Violenza di genere, in 1 caso su 2 è colpa del partner

AGI - Ha in media 38 anni, viene aggredita di notte e nel 48% dei casi l'autore è il partner. È il profilo che emerge dall'analisi di oltre 10.000 accessi in Pronto Soccorso per violenza contro le donne, da parte degli uomini, in 16 Paesi europei, coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità e pubblicata oggi su Lancet Public Health.

I dati, raccolti tra il 2008 e il 2023 nel Database Europeo degli Infortuni (European Injury Database), di cui ISS è capofila, mostrano un "orologio" preciso della violenza: il 35% degli episodi si concentra durante le ore notturne, tra le 20 e le 4 del mattino, una quota quasi doppia rispetto ad altri tipi di infortunio femminile. In quasi due casi su tre l'aggressione avviene in casa. E oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero. "Numeri che trasformano i Pronto Soccorso in una sentinella strategica per intercettare un fenomeno ancora in larga parte sommerso - dichiara Marco Giustini, uno degli autori dello studio - e che delineano per la prima volta un pattern clinico distintivo della violenza di genere in Europa".

Il profilo delle vittime e il contesto delle aggressioni

Le donne che arrivano in Pronto Soccorso dopo un'aggressione nell'80% dei casi hanno tra i 15 e i 49 anni (in media 38 anni), cioè sono in piena età riproduttiva. Una concentrazione che indica come la rete sanitaria territoriale, consultori, medici di famiglia, servizi di salute riproduttiva, possa svolgere un ruolo decisivo nell'individuazione precoce della violenza, prima che si trasformi in emergenza. Secondo lo studio i casi aumentano sensibilmente nelle ore serali e notturne. Non è un dettaglio statistico: è il riflesso della natura prevalentemente domestica del fenomeno. Quasi due terzi delle aggressioni avvengono in ambiente domestico, in soggiorno, in cucina, in camera da letto o nelle immediate vicinanze dell'abitazione.

Le lesioni specifiche della violenza di genere

Anche le lesioni raccontano una storia precisa. Rispetto agli altri infortuni, la violenza di genere presenta un profilo clinico riconoscibile: contusioni ed ematomi nel 48% dei casi, quasi il doppio rispetto agli incidenti non intenzionali; traumi alla testa e al volto nel 49% dei casi, oltre tre volte più frequenti; lesioni al collo e alla gola 2,4 volte più comuni, spesso compatibili con tentativi di soffocamento; e lesioni da asfissia 10 volte più frequenti, un segnale di allarme gravissimo, poiché lo strangolamento è riconosciuto come predittore di escalation letale. Al contrario, le fratture ortopediche sono meno comuni (11% contro 26% negli altri infortuni), confermando un pattern distinto: la violenza intenzionale colpisce aree vulnerabili e visibili del corpo, mentre gli incidenti coinvolgono più spesso gli arti.

Asimmetria di genere e aggressori

I dati mostrano inoltre una netta asimmetria di genere tra vittime e aggressori. Oltre il 56% delle donne subisce violenza nella cerchia familiare ristretta: nel 48% dei casi l'autore è il partner, nel 7% un altro familiare, nel 2% un genitore. La violenza contro le donne è quindi prevalentemente relazionale e domestica. Diverso il quadro per gli uomini vittime di aggressione, che risultano più spesso colpiti da sconosciuti in contesti esterni alla famiglia.

La gravità degli esiti e i ricoveri

La gravità non è marginale. Oltre una donna su cinque (21,4%) necessita di ricovero ospedaliero, una quota superiore rispetto agli altri infortuni femminili (18,7%). Anche a parità di età e Paese, la violenza perpetrata da uomini contro donne comporta una probabilità del 22% superiore di ricovero o esiti gravi, con il picco tra i 25 e i 64 anni.

Il quadro italiano della violenza

I dati italiani sono in linea con quelli degli altri Paesi europei. "In Italia sono stati analizzati circa 2.000 accessi al pronto soccorso di donne vittime di violenza maschile - dichiara Anna Carannante, co-autrice dello studio - con un'età media di 40 anni. In quasi il 60% dei casi, l'aggressore era un partner o un familiare, ovvero una persona appartenente alla sfera intima della vittima. La forma di violenza più frequente è stata quella fisica, che ha rappresentato circa i tre quarti dei casi (72,6%), mentre nel 4% si è trattato di violenza sessuale. Particolarmente significativa è la quota di lesioni al capo e al volto, riportate nel 30% dei casi. A conferma del fenomeno della violenza domestica, nell'80% degli episodi l'aggressione si è consumata tra le mura di casa".

Limiti della rilevazione e violenza invisibile

Lo studio evidenzia però anche i limiti dell'attuale sistema di rilevazione: in oltre il 35% dei casi mancano informazioni contesto dell'aggressione nei registri ospedalieri e i Pronto Soccorso intercettano solo una parte del fenomeno, principalmente quella con lesioni fisiche evidenti. Restano in gran parte invisibili la violenza psicologica, il controllo coercitivo e gli abusi senza segni fisici.

Azioni urgenti e ruolo dei pronto soccorso

"Proprio per questo i risultati indicano azioni concrete e urgenti - prosegue Anna Carannante - serve innanzitutto rafforzare la formazione del personale sanitario per riconoscere anche i segnali meno evidenti, introdurre protocolli standardizzati di raccolta dati in tutta Europa, potenziare l'integrazione tra Pronto Soccorso e servizi specialistici di supporto, estendere lo screening sistematico anche ai servizi territoriali e alla medicina di base". "Il messaggio è chiaro - conclude Giustini - se raccolti e analizzati con metodo, i dati dei Pronto Soccorso possono trasformare i servizi di emergenza da semplici luoghi di cura in presidi fondamentali per l'individuazione precoce e la prevenzione della violenza di genere. Rendere visibile l'invisibile non è solo una sfida scientifica. È un imperativo di salute pubblica e una responsabilità collettiva che richiede investimenti, coordinamento europeo e un impegno strutturale nel tempo".

Quando il rumore da traffico è un fattore di rischio di infarto e ictus

AGI - Il rumore prodotto da traffico stradaletreni e aerei non è solo un fastidio quotidiano, ma un fattore di rischio concreto per la salute cardiovascolare. È quanto emerge da uno studio presentato all'Annual Scientific Session dell'American College of Cardiology (ACC.26), secondo cui vivere in aree con elevati livelli di rumore da trasporto è associato a un aumento significativo del rischio di eventi cardiaci maggiori. L'analisi, condotta su oltre 1,2 milioni di adulti nell'area di Houston tra il 2016 e il 2023, ha rilevato che le persone esposte a livelli di rumore più elevati hanno una probabilità superiore del 17% di andare incontro a eventi cardiovascolari gravi, come infartoictus o necessità di interventi per liberare le arterie coronarie, oltre a un aumento della mortalità complessiva.

I ricercatori hanno classificato l'esposizione al rumore in base ai decibel: sotto i 45 decibel come ambiente 'silenzioso', tra 45 e 54 come moderato e sopra i 55 come elevato. Anche livelli apparentemente non dannosi per l'udito, come 55 decibel - paragonabili a una conversazione normale - possono però avere effetti fisiologici rilevanti se costanti o fuori dal controllo dell'individuo, in particolare disturbando il sonno. Tra le diverse fonti, il rumore stradale mostra l'associazione più forte con il rischio cardiovascolare, mentre quello ferroviario presenta un impatto peculiare: ogni aumento di 10 decibel è collegato a un incremento del rischio del 14%, rispetto al 3% per il traffico su strada.

Meccanismi e strategie di prevenzione

Secondo gli autori, ciò potrebbe dipendere dalla natura intermittente e improvvisa dei rumori ferroviari, soprattutto durante la notte, che attivano risposte di stress nell'organismo anche in assenza di risveglio. Il meccanismo alla base di questi effetti non è stato direttamente analizzato nello studio, ma evidenze precedenti suggeriscono che l'esposizione cronica al rumore possa attivare una risposta fisiologica allo stress, contribuendo nel tempo allo sviluppo di malattie cardiovascolari. Anche le vibrazioni associate al traffico ferroviario potrebbero avere un ruolo. Importante è che l'associazione tra rumore e rischio cardiaco rimane significativa anche dopo aver considerato altri fattori noti, come età, condizioni socioeconomiche, fattori metabolici e inquinamento atmosferico. Questo rafforza l'ipotesi che il rumore sia un fattore di rischio indipendente e modificabile.

Gli autori sottolineano che il rumore ambientale dovrebbe essere preso in considerazione al pari dei fattori di rischio tradizionali, come dieta, attività fisica e fumo. Interventi di pianificazione urbana - come una migliore insonorizzazione degli edificibarriere naturali come alberi o una gestione più attenta dei corridoi di trasporto - potrebbero contribuire a ridurre l'esposizione e migliorare la salute pubblica. Anche a livello individuale è possibile adottare alcune misure, come migliorare l'isolamento acustico delle abitazioni o ridurre l'ingresso di rumori durante la notte. I risultati evidenziano quindi come un elemento spesso sottovalutato, come il rumore, possa avere un impatto rilevante sulla salute del cuore, aprendo nuove prospettive per la prevenzione cardiovascolare.