Le donne stanno imparando a usare l’intelligenza artificiale più velocemente degli uomini. Fin qui, tutto bene. Poi però si scopre che sono anche più esposte ai lavori che l’intelligenza artificiale può automatizzare. Non è una provocazione, è quello che emerge da un’analisi del World Economic Forum. La sintesi è semplice, quasi brutale.

I lavori svolti dalle donne sono quelli più a rischio automazione
Le donne si aggiornano più in fretta proprio in quei settori che rischiano di sparire prima. Il paradosso è tutto qui. Il divario nelle competenze collegate all’uso dell’intelligenza artificiale si restringe in 74 Paesi su 75. Ma la distribuzione del rischio resta sbilanciata. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 29 per cento delle occupazioni a prevalenza femminile è esposto all’intelligenza artificiale generativa, contro il 16 per cento di quelle maschili. Non solo. La fascia di rischio più alta è molto più popolata da lavori femminili. Studiare non basta se la struttura del mercato resta quella. Il problema, infatti, non è nell’intelligenza artificiale. È nei lavori. Non quelli del futuro, sviluppatori, ingegneri, gente con hoodie e stock option, ma quelli che tengono insieme il nostro presente: amministrazione, back office, assistenza, gestione. Insomma, tutto ciò che è ripetitivo, standardizzabile, prevedibile. Esattamente quello che un algoritmo fa meglio.

L’IA ottimizza i processi ma non decide chi sparecchia
Poi c’è un dettaglio che non è un dettaglio. Il lavoro di cura. Non retribuito, invisibile, ma decisivo. Le donne continuano a farsene carico in misura oltre tre volte superiore rispetto agli uomini. È un dato noto, e proprio per questo quasi ignorato. Qui l’automazione non sostituisce, ma amplifica. Perché ridisegna il lavoro senza ridisegnare il tempo. E se il tempo resta squilibrato, anche le opportunità lo restano. L’intelligenza artificiale ottimizza processi, ma non decide chi sparecchia.
La tecnologia rende operativa una gerarchia già esistente
C’è poi un altro numero che mette ordine. Secondo la Brookings Institution, tra i lavoratori più esposti e con minori capacità di adattamento, circa l’86 per cento sono donne. Non è un’anomalia. È una distribuzione. E questa distribuzione del rischio non è nuova, ma il riflesso di una segmentazione del lavoro che precede l’intelligenza artificiale e che l’intelligenza artificiale ha reso semplicemente più visibile. I lavori più esposti sono spesso quelli meno riconosciuti, meno protetti, meno negoziabili. Non perché siano meno importanti, ma perché sono stati storicamente considerati più facilmente sostituibili. L’automazione, in questo senso, non inventa nulla. Si limita a rendere operativa una gerarchia già esistente.
In Europa scende la presenza femminile nel tech
Eppure i dati, presi singolarmente, sembrano raccontare un’altra storia. Il gender gap globale è stato colmato per il 68,8 per cento. Un miglioramento. Ma al ritmo attuale serviranno ancora 123 anni per arrivare alla parità. Un tempo sufficientemente lungo da rendere la previsione quasi teorica. Nel frattempo, la struttura resta. Le donne sono il 41 per cento della forza lavoro globale, ma solo il 29 per cento dei ruoli apicali. E mentre il discorso pubblico insiste su inclusione e diversità, alcuni indicatori vanno nella direzione opposta. In Europa, ad esempio, la presenza femminile nel tech scende: secondo McKinsey & Company, dal 22 al 19 per cento in pochi anni. Il progresso, a volte, è una linea che arretra lentamente.

Nei Paesi a basso e medio reddito l’accesso al digitale non è per tutti
Il punto cieco, come spesso accade, è altrove, cioè nei Paesi a basso e medio reddito, dove l’accesso alla tecnologia non è dibattito, ma una soglia che non tutti superano. Le donne hanno meno telefoni, meno accesso a internet, meno lavoro retribuito. In India lavora meno di una donna su cinque tra i 20 e i 29 anni. In Pakistan poco più di una su quattro. Così, mentre nei Paesi avanzati si discute di prompt e automazione, altrove manca ancora il dispositivo con cui iniziare. È come chiedere a qualcuno di usare l’intelligenza artificiale senza aver mai avuto accesso al digitale. Esistono eccezioni, naturalmente. Paesi piccoli e ricchi. Islanda, Lussemburgo, Nuova Zelanda. Contesti in cui partecipazione al lavoro, politiche pubbliche e infrastrutture si tengono. Lì la tecnologia non corregge automaticamente le disuguaglianze, ma almeno non le amplifica. Altrove, le accelera. La questione, in fondo, è meno tecnica di quanto sembri.

Le donne imparano più velocemente degli uomini ma potrebbe non bastare
L’intelligenza artificiale non è neutrale. Non succede. Viene implementata. E ogni implementazione incorpora delle scelte. Anche quella di non scegliere, tipo lasciare fare al mercato, è una scelta precisa. Intanto, le donne continuano a imparare. Più velocemente e meglio degli uomini. Non è detto che basti.





