e ai microchip, per schermarsi dalle restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate. Tutto giusto, ma quelle due parole chiave vanno applicate anche a un altro ambito, snodo cruciale della competizione tra Pechino e gli Usa: le terre rare.
Serve un rafforzamento durante turbolenze e incertezze globali
Nel piano quinquennale, approvato durante le recenti “due sessioni” dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo, la Cina pone la «sicurezza dei materiali strategici» sullo stesso livello della sicurezza energetica e alimentare. Questo cambiamento riflette la consapevolezza che, in tempi di turbolenze e incertezze globali, il controllo delle materie prime critiche equivale al controllo delle tecnologie, della produzione industriale avanzata. E, dunque, anche del potere politico.
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).
Il rafforzamento dell’approvvigionamento interno e la creazione di scorte strategiche sono il risultato di una strategia di lungo periodo che Pechino porta avanti da almeno due decenni. Già dallo scorso decennio e dalla prima guerra commerciale lanciata da Donald Trump, la leadership cinese ha identificato con precisione quelli che definisce i «punti deboli» della propria catena di approvvigionamento: la dipendenza da tecnologie straniere, l’esposizione a controlli all’export imposti da altri Paesi e la vulnerabilità a shock geopolitici.
Accumulare risorse minerarie fa parte di una precisa strategia
Allo stesso tempo, Pechino ritiene di avere un’arma fondamentale: le terre rare, appunto. La scelta di accumulare risorse minerarie e rafforzare la produzione domestica è una logica conseguenza di una strategia portata avanti da tempo. Questi elementi, fondamentali per la produzione di magneti permanenti, semiconduttori, batterie e sistemi militari avanzati, sono alla base dell’intera economia digitale e della transizione energetica.
Pechino controlla la produzione globale e anche la raffinazione
Il fatto che la Cina controlli circa il 70 per cento della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione le conferisce un vantaggio competitivo difficilmente replicabile nel breve periodo. Si tratta di un dominio costruito nel tempo con politiche industriali aggressive, investimenti massicci e una pianificazione statale che ha progressivamente integrato l’intera filiera: estrazione, raffinazione, trasformazione, spedizione. Il tutto anche a costo di un impatto ambientale tutt’altro che banale.
Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno, ma…
Ora Pechino punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, già fondamentale per raggiungere la tregua commerciale con Trump e ottenere concessioni dalla Casa Bianca su dazi e restrizioni all’export di software tech. Il programma cinese segue un doppio binario: diversificare le fonti di approvvigionamento estero (soprattutto attraverso accordi con Paesi africani e altre economie emergenti ricche di risorse naturali), ma anche aumentare la capacità interna di estrazione, lavorazione e stoccaggio, creando una sorta di “cuscinetto strategico” contro eventuali interruzioni delle forniture globali. Come già accade sul commercio, Xi Jinping intende ridurre la dipendenza dall’esterno senza però rinunciare a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.
L’incontro fra Trump e Xi del 30 ottobre 2025 (foto Ansa).
La dipendenza occidentale dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità strutturale che Pechino è perfettamente consapevole di poter sfruttare. Complice la recente diminuzione delle esportazioni, gli Stati Uniti dispongono di scorte limitate e potrebbero affrontare carenze critiche in caso di ulteriori restrizioni, con conseguenze dirette sulla produzione di sistemi militari avanzati e tecnologie strategiche.
Trump sigla accordi con Paesi alleati, a partire dal Giappone
In questo senso, le terre rare diventano un efficace strumento di “leva geopolitica”, capace di influenzare mercati ed equilibri globali. Quantomeno fino a quando Washington non sarà in grado di erodere quella dipendenza, come sta provando a fare Trump siglando ambiziosi accordi con una serie di Paesi alleati, a partire dal Giappone.
Il presidente americano Donald Trump con la premier giapponese Sanae Takaichi (foto Ansa).
La strategia cinese si basa anche su una logica economica ben precisa: massimizzare il valore aggiunto interno. Il sistema fiscale incentiva l’esportazione di prodotti finiti piuttosto che di materie prime o semilavorati. Questo significa che la Cina vuole continuare a essere il principale produttore di terre rare, ma intende dominare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di componenti fino ai prodotti finali come veicoli elettrici, dispositivi elettronici e sistemi di difesa. In questo modo, Pechino non solo controlla le risorse, ma cattura anche la maggior parte dei profitti associati alla loro trasformazione.
Gli altri Stati accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative
Si tratta però di una strategia non priva di rischi. Più la Cina spinge sulle terre rare e più gli altri Paesi accelerano gli sforzi per sviluppare filiere alternative. Pechino non pare farsi condizionare. La costruzione di nuove catene di approvvigionamento richiederà tempo e ingenti investimenti, ma è inevitabile nel lungo periodo. Xi crede allora che valga la pena massimizzare i vantaggi fino a quando la Cina si trova in una posizione di forza così evidente. C’è peraltro chi è convinto che la guerra in Medio Oriente possa aver offerto a Pechino una nuova leva strategica nei confronti di Washington. Le terre rare, in particolare quelle pesanti come disprosio e terbio, sono infatti utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, sistemi radar, componenti per la guida dei missili e sistemi di propulsione fondamentali nelle armi avanzate statunitensi.
Donald Trump col segretario della Difesa Pete Hegseth (foto Ansa).
Attesa per i prossimi colloqui di metà maggio
Secondo il South China Morning Post, la forte dipendenza di Washington dai minerali cinesi per i suoi sistemi d’arma avanzati significa che Pechino potrebbe di fatto influenzare la durata degli attacchi statunitensi contro l’Iran. È assai probabile che il dossier sia al centro dei prossimi colloqui commerciali tra Pechino e Washington. Soprattutto in vista del summit tra Xi e Donald Trump, posticipato a metà maggio proprio a causa del conflitto.