Dimenticate la stretta di mano tra la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quella foto, in cui si impegnavano entrambe a dar corso alla legge sul consenso libero e attuale, rimarrà l’immagine di un fallimento del dialogo fra le donne più rappresentative di questa legislatura, e con essa anche il crollo delle speranze di tante, troppe donne vittime di violenza. Negli ultimi giorni il cosiddetto ddl stupri, tornato al centro del dibattito politico, ha riacceso uno scontro che va ben oltre il perimetro tecnico della riforma dell’art. 609-bis del Codice penale. A infiammare ulteriormente il confronto sono state anche le dichiarazioni di Meloni, che ha criticato apertamente una parte del movimento femminista e il sistema delle quote rosa, definendoli strumenti spesso «ideologici» e non sempre efficaci nel garantire una reale parità.

Perché il ddl stupri è così divisivo
Il disegno di legge interviene sulla disciplina dei reati di violenza sessuale con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, accelerare i tempi delle indagini e irrigidire alcune misure cautelari. In realtà, ancora una volta, l’onere della prova ricade sulla vittima. Non si affrontano in modo strutturale e culturale quelle che sono le radici della violenza maschile contro le donne. Non ci sono investimenti adeguati in formazione, scuola, servizi sociali, con il risultato che avrà un impatto limitato sul fenomeno, spingendo le donne a non denunciare più le violenze subite. Il governo sostiene che il provvedimento rappresenti un passo avanti concreto contro la violenza di genere, mentre parte delle opposizioni e diverse associazioni lo giudicano, oltre che insufficiente, sbilanciato su una logica esclusivamente repressiva. «Senza consenso è stupro» è lo slogan attorno al quale decine di migliaia di donne e uomini si sono radunati nelle piazze italiane.

Meloni all’attacco delle femministe
Nel pieno delle polemiche, Giorgia Meloni ha contestato poi quella che ha definito una narrazione ideologica di una parte del femminismo italiano. La premier ha rivendicato un approccio concreto e istituzionale al tema della violenza di genere, sostenendo che la lotta non debba essere monopolizzata da una sola visione culturale. D’altronde, Meloni ha più volte affermato di non sentirsi rappresentata da certo femminismo contemporaneo, pur riconoscendo la centralità del tema dei diritti delle donne. E c’è chi legge nelle sue dichiarazioni un tentativo di delegittimare il ruolo storico dei movimenti femministi nel conquistare diritti fondamentali. Una interpretazione frutto anche delle critiche della presidente del Consiglio alla questione delle quote rosa, che in Italia hanno trovato applicazione in diversi ambiti, dalla rappresentanza politica ai consigli di amministrazione delle società quotate. Per Meloni le quote non sono la soluzione strutturale al problema della sottorappresentanza femminile ma, anzi, sostiene che si possano trasformare in un meccanismo «imposto dall’alto», anziché frutto di un cambiamento culturale e meritocratico. Eppure, senza le quote – nate per riequilibrare un sistema storicamente sbilanciato – il divario tenderebbe a perpetuarsi.

L’eliminazione delle Consigliere per la parità
Il confronto sul ddl stupri appare quindi come la punta dell’iceberg di una frattura più ampia: da un lato un governo che rivendica un approccio pragmatico e normativo; dall’altro movimenti e opposizioni che chiedono un intervento più radicale e culturale. Ma non finisce qui perché, mentre al Parlamento europeo è stata presentata la Strategia di genere 2026-30, l’Italia resta all’ultimo posto tra i Paesi Ue sul divario occupazionale di genere. A ciò aggiungiamo l’ultima idea avuta dal duo Meloni-Roccella che, alla vigilia delle celebrazioni dell’8 Marzo, in commissione Affari costituzionali alla Camera dei deputati hanno presentato un decreto-legge per cancellare le Consigliere per la parità di genere in ambito lavorativo. Un istituto su base regionale che forma, tutela e aiuta donne lavoratrici vittime di discriminazione, accentrando tutto in un unico organismo con sede a Roma e condannando, così, migliaia di donne all’invisibilità.

Femminile Sovranista: tre P che ci condannano al passato
Nel frattempo, il dibattito continua a polarizzare l’opinione pubblica, confermando che i temi dei diritti e della parità di genere restano uno dei terreni più sensibili e divisivi. Non a caso è diventato oggetto di numerosi libri, uno dei quali dedicato proprio alle politiche di genere messe in atto dal primo governo guidato da una donna in 80 anni di storia repubblicana. In Femminile Sovranista, Giorgia Meloni e il corpo delle donne (Tab edizioni), l’autrice Caterina D’Ambrosio mette insieme una serie di provvedimenti che riguardano la popolazione femminile del nostro Paese per raccontare come il corpo delle donne sia diventato terreno di scontro politico.

Dal lavoro alla famiglia, dai femminicidi agli attacchi alla legge 194, D’Ambrosio spiega attraverso la regola delle tre P (patria, populismo, pena) un approccio anacronistico rispetto alla realtà fatta ancora di donne costrette ad accettare part-time involontario, o a fare zig-zag tra le poche e insufficienti misure a sostegno delle famiglie che non sono più solo in bianco e nero ma che hanno mille colori. Il carico di cura continua a pesare soprattutto sulle loro spalle e le costringe a un funambolismo quotidiano nel raggiungimento della piena emancipazione. Il lavoro è un miraggio, il fenomeno (tutto culturale) dei femminicidi occupa le prime pagine dei giornali per poche ore tra slogan e dichiarazioni di intenti, ma il metodo scelto dal governo per combatterlo è solo punitivo. Una cassetta degli attrezzi per comprendere, al di là degli slogan, le trasformazioni del mondo in cui le donne italiane cercano di muoversi, costruire e affermarsi.

