8 marzo, Meloni: “Costruire un’Italia dove nessuna donna sia costretta a scegliere”

AGI - "Continuare a costruire un'Italia nella quale nessuna donna debba scegliere tra libertà, lavoro, famiglia e realizzazione personale": è l'impegno ribadito dalla premier, Giorgia Meloni, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, segnata da iniziative e manifestazioni da Nord a Sud in una sessantina di 'piazze'. "Il talento, la determinazione e il contributo delle donne sono una forza decisiva per la crescita della Nazione", ha sottolineato la premier che si è detta "fiera" del "livello più alto di sempre di occupazione femminile raggiunto in Italia".

La figlia del presidente della Repubblica, Laura Mattarella, in una rara intervista concessa al Tg3 ha osservato che vi sono stati tanti progressi per le donne, ma "manca ancora molto": "Sulla carta abbiamo una parità piena, ma nei fatti dobbiamo fare ancora tanta strada". Papa Leone ha assicurato "solidarietà" e "preghiera" per le tante donne che "fin dall'infanzia sono ancora discriminate e subiscono varie forme di violenza": "Rinnoviamo l'impegno che per noi cristiani è fondato sul Vangelo per il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna", ha detto all'Angelus.

Le mobilitazioni di 'Non una di meno'

Con lo slogan "le nostre vite valgono. Noi scioperiamo", 'Non una di meno' ha promosso un 'weekend lungo' tra la domenica, con le mobilitazioni in 60 città in tutta Italia, e il lunedì di iniziative a sostegno dello sciopero 'transfemminista' del settore pubblico e privato appoggiato da Cobas, Cgil e altre sigle che coinvolgerà scuola, trasporti e sanità. Nel mirino ci sono le politiche del Governo sul contrasto alla violenza sessuale con l'obiettivo di bloccare "con ogni mezzo" il Ddl Bongiorno.

Le manifestazioni nelle città italiane

A Roma il corteo di Una di Meno è partito nei pressi del Circo Massimo, mentre domani l'appuntamento è alle 9,30 in piazzale Ostiense. A Milano uno striscione rosa con la scritta 'Not in my name. Stop zone rosse. Stop deportazioni' e cartelli con la scritta "disarmiamo guerra e patriarcato" sono stati esposti intorno alla 'Mela reintegrata', la scultura di Michelangelo Pistoletto davanti alla Stazione centrale. Da lì almeno 5mila persone hanno sfilato fino a piazza Fontana. A Napoli un corteo lungo viale Campi Flegrei a Napoli con slogan come "Il mio silenzio non è assenso". A Venezia in 1200 hanno partecipato Corsa Rosa, manifestazione podistica organizzata dalla Uisp tra Mestre e Marghera. A Firenze il presidente della Regione, Eugenio Giani, ha svelato uno striscione a sostegno della battaglia per la libertà in Iran "con le donne sempre più protagoniste".

Polemica a Latina per striscione maschilista

Polemica, infine a Latina, per uno striscione maschilista apparso davanti al Parco Falcone Borsellino con la scritta "Donna: quanto t'abbiamo amato ai bei tempi del patriarcato", firmato dal sedicente gruppo "I nativi". Condanna è stata espressa dalla sindaca Matilde Celentano e la Digos indaga per risalire agli autori.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia

Quando Xu Yangtian è comparso sul palco della Guangdong High-Quality Development Conference, si dice che qualcuno non l’abbia nemmeno riconosciuto. Eppure, è il fondatore di una delle aziende cinesi con maggiore successo globale: Shein

La ricetta di Shein per scalare il mercato globale

Negli ultimi anni, la piattaforma di fast fashion è diventata una delle aziende più influenti nel settore della moda globale, trasformandosi da piccola realtà di e-commerce a gigante internazionale. Il marchio è ormai noto in gran parte del mondo per la sua capacità di produrre e distribuire abiti e accessori a prezzi estremamente competitivi, conquistando soprattutto il pubblico più giovane grazie alla velocità con cui riesce a intercettare le tendenze della moda e portarle sul mercato. Dietro questo successo commerciale, si nasconde una storia complessa fatta di strategie globali, catene di approvvigionamento altamente integrate e un rapporto delicato con la Cina.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
L’inaugurazione di uno store Shein a Parigi (Ansa).

Il rafforzamento del legame con la Cina e il Partito Comunista

Questo rapporto è tornato al centro dell’attenzione dopo una rarissima apparizione pubblica del fondatore della società. Xu, figura da sempre estremamente riservata, ha partecipato a sorpresa alla conferenza sullo sviluppo di alta qualità nella provincia del Guangdong, principale hub produttivo della Cina. L’evento era organizzato dal governo e, durante il suo intervento, Xu ha sottolineato apertamente le radici cinesi dell’azienda esprimendo gratitudine nei confronti delle autorità locali e del Partito comunista per il sostegno fornito nel corso dello sviluppo della società. Le sue dichiarazioni rappresentano un momento significativo nella storia recente dell’azienda perché sembrano segnare un cambiamento nella strategia comunicativa di Shein, che negli ultimi anni aveva cercato di presentarsi sempre più come una piattaforma internazionale di e-commerce con sede a Singapore, riducendo la visibilità delle proprie origini cinesi.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Lo stand Shein alla China International Supply Chain Expo di Pechino nel 2023 (Ansa).

Xu, il «fondatore invisibile» dell’impero del fast fashion

La figura di Xu è peraltro stata a lungo avvolta da una certa aura di mistero. A differenza di altri imprenditori cinesi celebri nel mondo della tecnologia e dell’e-commerce, a partire da Jack Ma, il fondatore di Shein ha mantenuto per lungo tempo un profilo estremamente discreto. Non ama apparire in pubblico, concede raramente interviste e per molti anni l’azienda non ha nemmeno diffuso fotografie ufficiali dell’imprenditore. Proprio per questo motivo, Xu è stato spesso descritto come un «fondatore invisibile», una figura quasi sconosciuta al grande pubblico nonostante il successo globale dell’azienda che ha creato.

Il piano di investimenti per un miliardo e mezzo di dollari

La sua presenza all’evento nel Guangdong ha quindi attirato particolare attenzione. Durante il suo discorso, Xu ha anche annunciato un importante piano di investimento destinato a rafforzare ulteriormente la filiera produttiva dell’azienda sul territorio cinese. L’imprenditore ha infatti promesso di investire 10 miliardi di renminbi nei prossimi tre anni, una cifra pari a circa un miliardo e mezzo di dollari. L’obiettivo di questo investimento è sviluppare una catena di approvvigionamento sempre più avanzata e costruire nella regione un vero e proprio cluster industriale dedicato alla moda, capace di competere su scala globale. Il progetto prevede il potenziamento delle infrastrutture produttive, lo sviluppo di tecnologie digitali per la gestione della catena di approvvigionamento e il rafforzamento delle relazioni con i numerosi fornitori locali che già collaborano con il marchio. Secondo quanto dichiarato dal fondatore, Shein lavora con quasi 10 mila produttori situati nella provincia del Guangdong. Queste aziende, nel loro complesso, impiegano centinaia di migliaia di lavoratori e costituiscono il cuore della rete produttiva che consente alla piattaforma di lanciare continuamente nuovi prodotti sul mercato.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Xu Yangtian (da Instagram).

Le polemiche e le inchieste intorno al marchio

Nonostante il successo commerciale, la crescita di Shein è stata accompagnata da numerose polemiche. Negli ultimi anni l’azienda è stata spesso al centro di inchieste e discussioni riguardanti le condizioni di lavoro nelle fabbriche, l’impatto ambientale del modello di fast fashion e la qualità dei prodotti venduti. Con la sua ascesa, i governi occidentali hanno iniziato a osservare con maggiore attenzione il modello di business dell’azienda. Negli Stati Uniti è stata ad esempio eliminata l’esenzione doganale per le spedizioni di valore inferiore a 800 dollari, una norma che aveva permesso per anni l’ingresso di milioni di pacchi senza il pagamento di dazi. Shein è stata inoltre oggetto di nuove indagini da parte delle autorità europee per verificare possibili violazioni delle normative sui servizi digitali, inclusa la vendita di prodotti illegali e il funzionamento degli algoritmi utilizzati per raccomandare articoli ai consumatori.

Le difficoltà di quotarsi in Borsa a New York e a Londra

Le difficoltà normative e le tensioni geopolitiche rappresentano una sfida importante per il futuro dell’azienda, soprattutto in vista di uno dei suoi principali obiettivi strategici: la quotazione in Borsa. Shein ha tentato inizialmente di realizzare una quotazione a New York, ma il progetto ha incontrato numerosi ostacoli politici e regolatori. Successivamente ha valutato la possibilità di trasferire l’operazione a Londra, ma anche questa ipotesi si è rivelata complessa. Negli ultimi tempi l’attenzione sembra essersi spostata verso Hong Kong, un compromesso tra le esigenze di internazionalizzazione e la necessità di mantenere buoni rapporti con le autorità cinesi. In questo contesto, il sostegno del governo di Pechino diventa un elemento fondamentale, dal momento che le grandi aziende tecnologiche e digitali cinesi devono ottenere l’approvazione delle autorità prima di procedere con una quotazione sui mercati internazionali.

Shein riscopre le origini cinesi: i motivi dietro il cambio di strategia
Una protesta contro il fast fashion a Bruxelles (Ansa).

Il sostegno di Pechino è cruciale per il futuro del gruppo

Alla luce di queste dinamiche, le dichiarazioni di Xu sembrano un segnale politico oltre che economico. Il riconoscimento pubblico del ruolo del governo cinese nello sviluppo dell’azienda potrebbe essere visto come un tentativo di rafforzare il rapporto con le istituzioni nazionali in un momento cruciale per il futuro del gruppo. Anche a costo di rafforzare la convinzione occidentale di un legame stretto col Partito.

L’augurio del Vice Direttore Generale di ACN per la Giornata internazionale della donna

AGI - Un augurio alla parte femminile della società, una riflessione sulla strada percorsa finora e su quanto resta ancora da fare.

È questo il cuore del messaggio di Nunzia Ciardi, Vice Direttore Generale di ACN, in occasione della Giornata internazionale della donna. Una ricorrenza che ha un valore sostanziale, e che è anche occasione per ragionare sul ruolo essenziale che le donne possono svolgere negli ambiti lavorativi tecnologici che stanno trasformando la società.

L’iniziativa si inserisce nelle attività proposte dal CUG – Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni, istituito presso l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

“Le donne hanno percorso tanta strada per riuscire a trovare una parità sostanziale. Nel lavoro, nella vita privata, in tutti gli ambiti delle nostre esistenze. Ma tanta strada ancora c'è da fare. Quindi questa giornata ha ancora un senso preciso” afferma Nunzia Ciardi facendo riferimento al settore della cybersicurezza. E lancia un messaggio alle donne e alle ragazze: “È un campo sul quale si giocherà il futuro delle società. Sono profondamente convinta che vi è un bisogno estremo anche di professionalità umanistiche che sappiano di digitale e di cybersicurezza”, ma conservando quello sguardo complessivo che proprio la formazione umanistica può dare.

“Perché su questo terreno si gioca il destino delle nostre vite, gli scopi ai quali vogliamo arrivare, i limiti che vogliamo mettere alle tecnologie che possono trasformare le nostre società. Le donne in questo possono e devono svolgere un ruolo essenziale con il loro tipo particolare di approccio al lavoro, che è un approccio complessivo ordinato, sensibile”, esortando in conclusione alla capacità di fare squadra per raggiungere traguardi importanti “ma anche per tenere la porta aperta a quelle che verranno”.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?

Probabilmente la serie tivù più interessante degli ultimi mesi non è una serie tivù, ma uno di quei tira e molla tra potenti che alla fine cambia tutto per non cambiare assolutamente niente. La storia dell’acquisizione di Warner Bros. Discovery, cominciata più o meno alla fine del 2025, è stata in grado di appassionare sia gli addetti ai lavori – critici, analisti, imprenditori, investitori di varia natura – sia il pubblico. A un certo punto, chissà come, ne hanno parlato tutti: anche quelli che non si sono mai interessati agli andamenti del mercato né alle pagine di economia. È stato come assistere a una nuova Game of Thrones: niente draghi, niente magia; al posto della Barriera c’era Wall Street e al posto delle Grandi Case i grandi brand.

Per qualcuno Netflix è considerata il male assoluto

Da una parte Netflix, la piattaforma streaming per eccellenza, il simbolo di un nuovo modo di immaginare e, soprattutto, di distribuire film e serie: per più di qualcuno, il male assoluto quando si parla di settima arte. Dall’altra parte, invece, presa dal fuoco incrociato di diverse polemiche politiche, come quella che ha coinvolto – e travolto – il Late Show di Stephen Colbert, cancellato più per fare un piacere al potente di turno che per effettive carenze di share, Paramount Skydance, che non ha mollato la presa nemmeno per un istante. Alla fine Netflix ha fatto un passo indietro, rinunciando a rilanciare per l’ennesima volta l’offerta di Paramount Skydance, e Paramount Skydance si è aggiudicata Warner Bros. Discovery. Tutti felici? Insomma.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
I Warner Bros. Studios in California (foto Ansa).

La paura principale di molti addetti ai lavori

Fino a poco tempo fa, però, non era così. Il 5 dicembre era stata annunciata in modo abbastanza definitivo la chiusura dell’accordo tra Netflix e Warner Bros. Discovery per circa 83 miliardi di dollari. Una cifra che, fino a quel momento, sembrava assolutamente impossibile da battere. Netflix non è mai stata interessata ai canali di Warner Bros. Discovery, ma solo alla sua piattaforma streaming, HBO Max, e ai suoi studios. La paura di molti addetti ai lavori davanti a questo accordo è sempre stata una: i film di Warner Bros. non usciranno più al cinema ma direttamente in streaming; oppure, se usciranno al cinema, ci rimarranno per pochissimo tempo, in finestre distributive decisamente più brevi e contenute.

Paramount è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo

Nonostante le tante – e fiacche – rassicurazioni di Ted Sarandos, il co-ceo di Netflix, le discussioni non si sono calmate e hanno permesso a Paramount Skydance di rimanere in pista. Anzi, per qualcuno è diventata addirittura il “male necessario” da sostenere. Dopo due nuove offerte rifiutate da Warner Bros. Discovery, ne è arrivata un’altra di 111 miliardi di dollari che è stata, infine, accettata. Netflix ha avuto quattro giorni per rilanciare, ma ha preferito tirarsi indietro perché non ha trovato più interessante l’affare. Contrariamente a Netflix, Paramount Skydance è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo, compresi i canali come la Cnn e la parte di società impegnata nell’intrattenimento generalista, da televisione lineare.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
Il co-ceo di Netflix Ted Sarandos (foto Ansa).

I 2,8 miliardi di dollari come penale e le azioni in crescita

Quasi paradossalmente, a guadagnarci davvero da questo accordo, per il momento, sembra essere la stessa Netflix, che riceverà 2,8 miliardi di dollari da Paramount Skydance come penale per la rottura dell’accordo iniziale stipulato con Warner Bros. Discovery. Senza poi considerare un altro fattore: le azioni di Netflix, dopo la decisione di lasciar perdere l’acquisizione, sono tornate a crescere. Segno che gli investitori e gli azionisti hanno voluto premiare la lungimiranza della classe dirigente di non lanciarsi nell’ennesima, e molto probabilmente controproducente, lotta nel fango. Secondo alcune indiscrezioni, per la chiusura definitiva dell’accordo tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance ci vorranno tra i sei e i 12 mesi e le piattaforme streaming dei due gruppi, rispettivamente HBO Max e Paramount+, finiranno per essere inglobate in un’unica realtà, garantendo però a HBO, presa come brand e come studio di produzione, di mantenere la sua indipendenza.

L’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand

Chiaramente questo accordo ha avuto, e continuerà ad avere, altri effetti sull’industria audiovisiva americana e, conseguentemente, mondiale. Perché quello che si prepara a nascere è l’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand. Probabilmente il soggetto più forte, sia come offerta che per la quantità di proprietà intellettuali possedute, del mercato. Per certe cose, anche più di Disney.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
L’entrata dei Paramount Studios a Los Angeles (foto Ansa).

C’è, poi, un’altra questione, che è passata spesso in secondo piano, specialmente durante le proteste di artisti e creativi davanti alla possibilità di vedere i film della Warner Bros. distribuiti esclusivamente in streaming su Netflix: Paramount Skydance, molto vicina al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e a una certa fetta di repubblicani, avrà dalla sua un potere e un peso mediatico assolutamente impossibili da sottovalutare o da ignorare.

Tanti dubbi da un punto di vista puramente editoriale

Nonostante le tantissime premesse e promesse degli ultimi mesi, gli unici ad aver saputo approfittare di questo “scontro” – le virgolette sono obbligatorie – tra Netflix e Paramount Skydance sono stati i dirigenti di Warner Bros. Discovery, che hanno visto aumentare a dismisura, in tempi relativamente brevi, le proposte di acquisizione. Da un punto di vista puramente editoriale, dunque non produttivo o economico, non ci sono state né rassicurazioni né tantomeno nuove idee. È un mondo vecchio che si comprime e si ripiega su se stesso, che spende soldi, che prova a investirli, ma che non porta a nessun vero mutamento dell’industria o del sistema che la controlla. Ed è incredibile come tutte le voci contrarie all’acquisizione da parte di Netflix ora si siano spente o comunque non facciano più così tanto rumore. Per qualcuno, evidentemente, il cinema è salvo. La realtà, però, dice altro; dice, cioè, che alla fine è sempre e solo una questione di soldi. Non di arte, non di aspirazioni: di soldi.

8 marzo, Poste italiane pioniera dell’emancipazione femminile

Nel 2026, a 80 anni dal referendum del 1946, l’8 marzo richiama una svolta storica, vale a dire il primo voto delle donne italiane, tappa fondamentale dell’emancipazione femminile. Un cammino al quale il Paese è giunto anche grazie a un sempre maggiore ruolo delle donne nel mondo del lavoro. E, in questa storia, le Poste italiane hanno avuto un ruolo significativo.

Le prime telegrafiste nel 1863

L’esordio del lavoro femminile nelle Poste risale al 1863, quando le donne iniziarono a operare come ausiliarie telegrafiste. Già dal 1865 furono impiegate negli uffici postali come portalettere e gerenti di ricevitorie, inizialmente nei piccoli centri rurali e poi anche nelle città, dove il mestiere della portalettere divenne quasi “alla moda”. L’ingresso delle donne nelle Poste rappresentò un fatto innovativo, uno dei primi accessi strutturati delle donne al lavoro statale. Non mancavano, tuttavia, le limitazioni imposte dalla cultura dell’epoca. Tra queste l’obbligo di nubilato, perché si riteneva che il ruolo di moglie e madre fosse incompatibile con un’attività lavorativa. Anche dopo l’abolizione di questo vincolo, alla fine dell’Ottocento, il lavoro della donna sposata restava subordinato all’autorizzazione del marito (come previsto dall’istituto dell’autorizzazione maritale presente nel primo Codice civile del Regno d’Italia del 1865). Eppure, la presenza femminile continuò a crescere, soprattutto nel ruolo di telegrafista, attività ritenuta più “consona” perché svolta in ambienti separati e sotto la direzione di altre donne. Tra il 1874 e il 1877 anche la scrittrice e giornalista Matilde Serao lavorò come telegrafista alle Poste centrali di Napoli, esperienza che ispirò la novella Telegrafi dello Stato – sezione femminile.

Le guerre e la svolta

Durante la Prima guerra mondiale, le donne furono chiamate a sostituire gli uomini partiti per il fronte, assumendo anche la responsabilità di uffici postali e telegrafici di rilievo. L’efficienza dimostrata contribuì a un cambiamento normativo importante, ovvero l’abolizione dell’autorizzazione maritale (1919). Un processo che si consolidò durante la Seconda guerra mondiale, quando le donne tornarono a ricoprire ruoli chiave nelle Poste, mantenendo spesso le loro posizioni anche dopo il rientro degli uomini dal fronte. Negli Anni 50 la presenza femminile aumentò ulteriormente, accompagnando la modernizzazione del Paese. Da lì in poi iniziarono a ricoprire ruoli sempre più importanti.

La presenza femminile oggi

Oggi la forte presenza femminile è uno dei tratti identitari di Poste Italiane. Il 53 per cento degli oltre 120 mila dipendenti è donna, così come il 46 per cento dei quadri e dirigenti e il 44,5 per cento dei componenti del consiglio d’amministrazione. È donna il 60 per cento dei direttori dei quasi 13 mila uffici postali presenti in Italia, la rete capillare su cui l’azienda ha costruito nel tempo la propria storia e la propria forza. Anche tra i neoassunti la presenza femminile è significativa, tanto che il 47 per cento dei nuovi ingressi è composto da donne. Per sostenere il lavoro femminile, Poste Italiane ha introdotto diverse policy tra cui la politica di sostegno alla genitorialità attiva, che offre anche percorsi di sostegno e sviluppo per il benessere individuale e organizzativo. Nell’ambito del welfare, il Gruppo garantisce misure avanzate per la genitorialità tra cui congedi più ampi di quelli previsti dalla legge, un’indennità pari al 100 per cento dello stipendio durante maternità e paternità e programmi di coaching dedicati alle neomamme. La politica sulla genitorialità mira anche a promuovere la genitorialità condivisa, coinvolgendo i padri e potenziando i meccanismi di conciliazione famiglia-lavoro.

I riconoscimenti ottenuti

Negli ultimi anni, il Gruppo Poste Italiane ha ottenuto riconoscimenti che lo collocano ai vertici del panorama nazionale, dall’attestazione ISO 30415 sulla Diversity & inclusion all’Equal salary per l’equità retributiva fino alla UNI/PdR 125 per la parità di genere.

Dalla Real Colonia al futuro: a San Leucio rinasce l’eredità della parità di genere

AGI - La più grande celebrazione dell’eccellenza femminile a livello globale che ha visto in programma per tre giorni, da venerdì 6 a domenica 8 marzo 2026, convergere a Caserta alcune tra le più grandi testimonial ed eccellenze di ogni settore: scrittrici, giornaliste, docenti, artiste, critiche letterarie, professioniste di varie discipline, ma anche content creator e protagoniste della comunicazione digitale.

Tra gli spazi dell’Archivio di Stato della Reggia di Caserta e il Belvedere di San Leucio, il festival internazionale “Caserta, la città delle donne”, organizzato dalla Fondazione Orizzonti, è stata dedicata al protagonismo femminile e alle politiche per l’uguaglianza.

 

 

L'eredità storica della parità di genere a San Leucio

Il progetto si basa su una storia che ha ben 250 anni, quando nella Real Colonia di San Leucio venne sancita per la prima volta al mondo la parità di genere. La parità non venne sancita solo come principio, ma applicata producendo risultati straordinari. Il Codice di San Leucio, che seguì alla fondazione della Real Colonia, è il primo impianto giuridico al mondo nel quale viene sancita la parità di genere. Pose la figura femminile al centro di un sistema di sviluppo integrato, produsse risultati straordinari, rendendo San Leucio un esempio di progresso civile, economico e industriale senza precedenti in Europa.

Temi e riflessioni del festival

Ed è proprio rinnovando l'eredità storica di Caserta che nella tre giorni del Festival si è sviluppato un grande racconto fatto di culturacomunitàcreativitàriflessione e bellezzaBilanci e sfide del gender gap, visioni, diritti e futuro al femminile. Ma anche le donne in prima linea, la leadership femminile, fino alla problematica dei femminicidi.

La chiusura del festival e la scoperta del codice

A chiudere oggi il Festival, nella giornata dell’8 marzo, il panel “Ridurre le distanze” con la presidente della Fondazione Marisa BellisarioLella Golfo, e Anna Rossomando, Wanda Ferro, Enzo Battarra. “Per me - ha detto la presidente della Fondazione Bellisario, Lella Golfo - è stata una scoperta fantastica quella del Codice che aveva visto proprio nel borgo di San Leucio, nel 1776, la proclamazione della parità di genere da parte di Ferdinando IV di Borbone”.

 

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni

Dimenticate la stretta di mano tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quella foto, in cui si impegnavano entrambe a dar corso alla legge sul consenso libero e attuale, rimarrà l’immagine di un fallimento del dialogo fra le donne più rappresentative di questa legislatura, e con essa anche il crollo delle speranze di tante, troppe donne vittime di violenza. Negli ultimi giorni il cosiddetto ddl stupri, tornato al centro del dibattito politico, ha riacceso uno scontro che va ben oltre il perimetro tecnico della riforma dell’art. 609-bis del Codice penale. A infiammare ulteriormente il confronto sono state anche le dichiarazioni di Meloni, che ha criticato apertamente una parte del movimento femminista e il sistema delle quote rosa, definendoli strumenti spesso «ideologici» e non sempre efficaci nel garantire una reale parità.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
La stretta di mano tra Elly Schlein e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Perché il ddl stupri è così divisivo

Il disegno di legge interviene sulla disciplina dei reati di violenza sessuale con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, accelerare i tempi delle indagini e irrigidire alcune misure cautelari. In realtà, ancora una volta, l’onere della prova ricade sulla vittima. Non si affrontano in modo strutturale e culturale quelle che sono le radici della violenza maschile contro le donne. Non ci sono investimenti adeguati in formazione, scuola, servizi sociali, con il risultato che avrà un impatto limitato sul fenomeno, spingendo le donne a non denunciare più le violenze subite. Il governo sostiene che il provvedimento rappresenti un passo avanti concreto contro la violenza di genere, mentre parte delle opposizioni e diverse associazioni lo giudicano, oltre che insufficiente, sbilanciato su una logica esclusivamente repressiva. «Senza consenso è stupro» è lo slogan attorno al quale decine di migliaia di donne e uomini si sono radunati nelle piazze italiane.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
Giulia Bongiorno in Aula al Senato (Ansa).

Meloni all’attacco delle femministe

Nel pieno delle polemiche, Giorgia Meloni ha contestato poi quella che ha definito una narrazione ideologica di una parte del femminismo italiano. La premier ha rivendicato un approccio concreto e istituzionale al tema della violenza di genere, sostenendo che la lotta non debba essere monopolizzata da una sola visione culturale. D’altronde, Meloni ha più volte affermato di non sentirsi rappresentata da certo femminismo contemporaneo, pur riconoscendo la centralità del tema dei diritti delle donne. E c’è chi legge nelle sue dichiarazioni un tentativo di delegittimare il ruolo storico dei movimenti femministi nel conquistare diritti fondamentali. Una interpretazione frutto anche delle critiche della presidente del Consiglio alla questione delle quote rosa, che in Italia hanno trovato applicazione in diversi ambiti, dalla rappresentanza politica ai consigli di amministrazione delle società quotate. Per Meloni le quote non sono la soluzione strutturale al problema della sottorappresentanza femminile ma, anzi, sostiene che si possano trasformare in un meccanismo «imposto dall’alto», anziché frutto di un cambiamento culturale e meritocratico. Eppure, senza le quote – nate per riequilibrare un sistema storicamente sbilanciato – il divario tenderebbe a perpetuarsi.

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Corteo contro la violenza maschile sulle donne e di genere organizzato da Non Una Di Meno a Torino (Ansa).

L’eliminazione delle Consigliere per la parità

Il confronto sul ddl stupri appare quindi come la punta dell’iceberg di una frattura più ampia: da un lato un governo che rivendica un approccio pragmatico e normativo; dall’altro movimenti e opposizioni che chiedono un intervento più radicale e culturale. Ma non finisce qui perché, mentre al Parlamento europeo è stata presentata la Strategia di genere 2026-30, l’Italia resta all’ultimo posto tra i Paesi Ue sul divario occupazionale di genere. A ciò aggiungiamo l’ultima idea avuta dal duo Meloni-Roccella che, alla vigilia delle celebrazioni dell’8 Marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati hanno presentato un decreto-legge per cancellare le Consigliere per la parità di genere in ambito lavorativo. Un istituto su base regionale che forma, tutela e aiuta donne lavoratrici vittime di discriminazione, accentrando tutto in un unico organismo con sede a Roma e condannando, così, migliaia di donne all’invisibilità.

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Giorgia Meloni con Eugenia Roccella (Imagoeconomica).

Femminile Sovranista: tre P che ci condannano al passato

Nel frattempo, il dibattito continua a polarizzare l’opinione pubblica, confermando che i temi dei diritti e della parità di genere restano uno dei terreni più sensibili e divisivi. Non a caso è diventato oggetto di numerosi libri, uno dei quali dedicato proprio alle politiche di genere messe in atto dal primo governo guidato da una donna in 80 anni di storia repubblicana. In Femminile Sovranista, Giorgia Meloni e il corpo delle donne (Tab edizioni), l’autrice Caterina D’Ambrosio mette insieme una serie di provvedimenti che riguardano la popolazione femminile del nostro Paese per raccontare come il corpo delle donne sia diventato terreno di scontro politico.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
Femminile sovranista di Caterina D’Ambrosio (Tab edizioni).

Dal lavoro alla famiglia, dai femminicidi agli attacchi alla legge 194, D’Ambrosio spiega attraverso la regola delle tre P (patria, populismo, pena) un approccio anacronistico rispetto alla realtà fatta ancora di donne costrette ad accettare part-time involontario, o a fare zig-zag tra le poche e insufficienti misure a sostegno delle famiglie che non sono più solo in bianco e nero ma che hanno mille colori. Il carico di cura continua a pesare soprattutto sulle loro spalle e le costringe a un funambolismo quotidiano nel raggiungimento della piena emancipazione. Il lavoro è un miraggio, il fenomeno (tutto culturale) dei femminicidi occupa le prime pagine dei giornali per poche ore tra slogan e dichiarazioni di intenti, ma il metodo scelto dal governo per combatterlo è solo punitivo. Una cassetta degli attrezzi per comprendere, al di là degli slogan, le trasformazioni del mondo in cui le donne italiane cercano di muoversi, costruire e affermarsi.

Ddl stupri, quote rosa, femminismo: i diritti delle donne nell’era Meloni
Manifestazione in difesa della legge 194 (Imagoeconomica).

8 marzo, Non una di meno in 60 piazze. 48 ore di cortei e scioperi

AGI - Le mimose, gli spot, le attenzioni, qualche festa, ma poi i numeri raccontano un 8 marzo diverso, fatto di differenze, gap e vuoti ancora tutti da colmare. Ma se la percezione sociale osserva positivamente i cambiamenti in corso, i dati definiscono un quadro in cui il progresso, pur costante, procede a velocità ridotta rispetto ai partner europei. Secondo il Gender Equality Index 2025 dell'EIGE (Istituto Europeo per l'Uguaglianza di Genere), l'Italia ha raggiunto un punteggio di 61,9 su 100, posizionandosi al 12° posto nell'Unione Europea. Sebbene il punteggio sia cresciuto di quasi 10 punti dal 2015, il Paese rimane al di sotto della media UE (70,2), evidenziando divari strutturali persistenti.

I dati ISTAT aggiornati al 2024-2025 indicano che il tasso di occupazione femminile si attesta intorno al 52,5%, contro il 70,4% maschile. Uno dei nodi critici è il part-time involontario, che coinvolge l'8,6% delle lavoratrici rispetto al 2,5% degli uomini.

Divari salariali e carico del lavoro di cura

Sul fronte salariale, il gender pay gap complessivo nel settore privato è stimato al 17%, ma tende ad ampliarsi significativamente con l'avanzare della carriera (superando il 30% nelle fasce apicali) a causa del cosiddetto "soffitto di cristallo". Un fattore determinante rimane il carico del lavoro di cura: le donne dedicano in media 4 ore e 37 minuti al giorno a compiti domestici non retribuiti, a fronte dell'ora e 48 minuti degli uomini.

Interventi normativi per la parità di genere

Negli ultimi anni, il quadro normativo ha visto interventi mirati a ridurre queste disparità:
Certificazione della Parità di Genere: Introdotta per incentivare le imprese (tramite sgravi contributivi e premialità nei bandi pubblici) ad adottare politiche trasparenti su carriere e salari.
Trasparenza Salariale: In recepimento della direttiva UE, sono in fase di attuazione nuovi obblighi per le aziende con oltre 150 dipendenti, volti a rendere pubblici i livelli retributivi e colmare i divari ingiustificati.
Sostegno alla genitorialità: Il PNRR ha stanziato fondi per l'estensione dei servizi educativi per l'infanzia, con l'obiettivo di raggiungere una copertura del 50% per gli asili nido entro il 2026, riducendo l'ostacolo principale al rientro al lavoro delle madri.
Contrasto alla violenza: Il rafforzamento del "Codice Rosso" e l'adozione della prima Direttiva UE sulla lotta alla violenza contro le donne (2024) hanno potenziato le tutele giuridiche e i meccanismi di prevenzione.

Eventi e sciopero nazionale per l'8 e 9 marzo

In questo scenario si inseriscono le mobilitazioni e le istanze della società civile previste per le prossime giornate.

Una due giorni di iniziative, sit-in manifestazioni, cortei e gare podistiche per celebrare la Festa della donna tra domani, domenica 8 marzo, e lunedì 9 quando scatterà lo sciopero nazionale del settore pubblico e privato appoggiato dai Cobas, CGIL e altre sigle che coinvolgerà scuola, trasporti e sanità. Con lo slogan "le nostre vite valgono. Noi scioperiamo", 'Non una di meno' ha promosso un 'weekend lungo' tra domenica, con le mobilitazioni in 60 città in tutta Italia, e il lunedì di iniziative a sostegno dello sciopero transfemminista. Nel mirino ci sono le politiche del Governo sul contrasto alla violenza sessuale ed economica nei confronti delle donne e delle categorie più colpite dall'inflazione provocata dalla guerra con l'obiettivo di bloccare "con ogni mezzo" il DDL Bongiorno. I cortei denunceranno anche la guerra all'Iran, i bombardamenti sul Libano e il possibile uso delle basi in Italia da parte degli americani.

Le iniziative a Roma

A Roma il corteo di Una di Meno per l'8 marzo partirà alle 17 in piazza Ugo La Malfa, nei pressi del Circo Massimo, mentre lunedì l'appuntamento è alle 9,30 in piazzale Ostiense. Sempre nella Capitale, alle 19 di domenica alla Nuvola di Fuksas verrà aperta la mostra fotografica "Women for Women Against Violence" ideata dall'Associazione Consorzio Umanitas per affrontare le principali emergenze che colpiscono il mondo. Si tratta di 21 ritratti fotografici di grande formato raccontano storie vere di donne che hanno vissuto la violenza o il tumore al seno femminile: la violenza di genere e il tumore al seno.

Manifestazioni a Milano, Genova e Napoli

A Milano per l'8 marzo si terrà una manifestazione alle 15 in Piazza Duca d'Aosta e lunedì alle 9,30 un corteo studentesco a sostegno dello sciopero partirà da Largo Cairoli. A Genova il corteo partirà lunedì alle 18 di lunedì da via Fanti d'Italia per arrivare a piazza Matteotti. A Napoli la partenza è fissata alle 15 da Porta Capuana.

Dettagli e disagi dello sciopero

Lo sciopero di lunedì potrebbe causare disagi. Sul fronte dei trasporti l'agitazione è supportata da Slai-Cobas e la durata prevista è di 24 ore. Saranno garantiti i servizi minimi e le fasce di garanzia, che variano di città in città. Per quanto riguarda la scuola è invece la CGIL ad aver proclamato una giornata di astensione dal lavoro per il personale degli istituti scolastici, università, ricerca, formazione professionale e scuole non statali. Nella stessa giornata incroceranno le braccia lavoratrici e lavoratori del terziario, turismo e servizi, fa sapere la Filcams CGIL nazionale. Nella sanità pubblica lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo.