La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno

Dopo la sonora sconfitta referendaria nel centrodestra, come previsto, cominciano a volare stracci. Tra accuse incrociate e recriminazioni tra alleati, il capro espiatorio perfetto rischia di essere il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che con le sue numerose “uscite improvvide”, secondo i critici, ha tirato la volata al No – insieme con il sottosegretario amante delle bistecche Andrea Delmastro e la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Il Guardasigilli per ora resiste e blinda la sua squadra: «Delmastro e Bartolozzi restano al loro posto». E pure lui non ha alcuna intenzione di farsi da parte, anche se ammette la sconfitta. «Fa parte della politica perdere le elezioni. Successe anche a Churchill, dopo la Seconda Guerra mondiale», ha dichiarato al Corriere della Sera, tradendo forse un eccesso di autostima. «Era una riforma in cui credevo e in cui penso di aver messo tutto l’impegno possibile. Ero certo che avremmo vinto. Mi inchino al popolo sovrano». Popolo che però, come sottolineato dal ministro al Foglio, non ha creduto nella sua stessa battaglia. «Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto, tutto qua». Il Guardasigilli però non si vede in un possibile governo Meloni II. «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby», ha ammesso a SkyTg24. «Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno. Il prossimo anno compio un anno matematico a seguito del quale penso di aver diritto a un po’ di riposo».

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Piazza Barberini in tilt per la festa del No

Quelli che dal centro storico di Roma volevano tornare a casa dopo una giornata di lavoro, lunedì sera hanno faticato sette camicie perché i mezzi pubblici erano bloccati: tutta colpa della manifestazione estemporanea per festeggiare il No, con piazza Barberini bloccata dai sostenitori accorsi ad ascoltare Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Tra i presenti oltre al primo cittadino Roberto Gualtieri, anche il piddino Claudio Mancini, da molti soprannominato il vero sindaco di Roma.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Elly Schlein e Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No (Imagoeconomica).

Dopo Bossi e Pomicino, se ne va Salvatore Lauro

Giornate di lutto per la politica. Prima Umberto Bossi con il funerale di massa a Pontida a cui seguirà, mercoledì 25 marzo. una commemorazione a Montecitorio. Poi se n’è andato Paolo Cirino Pomicino, democristiano di lunghissimo corso, per il quale lunedì è stata allestita una camera ardente alla Camera (i primi ad arrivare sono stati Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e Alessandra Necci), mentre le esequie si sono tenute nella chiesa pariolina di piazza Euclide. Infine è morto l’ex senatore forzista e soprattutto armatore Salvatore Lauro, i cui funerali si sono svolti nella chiesa Santa Maria di Portosalvo che domina il porto di Ischia, dove è iniziata la storia imprenditoriale della sua famiglia. Per consentire la partecipazione di chi vorrà porgere l’ultimo saluto, l’Alilauro ha effettuato alcune corse straordinarie con i mezzi veloci della sua flotta con bandiere a mezz’asta, dal Molo Beverello di Napoli e dal porto di Sorrento.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Salvatore Lauro (Imagoeconomica).

Il Copasir si occupa del nucleare

Mercoledì 25 marzo a Palazzo San Macuto, il Copasir svolgerà l’audizione della presidente di Enea, Francesca Mariotti. Si parlerà di energia nucleare, del futuro (e del presente) delle centrali, e non solo. Mariotti, avvocata, nata a Frosinone, è stata direttrice generale di Confindustria dal 2020 fino all’ottobre del 2023, oltre che consigliera di amministrazione in società come Saipem e Almaviva. A marzo dello scorso anno è stata designata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, alla presidenza dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, ovvero l’Enea. Che poi l’Enea è l’erede del Cnen, Comitato nazionale per l’energia nucleare, di cui segretario generale fu Felice Ippolito. E l’ex ministro Carlo Calenda, a favore delle centrali nucleari, ricorda sempre con orgoglio di essere suo nipote: Felice era il fratello della nonna paterna.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Il post di Carlo Calenda su Felice Ippolito.

Campo largo, Conte disponibile a correre per le primarie

Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, il campo largo festeggia e torna a ragionare di primarie. Sia Elly Schlein sia Giuseppe Conte si sono detti disponibili a questo meccanismo per scegliere il leader del centrosinistra (nonché candidato premier della “coalizione” alle prossime elezioni politiche). Un’opzione proposta anche da Matteo Renzi a spoglio ancora in corso: «Spero che il centrosinistra rapidamente vada alle primarie perché da oggi è chiaramente nelle condizioni di vincere le politiche».

Boccia: «Benissimo se si faranno le primarie»

«Io sono disponibile ma non ho ancora interrogato né gli organi del Movimento né la mia base. Certamente il M5s deve avere un protagonista e certamente il M5s non parteciperebbe mai se fossero primarie con solo apparati di partito, devono essere aperte e dare uno sbocco a questa voglia di partecipazione dei cittadini», ha detto Conte. «Il campo progressista esiste già ed è stato costruito giorno dopo giorno in Parlamento, con una larghissima convergenza sui voti tra le forze di opposizione», gli ha fatto eco il presidente dei senatori dem Francesco Boccia, spiegando che per quanto riguarda la leadership «il Pd ha nel suo Dna le primarie, quindi benissimo se si sceglierà quella come strada per individuare chi guiderà la coalizione».

Avs frena e rilancia la legge sul salario minimo

Più cauto Nicola Fratoianni di Avs che, seppur considera legittimo il dibattito sulle primarie, non crede che «l’onda generazionale che ha travolto la controriforma Nordio abbia come prima esigenza quella di sapere come il centrosinistra sceglie il suo leader, ma piuttosto se siamo pronti a depositare domani una nuova legge sul salario minimo». «Direi che dobbiamo partire da qui», ha continuato, rilanciando una proposta per il salario minimo a 11 euro.

Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm

Parlando con Sky Tg24 all’indomani della netta sconfitta della maggioranza (più Azione) nel referendum sulla riforma della giustizia, il ministro Carlo Nordio si è preso la «responsabilità politica» della débâcle. «Questa è una riforma che porta il mio nome. Se ci sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei», ha dichiarato il Guardasigilli. «Colgo l’ennesima occasione per ricordare che la frase più contestata, quella sul cosiddetto sistema mafioso, io non l’ho mai detta, era la citazione della dichiarazione di un pubblico ministero», ha poi aggiunto. Intervistato dal Corriere della Sera, Nordio ha inoltre respinto l’ipotesi di dimissioni.

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Nordio: «Bartolozzi non è in discussione»

Nordio ha inoltre chiarito che la sua posizione della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi non è in discussione: «Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente». E poi: «Non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto». Bartolozzi aveva definito parte della magistratura un «plotone d’esecuzione». Così su Andrea Delmastro, al centro di un nuovo caso: «Fino a ieri sono stato talmente occupato con il referendum, che la vicenda del sottosegretario mi è arrivata del tutto inattesa, non sapevo nemmeno di che cosa si parlasse. Sono certo che riuscirà a chiarire».

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Le parole del Guardasigilli sull’Anm

Nordio ha anche affermato che a vincere, più che il No, è stata l’Associazione nazionale magistrati: «Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra, perché prima o poi andranno anche loro al governo». Inoltre, ha aggiunto, «nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi».

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Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti

C’è un dramma nel dramma nel centrodestra per la sconfitta al referendum sulla giustizia. Ed è la tragicommedia all’interno di Forza Italia. Lo scossone arriva verso la fine del pomeriggio quando la Rai trasmette un sondaggio Opinio con le stime di voto partito per partito. Ebbene, da quei dati si nota che il partito di centrodestra i cui elettori hanno espresso più voti per il No sarebbe proprio FI: addirittura il 17,9 per cento (quasi il 18) dei voti azzurri sono andati al No, seguiti dal 14,1 per cento dei leghisti e dall’11,2 per cento dei meloniani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La delusione di Marina e Pier Silvio

Chi l’avrebbe mai detto che il No avrebbe fatto proseliti proprio nel partito azzurro? Che, per inciso, è quello che ha marciato più deciso nella campagna per il Sì sulla separazione delle carriere, cavallo di battaglia di un’intera vita di Silvio Berlusconi. Il quale amava ripetere che «quando un pm arriva nell’ufficio di un giudice deve entrarci con il cappello in mano così come fa l’avvocato della difesa». Forza Italia, inoltre, è il partito che più ha speso nella campagna referendaria: 1,2 milioni di euro provenienti dai gruppi parlamentari, quindi soldi pubblici. Senza contare l’endorsement degli eredi. Quello di Marina Berlusconi con una lettera inviata a Repubblica l’8 marzo scorso, e quello di Pier Silvio: «Voterò un Sì convinto».

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Marina Berlusconi (Ansa).

Le accuse della maggioranza azzurra a Mulè

La campagna è stata affidata a Giorgio Mulè che ora alcuni nel partito vorrebbero mettere sulla graticola. Perché se l’ex direttore di Panorama si è visto molto in tv, dove a Piazzapulita è stato abilissimo a zittire Henry John Woodcock, ed è stato un campione sui social, sul territorio non ha dato grandi prove di sé.

E soprattutto, sussurrano i critici, non è stato in grado di organizzare significative manifestazioni di piazza. «Aveva annunciato dei manifesti 6×3 in perfetto Silvio style. Ebbene, voi li avete visti per caso…?», si chiede qualche esponente della maggioranza azzurra. Che nei talk ha visto sfilare quasi sempre i big della minoranza: Alessandro Cattaneo, Licia Ronzulli, e appunto Mulè. Neppure quando in serata un altro sondaggio ha abbassato la quota azzurra del No all’11 per cento (per la Lega è rimasta al 14), gli animi si sono placati. «Com’è possibile che proprio noi, il partito di Silvio Berlusconi, che da 30 anni ci opponiamo alla politicizzazione della magistratura, abbiamo tra i nostri elettori così tanti aficionados del No…?», si chiedono alcuni deputati giunti alla Camera per assistere allo spoglio in Sala Colletti insieme ad Antonio Tajani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).

Dito puntato contro gli scivoloni di Via Arenula

Insomma, tra i berluscones l’umore è nero, anche perché – al di là delle recriminazioni interne – attribuiscono agli alleati i veri motivi della sconfitta. Al disimpegno della Lega, che i forzisti hanno apertamente criticato anche in campagna elettorale, e agli scivoloni di Carlo Nordio, della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. «In Via Arenula c’è il bar di guerre stellari: solo quei tre ci hanno fatto perdere almeno 5 punti percentuali…», sussurrano i forzisti.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La leadership di Tajani è di nuovo a rischio?

Resta però l’amarezza di fondo di aver fatto evaporare forse per sempre il sogno berlusconiano sulla separazione delle carriere. E sottotraccia si ricomincia a mettere in discussione la leadership di Tajani. Anche se al momento nomi alternativi al ministro degli Esteri non se ne vedono, a meno che Roberto Occhiuto ci ripensi e decida di candidarsi al congresso, eventualità al momento piuttosto improbabile. Una cosa però è certa: ad Arcore c’è molta delusione e questo non aiuterà il già difficile rapporto della famiglia con l’attuale segretario forzista e il suo cerchio magico laziocentrico. Per la cronaca, proprio nel fortino dei Berlusconi, nella Brianza che ha votato in favore della riforma, il No ha avuto la meglio con il 50,25 per cento delle preferenze. Quarantasette voti di scarto che però fanno parecchio male.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Paolo barelli con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

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Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città

Con un’affluenza che sfiora il 60 per cento (per l’esattezza 58,93), il voto sul referendum per la giustizia sancisce la vittoria del No con il 53,74 per cento secondo i dati del Viminale (con 61.523 sezioni scrutinate su 61.533). Il Sì si è fermato al 46,26 per cento.

Il sì avanti nelle Regioni a guida Lega

Le uniche tre regioni in cui il Sì ha ottenuto la maggioranza sono quelle guidate dalla Lega. In Lombardia il Sì ha ottenuto il 53,57 per cento dei voti, mentre in Veneto ha superato il 58 per cento (58,41). In Friuli Venezia-Giulia, infine, l’appoggio al testo del governo è arrivato al 54,47 per cento. Tra le regioni del Nord, Valle d’Aosta, Piemonte e Trentino Alto-Adige sono le uniche tre in cui ha vinto il No (in Trentino con pochissimo scarto (50,59 per cento contro il 49,41 del Sì).

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città
Operazioni di voto (Ansa).

Nelle grandi città vince il No

Nelle grandi città è stato il No a vincere. Il boom è avvenuto a Torino, dove è volato al 64,76 per cento contro il 35,24 per cento del Sì. Anche a Milano ci sono molti punti di scarto, con il No al 58,33 per cento e il Sì al 41,67. Il capoluogo lombardo resta tuttavia la città che, tra le metropoli, registra il voto per il No più basso. A Roma, invece, il Sì si ferma sotto il 40 per cento mentre il No volta oltre il 60. Ancor più ampia la forbice a Genova (64,02 per cento No e 35,98 per cento sì), Firenze (66,57 per cento No e 33,43 per cento Sì) e Bologna (68,19 per cento No e 31,81 per cento Sì).

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città
Festeggiamenti per la vittoria del No a Torino (Ansa).

Boom di No a Napoli

Il dato più alto in una grande città, però, il No l’ha registrato a Napoli. A scrutinio completato, il Sì non arriva neanche al 25 per cento (per l’esattezza 24,51) mentre il No sfonda la soglia del 75 per cento (75,49). A Palermo Sì al 31,06 per cento contro il 68,94 del No. A Bari il Sì si ferma al 37,2 mentre il No vola al 62,8 per cento.

Nordio bocciato nella sua Treviso

La città natale del ministro della Giustizia Carlo Nordio “boccia” la sua riforma sull’ordinamento giudiziario. A Treviso, infatti, il No ha vinto con il 50,39 per cento, pari a oltre 21 mila voti. Il risultato del capoluogo della Marca è in controtendenza rispetto al dato provinciale, dove il Sì è al 60,40 per cento, e a quello regionale veneto.

A trainare l’affluenza le rosse Emilia Romagna e Toscana

Le regioni dove si è votato di più sono Emilia Romagna e Toscana, con percentuali di affluenza superiori al 66 per cento.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Da quando è al governo è la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni, oltretutto netta, sull’unica vera riforma che il centrodestra ha messo fin qui in campo, quella della giustizia. Terreno bollente, naturalmente, perché i rapporti tra politica e magistratura sono ai minimi termini da più di 30 anni. E forse, col senno di poi, la questione è stata sottovalutata dalla stessa maggioranza, che poteva focalizzarsi su altro invece che affrontare subito l’Armageddon con le toghe. Partita oltretutto lasciata nelle mani di big che non si sono rivelati all’altezza del compito: il Guardasigilli Carlo Nordio, con le sue uscite improvvide, la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. E proprio l’ultima vicenda di Delmastro – ex socio in affari con la figlia di un prestanome dei Senese – può aver contato non poco nella disfatta referendaria. Consultazione che, giusto per smentire i sondaggisti, ha avuto un’affluenza alta, molto più di tutte le ultime elezioni.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La vittoria del No affossa anche Forza Italia

Il centrodestra, dunque, incassa una sconfitta pesante in quelle che rappresentano una sorta di elezioni di midterm. Sconfitta che peserà sulla lunga campagna elettorale per le Politiche che si aprirà già da domani. Ha perso innanzitutto Giorgia Meloni, che per tirar su i consensi e bloccare la rimonta del No (perché di rimonta si è trattato), nelle ultime tre settimane è stata costretta a metterci la faccia con interviste, una manifestazione pubblica, interventi sui social e pure andando ospite nel podcast di Fedez.

Ha perso tutta FdI, che ha sposato in blocco la riforma, dando pieno appoggio a Nordio. E ha perso Forza Italia, che ha voluto fortemente questa riforma nel solco della battaglia ventennale di Silvio Berlusconi contro la magistratura: e infatti Antonio Tajani ha tirato parecchio la carretta del Sì, oltre alle dichiarazioni di voto per il Sì di Pier Silvio e Marina Berlusconi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La débâcle risulta un filo meno pesante per Matteo Salvini che, forse, capita l’antifona, non ha impegnato la Lega pancia a terra nella campagna elettorale, beccandosi le accuse di scarso impegno anche da parte degli alleati.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Aria di dimissioni nella maggioranza?

Di sicuro ora Giorgia Meloni dovrà aprire una riflessione della maggioranza, perché la sconfitta al referendum rischia di essere un macigno che può trasformarsi in valanga tra un anno quando si tornerà al voto. E forse dovrebbe capire che alla fine certi atteggiamenti non sono più tollerati nemmeno tra i suoi elettori: il caso Delmastro, per l’appunto, ma anche i guai giudiziari di Daniela Santanché. Insomma, forse qualche dimissione sul tavolo la premier a questo punto dovrebbe pretenderla, invece di continuare a difendere a spada tratta, e non senza qualche imbarazzo, i suoi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Freno alla riforma del premierato e accelerata sulla legge elettorale

Detto questo, alla luce del risultato e delle percentuali finali, potrebbero esserci due conseguenze: l’abbandono della riforma del premierato, su cui potrebbe servire un referendum confermativo con tutti i rischi del caso (una sconfitta passi, ma due no) e il metter mano a una legge elettorale che favorisca il più possibile l’attuale maggioranza. Sulla sconfitta può aver pesato anche la politica estera: l’atteggiamento su Gaza, le distrazioni volute su Donald Trump e soprattutto la guerra in Iran, che ha fatto schizzare il costo della vita per gli italiani, a cominciare dal pieno di benzina. Insomma, se non ci sarà una sterzata anche in politica estera e su quella economica, il governo rischia di logorarsi per più di un anno arrivando alle urne spompato.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il centrosinistra esulta: Schlein vince su tutti i fronti

Il centrosinistra, invece, in questo momento può godere di qualche giorno di giubilo: la vittoria del No è soprattutto un successo per Elly Schlein e della sua idea di campo largo tanto fortemente inseguita, con il suo essere «testardamente unitaria». La segretaria dem esce rafforzata dalle urne anche all’interno del partito, mettendo a tacere (per ora) gli oppositori interni e i riformisti duri e puri capeggiati da Pina Picierno. Brindano naturalmente anche Giuseppe Conte e Avs (Fratoianni&Bonelli). Soddisfatto Matteo Renzi, che alla fine ha scelto di restare nel perimetro del centrosinistra (anche se in Italia Viva c’era libertà di voto).

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Ora si infiamma la sfida per la leadership del campo largo

Intanto però fa pensare il fatto che proprio a ridosso della vittoria, Conte abbia annunciato la sua apertura alle primarie del centrosinistra. Primarie aperte a tutti i cittadini, ha sottolineato il leader cinquestelle, e «non di apparato». Un modo per distogliere l’attenzione da Schlein? Probabile. Anche perché la scelta dei tempi in politica non è mai casuale e sicuramente la mossa è stata studiata a tavolino. Conte avrebbe proposto le primarie anche se avesse vinto il Sì? Probabilmente no. Insomma, da domani non si apre ufficialmente solo la lunga campagna elettorale che porterà il Paese alle urne, ma anche la battaglia per la leadership nel centrosinistra. Insomma, neanche qualche ora di relax per festeggiare che subito si ricomincia.  

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo

«Roma mi fa pensare a un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna», diceva James Joyce. Ma lo scrittore irlandese aveva torto, perché quelli che arrivano da lontano, dal profondo Nord Italia, come per esempio da Biella, giunti nella Città eterna annullano tutti i freni inibitori e si mettono a compiere, dal nulla, scivoloni inimmaginabili, errori madornali, sesquipedali (e qui il latino ci sta bene, dato che voleva dire “un piede e mezzo”). Un re delle assurdità è, a tutto tondo, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, giunto proprio da Biella, che nella Capitale “ne ha combinate di ogni”. Tutti si ricordano il caso di Capodanno del 2024 col “pistolero” compagno di partito Emanuele Pozzolo (nel frattempo passato con Roberto Vannacci), ma ora si parla soprattutto della volontà di Delmastro di trasformare la Polizia penitenziaria in un suo “braccio armato”, tanto da portare i sindacalisti, e pure la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, a tavola nell’ormai famigerato (e noto alle cronache giudiziarie) ristorante situato nell’estrema periferia capitolina, quella “Bisteccheria d’Italia” che pure nel logo faceva il verso al partito di Giorgia Meloni (e della sorella Arianna), Fratelli d’Italia (e dove andava a mangiare anche il nuovo capo di Rai Sport Marco Lollobrigida, come testimoniano le foto sui social). “Roma Caroccia”, dice ora qualcuno che ama le canzoni di Antonello Venditti e ha trovato perfetto il cognome dei soci di Delmastro nel locale dedicato alla carne, quei Mauro e Miriam Caroccia indagati per intestazione fittizia di beni e riciclaggio, per coniare una nuova definizione per la Capitale. Insomma, da “Roma capoccia” a Roma Caroccia. Per la “macelleria messicana” c’è ancora tempo, ma restando in tema di carne qualcuno nel partito meloniano, dove sta montando imbarazzo e malcontento per l’ennesimo guaio di Delmastro, afferma che la classica “figura del pollo” adesso ha un nome e cognome…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
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Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
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Mamma li turchi, ad Ankara c’è Urso

Già c’è stata l’esperienza tragicomica del ministro della Difesa Guido Crosetto, uno che mentre stava iniziando la guerra si trovava a Dubai e che per tornare in Italia ha pagato per tre il viaggio in aereo. Ora, con il procedere delle operazioni militari, ecco sbarcare in Turchia, ad Ankara, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso: una missione ufficiale, «una visita di due giorni nel Paese», dove «incontrerà il proprio omologo, il ministro dell’Industria e della Tecnologia della Repubblica di Turchia, Mehmet Fatih Kacır». Urso interverrà alla sessione ministeriale del comitato “Science, Technology, Innovation, Industry, Investments”, e incontrerà anche «la comunità imprenditoriale italiana presente nel Paese, per approfondire le prospettive di investimento e le opportunità di collaborazione industriale». A pochi chilometri di distanza, i bombardamenti continueranno.

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Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Quello scherzo a Costanza Calabrese

Ormai è una vip: Costanza Calabrese, colonna di Mediaset, giornalista del Tg5, conduttrice di trasmissioni su Rete 4, figlia di “Pietruzzo“, indimenticato direttore del quotidiano Il Messaggero, nella serata di lunedì 23 marzo sarà protagonista, anzi vittima, di Scherzi a parte. È l’ultima trasmissione della serie, in onda su Canale 5, nello show condotto da Max Giusti. E Costanza Calabrese si trova in ottima compagnia, visto che sarà insieme a Sal Da Vinci, Simona Ventura, Elisa Di Francisca, Rosa Chemical, Alessia Marcuzzi e Gianluigi Nuzzi. Folle di amici e fan attendono con ansia la messa in onda della puntata…

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Costanza Calabrese (foto Imagoeconomica).

Ema Stokholma e Gualtieri per il co-housing

La strana coppia. Ema Stokholma e Roberto Gualtieri lottano insieme per il co-housing. A Roma il 30 marzo nell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone va in scena il “Festival del Co-Housing”, definito come il «primo grande evento pubblico italiano dedicato alle nuove forme di abitare condiviso per anziani: una giornata intera per lanciare ufficialmente un progetto di animazione civica e culturale. Tutto ruoterà intorno a una domanda: come si può continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso e pieno di relazioni quando l’età avanza? Ecco così il sindaco di Roma Gualtieri, che apparirà anche nel cast di un cortometraggio sul tema della convivenza nelle città contemporanee, un video che dal 7 aprile sarà online e di pubblico dominio. I lavori saranno condotti per l’intera giornata da Michele La Ginestra e Arianna Ciampoli. Monsignor Vincenzo Paglia, arcivescovo e già presidente della Pontificia Accademia per la Vita, porterà una riflessione sulla longevità come sfida spirituale e antropologica prima ancora che sociale. E poi Erri De Luca, Donatella Di Cesare, Barbara Ronchi, Luca Ward, Nicola Piovani, Luca Barbarossa, Ema Stokholma…

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Ema Stokholma (foto Imagoeconomica).

Referendum sulla giustizia: risultati e affluenza

È terminata alle 15 la due giorni di voto per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, che com’è noto non prevede il quorum: vince l’opzione che raccoglie più preferenze. Il primo giorno di voto, quello di domenica 22 marzo, si è chiuso con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa, con le Regioni del Nord a fare da traino e la Sicilia maglia nera (attorno al 35 per cento).

Referendum sulla giustizia: risultati e affluenza
Un elettore al voto (Ansa).

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale

«Esiste una questione settentrionale e prima o poi la dovremo affrontare». Era l’aprile del 1996, L’Ulivo di Romano Prodi aveva appena vinto le elezioni e Massimo D’Alema, segretario del Pds, il Partito democratico della sinistra, non si lasciò abbagliare dal successo. A D’Alema, romano di nascita e pugliese d’adozione, non sfuggì che al Nord il centrodestra l’aveva fatta da padrona.

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale
Massimo D’Alema con Romano Prodi nel 1996 (foto Ansa).

Lombardia e Veneto da 30 anni saldamente in mano alla destra

Dopo 30 anni, la morte di Umberto Bossi ha riaperto una riflessione sul valore dell’intuizione politica del leader leghista, sul dare voce alle istanze del Nord Italia, sul federalismo, mentre il centrosinistra tutto sommato su quella riflessione è ancora al palo. Perché nonostante tutti i convegni e i tentativi politici, Lombardia e Veneto sono saldamente in mano a esponenti del centrodestra. Solo il Piemonte e la Liguria a tratti si sono lasciati guidare da politici di centrosinistra.

Le Regioni più produttive appannaggio dell’avversario

Diverso è il discorso delle grandi città: Milano, Torino e Genova hanno avuto spesso sindaci di sinistra, ma guardando i dati delle elezioni politiche, Lega e Forza Italia hanno sempre dominato nelle circoscrizioni del Nord. E l’analisi di mille politologi e di decine di politici del centrosinistra, per tre decenni, è stata questa: non è saggio lasciare che le Regioni più produttive e spesso più al passo con il resto d’Europa siano appannaggio dell’avversario.

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale
Uno striscione al funerale di Umberto Bossi (foto Ansa).

Anche alle ultime elezioni politiche, quelle del 2022, le cartine geografiche raccontano una storia di monopolio del Settentrione: Fratelli d’Italia ha fatto il pieno, al Partito democratico è rimasto il Centro ex rosso, al Movimento 5 stelle il Sud.

La sinistra si limita a misurare la sua vicinanza al Senatùr

E così, mentre la Lega si è riunita per l’ultimo saluto al Senatùr e tutti si interrogano sul suo valore, sempre fedeli al motto de mortuis nihil nisi bonum, il centrosinistra si limita a misurare la sua vicinanza a Bossi, a testimoniare la sua simpatia, ad assicurare il suo rispetto. Ma per le prossime elezioni politiche, nel 2027 o magari prima, se il campo largo, o quel che sarà, vorrà sperare di essere in partita dovrà tornare a riflettere sul popolo del Nord. Magari tirando anche fuori qualche idea e qualche buon candidato.