Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo

«Dobbiamo riprenderci Tolkien». È l’invito che Elly Schlein ha lanciato domenica primo febbraio dal palco della Fondazione Feltrinelli, a conclusione di “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”, la prima tappa del «viaggio d’ascolto» del Pd per «delineare la cornice attuale e futura di un mondo contrassegnato da nuovi assetti globali, di un’economia sempre più condizionata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale e di una democrazia aggredita da vecchie e nuove autocrazie sino dentro il cuore dell’Europa e dell’Occidente».

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
Elly Schlein alla Fondazione Feltrinelli (Ansa).

Tu mi scippi Gramsci e io mi (ri)prendo Tolkien

Probabilmente, l’appello a riprendersi (sic!) l’autore della saga degli hobbit e del Signore degli Anelli ha colpito molto più di quanto la stessa Schlein pensasse e desiderasse. Con il risultato che il suo intervento è suonato solo come una controffensiva culturale: se la destra tenta di “scippare” alla sinistra capisaldi come Antonio Gramsci (la questione è tornata anche di recente attualità, ma già a fine Anni 70 Alain De Benoist, “padre” della Nouvelle Droite, predicava il «gramscismo di destra») e Pier Paolo Pasolini, perché non tentare di sfilare alla destra un autore venerato come vera icona, riferimento culturale e persino identitario?

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
L’istituto Antonio Gramsci (Imagoeconomica).

Nero a sua insaputa

Peraltro, con lo scrittore inglese l’operazione potrebbe essere meno ostica, perché se sull’appartenenza di Gramsci alla sinistra non possono esservi dubbi, su quella di Tolkien alla destra di dubbi ce ne sono e molti. Non a caso, la passione della destra per il papà degli hobbit è fenomeno praticamente solo italiano. Nel resto del mondo è difficile trovare una simile politicizzazione dello scrittore che viene considerato, giustamente, uno dei più influenti autori del Novecento e padre indiscusso del genere fantasy moderno, ma non certo come un punto di riferimento “metapolitico”. John Ronald Reuel Tolkien era sicuramente conservatore e convintamente cattolico, ma non certo assimilabile al mondo, in senso lato, “fascista”. Non solo: ha sempre contrastato ogni lettura delle sue opere – spesso incentrate su storie di potere, spirito comunitario, contrasto al male – come una sorta di allegoria politica dei suoi tempi. Ed è celebre la risposta che, da insegnante di filologia, diede nel 1938 a un editore tedesco che voleva tradurre il suo romanzo di esordio, Lo Hobbit, e che gli aveva chiesto rassicurazioni sulle sue origini ariane: «Temo di non comprendere quello che voi intendete con la parola “ariano”. Non sono di estrazione ariana: che sarebbe indo-iraniana; per quanto ne sappia nessuno dei miei progenitori parlava l’indiano, il persiano o il gitano, o qualsiasi altro dialetto affine. Ma se ho capito bene, e voi mi state chiedendo se ho origini ebraiche, posso solo rispondere che mi dispiace di non avere antenati di quel popolo dotato».

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J.J.R Tolkien (Ansa).

Così il papà dello Hobbit è diventato icona della destra

Ciononostante, a partire dagli anni immediatamente successivi alla sua morte (avvenuta nel 1973), Tolkien è divenuto un autore non solo di culto, ma un vero e proprio riferimento identitario per i giovani italiani di destra, soprattutto tra le file di quelli gravitanti nell’orbita del Msi e della sua organizzazione giovanile (Fronte della Gioventù), che cercavano, attraverso le sue opere, la possibilità di rappresentare una “mitologia” alternativa rispetto alla cultura di sinistra, prevalente all’epoca, e, al tempo stesso, di liberarsi dall’orpello culturale un po’ ingombrante e paludato del partito di appartenenza. Operazione, per esempio, enfatizzata dai raduni politici e culturali che i giovani missini tennero tra il 1977 e il 1980 – i famosi Campi Hobbit, guarda caso -, mentre proprio nel 1977 nasceva la cosiddetta Nuova Destra, versione nostrana di quella francese di De Benoist, che marcò un distacco, soprattutto culturale e forse anche “antropologico”, dalla destra almirantiana.

Giorgia-Frodo e FdI-compagnia dell’Anello

Anche se in epoca più tarda, per evidenti ragioni anagrafiche, pure l’attuale premier Giorgia Meloni si invaghì di Tolkien, come da lei stessa dichiarato. Qualcuno, per esempio Jason Horowitz sul New York Times del 21 settembre 2022, alla vigilia delle elezioni che l’avrebbero consacrata leader del primo partito e quindi premier, arrivò a dire che «Giorgia Meloni, la leader della destra radicale che probabilmente sarà la prossima premier italiana, si divertiva a travestirsi da hobbit», ma non ci sono prove in proposito.

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
Giorgia Meloni con La Compagnia dell’Anello di J. R. R. Tolkien, in una immagine tratta dal suo profilo Instagram.

Sappiamo solo che, quando nel 2008 divenne ministra per la Gioventù con il Governo Berlusconi IV, nel suo studio portò con sé un action figure di Gandalf il Bianco. E restano agli atti le numerose citazioni di J.R.R. Tolkien che la premier ha utilizzato in svariate occasioni, anche ufficiali. Ancora nel 2023, alla kermesse di Atreju, la prima da presidente del Consiglio donna disse: «Amo Tolkien ancora di più, perché aveva ragione: l’anello del potere “ti lusinga, cerca di farti perdere il senso della realtà: un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli”», per rassicurare che non avrebbe ceduto al potere velenoso diffuso da Sauron. E qualche mese prima, nel comizio finale in piazza del Popolo, prima delle elezioni, il suo amico attore e doppiatore Pino Insegno (che nella trilogia cinematografica tolkieniana dà la voce a Argorn) la introdusse sul palco citando proprio Il Signore degli Anelli: «Verrà il giorno della sconfitta, ma non è questo». Senza contare altre innumerevoli citazioni da parte della sorella di Giorgia, Arianna (la passione evidentemente è di famiglia) che, ancora di recente, concludendo una direzione romana di Fratelli d’Italia, è arrivata a dire che «Giorgia Meloni è il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell’Anello».

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
Arianna Meloni (foto Imagoeconomica).

Tu chiamale se vuoi evasioni

Al netto che a Schlein i tanto agognati anelli – «Un anello per domarli, un anello per trovarli, / un anello per ghermirli e nel buio incatenarli» potrebbero servire per tenere a bada le correnti che da neo segretaria aveva promesso di eliminare, può darsi che la riconquista di Tolkien sia davvero una sfida simbolica alla sua diretta e principale antagonista (Giuseppe Conte e compagnia, non dell’anello, permettendo). Ma forse occorre qualche avvertenza. Che viene proprio da una voce di destra, quella di Giano Accame, storico intellettuale scomparso nel 2009, che, nel corso del convegno della Nuova Destra Al di là della destra e della sinistra (1981), proprio citando la passione dei giovani novodestri per Tolkien, invitò la platea ad ancorare il discorso culturale a precisi referenti politici (la comunità nazionale) per non ridurre il momento culturale a una mera e astratta evasione. «È un problema che potrebbe porsi a voi», disse a questo proposito Accame, «usando come testo di reclutamento Il Signore degli Anelli, un libro che vi confesso non sono riuscito a leggere per l’istintiva ripugnanza che provo di fronte alle opere di pura fantasia, di fronte all’invenzione dei miti». Accame segnalava «i rischi di evasione e quindi di alienazione impliciti in tutta una posizione culturale che a essi tanto più si espone per allontanamento dalla realtà nazionale, quanto più, con giusta ambizione, si propone di comprenderla dall’alto. Se non addirittura, come a tratti avviene, di superarla, fuggendo alla rincorsa di una sempre più fumosa “tradizione” verso lidi esotici o di un paganesimo intellettualistico, posticcio, dove secondo me veramente ci si perde». Insomma, meno Tolkien e più Gramsci. Varrebbe la pena di rifletterci.

Addio di Vannacci alla Lega, Salvini: «Un soldato non abbandona mai il proprio posto»

Dopo l’addio alla Lega di Roberto Vannacci, che forse alle prossime Politiche scenderà in campo con il neo-movimento Futuro Nazionale (ecco chi potrebbe aderire), e il messaggio di addio a via Bellerio affidato dall’ex generale ai social, è arrivato anche quello di Matteo Salvini, che si è detto «deluso e amareggiato», ma non «arrabbiato».

Addio di Vannacci alla Lega, Salvini: «Un soldato non abbandona mai il proprio posto»
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Salvini: «Far parte di un partito non significa solo ricevere»

«La Lega aveva accolto nella propria grande famiglia Vannacci quando aveva tutti contro ed era rimasto da solo: grandi giornali, opinionisti, politici, sinistra e benpensanti. Abbiamo spalancato le porte di tutte le nostre sedi e di Pontida, tanto a lui quanto ai suoi collaboratori più stretti», ha scritto Salvini in un lungo messaggio, corredato da un video in cui Vannacci al “Pratone” smentiva di voler lasciare il Carroccio. Ricordando le varie opportunità offerte all’autore de Il mondo al contrario (tra cui la posizione di vicesegretario della Lega), Salvini aggiunge: «Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. Purtroppo, però, far parte di un partito, di una comunità, di una famiglia non significa solo ricevere, essere al centro di tutto, ottenere posti e candidature: è soprattutto lavoro, costruzione, sacrificio e, prima di tutto, lealtà».

Salvini: «Un soldato non abbandona mai il proprio posto»

In questi mesi, invece, «abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni», osserva Salvini. E poi: «Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa. Si dice, fin dai tempi dei romani, che un soldato non abbandona mai il proprio posto. Ma la storia purtroppo spesso si ripete: quanti ne abbiamo visti cambiare bandiera e partito, senza ovviamente lasciare il posto in Parlamento e tradendo voto e fiducia dei cittadini». Il leader della Lega prosegue: «Se è vero che nella vita tutti sono utili e nessuno è indispensabile, la Lega ci ha insegnato in questi anni, spesso sola contro tutti, che gli uomini passano, le idee restano». Infine un’altra affermazione a tema militare: «La forza e il destino di una comunità dipendono dal popolo e dalla truppa, non da re o generali».

Zaia: «Non ci stracceremo le vesti per Vannacci»

«Direi che il segretario è stato fin troppo inclusivo e anche comprensivo. Dopodiché, non conosco le dinamiche di questa sua dipartita. Non so come sia nata. È pur vero che è un film che avremmo già scritto, già sapevamo come sarebbe stata la fine. Vorrei sottolineare che questa grande militanza in Lega è durata meno di un anno». Lo ha detto Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale ed ex governatore del Veneto, tra i big del Carroccio. L’ex generale, «se è il Vannacci di oggi, può ringraziare la Lega, che ha investito su di lui», ha aggiunto. E poi: «Noi andiamo avanti per la nostra strada come già è capitato, ho visto situazioni migliori ne ho viste di peggiori in Lega. Di certo non stiamo qui a stracciarci le vesti perché Vannacci se ne va via. Ne prendiamo atto e andiamo avanti per la nostra strada».

Vannacci fuori anche dal Gruppo dei Patrioti europei

Ora è ufficiale. Sui suoi canali social, Roberto Vannacci ha annunciato la sua uscita dalla Lega per fondare un nuovo partito, Futuro nazionale. Di conseguenza, ha comunicato il Carroccio, l’ex generale non è più membro del gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo, perché la sua decisione rende la sua permanenza “incompatibile” con la struttura politica del gruppo. La formazione dell’Europarlamento ha comunque sottolineato che la Lega «resta un partito partner a pieno titolo all’interno della famiglia politica dei Patrioti» e la cooperazione con essa proseguirà invariata. Vannacci era già stato destituito dalla vicepresidenza del gruppo per volontà dei francesi del Rassemblement national a causa delle tesi esposte nel suo libro Il mondo al contrario. La carica, che spetta alla Lega, è rimasta vacante da allora.

Vannacci: «Continuo a combattere lontano da impicci, compromessi e inciuci»

Questo il post con cui Vannacci ha annunciato lo strappo con Salvini e la volontà di proseguire da solo: «Il mio impegno – da sempre – è quello di cambiare l’Italia. Farla tornare un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo. Amo la mia Patria e voglio continuare a combattere per lei stando lontano da impicci, compromessi di convenienza e inciuci. Proseguo per la mia strada da solo, con tutti quelli che inseguono il sogno di lasciare ai propri figli un Paese migliore di quello che loro stessi hanno ricevuto dai propri genitori. Da oggi Futuro nazionale è una realtà».

Chi potrebbe seguire Vannacci nel suo Futuro nazionale

Mentre si attende l’ufficialità della rottura di Vannacci con Salvini, con l’ex generale pronto a lasciare la Lega per dar vita al suo nuovo partito Futuro nazionale, ci si chiede chi potrebbe seguirlo. Il pensiero va subito a due deputati leghisti, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, che il 15 gennaio 2026 hanno votato in dissenso rispetto al Carroccio sul decreto relativo agli aiuti per l’Ucraina (si sono espressi contro). Il primo non ha escluso di seguire Vannacci: «Se fosse confermato, farò una valutazione che mi riservo di esprimere nelle prossime giornate C’è una riflessione in corso da tempo». Il secondo non si è ancora espresso. Ma potrebbero non essere i soli ad andare con l’ex generale.

Da Pozzolo a Furgiuele, gli altri nomi possibili

Un altro deputato che negli ultimi mesi gli si è avvicinato moltissimo è Emanuele Pozzolo, l’ex parlamentare di Fratelli d’Italia (da cui è stato espulso) coinvolto nel caso dello sparo di Capodanno. «Ci parliamo sulla base di idee, c’è una comunanza di visioni con molte posizioni», aveva spiegato quando a metà dicembre incontrato l’ex comandante a Montecitorio. Della pattuglia potrebbe poi far parte anche il leghista Domenico Furgiuele, colui che aveva organizzato alla Camera la conferenza stampa sulla remigrazione poi saltata. «Spero non se ne vada», ha risposto a chi gli ha chiesto se lascerà il partito dopo l’addio di Vannacci. Tra i nomi circola anche quello di Manlio Messina, deputato ex Fdi ora nel gruppo Misto.

Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno

Alla fine della prima giornata della Fontana di Trevi a pagamento, tutti a commentare che «è stato un successo». Però nessuno ha voluto dire che la decisione del sindaco di Roma Roberto Gualtieri di introdurre un biglietto – in questo caso non di ingresso ma di “visione” della storica fontana – è stata “copiata paro paro”, come dicono in Campidoglio, dall’idea dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano al Pantheon, una soluzione che ha permesso di creare nuovi introiti destinati al restauro del monumento. Gualtieri ha fatto la stessa cosa, omettendo il “diritto d’autore” (ma qualcuno ricorda che il copyright originale sarebbe in realtà di Dario Franceschini…). Comunque chi teme di vedere crollare i benefici per i meno abbienti è la Caritas, perché le monete lanciate venivano poi donate proprio all’istituzione caritatevole. Ora, dopo aver acquistato il ticket, quelli che lanciano i soldi nella fontana tireranno fuori 5 centesimi dalla tasca, e non certo 2 euro come spesso accadeva in passato.

Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno
Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno
Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno
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Prossimo ticket? All’Altare della Patria

Visto il risultato positivo del biglietto per Fontana di Trevi, ora ne seguiranno altri. Dalle parti del ministero della Cultura da tempo alcuni dirigenti spingono per creare un ticket per accedere all’Altare della Patria, il monumento di piazza Venezia. Il motivo è semplice: si tratta del luogo più amato dai turisti stranieri che cercano un bagno nel centro storico della Capitale, e le spese per manutenzione di quei wc sono arrivate a cifre astronomiche, per l’eccesso di utilizzo, come affermano sobriamente da via del Collegio Romano, la sede del dicastero. Una selezione all’ingresso con un biglietto a pagamento permetterebbe di avere anche i fondi per pagare tutti gli interventi urgenti di idraulica…

Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno
L’Altare della patria (foto Imagoeconomica).

Immigrati? Parla De Gennaro

Alla presentazione della ricerca intitolata “Tra accoglienza, divieti e regolamentazione. Leggi e politiche dell’immigrazione negli Usa”, organizzata dal Centro studi americani giovedì 5 febbraio, l’elenco degli ospiti è lungo. Si comincia con Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, qui presente nella veste di presidente del Centro studi americani. «Ogni sua parola sul tema è legge», ricorda un suo antico amico. Quindi, con la moderazione di Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera, ecco Giuliano Amato in qualità di presidente emerito della Corte costituzionale e presidente onorario del Centro studi americani, poi Lauren Braun-Strumfels del Cedar Crest College, Maddalena Marinari del Gustavus Adolphus College, Rosanna Rabuano che al ministero dell’Interno è capa dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. A seguire una seconda sessione con Stefania Craxi, presidente della commissione Affari Esteri e Difesa del Senato della Repubblica, e molti altri ancora. Si nota l’assenza, tra i relatori, del vicepresidente del Consiglio e ministro per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Antonio Tajani.

Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno
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Brunetta, sempre prof

Preparate i popcorn. Mercoledì mattina a Roma, nell’aula dei gruppi parlamentari, è in programma un evento imperdibile: la presentazione del rapporto 2025 di italiadecide “La cultura e i territori. Valori, modelli e strumenti per lo sviluppo delle aree interne”. Indirizzo di saluto del presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana. Introduzione di Anna Finocchiaro, presidente di italiadecide. Presentazione del rapporto da parte di Daniela Viglione, direttrice scientifica dell’associazione. E, alla fine, lectio magistralis di Renato Brunetta, presidente del Cnel. Vuole far sempre ricordare che è stato “un prof”, Brunetta.

Fontana di Trevi, l’idea copiata di Gualtieri e il prossimo ticket: le pillole del giorno
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San Lorenzo in Lucina? Per Il Messaggero è a Trastevere

Il caso di Giorgia Meloni “affrescata” in una nota chiesa del centro storico di Roma fa venire il mal di testa. Anche a molti giornalisti. Per la cronaca del quotidiano romano Il Messaggero, la basilica di San Lorenzo in Lucina si trova a Trastevere. Non a due passi da via del Corso, nel “miglio quadrato” della politica nazionale, dove è sempre stata. E meno male che si tratta del giornale della Capitale. Altra pagina, quella della cultura, nello stesso quotidiano, con una “notizia”, quella del vino del Colosseo, che però è datata almeno tre anni fa e quindi non è certo uno scoop. Della serie «signora mia, per carità, qui non si butta via niente».

Calenda candidato sindaco di Roma per il centrodestra? La replica del leader di Azione

«Notizia destituita di ogni fondamento, né tantomeno verificata con il sottoscritto. Mai parlato con qualcuno del centrodestra di questo argomento. Continueremo a lavorare per costruire un centro liberale europeista. Il resto è fantascienza e creatività artistica del giornalista». È quanto ha scritto Carlo Calenda su X commentando un articolo del Corriere della Sera che parla di una «suggestione Campidoglio» per il leader di Azione e di un «piano nel centrodestra per candidarlo». Nella coalizione al governo l’indicazione del prossimo candidato sindaco della Capitale, scrive il Corsera, spetta a Fratelli d’Italia, «ma la sintonia con Forza Italia apre all’ipotesi di una sua corsa» per il dopo-Roberto Gualtieri. Il voto è previsto nel 2027.

Parlando con Corriere della Sera, Maurizio Gasparri ha detto: «Noi di FI pensiamo che stavolta si debba allargare il perimetro della coalizione, senza affidarci a candidati di bandiera», definendo poi la candidatura di Calenda «un’ipotesi realistica». Ma, ha precisato il senatore azzurro, «bisogna capire se è interessato».

Vannacci lascia la Lega e strappa con Salvini

Alla fine, com’era prevedibile, lo strappo si è consumato. Roberto Vannacci ha lasciato la Lega di Matteo Salvini. La decisione, da via Bellerio sottolineano “consensuale”, è arrivata dopo l’incontro dell’autore del Mondo al contrario con il segretario-demiurgo. Un faccia a faccia descritto come franco e diretto, ma che non è servito ad accorciare distanze divenute siderali.

L’ultimo appello di Durigon caduto nel vuoto

Cade così nel vuoto l’appello dell’altro vice, Claudio Durigon, che sperava in una permanenza dell’X-Man all’interno del Carroccio «anche perché tra pacchetto sicurezza e battaglie con i patrioti europei stiamo ottenendo risultati», aveva detto Il Giornale, aggiungendo: «Conto resti nella Lega, senza se e senza ma, perché tutte le opzioni alternative sono un regalo alla sinistra e quindi un danno per l’Italia». Nella Lega, ricordava Durigon, «sono tutti importanti ma nessuno è indispensabile: il generale sa benissimo che i primi tifosi del suo addio sono i media di sinistra. E un uomo come lui non farebbe regali a Schlein, Renzi o Conte. Un coraggioso patriota come lui ha già una casa: la Lega. Non ha bisogno di cespugli di fortuna».

Vannacci lascia la Lega e strappa con Salvini
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

Il futuro dell’ex generale e di Futuro Nazionale

Cosa farà ora l’ex generale? Alle prossime Politiche scenderà in campo con il neo-movimento Futuro Nazionale? Secondo alcune fonti, qualcuno in via Bellerio, per cercare di salvare il salvabile, aveva anche ipotizzato una corsa in tandem con i vannacciani inserendo a mo’ di lenticchia o mosca, che dir si voglia, il simbolo di FN (stesso acronimo, coincidenza, di Forza Nuova e Front National di Le Pen prima maniera). Un compromesso che forse non è bastato, ma che sicuramente era indigeribile per una buona parte dei leghisti, a partire da Luca Zaia e Attilio Fontana, tanto per fare due nomi, che voci vorrebbero candidati nel 2027. L’ex Doge per settimane aveva cercato di convincere Salvini a espellere quello che era considerato un «corpo estraneo», tra l’altro additato come responsabile del flop alle Regionali toscane. Il segretario però aveva ignorato il pressing, convinto forse di riuscire a “domare” la sua creatura. Così non è stato.

Vannacci lascia la Lega e strappa con Salvini
Luca Zaia (Imagoeconomica).

Vannacci è la sconfitta di Salvini

Il rischio è che il partito dell’ex generale, dato nei sondaggi intorno al 2 o 3 per cento, rosicchi voti alla destra affossando la coalizione. Anche perché, al momento, né FdI Forza Italia sono intenzionati ad accogliere Vannacci nel centrodestra. Insomma, se vuole correre corra da solo. È però indubbio che l’uscita indebolisca Salvini e la sua già traballante leadership. È stato lui, nella speranza di superare Giorgia Meloni a destra, ad aprirgli le porte del partito, lui a candidarlo alle Europee e lui a nominarlo vicesegretario. È stato sempre Salvini a perdonare il movimentismo del ‘suo’ vicesegretario impegnato a dare vita a team, fondazioni e movimenti. In altre parole il vaso si è rotto e i Vannacci sono suoi.

Decreto sicurezza, cos’è lo scudo penale e cosa cambierebbe per gli agenti

Dopo gli scontri di Torino, il governo sta lavorando a nuove misure da inserire nel Decreto sicurezza. Tra queste c’è lo scudo penale per gli agenti di polizia, un provvedimento che prevede la non iscrizione nel registro degli indagati in presenza di «cause di giustificazione» in caso di reati, quando cioè agiscono nell’adempimento del dovere o nell’uso legittimo delle armi.

Come funziona lo scudo penale pensato dal governo

L’ipotesi è che, quando viene commesso un reato ed è ravvisabile una causa di giustificazione, il pm entro sette giorni svolga accertamenti preliminari prima di procedere, se strettamente necessaria, all’iscrizione. Gli esempi sono presenti nella bozza del decreto e includono «legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità». L’intenzione, per evitare questioni di incostituzionalità, è quella di far valere la misura a tutte le persone che agiscono per ragioni di servizio o in una situazione di legittima difesa. La bozza fa infatti riferimento a una misura «per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia».

Per arginare Vannacci, a Meloni e Salvini non resta che Calderoli

Il situazionista ha colpito ancora. Dalle parti di Palazzo Chigi in questi giorni fanno di sovente ricorso al soprannome che Giorgia Meloni userebbe per indicare Matteo Salvini. È un alto dirigente leghista a raccontarlo. La premier lo userebbe quando si sentono al telefono. E il riferimento non sarebbe tanto alle ideologie dell’Internazionale anticapitalista fondata da Guy Debord. Ma alle tecniche usate da quel movimento, come il Dètournement o la Deriva situazionista: smarrimento volontario della rotta, della direzione, un vagare senza scopo. I situazionisti veri lo usavano come pratica di liberazione dalla società borghese percepita come autoritaria. Salvini-Debord invece deborda senza una rotta, pensano in Fratelli d’Italia, stando a quanto si racconta nella Lega.

Per arginare Vannacci, a Meloni e Salvini non resta che Calderoli
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Ora nel mirino della premier c’è il situazionista Salvini

Tra alleati politici – si sa – si è come tra parenti di secondo grado. Si sta insieme in occasione delle elezioni e al governo come coi cugini a Natale e ai compleanni. Ma, non appena appena si chiude la porta di casa e si sale in auto, fioccano gli sfoghi, le critiche, i distinguo. Certamente, il situazionista avrà avuto nel tempo soprannomi altrettanto pungenti per la presidente del Consiglio. Ma ora nel mirino c’è lui, perché è evidente a tutti che non controlla più il partito. E questo potrebbe diventare un problema per tutto il centrodestra. Matteo Renzi è stato tra i primi a farlo notare. Così sono partiti i retroscena sui suoi presunti incontri con Roberto Vannacci, smentiti da entrambi. Il problema è la minaccia di quel 2 o 3 per cento che potrebbe ottenere l’ex generale se corresse da solo alle Politiche del prossimo anno. I numeri non sono opinioni. E in Fratelli sono convinti che Vannacci potrebbe far perdere le elezioni al centrodestra. Ma anche tenerlo in coalizione sarebbe ampiamente rischioso.

Per arginare Vannacci, a Meloni e Salvini non resta che Calderoli
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’idea rischiosa del tandem Futuro Nazionale e Lega

Nel partito di via Bellerio c’è chi avrebbe addirittura ipotizzato una corsa a due con la nuova formazione Futuro nazionale, in vista delle Politiche. L’idea, come già fece nel 2013 Roberto Maroni con il movimento di Giulio Tremonti, sarebbe quella di inserire il simbolo di Fn (sigla che rimanda a Forza nuova o al vecchio Front national di Le Pen?) come ‘lenticchia’ o ‘mosca’, che dir si voglia, nel contrassegno elettorale della Lega. Una soluzione che appare poco gradita al fronte degli amministratori del Nord. Una fonte molto ben informata nella Lega racconta per esempio che Luca Zaia sarebbe così determinato a favore dell’espulsione di Vannacci che si sarebbe offerto di proporla lui pubblicamente. «Matteo, ti devi liberare di questo qui», avrebbe detto a Salvini in uno dei colloqui delle ultime settimane. «Guarda, se vuoi io non ho problemi. Me ne assumo tutta la responsabilità e chiedo che tu lo metta fuori pubblicamente. Così tu ne esci bene, come pacificatore per l’unità del partito», avrebbe aggiunto il doge leghista. Ma Salvini è uso a perseverare negli errori e a non ascoltare questo tipo di suggerimenti. Zaia poi ormai non è neanche più in consiglio federale, non essendo più governatore.

Per arginare Vannacci, a Meloni e Salvini non resta che Calderoli
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La controffensiva di Meloni per arginare Vannacci

Certo, se fosse vero quello che circola da settimane in Lega, ovvero che tra Zaia e Salvini sarebbe chiuso l’accordo per una candidatura del primo alle Politiche, insieme ad altri amministratori del Nord in scadenza come Attilio Fontana, quella di Vannacci e i governatori sarebbe una coabitazione assai complicata in campagna elettorale. E qui tornano le paure di Meloni e di Fratelli d’Italia, che vedono come unica soluzione una soglia di sbarramento più alta per chi non è in coalizione. Per il partito della premier e per Forza Italia non c’è alcun margine: Vannacci o resta nella Lega o è fuori dal centrodestra. Si manterrebbe poi la clausola del ‘miglior perdente’ per salvare Noi moderati di Maurizio Lupi con un meccanismo simile a quello del Porcellum. Contro il caos di Vannacci, Meloni e Salvini sembrano infatti avere una unica ancora di salvezza: il mago delle leggi elettorali, Roberto Calderoli.

Per arginare Vannacci, a Meloni e Salvini non resta che Calderoli
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).