X Factor 2019, le pagelle della finale

La puntata migliore. Perché è stata l'ultima. E così è finito questo talent che ha perso appeal e spettatori. O si fa un lifting o si chiude. Inadeguati i giudici, bene solo Davide e Sofia. Ma la vincitrice dovrà crescere.

Ma quella lì sarebbe la piccola Luna? Dio mio come si è trasformata in appena un anno, sembra una influencer, sembra già rifatta a 17. Questo sarebbe il magico mondo dello spettacolo oggi? Qualcosa che ti cancella l’anima più che rubartela? Persa ogni freschezza, nell’AnteFactor invita il pubblico a fare «un grande casino» per la finale che sta per partire. E la finale è la puntata migliore. Perché bene o male sforna un vincitore (cui verrà rimossa l’anima), ed è la vincitrice annunciata, almeno da noi, se un vanto è concesso, ed è, in fondo, la più meritevole. E così, in extremis, capisci che X Factor no, non è Canzonissima, non è La Corrida. È Miss Italia, che dopo 12 mesi non la riconosci più, la ragazzina di tremule ambizioni non esiste più e c’è una donna, donna, donna dimmi: cosa vuol dir, sei una popstar ormai? C’è da tremare pensando a cosa diventerà la tenera, ingenua Sofia, che già ci cambia sotto gli occhi.

L’IMMARCESCIBILE CATTELAN RESISTE COMUNQUE

E l’ultimo taglio è più più profondo: tutto si dissolve nel presente già passato ed è già tempo di spingere sull’acceleratore del successo. Mentre tutto si sbaracca a Milano, il Forum di Assago si svuota e il pubblico lento sfila via, i giudici spariscono sulle loro auto nere e difficilmente verranno confermati in una 14esima edizione già annunciata dall’immarcescibile Alessandro Cattelan che ci sarà sempre, stagionerà qui a Xf, ormai è parte del processo, ha legato il suo nome a questo talent, chissà se a gioco lungo gli converrà. Ma forse ha ragione lui, forse la sua dimensione è questa.

TALENTI CHE NON SARANNO MAI TALI

Si smorzano i clamori di X Factor, che quest’anno ha rotolato respirando male come non mai, ha perso appeal e spettatori, formula vecchia: fare un lifting o chiudere proprio? Formula risaputa e cervellotica, estenuante, puntate che non finivano mai, inzuppate nella noia, eliminazioni con ballottaggi difficili da capire, da seguire, e su tutto quell’aria di posticcio, di talenti che non saranno mai tali, che balleranno, forse, un anno solamente.

QUANTE CRISALIDI NON SBOCCIATE IN FARFALLE

Magari non tutti, magari Sofia o Davide ce la faranno, ma la strada di X Factor è costellata di crisalidi mai sbocciate in farfalle. Che rimane di questi tre mesi? Poco, una gran fatica, un profondo senso di stanchezza, la sensazione di una impotenza insormontabile. L’ultima puntata è stata la migliore. Perché è stata l’ultima, perché è finita.

ALESSANDRO CATTELAN 6

Ammazza, ma suona pure il piano. Molto andante. Era meglio il vecchio Pippo. Anche in questo. Arrivederci all’anno prossimo, tu sei l’unico che non ha bisogno di bootcamp, sei l’inesorabilità del talent.

MARA MAIONCHI 4

Quest’anno li ha persi tutti, i suoi, e fa numero, fa tappezzeria. Che mestizia. Sarò cattivo, sarò pazzo, ma a me ha ricordato Peo Pericoli, il personaggio di Teocoli. Triste, solitaria y final.

MALIKA AYANE 4

Da questa esperienza esce conclamata nell’antipatia, nell’affettazione sciocca, una della quale ci si chiede: sì, ma questa che ha mai fatto, dopotutto, in carriera? E la risposta, amici, soffia nel vento.

SFERA EBBASTA 4

Alzi la mano chi l’ha trovato preparato, o carismatico, o adeguato. Va bene, ha vinto anche lui con Sofia, ma in realtà Sofia ha vinto da sola. Una faccia da schiaffi, ma lo sapevano, e tutto il resto… non c’è. Svegliatevi ragazzi, vi stanno prendendo per il coso.

SAMUEL 4

Il nostro “Umarell” torinese, con ragionieristico piglio, ne porta due in finalissima, scandalosamente, ma è la legge del menga: chi più vende (si spera), il pubblico se lo tenga. Come giudice, come personaggio, latitante. Lo truccano, lo pitturano, ma finisce per somigliare curiosamente a Gilberto Govi. Morale: una band finita, i Subsonica, genera una band che mai comincerà, i Booda. Corsi e ricorsi sonici…

BOODA 4

(Heart Beat, Nneka; 212, Azealia Banks; Hey Mama, David Guetta ft Nicky Minaj). La scandalosa finalissima di questa cosa strampalata fin dal nome induce domande esistenziali: che sono questi? Che vogliono? Che fanno? Una band no, giovani no, il pestone ai tamburi ha 40 anni, la cantante pare Cristina d’Avena che canta la canzone dell’Orangutang, quella degli scout. Sembrano più tre tipi che un giorno si dicono: dài, proviamoci; e se poi ci va dritta? Per chi scrive restano una Boodanada, ma forse proprio per questo restano l’ideale di Xf.

SIERRA 4

(Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de Andrè; 7 Rings, Ariana Feande; Dark House, Katy Perry). Terzi, arrivano. Terzi. Su decine e decine di aspiranti. Questi di strada ne faranno, perché il piccolo provinciale music business all’amatriciana ha un bisogno disperato di sempre nuovi coatti da lanciare: una rapperia tappetara, che prima o poi finirà, ma non domani. Auguri.

DAVIDE ROSSI 7

(How Long Has This Time Going On, George Gershwin). Vergogna su di voi, chiunque voi siate: il più talentuoso in assoluto, lo segano in finale; e umilia anche il bolso Robbie Williams. L’ex bambino grasso della Clerici resta l’incognita più grande, un talento che non sapranno assolutamente come gestire. Sarebbe da dirgli: fallo da solo, fatti da solo, ma come si fa? Non sono più i tempi, oggi a 20 anni Satisfaction non la scrive più nessuno e anche col talento di un Davide non esci; non c’è nessuno che te lo riconosce. Auguri, con una stretta al cuore, perché meriti il meglio.

SOFIA TORNAMBENE 7

(Fix You, Coldplay; Papaoutai, Stromae; C’est la Vie, Achille Lauro). Adesso che ha vinto, possiamo pure farle un po’ di pulci. Brava, sì, in tutto: ma dovrà perdere quel non so che di caramelloso, dolciastro, trasognato di provincia. Insomma dovrà crescere, in fretta. Il punto è come: non lo sappiamo, c’è da rabbrividire, creta in ciniche mani, sorde mani che non rispettano la musica, che corrono dietro al soldo facile… La aspettiamo tra un anno, senza illusioni.

ROBBIE WILLIAMS 4

(The Christmas Present: Time for change/Let it snow). Ammazza quant’è scoppiato, pare il fratello anziano di Eros Ramazzotti. In apertura riesce a cantare peggio di tutti, perfino di Cattelan. Uno dei tanti bluff di questi tempi buffi.

ULTIMO 5-

(Tutto questo sei tu). Un po’ Tiziano, un po’ Antonello, un po’ di questo, un po’ di quello. Dicono che è un genietto, un fuoriclasse; lo dicono, e intanto il nuovo singolo, Tutto questo sei tu, clona Gente di mare di Tozzi/Raf (1988). E se invece fosse la costruzione di un atomo?

LOUS AND THE YAKUZA 5

(Gore: Dilemme) Si leggono meraviglie di costei, principalmente per «la sua storia difficile», ci crediamo per carità, solo che questa lagna super patinata e facile facile non va oltre la milionesima variazione, poco variata, sul solito tema world…

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Le canzoni più famose di Ultimo

Da Pianeti a Rondini al guinzaglio, passando per Il ballo delle incertezze e I tuoi particolari. Ecco i brani più conosciuti del cantante romano.

Nato a Roma il 27 gennaio 1996, Ultimo (al secolo Niccolò Morconi) è tra gli ospiti più attesi della finale di X Factor 2019. Il cantante, già vincitore a Sanremo 2018 nella categoria Nuove Proposte con il brano Il ballo delle incertezze, è pronto a salire sul palco del talent show di Sky Uno dove si esibirà con un medley delle sue canzoni più celebri. Ma quali hanno fatto più successo? Eccone 10.

PIANETI

Quando parliamo di Pianeti bisogna ricordarci che si tratta dell title track del debut album di Ultimo. Il singolo è stato pubblicato a ottobre 2017 per poi tornare fortemente in auge nel 2019 dopo la partecipazione del cantante al Festival di Sanremo.

OVUNQUE TU SIA

Il secondo singolo, sempre estratto dall’album d’esordio Pianeti, è Ovunque tu sia. Il brano ha anche vinto il disco d’oro.

SOGNI APPESI

E se Ovunque tu sia ha vinto il disco d’oro, con Sogni appesi ultimo ha guadagnato nel 2019 il disco di platino grazie agli altissimi ascolti in streaming su piattaforme certificate e agli altrettanti download digitali.

IL BALLO DELLE INCERTEZZE

Senza ombra di dubbio Il ballo delle incertezze è il brano più conosciuto di Ultimo. Questa è la canzone che ha dato la svolta alla carriera del cantante. Presentato nella categoria Nuove Proposte di Sanremo 2018, arrivando al primo posto nella categoria, questo singolo è il primo estratto del secondo album in studio Peter Pan.

POESIA SENZA VELI

Arriva sempre dall’album Peter Pan anche Poesia senza veli. In questo brano Ultimo parla di innocenza e amicizia. E di quello sguardo trasognato ma puro che si aveva da bambini. Poesia senza veli è una delle canzoni di Ultimo più ascoltate su Spotify con oltre 36 milioni di streaming.

CASCARE NEI TUOI OCCHI

E se Poesia senza veli ha collezionato 36 milioni di streaming, di gran lunga superiori sono quelli di Cascare nei tuoi occhi. A oggi su Spotify sono 42 milioni gli ascolti di un brano molto romantico e che parla dell’infatuazione per una ragazza e del desiderio di entrare a far parte del suo mondo da parte di un ragazzo. Il singolo ha vinto il doppio disco di platino.

LA STELLA PIÙ FRAGILE DELL’UNIVERSO

Disco di platino anche per La stella più fragile dell’universo. Curiosamente il brano, che è contenuto nel brano Peter Pan, non è stato lanciato come singolo. Questo non ha impedito di essere diventato uno dei pezzi preferiti dei fan di Ultimo.

TI DEDICO IL SILENZIO

Era il 14 dicembre 2018 quando il cantante romano pubblicava il suo ultimo singolo estratto da Peter Pan. Si trattava di Ti dedico il mio silenzio, vincitore anche lui di un disco di platino. Piccola curiosità: il videoclip del brano è stato realizzato durante un concerto di Ultimo.

I TUOI PARTICOLARI

I tuoi particolari è stato il tormentone del 2019. Lanciato a febbraio come singolo del terzo album in studio di Ultimo – Colpa delle favole – il brano era stato presentato in anteprima in occasione del Festival di Sanremo 2019 arrivando al secondo posto nella categoria big subito dietro a Soldi di Mahmood. In pochi mesi questo singolo si è guadagnato il doppio disco di platino.

RONDINI AL GUINZAGLIO

Si arriva infine a Rondini al guinzaglio, ovvero il terzo singolo estratto da Colpa delle favole. La canzone, come ha spiegato lo stesso Ultimo, è un inno alla libertà individuale. In appena un mese, era stato lanciato ad aprile 2019, il singolo è stato certificato disco d’oro.

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Le canzoni più belle di Robbie Williams

Da Angels sino a Bodies. Ecco i 10 brani più famosi di sempre del cantante britannico tra gli ospiti illustri a X Factor.

Tempo di finale in casa X Factor 2019. Il talent in onda su Sky Uno dalle 21.15 è infatti arrivato alla sua fase conclusiva. E come ogni anno, anche per la 13esima edizione sono tanti gli ospiti attesti sul palco per esibirsi con i concorrenti. Su tutti Robbie Williams che a pochi giorni dall’uscita di The Christmas Present, il suo primo album di Natale, arriva in Italia per la gioia di tutti i fan. Che sicuramente non possono non conoscere alcune delle sue canzoni più belle.

ANGELS

Life thru a Lens è il primo album da solista di Robbie Williams. Formato da 11 tracce per una durata di oltre 54 minuti di musica, contiene anche il brano Angels. La canzone è stata scritta, oltre che dal cantante britannico, con la collaborazione di Guy Chambers. Il singolo Angels ha venduto 1.210.000 copie diventando il 48esimo brano di maggior successo del Regno Unito.

MILLENNIUM

Uno dei brani più famosi di Robbie Williams è senza dubbio Millennium. Datata 1999, questa canzone è presente nel celebre album, nonché suo secondo dopo l’addio ai Take That, The Ego Has Landed. La canzone prende in prestito l’arrangiamento del brano You Only Live Twice di Nancy Sinatra.

SUPREME

Uscita nel 2000, Supreme è all’interno dell’album Sing when you’re winning. La canzone utilizza la base musicale di I Will Survive del popolare brano di Gloria Gaynor. Al contrario la parte strumentale del brano è tratta dalla colonna sonora del film Ultimo domicilio conosciuto e scritta dal compositore francese François de Roubaix.

ROCK DJ

Sempre da Sing when you’re winning arriva il brano Rock Dj. Si tratta di una canzone quasi interamente basata su un campionamento del brano del 1977 It’s Ecstasy When You Lay Down Next To Me di Barry White. Il video, diretto da Vaughan Arnell, vede Williams ballare su un cubo e per attirare una bella dj arriva persino a strapparsi la pelle di dosso.

ETERNITY

Si passa al 2001 con Eternity, brano presente nell’album Somethin’ Stupid. Al brano, presente anche in una raccolta dei migliori successi del cantante britannico, ha partecipato il chitarrista Brian May dei Queen. Con lui Williams ha collaborato per realizzare la cover di We Are the Champions.

FEEL

Nel 2002 esce Escapology, album che contiene una delle canzoni più famose di sempre di Robbie Williams: Feel. Il videoclip è stato diretto da Vaughan Arnell e mostra il cantante nei panni di un cowboy. Nel filmato c’è anche l’attrice Daryl Hannah.

RADIO

Nel 2004 esce Radio. Si tratta di un singolo che è stato utilizzato per lanciare il Greatest Hits di Robbie Williams uscito nello stesso anno. Si tratta di uno delle sue canzoni più famose.

TRIPPING

Anno 2005, con l’album Intensive Care esce anche il brano Tripping. In diverse interviste Robbie Williams ha parlato di questa canzone definendola «una specie di mini opera gangster» piuttosto che «una sorta di cabaret-reggae». Nonostante Tripping sia stata molto apprezzata nel Regno Unito, non ha avuto lo stesso successo in altri paesi, su tutti gli Usa.

RUDEBOX

Con un balzo in avanti di un anno si arriva al 2006 e a Rudebox, brano che dà il nome anche all’omonimo album. Questa canzone era stata bocciata dalla critica britannica che l’aveva classificata come un flop. A oltre 10 anni di distanza da quella data Rudebox è considerata una delle hit di maggior successo del cantante.

BODIES

Il 12 ottobre 2009 esce Bodies. Il brano fa parte dell’album Reality Killed the Video Star. Nel Regno Unito ha venduto più di 200 mila copie, mentre in Italia più di 30 mila. Bodies è stata scritta da Robbie Williams, Brandon Christy e Craig Russo. La canzone è stata usata anche da Vodafone per una sua campagna pubblicitaria.

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Gianni Morandi, l’eterno e coerente divo di casa

Gesticolare inconfondibile, manone, un po' di furba umiltà. Fa 75 anni il cantante che ha sempre saputo essere, o apparire, il più normale possibile. Di sinistra ma non spocchioso, orgoglioso della sua quinta elementare. Ritratto di un italiano vero con quell'entusiasmo che regge al tempo.

Finiamola con questa storia di Gianni Morandi l’eterno ragazzo, che ci ha fatto incanutire. Morandi è eterno, punto e basta. L’11 dicembre 2019 ha fatto 75 anni, cavalcando stagioni, epoche, mutamenti ma in fondo è sempre lui, senza fronzoli, senza addobbi, la solita giacca e pantaloni, il gesticolare inconfondibile e quell’entusiasmo a prova di tempo.

COSÌ VITALE CHE SEMBRA PIÙ GIOVANE DI NOI

Chi scrive lo vedeva a Sanremo, a mezzanotte ospite sul palco dell’Ariston e alla nove della mattina se lo ritrovava sul tir di un network fresco e pimpante che mitragliava interviste e rideva e cantava e si sbracciava con le manone, completino giacca pantaloni e camicia candida che uno pensava: ma come fa, Dio lo benedica? E a vederlo così libero e bello ti sentivi suo nonno.

NON DOVEVA FARE L’ANTIDIVO PER ESSERE UN DIVO

Morandi, quando un nome diventa un modo di rispecchiare. Come un’autobiografia della nazione nei suoi aspetti più fragranti; un italiano, un italiano vero. Ne ha vista scorrere di acqua sotto i ponti, ha conosciuto il divismo ancora imberbe, quando “andava a cento all’ora“, e di sicuro divo lo è stato, nel bene e nel male (gli dedica passaggi non proprio benevoli, per esempio, Adriano Aragozzini in un suo libro autobiografico), ma ha sempre saputo essere, o apparire, il più normale possibile: un divo che non aveva bisogno di fare l’antidivo per essere un divo.

gianni morandi
Una foto di Gianni Morandi in occasione della presentazione del nuovo album “D’amore d’autore”, diffusa il 16 novembre 2017. (Ansa)

SIMBOLO DELLE MIGLIORI STAGIONI DELL’ITALIA

E non ha, è chiaro, conosciuto solo le rose e i fiori del successo, uno con 60 anni di carriera sfoglia i giorni buoni e quelli tetri e poi quelli buoni ancora. Ma è come se nel suo sorrisone aperto, nel suo gesticolare di manone generose, qualcosa riportasse sempre a stagioni che ricordiamo come le migliori della nostra vita, le più genuine, anche se erano adulterate anche quelle.

RIPORTA A UN PO’ DI INGENUITÀ RESIDUA

Sì, c’è qualcosa nel Gianni nazionale (l’altro è Rivera, e potrebbero valere grossomodo le stesse considerazioni) che riporta sempre all’ingenuità residua, a quando la dimensione del divismo era più irraggiungibile e insieme più a portata di mano. La stagione dei Natali d’oro, delle estati sudate, dei sabati sera delle Canzonissime e dei kolossal di una televisione spettacolosa, delle masse che erano ancora popolo, degli italiani che non si erano ancora montati la testa, salvo alcuni, nati patrizi, stronzi di default. E che la facciamo a fare la storia della carriera di Gianni Morandi, oggi che tutti la stanno spolverando?

QUANDO IL PAESE MASCHILISTA SI FINGEVA ROMANTICO

No, parliamo di lui, di quello che rappresenta, di come gli italiani lo vedono, lo sentono, lo ascoltano. Lui che in questi giorni è tornato, come per un vezzo, come per un incantesimo contro il tempo, nel teatro che lo vide esplodere, a Bologna, il Duse: Stasera gioco in casa si chiama il suo spettacolo che non è retrospettivo, è eterno e la gente non ne ha abbastanza, 21 serate sono poche, lui ne ha dovute aggiungere altre quattro. E giù con La Fisarmonica, In ginocchio da te, Non son degno di te, l’Italia maschilista che si fingeva romantica e forse, dopotutto, un po’ lo era davvero.

gianni morandi giovane
Un giovane Gianni Morandi. (Ansa)

UGUALE MA NON PER GATTOPARDISMO: È COERENZA

Morandi che ci ricorda come eravamo, perché pur cambiando non è mai cambiato e per una volta non è gattopardismo, è coerenza: io sono questo, sono così e anche se divento una star di Facebook lo faccio a modo mio, lo resto a modo mio. Quando, passato il decennio d’oro, nella seconda metà degli Anni 70 la sua stella s’è offuscata, e lo è rimasta a lungo, Morandi non ha fatto come altri, che ringhiavano, «il pubblico non mi capisce», e magari si tingevano di straziante giovanilismo; s’è infilato al Conservatorio, s’è messo a studiare la musica in modo colto, lui campione del canzonettismo popolare (ma che canzoni, però!), e poi, grazie a Mogol, ma soprattutto a Lucio Dalla, è riemerso.

NON SI È PERSO COME IL PRESUNTO GURU CELENTANO

Da allora ha saputo amministrarsi, piazzando qualche bel gancio, anche stupidino, Banane e lampone, e qualche inno sempreverde, Uno su mille ce la fa. E quell’uno su mille era lui. Cavalcando il tempo, ma senza cambiare troppo. Ci sono coetanei della sua epoca che si son persi, come Adriano Celentano che ha preteso di farsi feticcio, guru onnisciente senza averne i minimi fondamenti culturali. Gianni no: con la sua quinta elementare orgogliosa si è costruito senza mai dimenticare le radici.

DI SINISTRA, PERÒ NON QUELLA FANATICA O INTEGRALISTA

Uomo di sinistra, ma una sinistra vivaddio non spocchiosa, non arrogante, non fanatica o integralista. Il pubblico lo segue, diremmo, perché si riconosce in lui, ci si specchia e gli piace quello che vede: un’Italia che non c’è più, ma che il Gianni tiene ancora presente con le sue Fisarmoniche e il suo look senza fronzoli e senza tempo.

gianni morandi mutande
Un’immagine che mostra Gianni Morandi nel 2002 durante il monologo televisivo in mutande. (Ansa)

TALENTO E ANCHE UNA FURBA UMILTÀ

Il talento, la capacità di essere Morandi, la presenza scenica non si discutono; ma sono presupposti, non è tutto qui. C’è una furba umiltà, c’è l’orgoglio di chi si sa essere, senza pulpiti, senza strafare: ma chi è che non vuol bene al Gianni, chi è che riesce a dirne male? «Ma sarà così davvero o finge, fa il furbo?». Tutti fingono, specie a quel livello di fama.

UNO DI CASA, ANCHE AL RISTORANTE

Ma, se accettate una testimonianza diretta, io l’ho visto tempo fa in un ristorante a Bologna, è entrato e s’è infilato in cucina e giù pacche sulle spalle, sorrisi e saluti, e tutti erano contenti, tutti lo trattavano come uno di famiglia. Certo, sarà stato uno dei suoi locali abituali, ma c’era qualcosa in quell’apparire, qualcosa che non si può recitare. Qualcosa di bolognese, anche, diobò. Qualcosa che non poteva essere che così. Essere Gianni Morandi. Dopo è andato a sedersi, con qualcuno, e la gente diceva: hai visto, c’è Morandi, c’è il Gianni, ma così, come si fa con un divo di casa. Da 60 anni o giù di lì. Cento di questi giorni, Gianni Morandi, per te e per tutti noi.

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

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Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

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Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

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E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Davide e Sofia eccezionali, giudici in confusione perpetua

Tornambene e Rossi restano i due concorrenti più dotati, mentre la giuria pare senza più mordente. Tra gli ospiti si salva il pianista siriano Aeham Ahmad. Le pagelle della semifinale.

Rischioso, mettere una popstar sullo stesso palco con degli aspiranti: può capitare come con la boxe, il ragazzino affamato che mette alle corde il campione sazio e pasciuto, gli fa fare una magra figura. Davide di X Factor, per esempio, canta meglio di Tiziano Ferro. Meglio sotto tutti gli aspetti, dal timbro all’espressività; 15 anni fa, lo avrebbero costruito e ci avrebbero costruito una carriera, magari fino in America, adesso rischia di bruciarsi al sole fatuo di un talent, lui come Sofia, stelline di due mesi e poi l’oblio.

Se questo X Factor – che per tutta questa tredicesima edizione ha rantolato, annaspato, ha mostrato muscoli che non aveva per mascherare il declino – una chiave di lettura ancora la conserva, è la seguente: testimonia del totale sbando di una discografia che ai talent ha appaltato il suo vivaio, almeno quello del mainstream, del commerciale che è il genere di riferimento. Una formula che dovrebbe, doveva scoprire quelli bravi, i talenti e troppo spesso li manda a sicuro macello, privilegiando il qui e ora della faccetta bella e possibile, spendibile, del personaggino dalle spinte giuste, da fiondare subito a Sanremo, da spremere e buttare.

Quando va bene: che è di Lorenzo Licitra,”tenor di grazia” vincitore nel 2017 e subito evaporato, uno che da due anni annuncia un disco che nessuno ha più visto? Voi direte: e allora i Maneskin? Allora Anastasio? I Maneskin non esistono, esiste il cantante Damiano che presto proseguirà da solo, per quel che durerà, Anastasio invece è talmente atipico che sarebbe uscito fuori anche senza talent. Ma quanti cadaveri di possibili artisti disseminano il cammino di queste 13 edizioni di X Factor? Domande che ci poniamo alla vigilia, ormai, di una finale che schiera due bravi, Davide e Sofia, una coppia di trapper per ragazzi, la Sierra, e un non so cosa che non ha il non so che, questi Booda che, azzardiamo, non avranno alcun futuro.

TUTTA LA GIURIA SOTTO LA SUFFICIENZA

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Del color del suo vestito. Grigio. Senza sfumature.

MARA MAIONCHI: 4. A immagine e somiglianza del programma che l’ha lanciata a 70 anni: spremuta, spenta, ripetitiva, fuori dai tempi e dal tempo; senilmente fissata con «l’erotismo» (dei Booda, che le manca). Arriva in finale senza nessun candidato, lei che in passato tanti ne aveva fatti vincere (e di più ne aveva affogati).

MALIKA AYANE: 4. Sera dopo sera, ha affilato il birignao a livelli d’afasia: quand che la parla, se capiss nagott. Magari modulasse così quando canta. Tanto look, zero sostanza; ha ragione solo su una cosa, quando difende Davide dai colleghi, in malafede o stupidi, che non ne vedono «il percorso», che lo considerano datato: giudizi a pera, anche Mozart a questa stregua è datato.

SFERA EBBASTA: 4. Vedi sopra. Per lui tutto ciò che non è truffa rappettara è vecchio, non ha senso. Ma a non aver senso è lui. «Ah, mi rompono le balle perché dicono sempre hai spaccato». Mah, chissà con chi ce l’ha. Glielo ripetiamo una tantum, perché la zucca, sotto il color porporina, è notoriamente dura: Sfera, hai spuaccuato. Le bualle.

SAMUEL: 4. Il nostro Umarell fals e corteis, come si dice dei piemonteis (ma è un pettegolezzo a livello portineria) se ne porta ben due alla finale. E bravo. Ma certi giudizi, proprio… «Ah, Davide, sei bravissimo ma non so dove vai». Perché, lui Samuel dove va? A scaldar la poltrona a XF. Mai un guizzo, mai un sussulto, azzarederemmo che per lui XF finisce giovedì prossimo.

SOFIA E DAVIDE SOPRA TUTTI, BOODA SPROFONDA

SIERRA (Born Slippy, Nuxx, Underworld/ Ni Ben Mal, Bad Bunny): 5. Candidati alla vittoria ormai. Sarebbe scandaloso, ma li pompano: hanno visto che su internet sono i più consumati. Come se bastasse ad una credibilità; forse qui sì, qui è tutto quello che conta. Ma se questo due di rapperminkia («fra bro c’è aria che tira stasera che tiro») fosse solo fumo per ragazzi?

SOFIA TORNAMBENE (Human nature/Michael Jackson/Love of my life, Queen): 7 1/2. Dicevano: ah, che difficile però il pezzo della Sierra coatta, gli Underworld: e allora Sofia? Ma se una è brava, non teme neanche il fantasma di Michael Jackson. E infatti. Questa ragazzina sa cantare, ha un istinto che supplisce alla tecnica, e impara in fretta. Ha un bel timbro, caldo e fresco. Dio le ha dato tutto. Anche se sui Queen convince meno. Tra parentesi, l’arrangiamento di entrambi i brani, in termini freddamente analitici, faceva desiderare e questa è un’altra tara di X Factor.

DAVIDE ROSSI (Toxic, Britney Spears/Uptown Funk, Bruno Mars): 8 1/2. Se penso che era un bambino grasso alla corte della tortellona Antonella Clerici. Qui è il migliore, senza discussioni. Anche più di Sofia. Lui ha anche tecnica, oltre che doti naturali, ha un timbro che a volte ricorda Freddie Mercury, a volte Elton John, se la cava anche molto bene al piano, ha confermato una versatilità che gli contestavano; davvero appaiono meschini i rilievi di certi “giudici”, «ah, ma tu non hai un percorso». Loro, invece… Straniante, sentirlo criticare da gente che non vale un suo sputo.

BOODA (Dibby Dibby Sound, Dj Fresh vs Jay Fay/Level up, Ciara): 4. E fu così che il cronista, a 55 anni, dopo un’onorata carriera anche a volte pericolosa, si ritrovò a parlare di tre che fanno dibidibidi dibidibidù. Ma XF è quel posto dove vogliono far fuori uno come Davide, e non ce la fanno perché davvero non possono, perché sarebbe oltre l’indecenza, e però mandano in finale ‘ste tre app, ‘sta Cristina d’Avena liofilizzata. Erotici come sardine, e tutto il resto è Booda, dibidibidù.

EUGENIO CAMPAGNA (Una buona idea, Niccolo Fabi/Nessuno vuol essere Robin, Cesare Cremonini): 5. L’hanno spinto fin dove hanno potuto, lui ci credeva pure, gli davano, spericolatamente, della nuova grande cosa della canzone d’autore, del poeta: Eugenio Montato. Ma se poi ti fanno i complimenti perché non hai fatto orrore come la settimana scorsa, che senso ha? Ora, non sapremo mai se ha stancato “il pubblico dei social” o se si son fatti due calcoli. Sconta anche l’invecchiamento di nonna Mara, che difficilmente potrà imporlo come un nuovo Nigiotti.

💥 SBAM 💥Ospite della Semifinale di #XF13 per la prima volta in TV 😇 tha Supreme 😈 con “Blun7 A Swishland”!

Posted by X Factor Italia on Thursday, December 5, 2019

TRA GLI OSPIDI SOLO AEHAM AHMAD COMUNICA QUALCOSA

THA SUPREME: ??. Potevamo anche mettere: WTF? (la traduzione evitiamola). E come fai a commentare un cartone animato? Che non c’è, oltretutto, vecchissimo trucco, basti pensare ai Residents. Insomma, la recensione su questo ignoto già l’ho fatta, e forse è stata la più difficile della vita mia.

TIZIANO FERRO: 5.Sto Tiziano poesse Fero e poesse Piuma: oggi è stata ‘na lagna. Non si sta un po’ appesantendo, imbolsendo? A metà della sua maturazione, basta non incanutisca precocemente: il rischio c’è.

AEHAM AHMAD (I forgot my name): 6. Suggestivo. Per come ha vissuto, per come suona. Per quello che dice. Se non canta è meglio.

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Quelle canzoni di successo svilite dalla pubblicità

Alcune nascono fuori dal tempo, destinate all'eternità. Anche troppo, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t'ingenerano nausea e quasi disprezzo.

Ci sono canzoni che nascono fuori dal tempo, destinate all’eternità. Magari non lo sanno, o non lo sanno i loro autori o forse sì, le hanno fatte proprio con quell’obiettivo lì, sta di fatto che diventano modi di dire, di essere, di sentire, patrimonio dell’umanità. Anche troppo patrimonio, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t’ingenerano nausea e quasi disprezzo: sono diventate tormentoni pubblicitari, jingle, sigle di trasmissioni becere, sonerie, musichette maledette di attesa infinita al call center. Canzoni spot che vivranno per sempre da rinnegate. Nessuno si salva, né vivi né trapassati: è il post capitalismo, bellezza, ovvero è sempre una faccenda di soldi (il resto è conversazione, parola di Gordon Gekko). E, siccome è una faccenda di soldi, qualcuno che dà il permesso, dietro pingue compenso, ci sarà pure: di solito gli inconsolabili eredi, così pronti, anche a mezzo fondazione, a preservare la purezza antimercantile del caro estinto, in tanti sensi.

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I SUCCESSI CANNIBALIZZATI

Abbiamo visto imbastardire così Sergio Endrigo (Io che amo solo te), Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu), gente intransigente, che in vita mai si sarebbe sognata (forse) di finire a reclamizzare istituti di credito, merendine, cibo per cani, carte igieniche. Abbiamo visto, e vediamo, ribelli organici come Vasco Rossi, che, «eh, oh, capito», molla le sue creazioni alle compagnie dei cellulari, «eeeh già». Abbiamo visto inni anticapitalisti degli Anni 60 finire come colonne sonore di auto di lusso, gioielli, abiti griffati, i feticci del capitalismo hard. Abbiamo visto, sentito momenti epocali come She’s a rainbow dei Rolling Stones usata come sigla di una compagnia telefonica, per fortuna non di una marca di assorbenti, visto che di quello poi parla (e speriamo che a qualche genio, leggendoci, non s’accenda la lampadina). Abbiamo trovato una ammiccante, allusiva Guarda come dondolo di Edoardo Vianello relegata a réclame dei reggiseni

DIRITTI ASTRONOMICI A CUI È DIFFICILE RESISTERE

Eh, già, le compagnie della comunicazione: sono cannibalesche, macinano hit con voracità da squali, a decine, a centinaia: come resistere a sirene così spietate? Edoardo Bennato è tra quelli che resistono meno, anzi per niente, dei suoi brani un tempo sarcastici, intransigenti, finiti negli spot dei telefoni si è perso il conto. Anche Sting, l’ambientalista dell’Amazzonia, concede praticamente di tutto, è stato calcolato che coi soli diritti pubblicitari guadagna cifre astronomiche, la sola Every breath you take gli fa cascare in bocca all’incirca un milioncino d’euro l’anno, nella solenne incazzatura degli ex compagni, cui il principe dei solidali egualitari e perequativi non scuce un ghello. Ma si concede anche con Puff Daddy, insomma c’è da sospettare che da un bel pezzo lui le canzoni le faccia per tutt’altri motivi. 

IL CEDIMENTO DI BOB DYLAN

E Bob Dylan, il bardo, che nel 2009 autorizzò la epocale Blowin’ in the wind per una multicorporation britannica (la Co-operative Group) che, tra le altre cose, provvedeva, pensate un po’, ai servizi funebri? Praticamente l’inno della cremazione. Nel 2015 lo scontroso menestrello si è ripetuto prestando la faccia a uno spot della Ibm. E, per rimanere nel settore, ancora i Rolling Stones diedero, per un compenso clamoroso, la loro Start Me Up a Bill Gates in occasione del lancio del sistema operativo Windows 95 (che s’impallò proprio alla solenne presentazione, rimasta memorabile).

David Bowie, imprendibile in esistenza come in spirito, ha sponsorizzato di tutto, automobili, profumi, acque minerali. La sola Heroes ha rivestito il carisma di così tanti prodotti, oltre a trasmissioni di tutto il mondo e alle Olimpiadi di Londra 2012, da disperdere completamente il senso del significato originario.

DAL CAROSELLO ALLE HIT

Segno dei tempi che stanno cambiando, aveva ragione Bob, cambiano, cambiano sempre, non aspettano nessuno (come diceva Mick) e chi non si adegua è fuori. Ma si adeguano. Le aziende hanno capito che non sanno più concepire i motivetti di Carosello, che s’inchiodavano al cervello, preferiscono risparmiarsi la fatica e pescare nel mare magno dei successi.

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Così «il gusto pieno della vita» di un celebre amaro lascia il posto agli Aerosmith di I don’t wanna miss a thing. Altro che perdersi qualcosa, qui c’è tutto da guadagnarci. Tranne la faccia, qualche volte.

CANZONI CONSUMATE DA PROGRAMMI SCONFORTANTI

Ci sono programmi sconfortanti che consumano canzoni, L’Anno che verrà di Lucio Dalla è snaturato in un eterno Capodanno, I migliori anni della nostra vita di Renato Zero servono a condire qualsiasi scempiaggine televisiva, Ti amo di Umberto Tozzi ci esce dalle orecchie, e così Zucchero, Ligabue, De Gregori («La storia siamo noi, bella ciao» è finita a reclamizzare il Monte dei Paschi di Siena).

Enrico Ruggeri ha fatto di meglio, ha ricantato la sigla dei salumi Negroni, «le stelle sono tante, milioni di milioni…». Ma perfino Il pescatore, scelta per presentare il recente, e deludente, ritratto di De Andrè, è stata svilita a una assurda sigletta da tivù dei ragazzi. Perché in Rai debbono sempre sputtanare tutto così? Qualche volta, l’effetto vira sul grottesco. C’è un programma insulso, uno dei tanti, della mattina. A un certo punto scatta l’aria di «Buona Domenica, con quegli idioti che ti guardano e che continuano a giocare». E gli «idioti», senza il minimo imbarazzo, zompettano, ammiccano, fanno le facce, insomma: giocano.


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Tiziano Ferro, un miracolo riuscito (a metà)

Con il nuovo cd, il cantautore cerca svecchiarsi. Anche grazie al tocco internazionale di Timbaland. Dimostrando, in questi 50 minuti di autoanalisi, il coraggio di riscriversi. Il risultato è un disco riuscito anche se con qualche caduta nel sentimentalismo prima maniera. Ma lo sforzo va comunque apprezzato.

Tiziano Ferro ha un problema, si chiama Mengoni. Marco Mengoni. Uno che, per molti motivi, gli si può sovrapporre e nei fatti lo fa e lui rischia di uscirne sbiadito.

È sempre un po’ lo specchio di Biancaneve, anche nella musica: «Chi è la popstar più bella del reame?», e lo specchio: «Qualcuna c’è che è più bella di te».

Anche così si spiega, a 40 anni o giù di lì, la scelta di voltare pagina, per non lasciarsi imbrigliare, per non ridursi a clone di se stesso, a inseguitore dell’altrui successo. Oltre all’umanissimo artistico bisogno di mettersi alla frusta, di verificarsi e verificare un pubblico assuefatto.

E allora: via il produttore storico, quel Michele Canova che ha instaurato una sorta di dittatura del gusto sul pop mainstream, dentro il sogno di una vita, il guru sonico che dai 90 detta legge nell’hiphop e nel R&B commerciale americano, dunque mondiale.

IL TOCCO INTERNAZIONALE DI TIMBALAND

L’intento è chiaro: svecchiare il respiro, renderlo internazionale. Timbaland produce così nove pezzi, più i due di Davide Tagliapietra (chi è? L’ex di Mietta, chitarrista, turnista, uomo da palco), più uno a cura dello stesso Ferro; più lo spirito fratino di Jovanotti, altro sogno raggiunto per Tiziano; più la serenità esistenziale che ai quattro venti dichiara d’aver raggiunto; più la tempestiva polemicuzza con Fedez; più la copertina in sfumature di grigio meditabondo. Insomma non ci si fa mancar niente, signore e signori: voilà Accetto Miracoli. Per vendere. Per rimanere se stesso. Per cambiare. Per dire: sono un uomo adulto, un artista adulto, col coraggio di reimpacchettare il successo e giocarmelo. C’è riuscito, Tiziano?

CINQUANTA MINUTI DI AUTOANALISI

Ferro non è Leonard Cohen (che esce anche lui oggi, postumo, con lo struggente Thanks for the dance, assemblato sul figlio che ha cucito suoni e musiche sulle parti vocali lasciate in eredità). Il lavoro comunque si apre con un beat lento, profondo, e un cantato che già chiarisce il senso del gioco: Vai ad amarti, forse vaghissimamente dalle influenze Massive Attack, è l’incipit di questi 50 minuti di autoanalisi dove, in effetti, la mano americana di Timbaland si sente eccome. In modo accorto, senza stravolgere la matrice dell’artista, cui anzi viene lasciato ogni spazio – il tappeto sonoro è fatto più di richiami, echi, sospensioni, battiti, ma resta sempre la voce cantante in prima linea.

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Amici per errore si sposta verso il Beck più folk, ed è un altro pezzo riuscito, sorretto da chitarre acustiche piene e pulite, contrappuntate da singole gocce di piano: rischia la melensaggine, e invece la sua semplicità cattura.

IN BALLA CON ME SI FA PALESE LA SFIDA A MENGONI

Balla con me, giustamente, aumenta le pulsazioni e qui sì che la sfida, discreta ma chiara, a Mengoni, è gettata: spunta un Jovanotti e il gioco è fatto: orecchiabilità a eccedere, risolta con un gioco scaltro di trasporti e modulazioni. Se sfida è, la è sullo stile, sull’esperienza di una semplicità ruffiana che, per usare le parole del pezzo, «ci sta». In mezzo a questo inverno è l’unica prodotta direttamente dall’artista e si sente: recupera calligrafie autoriali fin dalla intro di piano, che, di solito, annuncia qualcosa di zuccherino e però di sciapo. «C’eri tu c’eri tu c’eri tu in mezzo a questo inverno» fa tanto Pausini, ovvero il Tiziano “vecchio”, che, per paradosso, era più vecchio a 20, 30 anni di questo nuovo che ne ha 40. Insomma, il branuccio fila via senza sussulti particolari: la promessa di smielaggine è mantenuta. Come farebbe un uomo è ancora classic Ferro, ma risolta in modo più moderno e conferma che la scelta di Timbaland è stata felice davvero.

Tiziano Ferro ha preso a metà il coraggio di riscriversi. Ma quella metà c’è, e va apprezzata. Da domani, da oggi la corsa sarà sempre più su se stesso

CON SECONDA PELLE TORNA IL SENTIMENTALISMO FACILE

Quanto a Seconda pelle, insiste nel romanticismo, o se si preferisce sentimentalismo anche facile – «una fotografia della fotografia» -, ma in un disco come questo è proprio il sentimento la chiave che fa entrare nel vissuto, il viatico per i conti con se stesso; se poi sia scelta autentica o solo astuta, è questione che pertiene a Ferro, basti qui dire che è un altro brano che non lascia particolari impressioni. Ma in un disco lungo, prolisso, è chiaro che non tutte le canzoni riescono col buco. Il destino di chi visse per amare è ancora e sempre autobiografia del cuore, virata al passato: la perdita è la carta d’identità, siamo fatti di assenze, di quel che abbiamo lasciato o ci ha lasciato lungo la strada. C’è un raccontarsi qui, tra nostalgie, fischi e successi, che deve anche più di qualcosa al Renato Zero della maturità. Le 3 parole sono 2 gioca sugli equilibri precari, sul ricomporre le scissioni: Tiziano l’italiano, il melodico, che si apre, a volte timidamente, a suggestioni diverse, meno nazionali, meno annunciate. È un brano emblematico dell’album, col suo oscillare tra il già sentito e sprazzi di inaspettato: Ferro avrebbe potuto osare di più, ha tenuto la briglia corta alla tanto annunciata smania di cambiamento, eppure il disco funziona.

PER RINNOVARSI È QUASI SEMPRE NECESSARIO TORNARE AI MAESTRI

Perché un disco, alla fine, vive di un suo carisma, di quella impalpabile atmosfera complessiva, e questa o c’è o non c’è. In questo senso, si può dire che l’obiettivo sia raggiunto. Casa a Natale, ad esempio, al di là di certe ingenuità testuali («di deserto sono esperto») sfodera perfino impensabili acutezze vocali alla Fabio Concato. A conferma che, per rinnovarsi, quasi sempre bisogna ritornare ai maestri.

Accetto Miracoli. Per vendere. Per rimanere se stesso. Per cambiare. Per dire: sono un uomo adulto, un artista adulto, col coraggio di reimpacchettare il successo e giocarmelo

Un uomo pop è tra i momenti più interessanti: di eleganza patinata, si ascolterebbe bene (anche) a una sfilata di moda, ma la costruzione è intrigante, il vestito sonico perfettamente bilanciato nelle sue sincopi e sospensioni, e il testo sembra quasi esaltarsi. È uno dei momenti in cui la cifra adulta di Tiziano risalta, amara, piccata, ironica ma finalmente diretta, scevra da ulteriori implicazioni. Buona (cattiva) sorte è un ballabile pseudolatino, di quelli che francamente hanno stuccato: sembra un riempitivo, o forse un acchiapparadio. Nelle pieghe dei beat si nasconde lo spettro del Battisti di metà Anni 70, ma, probabilmente, è un oltraggio non voluto.

FERRO HA TROVATO IL CORAGGIO DI RISCRIVERSI E VA APPREZZATO

Della chiusura (salvi i due remix in appendice) s’incarica il brano eponimo, Accetto miracoli con le sue ambizioni classicheggianti: tutto è sorretto dal piano, sopra discreti battiti sintetici e una brezza d’archi; è il momento del bilancio definitivo, almeno per ora. Il miracolo, musicalmente parlando, non c’è, c’è una canzone che sconta tutti i limiti di una generazione artistica e che tenta orgogliosamente di sciogliersi da quei limiti. Tiziano Ferro ha preso a metà il coraggio di riscriversi. Ma quella metà c’è, e va apprezzata. Da domani, da oggi la corsa sarà sempre più su se stesso, e meno sugli eredi possibili.


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The Supreme, anche i bimbiminkia nel loro piccolo spaccano

Un linguaggio incomprensibile in un tappeto sonoro su misura. Il disco d'esordio del giovane rapper romano in 24 ore ha stracciato ogni record. Un album che è come una caramella, stordente, gommosa, acre, coloratissima, allusiva. E ci dice molto dei tempi in cui viviamo.

È difficile per chi abbia più di 16 anni capire, raccontare il successo folgorante di Tha Supreme, questo hip hopper, questo rapper classe 2001 che con un primo disco uscito da una settimana ha sbancato, anzi ha «spuaccuato», come direbbe Sfera Ebbasta.

Difficile non compiacere per il rischio di tradirsi e risultare “out of time”, obsoleto, superato: meglio fare quello mentalmente aperto, che mente a se stesso e a chi lo legge, tessere – per pararsi il culo, come stanno facendo tutti – l’elogio di un anonimo ragazzino romano, Davide Mattei, che però come pseudonimo, Tha Supreme, è già un mito e vogliono farlo passare per epocale. E qui serve un passettino indietro, piccolo perché la storia è esigua.

L’imberbe Davide si rivela, sedicenne, con un pezzo per Salmo, Perdonami, ripetuto da altri brani singoli, tutti fortunati, che via via vanno a costruire l’ossatura dell’album d’esordio, 23 6451, venti episodi, alcuni con le stelline nostrane del rap/trap/hiphop, Salmo, Mahmood, Marracash, Lazza, Nitro, Dani Faiv, Gemitaiz e Madman.

23 6451, UN DISCO D’ESORDIO DA RECORD

Il disco esce, targato Epic/Sony, e in poche ore razzola record a manetta: tutti e 20 i brani nella top 50 Italia, sette nella Top 200 global di Spotify, 13 milioni di streaming nel giro di 24 ore. Fine della storia, per ora. Ma anche inizio. Perché tutto parte da qui, e tutto da qui sarà possibile. Di fronte a questi numeri, il recensore medio si spertica nelle lodi automatiche: scampa alla tempesta di rabbia social degli adolescenti, passa nel novero di quelli che hanno capito l’incomprensibile, perché capaci di sintonizzarsi sui linguaggi delle giovani generazioni, bla, bla, bla.

È tutto un bla bla bla sapientemente decostruito, un pidgin hip hop fatto apposta per non essere capito

Ecco, il linguaggio: ingrediente primario di Tha Supreme. Perché non c’è. È tutto un bla bla bla sapientemente decostruito, un pidgin hip hop fatto apposta per non essere capito, e quindi a maggior ragione seducente: «Ciascuno ci trova quello che vuole», spiegano i recensori che hanno capito, come a dire la scomparsa del senso compiuto, universalmente accettato per comunicare. Tutto e il contrario di tutto, che è anche un bell’esercizio, volendo, di viltà: lo stesso dei politici, che si smentiscono mentre affermano.

Tranne quando Tha Supreme vuol farsi capire: allora i concetti li scandisce chiari, mitragliati, ripetuti, ma chiari e, vedi caso, sono regolarmente termini-sirene, che seducono i fanciulli: le canne, il fumo, la scuola no, «una puttana quindi figlio di puttana», il profluvio strategico di turpiloquio da scuola dell’obbligo, anzi del non obbligo, perché c’è l’espresso, irriverente invito a segarla. «MilevolacintatumifaiunbelBIP». Per fomentare, è chiaro, la ribellione alla panna che tanto funziona oggi: «coglionerottilcazzo», non manca neppure l’afflato sul qualunquista-grillesco, «politicidimmerda».

TESTI INCOMPRENSIBILI SU UN TAPPETO SONORO PERFETTAMENTE CALIBRATO

La trovata del pidgin non è nuova, molti artisti, quando compongono, lo fanno in un inglese stralunato, masticato lì per lì: poi ci metton sopra le parole dei testi. La genialata di Supreme è quella di lasciare, debitamente rifinito, la masticatura per quella che è, velocissima, trapanante. Ne esce una totale apparente mancanza di senso, una licenza dal senso che fa il paio con il suono: morbido, fruibile, perfettamente calibrato – il lavoro figura composto e prodotto dallo stesso Mattei, in realtà si deve alla Salmo Crew che sviluppa un flusso ossessivo e raffinato, bilanciando influenze americane, senza strafare, con istanze squisitamente locali.

I temi? Per quel che è dato intuire, sono i soliti: la ribellione del ghetto, le droghe, la Ferrari, monili e diademi vistosi, vita bella e sfrontata

È una inoffensività apparentemente aggressiva (7rapper ma1 è una fiondata particolarmente riuscita), di sicuro molto ben costruita: funziona bene da cellulare come da impianto stereo (e questo è aspetto da non sottovalutare assolutamente), come sottofondo come da ispirazione diretta. I temi? Per quel che è dato intuire, sono i soliti: la ribellione del ghetto, figlia dell’incomprensione, che sfocia nella passione per i piaceri facili, edonistici come le droghe, la Ferrari, monili e diademi vistosi, vita bella e sfrontata.

Musicalmente l’album è ridondante, prolisso, venti momenti, quasi tutti brevi o brevissimi, ma non c’è solo la tachicardia ritmica, ogni tanto affiorano conati melodici (Gua10; Blun7 A Swishland, che dovrebbe raccontare del desiderio di cambiare fumo), e sono i momenti in cui la capacità compositiva, sfrondata un po’ dell’ottundimento sintetico-ritmico mostra drammaticamente la corda. Altri sprazzi sono un po’ così: Parano1a K1d schiera Fabri Fibra, ma paga pesante tributo a J-Ax; M12ano, con Mara Sattei, chiarisce il gusto minorenne ai tempi di X Factor: qualcosa di troppo lontano, anche per chi sia appena uscito dalla fase puberale, per essere davvero compreso. Ma c’è perfino, nel pezzo con Salmo, Sw1n60, una sorta di strampalato swing, tanto per non farsi mancare niente: «Dellascenarapneholepallepiene, guardachegrandestocazzochemene, pensocolcazzoperchémiconviene».

UN ALBUM PIENO DI IDEE RICICLATE MA CHE RIESCE AD ANDARE OLTRE

A un disco come questo, ci si può solo girare intorno: è una caramella, stordente, gommosa, acre, coloratissima, allusiva (la copertina, che cita Dalì, è a sua volta tripudio citazionista, ovviamente adeguato ai tempi: il coniglio Bunny, carte da gioco, astronavi, finta originalità, trita e ritrita). Con gli ospiti che fanno gli ospiti, Mahmood recita Mahmood e così via. Un mondo di idee riciclate ma insospettate da chi non ha abbastanza tempo addosso da scoprire qualcosa di remoto, dunque di nuovo.

Tutto calcolato per un disco di record perfetti per un tempo quando «non fidarti di quella troia, mi toglie il follower» passa per lirica leopardiana

Cinica truffa, ma fatta come si deve. Tredici milioni di streaming in 24 ore. I beat giusti nei cervelli giusti. Spirali di fumo ovunque, come giustificazione all’apatia, all’impossibilità, perfino al vittimismo da «politici ci avete tolto i sogni ci avete rubato il futuro e noi allora ci sballiamo ci sbattiamo di canne sempre ogni traccia ogni momento come se non ci fosse un domani come se non ci fosse un’altra dieta».

Eppure in questa monotonia rap, in questa polluzione del già sentito, c’è come un punto e a capo. Come uno spingersi oltre. Come se la totale, assoluta vacanza concettuale avesse raggiunto nuove misure, travolto vecchi limiti. Come se la cura formale diventasse funzionale come mai prima. C’è un avatar di Tha Supreme, lo trovate, mastodontico pupazzo, nelle stazioni dei treni di Milano e di Roma. Tutto calcolato per un disco di record, effimeri magari, ma perfetti per un tempo quando «non fidarti di quella troia, mi toglie il follower» passa per lirica leopardiana, e per questa volta la dittatura del politicamente corretto che si fotta, anzi chesifotta, yo yo yo, raga raga raga.

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Le accuse di Tiziano Ferro a Fedez su bullismo e omofobia

Il cantante di Latina apre la polemica per una canzone del 2011: «Non si scherza sulla sessualità, serve una legge contro l'odio». La replica del marito della Ferragni: «Strano tempismo, ma se si è offeso mi spiace. Facciamo qualcosa insieme contro le discriminazioni».

Una polemica su bullismo, odio e (presunta) omofobia scoppiata con quasi 10 anni di ritardo. Lo scontro è avvenuto fra due big della canzone italiana, per successi ottenuti e seguito sui social: Tiziano Ferro e Fedez. Il primo ha acceso la miccia a Milano parlando durante la conferenza di presentazione del suo nuovo album Accetto miracoli: «Mi si tira in ballo e io sono ironico, finché si scherza va bene, mi spiace solo quando queste cose sono legate al sentimento e alla sessualità, perché anche una battuta può mettere un adolescente a disagio, e che un idolo dei ragazzini mi prenda in giro su questo è un atto di bullismo molto forte, non solo verso di me».

«IL BULLISMO VIENE ANCHE DA CHI SCRIVE CANZONI»

L’idolo dei ragazzini in questo caso è “mister Ferragni“, visto che Tiziano ha fatto riferimento alle offese ricevute spiegando che «il bullismo non è finito a 13 anni» e che viene anche da chi scrive canzoni. A chi gli ha chiesto se si riferisse a Fedez, ha risposto che lui è «”uno dei”, dai…».

QUELLE BATTUTE SU OUTING E WÜRSTEL

Il testo della canzone “incriminata”, Tutto il contrario, uscita nel 2011, fa così: «Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing; Ora so che ha mangiato più würstel che crauti; Si era presentato in modo strano con Cristicchi; “Ciao sono Tiziano, non è che me lo ficchi?”».

Serve una legge contro l’odio, perché le parole sono importanti. Bisogna imparare a dire le cose, esistono forme e tempi


Tiziano Ferro

Ferro ha poi sottolineato la necessità di «una legge contro l’odio, perché le parole sono importanti. Bisogna imparare a dire le cose, esistono forme e tempi». Insomma «anche questo è bullismo, non ci si deve scherzare».

FEDEZ: «A 19-20 ANNI MI ESPRIMEVO IN MANIERA DIVERSA»

La risposta di Fedez non si è fatta attendere ed è arrivata su Instagram, tramite le story: «Mi stupisce il tempismo di questa dichiarazione, all’epoca avevo 19-20 anni, ero una persona diversa che si esprimeva in modo diverso. Però nella canzone io già dal titolo volevo far capire che la sessualità dell’artista è accessoria al giudizio che do dell’artista. Poi l’ho condita con il linguaggio dissacrante che avevo».

Penso negli anni di aver dimostrato che io e l’omofobia viaggiamo in parallelo e non ci incontriamo mai

Fedez

E ancora: «Penso negli anni di aver dimostrato che io e l’omofobia viaggiamo in parallelo e non ci incontriamo mai, con Mika a X-Factor abbiamo fatto un sacco di cose contro bullismo e omofobia».

«RENDIAMO COSTRUTTIVA QUESTA BRUTTA PARENTESI»

Infine le scuse e un appello: «Non pensavo che la canzone potesse aver offeso Tiziano, ora che lo so mi sento dire che non era quella l’intenzione e mi dispiace. Cerchiamo di rendere costruttiva questa brutta parentesi, io e Tiziano possiamo fare tante cose assieme per la lotta a omofobia e bullismo».

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