Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale

Mentre i soloni del buongusto passano le serate a vivisezionare l’algoritmo perfetto per esportare una finta modernità nei mercati d’oltreconfine, l’Europa si è risvegliata improvvisamente ai piedi di un 57enne con la dentatura micenea e la chioma color ala di corvo impomatata a specchio. All’Ariston non l’hanno visto arrivare, chiusi nell’ostinata certezza che la musica contemporanea debba coincidere per forza con il pop di plastica dei laboratori discografici. E invece la corona di Sanremo l’ha presa lui, Salvatore Michael Sorrentino, per tutti Sal Da Vinci, un performer d’assalto che ha attraversato le montagne russe di una carriera quarantennale, prima di ingranare la marcia trionfale. E adesso, a ridosso della finalissima di sabato 16 maggio di questo Eurovision Song Contest in crisi reputazionale alla Wiener Stadthalle di Vienna, in diretta su Rai 1, la sua anacronistica ballata sta scompaginando le geometrie dei bookmaker mondiali, ostinati a premiare la proposta della Finlandia con la canzone Liekinheitin, ferma però a metà delle interazioni social italiane.

L’Europa lo incorona, l’Italia intellettuale si barrica nel fastidio

Chi pensava che il fenomeno si sarebbe esaurito sui palchi di provincia dopo lo tsunami digitale di Rossetto e caffè, capace di agganciare gli algoritmi e intercettare le nuove generazioni su TikTok, oggi si ritrova costretto a seguire la delegazione italiana in Austria, dove l’abbronzatura pitonata del cantante sfida sfacciatamente l’incedere delle stagioni, il tempo e financo Carlo Conti. Mentre l’Europa lo incorona a colpi di clic, l’Italia intellettuale si barrica nel fastidio, capitanata dai vari Cazzullo che si sono affrettati a liquidare la sua Per sempre sì come la playlist ideale di un matrimonio camorristico, confezionando una polemica sterile che puzza di pregiudizio e che serve unicamente a nascondere il panico di chi si scopre improvvisamente incapace di interpretare il mercato delle piazze.

Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale

Persino i detrattori canticchiano il motivetto sotto la doccia

Dal palco di Largo Torretta fino alle conferenze viennesi, la replica dello scugnizzo ha infatti rasato al suolo i commentatori: «Chi grida agli stereotipi spesso cerca solo polemica, o forse nasconde un complesso d’inferiorità. Si parla di leoni da tastiera, io li chiamo fanc*zzo». Questa purificazione a colpi di lingua verace ha sancito la definitiva consacrazione a personaggio pubblico totale, trasformando le sue esagerazioni melodiche nel bersaglio preferito della satira nazionale quando Fiorello ha deciso di farne il pezzo forte a La Pennicanza, esasperandone gli eccessi teatrali con affetto goliardico per dimostrare che la partita è vinta, e costringendo persino i detrattori a canticchiare il motivetto sotto la doccia mentre si insaponano.

La trasferta austriaca trasformata in un gigantesco show antropologico

Del resto a Vienna la febbre del sentimento ha invaso le strade ben prima della diretta televisiva, trasformando la trasferta in un gigantesco show antropologico, nel quale il cantante si concede alla folla con genuinità straripante, ballando e cantando sulle scale della metropolitana circondato dai fan in video ormai virali, offrendo sfogliatelle calde ai passanti o improvvisandosi oste nei ristoranti, mentre i meme ironizzano sulla conquista dell’Europa e gli stessi delegati avversari intonano il pezzo nei corridoi del backstage.

Il pubblico dell’arena ha risposto con un’ovazione oceanica

Questa totale assenza di barriere ha espugnato il palco della Wiener Stadthalle durante la prima semifinale, presentata da Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, per un habitat che è di per sé regno indiscusso del kitsch, dei lustrini e dell’esibizionismo sfrenato. Il pubblico dell’arena ha risposto con un’ovazione oceanica, in piedi a ballare e a replicare i tic della coreografia, mettendo le mani sul petto, battendole sul pugno e girandole sull’anulare per imitare il movimento nuziale delle mani.

In scena la celebrazione di un matrimonio tradizionale

La messinscena, curata da Marcello Sacchetta che arruola i professionisti di Amici, vede Francesca Tocca nel ruolo della consorte all’interno di una performance che mette in scena la celebrazione di un matrimonio tradizionale, con i ballerini-testimoni che aiutano lo sposo finché l’action non incontra la sposa davanti all’interprete officiante. Sullo special, quando il ritmo rallenta per la pausa sentimentale, scatta il colpo scenico: dopo un bacio al neo-marito, la ballerina si libera di gonna e strascico che si trasformano con una mossa di ballo acrobatica, alè, in una gigantesca bandiera tricolore, restituendo all’Europa l’esatta Italia fascinosa e amata che ha sempre desiderato consumare.

Ci si ritrova così davanti a un delirio digitale per lo show azzurro (già in finale, dato che lo status è blindato nel club dei “fab four”), che ha monopolizzato il web continentale, superando i 3,5 milioni di visualizzazioni sui canali social della manifestazione, e registrando oltre 36 milioni di stream complessivi, che hanno reso Sal Da Vinci di gran lunga il concorrente più virale dell’edizione.

Se il televoto sovrano dovesse scardinare i freni delle giurie tecniche…

«Non succede, ma se succede» è il mantra che Gabriele Corsi si porta cucito addosso da quella notte miracolosa di Rotterdam, quando i Måneskin andarono a prendersi l’Europa lasciando l’establishment italiano a bocca aperta. Cinque anni dopo, la storia si ripete ma ribalta completamente i connotati estetici: se sabato sera il televoto sovrano dovesse scardinare i freni delle giurie tecniche, i criticoni da salotto dovranno rassegnarsi a salire sul tavolo a ballare la sceneggiata matrimoniale napoletana. E allora sì, accussì, sarà pe’ sempe’ sì.

L’Eurovision delle contestazioni: fischi contro Israele e proteste pro Pal

L’Eurovision Song Contest è partito il 12 maggio a Vienna nonostante le polemiche legate alla partecipazione di Israele, il conseguente ritiro di cinque Paesi, tra cui uno dei Big e la riconsegna del trofeo da parte di Nemo, lo svizzero vincitore dell’edizione del 2024. A contestare la scelta di non escludere Tel Aviv, presentata come apolitica dagli organizzatori, non sono stati solo i partecipanti storici. La serata inaugurale è stata segnata dalle manifestazioni pro Pal, che sono riuscite a farsi spazio anche dentro la Wiener Stadthalle, tra fischi al cantante israeliano e palinsesti alternativi che hanno provato a offuscare la visibilità dell’evento. Un contraccolpo evidente anche nei dati d’ascolto: secondo quanto comunicato da Rai, lo share italiano si è fermato al 10,1 per cento, lontano dal 27 per cento registrato nel 2022, l’anno seguente alla vittoria italiana dei Måneskin.

Le manifestazioni pro Pal a Bruxelles e Vienna

Protagonista delle proteste europee del 12 maggio è stato Bashar Murad, cantautore palestinese che ha cantato a Bruxelles, in occasione dell’evento United for Palestine, una versione in inglese e arabo della canzone di Nina Simone I wish I knew how it would feel to be free (“Mi piacerebbe sapere come ci si sente a essere liberi”). Una scelta carica di significato che si inserisce nella serie di manifestazioni che hanno coinvolto anche Vienna, tra il presidio in Schwedenplatz degli attivisti di Palästina Solidarität Österreich, l’urlo “stop the genocide” che si è sentito nell’arena a pochi secondi dall’esibizione di Noam Bettan, il rappresentante israeliano, e il manifestante pro Pal bloccato sotto il palco. Il palinsesto televisivo sloveno ha proposto invece, nell’orario di messa in onda del contest europeo, una serie di documentari dal titolo Voices of Palestine.

L’Eurovision delle contestazioni: fischi contro Israele e proteste pro Pal
Bandiera palestinese (foto Unsplash).

Il Times parla di uso del palco come strumento di potere

Non è la prima volta che Israele rimane coinvolto nelle polemiche dell’Eurovision. Nel 2025, e anche l’anno precedente, la sua partecipazione era stata oggetto di dibattiti in tutta Europa. Il New York Times, in una recente pubblicazione, ha analizzato come il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia sfruttato la competizione canora per ottenere consensi internazionali e ripulire la reputazione del Paese: il suo governo avrebbe infatti investito circa un milione di dollari in iniziative di marketing, influenzando potenzialmente anche il voto. La testata statunitense ha definito questo approccio una forma di soft power e di propaganda.

Noam Bettan scortato dal Mossad

Il cantante israeliano ha provato a portare sul palco un messaggio di unità che stona però con le profonde divisioni legate alla partecipazione del Paese che rappresenta. E a Vienna non è arrivato da solo: ad accompagnarlo anche durante le prove della performance sono stati agenti del Mossad, una presenza che ha reso l’esibizione blindata, ma che non è riuscita a tenere lontani fischi e cori pro Pal, intonati anche dopo la qualificazione del cantante alla finale di sabato. La canzone presentata da Bettan è in lingua francese: un occhiolino alla dimensione europea del contest che, però, non sembra aver avuto lo stesso impatto simbolico del pezzo bilingue proposto dal palestinese Murad a Bruxelles.

L’Eurovision delle contestazioni: fischi contro Israele e proteste pro Pal
Noam Bettan (foto Ansa).

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi

Settant’anni e non sentirli? Magari fosse così. L’Eurovision Song Contest spegne 70 candeline a Vienna, ma l’aria che tira nella capitale austriaca non somiglia a quella di un compleanno felice. La kermesse che una volta spacciava il sogno di un’Europa unita a colpi di sintetizzatori e coreografie improbabili, oggi si ritrova a gestire un inventario di cocci rotti, defezioni di massa e un imbarazzo istituzionale che neanche quintali di fondotinta riescono a coprire.

Se una “Big Five” se ne va, significa che il meccanismo si è rotto

Il motto è ancora “United by Music”, ma la realtà è che siamo “Divided by War”. Il grande esodo non è una minaccia: è un dato di fatto che ha mutilato il cartellone. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno sbattuto la porta. Il forfait di Madrid è quello che fa più rumore: il Paese oggi governato da Pedro Sánchez non saltava il giro dal 1961. Se una “Big Five” (i soci di maggioranza che staccano gli assegni pesanti assieme a Italia, Francia, Germania e Regno Unito) se ne va, significa che il meccanismo si è rotto definitivamente. La Slovenia rincara la dose: niente canzonette, spazio a “Voices of Palestine”, una serie di documentari che sono il contrappasso perfetto per le paillettes austriache e un ceffone alla presunta a-politicità del contest.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Attivisti con la bandiera della Palestina protestano in Serbia contro la partecipazione di Israele all’Eurovision (foto Ansa).

Ma quale neutralità: la Russia fu fatta fuori, Israele no

Il convitato di pietra, manco a dirlo, è Israele. Mentre a Gaza si muore, a Vienna si canta, ma con le mani legate da un regolamento che trasuda ipocrisia lontano un miglio. L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, si aggrappa al feticcio della “neutralità”, dimenticando però che nel 2022 la Russia è stata fatta fuori in 24 ore per l’invasione dell’Ucraina. Per Tel Aviv, invece, si applica la dottrina dello show must go on a ogni costo. Due pesi, due misure. E una credibilità che cola a picco come un trucco pesante sotto i riflettori.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Il palco dell’Eurovision nel 2021 (foto Unsplash).

Come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica

In questo clima da ultima spiaggia, l’Italia schiera Sal Da Vinci. L’ultimo reduce del melodico partenopeo, fresco di corona sanremese, si presenta con Per sempre sì. Una coreografia da matrimonio che fa sorridere se non fosse che il contesto è tragico. Lui, in conferenza stampa, ha provato a fare il pompiere filosofo: «La musica non ha colori». Un bagno di pace, un palcoscenico per l’eternità. Una narrazione che sposa perfettamente quella della Rai (che trasmette le semifinali del 12 e 14 maggio e la finale di sabato 16 maggio) e del direttore del Prime Time Williams Di Liberatore, che ha parlato di «moral suasion» per includere artisti palestinesi mentre si continua a ballare con chi è nell’occhio del ciclone. Peccato che l’unico conflitto ammesso, secondo loro, sia quello “interiore dell’artista”, come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Sal Da Vinci (foto Ansa).

Dopo gli scandali e le manipolazioni sui voti, si prova a ripulire il marchio

I conduttori italiani dell’edizione 2026 cosa dicono? Elettra Lamborghini prova a credere alla solita favoletta della musica che unisce («Chapeau per chi decide di non partecipare, rinunciando a una grande opportunità»), mentre Gabriele Corsi ammette di invidiare «chi ha solo certezze» (ricordando di essere ambasciatore Unicef per smarcarsi dalla responsabilità). Intanto l’Ebu tenta di salvare il salvabile blindando il giocattolo. Dopo lo scandalo dei voti pilotati a Malmö nel 2024, è scattato lo stop al marketing di Stato finanziato dai governi. Un tentativo disperato di ripulire un marchio che ha perso credibilità dopo i sospetti di manipolazione del 2025, quando il secondo posto israeliano sollevò pesanti dubbi sulla trasparenza dei risultati.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Elettra Lamborghini e Gabriele Corsi durante la presentazione Rai di Eurovision Song Contest 2026 (foto Ansa).

Persino il vincitore svizzero del 2024 ha riconsegnato il trofeo

Ma il muro del dissenso non si abbatte con un algoritmo. Oltre mille artisti, guidati da nomi come Roger Waters, Peter Gabriel, Brian Eno e i Massive Attack, hanno firmato la lettera aperta “No Music for Genocide” che smonta ogni illusione di neutralità. Persino Nemo, vincitore svizzero del 2024, ha riconsegnato il trofeo, denunciando che senza valori le canzoni perdono ogni significato.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Nemo (foto Ansa).

Il silenzio mediatico come strategia di contenimento dei danni

Eppure, il dato più inquietante è che di questa edizione se ne parla pochissimo. Il silenzio mediatico è diventato la vera strategia di contenimento dei danni. Il mainstream ha abbassato il volume, e gli sponsor tremano cercando di vendere un evento “ridotto” e “apolitico” che invece è una polveriera pronta a esplodere. Intanto i bookmaker iniziano a declassare la nostra ballata melodica. L’entusiasmo generale è ai minimi storici.

L’unica cosa bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci

Cosa rimane allora della festa di Vienna? Una diplomazia del pop ridotta in briciole e un festival diventato il simbolo più plastico dell’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Tornare a partecipare 15 anni fa sembrava un’idea bellissima; oggi, vedendo questo spettacolo di sorrisi forzati, l’unica cosa che appare davvero bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci.

Bella ciao e quel partigiano che disturba: da Laura Pausini a Delia

A Bella ciao hanno tolto il partigiano. In diretta su Rai3, dal palco del Concertone del Primo Maggio, è andata in scena l’amputazione definitiva: via il protagonista della Resistenza, dentro un generico e innocuo «essere umano». A firmare il restyling è Delia Buglisi, terza classificata a X Factor 2025, che per «allargare il messaggio» e renderlo attuale rispetto ai conflitti in Ucraina e Gaza, ha finito per sbianchettarlo.

La cronica insofferenza della destra verso l’inno della Resistenza

Una chirurgia linguistica che puzza di capitolazione davanti alla cosiddetta egemonia culturale della destra, ancora ammaccata dal siluramento di Beatrice Venezi dalla Fenice. Operazione utile, a pensar male, per non disturbare la narrazione di chi, come Ignazio La Russa, da sempre ostenta insofferenza verso l’inno della Resistenza. Solo un anno fa, d’altronde, la seconda carica dello Stato reagiva con gesti volgari ai cittadini che glielo intonavano contro, ribadendo di non voler mai cantare un brano considerato divisivo (forse dai nostalgici del Ventennio).

Il gran rifiuto di Laura Pausini

A onor del vero, ben prima della cantautrice siciliana e sul palco virtuale di YouTube era stato Povia – sì, Povia – a riscrivere Bella Ciao trasformandola in Italia ciao, con l’intento sovranista di mettere in guardia gli incauti connazionali dal «nuovo Hitler» che siede a Bruxelles.

Va detto che riuscire a fare peggio della Solarolo girl non era un’impresa facile, ma il sorpasso a destra è avvenuto. Se nel settembre 2022 Laura Pausini, ospite del programma tv spagnolo El Hormiguero, scappava dal microfono dichiarando di non voler intonare canzoni politiche per evitare strumentalizzazioni, la debuttante siciliana ha preferito purgare il testo, togliendo il confine tra chi libera e chi occupa. Perché la locuzione «essere umano», nella sua accezione più vasta e vuota, comprende per definizione anche l’invasore. 

Le reazioni sono state un coro di sdegno. Alessandro Gassmann ha inchiodato la questione sui social: «Il partigiano non è un qualsiasi essere umano. È un essere umano che, rischiando e a volte perdendo la propria vita, ti ha ridato la libertà». Gli ha fatto eco Veronica Gentili, conduttrice de Le Iene, che ha “sgridato” la cantante siciliana ricordando che «partigiano ed essere umano sono due parole molto diverse: il partigiano sceglie, si schiera, prende parte, ed è pronto a soccorrere chi ne ha bisogno, a differenza dell’umanità generica».

Il tentativo di trasformare la Resistenza in una serie Netflix

Il tempismo di questa pulizia del verso, d’altronde, fa pensare. Mentre in piazza San Giovanni si celebrava la versione light della canzone simbolo della Liberazione, nelle strade di Milano, un paio di giorni prima, tornava la liturgia nera per Sergio Ramelli, con centinaia di braccia tese e il rito del “presente!”. In questo clima di riabilitazione strisciante, la scelta di Delia appare come un assist perfetto al revisionismo che vuole trasformare la Resistenza in un ricordo sbiadito, stile serie Netflix La casa di carta. E pensare che la settimana della cantante era iniziata con uno “schiaffo” ricevuto nel salotto di Fabio Fazio. Sul Nove, a Che Tempo Che Fa, il cerimoniale l’aveva lasciata in piedi, congedandola con un poco elegante «non c’è posto per tutte», mentre le colleghe Levante e Serena Brancale prendevano posto al Tavolo. Invece di ribellarsi a quella cafonaggine, l’ex talent ha preferito rifarsi sul simbolo della Libertà. Bella ciao, partigiano. Sei diventato un ingombro per chi ha deciso di sacrificare la verità sull’altare degli attuali “padroni” di casa.

Bella ciao e quel partigiano che disturba: da Laura Pausini a Delia
Levante, Serena Brancale e Delia durante il concerto del Primo Maggio (Ansa).

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica

Alla fine, la pallottola si sarà arrugginita davvero, come diceva lui con quella sua ironia ruvida da scoglio genovese, o forse quel muscolo stanco ha deciso che 91 anni di rintocchi fossero abbastanza per chi aveva visto tutto. Gino Paoli se n’è andato martedì, portandosi via l’ultimo soffitto viola di una stanza che adesso, per davvero, non ha più pareti. Ma per misurare la statura di questo gigante che ha dato respiro alla canzone d’autore, non si può procedere per compartimenti stagni: il poeta che scriveva di sesso tra le lenzuola di un bordello è lo stesso uomo che, 30 anni dopo si sarebbe trovato tra i banchi del politichese con lo sguardo perso di chi cerca un accordo tra i commessi in livrea.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica

Le sirene del Pci e la frustrazione della politica

Lui, che era un anarchico per eredità genetica («il gene l’ho preso da mio nonno, che era analfabeta, ma conosceva a memoria gli scritti dell’anarchico Carlo Cafiero e le canzoni di Pietro Gori», raccontava) eccolo nel 1987 eletto nella circoscrizione Napoli-Caserta, sedotto dal canto delle sirene dei colonnelli del Pci, Occhetto e D’Alema. E dato che a 50 anni aveva già vissuto tre vite e ne aveva schivata una quarta per un millimetro di piombo, ci era cascato come un ingenuo. Una volta in Parlamento, aderì al Gruppo della Sinistra Indipendente, perché la tessera in tasca non l’aveva mai voluta: si immaginava di portare la bellezza nelle carceri e la musica nelle scuole, di scardinare il silenzio delle istituzioni con la forza delle idee. Lo spedirono, invece, dritto in commissione Trasporti. Il cantore di Una lunga storia d’amore a discutere di scartamenti ferroviari e vagoni letto. «Una frustrazione mostruosa», la definì, il contrappasso perfetto per un uomo che non aveva mai accettato orari né binari prestabiliti.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli in Parlamento (Ansa).

Quel consiglio a Beppe Grillo rimasto inascoltato

Uscì da quel “disgusto” istituzionale nel ’92, per non tornarci più, se non per l’esperienza asfittica di assessore ad Arenzano, per mano del cognato, dove capì che i meccanismi del potere sono identici, sia che si tratti di una nazione che di un condominio. Da qui l’ammonimento accorato all’amico di sempre, Beppe Grillo, a cui provò a sbarrare la strada del Movimento 5 stelle prima ancora che nascesse. In una riunione quasi carbonara con Renzo Piano, Arnaldo Bagnasco e sua moglie, cercò di spiegargli che la politica, se affrontata con la mentalità del poeta o del comico, finisce per essere «una fregatura enorme».

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Beppe Grillo, Gino Paoli e Don Gallo (Ansa).

La sua vera militanza fu quella della scuola genovese

La politica, in fondo, per Gino, era stata una delle tante amanti amate tanto e lasciate in fretta. La sua vera militanza era altrove, in quel quartiere della Foce di Genova dove con Tenco, De André, Bindi e Lauzi, aveva inventato una “comune artistica”, quella della scuola genovese, una fratellanza di naufraghi del perbenismo che masticava Brassens e jazz mentre l’Italia democristiana sognava ancora le rime cuore-amore. Un sodalizio fatto di genio e di strappi violenti, come quello con Tenco, rotto per colpa di una donna e mai più ricucito: «Il mio rimorso è che senza questo litigio sarei stato accanto a lui la sera in cui si è sparato, e forse sarei riuscito ad impedirglielo», confessava con quella malinconia che solo chi è sopravvissuto a se stesso può permettersi.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli (Ansa).

Gli amori folli, gli eccessi e le rinascite

Perché Paoli è stato l’uomo degli eccessi e delle rinascite: dalla prima mano tesa di Mogol alla voce di Mina che svelava la magia di un amplesso, fino a quel successo di Sapore di sale che lo rese «stronzo» e divo, prima del buio della depressione. Storia e leggenda: per una delle sue donne si sparò quella famosa rivoltellata al cuore. La sua prima politica, quella dei sensi, l’aveva scaraventato nel groviglio di un’Italia che ancora arrossiva per un bacio. Ma per un anarco-comunista della sua stazza, l’erotismo restava l’unica forma di coerenza, e la sua vita sentimentale è stata un incendio appiccato su più fronti. Dopo la prima moglie, Anna Fabbri, da cui ebbe Giovanni, perso prematuramente lo scorso anno, nel ’61 l’incontro con Ornella Vanoni accese un corpo a corpo di spartiti e desideri. Per lei scrisse Senza fine, Che cosa c’è, Anche se, trasformando una passione tormentata nella colonna sonora di una nazione che scopriva la carnalità. Eppure, nemmeno il magnetismo della Signora della musica italiana bastava a placare quella fame di vita. L’anno seguente si scontrò con il terremoto Stefania Sandrelli, allora ancora minorenne: un amore folle che oggi scatenerebbe i tribunali della morale, da cui nacque Amanda e che l’attrice, decenni dopo, avrebbe liquidato come ammirazione sconfinata.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli e Ornella Vanoni ospiti a Che tempo che fa di Fabio Fazio (Imagoeconomica).

Il legame senza fine con Ornella Vanoni

Paoli, in fondo, viveva le sue donne come viveva le note, con la stessa urgenza, fino all’incontro con Paola Penzo, la compagna e autrice che per 50 anni gli è rimasta al fianco e gli ha dato altri tre figli, Nicolò, Tommaso e Francesco. Ma il filo con la Vanoni è rimasto teso fino all’ultimo respiro. Nati a 24 ore di distanza, sono rimasti incastrati in un gioco del fato che li ha visti andarsene a soli quattro mesi di distanza. Lei si è spenta il 21 novembre scorso, stroncata da quel cuore che aveva cantato per una vita intera. Paoli l’aveva salutata con un’immagine in bianco e nero e un cuore nero sui social: nient’altro, perché tra loro le parole erano finite da un pezzo, sostituite da una complicità che li aveva riportati insieme sul palco per quel tour della memoria che sapeva di bilanci e sigarette. Prima che la morte interrompesse i giochi, stavano lavorando a un nuovo brano inedito, l’ultimo sigillo di una storia che li ha voluti immensi e senza fine.

È morto Gino Paoli

È morto a 91 anni Gino Paoli. La notizia è stata diffusa dalla famiglia del cantautore, chiedendo «la massima riservatezza» in un momento così delicato. Nato nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli ha fatto la storia della musica italiana: suoi i brani Il cielo in una stanza, La gatta, Che cosa c’è, Senza fine, Sapore di sale, Una lunga storia d’amore e Quattro amici.

È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli
È morto Gino Paoli

Referendum, non solo Sal Da Vinci: ecco le colonne sonore del Sì e del No

Con l’avvicinarsi della data del referendum sulla riforma della magistratura, si moltiplicano gli appelli. No, non stiamo parlando solo di quelli social et orbi dei testimonial vip dei due fronti, i vari Montanari, Gratteri, Di Pietro, Bartolozzi e compagnia cantante. Ma anche quelli dei semplici cittadini. Se Giorgia Meloni ha sfoderato come arma neomelodica la sanremese Per sempre sì di Sal Da Vinci, ecco qualche consiglio di variazione sul tema. Agli indecisi non resta che affidarsi a un Fiorello d’annata.

Possibili colonne sonore per i sostenitori del Sì:

Stupendo di Vasco Rossi (occhio però a tagliarla al momento giusto visto che il testo recita: «Sì stupendo! Mi viene il vomito»).

Domenico Modugno, Sì sì sì

Pooh, Dimmi di sì

Lucio Battisti, Il tempo di morire (in questo caso si gioca sulla negazione: «Non dire no»…)

Boomdabash e Loredana Bertè, Non di dico no (come sopra, sempre per negazione)

Lucio Battisti, Sì viaggiare

Possibili colonne sonore per i sostenitori del No

Amy Winehouse, Rehab («They tried to make me go to rehab but I said ‘no, no, no’»).

Ringo Starr, No-No Song

Scott McKenzie, No, No, No, No, No

Dawn Penn, No, no no

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

C’è un momento esatto in cui capisci di aver perso. Non quando, dopo un rosario di buoni propositi, cedi e accendi la tivù. Ma quando, mezz’ora dopo aver deciso di non farlo, guardi il telefono e Sanremo è già lì: nei tweet, nelle storie, nei titoli, nelle analisi di chi magari sa poco nulla di musica ma conosce alla perfezione l’algoritmo.

Il Festival non ha più bisogno del televisore per colonizzarti

Per evitarlo dovresti spegnere tutto. Smartphone compreso. Un gesto estremo, quasi antisociale: rischio di sindrome da abbandono, vertigine da isolamento, sospetto di essere sparito dal consesso umano. Così, che lo si guardi oppure no, il Festival ineluttabilmente lo si subisce. Questa è la sua vera mutazione antropologica: non ha più bisogno del televisore per colonizzarti. Gli basta un inciampo, una gaffe, un abito azzardato, una lacrima calibrata male, un microfono ammutolito, la stecca di un cantante, e la macchina distributiva entra in funzione.

Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
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Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori
Sanremo si nutre di indignazione e ti bracca anche se tu lo ignori

Sanremo è diventato un flusso che si consuma ovunque

Quest’anno la prima serata ha registrato un calo di ascolti. Una volta sarebbe stato un segnale. Oggi è un dettaglio statistico. Lo share misura chi guarda la televisione, non chi consuma Sanremo. E Sanremo ormai si consuma ovunque: nei giornali che lo anticipano e lo commentano, nei podcast che lo smontano, nei talk che lo riciclano. Vive di frammenti, clip, citazioni, polemiche. Non è più un programma, è un flusso.

Quello che una volta era solo spettacolo è diventato un organismo dotato di metabolismo autonomo. Assorbe qualsiasi cosa, critica compresa, e la restituisce sotto forma di contenuto digeribile. Anzi: la critica è il suo concime preferito. Ogni articolo che ne denuncia la sgradevolezza o l’eccesso contribuisce ad accrescerne la centralità. Il Festival prospera nell’indignazione come nel consenso.

Cassa armonica permanente: la notizia è l’eco che viene prodotto fuori

Durante la settimana sanremese la gerarchia dei media si rovescia con docile devozione. I programmi diventano ancelle, i quotidiani glossatori, i siti internet stenografi del rumore digitale. Non raccontano l’evento, lo amplificano. La notizia non è ciò che accade sul palco, ma l’eco che produce fuori. È una cassa armonica permanente.

La contaminazione, da cifra stilistica, è diventata processo industriale. Non più gara canora ma contenitore emotivo, seduta collettiva di autoanalisi generazionale. La canzone è il pretesto necessario, non il centro. Si discute del messaggio, del sottotesto, dell’ospite simbolico, della battuta riuscita o fallita, di Andrea Pucci che magari a sorpresa potrebbe tornare sui suoi passi così da rendere il clima meno soporifero.

Negli anni lo spettacolo è diventato un esame di cittadinanza culturale

La musica resta sullo sfondo, come un dettaglio tecnico, spesso figlia di un destino segnato dalla sua banalità o bruttezza dove cuore, anche nelle sue declinazioni più tragiche o stralunate, fa sempre rima con amore. Negli anni Sanremo è diventato un esame di cittadinanza culturale. Puoi dichiararti immune, puoi ironizzare, puoi perfino disertare. Ma prima o poi ne parli. E nel momento stesso in cui accade – come sto facendo io adesso – lui certifica la sua vittoria. Non è un festival. È una repubblica. E noi siamo suoi elettori permanenti, anche quando disertiamo le urne o votiamo scheda bianca.

Welo, chi è il cantante del jingle di Sanremo 2026

Il pubblico ha imparato a conoscerlo come il ragazzo con la valigia durante Sanremo Giovani. Welo, nome d’arte del salentino Manuel Mariano, non è riuscito a conquistare uno dei due posti disponibili fra le Nuove Proposte (tra cui ci saranno Angelica Bove e Nicolò Filippucci), ma ha trovato comunque un suo posto al Festival. La sua Emigrato è infatti stata selezionata per il jingle del Festival 2026: sarà una rielaborazione, in chiave sanremese, del brano con cui ha partecipato alla selezione di Sanremo Giovani spingendosi fino alla finale Sarà Sanremo. La voce e la musica dell’artista leccese saranno in tutte le case degli appassionati per tutte le cinque serate della kermesse.

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Chi è Welo, salentino autore del jingle di Sanremo 2026

Welo, chi è il cantante del jingle di Sanremo 2026
Welo durante le registrazioni di Sanremo Giovani 2025 (Ansa)

Al secolo Manuel Mariano, Welo è nato in Salento nel 1999 e nel tacco d’Italia ha trascorso anche la sua adolescenza e prima parte di carriera. Avvicinatosi giovanissimo al rap e alle sonorità dell’urban tanto da fondare nel 2017 il collettivo 23.7. Cinque anni dopo ha deciso tuttavia di intraprendere un percorso come solista incidendo il brano Pass e aprendo una nuova fase artistica della sua carriera. Da allora hanno fatto seguito diverse canzoni fino alla svolta nel 2023 con Malessere, traccia che lo ha consacrato come voce emergente di riferimento nel settore. Caratterizzata da temi molto vicini all’attualità, la sua musica è una cronaca sociale della sua generazione, che ogni giorno deve trovare spazio tra precarietà e voglia di riscatto.

La consacrazione è arrivata invece nel 2024 con l’uscita del primo Ep, Welo WE 23, in cui ha riaccolto il percorso degli ultimi anni. Nel disco sono presenti anche collaborazioni con Enzo Dong e Mikush. A settembre dello stesso anno un altro passo in avanti con il featuring My Boo con Guè. E nel 2025 l’approdo a Sanremo Giovani con Emigrato, intriso di spaccati di vita quotidiana: ci sono i valori tramandati dai nonni, il vino come emblema di convivialità e unione e il lavoro nero come una piaga purtroppo quotidiana.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič

Una giovane donna di modestissime origini contadine ha sposato il figlio, più anziano di lei, di un ricco proprietario terriero di Mcensk, piccolo centro agricolo, sperduto nell’immensa pianura sarmatica a sud di Mosca. Oppressa dalla noia e tormentata dall’inappagamento sessuale, la giovane si lascia sedurre da un bracciante ingaggiato dal suocero e precipita in un gorgo di torrido erotismo ed efferati delitti. Dapprima uccide il suocero – che peraltro meditava di sostituirsi al figlio nell’espletamento dei doveri coniugali – aggiungendo veleno per topi ai funghi che gli aveva cucinato; quindi, strangola il marito con l’aiuto dell’amante, con il quale decide di sposarsi dopo avere nascosto in cantina il corpo dell’ultima vittima. Durante la cerimonia nuziale, un contadino ubriaco in cerca di altro vino scopre il cadavere e avverte la polizia, che arresta gli assassini. Nell’ultimo atto, i due fanno parte di una colonna di condannati in cammino verso la Siberia. Durante una pausa, lei scopre che l’uomo a cui si è unita ha avviato una relazione con un’altra prigioniera. Disperata, la uccide gettandola in un fiume sulle cui rive la colonna si è fermata per la notte, e la segue trovando la morte nelle acque gelide e oscure.

Sara Jakubiak protagonista della Lady Macbeth scaligera

In questa ottocentesca storiaccia di cronaca nera, tipicamente russa nell’ambientazione e nei personaggi, universale nelle sue tragiche coordinate, si troveranno immersi il 7 dicembre i circa 2 mila spettatori che raggiungeranno la sala del Piermarini a Milano e il pubblico televisivo che assisterà alla diretta dello spettacolo inaugurale della stagione del Teatro alla Scala, alle 18 su Rai1 (e sarà interessante verificare la mattina dopo gli ascolti). La parte dell’eroina eponima è affidata al soprano americano di origine polacca Sara Jakubiak, alla sua seconda prova in Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, indiscusso capolavoro di Dmitrij Šostakovič. Intorno a lei, un folto cast quasi tutto al maschile nel quale figurano molti interpreti russi, che quindi canteranno nella madrelingua essendo l’opera allestita in versione originale: Alexander Roslavets nella parte del suocero, Yevgeny Akimov in quella del marito, Najmiddin Mavlyanov in quella dell’amante, Elena Maximova in quella di Sonetka, ultima vittima di Katerina Izmajlova. Sul podio, per l’ultima volta in occasione del Sant’Ambrogio scaligero, salirà Riccardo Chailly; regia teatrale del moscovita Vasily Barkhatov, con cui collaborano lo scenografo bielorusso Zinovy Margolin e la costumista di Leningrado Olga Shaishmelashvili.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).

La lettura «tragico-satirica» del giovane Šostakovič

Il soggetto, forse almeno in parte ispirato a fatti realmente accaduti, deriva dall’omonimo racconto di Nikolaj Leskov (1831-1895) pubblicato in Russia nel 1865 ma ancora molto popolare 60 anni più tardi, anche grazie a un film muto di buon successo uscito nel 1926, intitolato Katerina Izmajlova. Šostakovič si occupò personalmente della stesura del libretto insieme ad Aleksandr Prejs, che aveva collaborato con lui anche per il lavoro precedente, Il naso, dal racconto di Gogol’. Sulla storia e sulle sue scelte nel modo di trattarla, il musicista di Leningrado, nato nel 1906 e quindi molto giovane all’epoca della composizione, aveva le idee chiare, espresse mentre ancora stava lavorando alla partitura in un articolo pubblicato sul periodico Sovetskoe iskusstvo nell’ottobre del 1932 (lo si può leggere nella fondamentale monografia di Franco Pulcini, Edt, 1988, nuova edizione 2021). «L’opera è per me tragica. Direi che la si potrebbe definire tragico-satirica. Anche se Katerina L’vovna è un’omicida – assassina infatti il marito e il suocero – ho per lei simpatia. Mi sono preoccupato di dare a tutti gli avvenimenti che la circondano un oscuro carattere satirico. Il termine “satirico” non è certo da intendersi nel suo significato di “ridicolo, canzonatorio”. Al contrario: con la Lady Macbeth mi sono preoccupato di creare un’opera che sia una satira larvata e, gettando la maschera, obblighi a odiare lo spaventoso arbitrio e i soprusi della classe dei commercianti».

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Dmitrij Šostakovič.

I personaggi maschili costituiscono una platea violenta e insensibile

Musicalmente, questa visione si riflette nel fatto che l’unico personaggio al quale Šostakovič affida una gamma espressiva completa, che passa dal lirismo alla tragicità, con una scrittura vocale comunque sempre tesa e tagliente, è appunto quello della protagonista, che delinea una sorta di disperata accettazione del male all’insegna di un pessimismo crescente. Attorno a lei, i numerosi personaggi maschili costituiscono una sorta di platea insensibile e violenta, interessata e meschina, che assiste alla tragedia annunciata di Katerina e la provoca come conseguenza del soddisfacimento delle proprie aspirazioni, siano esse erotiche o di ruolo sociale. E questo si concretizza in linee di canto frante, non di rado caricaturali nel ricorso a linguaggi musicali estranei di effetto paradossale, spesso volutamente insignificanti, in uno spiazzante mix di ritmi di danza “leggeri”, allusioni jazzistiche, intrusioni di temi popolari, citazioni dotte.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).

Il disallineamento dello strumentale rispetto alla drammaturgia

Come accade in Wozzeck, il capolavoro espressionista di Alban Berg – rappresentato a Leningrado nel 1927 e apprezzatissimo da Šostakovič – l’orchestra ha un ruolo fondamentale. Al proposito, il critico musicale Rubens Tedeschi arrivava a considerare che l’intera partitura, con la sua drammaturgia spiazzante e desolante, si possa in fondo considerare una sorta di Sinfonia in quattro movimenti, l’ultimo dei quali, il quarto atto, ha la stessa cifra espressiva di cupo pessimismo che permea il celebre Adagio lamentoso che conclude la Patetica di Cajkovskij. Lo strumentale ha compiti molteplici, volutamente non di rado disallineati rispetto alla drammaturgia, secondo la concezione che il grande regista cinematografico Sergej Ėjzenštejn aveva della musica nei film, affermando la necessità del contrasto più che quella della sottolineatura delle situazioni. È questa la funzione che assumono non soltanto la maggior parte degli straordinari Interludi orchestrali posti a separare le scene all’interno degli atti, pagine cruciali per delineare il clima rappresentativo e allo stesso tempo per affermare il suo sovvertimento musicale, ma anche molti accompagnamenti. In essi, la “descrizione” di quel che avviene in scena delinea una “interpretazione” non necessariamente coerente rispetto alla narrazione del momento, anche in questi casi spesso grazie all’adozione di linguaggi estranei alla tradizione melodrammatica classica e russa.

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Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).

Quel ‘naturalismo’ così sgradito ai censori staliniani

Quanto al “naturalismo” del linguaggio musicale, così sgradito ai censori staliniani e così determinante nella cifra espressiva dell’opera, è inevitabile citare la scena di seduzione alla fine del primo atto. Qui i “glissando” dei tromboni – dentro alle frenetiche accelerazioni del resto dello strumentale – diventano protagonisti di quella che è forse la più sbalorditiva “rappresentazione sonora” di un rapporto sessuale di selvaggia intensità.

Il dettaglio fu naturalmente denunciato nel famigerato articolo pubblicato dalla Pravda il 28 gennaio 1936, che sancì la sparizione dell’opera dai palcoscenici russi: «Il compositore di Lady Macbeth è stato costretto a prendere in prestito dal jazz la sua musica nervosa, convulsa e spasmodica per conferire “passione” ai suoi personaggi». E subito dopo: «La musica starnazza, grugnisce, ringhia e si soffoca per esprimere le scene d’amore nel modo più naturalistico possibile». Descrizioni paradossalmente precise dentro a una totale incomprensione critica.

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Josif Stalin (Ansa).

L’eredità di Musorgskij e l’omaggio alle cupe profezie del Boris Godunov

Novant’anni dopo, considerata nella prospettiva del teatro per musica del XX secolo, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk appare come una formidabile elaborazione e allo stesso tempo un affascinante superamento dell’espressionismo tedesco, un’invenzione modernista di originalità perfino sconcertante, della quale è ingrediente fondamentale anche la riflessione sull’eredità del più grande e visionario operista russo dell’Ottocento, Modest Musorgskij. Alle cupe profezie e al pessimismo sui destini del popolo russo di cui è imbevuto il suo Boris Godunov (della cui partitura non casualmente Šostakovič avrebbe approntato pochi anni più tardi una revisione) tutto il quarto atto della Lady, con i suoi foschi cori di forzati e la disperazione della protagonista, rende omaggio con dolorosa poesia, lontana da qualsiasi barlume di speranza.

Tragedia, sesso e modernismo: viaggio nel capolavoro di Šostakovič
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