Una nota dell’ospedale San Camillo di Roma ha smentito la notizia della morte di Roberto Arditti, confermato in un primo momento da tutte le agenzie di stampa. L’azienda ospedaliera ha spiegato che il giornalista, che ha 60 anni ed è stato colpito da un infarto, «è sottoposto a un supporto intensivo delle funzioni vitali». La famiglia di Arditti ha spiegato che è in coma cerebrale.
Chi è Roberto Arditti
Da dicembre del 2008 a gennaio del 2010 Arditti è stato direttore de Il Tempo, continuando poi a collaborare con il quotidiano come editorialista. In precedenza, dal 1992 al 1997, è stato alla guida delle news di RTL 102.5. Ha inoltre collaborato con Il Foglio e Linkiesta. Dal 2018 è direttore editoriale di Formiche. Prima di passare al giornalismo, Arditti – che è stato dirigente della Gioventù Repubblicana – ha iniziato il suo percorso professionale nelle istituzioni, lavorando al Senato accanto a Giovanni Spadolini. Il ritorno alla comunicazione politica è avvenuto col governo Berlusconi II, insediatosi nel 2001, durante il quale è stato portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Nel corso della carriera Arditti è stato anche autore della trasmissione Porta a Porta. Tra i tanti incarichi ricoperti pure quello di direttore comunicazione e relazioni esterne di Expo 2015. Ha inoltre fondato insieme con Swg la società di consulenza strategica Kratesis.
L’Aran e i sindacati hanno firmato il rinnovo del contratto istruzione e ricerca per il 2025/27, che prevede ulteriori incrementi retributivi mensili di 143 euro per i docenti e di 107 euro per gli ata oltre agli arretrati, pari a 855 euro per i docenti e 633 euro per gli ata. «Ci siamo definitivamente lasciati alle spalle la stagione dei blocchi e dei ritardi contrattuali. La nostra priorità è quella di migliorare sempre più le condizioni retributive e di welfare del personale della scuola», ha detto il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Il collega della Pubblica amministrazione, Paolo Zangillo, ha aggiunto il contratto è stato siglato da tutte le rappresentanze sindacali di categoria inclusa la Cgil.
Cosa prevede il nuovo contratto
L’accordo definisce gli incrementi mensili lordi degli stipendi tabellari, erogati in tre tranche annuali – 1° gennaio 2025, 1° gennaio 2026 e 1° gennaio 2027 – comprensive dell’anticipazione Ipca già corrisposta. A regime, dal 1° gennaio 2027, l’incremento medio per l’intero comparto è pari a 137 euro lordi per 13 mensilità. Per il personale docente della scuola, come anticipato, l’aumento medio sale a 143 euro lordi per 13 mensilità. Sommando gli incrementi dei tre contratti consecutivi – 2019-2021, 2022-2024 e 2025-2027 – il comparto registra aumenti strutturali pari a 395 euro per 13 mensilità come media di comparto e 412 euro per 13 mensilità per il personale docente. Poiché l’ipotesi di accordo viene sottoscritta nel corso del secondo anno del periodo contrattuale di riferimento, il personale maturerà arretrati per la quota di incremento non ancora corrisposta. Calcolati al 30 giugno 2026, gli importi stimati vanno da circa 815 euro a circa 1.250 euro. L’intesa riguarda circa 1,2 milioni di dipendenti pubblici che operano nelle istituzioni scolastiche ed educative, nelle università, negli enti pubblici di ricerca e nelle istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam).
Tommaso Foti, ministro degli Affari europei e il Pnrr, ha confermato che la proroga del taglio delle accise sui carburanti, in scadenza il 7 aprile, è imminente. «Lo faremo in settimana, tra pochi giorni», ha detto Foti a Sky Tg24, parlando della misura attesa con urgenza da milioni di cittadini e operatori economici, vista l’impennata dei prezzi causata dalla guerra contro l’Iran, che ha spinto al rialzo le quotazioni del petrolio.
Il nuovo decreto è atteso in Cdm il 3 aprile
La proroga della misura, introdotta con il Dl Carburanti varato dal governo il 18 marzo e valido per 20 giorni, avverrà tramite un decreto legge, che renderà effettivo dall’8 aprile lo sconto da 24,4 centesimi al litro sulle accise di benzina e gasolio. Troppo macchinosa l’ipotesi di un emendamento al dl Carburanti in esame in Senato, in quanto la modifica sarebbe stata soggetta ai tempi della conversione. Il nuovo decreto è atteso in Consiglio dei ministri venerdì 3 aprile ed è destinato ad allungare il taglio per altri 23 giorni, dunque fino al 30 aprile.
L’imprenditore Paolo Zampolli, amico di vecchia data di Donald Trump che lo ha nominato rappresentante speciale degli Usa per le partnership globali, ha querelato per diffamazione aggravata Fedez e Mr Marra, che nel corso di una puntata di Pulp Podcast lo hanno accostato a Jeffrey Epstein: il suo legale ha anticipato che chiederà un risarcimento di almeno 5 milioni di euro. Ecco cosa è successo e chi è Zampolli.
Fedez (Imagoeconomica).
La querela depositata da Zampolli alla Procura di Milano
Nella querela, depositata il 30 gennaio alla Procura di Milano, Zampolli ha sottolineato di essere stato definito da Fedez «quello che in teoria portava, a detta di Fabrizio Corona, le signorine a Trump e ha fatto conoscere Melania a Trump». L’imprenditore inoltre ha evidenziato altre parole pronunciate dal rapper: «Sarebbe interessante andare ad approfondire che cosa c’è all’interno degli Epstein files riguardo Zampolli». Un post su Instagram di Pulp Podcast recitava inoltre: «Definito “killer” negli Epstein Files, ora accusato di aver fatto deportare la ex, eppure resta intoccabile – Ma quanto potere ha Paolo Zampolli?».
«Mi si accosta, altresì, in maniera subdolamente insinuante al caso Epstein, alludendo al mondo della moda di cui ho fatto a lungo parte, avendo fondato, negli Anni 90, un’importante agenzia denominata ID Models», ha scritto Zampolli nella querela, spiegando nelle sei pagine di essere un «impegnato imprenditore nei vari settori del business» e di avere un «rapporto pluriennale di solida e fraterna amicizia» con Trump, che lo ha nominato rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali. Un incarico, questo, che si è aggiunto a quello di rappresentante all’Onu dell’isola caraibica di Dominica. Insomma, i suoi rapporti con alte cariche politiche, governative e imprenditoriali a livello mondiale sono più che motivati. Sostanzialmente, l’imprenditore contesta il ruolo di procacciatore di ragazze per Trump che gli è stato attribuito da Corona, citato dai conduttori del podcast, che però non sarebbe attendibile. Contestate poi anche le allusioni secondo cui gli incarichi che gli sono stati affidati siano il frutto di un rapporto poco limpido con Trump.
L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella. Lo riporta il Corriere della sera, spiegando che l’episodio è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata. Secondo le ricostruzioni del quotidiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato informato dal capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente. Nessuno, però, aveva chiesto alcuna autorizzazione né consultato i vertici militari italiani, il piano era stato comunicato mentre gli aerei erano già in volo. Non trattandosi di voli normali o logistici compresi nel trattato con il nostro Paese, Crosetto ha vietato l’utilizzo della base. È stato Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, dicendo che gli aerei non potevano atterrare a Sigonella perché non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.
Lettera43 condivide le ragioni dello sciopero indetto dalla Federazione nazionale della stampa italiana e di seguito ne pubblica il comunicato sindacale.
Il 27 marzo 2026 le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da 10 anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile. Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.
Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.
Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani. Dal primo aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.
Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia. Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.
Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Andrea Giambruno aveva presentato alCorriere della Sera, al Fatto Quotidianoe il Manifesto, condannando il giornalista ed ex compagno della premier Giorgia Meloni a pagare le spese legali ai tre quotidiani.
Andrea Giambruno (Imagoeconomica).
La decisione del Tribunale di Roma
Giambruno aveva intentato causa ai tre giornali dopo una serie di articoli sulla nota vicenda dei fuori onda compromettenti diffusi a ottobre 2023 da Striscia La Notizia, che avevano portato Giambruno a lasciare la conduzione di Diario del giorno su Rete 4 e Meloni a ufficializzare (via social) la fine della loro decennale relazione. Per la giudice di Roma, i fuori onda costituiscono però un fatto di «oggettiva gravità», che è «legittimamente criticabile», sia «per il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno che «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». L’articolo firmato da Alessandra Pigliaru sul manifesto, pertanto, è stato considerato un libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica».
Il Teatro Massimo di Palermo ha deciso di interrompere la collaborazione con il direttore d’orchestra francese Frédéric Chaslin, che avrebbe dovuto dirigere l’Aida a maggio. Il motivo? La presenza del suo nome negli Epstein Files. Com’è emerso dai documenti relativi alle indagini sul finanziere, nel 2013 Chaslin suggerì a Epstein la conoscente Frederika Finkelstein come traduttrice per visitare l’Opera di Parigi e la Reggia di Versailles. L’incaricò poi non si concretizzò. Ma tanto è bastato per generare malumori all’interno del Teatro Massimo, fino a rendere impossibile la collaborazione.
La notizia del contatto con Epstein ha cambiato il clima
La notizia del contatto Chaslin-Epstein, che ha cambiato il clima all’interno dell’orchestra, è arrivata a febbraio: poco prima del ritorno a Palermo del maestro francese, chiamato a dirigere un concerto su Beethoven. Ritorno, già, perché Chaslin già nel 2025 sempre al Massimo aveva diretto un Faust, facendosi apprezzare a tal punto che l’orchestra lo aveva indicato come un candidato al ruolo – tuttora vacante – di direttore musicale del teatro.
La decisione di interrompere la collaborazione con Chaslin
Percependo un clima teso, Chaslin aveva provato ad affrontare apertamente la questione durante le prove dello spettacolo su Beethoven, chiedendo all’orchestra se avesse qualche domanda da fargli. Che non era arrivata. Il disagio, emerso nelle chat sindacali ed espresso soprattutto dalle musiciste, era però rimasto. E successivamente è stato portato all’attenzione del direttore artistico Alvise Casellati, al quale gli orchestrali hanno spiegato di avere difficoltà nel portare avanti un’opera complessa come Aida in un contesto poco sereno. Da qui la decisione, senza un contratto già formalizzato, di interrompere la collaborazione con Chaslin.
Le email scambiate da Chaslin col sovrintendente Betta
Chaslin, che ha diffuso il contento di alcune email scambiate col sovrintendente Marco Betta, attraverso il suo legale ha sottolineato di non essere mai stato oggetto di indagini o denunce, spiegando che il rapporto con Epstein, nato nell’ambito del Santa Fe Opera e datato 2012, era limitato a un’ipotesi di mecenatismo, senza alcun compenso. Il maestro francese ha inoltre lamentato un danno economico: fidandosi della parola data, ha infatti anticipato di tasca propria 4.200 euro per l’alloggio a Palermo e 1.000 euro per i voli. «Ho sempre sentito dire che l’onore è un valore fondamentale in Sicilia. Confido dunque che esso possa guidare ancora le decisioni presenti», ha scritto Chaslin a Betta. Ma il passo indietro sembra davvero improbabile.
Cesare Parodi si è dimesso dalla carica di presidente dell’Associazione nazionale magistrati, che ricopriva da febbraio del 2025. La decisione del procuratore di Alessandria è arrivata «per motivi strettamente familiari e personali» e non ha a che fare con l’esito del referendum sulla riforma della giustizia.
Mediaset, Mfe, MediaForEurope o come vogliamo chiamarla è sempre stata molto attiva nella guerra agli over the top, cioè quelle piattaforme che distribuiscono contenuti video e audio direttamente via internet, bypassando i tradizionali distributori via cavo, satellite o tivù terrestre. Nel mirino c’è sempre stata soprattutto YouTube, che ha spesso saccheggiato gli archivi di Cologno Monzese senza averne le autorizzazioni.
Mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright
E proprio Mediaset, quasi 20 anni fa, nel luglio del 2008, fu la prima grande organizzazione italiana a intentare una causa cruenta contro YouTube (e quindi Google Italia) per il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright. Erano i tempi in cui il Grande Fratello mobilitava ancora le masse, e YouTube, spezzone dopo spezzone, usava le pillole del programma televisivo del Biscione per aumentare traffico e raccolta pubblicitaria.
YouTube (foto Ansa).
La causa da quasi un miliardo e la fine del contenzioso legale
Prima richiesta danni da parte di Mediaset: 500 milioni di euro. Poi lievitata, anno dopo anno e grado di giudizio dopo grado di giudizio, a quasi un miliardo. Materia complessa, sentenze non sempre coerenti, e alla fin fine, come spesso accade in Italia, sia Mediaset sia YouTube, nell’ottobre 2015, decisero di fare pace privatamente, mettendo fine al contenzioso legale e promettendo una «strategia congiunta per la protezione dei contenuti e la tutela del copyright dell’editore».
Le accuse di ottenere pubblicità facendo concorrenza sleale
Se, quindi, sulla carta la pax con YouTube dura da più di 10 anni, in ogni uscita pubblica di Fedele Confalonieri, di Pier Silvio Berlusconi, di Gina Nieri e di qualunque altro manager di vertice di Mfe non sono mai mancate, nel corso delle più recenti stagioni, numerose stoccate agli over the top americani o cinesi, alle piattaforme che vivono del lavoro di altri, che incassano miliardi di euro in pubblicità facendo concorrenza sleale, distruggendo il prodotto audiovisivo europeo. Per di più con pochi dipendenti, al contrario delle migliaia di posti di lavoro creati dal Biscione, e senza seguire regole in tema di tetti pubblicitari, misurazione certificata delle audience, tassazione, responsabilità sui contenuti diffusi. Regole alle quali, invece, sono assoggettati i broadcaster come Mediaset.
Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e presidente di Mfe, parla durante un incontro con la stampa nella sede di Mediaset di Cologno Monzese (foto Ansa).
Dopo anni di battaglia contro la deregulation, il colpo di scena
Insomma, il mercato regolato dove è abituata a operare Mfe in contrasto con la deregulation che piace tanto agli ott. Ed è proprio per questi motivi che in molti hanno strabuzzato gli occhi quando Pier Silvio Berlusconi, presidente e ceo di Mfe-MediaForEurope, nell’illustrare alla stampa i piani di sviluppo di Mfe, il 18 marzo, ha pronunciato queste parole: «In Germania abbiamo trovato un management “sul pezzo” (si parla di ProSiebenSat.1, gruppo televisivo ora controllato da Mfe, ndr), giovane, preparato, che ci ha accolto con un respiro di sollievo. Ho visto dei ragazzi che hanno sposato il nostro progetto: finalmente c’è un azionista di controllo, c’è una traiettoria chiara, senza cambi di management ogni sei mesi o ogni due anni. E, a proposito di capacità dei colleghi tedeschi, ecco, hanno trovato un modo per distribuire i nostri prodotti sui mercati esteri. Fino adesso i contenuti di Mediaset realizzati in Italia, Spagna o Germania non andavano in onda su molti altri mercati esteri perché non ci conveniva: c’erano da sostenere i costi per il doppiaggio, e poi quelli per la distribuzione. E invece», ha detto Pier Silvio Berlusconi, «l’area tedesca ha trovato il modo per portare negli Stati Uniti un prodotto tedesco: verrà doppiato con l’intelligenza artificiale, riducendo molto i costi, e sarà distribuito su YouTube».
«C’è del potenziale enorme nei mercati di tutto il mondo»
Come, su YouTube? «Niente paura», ha aggiunto il numero uno di Mfe, «perché con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non faremo perdere il lavoro a nessuno: oggi quel lavoro di doppiaggio non lo faceva nessuno, e nessuno lo avrebbe mai fatto. In secondo luogo distribuire su YouTube ci va bene negli Stati Uniti, perché lì noi non ci siamo. Dopo questo esperimento, quindi, potremmo allargare il progetto ai contenuti di Mediaset realizzati in Italia o in Spagna, ed esportarli, con lo stesso sistema, in altri mercati un po’ in tutto il mondo. C’è del potenziale enorme».
Fabrizio Corona in un frame di una puntata di Falsissimo, e nei riquadri Pier Silvio e Marina Berlusconi (foto Ansa).
Basta vedere quello che è successo sul caso di Falsissimo…
Insomma, appena respirata un po’ di aria oltreconfine, ecco che Mediaset si è convinta che la giusta dose di deregulation va bene quando si tratta di conquistare i mercati altrui. Non quando c’è di mezzo il mercato italiano, dove Mediaset, invece, regna incontrastata da 45 anni. E quei diavoli di YouTube? Ma sì, alla fin fine sono diventati dei vecchi amici. Basta vedere come hanno eliminato immediatamente tutti i contenuti di Fabrizio Corona con il suo Falsissimo appena gli avvocati di Cologno Monzese hanno alzato un sopracciglio.