Vance: «Con l’Iran tregua fragile, ora negoziare in buona fede»

Il cessate il fuoco in Iran è «fragile» e Trump è «desideroso di fare progressi». Lo ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance a poche ore dall’accordo tra Washington e Teheran per una tregua di due settimane. «Gli iraniani hanno accettato di riaprire Hormuz, gli Usa hanno accettato di fermare gli attacchi. Questa è la base della tregua fragile che abbiamo ora», ha spiegato al Mathias Corvinus Collegium (Mcc) di Budapest, think tank vicino al governo di Viktor Orban. «Come mi ha detto il presidente ieri sera, gli iraniani sono negoziatori migliori di quanto siano combattenti. So che non gradiranno sentirlo, ma è vero», ha aggiunto. Trump, ha concluso, «è impaziente di ottenere risultati e ci ha chiesto di negoziare in buona fede». Le trattative inizieranno venerdì 10 aprile a Islamabad, in Pakistan. A capo della delegazione americana ci sarà lo stesso Vance, mentre il capo negoziatore per l’Iran sarà il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.

Vance: «Con l’Iran tregua fragile, ora negoziare in buona fede»
JD Vance (Ansa).

Vance: «Delusi dall’Ue sull’Ucraina, Meloni e Orban ci hanno aiutati»

Vance è anche intervenuto sulla guerra in Ucraina, dicendo che gli Stati Uniti amano «l’Europa e le sue culture, visto che sono in fondo una nazione figlia del continente europeo», ma che sono «delusi da molta leadership politica europea, che non sembra davvero interessata a risolvere il conflitto». «Abbiamo avuto aiuto da alcuni partner. Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orban, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti», ha evidenziato.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?

Per la serie “un ultimatum dopo l’altro”, dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana Donald Trump ha rinviato di due settimane il paventato attacco definitivo contro la Repubblica Islamica, in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz. Una tregua siglata grazie alla mediazione del Pakistan, che aveva chiesto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran lo sblocco del budello crocevia mondiale del petrolio via nave «come gesto di buona volontà». Il 10 aprile partiranno i negoziati a Islamabad. Nella speranza che la tregua regga, resta però un dubbio: Trump (che parla di «vittoria totale e completa, al 100 per cento») e gli Stati Uniti quanto possono – davvero – fidarsi del Pakistan?

La parabola del Pakistan, che ora è nelle grazie del tycoon

Un tempo alleato nella Guerra Fredda, poi Stato terrorista da trattare come paria, ora tra i migliori amici degli Usa o, quantomeno, partner regionale privilegiato: curiosa la parabola del Paese mediatore per la fine di questo conflitto, tornato nelle grazie della Casa Bianca, come d’altra parte già aveva testimoniato l’incontro andato in scena il 25 settembre nello Studio Ovale a cui avevano partecipato Trump, il vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir. Trump, che nel suo primo mandato aveva pubblicamente criticato Islamabad per aver rifilato a Washington «nient’altro che menzogne e inganni», cancellando gli aiuti militari al Pakistan, al termine dell’incontro aveva definito i suoi ospiti «very great guys». Un cambio di prospettiva che, spiega Asia Times, non è fondato su una ritrovata convergenza di valori o su un grande progetto strategico, bensì su una serie di mosse da parte del Pakistan per ingraziarsi Trump.

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Shehbaz Sharif e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mosse con cui Islamabad ha gonfiato l’ego di Trump

Innanzitutto, a marzo del 2025 le forze pakistane – sulla base di informazioni della Cia – hanno arrestato Mohammad Sharifullah, membro dell’Isis- Khorasan presunto ideatore dell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto 2021, in cui persero la vita 13 militari statunitensi: una vittoria chiara e inequivocabile da presentare al popolo americano per Trump, in contrasto con i fallimenti del caotico ritiro dall’Afghanistan deciso dall’Amministrazione Biden. A maggio 2025, quando terminò il breve conflitto armato tra Pakistan e India, Islamabad attribuì buona parte del merito del cessate il fuoco proprio alla mediazione di Trump, arrivando a raccomandarlo formalmente per il Nobel. Tutto questo mentre il governo indiano negava il coinvolgimento Usa, attribuendo il successo ai negoziati tra le diplomazie dei due Paesi. Insomma, se da una parte il Pakistan pensava a gonfiare l’ego di Trump, dall’altra la nemica India si alienava i suoi favori.

Il sostegno americano fornisce ampie garanzie al Pakistan

Risultato? Quando è arrivato il momento dei dazi, Washington ha “ricompensato” Islamabad con tariffe (relativamente favorevoli) del 19 per cento, a fronte dell’aliquota del 50 per cento imposta all‘India. Questo in cambio dell’accesso privilegiato alle «enormi riserve petrolifere» del Paese, anche se le trivelle non hanno scovato alcun nuovo giacimento: secondo gli esperti, le parole del presidente Usa volevano certificare, più che un reale accordo sul greggio, l’inizio di una nuova era dei rapporti tra i due Paesi. Per Asia Times, per il Pakistan il sostegno americano rappresenta la «copertura diplomatica definitiva», che permetterà a Islamabad di «perseguire la propria agenda geoeconomica assertiva» senza il timore di inimicarsi Washington. In quest’ottica va ad esempio visto il patto di mutua sicurezza siglato il 18 settembre con l’Arabia Saudita.

Per Eisenhower era «l’alleato più fedele tra gli alleati»

Usa e Pakistan amici come prima, insomma. Dwight Eisenhower, che considerava il Paese un baluardo nella politica di contenimento del comunismo durante la Guerra Fredda, nella seconda metà degli Anni 50 definì il Pakistan – che aveva aderito a patti di difesa anti-sovietici promossi dagli Usa – «l’alleato più fedele tra gli alleati». Già allora la Casa Bianca, alla ricerca di amici vicino ai confini sovietici e cinesi, dimostrò di preferire il Pakistan all’India di Jawaharlal Nehru, vista con sospetto a causa della sua politica neutrale. Archiviato lo spauracchio dell’Urss, i rapporti tra i due Paesi si raffreddarono. Poi nell’era post-11 settembre il Pakistan tornò a essere un alleato chiave nell’invasione dell’Afghanistan (2001). Tuttavia il rapporto tra Washington e Islamabad subì un colpo durissimo quando nel 2011 Osama bin Laden fu individuato e ucciso all’interno di un complesso residenziale ad Abbottabad. Possibile che i servizi pachistani non sapessero nulla?

Davvero Trump e gli Usa possono fidarsi del Pakistan?
Il compund di Abbottabad dove si rifugiava Osama Bin Laden (Ansa).

Le accuse di doppiogiochismo, ormai archiviate da Trump

Da allora il Pakistan, accusato di aver dato supporto ai talebani e dunque di doppiogiochismo nella lotta al terrorismo, si è avvicinato progressivamente alla Cina. Allontanandosi, almeno ufficialmente, dagli Stati Uniti: nel 2018 la prima Amministrazione Trump certificò il deterioramento dei rapporti con la cancellazione degli aiuti militari, complice anche la preoccupazione per il nucleare pakistano. Ma, anche quando i rapporti politici erano in una fase di profonda crisi, la relazione a livello militare è rimasta in realtà piuttosto solida: aggirando l’autorità spesso frammentata e instabile dei governi di Islamabad, il Pentagono ha continuato a rapportarsi col quartier generale dell’esercito pakistano a Rawalpindi. Da qui la presenza a settembre nello Studio Ovale di Munir. I rapporti altalenanti e i sospetti incrociati tra i due Paesi suggeriscono che forse gli Stati Uniti non dovrebbero fare completo affidamento sul Pakistan: Trump avrà anche i suoi «ragazzi grandiosi» a Islamabad, tanto da aver coinvolto Sharif nel suo Board of Peace, ma una ripidissima discesa può essere sempre dietro l’angolo.

Sciopero aerei 10 aprile 2026: orari e fasce di garanzia

Per venerdì 10 aprile 2026 è in programma uno sciopero nazionale del settore aereo che durerà quattro ore, dalle 13 alle 17. La mobilitazione è stata indetta dai principali sindacati del settore, tra cui Uiltrasporti, Fast-Confsal e Astra, e coinvolgerà sia il personale dell’Enav, cioè la società che gestisce il traffico aereo italiano, sia quello di Techno Sky, che si occupa invece dei sistemi per la gestione dei voli. «Dopo mesi di trattative infruttuose, senza risposte su salario, diritti e futuro, è il momento di farsi sentire. Recupero inflattivo insufficiente. Tutele messe in discussione. Carichi di lavoro in aumento. Nessun confronto reale sui cambiamenti organizzativi. Noi non abbiamo firmato accordi al ribasso. Noi stiamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori», si legge in un post Facebook di Uiltrasporti Nazionale a proposito delle motivazioni dell’agitatazione.

Orari e fasce di garanzia

Nell’annunciare lo sciopero, l’Enav ha sottolineato che saranno garantite le prestazioni indispensabili secondo norma vigente. Saranno quindi sempre operativi i voli nelle fasce di garanzia, cioè dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21. Nella fascia oraria interessata dallo sciopero, dalle 13 alle 17, potranno esserci ritardi, cancellazioni e disagi, mentre i voli programmati al di fuori della fascia dovrebbero operare regolarmente. Eventuali riorganizzazioni delle compagnie potrebbero comunque determinare modifiche dell’ultimo momento, motivo per cui è sempre consigliato controllare sul sito delle compagnie.

Tango: “L’Anm non è e non sarà mai un partito” [VIDEO]

AGI - "L' Anm non è e non sarà mai un partito, non detta l'agenda ai governi". Lo ha detto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Tango, intervenendo dal palco al convegno "Quale giustizia dopo il referendum?" alla Sala Capranichetta in Piazza Montecitorio.

Tango ha rivendicato il ruolo della magistratura associata come contributo tecnico al dibattito: "C'è una funzione legislativa affidata al Parlamento, poi ci sono i magistrati che applicano la legge nei singoli casi. La magistratura associata offre un contributo che non puo' che essere tecnico, di competenza e di esperienza".

 

Video intervista di Thomas Cardinali

L'intervento di Tango

Nel suo intervento, il presidente dell'Anm ha sottolineato l'importanza del dialogo tra le diverse componenti della giustizia: "Momenti di confronto tra magistratura, avvocatura e politica sono necessari, perchè consentono di ricreare condizioni di reciproco ascolto, alla base di ogni lavoro". Tango ha quindi richiamato il clima del dibattito durante la campagna referendaria, definendolo in parte anomalo: "Non è stato normale rappresentare la magistratura come sinonimo di impunità o mancanza di imparzialità, né il clima di contrapposizione costante che si è creato".

Allo stesso tempo, ha evidenziato come il confronto tra posizioni diverse rientri nella fisiologia democratica: "All'interno dell'avvocatura ci sono state posizioni differenti, anche opposte, ma questo fa parte di una dialettica normale". Infine, un richiamo al valore della Costituzione e alla necessità di un confronto responsabile: "La Costituzione è di tutti, ma proprio per questo va rispettata nei suoi equilibri. Il contributo che possiamo dare è quello di chi ogni giorno affronta concretamente i problemi della giustizia".

Le prossime mosse dell'Anm

"Non ci sottraiamo al confronto e la nostra presenza oggi lo dimostra. Se ci saranno altre occasioni, saremo pronti a coglierle". Lo ha detto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Tango, a margine del convegno "Quale giustizia dopo il referendum?" alla Sala Capranichetta in Piazza Montecitorio. Tango ha però chiarito che le prossime mosse dell'Anm saranno definite a breve: "L'imminente assemblea generale di maggio detterà senso e direzione al futuro agire dell'Anm e indicherà le priorità e i temi da porre all'attenzione di tutti gli attori della giurisdizione e anche dell'interlocutore politico".

Sul clima post-referendum, il presidente dell'Anm ha evidenziato un segnale positivo: "L'eredità è una grande apertura della società civile. I numerosi incontri nei territori hanno mostrato una forte domanda di conoscenza sulla giustizia, sul nostro lavoro e sul suo funzionamento. E' un patrimonio che non possiamo disperdere". Infine, un auspicio sui rapporti della magistratura con governo e maggioranza: "Spero davvero che i toni si siano abbassati, perchè un clima continuo di delegittimazione non fa bene a nessuno e non fa bene al Paese. Dobbiamo lavorare serenamente nell'interesse della collettività, ed è più facile farlo in un clima rasserenato". 

Il tema delle grande riforme

Per Tango "le grandi riforme sono importanti, ma hanno bisogno di percorsi ponderati. Intanto bisogna intervenire sulle urgenze". Tra le priorità indicate, Tango ha richiamato la scadenza del 30 giugno per i contratti degli addetti all'ufficio per il processo: "E' una felice intuizione che ha prodotto risultati concreti, con aumento dello smaltimento dell'arretrato e riduzione dei tempi. Disperdere questo patrimonio sarebbe imperdonabile".

Per il presidente dell'Anm, la strada è chiara: "Non basta stabilizzare le persone, bisogna stabilizzare l'ufficio per il processo, mantenendo queste professionalità a supporto diretto della giurisdizione e negli stessi uffici in cui operano, per non perdere competenze e tempo nella formazione".

Altra urgenza riguarda l'entrata in vigore della riforma del giudice collegiale ad agosto: "Al di là del merito, queste innovazioni si scontrano con una evidente inadeguatezza degli organici, con il rischio di paralisi o forti rallentamenti, soprattutto nei tribunali più piccoli e nelle materie più delicate". Da qui la richiesta di un intervento strutturale: "Se si vuole andare avanti con le riforme, bisogna prima creare le condizioni perchè funzionino, a partire da una revisione delle piante organiche basata sul reale carico di lavoro".

Tango ha infine richiamato anche l'emergenza carceraria: "Le condizioni degli istituti penitenziari, tra sovraffollamento e alto numero di suicidi, incidono non solo sui diritti ma anche sulla sicurezza collettiva, perchè senza percorsi di reinserimento aumenta il rischio di recidiva". "Si tratta - ha concluso - di dare piena attuazione alla Costituzione, che scommette sul cambiamento e sul recupero delle persone, con interventi concreti e immediati". 

Sisto, "riaprire il confronto"

 "La giustizia è protetta dalla Costituzione. Bisogna prendere atto che il referendum, con l'autodifesa della Carta dai cambiamenti, rende ancora più necessario il rispetto di quei principi", ha sottolineato il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, anche lui presente al convegno in Piazza Montecitorio. Sisto ha richiamato la necessità di riaprire il confronto, partendo anche dal segnale arrivato dalle urne: "Sono d'accordo con quanto detto dal presidente dell'Anm Tango: bisogna tener conto dei 12 milioni di cittadini che hanno ritenuto che la giustizia avesse dei problemi. Si lavora insieme, lealmente, mettendo sul tavolo i temi della giustizia".

Nel percorso di riforma, ha sottolineato, "va rivendicata la decisività del Parlamento: chi decide è sempre il Parlamento". In questo quadro, secondo il viceministro, "un discorso si può riprendere, anzi migliorare", ma serve "maggiore responsabilità" dopo "la spaccatura che il Paese ha vissuto sul referendum", con l'obiettivo di "riannodare i fili tra le diverse posizioni attraverso provvedimenti che siano segno di maturità".

Sisto ha inoltre respinto l'idea di una "scossa politica" legata all'esito referendario: "E' stata una scelta dei cittadini di lasciare la Costituzione così com'è. Il meccanismo dell'articolo 138 serve a questo". E aggiunge: "Mi assumo la responsabilità di dire che è meglio una riforma respinta dai cittadini che un accordo parlamentare frutto di troppe mediazioni".

Rivendicando il valore della partecipazione, il viceministro ha concluso: "Lo strumento della democrazia diretta è il più nobile che c'è. Dobbiamo accettarne il responso e lavorare perchè la giustizia non sia più terreno di scontro ma di incontro, nel rispetto dei ruoli". Sul fronte operativo, Sisto ha evidenziato anche i cambiamenti interni al ministero dopo l'addio di Delmastro e Bartolozzi: "C'è stata una riorganizzazione, sono cambiati diversi assetti, in particolare il gabinetto, che sarà protagonista di questo dialogo".

Il nuovo corso, ha spiegato, punta a rafforzare il raccordo istituzionale: "Vogliamo assumere la responsabilità di questo percorso, anche attraverso l'ufficio legislativo con Nicola Selvaggi, primo laico a ricoprire questo ruolo di capo del legislativo". Il gabinetto, ha aggiunto, potrà essere "il punto di raccordo tra politica, magistratura e avvocatura", grazie anche a figure tecniche: "Antonello Mura è un magistrato bravissimo, equilibrato, capace di tenere questo tipo di ragionamento". Sulle prospettive di riforma, infine, la linea resta quella del confronto: "Non partiamo col piede sinistro, partiremo con entrambi i piedi, senza piegature da una parte o dall'altra. Le parole devono lasciare spazio ai fatti". 

 

Usa, cos’è il 25esimo emendamento della Costituzione e cosa prevede

Negli Stati Uniti si torna a parlare del 25esimo emendamento della Costituzione dopo che alcuni esponenti dem hanno chiesto che si esplori la procedura per rimuovere il presidente Donald Trump. Si tratta di una modalità che prevede che il vicepresidente (in questo caso JD Vance) prenda i poteri del commander in chief come facente funzioni nel caso il cui quest’ultimo muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico per incapacità manifesta o malattia. A differenza dell’impeachment, dunque, il 25esimo emendamento consente di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare accuse precise.

Come si attiva

Per attivare il 25esimo emendamento, è sufficiente che il vicepresidente e la maggioranza del governo trasmettano una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente non è più in grado di esercitare i poteri e i doveri legati al suo incarico. Se poi il presidente si oppone alla sua rimozione, la decisione spetta alla Camera dei rappresentanti del Congresso, che deve esprimersi con una maggioranza dei due terzi dei voti.

Chi l’ha invocato per Trump

A invocare la procedura per rimuovere Trump sono stati diversi democratici dopo che il tycoon, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum concesso all’Iran, aveva minacciato di «far morire un’intera civiltà» se non si fosse trovato un accordo. «Questa non è politica estera, è un pazzo squilibrato che minaccia di annientare un intero paese. È giunto il momento. Bisogna invocare il 25esimo emendamento», ha detto JB Pritzker, governatore dell’Illinois.

«Questa è una persona estremamente malata. Ogni repubblicano che si rifiuta di unirsi a noi nel votare contro questa guerra insensata basata sulla libera scelta si assume la piena responsabilità di tutte le conseguenze, qualunque cosa sia», ha aggiunto il senatore democratico Chuck Schumer.

Sulla stessa linea Robert Garcia, membro della Camera: «Donald Trump ha perso la testa e le sue minacce di annientare il popolo iraniano dovrebbero essere prese sul serio. È fuori controllo e il suo gabinetto e coloro che lo circondano devono essere fedeli alla Costituzione e invocare il 25° emendamento. Deve essere rimosso».

Anche per il collega Ro Khanna è necessario «invocare il 25esimo emendamento e rimuovere Trump. La minaccia di commettere crimini di guerra costituisce una palese violazione della nostra costituzione e delle Convenzioni di Ginevra».

Il precedente del 1974 con Ford e Nixon

Il caso più noto in cui si è fatto ricorso al 25esimo emendamento è quando il vicepresidente Gerald Ford, nel 1974, prese il posto di Richard Nixon, dimessosi dopo essere stato travolto dallo scandalo del Watergate. La procedura può essere applicata anche per un breve periodo di tempo, come successe per il vicepresidente George H. Bush che, nel 1985, fu presidente per alcune ore quando Ronald Reagan fu operato con anestesia generale. Simile situazione avvenne nel 2002, quando il vicepresidente Dick Cheney rimpiazzò sempre per alcune ore il presidente George W. Bush, sottoposto a operazione chirurgica.

Frana di Petacciato, stop ai treni sulla linea adriatica e scuole chiuse [VIDEO]

AGI - Circolazione ferroviaria sospesa sulla linea adriatica. Un tratto della A14 chiuso, che impatta con i problemi sulla statale 16 legati al crollo di un ponte sul Trigno. Puglia e Molise a rischio isolamento. Stop alle lezioni, anche universitarie, nella provincia di Campobasso. Circa 60 sfollati, ospitati anche in b&b e altre strutture, se non da parenti e amici.

Sono le conseguenze della frana di Petacciato, con un fronte di smottamento di circa 4 chilometri, è il più esteso d'Europa. "È un'emergenza nazionale", ha detto il presidente della Regione Molise, Francesco Roberti. Roberti ha visitato il luogo della frana con il sindaco di Petacciato, Antonio Di Pardo. Oggi pomeriggio sarà a Roma alla riunione indetta al Mit.

 

 

Il monitoraggio e le azioni di ripristino

La task force di Autostrade per l'Italia prosegue il monitoraggio del fronte franoso anche con l'aiuto di by-bridge e grazie al sistema di sensori che aveva già installato e che ha consentito di chiudere al traffico la A14 evitando una situazione di pericolo. Una volta che il fronte franoso si sarà stabilizzato, si potranno valutare tempi di riapertura tratta in A14 e le attività di ripristino, per consentire la mobilità in totale sicurezza. Anche i tecnici di Rfi sono al lavoro.

Scuole e università chiuse

La decisione di chiudere le scuole è stata formalizzata dalla prefettura con un'apposita ordinanza firmata ieri, con l'obiettivo di ridurre la circolazione di mezzi nel territorio e i disagi per la popolazione. Sospese anche le attività didattiche in tutte le sedi dell'Università degli Studi del Molise. "La decisione - si legge in una nota dell'ateneo - fa seguito all'ordinanza della prefettura di Campobasso conseguente alle forti criticità della viabilità regionale seriamente compromessa dagli eventi calamitosi delle ultime ore".

Le cause e l'impatto sul corridoio adriatico

La ripresa del movimento della frana potrebbe essere legata al maltempo, dato che nei giorni scorsi sulla zona sono caduti circa 200 millimetri di pioggia. "Dopo giorni di piogge intense, si sono riattivate le frane lungo il 'Corridoio Adriatico', isolando di fatto la Puglia e imponendo un grave blocco ai collegamenti fondamentali tra nord e sud-est del Paese - conferma Antonello Fiore, presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale - il crollo del ponte sulla Strada Statale 16, al confine tra Molise e Abruzzo sul fiume Trigno, ha già segnato una prima ferita infrastrutturale. A questa si è aggiunta la riattivazione della frana a Petacciato, che ha imposto, per principio di precauzione, l'interruzione della ferrovia e dell'autostrada A14 nel tratto tra Vasto Sud e Termoli. Questo isolamento risulta particolarmente grave per la Puglia perché, a differenza di quanto avvenuto nel 2010 con la frana di Montaguto, non esistono valide alternative viarie e la durata della sospensione dei servizi, sia per persone che per merci, è ancora incerta.

Ritardi e sfide future

Nel 2021 la Regione Molise annunciava l'imminente gara di progettazione per il consolidamento idrogeologico del versante Nord-Est a valle dell'abitato, con un impegno economico complessivo di oltre 40 milioni di euro, uno dei più ingenti investimenti mai stanziati in Italia per la mitigazione dei rischi di dissesto. Tuttavia, come evidenziano anche le statistiche della Corte dei Conti, mediamente servono cinque anni dalla progettazione alla realizzazione delle opere necessarie. Nel caso di Petacciato, il bando per l'affidamento congiunto di progettazione esecutiva e realizzazione dell'intervento è stato pubblicato solo a dicembre 2025, a fronte di eventi che richiederebbero interventi ben più tempestivi. Il cambiamento climatico accelera la frequenza e l'intensità di fenomeni meteorologici estremi, primo fra tutti le piogge che provocano frane e alluvioni. Il sistema amministrativo e le procedure di pianificazione risultano dunque spesso incapaci di sostenere la rapidità con cui si manifestano i disastri, lasciando le regioni vulnerabili esposte. Questo scenario impone un urgente cambio culturale nella gestione del territorio, con una programmazione e una prevenzione più efficaci e rapide.

 

Dopo la tregua con l’Iran, Kyiv chiede agli Usa di riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina

Dopo il cessate il fuoco con l’Iran, Kyiv ha esortato gli Stati Uniti a riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. «Accogliamo con favore l’accordo tra il presidente Trump e il regime iraniano per sbloccare lo Stretto di Hormuz e cessare il fuoco, così come gli sforzi di mediazione del Pakistan. La fermezza americana sta dando i suoi frutti. Crediamo sia giunto il momento di dimostrare sufficiente fermezza per costringere Mosca a un cessate il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina», ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.

Raid russo su Zaporizhzhia: una vittima

Intanto le autorità locali ucraine segnalano che «i russi hanno colpito il distretto di Zaporizhia con bombe guidate» causando una vittima. A riferirlo è stato il governatore Ivan Fedorov. Nel villaggio di Balabyne, ha spiegato, edifici residenziali e non sono stati distrutti o danneggiati a seguito dell’attacco, e sono scoppiati degli incendi. Il corpo della persona deceduta è stato ritrovato sotto le macerie di una delle case coinvolte.

‘Ndrangheta, maxi operazione della polizia in cinque regioni: 54 arresti

Gli agenti della polizia di Stato hanno effettuato l’arresto di 54 persone tra le province di Vibo Valentia, Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Benevento, Milano, Rovigo e Viterbo, nell’ambito di un’inchiesta che ha dato conferma della piena operatività della consorteria di ‘ndrangheta nota come “Locale dell’Ariola” e, in particolare, della ‘ndrina che fa capo alle famiglie Emanuele e Idà di Gerocarne. Coinvolto per aspetti legati al traffico di stupefacenti anche Marco Ferdico, uno degli indagati dell’inchiesta “Doppia Curva”.

I reati contestati ai 54 arrestati

Le persone fermate sono accusate a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, lesioni aggravate, ricettazione, danneggiamento aggravato, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, detenzione di materiale esplodente, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento personale, trasferimento fraudolento di valori e uccisione di animali.

Le misure cautaleri disposte

Tra i nomi che spiccano per la gravità dei capi d’imputazione (che vanno dall’associazione mafiosa al narcotraffico) figurano elementi di spicco della ‘ndrangheta come Gerardo Accorinti, Ferdinando Bartone, Michele Carnovale e i componenti dei clan Emanuele, Idà e Castagna. Per loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Marco Idà, Michele Idà, Domenico Nardo e Domenico Zannino sono stati posti agli arresti domiciliari con il divieto assoluto di comunicare con l’esterno. Per altri indagati (tra cui Michelangela Alessandria e Marco Fiorillo) è stata invece applicata la misura congiunta dell’obbligo di dimora con permanenza notturna e di presentazione alla polizia giudiziaria per quattro giorni a settimana.

I primi effetti della tregua Usa-Iran: cala lo spread, crollano i prezzi di petrolio e gas

L’accordo tra Usa e Iran per una tregua di due settimane condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz è stato accolto positivamente dai mercati. Lo spread tra Btp e Bund è sceso a 73 punti in avvio di giornata, dopo aver toccato quota 88,3 punti nella chiusura di martedì 7 aprile. Forte calo anche dei rendimenti, con il decennale italiano che è passato dal 3,96 al 3,63 per cento. La Borsa di Milano ha aperto in rialzo, in linea con gli altri listini europei, con il primo indice Ftse Mib che ha guadagnato lo 0,99 per cento a 45.862 punti. Anche le Borse asiatiche hanno chiuso positivamente (Tokyo è volata al +5,39 per cento).

Giù i prezzi di petrolio e gas

Sul fronte delle materie prime, il petrolio affonda. Il Wti lascia infatti sul terreno il 18 per cento, scendendo ben sotto i 100 dollari al barile (93,03). Giù anche il prezzo del gas, con i contratti Ttf ad Amsterdam, mercato di riferimento, che sono scesi di oltre il 19 per cento a 43 euro al megawattora.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa

Gli Stati Uniti hanno ottenuto una «vittoria totale e completa, al 100 per cento», arrivando a un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran. Donald Trump non ha dubbi. Dopo aver minacciato sui social di eliminare l’intera civiltà iraniana, allo scadere dell’ultimatum il presidente degli Stati Uniti ha fatto l’ennesimo dietrofront: basta bombe su Teheran per 14 giorni in cambio della riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto di Hormuz.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa
Donald Trump (Ansa).

L’Iran pretende di controllare lo Stretto di Hormuz

Da parte iraniana si frena l’entusiasmo. Nel piano di 10 punti redatto dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale del Paese, Teheran pretende di coordinare il traffico attraverso lo Stretto per garantirsi una «posizione economica e geopolitica unica» su un cruciale punto di passaggio del petrolio. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha poi messo in chiaro su X che durante le due settimane di tregua, «il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile tramite coordinamento con le Forze Armate iraniane e tenendo conto dei limiti tecnici». Mentre secondo quanto riferito dall’agenzia Tasnim, nel periodo in questione Iran e Oman intendono imporre tariffe di transito alle navi.

La mediazione del Pakistan e il ruolo di Khamenei

Un ruolo centrale nel raggiungimento dell’accordo lo ha avuto il Pakistan – in contatto telefonico con JD Vance che si trovava in Ungheria – che ha mediato per avviare colloqui tra Washington e Teheran a partire da venerdì. La delegazione statunitense potrebbe essere guidata proprio dal vicepresidente. Sempre che la tregua regga.

A sbloccare la situazione, secondo Axios, sarebbe stata la guida suprema – data da alcune fonti in coma – Mojtaba Khamenei che avrebbe detto ai suoi negoziatori, per la prima volta dall’inizio della guerra, di cercare un accordo. Nel frattempo le forze Usa in Medio Oriente e il Pentagono stavano preparando la campagna di bombardamenti contro infrastrutture iraniane cercando di intuire cosa avrebbe deciso Trump. «Non avevamo idea di cosa sarebbe successo. È stato folle», ha commentato un funzionario della Difesa ad Axios. Gli alleati nella regione a loro volta si stavano attrezzando per una eventuale ritorsione iraniana. Nel frattempo i mediatori pakistani con l’aiuto dei ministri degli Esteri di Egitto e Turchia facevano circolare tra Iran e Usa bozze di un accordo. A fine serata è arrivato l’ok di Washington alla proposta di due settimane di tregua. Teheran ha accettato, si dice dietro consiglio della Cina. Ma senza il via libera di Khamenei, precisano le fonti, «non ci sarebbe stato alcun accordo». Da parte israeliana, Benjamin Netanyahu era in costante contatto con Trump il quale ha ottenuto da Tel Aviv la promessa del cessate il fuoco. Ora bisognerà vedere quanto questo impegno sarà rispettato o meno.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa
JD Vance (Ansa).

La vittoria annunciata da Trump in realtà è una resa

Che si tratti di una «vittoria completa» come sostiene Trump però è tutto da vedere. Soprattutto se l’unico risultato dell’offensiva sarà aver concesso a Teheran il controllo di Hormuz, Stretto che prima era aperto alla libera navigazione. Non solo. L’ennesima mossa TACO solleva dubbi sulla credibilità stessa del presidente e rafforza la convinzione che la situazione in Medio Oriente gli sia sfuggita completamente di mano tanto da essere stato costretto a far passare per vittoria quella che pare a tutti gli effetti una resa.

Perché la tregua con l’Iran indebolisce Trump e gli Usa
Donald Trump (Imagoeconomica).

Torna in scena il 25esimo emendamento

Con l’ultima minaccia diffusa sui social prima dello scadere dell’ultimatum – «un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita» – Trump ha oltrepassato ogni limite. Tanto da riportare al centro del dibattito lo stato della sua salute mentale. Sotto il secondo mandato del 79enne, gli Stati Uniti da pilastro della stabilità globale sono diventati una forza tanto letale quanto imprevedibile. È per questo che nelle ore concitate prima dell’ultimatum è stata avanzata la richiesta di attivare il 25esimo emendamento per rimuoverlo dall’incarico. L’atteggiamento di The Donald pesa poi come un macigno sulla democrazia americana e sul sistema di pesi e contrappesi. Il presidente avrebbe potuto sterminare milioni di civili iraniani senza l’autorizzazione del Congresso, con motivazioni contraddittorie e senza una vera exit strategy. Per rimuovere Trump dal suo incarico attivando il 25esimo emendamento sarebbe necessario il voto della maggioranza del suo gabinetto e del vicepresidente. Un’ipotesi al momento lunare. A invocarlo non sono stati però solo i democratici ma anche repubblicani e figure di spicco della destra Usa come il complottista Alex Jones, l’ex funzionario della Casa Bianca Anthony Scaramucci, l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, la commentatrice di destra Candace Owens, fino al columnist del New York Times David French. Ci sono poi trumpiani delusi che pur non spingendosi fino all’attivazione del 25esimo emendamento hanno criticato il presidente. Tra questi Tucker Carlson. L’ex conduttore di Fox News ha definito un eventuale attacco alle infrastrutture iraniane un «crimine di guerra e di morale», degno di un «anticristo».