Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui

Mediaset, Mfe, MediaForEurope o come vogliamo chiamarla è sempre stata molto attiva nella guerra agli over the top, cioè quelle piattaforme che distribuiscono contenuti video e audio direttamente via internet, bypassando i tradizionali distributori via cavo, satellite o tivù terrestre. Nel mirino c’è sempre stata soprattutto YouTube, che ha spesso saccheggiato gli archivi di Cologno Monzese senza averne le autorizzazioni.

Mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright

E proprio Mediaset, quasi 20 anni fa, nel luglio del 2008, fu la prima grande organizzazione italiana a intentare una causa cruenta contro YouTube (e quindi Google Italia) per il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright. Erano i tempi in cui il Grande Fratello mobilitava ancora le masse, e YouTube, spezzone dopo spezzone, usava le pillole del programma televisivo del Biscione per aumentare traffico e raccolta pubblicitaria.

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
YouTube (foto Ansa).

La causa da quasi un miliardo e la fine del contenzioso legale

Prima richiesta danni da parte di Mediaset: 500 milioni di euro. Poi lievitata, anno dopo anno e grado di giudizio dopo grado di giudizio, a quasi un miliardo. Materia complessa, sentenze non sempre coerenti, e alla fin fine, come spesso accade in Italia, sia Mediaset sia YouTube, nell’ottobre 2015, decisero di fare pace privatamente, mettendo fine al contenzioso legale e promettendo una «strategia congiunta per la protezione dei contenuti e la tutela del copyright dell’editore».

Le accuse di ottenere pubblicità facendo concorrenza sleale

Se, quindi, sulla carta la pax con YouTube dura da più di 10 anni, in ogni uscita pubblica di Fedele Confalonieri, di Pier Silvio Berlusconi, di Gina Nieri e di qualunque altro manager di vertice di Mfe non sono mai mancate, nel corso delle più recenti stagioni, numerose stoccate agli over the top americani o cinesi, alle piattaforme che vivono del lavoro di altri, che incassano miliardi di euro in pubblicità facendo concorrenza sleale, distruggendo il prodotto audiovisivo europeo. Per di più con pochi dipendenti, al contrario delle migliaia di posti di lavoro creati dal Biscione, e senza seguire regole in tema di tetti pubblicitari, misurazione certificata delle audience, tassazione, responsabilità sui contenuti diffusi. Regole alle quali, invece, sono assoggettati i broadcaster come Mediaset.

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e presidente di Mfe, parla durante un incontro con la stampa nella sede di Mediaset di Cologno Monzese (foto Ansa).

Dopo anni di battaglia contro la deregulation, il colpo di scena

Insomma, il mercato regolato dove è abituata a operare Mfe in contrasto con la deregulation che piace tanto agli ott. Ed è proprio per questi motivi che in molti hanno strabuzzato gli occhi quando Pier Silvio Berlusconi, presidente e ceo di Mfe-MediaForEurope, nell’illustrare alla stampa i piani di sviluppo di Mfe, il 18 marzo, ha pronunciato queste parole: «In Germania abbiamo trovato un management “sul pezzo” (si parla di ProSiebenSat.1, gruppo televisivo ora controllato da Mfe, ndr), giovane, preparato, che ci ha accolto con un respiro di sollievo. Ho visto dei ragazzi che hanno sposato il nostro progetto: finalmente c’è un azionista di controllo, c’è una traiettoria chiara, senza cambi di management ogni sei mesi o ogni due anni. E, a proposito di capacità dei colleghi tedeschi, ecco, hanno trovato un modo per distribuire i nostri prodotti sui mercati esteri. Fino adesso i contenuti di Mediaset realizzati in Italia, Spagna o Germania non andavano in onda su molti altri mercati esteri perché non ci conveniva: c’erano da sostenere i costi per il doppiaggio, e poi quelli per la distribuzione. E invece», ha detto Pier Silvio Berlusconi, «l’area tedesca ha trovato il modo per portare negli Stati Uniti un prodotto tedesco: verrà doppiato con l’intelligenza artificiale, riducendo molto i costi, e sarà distribuito su YouTube».

«C’è del potenziale enorme nei mercati di tutto il mondo»

Come, su YouTube? «Niente paura», ha aggiunto il numero uno di Mfe, «perché con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non faremo perdere il lavoro a nessuno: oggi quel lavoro di doppiaggio non lo faceva nessuno, e nessuno lo avrebbe mai fatto. In secondo luogo distribuire su YouTube ci va bene negli Stati Uniti, perché lì noi non ci siamo. Dopo questo esperimento, quindi, potremmo allargare il progetto ai contenuti di Mediaset realizzati in Italia o in Spagna, ed esportarli, con lo stesso sistema, in altri mercati un po’ in tutto il mondo. C’è del potenziale enorme».

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
Fabrizio Corona in un frame di una puntata di Falsissimo, e nei riquadri Pier Silvio e Marina Berlusconi (foto Ansa).

Basta vedere quello che è successo sul caso di Falsissimo

Insomma, appena respirata un po’ di aria oltreconfine, ecco che Mediaset si è convinta che la giusta dose di deregulation va bene quando si tratta di conquistare i mercati altrui. Non quando c’è di mezzo il mercato italiano, dove Mediaset, invece, regna incontrastata da 45 anni. E quei diavoli di YouTube? Ma sì, alla fin fine sono diventati dei vecchi amici. Basta vedere come hanno eliminato immediatamente tutti i contenuti di Fabrizio Corona con il suo Falsissimo appena gli avvocati di Cologno Monzese hanno alzato un sopracciglio.

Acea celebra l’acqua: una maratona quotidiana tra sostenibilità e innovazione

È come riempire una piscina olimpionica ogni due minuti. È la quantità di acqua potabile che Acea distribuisce ogni giorno attraverso le proprie reti – 1,64 miliardi di litri, pari a oltre 19 mila litri al secondo. Un flusso continuo che ogni giorno garantisce acqua di qualità a 11 milioni di cittadini, sostenendo la vita quotidiana delle città e dei territori in otto regioni italiane. Acea, primo operatore idrico in Italia e secondo in Europa, è pronta a celebrare domenica 22 marzo la Giornata mondiale dell’acqua, che quest’anno sarà in concomitanza della Acea run Rome the marathon, di cui l’azienda è title sponsor e che conta oltre 36 mila partecipanti, per sensibilizzare l’opinione pubblica e affrontare il tema dei cambiamenti climatici che sempre più hanno un forte impatto sulla crisi idrica globale.

I numeri di Acea

Con 65 mila km di rete idrica potabile e oltre 1.400 impianti di depurazione, Acea si impegna quotidianamente per garantire a tutti la disponibilità e l’accesso ad acqua pulita e impegnando 890,8 milioni di euro di investimenti. Sono 600 milioni i metri cubi di acqua potabile distribuiti ogni anno e 770 milioni i metri cubi di acqua trattati dai depuratori, grazie a oltre 1.500 controlli analitici sulla qualità. In linea con i valori della sostenibilità e del riuso, da anni Acea investe in infrastrutture idriche innovative ed efficienti, promuove l’adozione di pratiche di utilizzo responsabile dell’acqua ed è sempre vicino ai territori in cui opera per garantire la tutela e la conservazione delle risorse idriche naturali. Infatti, come si legge nel bilancio dei risultati 2025 appena approvato, ben 4,4 milioni di metri cubi di acqua è riciclata e riutilizzata registrando un aumento del 29 per cento rispetto al 2024 e coprendo il 90 per cento dei fabbisogni per usi industriali.

Acea celebra l’acqua: una maratona quotidiana tra sostenibilità e innovazione
Sede Acea (Acea).

La presenza dell’azienda all’estero

Non solo Italia. L’azienda è presente anche a livello internazionale, in particolare in America Latina – con una presenza consolidata in Peru, Honduras e Repubblica Dominicana, dove i servizi idrici integrati servono oltre 10 milioni di persone. Acea, unico operatore idrico italiano che partecipa alla cabina di regia del Piano Mattei, si è aggiudicata la gara in Congo per il progetto idrico Saep Djoué II, che punta a garantire acqua potabile a oltre un milione di cittadini a Brazzaville. L’azienda è poi impegnata in iniziative in Tunisia, Angola, Mozambico, Mauritania, Marocco e Kenya, coprendo l’intera catena del valore dell’acqua (approvvigionamento, trattamento e riuso delle acque reflue, desalinizzazione e fognature). Ha anche rafforzato il proprio ruolo internazionale partecipando per il terzo anno consecutivo al World economic forum annual meeting di Davos. Nel contesto europeo, Acea ha contribuito alla definizione della Water resilience strategy della Commissione europea e ha proposto una “regia unica” per la gestione dell’acqua.

La formazione a scuole, cittadini e dipendenti

Con oltre 226 mila ore di formazione nel 2025, Acea promuove una strategia articolata di formazione e sensibilizzazione rivolta a scuole, imprese e cittadini, con particolare attenzione ai giovani, anche attraverso iniziative con il ministero dell’Istruzione e del merito come Acea Scuola educazione idrica, rivolto agli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado di tutta Italia, e con percorsi avanzati come il master in Water management sviluppato con la 24 Ore Business School e Intesa Sanpaolo. Infine, attraverso l’Academy, Acea investe nello sviluppo delle competenze dei propri dipendenti per affrontare le sfide della transizione idrica e sostenibile.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip

L’addio di Alfonso Signorini alla Mondadori, e l’uscita in sala, il 29 aprile, del secondo capitolo del film Il Diavolo veste Prada, hanno riacceso i riflettori su un mondo editoriale, quello dei settimanali di gossip e delle riviste cosiddette femminili, dove in realtà la luce si è spenta già da molto tempo.

Patinati e settimanali a corto di lettori e investimenti

Il Diavolo veste Prada arrivò infatti al cinema nel 2006, e una ventina di anni fa poteva avere ancora senso il mito della rivista Runway e della potentissima direttrice Miranda Priestly (interpretata da Meryl Streep e chiaramente ispirata ad Anna Wintour) da cui dipendeva il successo o il disastro di uno stilista. Vent’anni dopo ci si ritrova con un settore del fashion in profonda crisi – il valore dell’intera filiera è passato dai circa 104 miliardi del 2023 ai 90 del 2024 per attestarsi intorno agli 80 nel 2025 – e una stampa di settore, spazzata via dal digitale, ormai incapace sia di intercettare gli investimenti pubblicitari di una volta, sia tantomeno di essere influente come un tempo. E basta dare un’occhiata ai numeri delle copie vendute per avere una idea chiara dello scenario. Il mensile femminile italiano più autorevole, ovvero il Vogue che fu per decenni di Franca Sozzani (direttrice dal 1988 al 2016), adesso vende in edicola 28 mila copie al mese. Un po’ di più Amica, a quota 48 mila. Harper’s Bazaar non riesce neppure a mettere insieme 12 numeri all’anno per essere definito mensile, e si ferma a 16 mila copie a numero. Tra i settimanali femminili, invece, ormai spicca solo Io Donna, allegato al Corriere della sera, con le sue 113 mila copie medie. E poi, il vuoto: D di Repubblica è a 47 mila, F (Cairo editore) a 45 mila, e Donna Moderna (del gruppo di Maurizio Belpietro) si ferma a 32 mila. Altre tre testate, un tempo molto prestigiose, non riescono a uscire tutte le settimane e quindi non si possono definire settimanali: Vanity Fair vende in edicola 52 mila copie a numero, Elle 47 mila, Grazia 41 mila.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Meryl Streep e Anne Hathaway sul set del Diavolo veste Prada (Ansa).

Pure il pettegolezzo su carta non tira più

Non che le cose vadano molto meglio nel gossip. Un settore che, con l’uscita di scena di Signorini (qualche settimana fa si è dimesso dall’incarico di direttore editoriale di Chi), mette la parola fine a un’epoca durata circa un quarto di secolo. Il rotocalco mondadoriano adesso galleggia a quota 47 mila copie vendute in edicola. E, tra i settimanali che si occupano di pettegolezzo, è il fanalino di coda. Diva e donna arriva a 58 mila copie, Gente a 69 mila, Nuovo a 102 mila, Oggi a 106 mila e Dipiù, il leader di Cairo editore, veleggia a 195 mila copie vendute ogni settimana.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Alfonso Signorini (Ansa).

La mancata rivoluzione digitale. Fino a Corona (procure permettendo)

Curiosamente questo comparto, che, per taglio delle news si presterebbe molto al mondo del web e dei social, non è mai stato capace di esprimere declinazioni di successo in Rete (al contrario di quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti). Ci provò, pioniera, Silvana Giacobini, a inizio del millennio con Il mondo di Silvana, quando era direttrice di Chi. Ma il suo sito-blog non decollò. Un po’ di traffico venne intercettato da Dagospia, che poi, però si dedicò di più ai poteri e meno al gossip. Mentre le testate regine del pettegolezzo, a partire da Chi, non riuscirono mai a valorizzarsi nelle versioni digitali. Pure l’ultimo grande rilancio di Oggi sul web nel 2022, con Carlo Verdelli direttore e Marco Pratellesi vicedirettore, non ha funzionato. Tra il 2025 e il 2026 ci ha provato su YouTube Fabrizio Corona con Falsissimo, i cui destini, nonostante le views da capogiro, sono legati alle cause per diffamazione intentategli da Mediaset.

Requiem per i “femminili”: la crisi dei settimanali di moda e gossip
Fabrizio Corona (foto Ansa).

Pulp, Benetton: «Azzeccata la scelta comunicativa della premier Meloni»

Quella della premier Giorgia Meloni di partecipare a Pulp Podcast, il format digitale condotto da Fedez e Mr. Marra, «è una scelta comunicativa coerente con i tempi». A dirlo è Alessandro Benetton, presidente di Edizione, che sui social ha commentato la partecipazione della premier al podcast, senza entrare nel merito politico dei contenuti, ma soffermandosi sul significato del mezzo utilizzato. In un reel pubblicato sul suo profilo Instagram, all’interno di una nuova rubrica, il manager osserva come il dibattito pubblico si sia concentrato sul contesto dell’intervista più che sul messaggio: «Ma davvero crediamo ancora che il mezzo cambi il messaggio? Che sedersi su un divano invece che dietro un leggio renda meno valide le parole?». Secondo l’imprenditore-innovatore, la comunicazione istituzionale sta vivendo una trasformazione profonda, legata al cambiamento delle abitudini del pubblico: «Per decenni abbiamo misurato la credibilità di un leader dal contesto in cui parlava, e nel frattempo le persone hanno smesso di guardare la televisione, hanno smesso di leggere i comunicati e hanno iniziato ad ascoltare chi sa parlare in modo diretto, senza filtri».

Da anni il manager porta avanti un dialogo diretto sui social

Alessandro Benetton è stato tra i primi in Italia ad aver avviato, già dal 2018, un dialogo diretto attraverso i social, utilizzando video e piattaforme digitali come strumento di confronto non mediato con il pubblico, contribuendo a diffondere tra i manager italiani un approccio più diretto e personale alla comunicazione. Negli anni ha costruito una presenza digitale tra le più rilevanti nel panorama imprenditoriale italiano, con oltre 111 mila follower su Instagram, circa 120 mila su LinkedIn, più di 32 mila iscritti al canale YouTube e una community in crescita anche su TikTok, numeri che lo hanno reso un punto di riferimento per molti colleghi che hanno successivamente scelto di utilizzare i new media in modo più strutturato. Proprio attraverso un video online, nel 2022, Alessandro annunciò il suo ingresso nelle attività di famiglia – dopo una lunga carriera indipendente – con la nomina a presidente di Edizione, segnando l’avvio del nuovo corso della holding dei Benetton, a conferma di un uso della comunicazione digitale non solo come strumento di visibilità, ma come leva strategica.

«La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo»

Nel reel pubblicato sull’argomento Meloni-Pulp, Benetton ha sottolineato come la scelta di canali non tradizionali, oggi, non indebolisca l’autorevolezza di chi parla, ma richieda maggiore trasparenza: «La credibilità non si perde perché scegli un canale nuovo, si perde quando hai qualcosa da nascondere». Il riferimento, conclude, non riguarda la politica in sé, ma un cambiamento più ampio che coinvolge istituzioni, imprese e leader. Oggi, spiega, l’impatto non dipende dal palcoscenico, ma dalla capacità di parlare alle persone nel modo più diretto e onesto possibile.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum

«Grande incertezza». È il sentimento comune, trasversale a tutti i partiti della coalizione, con cui il centrodestra si affaccia al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo segna uno scoglio importante per la maggioranza, ultima consultazione nazionale prima delle elezioni politiche della primavera del 2027. I sondaggi – fino a quando si potevano pubblicare, ma anche quelli che circolano riservati – sono tutti concordi sul trend favorevole al “no“. Motivo per cui la coalizione guidata da Giorgia Meloni attende con particolare ansia il responso delle urne.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Una veduta dall’alto di Piazza del Popolo e il grande NO con lettere di oltre 20 metri realizzato dalla Rete degli Studenti Medi e dell’Unione degli Universitari per l’evento di chiusura della campagna referendaria del Comitato società civile per il no (foto Ansa).

L’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027

Malgrado qualche recriminazione iniziale, alla fine tutti i partiti si sono impegnati nella campagna a sostegno del ““. Una vittoria al referendum porterebbe a un rafforzamento della maggioranza e rappresenterebbe certamente un volano verso le Politiche. Mentre, se prevalessero i “no”, anche se Meloni ha anticipato che non si dimetterebbe, la coalizione che guida risulterebbe indebolita, e l’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Manifestazione per il no al referendum e contro il governo Meloni (foto Ansa).

Nonostante tutti neghino in pubblico, non è un segreto che dal referendum dipenda tutto il corso dell’ultima parte di legislatura, oltre al destino della modifica della legge elettorale e del premierato, che potrebbero saltare. In privato, intanto, già volano gli stracci tra gli alleati.

Salvini non vuole essere accusato di aver fatto poca campagna elettorale

Matteo Salvini negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale ha fatto almeno tre riunioni con segretari regionali e dirigenti per ripetere tutte e tre le volte le stesse raccomandazioni: vi voglio vedere impegnati nella campagna per il “sì”, ogni giorno dovete partecipare a una iniziativa, non dobbiamo dare spazio agli alleati per attaccarci perché non facciamo abbastanza campagna, è stato il refrain del capo leghista. Perché tra il segretario e i dirigenti del partito di via Bellerio serpeggia la convinzione che Meloni sia intenzionata, nel caso perda il referendum, a scaricare tutta la colpa su di loro.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Il ministro Matteo Salvini a un gazebo della Lega per il referendum sulla giustizia (foto Ansa).

«Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio…»

«Non sarà così», sbuffa un big di Fratelli d’Italia, «alla fine si sono impegnati anche i leghisti, le responsabilità sono di tutti». Tra i componenti del partito di Salvini c’è poi chi punta il dito dritto contro Meloni. «Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio come negli ultimi 10 giorni non rischieremmo in questo modo», è la lamentela raccolta tra i dirigenti del Nord.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Un manifestante con una maglietta con il ministro Nordio, durante una manifestazione dei comitati per il no al referendum (foto Ansa).

Tensioni nella maggioranza anche sul prezzo dei carburanti

Altro segnale di tensione arriva dalle modalità con cui si è giunti all’approvazione delle misure di contenimento dei prezzi dei carburanti. Meloni ha impresso un’accelerazione nella mattinata di mercoledì 18 marzo proprio in coincidenza con la convocazione delle società petrolifere da parte di Salvini a Milano. La decisione è arrivata dopo un incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Certamente l’attesa è stata dovuta alla necessità di reperimento delle risorse per la copertura dell’intervento. Ma la coincidenza con l’attivismo di Salvini sullo stesso fronte ha suscitato perplessità tra i più sospettosi. Anche perché è legittimo intuire una certa irritazione da parte della premier, con la corsa a intestarsi le misure. A che titolo infatti il ministro delle Infrastrutture riceve rappresentanti delle imprese nella sede della prefettura di Milano?

«Il solito protagonismo invadente di Salvini»

Il Mit ha competenze di pianificazione, realizzazione delle infrastrutture, sulla sicurezza stradale, disciplina il settore dei trasporti, mobilità sostenibile, edilizia pubblica e urbanistica. Non si occupa di monitoraggio dei prezzi dei carburanti, competenza semmai del ministero delle Imprese e del Made in Italy (citofonare Adolfo Urso). «Il solito protagonismo invadente di Salvini», si commenta dalle parti di via della Scrofa.

Intesa Sanpaolo, al via da Firenze Obiettivo Italia 2026

In uno scenario economico e geopolitico sempre più complesso e mutevole, ha preso il via da Firenze la terza edizione di Obiettivo Italia, il ciclo itinerante di incontri sul territorio italiano promosso dalla divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, che mette a confronto manager della banca, esperti, imprenditori e rappresentanti del settore pubblico per approfondire le principali sfide che attendono il sistema produttivo del Paese. Dopo l’ampio interesse suscitato nella precedente edizione, l’iniziativa torna nel 2026 con un programma rafforzato e capillare, che nel corso dell’anno toccherà otto città italiane. L’obiettivo è consolidare ulteriormente il dialogo diretto con le imprese sui temi che oggi incidono maggiormente sulle strategie aziendali, dalla volatilità degli scenari internazionali alla gestione dei rischi, fino al ruolo sempre più decisivo dell’innovazione come motore di trasformazione e crescita.

La prima tappa ha riunito 50 rappresentanti di imprese del territorio

Il calendario ha preso avvio da Firenze e proseguirà con tappe a Battaglia Terme (Padova), Lonato del Garda (Brescia), Torino, Milano, Napoli, Bologna e Roma, coinvolgendo alcune delle aree più dinamiche del tessuto economico nazionale. Gli incontri rappresentano un momento privilegiato di confronto tra imprese e specialisti della divisione IMI CIB su temi strategici come scenari macroeconomici, evoluzione geopolitica, gestione dei rischi, innovazione e trasformazione dei modelli di business. La prima tappa si è tenuta il 18 marzo riunendo circa 50 rappresentanti di importanti realtà imprenditoriali del territorio. L’incontro è stato aperto dall’intervento di Michele Sorrentino, responsabile Italian network della divisione IMI CIB, seguito da una sessione di approfondimento sugli scenari economici e geopolitici e sul loro impatto sui territori.

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme dopo un attacco di Teheran

Esplosione nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, a circa 350 metri dalla Moschea di Al Aqsa, dopo l’ultimo lancio di missili dall’Iran. Non è chiaro se sia stata causata dall’impatto di un razzo o da frammenti di intercettori: la seconda ipotesi sembra la più probabile, in quanto appare poco realistico che l’Iran abbia deliberatamente puntato contro il quartiere ebraico, confinante con quello musulmano e la Spianata delle Moschee. In ogni caso non sono stati segnalati feriti.

Il ministero degli Esteri di Israele ha definito ironicamente quanto accaduto come un «regalo iraniano per Eid al-Fitr», ovvero la ricorrenza musulmana che segna la fine del mese del Ramadan: «L’attacco ai luoghi santi per tutte e tre le religioni rivela la follia del regime iraniano, che si professa religioso». La Spianata delle Moschee, a breve distanza dall’impatto, è chiusa ai fedeli dall’inizio della guerra a causa delle restrizioni sugli assembramenti.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Il crollo del solaio di un casale abbandonato nel parco degli Acquedotti a Roma è costato la vita a due persone: un uomo e una donna. Sulla vicenda sono in corso indagini della polizia, ma qualcosa è già emerso: le vittime sarebbero due appartenenti al mondo anarchico e tra le ipotesi c’è che stessero maneggiando un ordigno artigianale, in vista di un’azione da mettere in atto nelle prossime settimane.

Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica
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Due morti nel crollo di un casale a Roma: la pista anarchica

Non si esclude, filtra da ambienti investigativi, che nel mirino ci potesse essere la rete ferroviaria e il gruppo Leonardo – società attiva nei settori della difesa -, come anche un rilancio della campagna a favore dell’anarchico Alfredo Cospito: a maggio scade il decreto applicativo di 4 anni alla sua detenzione in 41 bis. L’ordigno sarebbe scoppiato nella serata di giovedì 19 marzo: diversi testimoni hanno infatti raccontato di aver sentito un forte boato. A dare l’allarme è stato poi stamattina un passante, che ha visto il solaio crollato e scoperto uno dei due corpi.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

È il 1995. Il caposervizio di un quotidiano milanese chiede a un cronista alle prime armi: «Sei mai stato a un comizio di Bossi? Bene, oggi il Senatùr parla in Porta Venezia, ci vai tu…». Da quel giorno iniziò, per chi scrive, una lunga serie di «comizi di Bossi», a Milano, a Bergamo, a Brescia, dal Varesotto alle valli bergamasche, su e giù per la “Padania”. E poi, naturalmente, a Pontida.

Il rapporto con la stampa

«Ebbene, fummo noi…», era quasi sempre l’attacco, perché il leader leghista la prendeva sempre larghissima e ti teneva lì, appeso ai suoi voli pindarici per oltre un’ora, quando andava bene. Non gli piaceva essere interrotto: se qualcuno dal pubblico osava farlo, anche solo per dargli ragione, s’innervosiva: «Vabbè, il comizio lo sto facendo io, non tu…». Poi, a un certo punto, faceva sempre un inciso sul gruppetto dei giornalisti al seguito: «Eccola lì, c’è anche la stampa di regime…», diceva additandoci a bordo palco e giù fischi dal pubblico. Dopo, però, rispondeva a tutte le domande e anche di più, ti incollava lì un’altra mezz’ora a parlare di politica e a disegnare scenari. Certo, aveva i suoi preferiti: Guido Passalacqua di Repubblica e Fabio Cavalera del Corriere. I due “bossologhi” per antonomasia, ma poi, dopo averti visto due o tre volte, se non avevi scritto delle stupidaggini, ti prendeva sotto la sua ala protettiva. Capiva benissimo, il Senatùr, l’importanza di avere un buon rapporto con la stampa. Un gruppetto di cronisti gli stava sempre dietro, specie alle feste della Lega, e lui un titolo lo regalava sempre, specie nelle ore notturne. Sigari, Coca Cola e chilometri. Sempre col suo autista storico, Pino Babbini. Che, con la sua mole, gli faceva anche da guardia del corpo.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
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Il ribaltone che fece cadere il Berlusconi I

Il momento più esaltante, per lui, fu quello della corsa in solitaria, dopo la rottura con Silvio Berlusconi: «Non andremo mai al governo con la porcilaia fascista», assicurava. Quel Cav che l’Umberto chiamava «Berluskaiser» o «Il mafioso di Arcore». Erano gli anni della secessione, delle ampolle sul Monviso, delle celebrazioni a Venezia e del Parlamento del Nord. Bossi era allora molto coccolato anche dalla sinistra per il ribaltone con cui fece cadere il Berlusconi I. «La Lega è una costola della sinistra», profetizzò Massimo D’Alema, dopo la scatola di sardine mangiata a casa Bossi con Rocco Buttiglione. Ma si sbagliava.

Il ritorno nel centrodestra e l’ictus che segnò l’inizio della fine

Al Senatùr piacevano così tanto i giornali che ne fondò uno, la Padania, dove il primo direttore fu un signor giornalista come Gianluca Marchi. E dove lo stesso Senatùr passava spesso, nella redazione in Via Bellerio, verso sera, a fare due chiacchiere sui fatti del giorno coi cronisti politici. Proprio lì muoveva i primi passi anche un giovanissimo Matteo Salvini, prima di essere eletto in Consiglio comunale a Milano, dove poi divenne capogruppo del Carroccio. Oltre al giornale nacquero anche una radio, Radio Padania Libera, e una tv, TelePadania, appunto. Da quelle parti sono transitati, per esempio, Roberto Poletti, oggi volto Mediaset, e Sonia Sarno, ora al Tg1. E poi c’era tutto il resto: dal SinPa, il sindacato padano che a fine Anni 90 servì da trampolino per l’ingresso nel cerchio magico a Rosi Mauro, fino a Miss Padania. Negli anni a seguire Bossi si riavvicinò con Berlusconi, entrando nel 2001 al governo come ministro delle Riforme. Fino a quel maledetto giorno del marzo 2004 quando fu colpito da un ictus che segnò l’inizio della sua fine.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Da maestro venerato a ex leader scomodo

Era un capo-popolo, il Bossi, lo sentivi quando arrivava in una piazza o in una sala piena solo per vederlo. Al suo ingresso l’atmosfera cambiava, l’aria diventava elettrica, mentre la folla scandiva il suo nome: «Bos-si, Bos-si!». E lui, con le sue giacche a quadrettoni e la cravatta storta, parlava da leader. Tutti i suoi fedelissimi si sarebbero immolati per lui. Per questo colpisce molto, almeno chi ha vissuto quell’epoca, il trattamento che gli è stato riservato negli ultimi anni, da quando – nel 2013 – Salvini è diventato segretario. Non se ne può fare una colpa ai nuovi leghisti, giovani scelti da Salvini e fedelissimi solo al Capitano, che Bossi l’avranno visto quasi solo in fotografia. Ma ai vecchi sì. A cominciare da Roberto Calderoli, uno che ha vissuto tutte le stagioni e che è arrivato indenne fino a oggi. E infatti la famiglia in queste ore ha aperto la porta solo a Giancarlo Giorgetti e all’ex leghista Marco Reguzzoni.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Matteo Salvini e Umberto Bossi a Pontida (Imagoeconomica).

L’attaccamento alla ‘sua’ Lega nonostante l’isolamento

Bossi negli ultimi anni era diventato un peso e un problema per Salvini, proprio perché, nonostante la malattia e i malanni, l’Umberto sapeva ancora toccare le corde profonde della Base. E così non gli sono state risparmiate umiliazioni, ad esempio la scelta di togliergli la scorta del partito quando veniva a Roma, in Parlamento. Sì, perché il Senatùr, finché la salute gliel’ha permesso, a Montecitorio scendeva sempre. La raffigurazione plastica del suo isolamento era vedere, fino a ieri, Nicoletta Maggi, la sua storica portavoce, sempre seduta in sala stampa in mezzo ai giornalisti, perché il gruppo della Lega non le aveva fornito una scrivania. Ma era triste anche vedere l’Umberto alle feste della Lega seduto a mangiare da solo, senza nessuno o quasi a fianco. O i mancati inviti a Pontida. Insomma, se ogni nuovo leader politico per emergere deve uccidere metaforicamente il padre politico, questa operazione Salvini l’ha messa in pratica perfettamente, anche troppo.

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Ma, nonostante tutto, Bossi è rimasto attaccato fino alla fine al suo partito, senza andarsene o tanto meno dare la sua benedizione a leghe nuove o parallele. La Lega Nord l’ha fondata lui e l’ha tirata su chilometro dopo chilometro attaccando manifesti, scrivendo “Padania Libera” sui muri con la vernice verde e parlando da banchetti improvvisati nei paesi più sperduti. Per questo, pur annunciando il suo voto a Forza Italia alle Europee 2024, non se n’è mai andato. Né Salvini ha avuto il coraggio di espellerlo, sarebbe stato davvero troppo.

È morto Chuck Norris

Chuck Norris, tra i più famosi attori di film d’azione di Hollywood e star della serie Waker Texas Ranger, è morto a 86 anni dopo un ricovero d’urgenza alle Hawaii, avvenuto il 19 marzo.

È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris

La carriera di Chuck Norris

La sua carriera cinematografica aveva spiccato il volo dopo L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente del 1972, in cui combatteva contro Bruce Lee al Colosseo.

Negli Anni 80 aveva recitato in diverse pellicole di successo come Una magnum per McQuade, Rombo di tuono, Il codice del silenzio e Delta Force. Dopo un calo di popolarità, nel 1993 la rinascita professionale con Walker Texas Ranger, serie dal successo clamoroso.
Noto soprattutto per il ruolo di Cordell Walker, ex marine campione di arti marziali, Norris era davvero cintura nera di Tang Soo Do, Taekwondo, Karate, Hapkido e Jiu-Jitsu brasiliano, discipline nelle quali aveva conquistato diversi titoli sportivi. E ne aveva creata anche una, basata su altre forme di combattimento, che ha preso il nome di Chun Kuk Do.

È morto Chuck Norris
Chuck Norris spegne 85 candeline

Negli ultimi anni era anche divenuto molto popolare sul web grazie alla diffusione di notizie inventate e inverosimili su di lui (tipo esempio: “Chuck Norris non ha incubi, gli incubi hanno lui”), fenomeno denominato Chuck Norris Facts. Per la sua apparizione ne I mercenari 2 fece ricorso a uno dei meme sul suo conto. All’entrata in scena, il suo personaggio risponde a quello interpretato da Sylvester Stallone, che gli ricorda come fosse stato morso da un cobra reale: «Sì, è vero. E dopo cinque giorni di agonia, il cobra è morto».