La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale

La presenza della Russia alla prossima Biennale di Venezia, già motivo di un aspro sconto a distanza tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha portato anche alla mobilitazione delle cancellerie europee. I ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 Paesi hanno infatti sottoscritto una lettera per invitare la dirigenza della Biennale a «riconsiderare la partecipazione» della Federazione Russa perché «inaccettabile nelle attuali circostanze». La lettera, sottoscritta da ministri di 20 Paesi Ue più Ucraina e Norvegia, non porta in calce la firma di un membro del governo italiano. Ma Giuli, titolare del MiC, anche il 10 marzo ha ribadito la netta contrarietà dell’esecutivo alla presenza della Russia, decisa in autonomia dal cda della Fondazione Biennale.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Alessandro Giuli (Ansa).

La lettera alla dirigenza della Biennale

«Da oltre un secolo la Biennale di Venezia si distingue come una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo. Guidati dal nostro comune impegno nei confronti dei nostri comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana – i nostri Paesi e i nostri artisti partecipano da tempo alla Biennale in uno spirito di scambio culturale e di rispetto reciproco», si legge nella lettera. La Russia, viene sottolineato, «rimane soggetta a sanzioni europee e internazionali» per l’invasione dell’Ucraina e, pertanto, «concedere una prestigiosa piattaforma culturale internazionale» come la Biennale «invia un segnale profondamente inquietante». E poi: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso. Rileviamo inoltre la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa. Questi collegamenti sollevano seri interrogativi sul rischio che la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico». La lettera stata è firmata dal ministro degli Esteri tedesco, dai ministri della Cultura di Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Norvegia, Grecia, Polonia, Portogallo Irlanda, Romania, Lettonia, Spagna, Lituania, Svezia, Lussemburgo e Ucraina, Per il Belgio hanno firmato tre ministri.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).

Si sta muovendo anche l’Unione europea

Anche l’Ue ha condannato la presenza della Russia, dicendosi pronta – tramite la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef – a esaminare «ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione della sovvenzione in corso alla Fondazione Biennale».

Beatrice Venezi, via libera alla nomina come direttore musicale della Fenice

Via libera alla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Il Consiglio d’Indirizzo della fondazione lirico-sinfonica ha espresso approvazione per la designazione, con contratto di quattro anni che avrà inizio da ottobre 2026. Dal 22 settembre 2025, giorno in cui è avvenuta la nomina di Venezi da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, le maestranze del Teatro hanno indetto uno stato di agitazione con proteste, volantinaggi, assemblee, cortei e scioperi, ritenendo il suo curriculum non all’altezza e respingendo le implicazioni politiche che la sua nomina comporterebbe.

Per il sovrintendente Colabianchi è un «investimento sul futuro»

A difendere la sua designazione è stato Colabianchi che, nella relazione rivolta al Consiglio di indirizzo, ha sottolineato come si tratti di «una scelta che assume consapevolmente anche il valore di un investimento sul futuro, non ultimo in ragione della sua giovane età». Ricordando che «La Fenice è il luogo che ha ospitato prime mondiali di compositori che, al loro tempo, furono considerati innovatori, talvolta controversi» e che «per oltre due secoli ha dimostrato una costante apertura alle novità musicali, assumendosene il rischio», ha evidenziato come la scelta di Venezi «rappresenta un atto di fiducia nella capacità di costruire continuità e percorsi nel medio e lungo periodo, assicurando al Teatro una prospettiva di sviluppo e di rinnovamento».Secondo il sovrintendente, la nomina «risponde poi a una coerenza artistica e progettuale di natura strettamente musicale» poiché Venezi «possiede una formazione direttoriale solida, fondata su una conoscenza approfondita della partitura e su un metodo di lavoro orientato all’analisi strutturale del testo musicale, alla chiarezza dell’articolazione formale e al controllo dell’equilibrio timbrico orchestrale». «Il suo profilo», dunque, «si colloca pienamente nella tradizione direttoriale italiana ed europea, con particolare attenzione al repertorio operistico, affrontato attraverso un rapporto rigoroso con la scrittura vocale, l’agogica e il rapporto tra buca e palcoscenico».

«Dobbiamo far evolvere il linguaggio musicale»

«La cifra complessiva del suo lavoro», si legge ancora nella relazione, «risiede dunque in un equilibrio tra fedeltà alla partitura, prassi esecutiva storicamente informata e capacità di restituire attualità al linguaggio musicale, senza forzature interpretative né letture museali. Tale impostazione risulta pienamente coerente con l’identità del Teatro La Fenice, storicamente impegnato a unire la tutela del grande repertorio con l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’evoluzione del linguaggio musicale». «Vi è poi una motivazione di natura istituzionale», ha continuato Colabianchi. «Il direttore musicale oggi non è soltanto un interprete sul podio, ma una figura chiamata a concorrere alla continuità dell’indirizzo artistico, al dialogo con le strutture interne e alla rappresentanza dell’immagine del Teatro. In questo senso, la designazione di Beatrice Venezi è fondata sulla sua capacità di assumere una responsabilità ampia e strutturata valorizzando un percorso di crescita destinato a rafforzarsi». Infine, «non posso poi ignorare – pur senza farne un argomento retorico – il valore simbolico di una scelta che contribuisce alla normalizzazione della presenza femminile nei ruoli apicali della musica. Non una nomina “in quanto donna”, ma una nomina che prescinde dal genere proprio perché fondata su competenza, progetto e responsabilità».

Allevamento abusivo di cani in palazzo abbandonato: salvati cuccioli di malinois (VIDEO)

AGI - La Polizia di Stato è intervenuta a Torino all'interno di uno stabile abbandonato del quartiere Madonna di Campagna, dove vi era il sospetto che si trovassero rinchiusi dei cani allo scopo di una compravendita illegale degli stessi. Grazie alla segnalazione sulla linea 112 da parte di alcuni residenti, insospettiti dal trasporto di alcuni cuccioli di razza all'interno del condominio in questione da parte di due uomini, i poliziotti delle Volanti del Commissariato San Donato e dell'UPGSP eseguivano un accurato controllo all'interno dello stabile.

L'immobile, composto da quattro piani, si presentava in stato di completo abbandono, con masserizie varie accatastate nei locali, e in condizioni fatiscenti.

 

 

La scoperta dei cuccioli e della mamma

Al secondo piano, gli operatori, facendosi largo con difficoltà fra gli ambienti, invasi di sporcizia hanno scorto in due differenti stanze sei cuccioli di malinois, addormentati, e la loro mamma, rinchiusa in una delle camere adiacenti, separata da loro, senza alcuna possibilità di uscita.

Identificazione e salvataggio

Nella palazzina è stato identificato un cittadino marocchino di 30 anni, che reclamava la proprietà dei cani, e un suo connazionale, risultato estraneo ai fatti; entrambi irregolari. I cani sono stati tratti in salvo dagli operatori della Polizia di Stato.

Sul posto è intervenuta anche la Polizia Locale e, con la collaborazione di personale dell'ENPA, è stato riscontrato che mamma malinois era provvista di microchip e intestata a una persona residente in altra provincia. Pertanto, entrambi i cittadini marocchini sono stati denunciati alla Procura della Repubblica per la violazione della Legge sull'immigrazione, mentre per il primo è scattata anche la denuncia per le condizioni in cui i poveri animali erano tenuti e per ricettazione.

 

L’Iran sta posizionando mine nello Stretto di Hormuz

L’Iran starebbe minando lo Stretto di Hormuz, punto dal quale transita circa un quinto di tutto il greggio globale, con l’obiettivo di bloccarlo completamente. Lo riferiscono alla Cnn fonti vicine all’intelligence Usa. Negli ultimi giorni, sarebbero state posizionate alcune decine di mine ma presto potrebbero diventare centinaia. Lo Stretto ora è di fatto controllato dalle Guardie della Rivoluzione che sono ancora in grado di schierare lungo il passaggio navi cariche di esplosivo, imbarcazioni posamine e batterie missilistiche da terra. Intanto mercoledì mattina è stata colpita una nave cargo che si trovava a 11 miglia nautiche dall’Oman, costringendo l’equipaggio a evacuare. Lo ha reso noto l’Agenzia marittima britannica per le operazioni commerciali (Ukmto). In precedenza anche un’altra nave portacontainer nei pressi dello stretto era stata colpita da un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche dalla costa degli Emirati Arabi Uniti, sempre secondo quanto riportato da Ukmto.

LEGGI ANCHE: Guerra all’Iran, perché l’Europa paga il prezzo più alto

Trump minaccia conseguenze «mai viste prima»

Su Truth, Donald Trump ha messo in guardia l’Iran: le mine collocate nello Stretto devono essere rimosse immediatamente. Se ciò non accadesse, ha continuato il presidente Usa, l’Iran dovrà affrontare conseguenze «a un livello mai visto prima». Al contrario, se Teheran le rimuovesse, «sarebbe un enorme passo nella giusta direzione».

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha poi aggiunto su X che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «sta eliminando le imbarcazioni posamine inattive nello Stretto di Hormuz distruggendole con precisione implacabile. Non permetteremo ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz». Sempre martedì l’esercito Usa ha reso noto di aver eliminato alcune navi della Marina iraniana comprese 16 posamine nelle vicinanze dello Stretto.

Donna uccisa in casa, a Messina. Fermato l’ex compagno

AGI - Il cadavere di una donna, Daniela Zinnanti, di 50 anni, è stato ritrovato ieri sera nella sua abitazione a Messina. La donna è stata raggiunta da diversi fendenti che non le hanno lasciato scampo mentre si trovava nell'appartamento in cui abita in via Lombardia nella zona sud della città. Gli investigatori della Squadra Mobile hanno fermato un uomo di 67 anni, Santino Bonfiglio, ex compagno della vittima. L'uomo era stato portato negli uffici della questura dove è stato sentito fino a notte fonda.

Gli accertamenti sono scattati in serata subito dopo il rinvenimento del cadavere. A lanciare l'allarme la figlia della vittima che non aveva riusciva a contattarla. La donna sarebbe stata colpita con una lama, forse un coltello, in diverse parti del corpo. Gli investigatori della Squadra Mobile e della polizia scientifica hanno effettuato controlli sia nell'appartamento che nella zona attorno all'appartamento alla ricerca dell'arma. Sono state acquisite anche le telecamere di sorveglianza del condominio e della zona per visionare i filmati. Sul posto sono intervenuti anche il magistrato di turno e il medico legale per una prima ricognizione sul corpo. Subito gli agenti hanno concentrato l'attenzione sull'uomo che è stato interrogato fino a notte fonda ed è stato poi portato nel carcere di Gazzi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare

Il mare si ritirò per un attimo, come se stesse trattenendo il respiro. Poi arrivò il muro d’acqua. L’11 marzo 2011, alle 14.46, un terremoto di magnitudo 9 scosse il Nord-Est del Giappone, piegando strade, ponti e città. Pochi minuti dopo, uno tsunami gigantesco si abbatté sulle coste della regione del Tohoku, trascinando con sé case, automobili, fabbriche e vite umane. Le immagini fecero presto il giro del mondo: barche trasportate nell’entroterra, quartieri spazzati via, incendi e colonne di fumo che si alzavano all’orizzonte. A pochi chilometri dalla costa, nella centrale atomica di Fukushima Dai-ichi, il disastro si trasformò in una drammatica crisi nucleare. Esattamente 15 anni dopo, il Giappone commemora le circa 18 mila vittime del terremoto e dello tsunami con cerimonie ufficiali nelle prefetture di Fukushima, Miyagi e Iwate. Proprio mentre la memoria della tragedia viene onorata con momenti di silenzio e riflessione, Tokyo sta compiendo un deciso ritorno all’energia nucleare. Un cambiamento che riflette sia una trasformazione strutturale delle esigenze energetiche del Paese, sia l’orientamento politico dell’attuale governo guidato dalla premier conservatrice Sanae Takaichi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Le onde dello tsunami dell’11 marzo 2011 in Giappone (foto Ansa).

Fino al 2011, il Giappone era stato uno dei più convinti sostenitori dell’energia nucleare: prima del disastro, i 54 reattori del Paese producevano circa un terzo dell’elettricità nazionale. L’atomo era considerato un pilastro della sicurezza energetica in una nazione povera di risorse naturali, costretta a importare quasi tutto il petrolio, il gas e il carbone che consuma. L’incidente di Fukushima ha cambiato improvvisamente il clima politico e sociale. Nel giro di pochi mesi tutti i reattori sono stati spenti per controlli di sicurezza, mentre il governo annunciava l’intenzione di uscire gradualmente dal nucleare.

Ci fu una pressione senza precedenti da parte dell’opinione pubblica

La decisione aveva risentito di una pressione senza precedenti da parte dell’opinione pubblica. Le immagini delle esplosioni negli edifici dei reattori, l’evacuazione di circa 150 mila residenti e il timore che una nube radioattiva potesse raggiungere persino Tokyo avevano scosso profondamente la fiducia nella sicurezza tecnologica del Giappone. Un’inchiesta parlamentare pubblicata nel 2012 aveva peraltro accusato l’operatore della centrale, Tokyo Electric Power Company (Tepco), i regolatori e il governo di non aver predisposto adeguate misure di sicurezza contro eventi estremi.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
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Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare

Per anni è sembrato che l’energia nucleare fosse destinata a diventare un capitolo chiuso della politica energetica giapponese. Ma con il passare del tempo la realtà economica e geopolitica ha iniziato a spingere Tokyo verso una pragmatica retromarcia. Senza il contributo delle centrali nucleari, il Giappone si è trovato infatti a dipendere massicciamente dalle importazioni di combustibili fossili. Nel 2023 quasi il 70 per cento dell’elettricità nazionale proveniva da centrali a carbone, gas e petrolio, con un aumento significativo delle emissioni e dei costi energetici.

La nuova guerra nel Golfo rafforza l’idea del ritorno all’atomo

La crisi energetica globale degli ultimi anni ha reso ancora più evidente questa vulnerabilità. Il Giappone importa circa il 95 per cento del petrolio dal Medio Oriente e grandi quantità di gas naturale liquefatto da fornitori esteri, tra cui la Russia. Le tensioni geopolitiche e l’instabilità delle rotte energetiche hanno rafforzato la convinzione, in molti settori dell’establishment politico e industriale, che la sicurezza energetica sia ormai una questione strategica paragonabile alla sicurezza nazionale. La nuova guerra nel Golfo non può fare altro che rafforzare la convinzione che il ritorno all’atomo sia necessario e da compiere il più rapidamente possibile.

Il Giappone punta alla neutralità carbonica entro il 2050

È in questo contesto che si è inserita l’accelerazione del governo Takaichi. La premier sostiene con decisione la riattivazione dei reattori e lo sviluppo di nuove tecnologie nucleari, sostenendo che il Giappone non possa permettersi di rinunciare a una fonte energetica stabile e a basse emissioni di carbonio. La sua amministrazione ha collegato il ritorno all’atomo anche agli obiettivi climatici del Paese, che punta alla neutralità carbonica entro il 2050.

Il primo reattore della Tepco tornato in funzione dopo il disastro di Fukushima

Il segnale più evidente di questa nuova fase è arrivato giusto un mese fa, con il riavvio di uno dei reattori della centrale di Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata. Con i suoi sette reattori e una capacità installata che la rende la più grande centrale nucleare del mondo, l’impianto rappresenta il simbolo più evidente del ritorno del Giappone all’energia atomica. Anche perché si tratta della prima struttura della Tepco a tornare in funzione dopo il disastro di Fukushima.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
La premier giapponese e leader del LPD, Sanae Takaichi (Ansa).

Il governo insiste che il livello di sicurezza è massimo. In seguito a regole imposte negli scorsi anni, le centrali devono ora disporre di sistemi di raffreddamento ridondanti, barriere più alte contro gli tsunami, protezioni antisismiche rafforzate e strutture capaci di resistere anche all’impatto di un aereo.

Una leggera maggioranza dei giapponesi è oggi favorevole alle centrali atomiche

Nonostante queste garanzie, l’opinione pubblica resta divisa. In diverse comunità locali colpite dalla tragedia, il ricordo di Fukushima è ancora vivo e alimenta diffidenza verso l’energia nucleare. Secondo recenti sondaggi, però, una leggera maggioranza dei giapponesi è oggi favorevole alla riattivazione dei reattori. E il sostegno più forte arriva dalle generazioni più giovani, che non hanno vissuto direttamente lo shock del 2011 e tendono a valutare la questione in termini più pragmatici, legati al costo dell’energia e alla lotta ai cambiamenti climatici.

Fukushima 15 anni dopo è (quasi) dimenticata, il Giappone torna al nucleare
Proteste a Tokyo contro il nucleare (foto Ansa).

Un altro fattore che sta spingendo il Giappone verso il nucleare è la trasformazione dell’economia digitale. L’esplosione dell’intelligenza artificiale e dei data center richiede enormi quantità di elettricità stabile e continua. Proprio attorno alla centrale di Kashiwazaki-Kariwa sono allo studio progetti per sviluppare grandi infrastrutture digitali e impianti di produzione di idrogeno, sfruttando la disponibilità di energia nucleare.

La gestione delle acque radioattive accumulate resta complessa

Tutto ciò non cancella però le ferite ancora aperte di Fukushima. Migliaia di persone evacuate nel 2011 non sono mai tornate nelle loro case. Intere comunità sono state disperse e la bonifica dell’area contaminata richiederà ancora diverso tempo. La gestione delle acque radioattive accumulate nella centrale e il lento processo di smantellamento dei reattori fusi restano questioni tecnicamente complesse. Tra memoria e pragmatismo, la visita di Takaichi in occasione del 15esimo anniversario della tragedia è mirata a proiettare il Giappone in un futuro dove il nucleare è visto come una scelta quasi inevitabile.

I “dolori” del giovane italiano. Il 24% si ritiene “Sfiduciato sotto pressione”, solo il 1…

AGI - Il 24% dei ragazzi italiani risultano "sfiduciati sotto pressione", ovvero giovani che vivono il mondo come spaventoso, si sentono sopraffatti e poco capaci di agire, faticano nelle relazioni, interiorizzano il disagio senza chiedere aiuto e provano forte stanchezza e inadeguatezza, pur riconoscendo il valore del supporto psicologico.

Al contempo solo il 17% dei giovani nel nostro Paese risultano essere "fiduciosi propositivi" cioè aperti e attivi, con un buon equilibrio emotivo e relazionale, poca ansia e nessun senso di inadeguatezza, vedono il mondo come pieno di opportunità e affrontano la complessità senza timori.

Sono questi alcuni dei dati più significativi della prima iniziativa dell'Osservatorio permanente sulla condizione giovanile in Italia promosso da Fondazione Unhate, realtà del Terzo Settore ideata da Alessandro Benetton e supportata da Edizione SpA, Mundys e Aeroporti di Roma.

Una mappa della nuova generazione 

La ricerca, guidata dal professor Mauro Magatti e intitolata "FRAGILE - mappae mundi di una nuova generazione", analizza come i giovani italiani - tra i 13 e i 24 anni - reagiscono a un contesto caratterizzato da opportunità e da una libertà senza precedenti. Questa "apertura" estrema (più accesso all'informazione, maggiore mobilità, orizzonti globali, possibilità culturali e di espressione), se non supportata da reti educative, si trasforma spesso in un fattore di pressione e spaesamento, in un vero e proprio "blocco".

Dalla ricerca emerge tuttavia come oltre i due terzi dei giovani abbiano comunque una visione positiva di sé, della propria vita e del futuro (ad esempio guardano con fiducia verso l'Europa e verso la scienza e la tecnologia), anche se, allo stesso tempo, emergono segnali diffusi di stanchezza, pressione e inadeguatezza, soprattutto nella fascia 17-19 anni.

I quattro profili generazionali

Lo studio mappa i ragazzi in base alla loro capacità di aprirsi al mondo e di agire attivamente, e identifica complessivamente quattro profili generazionali: oltre ai "fiduciosi propositivi", gli unici a gestire con successo la complessità, e agli "sfiduciati sotto pressione", che percepiscono il mondo come spaventoso, tendendo al ritiro sociale e al blocco, vengono identificati anche i "moderati in transizione" (34%), il gruppo più vasto, caratterizzato da un equilibrio fragile e bisognoso di costante supporto per non scivolare nella crisi, e gli "irrequieti in bilico" (25%).

Questi ultimi, spinti dall'ansia da prestazione, oscillano tra grande attivismo e rischio di crollo per sovraccarico. In questo contesto, i fattori discriminanti sono per tutti la disponibilità di risorse culturali, relazionali ed economiche, mentre la scuola emerge come snodo decisivo nei percorsi di fragilità e attivazione.

L'Osservatorio di Fondazione Unhate

Con l'obiettivo di rafforzare la capacità sistemica di accompagnare i giovani verso l'età adulta, l'Osservatorio di Fondazione Unhate propone quindi cinque linee di azione e intervento: ricostruire relazioni educative stabili e luoghi di appartenenza; trasformare l'orientamento in un percorso continuo che aiuti a dare senso alle scelte; gestire meglio le transizioni scolastiche e lavorative; integrare il benessere psicologico nei contesti educativi con presidi accessibili e non stigmatizzanti; valorizzare il protagonismo dei giovani attraverso spazi reali di partecipazione e corresponsabilità.

Alessandro Benetton: "Uno strumento per contrastare odio e violenza"

"Con questo Osservatorio Permanente abbiamo voluto dotarci di uno strumento coerente con la missione di Fondazione Unhate: contrastare odio e violenza intervenendo sulle loro cause profonde e generando opportunità concrete per le giovani generazioni - commenta Alessandro Benetton, presidente di Edizione e della Fondazione Unhate -. Una modalità di lavoro basata sui dati, pensata per offrire una fotografia puntuale della condizione in cui vivono, comprenderne necessità, disagi e bisogni reali, e mettere queste evidenze a disposizione di istituzioni, servizi educativi, imprese e territori."

"Ho sempre creduto che i giovani siano il presente, oltre che il futuro, del nostro Paese e del pianeta - conclude Benetton -. Come imprenditore, ma prima di tutto come uomo, cittadino e padre, voglio continuare a fare la mia parte affinché essi vengano ascoltati, coinvolti e accompagnati a scoprire ed esprimere il proprio talento. In un contesto globale così complesso e segnato dall'inverno demografico, investire in relazioni, orientamento e continuità educativa non è solo una responsabilità sociale: è una scelta strategica. Ogni energia che resta inespressa è valore che l'Italia non riesce a trasformare in crescita, innovazione e impatto positivo. Ringrazio le ragazze e i ragazzi che hanno reso possibile questo studio, che mettiamo a disposizione delle istituzioni come contributo per aumentare la consapevolezza degli adulti sulle difficoltà, le potenzialità e le aspirazioni dei nostri giovani".