Con i prezzi attuali, la famiglia media dell’Ue perderebbe circa 375 euro nel 2026, pari allo 0,7 per cento del consumo medio, a causa di tutti gli aumenti di prezzo. È quanto rilevato da Oya Celasun, vicedirettore per l’Europa del Fondo monetario internazionale. «L’impatto varia notevolmente, da 620 euro in Slovacchia a 134 euro in Svezia. Secondo lo scenario ”grave” del Weo del Fmi di aprile 2026, la perdita media salirebbe a 1.750 euro». Il grafico dell’intervento include anche le stime sull’Italia, che vedono un impatto di 450 euro nello scenario base e 2.270 euro in quello grave.
Eurozona, aumentano i rischi di recessione
Secondo lo scenario di base, la crescita nell’Eurozona dovrebbe rallentare all’1,1 per cento nel 2026 e all’1,2 per cento nel 2027, con un’inflazione in aumento di 0,7 punti percentuali al 2,6 per cento nel 2026 e in calo al 2,2 per cento nel 2027. «Nello scenario grave al ribasso di aprile, l’area euro potrebbe avvicinarsi alla recessione», scrive ancora l’Fmi nel suo outlook sull’Ue e il caro energia, riportando le stime già diffuse ad aprile e sottolineando che «i mercati stanno diventando più pessimisti sui prezzi dell’energia», avvicinandosi allo «scenario avverso».
Niente rende meglio il clima di questo Primo maggio della nuova tendenza dilagante fra i giovani in cerca di lavoro – anche se magari un lavoro ce l’hanno già, malpagato e insoddisfacente come sono spesso i primi impieghi. Si chiama doomjobbing, e se fa venire in mente il doomscrolling, cioè l’immersione morbosa nel flusso di cattive notizie ammannite dalla Rete, una ragione c’è: consiste nell’applicazione dello stesso principio alla ricerca di lavoro.
Il neologismo inventato da una ragazzina americana
Il termine, a quanto pare, è una creazione estemporanea di una sveglissima ragazzina americana di otto anni, che vedeva il padre, appena licenziato, passare inutilmente ore e ore su LinkedIn. «Lei l’ha chiamato doomjobbing. Esatto. È proprio quello», ha scritto l’uomo su Threads. Il suo post, e soprattutto il neologismo, sono diventati virali, e qualcuno ha persino suggerito al padre di registrarlo e di stamparlo sulle magliette, con il font di LinkedIn.
Passare inutilmente ore e ore su LinkedIn? Ora c’è un neologismo (foto Unsplash).
Doomjobbing, l’avrete capito (perché magari lo fate anche voi), è guardare ogni giorno decine, centinaia di offerte d’impiego o inviare il proprio curriculum a pioggia a una lista infinita di potenziali interessati. Più lunga è la lista, più numerosi sono i rifiuti o le non-risposte che si ricevono, più aumenta l’impressione che tutto quell’impegno non serva a nulla, e che la propria situazione, lavorativa o no, non abbia alcun margine di miglioramento.
Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi, senza produrre nessun reale passo avanti, nemmeno nel rendere più efficace la propria ricerca, magari selezionando meglio le offerte di lavoro o finalizzando più utilmente il proprio curriculum. Le aspettative avvizziscono e in parallelo cresce l’ansia, e malgrado si sia sempre più convinti dell’inanità dei propri sforzi, è vietato smettere di tentare e ritentare, perché sarebbe ammettere di avere sbagliato tutto.
Il doomjobbing è la vana e sfiancante ricerca di lavoro online (foto Unsplash).
Le imprese ora preferiscono affidare certi lavori all’intelligenza artificiale…
La beffa è che anche aver fatto tutte le cose “giuste” cinque o sei anni fa, fidandosi delle guide alla scelta universitaria più promettente e al master più quotato, oggi non mette al riparo dal doomjobbing. E infatti, i più esposti alla sindrome sono i laureati in STEM, illusi che il loro impegnativo percorso di studi avrebbe dato loro un lavoro sicuro e redditizio (fino a due-tre anni fa le aziende lamentavano la mancanza cronica di candidati con una formazione tecnico–scientifica), per poi scoprire non solo che in troppi hanno avuto la stessa idea, ma anche che le imprese ora preferiscono affidare quei lavori all’intelligenza artificiale, che li completa in una frazione di tempo, h24 e con zero salario. In pratica, cercare lavoro inviando a destra e a manca il proprio curriculum è come pescare a strascico in un braccio di mare in cui sono rimasti pochissimi pesci che richiedono modalità di cattura più sofisticate.
Occhio alla fuffa degli annunci-civetta
A incrementare la depressione da doomjobbing, dall’altro lato, c’è la sempre più diffusa pratica degli annunci-civetta, inserzioni per posti che non esistono, dietro ai quali a volte ci sono vere e proprie truffe, ma che possono avere anche obiettivi meno criminali ma più subdoli. Le aziende vogliono dare l’impressione di essere in crescita, quindi di cercare nuovo personale; oppure, gli annunci sono un modo per rastrellare dati personali o curriculum, per esercitare l’intelligenza artificiale o da sfruttare a fini pubblicitari.
Il doomjobbing è una trappola insidiosa, perché dà l’impressione di essere attivi (foto Unsplash).
I Paesi che prendono sul serio i problemi lavorativi sono altri…
Da quando i miei figli cercano lavoro diffondendo, fra le altre cose, i loro recapiti, si vedono la casella email inondata di spam e ricevono messaggi o chiamate moleste da numeri sconosciuti. Il fenomeno è così grave e diffuso che Paesi come il Canada hanno appena varato una legge contro gli annunci falsi. Combinazione, sono quasi sempre Paesi dove c’è anche il salario minimo (in Canada, 18 dollari canadesi l’ora, poco più di 11 euro). Sono Paesi, insomma, dove la politica e i sindacati prendono sul serio i problemi lavorativi dei giovani, che si riflettono sul loro benessere fisico ed emotivo – e dove, non a caso, i giovani italiani finiscono per emigrare. Chissà quanti ce ne sono che, in questo Primo maggio, stanno preparando le valigie. Il doomjobbing fa tristezza, ma è ancora più triste che in Italia l’antidoto possa essere così semplice: un biglietto aereo, sola andata.
Come da attese, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha mantenuto fermi i tassi di interesse: nel dettaglio, quelli sui depositi presso Francoforte resta al 2 per cento (raggiunto a giugno del 2025); quelli sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento; quelli sui prestiti marginali al 2,40 per cento.
Aumentano i rischi per inflazione e crescita
L’istituto presieduto da Christine Lagarde sottolinea però che i rischi al rialzo per l’inflazione e i rischi al ribasso per la crescita economica si sono intensificati. «Il conflitto in Medio Oriente ha causato un brusco incremento delle quotazioni energetiche, sospingendo al rialzo l’inflazione e gravando sul clima di fiducia», si legge in una nota. «Le implicazioni della guerra per l’inflazione a medio termine e l’attività economica dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia nonché dalla portata dei suoi effetti indiretti e di secondo impatto. Più a lungo continuerà la guerra e più a lungo i prezzi dell’energia resteranno elevati, maggiore sarà il probabile impatto sulle misure più ampie dell’inflazione e sull’economia».
La politica monetaria per stabilizzare l’inflazione
Il Consiglio direttivo si è impegnato a definire la politica monetaria in modo da assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2 per cento a medio termine, spiegando di «essere tuttora in una posizione favorevole per affrontare l’attuale incertezza». Come evidenzia la nota, «le aspettative di inflazione a più lungo termine permangono saldamente ancorate, benché quelle sugli orizzonti temporali più brevi siano aumentate in misura significativa». E poi: «Le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi».
Dal pomeriggio di giovedì 30 aprile 2026, sul sito dell’Agenzia delle entrate, saranno disponibili in modalità consultazione le dichiarazioni 730 già predisposte con i dati in possesso del Fisco o inviati dagli enti esterni, come datori di lavoro, farmacie e banche. In totale, sono più di 1 miliardo e 300 milioni le informazioni trasmesse per le precompilate 2026. L’invio del 730 ed eventuali modifiche saranno possibili dal prossimo 14 maggio fino al 30 settembre.
Come consultare la propria dichiarazione
Per visualizzare e scaricare la dichiarazione occorre accedere alla propria area riservata tramite Spid, Cie o Cns. Il contribuente che possiede i requisiti per presentare il modello 730 potrà decidere se consultare la dichiarazione in modalità semplificata o ordinaria. Scegliendo la modalità semplificata, l’utente avrà a disposizione un’interfaccia intuitiva e facilmente navigabile, in cui sono presenti i dati da confermare o modificare: “casa e altre proprietà”, “famiglia”, “lavoro”, “altri redditi”, “spese sostenute”. Una volta confermate o aggiornate le informazioni fiscali, queste verranno automaticamente riportate all’interno del modello dichiarativo.
L’assemblea degli azionisti di Credito Lombardo Veneto ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione, in carica per il prossimo triennio. Marco Maria Fumagalli è stato nominato presidente, Aldo Bonomi e Carlo Jannone vice Presidenti. Confermate le deleghe in capo all’amministratore delegato Paolo Gesa, a cui è affidata la guida operativa del piano di rilancio. Il rinnovo degli organi sociali si inserisce nel percorso di marcata discontinuità avviato nella seconda parte del 2025, che ha visto il rafforzamento patrimoniale della banca, con il completamento dell’aumento di capitale da 20 milioni di euro lo scorso dicembre, l’ingresso nel capitale di investitori istituzionali ed industriali – tra i quali Banco di Desio e della Brianza e First Capital- e l’approvazione del Piano Industriale 2026-2029.
Unicredit si rafforza nel capitale di Generali. All’assemblea del Leone in programma il 23 aprile 2026, la banca partecipa infatti con l’8,72 per cento del capitale contro il 6,68 per cento di cui era accreditata finora sul libro soci. Invariate rispetto al 2025 le quote degli altri principali azionisti (sopra il 3 per cento): Gruppo Monte dei paschi di Siena, attraverso Mediobanca, al 13,19 per cento, Delfin al 10,05 per cento, Gruppo Caltagirone al 6,26 per cento e i Benetton, attraverso Schema Delta, al 4,86 per cento del capitale sociale. L’assemblea dei soci di Generali ha all’ordine del giorno l’ok al bilancio 2025 e la destinazione dell’utile di esercizio, oltre alla nomina del collegio sindacale, al nuovo piano di azionariato per i dipendenti e al buyback da mezzo miliardo.
L’addio definitivo è arrivato il 16 aprile 2026, ma la spina in realtà era stata staccata oltre 10 anni prima. La Condé Nast internazionale ha annunciato lo stop di Wired in Italia. Una testata lanciata nel nostro Paese nel 2009 e che, di fatto, era già stata chiusa nel 2015, anche se probabilmente nessuno se ne era accorto: niente più mensile cartaceo, restava attivo solo il sito con pochissime risorse e qualche evento sul territorio targato Wired.
Matteo Renzi durante un evento Wired nel 2016 (foto Ansa).
L’ufficialità di un progetto editoriale che termina scatena sempre una ridda di lacrime di coccodrillo, anche se in questo caso il prodotto aveva perso da anni il suo senso. E lo shock di migliaia di fantomatici appassionati di Wired (che se solo avessero acquistato le edizioni digitali o visitato più spesso il sito forse avrebbero contribuito alla sopravvivenza in Italia di quella testata) ha ricordato molto gli strazi recenti per la chiusura del canale televisivo Mtv Music: tutti a commemorare i bei tempi di programmi come Kitchen e TRL, dei veejay, peccato che fossero passati 25 anni e, da decenni, nessuno guardasse più i videoclip su Mtv.
L’inizio della fine della Condé Nast in Italia ha una data precisa
Il 29 aprile esce nelle sale italiane Il Diavolo veste Prada 2, sequel del film che nel 2006 celebrò una figura mitica di direttrice Condé Nast alla Anna Wintour, interpretata da Meryl Streep. Ebbene, da giugno 2025 neppure la Wintour è più direttrice di Vogue Usa, e l’inizio della fine della Condé Nast in Italia si può datare in un giorno preciso: 22 dicembre 2016, quando è morta Franca Sozzani, la Wintour italiana, direttrice editoriale del gruppo e storica direttrice di Vogue Italia.
Anna Wintour (foto Imagoeconomica).
Nel 2013 lavoravano 175 giornalisti, a fine 2024 solo 45
Solo il prestigio della Sozzani, infatti, aveva mantenuto salda l’identità italiana della società. Poi, lentamente, il senso di filiale di un colosso americano ha prevalso, con dirigenti stranieri, direzioni meno carismatiche, una grande sinergia continentale sui contenuti (che in molti casi arrivano da Londra), tagli del personale e ricambio generazionale. Basta un dato: nel 2013 alla Condé Nast Italia lavoravano 175 giornalisti. A fine 2024, ultimo dato ufficiale disponibile, erano 45.
Franca Sozzani (foto Imagoeconomica).
Il digitale, nonostante gli sforzi, pesa ancora poco sui ricavi
La casa editrice ha certamente cambiato pelle, riducendo le pubblicazioni (Wired è solo l’ultima di tante altre chiusure), spostando il tiro sul digitale e su una organizzazione più continentale e meno centralizzata a livello di singolo Paese. Da qualche anno i ricavi si sono stabilizzati attorno ai 65-68 milioni di euro annui, anche se la gran parte (il 52 per cento nel 2024) arriva ancora dalle edizioni cartacee italiane di Vanity Fair, Vogue, La Cucina italiana o AD (Architectural Digest), mentre il digitale, nonostante gli sforzi, pesa solo per il 33 per cento, con un 15 per cento di incassi, infine, dagli eventi fisici sul territorio. Non ci sono tensioni sui conti, e nel 2024 gli utili sono stati pari a 3,7 milioni di euro per un organico complessivo a quota 256 unità (258 nel 2023).
La copertina di Wired dedicata a Giorgio Napolitano, uomo dell’anno nel 2011 (foto Ansa).
Vanity Fair, che non riesce più a uscire ogni settimana e quindi non viene più considerato un settimanale da Ads (istituto che certifica le vendite dei giornali), dal dicembre 2018 è diretto da Simone Marchetti, che cura pure le edizioni in Spagna e Francia. Vanity Fair Italia vende in media circa 52 mila copie a numero; dopo il lungo regno di Franca Sozzani, a Vogue Italia c’è stato Emanuele Farneti fino al 2021, quando la carica di direttore è stata cancellata. Dal 2021 la responsabile editoriale è Francesca Ragazzi. Ora Vogue Italia vende circa 28 mila copie a numero.
Simone Marchetti (foto Imagoeconomica).
La Cucina italiana (che nella primavera 2025 ha chiuso il progetto La Scuola di cucina) e Traveller sono diretti da Maddalena Fossati Dondero, dal febbraio 2026 Federico Sarica guida GQ, mentre dall’ottobre 2025 Asad Syrkett è in sella ad AD Italia.
Maddalena Fossati (foto Imagoeconomica).
Ma, ovviamente, la Condé Nast 2026 non ha quasi nulla a che spartire con quella governata per molti anni da Giampaolo Grandi e da Franca Sozzani. I vertici, infatti, sono tutti stranieri: l’amministratore delegato è Natalia Gamero del Castillo, che siede nel consiglio di amministrazione della casa editrice con altri due manager non italiani come Jason Miles e Antonious Porch. E anche la sede Condé Nast, un tempo tra le centralissime piazzale Cadorna e piazza Castello, da aprile 2025 è invece in un’anonima palazzina di via Bordoni, zona Melchiorre Gioia a Milano.
Con la chiusura dello Stretto di Hormuz l’Unione europea potrebbe «sfiorare la recessione, con l’inflazione in avvicinamento alla soglia del 5 per cento». È l’allarme lanciato dal capo del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale Alfred Kammer, in un’analisi sull’Imf Blog. «Nessun Paese europeo ne è immune», si legge nel report, motivo per cui la regione «deve rispondere agli shock energetici con politiche disciplinate che tutelino le fasce vulnerabili e rafforzino la resilienza». Lo shock energetico, di entità inferiore rispetto a quello del 2022 e radicato ora nel conflitto in Medio Oriente, «sta pesando sulla crescita e spingendo l’inflazione al rialzo». L’Fmi stima l’inflazione 2026 al 2,8 per cento rispetto al 2,5 per cento del 2025.
«Imprudente blocco prezzi o taglio accise sui carburanti»
Il Fondo mette inoltre in guardia gli Stati europei da manovre di sostegno contro lo shock energetico, osservando che «alcuni Paesi, come la Danimarca o la Svezia, con livelli di debito comparativamente basso, dispongono dello spazio necessario per attuare politiche di bilancio anticicliche, a differenza di Francia e Italia». La tentazione è «di limitarsi a bloccare l’aumento dei prezzi, ricorrendo a tetti massimi, sussidi generalizzati o tagli alle accise sui carburanti». Sono, tuttavia, «misure imprudenti».
Chi si cela dietroSatoshi Nakamoto, pseudonimo del fondatore del Bitcoin, la prima e più celebre delle criptovalute? A dare una risposta, dopo 17 anni di mistero, è il New York Times, che ha pubblicato una lunga inchiesta al riguardo: si tratterebbe di Adam Back, esperto informatico e di crittografia britannico, che però si è affrettato a smentire la “scoperta” del quotidiano statunitense.
Una statua dedicata a Satoshi Nakamoto ad Hanoi (Ansa).
La lunga inchiesta del New York Times
L’inchiesta del Nyt è durata un anno. Al setaccio, tra le altre cose, centinaia di email scambiate nei primi giorni del Bitcoin dal programmatore finlandese Martti Malmi con Satoshi Nakamoto. Il quotidiano spiega poi che Back e il suo possibile alter ego «erano coinvolti nei Cypherpunks, gruppo di anarchici nato nei primi Anni 90 che voleva utilizzare la crittografia, ovvero l’arte di proteggere le comunicazioni tramite codice, per proteggere gli individui dalla sorveglianza e dalla censura governativa». Satoshi Nakamoto, in seguito, avrebbe progettato il Bitcoin seguendo – praticamente alla lettera – le intuizioni e le indicazioni di Back su una valuta elettronica in grado di impedire l’interferenza dei governi nelle transazioni finanziarie. Le coincidenze non finiscono qui. Back, che ha un dottorato in sistemi informatici distribuiti (quale è il Bitcoin), ha ideato Hashcash, sistema basato sulla risoluzione di puzzle statistici: la combinazione con un’altra idea di denaro elettronico chiamata b-money, proposta da un altro membro dei Cypherpunk, fu il modello usato da Satoshi per creare il Bitcoin. Inoltre il New York Times ha raccolto gli archivi di tre mailing list su Internet frequentate dai Cypherpunks: la scrittura usata da Back è risultata la più vicina a quella di Satoshi, che è scomparso dal 2011 dai forum online e nelle discussioni tra sviluppatori. E nei tre anni precedenti, in cui era stato particolarmente attivo, aveva smesso di scrivere proprio Back.
i'm not satoshi, but I was early in laser focus on the positive societal implications of cryptography, online privacy and electronic cash, hence my ~1992 onwards active interest in applied research on ecash, privacy tech on cypherpunks list which led to hashcash and other ideas.
«Non sono io Satoshi Nakamoto», ha scritto su X Back, che ha 55 anni ed è amministratore delegato della società di blockchain Blockstream: «Fin dall’inizio ero fortemente concentrato sulle implicazioni positive della crittografia per la società, sulla privacy online e sul denaro elettronico. Ma le prove presentate dal New York Times sono una combinazione di coincidenze e di espressioni simili usate da persone con esperienze e interessi analoghi».
L’accordo tra Usa e Iran per una tregua di due settimane condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz è stato accolto positivamente dai mercati. Lo spread tra Btp e Bund è sceso a 73 punti in avvio di giornata, dopo aver toccato quota 88,3 punti nella chiusura di martedì 7 aprile. Forte calo anche dei rendimenti, con il decennale italiano che è passato dal 3,96 al 3,63 per cento. La Borsa di Milano ha aperto in rialzo, in linea con gli altri listini europei, con il primo indice Ftse Mib che ha guadagnato lo 0,99 per cento a 45.862 punti. Anche le Borse asiatiche hanno chiuso positivamente (Tokyo è volata al +5,39 per cento).
Giù i prezzi di petrolio e gas
Sul fronte delle materie prime, il petrolio affonda. Il Wti lascia infatti sul terreno il 18 per cento, scendendo ben sotto i 100 dollari al barile (93,03). Giù anche il prezzo del gas, con i contratti Ttf ad Amsterdam, mercato di riferimento, che sono scesi di oltre il 19 per cento a 43 euro al megawattora.