Dall’ironia alla slopaganda: la nuova guerra mediatica globale anti-Trump

Questa guerra chiamata come la caption di un memeEpic Fury, nientemeno – sta facendo saltare in aria tutto: interi quartieri di città, la fiducia dei mercati, l’economia globale, alleanze che sembravano indistruttibili, le speranze dei giovani, il diritto internazionale. Ma c’è una vittima collaterale di ben poca importanza, la cui scomparsa può essere pianta, o anche solo notata, solo da pochi anziani nostalgici: l’idea che la satira fosse l’arma dei buoni, la spada laser, nonviolenta ma micidiale, della ragione, il pungente gas della resistenza umana, che fa aprire gli occhi, anziché accecarli. Difficile non accorgersi che i video e i contenuti satirici più graffianti e aggiornati contro Trump e Netanyahu e il loro cinismo avido e sanguinario non vengono dalle patrie del libero pensiero, ma sono prodotti dall’Iran, che malgrado lo status di Paese aggredito resta una teocrazia liberticida, assassina e misogina, e dalla Cina, un’autocrazia a tutti gli effetti.

La metamorfosi della satira da contropotere a stampella del potere

Che la satira fosse intrinsecamente illuminista e illuminata, più che un’idea era un mito, almeno in certa misura: c’è stata satira fascista, razzista, antidemocratica, anche se la propaganda ideologica prevaleva decisamente sull’arguzia e oggi quelle vignette e quei frizzi possono interessare i cultori della materia. Ma dagli Anni 70 in poi, alla satira è stato attribuito lo status di linguaggio naturaliter eversivo e rivoluzionario, un vero e proprio contropotere, così efficace nel mobilitare pensieri, emozioni e consenso che a un certo punto il mainstream – e, in ultima analisi, il potere – ha dovuto venire a patti, con vantaggi da ambo le parti: ammessi nelle prime pagine dei giornaloni o essi stessi creatori di giornali, ospitati in programmi televisivi di successo, a volte perfino in prima serata, vignettisti e cabarettisti si sono affrancati dalla precarietà bohemien e hanno potuto comprarsi casa e metter su famiglia; i media hanno svecchiato la propria immagine; i politici, seppur a denti stretti, hanno imparato ad abbozzare di fronte a un “diritto di satira” sempre più riconosciuto, e che tuttavia ne ha ridimensionato il ruolo a quello del clown della classe, il fool che aiuta i compagni a sopportare la routine di una scuola noiosa e opprimente. Non più una sfida al potere, ma una sua stampella, anche se decisamente più spiritosa e fantasiosa delle altre.

Il politicamente corretto ha stanato gli autori boomer: il nuovo gioco è l’IA

La strage di Charlie Hebdo è stata un brusco risveglio per tutti, rivelando brutalmente che quando l’uomo con la penna o la matita incontra l’uomo col fucile, l’uomo con la penna e la matita è un uomo morto. L’affermarsi del “politicamente corretto” ha poi costretto satiri e umoristi a svuotare i loro arsenali dalle arguzie basate su cliché sessisti, xenofobi, omofobi e ageisti. Disgraziatamente, spesso non rimaneva molto altro, e in parecchi l’hanno presa male («non si può più dire niente!»). Aggiornare meccanismi comici millenari, o addirittura inventarne di alternativi, non è impresa per autori per lo più boomer. Cane vecchio non impara gioco nuovo. Il gioco nuovo si chiama intelligenza artificiale e richiede competenze tecnologiche, velocità, rabbia, furbizia e fame, pochissimo romanticismo e zero fame di visibilità personale. Qualità che sono appannaggio di cani giovani, alle quali, nel caso dei video iraniani e cinesi, si aggiunge una singolare capacità di ignorare la trave nell’occhio del proprio regime.

La slopaganda e i troll diplomatici iraniani

Il risultato è la “slopaganda”, guerra mediatica digitale basata su contenuti IA anonimi, sferrata dall’Iran, spesso attraverso le sue ambasciate.

Su Instagram dilagano le strepitose clip made in Teheran, con Trump e i suoi accoliti ridicolizzati in stile Lego Movie, sulle note di una canzone hip-hop che rinfaccia al Caligola a stelle e strisce la strage della scuola a Minab e le scorribande pedofile sull’isola di Epstein.

L’ultima uscita dei troll diplomatici iraniani è il post dall’ambasciata degli ayatollah in Ghana, in cui Teheran si propone come partner alternativo all’Italia piantata in asso dall’amico americano: «Possiamo offrire una civiltà antica di 7.000 anni, amore per l’arte, per la poesia e per il cibo. L’unica cosa su cui ci siamo mai combattuti è l’invenzione del gelato» (a quanto pare, è apparso nella Persia del V secolo a. C. e si chiamava faloodeh).

Di pregevole fattura satirica anche la guerra fantasy wuxia-style, trasmessa dalla televisione di Stato cinese e diventata virale, fra l’Aquila Bianca (gli Usa) e il Gatto Persiano (l’Iran). Le due creature si combattono per il controllo della Valle del Flusso Dorato, una strettoia da cui dipende il passaggio dell’Essenza del Ferro Nero, necessaria per la sopravvivenza del mondo. Gli spettatori, a loro volta, hanno prodotto spin-off generati dall’IA in cui il Panda (la Cina) interviene fra i contendenti per mettere pace, o il dominio dell’Aquila Bianca viene sostituito da una coalizione di membri con pari dignità, per una gestione condivisa del Ferro Nero.

E noi, in Occidente? Siamo ancora alla «spassosa vignetta di…» (nome di Venerato Maestro a scelta). Ormai fa la figura del graffito rupestre.

Milano divisa tra Patrioti e contropiazze

AGI - Piazze 'divise' nel cuore di Milano. Sotto il Duomo sono tornati a sfilare i Patrioti europei, ospiti della Lega. Mentre tra piazza San Babila e piazza Santo Stefano si sono tenute le due contromanifestazioni di protesta. Nel capoluogo lombardo tutti gli occhi oggi erano puntati sulla sicurezza. C'era la preoccupazione che potesse essere una giornata complicata dal punto di vista dell'ordine pubblico per la manifestazione dei sovranisti, 'Senza Paura', e per i due cortei di centri sociali, associazioni del centrosinistra, Propal e antagonisti.

Gli unici momenti di tensione, in realtà, si sono registrati alla manifestazione degli antagonisti, con le forze dell'ordine che hanno respinto con gli idranti un centinaio di attivisti. Dietro uno striscione rinforzato, un gruppo, di cui fanno militanti del Lambretta e dello Zam, ha provato ad avvicinarsi a uno sbarramento con il lancio di petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Il corteo dei leghisti ha sfilato tranquillo, partito da via Palestro con due trattori, uno ad aprire e uno in coda.

La manifestazione sovranista sotto il duomo

 

 

Fischi e cori contro il sindaco di Milano e contro l'Europa, con tanti slogan della Lega riadattati al sovranismo europeo. Molti i tricolori, le bandiere della Lega, dei Patrioti europei, di Milano e delle varie Regioni. I manifestanti sono arrivati sotto la Madonnina verso le 15. In piazza Duomo si sono alternati sul palco diversi leader del sovranismo europeo. La piazza non era piena come nell'ultima grande manifestazione leghista di questo tipo, ovvero in occasione della chiusura della campagna delle europee del 2019, le elezioni del boom di Matteo Salvini al 34%.

I temi chiave e lo slogan in europa padroni a casa nostra

Comunque erano presenti alcune migliaia di militanti. Lo slogan che campeggiava dietro di loro era: "In Europa padroni a casa nostra". Tra i temi chiave immigrazione, islamizzazione dell'Europa, sicurezza, autonomia energetica e pace. A chiudere la manifestazione è stato il leader, Matteo Salvini, che ha attaccato l'altra piazza: «Noi pacifisti, loro delinquenti che cercano scontri». Il leader della Lega ha esordito sostenendo che le forze di governo «dopo il referendum» sono «ancora più forti, unite, senza paura di accelerare sulle riforme».

L'attacco di salvini alle istituzioni di bruxelles

Il leitmotiv che ha attraversato quasi tutto il discorso del vicepremier è stato l'attacco alle istituzioni europee alle quali ha rinnovato la richiesta di sospensione del patto di stabilità e del green deal, oltre a pretendere lo sblocco del gas e del petrolio russo, soprattutto dopo la decisione degli Stati Uniti. In sostanza, secondo Salvini, «in Europa l'alleanza dei Patrioti è l'unico vero avversario per i burocrati di Bruxelles al servizio di pochi affaristi e pochi guerrafondai».

 

Cobolli in finale a Monaco: batte Zverev e si commuove in campo

AGI - Uno straordinario Flavio Cobolli manda al tappeto il campione uscente Alexander Zverev in due set e conquista un posto nella finale del "BMW Open", Atp 500 da 2.561.110 euro, di scena sui campi in terra rossa dell'Iphitos Tennis Club di Monaco di Baviera, in Germania.

Una prova sontuosa contro Zverev

Prova sontuosa quella del 23enne romano, numero 16 del mondo e quarto favorito del seeding, che si è imposto per 6-3 6-3 dopo un'ora e 9 minuti di gioco, fermando la corsa di Zverev verso il quarto titolo in Baviera.

Cobolli, che aveva perso entrambi i confronti precedenti con il tedesco (ottavi Roland Garros e quarti Halle nel 2025), centra così la sua quinta finale in carriera nel circuito maggiore.

Domani, contro il vincente della sfida tra la seconda testa di serie Ben Shelton e il qualificato Alex Molcan, andrà a caccia del suo quarto titolo dopo le vittorie a Bucarest e Amburgo nella passata stagione e ad Acapulco lo scorso febbraio.

L’emozione dopo la vittoria

Dopo aver conquistato la finale a Monaco, Cobolli si è seduto nel suo angolo lasciandosi andare a un pianto liberatorio.

Il tennista ha spiegato che l’emozione era legata alla scomparsa di un amico: "Aveva solo 13 anni, se n'è andato troppo presto. Questa vittoria è solo per lui".

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump

Pochi secondi, girati con un telefonino. Immagini dalla qualità instabile, quasi sporca: l’inquadratura tremola, la scena è distante, come spesso accade nei filmati ripresi da civili. Si intravede il profilo di un edificio basso, probabilmente residenziale, sul cui tetto si muovono alcune figure armate, riconducibili a soldati israeliani. Non c’è un audio chiaro, solo rumori indistinti, forse voci lontane. Poi il momento centrale: uno o più militari trascinano un corpo immobile, apparentemente privo di vita fino al bordo. Per un attimo la scena sembra sospesa. Poi, il corpo viene spinto nel vuoto e scompare oltre il bordo del tetto.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Un frame del video postato da Lee (da X).

Le ripercussioni del post di Lee Jae-myung sui rapporti con Tel Aviv

Questo video di pochi secondi ha innescato una crisi senza precedenti nei rapporti tra Corea del Sud e Israele, aprendo a potenziali scossoni sull’alleanza tra Seul e gli Stati Uniti. Il filmato è stato infatti rilanciato sui social dal presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che lo ha accompagnato con un messaggio che ne amplifica il significato ben oltre il singolo episodio. «Dobbiamo verificare se questo è vero e, se lo è, capire quali misure sono state adottate. Non c’è alcuna differenza tra questo tipo di uccisioni in guerra, l’Olocausto e la schiavitù sessuale delle donne durante il periodo coloniale». È proprio questo parallelo tra le operazioni militari israeliane, l’Olocausto e il sistema delle comfort women, di cui decine di migliaia di donne sudcoreane sono state vittime durante la dominazione giapponese, ad aver provocato una reazione durissima. Israele ha accusato Lee di banalizzare la Shoah e di aver rilanciato un contenuto fuorviante, risalente a due anni prima e già oggetto di indagini.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Lee Jae-Myung (Ansa).

Seul insiste sulla centralità del diritto internazionale

Dopo le critiche, Lee è tornato sulla questione con un secondo messaggio, senza ritrattare: «Il diritto internazionale umanitario deve essere rispettato in ogni circostanza e la dignità umana deve essere mantenuta come valore prioritario e imprescindibile». E ancora, in un ulteriore intervento: «È deludente che non si rifletta nemmeno una volta sulle critiche provenienti da persone in tutto il mondo che soffrono a causa di continue azioni contro i diritti umani e il diritto internazionale». Infine, ha sintetizzato il suo approccio in una formula più generale: «La sovranità di ogni Paese e i diritti umani universali devono essere rispettati… Il rispetto si guadagna attraverso il rispetto».

La politica estera sudcoreana abbandona la tradizionale prudenza

A distanza di alcuni giorni, il ministro degli Esteri sudcoreano, Cho Hyun, ha dichiarato che un alto funzionario israeliano ha affermato di aver accettato la spiegazione fornita anche attraverso canali diplomatici dal governo di Seul. In ogni caso, l’episodio è rilevante in senso più ampio, sia per il contesto in cui nasce sia per le sue implicazioni e potenziali conseguenze. Dietro l’inusuale uscita di Lee si intravede infatti una trasformazione più ampia della politica estera sudcoreana, che rompe con una tradizione consolidata di prudenza e non interferenza nei conflitti lontani. La Corea del Sud ha costruito la propria proiezione internazionale su due pilastri. Primo: la dipendenza dalla sicurezza garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti, che mantengono sul territorio del Paese asiatico circa 29 mila soldati e svariati dispositivi militari. Secondo: la necessità di mantenere relazioni economiche stabili con una vasta gamma di partner globali, inclusi Paesi spesso in tensione tra loro. Seul ha sempre evitato di prendere posizioni pubbliche nette su crisi geopolitiche che non riguardassero direttamente la penisola coreana o l’Asia orientale.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Hyun con il generale Xavier Brunson, comandante delle Forze Usa in Corea del Sud (Ansa).

Da spettatrice silenziosa, Seul vuole farsi valere a livello internazionale

Per decenni, Seul ha deciso di non esporsi sulle questioni mediorientali, privilegiando una linea di ambiguità strategica che le permettesse di mantenere relazioni economiche con tutte le parti. Lee ha deciso di deviare da questa linea. La sua presa di posizione su Gaza segna un passaggio da una diplomazia silenziosa a una più esplicita e assertiva, in cui la Corea del Sud si presenta come attore globale capace di esprimere giudizi normativi. Stando anche ai commenti di altri funzionari del suo governo, Lee sembra voler ridefinire il ruolo della Corea del Sud come attore responsabile nel sistema internazionale. Non più una potenza media silenziosa ma un Paese che, forte della propria storia di occupazione, guerra e divisione, si sente legittimato a parlare di diritti umani e violazioni del diritto internazionale.

Le ricadute economiche della guerra in Medio Oriente

Dietro l’uscita di Lee ci sono però anche questioni di natura economica. La guerra in Medio Oriente ha effetti diretti e tangibili sulle importazioni energetiche di Seul, visto che una quota enorme del petrolio che consuma transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, la Corea del Sud ha annunciato di essersi garantita oltre 270 milioni di barili di greggio attraverso rotte alternative. Secondo diversi analisti sudcoreani, le parole di Lee possono essere lette dunque come un messaggio non solo a Israele, ma all’intero sistema internazionale: la destabilizzazione del Medio Oriente ha un costo globale, e la Corea del Sud non intende subirlo passivamente.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

Trump ha destabilizzato gli equilibri storici con il Paese

Attenzione però anche alle implicazioni, sin qui implicite, circa il rapporto con gli Stati Uniti. Tradizionalmente, la politica estera sudcoreana è stata fortemente allineata a Washington. Ma l’era di Donald Trump ha introdotto elementi di discontinuità profondi. Le richieste americane di un maggiore contributo finanziario per la difesa, le tensioni commerciali, alcuni episodi percepiti come umilianti (su tutti il raid della scorsa estate contro lavoratori sudcoreani negli Stati Uniti) e la gestione unilaterale di operazioni militari sensibili hanno eroso la fiducia nell’alleato. A questo, si aggiunge la linea peculiare adottata da Lee, che sin dal suo insediamento di un anno fa ha prefigurato una politica estera “pragmatica”. Pur senza mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, Lee cerca di recuperare margini di autonomia strategica. Con lui, leader democratico in passato etichettato come il «Bernie Sanders sudcoreano» dai media internazionali, Seul cerca di riequilibrare i rapporti con la Cina e persegue il dialogo con la Corea del Nord.

La Corea del Sud alza la testa: critica Israele e lancia un messaggio a Trump
Donald Trump con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung (Ansa).

Il messaggio contenuto nella critica di Seul a Tel Aviv

Da questa prospettiva, nello scontro con Israele sembra arrivare un segnale che Lee crede di muoversi in un nuovo ecosistema in cui il primato di Washington non è più dato per scontato. La critica a Israele, Paese come noto strettamente legato agli Stati Uniti, può essere dunque interpretata anche come un segnale indiretto: Seul non è più disposta a seguire automaticamente le preferenze americane, soprattutto quando queste entrano in conflitto con i suoi interessi economici o con la percezione interna della giustizia internazionale.

Dopo una lite uccide il ‘rivale’ con un cacciavite, arrestato nel Brindisino

AGI  - Omicidio a Brindisi. Un uomo di 41 anni è stato ucciso la notte scorsa a Torre Canne, frazione di Fasano, nel Brindisino, al termine di una violenta lite avvenuta all’interno di una villetta nella zona periferica della località costiera.

Le indagini della Procura di Brindisi 

La vittima, originaria di Brindisi e con precedenti, sarebbe stata colpita più volte con un cacciavite. L’aggressione si sarebbe consumata al culmine di un diverbio con un altro uomo.

Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Fasano, che hanno avviato immediatamente le indagini, coordinate dalla procura di Brindisi.

Arrestato il presunto autore dell'omicidio 

Il presunto autore dell’omicidio è stato individuato e fermato nelle ore successive. Sono in corso accertamenti per chiarire con precisione la dinamica dei fatti e il movente dell’aggressione.

Agguato nella notte: due uomini uccisi con colpi di pistola nel Bergamasco

AGI -  Duplice omicidio a Bergamo. Due persone di nazionalità indiana sono state uccise a colpi d'arma da fuoco a Covo, comune del Bergamasco. Le vittime dell'agguato sono state aggredite mentre si trovavano nella zona industriale del paese.

Duplice omicidio a Bergamo 

 Il duplice omicidio è avvenuto pochi minuti prima della mezzanotte in via Campo Rampino a Covo, all’esterno di un’associazione culturale della locale comunità Sikh.

Chi sono le due vittime 

A essere uccisi sono stati Rajinder Singh, 48 anni, e residente nello stesso comune della Bassa bergamasca, e Gurmit Singh, 48 anni, di Agnadello (Cremona).

Entrambi sono stati colpiti mortalmente da un aggressore armato di pistola che ha esploso numerosi colpi da breve distanza centrandoli alla testa e al corpo.

La fuga del killer 

Il killer  è poi scappato con altre persone a bordo di diverse autovetture. I corpi sono stati trasferiti all’Istituto di Medicina Legale di Pavia per i successivi esami autoptici.

I carabinieri di Bergamo conducono le indagini 

Le indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Bergamo e dai colleghi della compagnia di Treviglio, puntano a rintracciare in tempi rapidi i responsabili e chiarire il movente. 

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori

Cosa può imparare Elly Schlein dagli errori di comunicazione di Giorgia Meloni? Osservandole entrambe in azione, sembra che Schlein stia adottando un tono più istituzionale, che invece la premier non è mai davvero riuscita a fare suo. La segretaria del Partito democratico lo ha dimostrato anche in occasione della solidarietà comunicata in parlamento alla presidente del Consiglio, dopo l’attacco frontale ricevuto da Donald Trump, che poi ha anche ribadito le accuse. Un comportamento, quello di Elly, che probabilmente ha irritato Giorgia, incapace di gesti simili.

La premier orfana di Trump: quella voglia di strafare…

Difendendola dal ciclone Trump, la segretaria del Pd ha anteposto l’interesse generale del Paese a quello di parte, nello stesso tempo isolando Meloni e mostrando come ormai sia rimasta orfana del suo mentore americano, diventato fonte di imbarazzo praticamente per tutto il mondo. La premier continua a fare errori: dopo la sua dichiarazione a favore del papa ha voluto strafare, aggiungendo: «Non so quanti altri abbiano avuto il coraggio di dirlo».

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Elly Schlein durante una trasmissione con alle spalle la foto di Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Un vittimismo che rivela l’intrinseca debolezza

Il vittimismo, sempre saldamente collegato alla competitività, alla dimostrazione di essere “la più brava”, è forse il tratto più critico del modo di comunicare di Giorgia Meloni. Che rivela un’intrinseca debolezza. La presidente del consiglio sembra sempre all’opposizione: essendoci stata quasi 20 anni ha introiettato quel modo arrabbiato di rivolgersi ai cittadini, che non rappresentano la totalità dei suoi elettori, anche se lei tende a confondere i due insiemi.

Il referendum non può essere definito «un’occasione persa»

Una statista, una presidente del consiglio di “tutti” gli italiani, non dice per esempio – come lei ha dichiarato nel suo intervento alla Camera e al Senato – che gli italiani con il referendum «hanno perso un’occasione». Invece i toni sono sempre quelli da campagna elettorale permanente: non se ne accorge nemmeno più perché è convinta di dare il meglio di sé quando individua un nemico e inveisce contro di lui.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Renzi è considerato la vera spina nel fianco di Meloni

Schlein risulta più composta, soprattutto quando parla con gli avversari politici, che siano parlamentari o giornalisti; sembra aver sviluppato una certa attitudine a spiegare e a portare dati. Qualcuno la considera più efficace persino di Matteo Renzi, la vera spina nel fianco di Giorgia Meloni: quando il senatore toscano parla – sempre “a braccio”, mentre la premier preferisce leggere -, Meloni viene colta da piccoli tic nervosi che non riesce a controllare e che rivelano la sua agitazione interna.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Matteo Renzi (Ansa).

Occhio all’intercalare che gli toglie autorevolezza

Ma Renzi – qualcuno glielo dovrebbe proibire – ha quel continuo intercalare, cioè «ragazzi», che toglie autorevolezza alla sua figura. Nella comunicazione politica i dettagli contano moltissimo: Elly Schlein pare aver lavorato su se stessa correggendo alcuni toni concitati di qualche tempo fa, quando voleva spiegare tutto ma non c’era tempo, e finiva per affastellare concetti che risultavano poco comprensibili, soprattutto a un pubblico televisivo.

Per Giorgia solo decreti sicurezza e nessuna riforma vera

Acquistando sicurezza e gesticolando meno si può risultare convincenti e chiari, pur non smettendo di fare opposizione in modo fermo. Il centrosinistra ha dalla sua parte l’occasione di dimostrare agli italiani che il governo Meloni, dopo quattro anni e alla vigilia di nuove elezioni, ha fatto poco per migliorare la loro vita. Solo decreti sicurezza (su rave, Ong, il decreto Cutro, quello Caivano, poi immigrazione, carceri) per tenere buoni gli elettori, dimostrando che si fa qualcosa “di destra” senza però aver portato a compimento nessuna delle tre grandi riforme promesse in campagna elettorale: cioè Autonomia, Giustizia e premierato.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Giorgia Meloni (Ansa).

Una presidente confusa, in balìa degli eventi

I cittadini si ricordano piuttosto delle misure che il governo di destra ha eliminato, dal reddito di cittadinanza al bonus studenti, sostituiti con alternative burocratiche scoraggianti. Le continue giravolte di Meloni – tra le quali l’amicizia con Trump e il recente disamoramento è l’esempio più clamoroso – comunicano l’immagine di una presidente confusa, in balìa degli eventi, senza la capacità di saperli prevedere e adattandosi quindi all’aria che tira. Su questo Schlein sta mettendo a profitto la costruzione del suo profilo politico. Nel frattempo Giorgia Meloni continua a combattere battaglie di ieri, convinta che il nemico sia sempre fuori, quando ormai il problema più grande è dentro: nell’immagine che restituisce di sé ogni volta che comunica.