La Bce lascia invariati i tassi al 2 per cento

Come previsto dagli analisti, la Bce ha mantenuto invariati i tassi, lasciando quello sui depositi al 2 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,40 per cento. Il comunicato introduttivo disegna però prospettive profondamente diverse per l’economia, rispetto alla riunione di gennaio, a causa del conflitto tra Israele-Usa e Iran: «La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia».

«Consiglio direttivo in una posizione favorevole per affrontare l’incertezza»

La situazione non richiede però interventi immediati: «Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2 per cento, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri. Le informazioni che il Consiglio direttivo acquisirà nel prossimo periodo consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati. Il Consiglio direttivo segue attentamente la situazione e definirà in modo appropriato la politica monetaria grazie al suo approccio fondato sui dati».

Bff Bank, Giuseppe Sica nuovo amministratore delegato

Il consiglio di amministrazione di Bff Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nell’acquisto pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha deliberato di cooptare Giuseppe Sica in qualità di consigliere, attribuendogli l’incarico di amministratore delegato. Ciò fa seguito alle dimissioni di Massimiliano Belingheri dal suo incarico di consigliere di amministrazione non esecutivo. Sica continuerà anche a mantenere l’incarico di direttore generale conferitogli a febbraio 2026. «Ringrazio il cda per la fiducia accordatami con questa nomina. Sono orgoglioso di potere lavorare con il nostro management team e guidare la banca nella sua prossima fase a beneficio di tutti gli stakeholders», ha commentato Sica.

Chi è Giuseppe Sica

Laureato in Fisica presso la Scuola normale superiore e specializzatosi presso la Luiss Business school, è entrato a far parte del Gruppo nel 2025 in qualità di cfo. In precedenza, ha ricoperto lo stesso ruolo presso Banca Mps, è stato presidente di Axa Mps e ha supportato Eurovita – in qualità di amministratore delegato – nella preparazione del proprio piano di risanamento, maturando così negli anni un’ampia esperienza nel settore finanziario. Dal 2002 al 2020 ha lavorato in Morgan Stanley fino a divenire – in qualità di managing director – responsabile del team investment banking per le istituzioni finanziare italiane. Durante questo periodo, ha lavorato con BFF sulla cessione da Apax a Centerbridge nel 2015, sull’acquisizione strategica in Polonia nel 2016, sulla quotazione della società presso la Borsa italiana nel 2017 e sulle prime emissioni pubbliche della banca.

Via libera del Parlamento Ue a Vujcic vicepresidente della Bce

Il Parlamento Ue ha confermato la nomina di Boris Vujcic, dal 2012 governatore della Banca nazionale croata e uno dei principali protagonisti del percorso che ha portato il suo Paese nell’eurozona, come nuovo vicepresidente della Banca centrale europea. Prende il posto dello spagnolo Luis De Guindos, che aveva lasciato l’incarico il 31 maggio 2025. Vujcic ricoprirà un mandato non rinnovabile di otto anni, che inizierà il primo giugno.

Via libera del Parlamento Ue a Vujcic vicepresidente della Bce
Boris Vujcic (Ansa).

La nomina definitiva spetta al Consiglio Europeo

Il voto, che ha confermato il parere favorevole già espresso dalla Commissione per i problemi economici e monetari dell’Europarlamento, si è svolto in sessione plenaria a Strasburgo: 460 gli eurodeputati a favore, 68 i contrari e 91 gli astenuti. Il passaggio parlamentare rappresenta una fase consultiva del processo di designazione: la nomina definitiva spetta infatti al Consiglio Europeo, che decide a maggioranza qualificata dopo aver consultato sia l’Eurocamera sia il Consiglio direttivo della Bce, che aveva già dato il via libera a fine febbraio, definendo il governatore della Hrvatska narodna banka «una figura di riconosciuta levatura ed esperienza professionale in materia di politica monetaria o bancaria».

Via libera del Parlamento Ue a Vujcic vicepresidente della Bce
Boris Vujcic (Ansa).

Angelo Binaghi affairs: ma è la Federtennis o un fondo di venture capital?

La Federazione italiana tennis e padel ha i bilanci che grondano di ricavi (soprattutto grazie alla organizzazione degli Internazionali di Roma e delle Atp Finals a Torino) e quindi di surplus da investire qua e là, non essendo una società di lucro che accumula utili. Ma l’Italia, diciamo così, non era abituata a una federazione sportiva che, a questo punto, si muove quasi come un fondo di venture capital: nell’estate del 2025 il presidente Angelo Binaghi ha messo sul piatto una trentina di milioni di euro (6 all’anno) per assicurare a SuperTennis (la piattaforma audiovisiva della Federtennis) i diritti tivù esclusivi degli Us Open per cinque anni; sempre la Federtennis è coinvolta, con un investimento attorno ai 5 milioni di euro, nella cordata che porterà la Sae a rilevare il quotidiano La Stampa per una cifra complessiva attorno ai 45 milioni di euro; infine, la Federtennis, a fine febbraio, avrebbe comprato i diritti del torneo Atp di Bruxelles (che si giocava in ottobre) per 24 milioni di dollari, versando poi altri 2,5 milioni di dollari di diritti alla Atp, per trasferire il torneo in Italia, e in particolare a Milano, a giugno dal 2028.

Valore della produzione in crescita continua

Va riconosciuta al 65enne Binaghi, che presiede la Fitp dal 2001, la capacità di promuovere una rifondazione nella governance federale, nonché un processo di trasformazione in chiave aziendale della gestione, a partire dall’organizzazione degli Internazionali d’Italia a Roma. E questa visione ha portato la Federazione a raggiungere, nel 2025, un valore della produzione di 230 milioni di euro, in crescita del 10 per cento rispetto ai 209 milioni del 2024, e con stime per il 2026 che portano a superare i 250 milioni di euro. Una cavalcata pazzesca, se si considera che 20 anni fa la Federtennis aveva ricavi annui inferiori ai 50 milioni, e che solo nel 2021 erano di poco superiori a 100 milioni di euro.

Il 75 per cento del fatturato arriva dai tornei internazionali

La spinta, come detto, arriva dalla organizzazione di manifestazioni internazionali (in particolare Roma, Atp Finals a Torino, Coppa Davis a Bologna) da cui origina oltre il 75 per cento del fatturato. Nel 2024, ultimo bilancio pubblicato disponibile, da questa voce sono arrivati 157 milioni di euro e nel 2025 si supereranno i 170 milioni. Sempre nel 2024 i contributi pubblici da Sport e salute sono ammontati a 13,3 milioni, mentre le quote di iscrizione dagli associati pesano per 33,7 milioni di euro.

Angelo Binaghi affairs: ma è la Federtennis o un fondo di venture capital?
Jannik Sinner con il trofeo delle Atp Finals 2025 (Ansa).

Pubblicità e sponsorizzazioni, invece, restano molto basse: appena 1 milione di euro dai fornitori ufficiali (Joma e Bmw su tutti) e circa 3 milioni dagli sponsor istituzionali (Joma e Italgas principalmente). Oltre l’80 per cento del valore della produzione è reinvestito per lo sviluppo del settore tennis e padel, con 182 milioni nel 2024 che arriveranno oltre quota 200 milioni nel 2025.

Angelo Binaghi affairs: ma è la Federtennis o un fondo di venture capital?
Frecce tricolori al Foro Italico (Ansa)

La sola organizzazione degli Internazionali di tennis di Roma costa quasi 40 milioni di euro all’anno, mentre le Nitto Atp finals di Torino comportano per la Federtennis un esborso attorno ai 60 milioni di euro. Per ospitare, infine, le finali di Coppa Davis a Bologna la Federazione italiana deve versare a Itf (la Federtennis internazionale) una fee di circa 15 milioni di euro all’anno.

Oltre 1,2 milioni di tesserati in Italia (ma si contano anche gli scolari…)

In questo processo di espansione del tennis come fenomeno di massa (trainato dai successi e dalla popolarità di Jannik Sinner), la Federazione vanta oltre 1,2 milioni di tesserati in Italia. Con un’avvertenza, tuttavia: la stampa di settore, infatti, fa sempre notare che ci sono 813 mila scolari avvicinati dal programma Racchette in classe, opportunamente tesserati (attraverso i club che ricevono in dono un contributo economico) e che invece non dovrebbero essere conteggiati tra i praticanti solo perché impugnano una racchetta come attività scolastica.

Gli investimenti sul canale SuperTennis e l’accordo con Sky Sport

Detto ciò, comunque, veniamo alle più recenti operazioni messe in piedi da Binaghi: l’investimento da 6 milioni di euro all’anno per cinque anni per i diritti degli Us Open è poi in parte rientrato grazie all’accordo con Sky Sport, che trasmette, in sub-concessione, il torneo anche in pay, mentre il canale SuperTennis lo fa in chiaro. Sky ha ceduto a SuperTennis i diritti sui tornei femminili Wta e l’archivio Atp per le partite dell’anno precedente. Inoltre SuperTennis nel 2024 ha pure acquistato i diritti tivù della Coppa Davis e della Billie Jean King cup dal 2025 al 2028. E infatti SuperTennis, nel 2025, ha raggiunto una media di share dello 0,35 per cento nelle 24 ore (era allo 0,20 per cento nel 2024), superando Sportitalia, ferma allo 0,32 per cento di share.

Una quota nell’acquisizione de La Stampa: c’è dietro Chiara Appendino…

C’è poi l’operazione con i soci di Sae per l’acquisizione de La Stampa: dietro c’è lo zampino di Chiara Appendino, vicepresidente della Fitp ed ex sindaca di Torino. Naturale che, con le Atp Finals a Torino ancora per qualche anno, sia utile controllare da vicino il quotidiano più importante della città. Inoltre la Sae, tra le altre testate locali, è anche editore de La Nuova Sardegna, e il sardo Binaghi ha sempre un occhio di riguardo sulle faccende dell’isola.

Angelo Binaghi affairs: ma è la Federtennis o un fondo di venture capital?
Chiara Appendino (Ansa).

Infine, il ritorno di un torneo Atp a Milano dal giugno del 2028. Sarà un 250, quindi senza i campionissimi (che giocheranno solo i 500 al Queen’s di Londra o ad Halle), e sull’erba, in preparazione a Wimbledon. Dovrà ritagliarsi spazio tra gli altri tornei di Stoccarda, ’s-Hertogenbosch, Maiorca e Eastbourne, in calendario a giugno. Anni fa si studiò l’ipotesi di portare un torneo Atp 250 su erba all’interno del parco di Monza, utilizzando le strutture dell’autodromo. Arrivarono addirittura i giardinieri di Wimbledon per fare da consulenti, ma non accadde nulla (a Monza adesso si gioca un Atp 125 in aprile su terra rossa).

A Milano si costruiranno nuove strutture

Nel giugno 2028 il tennis Atp di livello, comunque, sbarcherà di nuovo a Milano, dove l’ultimo torneo importante, il Milan Indoor, si era giocato nel 2005 (dal 2006 è rimasto un Atp Challenger 75 all’Aspria Harbour club di Milano, a fine giugno, su terra). E l’amministrazione comunale, secondo indiscrezioni raccolte da Lettera43, costruirà delle strutture fisse e permanenti, con tutti i campi in erba. Si stanno anche individuando delle aree per un nuovo centro federale. Le ipotesi al vaglio sono la ex Maura, nella parte non edificabile; l’ex Lido; e una terza area in Bonfadini.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio

Tutto comincia con un orologio che si ferma alle 4:06 del mattino del 19 agosto 2024. In 16 minuti precisi, il Bayesian – uno yacht a vela di 56 metri, gioiello della cantieristica italiana, costruito dai cantieri Perini Navi – si inabissa al largo di Porticello, in Sicilia. Sette persone muoiono. Tra loro Mike Lynch, miliardario britannico della tecnologia, e sua figlia diciottenne Hannah. Sedici minuti. Una nave di quella classe non dovrebbe affondare così. E infatti la Procura di Termini Imerese apre un fascicolo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, con tre membri dell’equipaggio indagati. A giugno 2025 lo scafo viene recuperato dal fondale a 50 metri di profondità e trasferito nel porto siciliano per gli accertamenti tecnici. Le indagini sono ancora in corso. Perini Navi era confluita in The Italian Sea GroupTISG, cantiere toscano di Marina di Carrara, quotato in Borsa, tra i più importanti del lusso nautico italiano. Da quel momento in poi, per TISG, è andata sempre peggio. 

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Le ricerche per recuperare il corpo della figlia di Mike Lynch, dopo il naufragio del Bayesian (Ansa).

I conti che non tornano

Avanziamo velocemente di un anno e mezzo. Siamo a febbraio 2026. TISG comunica al mercato qualcosa che non si dovrebbe mai leggere in un comunicato ufficiale di una società quotata: la cassa non c’è più. Non è un eufemismo. Settanta, ottanta milioni di euro che avrebbero dovuto essere lì, il cuscinetto operativo di un cantiere con ordini pluriennali da decine di milioni l’uno, sono spariti. La causa, si dice, è un sistema di costi extra budget costruito nel tempo da alcune «figure apicali» per scavalcare i controlli interni. In parole semplici: qualcuno, dentro l’azienda, ha aggirato sistematicamente il sistema di approvazione delle spese. L’amministratore delegato Giovanni Costantino (fondatore, primo azionista con il 53,6 per cento e ora anche presidente dopo le dimissioni di tre quarti del consiglio), mette mano al portafoglio personale: 25 milioni di euro versati dalla sua GC Holding il 19 febbraio. Non bastano. Otto giorni dopo, gli stipendi dei 500 dipendenti arrivano in ritardo per insufficienza di liquidità. Gli operai scendono in sciopero. Il Cda esplode. Il presidente Filippo Menchelli e il vicepresidente Marco Carniani si dimettono contestando la gestione degli ultimi anni. Costantino li accusa a sua volta. KPMG viene chiamata a fare una forensic due diligence. Il titolo in Borsa crolla del 55 per cento in due settimane. La società vale oggi una frazione di quello che valeva un anno fa.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Giovanni Costantino (Imagoeconomica).

Il “salvagente” lanciato da Leonardo Maria Del Vecchio

È a questo punto, con TISG a terra, che entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio. Trent’anni. Quartogenito del fondatore di Luxottica. Presidente di Ray-Ban, Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica, e da qualche anno protagonista di una stagione di investimenti personali che ha dell’incredibile. Nel 2022 ha fondato LMDV Capital, il suo family office, guidato dall’ex banker Marco Talarico. In tre anni ha accumulato una ventina di partecipazioni: il Twiga di Briatore, ristoranti a Brera, Acqua di Fiuggi, il 30 per cento de Il Giornale, l’80 per cento di Editoriale Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino), una start-up di grafene, una di fintech, una di gin giapponese. Ha provato a comprare Repubblica. Non ci è riuscito. Qual è il filo conduttore? Nessuno riesce a trovarlo. Ristorazione, media, tecnologia verde, lusso, distillati. LMDV prende quello che attira l’attenzione, senza un piano industriale riconoscibile. E ora vuole comprare un cantiere navale.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

I numeri di un castello di carte

Parliamo di soldi veri, perché è qui che la storia diventa inquietante. A gennaio 2026, LMDV Capital allarga la linea di credito con UniCredit portandola a circa 650 milioni di euro, una cifra che ha sostituito una precedente linea da 350 milioni aperta sei mesi prima con Indosuez, che a sua volta aveva rimpiazzato finanziamenti con Intesa Sanpaolo, Banca Ifis e Mps. Ogni volta la cifra cresce. Ogni volta cambia la banca. Garanzia? L’intero portafoglio di LMDV Capital è in pegno. In altri termini: tutto quello che Del Vecchio ha costruito in tre anni – il Twiga, i giornali, il grafene, il gin – è dato in garanzia alle banche. Se qualcosa va storto, UniCredit può prendere tutto. Ma la cosa più importante è questa: Del Vecchio non ha liquidità propria. Ha credito bancario. E quel credito è già quasi interamente impegnato. Per comprare TISG, ricapitalizzarla, coprire le perdite emerse e rilanciarla operativamente, servirebbero almeno 150-200 milioni di euro freschi. Soldi che non ci sono. Rimane la quota di eredità. Del Vecchio è uno degli otto eredi di Delfin, la cassaforte lussemburghese che controlla EssilorLuxottica, Generali, Mps e altro ancora. Ma da tre anni gli eredi litigano sull’assetto della governance. Nessuna divisione è stata ancora formalizzata. Leonardo Maria investe come se quei soldi fossero già suoi. Non lo sono ancora.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

I rischi di una possibile acquisizione

Ammettiamo per un momento che Del Vecchio riesca a comprare TISG. Cosa succede dopo? TISG non è un ristorante né un giornale. È un cantiere che gestisce commesse su superyacht full custom da 30 a 150 milioni di euro l’uno, con tempi di costruzione pluriennali, decine di subappaltatori, materiali pregiati, armatori internazionali abituati a standard di servizio e comunicazione altissimi. I brand Admiral, Tecnomar e Perini Navi sono nomi che nel mercato globale del lusso nautico godono di reputazione decennale. Rischiano di rovinarsi in sei mesi con un management sbagliato. Chi gestirebbe questa realtà? LMDV Capital ha mostrato di sapere fare deal. Non ha mai dimostrato di saper gestire operativamente nulla di complesso. Talarico viene dalla finanza, come gli altri del family office. Nessuno di loro ha mai gestito un cantiere con centinaia di operai specializzati, ingegneri navali, processi industriali che durano anni. E poi c’è il problema strutturale: TISG entra in questa storia con un’indagine KPMG ancora aperta, un bilancio 2025 non approvato, una causa da 470 milioni legata al Bayesian, un consiglio di amministrazione che si è appena dimesso in blocco e un’immagine sul mercato gravemente compromessa. Chiunque compri oggi compra un cantiere con una bomba a orologeria dentro. La domanda che nessuno fa è quella che invece bisognerebbe porre ad alta voce: chi tutela i lavoratori?

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
I cantieri di The Italian Sea Group (Imagoeconomica).

I 650 operai dei cantieri vanno tutelati

Ci sono 650 operai nei cantieri di TISG. Saldatori, falegnami, tappezzieri, elettricisti navali, verniciatori. Mestieri specializzati che in pochi luoghi in Italia si praticano ancora ad alto livello. Quegli operai hanno aspettato lo stipendio otto giorni a febbraio. Hanno scioperato. Si sono chiesti cosa stesse succedendo. Nessuno lo ha loro spiegato con chiarezza. Continuano a non saperlo. Quello che sappiamo è che sopra le loro teste si è scatenato un conflitto tra un amministratore delegato accusato di irregolarità contabili, un consiglio di amministrazione che si è dimesso lanciando accuse gravi, e ora un giovane miliardario che vuole comprare tutto a debito per aggiungere un cantiere nautico alla sua collezione di asset. In Italia esiste un ministero del Lavoro. Esistono le organizzazioni sindacali. Esistono le prefetture. Qualcuno, in questa catena, dovrebbe alzare la mano e dire: prima di cambiare di mano un’azienda che ha centinaia di lavoratori e una crisi di liquidità conclamata, bisogna avere un piano industriale credibile. Bisogna avere i soldi. Bisogna avere le competenze. Non una collezione di gin, quote di giornali e cantieri navali tenuta insieme con finanziamenti bancari in pegno.

Crisi The Italian Sea Group: milioni spariti, stipendi in ritardo e l’azzardo di Del Vecchio
Uno yacht di TISG in banchina di carenaggio (Imagoeconomica).

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto

C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).

Hormuz: il collo di bottiglia del mondo

Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).

Lo shock che l’Europa non si può permettere

Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.

L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta

Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.

La strategia di logoramento dell’Iran

Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).

Perché l’economia europea è la più vulnerabile

Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata

Chilometri sotto la pioggia. Consegne a tempo. Turni assegnati da un’app. Penalizzazioni automatiche. La retorica della flessibilità. La realtà della dipendenza. I rider lo raccontano da anni. Ora l’inchiesta della Procura di Milano lo mette nero su bianco: a Deliveroo Italia – società con un giro di affari da 240 milioni di euro – è stato contestato il reato di caporalato ed è finita commissariata come Glovo. Secondo gli inquirenti, tra i 3 mila (a Milano) e i 20 mila rider di Deliveroo sarebbero stati pagati ben al di sotto dei minimi contrattuali, in alcuni casi fino al 90 per cento sotto la soglia di povertà.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Manifestazione dei rider (ANSA).

Se il potere viene esercitato via software

Il punto però non è solo quanto guadagnano. È chi li comanda. Per i magistrati non siamo davanti a lavoratori autonomi che organizzano liberamente un servizio. Siamo davanti a prestazioni frammentate, assegnate e controllate digitalmente. L’algoritmo organizza, valuta, sanziona. Decide chi lavora e chi resta fermo. È un potere d’impresa esercitato via software. Il caso Deliveroo non è isolato (nel 2020 Uber Italy finì sotto controllo giudiziario per ragioni analoghe) e si inserisce in un contesto normativo che l’Italia prova a ridefinire con una disciplina specifica per il lavoro tramite piattaforme, mentre in Europa si muove la nuova direttiva che punta a contrastare il falso lavoro autonomo e a imporre trasparenza sugli algoritmi.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Borse termiche di alcuni rider (Ansa).

Le sirene della flessibilità e dell’emancipazione

L’uso del software diventa così materia di diritto del lavoro e quello che accade nei tribunali italiani non riguarda solo Milano, ma l’intero mondo del lavoro nell’economia digitale. A questo si aggiunge uno scontro tra narrazioni. Le piattaforme sostengono di offrire reddito e flessibilità a lavoratori che altrimenti resterebbero esclusi dal mercato, presentando le criticità emerse come deviazioni locali rispetto a un modello neutrale, se non emancipatorio. È una rappresentazione solo parzialmente vera. Per molti rider, spesso immigrati in condizioni di bisogno, la piattaforma rappresenta l’unico accesso possibile a un reddito. Il problema, però, non è l’accesso al lavoro, ma le condizioni a cui si lavora che non sono altro che il risultato di precise scelte aziendali.

Non sono incidenti di percorso: è il sistema che funziona esattamente così

Già nel 2016 diverse ricerche segnalavano come i minimi contrattuali risultassero sistematicamente irraggiungibili nelle piattaforme di delivery. Il sistema di retribuzione a consegna, il cosiddetto ‘per-drop piece-wage’, genera una pressione competitiva tale da spingere i rider ad assumere rischi pur di guadagnare pochi secondi su ogni ordine. Anche l’autonomia, spesso rivendicata come valore fondativo del modello, è stata ampiamente documentata come fittizia. Le ricerche sui conflitti interni alle piattaforme mostrano infatti che la tensione tra autonomia dichiarata e controllo algoritmico effettivo genera malcontento nei lavoratori. Sul piano del rischio, l’analisi dei bilanci delle principali piattaforme indica che la digitalizzazione non ha redistribuito il rischio d’impresa, ma lo ha trasferito verso il basso. Costi come assicurazioni, ammortizzatori sociali e coperture sanitarie vengono sistematicamente evitati, scaricando sui singoli rider una variabilità che in un rapporto di lavoro ordinario graverebbe sul datore. Non ci troviamo dunque di fronte a un insieme di disfunzioni che possono essere aggiustate, ma a un sistema progettato per funzionare esattamente così.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Rider durante le consegne (Ansa).

Ogni rischio di impresa è scaricato sul rider

Lo abbiamo già visto con il commissariamento di Glovo e lo ritroviamo oggi nelle carte su Deliveroo. L’algoritmo non è un vigile urbano neutrale che smista il traffico, ma un caporale digitale che valuta la velocità, punisce i ritardi e declassa chi non accetta turni scomodi o si ferma per malattia. La tecnologia, in questo contesto, non serve a semplificare la vita, ma a frammentare il lavoro in migliaia di piccoli pezzi (il cosiddetto ‘cottimo digitale‘) pagati pochi euro l’uno. La precarietà, insomma, non è un errore di calcolo o un effetto collaterale dell’innovazione, ma è il suo codice sorgente. Il profitto di queste multinazionali nasce proprio da questo scarto: esercitare il potere di un datore di lavoro senza assumerne i doveri legali, scaricando ogni rischio d’impresa direttamente su chi pedala. Detto altrimenti, se il consumatore pretende il prezzo più basso e l’investitore il proprio dividendo, qualcuno dovrà pagare il conto. Fino a oggi quel qualcuno ha avuto un nome preciso: il rider.

Perché il caso Deliveroo è un’occasione che non va sprecata
Un rider Glovo (Ansa).

La vera sfida è cambiare il paradigma

Il caso Deliveroo arriva in un momento in cui oltre 500 piattaforme digitali di lavoro sono attive in Europa e i lavoratori della gig economy sono destinati a superare i 40 milioni nei prossimi anni. Ciò che accade nei tribunali italiani, nei tavoli tra governo e parti sociali, nelle sentenze che qualificano i rider come autonomi o subordinati, contribuisce a definire una questione più ampia: la tenuta del modello sociale europeo nella trasformazione digitale. Se il commissariamento servirà soltanto a mettere in sicurezza il perimetro legale di Deliveroo & Co senza modificare l’equilibrio di potere tra piattaforme, lavoratori e committenti, avremo normalizzato il caporalato digitale dentro una cornice di mera compliance, ovvero di rispetto formale delle regole senza cambiare davvero le dinamiche di potere tra piattaforme e lavoratori. Se invece diventerà l’occasione per affermare che l’innovazione non può essere finanziata con sconti permanenti sui diritti, allora l’Italia avrà fatto ciò che spesso annuncia e raramente realizza. Cambiare.

Trasparenza salariale, fatta la direttiva Ue trovato l’inganno?

Le intenzioni dell’Europa sono buone, ma c’è sempre il solito rischio che, fatta la norma, poi sia trovato l’inganno. Oppure che sorga l’ennesimo mostro burocratico a danno dei sistemi produttivi nazionali, in testa quello italiano. O ancora che si creino figli e figliastri in ragione di nuove forme di discriminazione regolatoria. Insomma, persino dietro la sacrosanta direttiva Ue del 2023, che impone in modo più cogente e concreto la trasparenza delle retribuzioni e la parità salariale di genere, possono nascondersi delle insidie. Anche perché il governo italiano, che con una certa sollecitudine ha avviato il percorso di recepimento attraverso lo schema di decreto legislativo varato in esame preliminare dal Cdm a inizio febbraio, nella calibrazione delle norme dovrà tenere conto del peculiare tessuto imprenditoriale e occupazionale del Paese, ma anche del nostro humus sociale e culturale.

Occhi puntati al gender pay gap

La ministra del Lavoro, Marina Calderone, aveva esultato al momento dell’approvazione del testo: «La valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo». Sarà davvero così? A grandi linee, la direttiva innanzitutto obbliga i datori a indicare fasce retributive chiare negli annunci di lavoro (oggi merce rarissima nelle bacheche digitali e non) o prima del colloquio. I selezionatori non possono nemmeno chiedere ai candidati quanto guadagnavano in precedenza. Inoltre i dipendenti potranno pretendere dalla propria azienda informazioni trasparenti sul proprio livello retributivo e sulla media degli stipendi, divisa per genere, dei colleghi che svolgono mansioni equiparabili. Nel caso in cui emergesse un gender pay gap pari o superiore al 5 per cento, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con i sindacati e l’Ispettorato del lavoro per correggerlo. Le aziende dai 100 dipendenti in su dovranno comunicare periodicamente dati specifici sulla trasparenza retributiva. Quelle fino a 49 dipendenti, invece, devono attendere un decreto ministeriale per capire le modalità di rilascio dei dati: la materia è ovviamente delicata e il governo cercherà di non gravare i datori con oneri eccessivi, contemperando le esigenze di pubblicità con quelle connesse alla privacy, spesso prevalenti in contesti lavorativi piccoli.

Trasparenza salariale, fatta la direttiva Ue trovato l’inganno?
Elivira Calderone (Imagoeconomica).

Come evitare i rischi di distorsione e le trappole

Le nuove regole Ue sono rivolte ai datori pubblici e privati. Il recepimento, che dovrà avvenire entro giugno di quest’anno, può tuttavia generare ulteriori problemi che sono stati snocciolati dagli esperti dell’Osservatorio ‘Lo Stato del Lavoro’, un progetto di Journalism for Social Change, diretto da Eleonora Voltolina, giornalista e imprenditrice sociale, resa celebre dalla webzine La Repubblica degli stagisti. Il discussion paper sulla trasparenza salariale, che verrà presentato mercoledì in Senato, vede come partner scientifico il think tank Tortuga e vanta la partecipazione in chiave multidisciplinare di vari esperti del settore occupazione e risorse umane. Il documento vuole essere uno strumento a disposizione del legislatore italiano per arrivare a una calibratura positiva delle norme europee rispetto al contesto italiano, ma non nasconde i rischi di distorsioni o «trappole che devono essere evitate», come vengono definite nel paper.

Trasparenza salariale, fatta la direttiva Ue trovato l’inganno?
La locandina del convegno sulla trasparenza salariale.

L’ombra del lavoro grigio e l’uso di canali informali di reclutamento

Rispetto all’esigenza di annunci trasparenti sulla retribuzione offerta, ad esempio, si paventa un effetto boomerang per cui le persone vengono formalmente assunte e pagate come part-time, ma poi lavorano full-time e vengono retribuite parzialmente in nero o con falsi rimborsi spese. Dunque, si rischia un aumento del cosiddetto “lavoro grigio”. «La scarsa chiarezza sulle varie componenti della retribuzione acuisce questo problema», spiega il documento. Inoltre, si potrebbero generare effetti distorsivi sugli annunci. Soprattutto le Pmi, costrette alla trasparenza, potrebbero decidere di rinunciare alle call pubbliche per preferire ancora di più i canali informali e opachi di cooptazione legati a relazioni, conoscenze e passaparola. In più non è ancora chiaro «se il raggio di applicazione comprenderà anche i freelance in termini di compensation oraria, o i co.co.co». «Realisticamente no», dicono alcuni esperti. Cosa che, secondo il paper, «fa emergere il rischio di una (ennesima) spinta verso la richiesta di far aprire ai candidati partita Iva e trattarli come (finti) consulenti». Se consideriamo il mezzo flop della legge sull’equo compenso, ci rendiamo conto della miscela esplosiva che potrebbe crearsi.

Occorre neutralizzare il tema della discrezionalità delle aziende

Ci sono poi i rischi, già evocati, rispetto alle esigenze della privacy e della tutela di dati personali sensibili, senza dimenticare l’ulteriore carico burocratico che potrebbe gravare sui datori e «bisogna neutralizzare il più possibile il tema della discrezionalità, evitando che le aziende creino mille job title differenti all’unico scopo di dribblare la possibilità di un confronto omogeneo». In tal senso, la chiarezza normativa sarà decisiva e «lo Stato dovrà fornire tempestivamente indicazioni precise, senza possibilità di confusione interpretativa, rispetto a come definire gli inquadramenti su cui si baseranno le comparazioni», osserva il documento.

Trasparenza salariale, fatta la direttiva Ue trovato l’inganno?
(foto di Rodeo Porject Management via Unsplash).

Poche donne nel mercato del lavoro e con carriere più discontinue

In realtà un apparato di regole, pur meritorio, difficilmente può cambiare le condizioni strutturali del nostro mercato del lavoro, soprattutto rispetto alla parità salariale. Le statistiche evidenziano infatti un gender pay gap “ristretto”, ossia formale, abbastanza contenuto nel confronto europeo, ma un differenziale molto più ampio se si considerano i redditi complessivi. I fattori sono tanti: rimane come un macigno la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro (meno del 55 per cento), pesano pure le carriere più discontinue, i tanti part-time involontari o i soffitti di cristallo sempre difficili da infrangere. Infine, esiste un milieu culturale che le norme possono influenzare e modificare, ma non dall’oggi al domani.

La proposta di una BustaPaga 2.0

Nelle ultime pagine del paper l’osservatorio lancia cinque proposte per un recepimento virtuoso della direttiva Ue: semplificare la trasparenza retributiva tramite standard chiari e una reportistica precompilata basata sui dati già in possesso della pubblica amministrazione; regolare appunto in modo stringente i range salariali negli annunci di lavoro, con forchette realistiche e comparabili; investire nella cultura della trasparenza attraverso formazione, procedure oggettive di carriera e coinvolgimento degli enti bilaterali; creare sistemi pubblici di confronto salariale tra imprese per rafforzare mobilità e concorrenza, in particolare con il ricorso al Libretto formativo; infine introdurre una “BustaPaga2.0” standardizzata e leggibile per rendere le retribuzioni realmente comprensibili.

Perché Lagarde può ricevere somme dalla Bri nonostante il divieto per lo staff Bce

Secondo quanto riferisce il Financial times, alcuni dipendenti della Bce si sarebbero lamentati del fatto che la presidente Christine Lagarde riceva circa 140 mila euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante il divieto della Banca centrale europea sui pagamenti da parte di terzi al proprio personale. Il quotidiano finanziario britannico ha ricordato che generalmente la Bri non divulga i pagamenti individuali ma, in una risposta scritta a due deputati europei, Lagarde ha rivelato di aver ricevuto 130.457 franchi svizzeri nel 2025, pari a circa 140 mila euro.

La presidente non è un membro del personale e non è dunque soggetta alle sue regole

La Banca centrale ha subito risposto che la presidente non è un membro del personale e quindi non è soggetta alle regole del personale, bensì a un codice di condotta dedicato ai funzionari di alto livello. Ha inoltre precisato che l’incarico di Lagarde nel consiglio di amministrazione della Bri comporta «responsabilità di governance e relativi rischi legali», in considerazione dei quali «riceve una remunerazione pagata dalla Bri». Fonti citate dal Financial times hanno dichiarato la presidente avrebbe seguito la prassi dei suoi predecessori Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che avevano anch’essi richiesto l’indennità della Bri. Questi ultimi si sono rifiutati di commentare.

Bce, Lagarde smentisce le voci sulla sua uscita anticipata

Dopo le indiscrezioni su un suo addio anticipato dalla presidenza della Bce, Christine Lagarde è intervenuta per smentire le ipotesi. «Dobbiamo consolidare e assicurarci che tutto ciò sia davvero solido e affidabile. Quindi il mio scenario di base è che ci vorrà fino alla fine del mio mandato», ha affermato in un’intervista al Wsj. Riguardo alle voci che possa prendere la guida del World Economic Forum, ha detto che questa è «una delle tante opzioni» che sta prendendo in considerazione ma una volta scaduto il suo mandato alla Banca centrale.

Le indiscrezioni del Financial times sull’addio anticipato

Era stato il Financial Times a scrivere che Lagarde avrebbe avuto intenzione di lasciare il suo incarico da presidente della Bce prima della scadenza del mandato nel 2027. Secondo il quotidiano britannico, la decisione era legata alla volontà di dare al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Merz la possibilità di scegliere il suo successore prima delle prossime elezioni presidenziali in Francia in programma ad aprile del 2027. Dopo la pubblicazione dell’articolo, la stessa Bce aveva rilasciato una nota precisando che «la presidente Lagarde è totalmente concentrata sul suo mandato e non ha preso alcuna decisione riguardo alla conclusione del mandato».