Il pubblico ha imparato a conoscerlo come il ragazzo con la valigia durante Sanremo Giovani. Welo, nome d’arte del salentino Manuel Mariano, non è riuscito a conquistare uno dei due posti disponibili fra le Nuove Proposte (tra cui ci saranno Angelica Bove e Nicolò Filippucci), ma ha trovato comunque un suo posto al Festival. La sua Emigratoè infatti stata selezionata per il jingle del Festival 2026: sarà una rielaborazione, in chiave sanremese, del brano con cui ha partecipato alla selezione di Sanremo Giovani spingendosi fino alla finale Sarà Sanremo. La voce e la musica dell’artista leccese saranno in tutte le case degli appassionati per tutte le cinque serate della kermesse.
Chi è Welo, salentino autore del jingle di Sanremo 2026
Welo durante le registrazioni di Sanremo Giovani 2025 (Ansa)
Al secolo Manuel Mariano, Welo è nato in Salento nel 1999 e nel tacco d’Italia ha trascorso anche la sua adolescenza e prima parte di carriera. Avvicinatosi giovanissimo al rap e alle sonorità dell’urban tanto da fondare nel 2017 il collettivo 23.7. Cinque anni dopo ha deciso tuttavia di intraprendere un percorso come solista incidendo il brano Pass e aprendo una nuova fase artistica della sua carriera. Da allora hanno fatto seguito diverse canzoni fino alla svolta nel 2023 con Malessere, traccia che lo ha consacrato come voce emergente di riferimento nel settore. Caratterizzata da temi molto vicini all’attualità, la sua musica è una cronaca sociale della sua generazione, che ogni giorno deve trovare spazio tra precarietà e voglia di riscatto.
La consacrazione è arrivata invece nel 2024 con l’uscita del primo Ep, Welo WE 23, in cui ha riaccolto il percorso degli ultimi anni. Nel disco sono presenti anche collaborazioni con Enzo Dong e Mikush. A settembre dello stesso anno un altro passo in avanti con il featuring My Boo con Guè. E nel 2025 l’approdo a Sanremo Giovani con Emigrato, intriso di spaccati di vita quotidiana: ci sono i valori tramandati dai nonni, il vino come emblema di convivialità e unione e il lavoro nero come una piaga purtroppo quotidiana.
Una giovane donna di modestissime origini contadine ha sposato il figlio, più anziano di lei, di un ricco proprietario terriero di Mcensk, piccolo centro agricolo, sperduto nell’immensa pianura sarmatica a sud di Mosca. Oppressa dalla noia e tormentata dall’inappagamento sessuale, la giovane si lascia sedurre da un bracciante ingaggiato dal suocero e precipita in un gorgo di torrido erotismo ed efferati delitti. Dapprima uccide il suocero – che peraltro meditava di sostituirsi al figlio nell’espletamento dei doveri coniugali – aggiungendo veleno per topi ai funghi che gli aveva cucinato; quindi, strangola il marito con l’aiuto dell’amante, con il quale decide di sposarsi dopo avere nascosto in cantina il corpo dell’ultima vittima. Durante la cerimonia nuziale, un contadino ubriaco in cerca di altro vino scopre il cadavere e avverte la polizia, che arresta gli assassini. Nell’ultimo atto, i due fanno parte di una colonna di condannati in cammino verso la Siberia. Durante una pausa, lei scopre che l’uomo a cui si è unita ha avviato una relazione con un’altra prigioniera. Disperata, la uccide gettandola in un fiume sulle cui rive la colonna si è fermata per la notte, e la segue trovando la morte nelle acque gelide e oscure.
Sara Jakubiak protagonista della Lady Macbeth scaligera
In questa ottocentesca storiaccia di cronaca nera, tipicamente russa nell’ambientazione e nei personaggi, universale nelle sue tragiche coordinate, si troveranno immersi il 7 dicembre i circa 2 mila spettatori che raggiungeranno la sala del Piermarini a Milano e il pubblico televisivo che assisterà alla diretta dello spettacolo inaugurale della stagione del Teatro alla Scala, alle 18 su Rai1 (e sarà interessante verificare la mattina dopo gli ascolti). La parte dell’eroina eponima è affidata al soprano americano di origine polacca Sara Jakubiak, alla sua seconda prova in Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, indiscusso capolavoro di Dmitrij Šostakovič. Intorno a lei, un folto cast quasi tutto al maschile nel quale figurano molti interpreti russi, che quindi canteranno nella madrelingua essendo l’opera allestita in versione originale: Alexander Roslavets nella parte del suocero, Yevgeny Akimov in quella del marito, Najmiddin Mavlyanov in quella dell’amante, Elena Maximova in quella di Sonetka, ultima vittima di Katerina Izmajlova. Sul podio, per l’ultima volta in occasione del Sant’Ambrogio scaligero, salirà Riccardo Chailly; regia teatrale del moscovita Vasily Barkhatov, con cui collaborano lo scenografo bielorusso Zinovy Margolin e la costumista di Leningrado Olga Shaishmelashvili.
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).
La lettura «tragico-satirica» del giovane Šostakovič
Il soggetto, forse almeno in parte ispirato a fatti realmente accaduti, deriva dall’omonimo racconto di Nikolaj Leskov (1831-1895) pubblicato in Russia nel 1865 ma ancora molto popolare 60 anni più tardi, anche grazie a un film muto di buon successo uscito nel 1926, intitolato Katerina Izmajlova. Šostakovič si occupò personalmente della stesura del libretto insieme ad Aleksandr Prejs, che aveva collaborato con lui anche per il lavoro precedente, Il naso, dal racconto di Gogol’. Sulla storia e sulle sue scelte nel modo di trattarla, il musicista di Leningrado, nato nel 1906 e quindi molto giovane all’epoca della composizione, aveva le idee chiare, espresse mentre ancora stava lavorando alla partitura in un articolo pubblicato sul periodico Sovetskoe iskusstvo nell’ottobre del 1932 (lo si può leggere nella fondamentale monografia di Franco Pulcini, Edt, 1988, nuova edizione 2021). «L’opera è per me tragica. Direi che la si potrebbe definire tragico-satirica. Anche se Katerina L’vovna è un’omicida – assassina infatti il marito e il suocero – ho per lei simpatia. Mi sono preoccupato di dare a tutti gli avvenimenti che la circondano un oscuro carattere satirico. Il termine “satirico” non è certo da intendersi nel suo significato di “ridicolo, canzonatorio”. Al contrario: con la Lady Macbeth mi sono preoccupato di creare un’opera che sia una satira larvata e, gettando la maschera, obblighi a odiare lo spaventoso arbitrio e i soprusi della classe dei commercianti».
Dmitrij Šostakovič.
I personaggi maschili costituiscono una platea violenta e insensibile
Musicalmente, questa visione si riflette nel fatto che l’unico personaggio al quale Šostakovič affida una gamma espressiva completa, che passa dal lirismo alla tragicità, con una scrittura vocale comunque sempre tesa e tagliente, è appunto quello della protagonista, che delinea una sorta di disperata accettazione del male all’insegna di un pessimismo crescente. Attorno a lei, i numerosi personaggi maschili costituiscono una sorta di platea insensibile e violenta, interessata e meschina, che assiste alla tragedia annunciata di Katerina e la provoca come conseguenza del soddisfacimento delle proprie aspirazioni, siano esse erotiche o di ruolo sociale. E questo si concretizza in linee di canto frante, non di rado caricaturali nel ricorso a linguaggi musicali estranei di effetto paradossale, spesso volutamente insignificanti, in uno spiazzante mix di ritmi di danza “leggeri”, allusioni jazzistiche, intrusioni di temi popolari, citazioni dotte.
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).
Il disallineamento dello strumentale rispetto alla drammaturgia
Come accade in Wozzeck, il capolavoro espressionista di Alban Berg – rappresentato a Leningrado nel 1927 e apprezzatissimo da Šostakovič – l’orchestra ha un ruolo fondamentale. Al proposito, il critico musicale Rubens Tedeschi arrivava a considerare che l’intera partitura, con la sua drammaturgia spiazzante e desolante, si possa in fondo considerare una sorta di Sinfonia in quattro movimenti, l’ultimo dei quali, il quarto atto, ha la stessa cifra espressiva di cupo pessimismo che permea il celebre Adagio lamentoso che conclude la Patetica di Cajkovskij. Lo strumentale ha compiti molteplici, volutamente non di rado disallineati rispetto alla drammaturgia, secondo la concezione che il grande regista cinematografico Sergej Ėjzenštejn aveva della musica nei film, affermando la necessità del contrasto più che quella della sottolineatura delle situazioni. È questa la funzione che assumono non soltanto la maggior parte degli straordinari Interludi orchestrali posti a separare le scene all’interno degli atti, pagine cruciali per delineare il clima rappresentativo e allo stesso tempo per affermare il suo sovvertimento musicale, ma anche molti accompagnamenti. In essi, la “descrizione” di quel che avviene in scena delinea una “interpretazione” non necessariamente coerente rispetto alla narrazione del momento, anche in questi casi spesso grazie all’adozione di linguaggi estranei alla tradizione melodrammatica classica e russa.
Le prove di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk al Teatro alla Scala (Ansa).
Quel ‘naturalismo’ così sgradito ai censori staliniani
Quanto al “naturalismo” del linguaggio musicale, così sgradito ai censori staliniani e così determinante nella cifra espressiva dell’opera, è inevitabile citare la scena di seduzione alla fine del primo atto. Qui i “glissando” dei tromboni – dentro alle frenetiche accelerazioni del resto dello strumentale – diventano protagonisti di quella che è forse la più sbalorditiva “rappresentazione sonora” di un rapporto sessuale di selvaggia intensità.
Il dettaglio fu naturalmente denunciato nel famigerato articolo pubblicato dalla Pravda il 28 gennaio 1936, che sancì la sparizione dell’opera dai palcoscenici russi: «Il compositore di Lady Macbeth è stato costretto a prendere in prestito dal jazz la sua musica nervosa, convulsa e spasmodica per conferire “passione” ai suoi personaggi». E subito dopo: «La musica starnazza, grugnisce, ringhia e si soffoca per esprimere le scene d’amore nel modo più naturalistico possibile». Descrizioni paradossalmente precise dentro a una totale incomprensione critica.
Josif Stalin (Ansa).
L’eredità di Musorgskij e l’omaggio alle cupe profezie del Boris Godunov
Novant’anni dopo, considerata nella prospettiva del teatro per musica del XX secolo, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk appare come una formidabile elaborazione e allo stesso tempo un affascinante superamento dell’espressionismo tedesco, un’invenzione modernista di originalità perfino sconcertante, della quale è ingrediente fondamentale anche la riflessione sull’eredità del più grande e visionario operista russo dell’Ottocento, Modest Musorgskij. Alle cupe profezie e al pessimismo sui destini del popolo russo di cui è imbevuto il suo Boris Godunov(della cui partitura non casualmente Šostakovič avrebbe approntato pochi anni più tardi una revisione) tutto il quarto atto della Lady, con i suoi foschi cori di forzati e la disperazione della protagonista, rende omaggio con dolorosa poesia, lontana da qualsiasi barlume di speranza.
Rob è la vincitrice di X Factor 2025. Vera e propria underdog dell’edizione, era partita in sordina ma si è fatta notare con il suo stile pop-punk serata dopo serata, conquistando i favori dei giudici e del pubblico da casa, che con il televoto non ha avuto più dubbi. La 20enne siciliana della provincia di Catania si è piazzata davanti a eroCaddeo – il più ascoltato su Spotify – e Delia, aggiudicandosi anche un contratto con il colosso Warner. Solo quarto PierC, indicato da settimane come vincitore annunciato. Con Rob sale sul gradino più alto del podio anche Paola Iezzi, che l’ha accompagnata nel cammino come coach e mentore. «È stata fondamentale, fantastica», ha detto la vincitrice dopo la finale. «La persona migliore che potessi avere al mio fianco».
Al secolo Roberta Scandurra, Rob è una studentessa 20enne di Trecastagni, in provincia di Catania, e con la musica ama raccontare molto della sua vita scrivendo canzoni spesso autobiografiche. Già nel 2022 aveva vinto il Tour Music Fest con il titolo di Artist of the Year, tramite cui aveva ottenuto una borsa di studio per frequentare un workshop di Songwriting alla prestigiosa Berklee di Boston. Appassionata di pop-punk, si era fatta conoscere agli appassionati di X Factor con la canzone Call Me di Blondie, interpretata alle Audition. Ha conquistato subito tutti, a partire dalla sua coach Paola Iezzi, che le ha assegnato diversi brani di successo nel corso delle esibizioni in diretta.
Nel cammino a X Factor ha dato prova delle sue capacità con Drive License di Olivia Rodrigo vers. JXDN, You Oughta Know di Alanis Morissette, Ti sento dei Matia Bazar, What’s Up? delle 4 Non Blondes e Bring Me to Life degli Evanescence. Senza dimenticare Un’emozione da poco di Anna Oxa e Decode dei Paramore. Il suo inedito si chiama invece Cento ragazzeed è una scarica pop punk in cui racconta la fine di una storia d’amore come una vera e propria crisi d’astinenza. In finale, per Achille Lauro è stata «pazzesca», mentre Francesco Gabbani ha commentato semplicemente con «Tanta rob». Per Jake La Furia invece ormai «non è più una underdog, ma una dog». Paola Iezzi si è invece spinta più in alto, prevedendo per Rob un successo simile a quello dei Måneskin, con la differenza che la band di Damiano David si accontentò del secondo posto.
Annunciato uno dei più attesi concerti dell’anno. Rosalia, cantautrice spagnola fra le voci più amate della musica internazionale, si appresta a tornare in Italia tre anni dopo l’ultima volta, quando salì sul palco degli I-Days 2023. La star, pronta a debuttare nella recitazione con la serie HBOEuphoria, sarà all’Unipol Forum di Milano il 25 marzo 2026 nell’unica tappa italiana del tour mondiale con cui interpreterà Lux, quarto album in studio, acclamato dalla critica internazionale. Per lei sarà un ritorno al Forum quattro anni dopo l’ultima volta nel 2022. I biglietti saranno disponibili su tutte le principali piattaforme giovedì 11 dicembre a partire dalle ore 10: due giorni prima, martedì 9, aprirà invece la Artist Presale sul sito ufficale di Rosalia, cui accedere previa registrazione.
Rosalia, sul palco di Milano arriva l’atteso album Lux
Rosalia in concerto alle Canarie (Ansa).
Icona della musica internazionale nonostante i 33 anni di età, grazie al disco d’esordio Los Angeles e all’album del 2023 Motomamidalle forti tinte pop, Rosalia è tornata sugli store con 18 canzoni – 15 nella versione digitale – che hanno stupito il mondo. Per numerose testate italiane e internazionali infatti Lux è il disco dell’anno, capace di sollevare l’artista catalana nell’Olimpo non più solo del pop, ma della musica in generale. Ispirato dalla lettura di agiografie e figure di sante come Olga da Kyiv, Santa Rosalia di Palermo e Teresa D’Avila, il disco rappresenta un dialogo della cantautrice cresciuta musicalmente a Barcellona con la spiritualità, il sacro, che qui assume vari nomi tra cui, ovviamente, Luce ma anche Dio e Undibel (Signore in catalano).
Album più ambizioso della carriera della popstar se non dell’intero genere contemporaneo, Lux vede Rosalia cantare in ben 13 lingue diverse, tra cui l’italiano di Mio Cristo piange diamanti che sembra ispirato all’ascolto di Luciano Pavarotti amato dalla madre. Realizzato in collaborazione con la London Symphony Orchestra, condotta magistralmente dal direttore d’orchestra islandese Daníel Bjarnason con arrangiamenti di Caroline Shaw e Angélica Negrón, l’album attraversa più generi e vanta varie collaborazioni con star del calibro di Björk e Yves Tumor, passando per Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk e Pharrell Williams. A confermare la bontà del disco, i numeri: 42,1 milioni di stream in appena 24 ore, i più alti per una star iberica. Diversi brani sono entrati nelle Top 20 e nelle Top 50 Global di Spotify già nei giorni successivi alla pubblicazione.
La musica piange uno dei più grandi chitarristi degli ultimi decenni. È morto a 84 anni Steve Cropper, maestro delle sei corde americano che ha fondato i Booker T. & The M.G.’s e soprattutto affiancato John Belushi e Dan Aykroyd nei Blues Brothers. Lo ha annunciato la famiglia con una nota alla Stax Records, che ha condiviso la notizia con Associated Press: secondo un amico che lo aveva incontrato il giorno prima in un centro di riabilitazione dove si stava riprendendo per una caduta, era al lavoro su nuova musica. Tra i padri del soul e icona del Memphis Sound, nel 1996 era stato definito dalla rivista britannica Mojo «il più grande chitarrista vivente».
Steve Cropper con i Blues Brothers (Ansa).
Chi era Steve Cropper, leggendario chitarrista americano
Originario del Missouri, dove era nato in una fattoria il 21 ottobre 1941, Steve Cropper si trasferì con la sua famiglia a Memphis quando aveva solo nove anni. In breve tempo si avvicinò alla musica e in particolare alla chitarra, utilizzando la sua prima Gibson assieme agli artisti locali. Influenzato, per sua stessa ammissione, dai suoni di Chuck Berry, Jimmy Reed e Billuy Butler, al liceo formò la prima band, i Royal Spades poi ribattezzati The Mar-Keys, con cui raggiunse il terzo posto nella classifica di Billboard grazie al brano Last Night. All’inizio degli Anni 60, la svolta della carriera: conobbe infatti il tastierista Booker T. Jones con cui, assieme al batterista Al Jackson Jr. e al bassista Lewie Steinberg, formò i Booker T. & The M.G.’s, band interna alla Stax Records. Celebre la loro Green Onions, brano strumentale che dominò le charts dell’epoca.
Cropper ha legato la sua fama a canzoni indimenticabili come (Sittin’ on) the Dock of the Bay, scritta con il grande Otis Redding, con cui si aggiudicò il primo dei due Grammy Awards della sua carriera. Il secondo arrivò negli Anni 90, sempre come membro degli M.G.’s, per Cruisin. Tra i padri del soul moderno e soprannominato Il Colonnello, tra gli Anni 70 e 80 raggiunse il grande pubblico come membro dei Blues Brothers, che affiancò sia in sala di registrazione sia in tour, oltre che ovviamente nel cult di John Landis del 1980. È anche coautore di Soul Man, tra le colonne portanti del genere, di Sam & Dave: a lui si riferisce il cantante nell’invito «Play It, Steve!». Apparve anche nel sequel del film sui Blues Brothers con John Goodman al posto di Belushi.
L’omaggio di tanti musicisti sui social
Membro della Rock & Roll Hall of Fame dal 1992 e della Songwriters Hall of Fame dal 2005, ha collaborato con John Lennon, Rod Stewart, Dolly Parton e B.B. King. Numerosi gli omaggi da parte di vari artisti della scena soul e non solo. «Davvero triste per la morte di Steve», ha postato Dave Davies, fondatore dei Kinks. «L’ho incontrato brevemente una volta e ho ammirato il suo lavoro».
It’s a very sad day with Steve Cropper dying. Love and condolences to his family. I briefly met him once and was an admirer of his work. Dave Davies https://t.co/OUrrEHNGjh
Molta trap, qualche comparsa dal Festival di Sanremo e poche stelle internazionali. È quanto emerge sui gusti musicali degli italiani evidenziati nello Spotify Wrapped 2025, il tradizionale recap annuale della piattaforma svedese di streaming tra le più famose al mondo. La classifica nel nostro Paese ha evidenziato, sia per quanto riguarda gli artisti uomini sia per le donne, il dominio costante del rap e dei generi a esso legati: da una parte trionfa infatti Sfera Ebbasta, che si riprende la vetta già sua nel 2023 dopo un anno al secondo posto; dall’altra primeggia, per il terzo anno consecutivo, Anna Pepe, leader incontrastata fra le cantanti più ascoltate nella Penisola. Ecco le classifiche nel dettaglio.
Spotify Wrapped, la Top 10 degli artisti più ascoltati in Italia
Sfera Ebbasta in uno scatto sui social (Instagram).
Per quanto riguarda gli artisti maschili più ascoltati nel nostro Paese è dominio assoluto di rap e trap, capaci di monopolizzare le prime sei posizioni e ben nove delle prime 10. Dopo Sfera Ebbasta infatti si trovano, rispettivamente al secondo e terzo gradino del podio, Shiva e Guè. Solo quarto Geolier, leader nel 2024 soprattutto grazie alla sua performance sul palco del Festival di Sanremo. Seguono poi Marracash e Tony Boy, tra le novità dell’anno, prima di trovare il solo artista che canta un genere diverso. Si tratta di Olly, che con la sua Balorda nostalgiaguida invece la classifica dei singoli e con il disco Tutta vita (sempre)quella degli album più ascoltati. Ecco la Top 10 completa:
1.Sfera Ebbasta
2.Shiva
3.Guè
4.Geolier
5.Marracash
6.Tony Boy
7.Olly
8.Lazza
9.Artie 5ive
10.Kid Yugi
Le donne più ascoltate in Italia nel corso del 2025
Anna Pepe al Billboard Women in Music (Ansa).
Per quanto riguarda invece le artiste più ascoltate del 2025 in Italia, Spotify è ancora il regno di Anna che ha girato il Paese con il suo album d’esordio Vera Baddie. La 22enne di La Spezia si è messa alle spalle Elodie e Rose Villain, ma soprattutto due icone internazionali come Taylor Swift, tornata con il nuovo disco The Life of a Showgirl, e Lady Gaga che ha fatto incetta di nomination agli ultimi Grammy Awards grazie a Mayhem da cui sono stati estratti i singoli Abracadabra e Desease. Decima, nonostante non incida un album di inediti dal 2016, Rihanna. Ecco la Top 10 completa:
1.Anna
2.Elodie
3.Rose Villain
4.Taylor Swift
5.Lady Gaga
6.Annalisa
7.Elisa
8.Billie Eilish
9.Giorgia
10.Rihanna
Le 10 canzoni più ascoltate in Italia su Spotify
Per quanto riguarda invece i singoli più ascoltati dell’anno, come da tradizione dominano la scena le performance del Festival di Sanremo. Come già accaduto nel 2024, quando fu il turno di Geolier con a sua I p’ me, tu p’ te, anche il brano più streammato del 2025 è stato presentato sul palco dell’Ariston: si tratta di Balorda nostalgia di Olly, vincitore della kermesse. Secondo posto per Incoscienti giovani di Achille Lauro, che ha battuto Sfera Ebbasta e Shiva con la loro collaborazione Neon. Unica donna solista in Top 10 è Giorgia con La Cura per me. Ecco la classifica completa:
1.Balorda nostalgia di Olly
2.Incoscienti giovani di Achille Lauro
3.Neon di Sfera Ebbasta e Shiva
4.La Plena – W Sound 05 di W Sound, Beéle, Ovy On The Drums
5.DtMF di Bad Bunny
6.La cura per te di Giorgia
7.Ora che non ho più te di Cesare Cremonini
8.Per due come noi di Olly, Angelina Mango e Juli
9.Battito di Fedez
10.Scarabocchi di Olly e Juli
I podcast più ascoltati sulla piattaforma streaming nel 2025
Elisa De Marco, autrice di Elisa True Crime (da Instagram).
Oltre ai brani musicali, Spotify Wrapped stila la classifica annuale per quanto riguarda i podcast. In Italia, in vetta si conferma ancora una volta Elisa true crime, programma di Elisa De Marco in vetta per il terzo anno consecutivo. Segue Indagini di Stefano Nazzi, che sottolinea l’interesse del pubblico per i casi di cronaca. Terzo posto per Stories di Cecilia Sala, che ha battuto Passa dal Bsmt di Gianluca Gazzoli, impegnato alla conduzione di Sanremo Giovani. A livello mondiale domina invece nuovamente Joe Rogan. Ecco la Top 10 completa:
1.Elisa true crime
2.Indagini
3.Stories
4.Passa dal Bsmt
5.One More Time di Luca Casadei
6.La Zanzara
7.Il podcast di Alessandro Barbero: Lezioni e conferenze di storia
Spotify ha rilasciato l’atteso Wrapped, il tradizionale recap annuale che certifica quali sono stati gli artisti più ascoltati sulla piattaforma di streaming musicale più diffusa al mondo. In Italia si conferma ancora una volta il dominio di rap e trap con Sfera Ebbasta leader fra i cantanti uomini, seguito da Shiva, Guè, Geolier, Marracash e dalla novità Tony Boy. Per trovare un autore di genere differente si deve scendere al settimo posto dove si trova Olly, che invece si è aggiudicato i titoli per la canzone e l’album più ascoltati, rispettivamente con Balorda nostalgia – la più ascoltata anche su Apple Music – e Tutta vita (sempre). Tra le donne invece primeggia Anna, seguita da Elodie e Rose Villain prima delle internazionali Taylor Swift e Lady Gaga. Curiosamente, in Top 10 c’è ancora Rihanna, il cui ultimo album risale al 2016.
Spotify Wrapped 2025, come accedere al recap annuale
Anna Pepe a un evento Spotify (Ansa).
Spotify Wrapped permette agli utenti, come ogni anno, di consultare non solo le classifiche nazionali e mondiali, ma anche il proprio recap degli ultimi 12 mesi. Disponibili infatti i brani e gli artisti più streammati, i generi dell’anno e una playlist personalizzata. Tra le novità dell’edizione 2025 ci sono l’età musicale, che consente di confrontare i propri gusti con quelli dei coetanei, e la classifica dei fan più affezionati a un determinato autore. Arriva anche il Wrapped Party, che permette di rivivere il proprio anno musicale in tempo reale assieme ad altri utenti con interessi affini. Spazio infine per i club di ascolto, che raggruppano gli utenti in base alle loro modalità di fruizione dei contenuti. Per la prima volta, inoltre, Wrapped mette in evidenza l’album più ascoltato da un utente e rende visibile il numero delle riproduzioni di ciascun brano nella playlist Your Top Song 2025.
Come accedere al servizio? In primo luogo, è fondamentale aver aggiornato l’app all’ultima versione. Una volta fatto, basta accedere al proprio profilo e individuare il pulsante apposito, riconoscibile per il bordo colorato sulla parte superiore dello schermo. A questo punto partiranno tutte le schede con le statistiche della propria attività sulla piattaforma nel corso degli ultimi 12 mesi. Come ogni anno, sarà possibile condividere sui social o con i propri contatti una slide specifica. Al termine del recap, spazio a un messaggio personalizzato dall’artista ascoltato di più e un badge che contrassegna quale tipo di utente si è stati secondo la piattaforma. Non mancheranno i consueti grafici riepilogativi con quattro temi differenti da poter, anche in questo caso, condividere con gli amici.
La classifica dei più ascoltati in tutto il mondo
Bad Bunny in concerto (Ansa).
Se in Italia domina il rap, nel mondo trionfa il reggaeton. Spotify Wrapped 2025 ha certificato infatti il successo di Bad Bunny, atteso sul palco del prossimo Super Bowl per l’Halftime Show. Il portoricano ha battuto Taylor Swift che, nonostante l’uscita del suo nuovo album The Life of a Showgirl, si deve accontentare del secondo posto davanti a The Weeknd. Quarta posizione per Drake, seguito subito dietro da Billie Eilish e Kendrick Lamar. Chiudono la Top 10 Bruno Mars, Ariana Grande, Arijit Singh e Fuerza Regida. Quanto alle canzoni, primo posto per il featuring di Lady Gaga e Bruno Mars Die with a Smile, davanti a Birds of a Feather di Eilish e APT. di Mars e Rosé, primo invece su Apple Music. Gli italiani più ascoltati all’estero sono ancora i Maneskin, seguiti da Gabry Ponte, Ludovico Einaudi, Damiano David con il suo progetto solista e Laura Pausini.
Presentata l’edizione 2026 del Firenze Rocks, festival musicale pronto a infiammare l’estate italiana dal 12 al 14 giugno. Sul palco della Visarno Arena, headliner saranno Lenny Kravitz, Robbie Williams e The Cure in una tre giorni all’insegna del rock e del pop. I biglietti e l’abbonamento per la kermesse completa saranno disponibili in prevendita tramite l’applicazione ufficiale a partire dalle ore 13 del 4 dicembre. La vendita libera scatterà il giorno successivo alla stessa ora sul sito della manifestazione oltre che sulle piattaforme Ticketmaster, Ticketone e Vivaticket e nei punti vendita autorizzati.
Firenze Rocks, le anticipazioni dei concerti 2026
Robbie Williams sul red carpet di Better Man (Ansa).
Ad aprire il Firenze Rocks 2026 sarà Lenny Kravitz il 12 giugno. Artista poliedrico e autore tra i più iconici del nuovo millennio sulla scena rock internazionale, ha creato un linguaggio capace di andare oltre i confini dei generi musicali e appassionare diverse generazioni. Vincitore di quattro Grammy Awards in carriera e capace di vendere oltre 50 milioni di dischi, è in tour con il suo nuovo album Blue Electric Light da cui sono stati estratti i singoli Tk421, Human e Paralyzed e sta festeggiando i 30 anni dall’uscita di Circus. In scaletta ci saranno tutti i grandi successi, da Are You Gonna Go My Way a Fly Away e Low. Sabato 13 giugno toccherà a Robbie Williams, al suo debutto al Firenze Rocks. Icona del pop internazionale, l’ex Take That porterà in Italia il disco BritPop, anticipato dalla hit Pretty Face e collaborazioni con Chris Martin e Tony Iommi.
Saranno invece i The Cure di Robert Smith a chiudere l’edizione 2026 del Firenze Rocks domenica 14 giugno. Simboli dell’immaginario dark e della new wave, gli autori delle indimenticabili Friday I’m in Love e Just Like Heaven porteranno sul palco della Visarno Arena la loro intramontabile energia che ha ispirato generazioni e ha dato vita a più di 1.800 concerti in tutto il mondo. Torneranno in Toscana sette anni dopo l’ultima volta, quando nel 2019 tennero uno dei live ancora oggi più intensi nella storia del festival. In scaletta i grandi successi e le tracce estratte dalla loro ultima pubblicazione, Songs of a Lost World. Prima di loro si esibiranno i Mogwai, scozzesi pionieri del post punk, e i The Twilight Sad, tra i gruppi più amati della scena alternative britannica. Spazio anche ai Just Mustard con il loro shoegaze.
Quali tipi di biglietti sono disponibili per l’evento
Per quanto riguarda i biglietti, sarà possibile acquistare il tradizionale Posto unico, per assistere alle esibizioni dall’area principale riservata al pubblico, e il Pit 1, ossia un’area delimitata vicino al palco per godere di una visuale migliore. Ci saranno poi anche tre pacchetti speciali: Early Entry/Fast Lane conterrà un ingresso nel Pit con accesso anticipato rispetto ai possessori del biglietto standard, un gadget esclusivo, due drink in omaggio e la Premium Toilette. Più esclusivi il Rocks Party e il Rockstar tramite cui accedere al Super Pit, ossia un’area riservata lateralmente davanti al palco, da cui godere di una prospettiva unica dello show. Con entrambi si avrà la possibilità di prendere parte a una cena pre-spettacolo, all’open bar, all’area relax con aria condizionata e a un bagno dedicato. Il secondo consentirà anche un voucher merchandise e un tour del backstage con possibile foto sul palco.
La fine dell’anno si avvicina ed è ormai tempo di tirare le somme. Apple Music ha rilasciato infatti le sue classifiche per il 2025 relative ai brani più ascoltati sulla piattaforma: analizzati non solo gli stream e le letture dei testi, ma anche i passaggi in radio e i tag di Shazam, applicazione utile per riconoscere un brano di cui non si ricorda il titolo. Chi ha vinto in Italia? Come da pronostico, in cima alle hit nel nostro Paese c’è una canzone passata sul palco del Festival di Sanremo.
Olly con il premio del Festival di Sanremo 2025 (Ansa).
Apple Music 2025, il brano più ascoltato dell’anno è Balorda nostalgia
Il brano più ascoltato del 2025 su Apple Music è infatti Balorda nostalgiacon cui Olly ha conquistato il palco dell’Ariston lo scorso febbraio. Il cantautore genovese ha dominato la Top 10 dell’anno, in quanto lo si ritrova sul gradino più basso del podio con Per due come noi, canzone incisa assieme ad Angelina Mango e Juli, e in decima posizione con Scarabocchi. La graduatoria vede al secondo posto Cesare Cremonini con Ora che non ho più te: quinta l’unica donna solista, Giorgia, grazie alla traccia sanremese La cura per me. Nei primi 10 posti solo un artista internazionale: si tratta di Bad Bunny, atteso sul palco del Super Bowl 2026, quinto con DtMF. Ecco la Top 10 completa:
1. Olly – Balorda Nostalgia
2. Cesare Cremonini – Ora che non ho più te
3. Olly, Angelina Mango & Juli – Per due come noi
4. Giorgia – La cura per me
5. Bad Bunny – DtMF
6. Sfera Ebbasta & Shiva – Neon
7. Achille Lauro – Incoscienti Giovani
8. Alfa – Il filo rosso
9. Fedez – Battito
10. Olly & Juli – Scarabocchi
Rosé e Bruno Mars dominano la classifica mondiale
Per quanto riguarda invece la classifica mondiale dei brani più ascoltati su Apple Music nel 2025, in prima posizione c’è APT., duetto di Rosé – membro del gruppo K-Pop al femminile Blackpink – con la star Bruno Mars. La canzone è anche la più cercata su Shazam, la più trasmessa in radio quella con il testo più letto su scala globale. Al secondo e al terzo posto si trovano altre note due collaborazioni: medaglia d’argento per i rapper Kendrick Lamar e SZA con la loro Luther, mentre si accontentano del gradino più basso del podio Lady Gaga e ancora una volta Bruno Mars con Die with a Smile. Quarto nuovamente Lamar con Not Like Us, brano virale per il dissing con Drake, mentre al quinto posto c’è Billie Eilish con Birds of a Feather.
Replay 2025, tutte le novità del servizio di Apple Music
Assieme alle classifiche dei brani più ascoltati in streaming, Apple Music ha rilasciato anche Replay, il tradizionale riepilogo annuale con cui gli utenti possono controllare cosa hanno riprodotto in cuffia negli ultimi 12 mesi. Integrazione nativa dell’applicazione, permette di controllare i minuti totali di ascolto, gli artisti più amati, i generi preferiti e persino le sequenze più lunghe dedicate a ciascun cantante. In risposta alla natura sempre più social dello streaming musicale, è stata integrata anche la possibilità di generare un highlight reel condivisibile su Instagram e TikTok. Tra le novità spiccano anche Loyalty, sezione dedicata ai musicisti seguiti con maggior fedeltà anno dopo anno, e Discovery che riassume quali novità abbiamo ascoltato nell’anno. Presente anche Comebacks che riguarda gli artisti tornati ad accompagnare le giornate dell’utente dopo un lungo periodo di assenza.
Il prossimo 7 dicembre della Scala si celebra nel nome di Dmitrij Šostakovič, il più importante compositore della Russia sovietica e in generale uno dei grandi del Novecento, scomparso 50 anni fa, il 9 agosto 1975. Andrà in scena il suo riconosciuto capolavoro, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, ma l’avvicinamento all’evento non sembra riscuotere l’attenzione degli anni scorsi, quando i discorsi sull’opera inaugurale dilagavano sui media di ogni ordine e grado. Se ne parla, ma con un certo ritegno. Poche le anticipazioni in qualche intervista ai cantanti, centellinate e con “rivelazioni” (ammesso che ce ne siano) abilmente dissimulate. Fino a questo momento, nessuna polemica politica, a differenza di quanto era avvenuto per il Boris Godunov di Musorgskijtre anni fa, quando il consolato ucraino aveva inutilmente chiesto il cambiamento in corsa del titolo. E così nei giorni scorsi il neo-sovrintendente Fortunato Ortombina ha potuto discettare a favore di microfono, in maniera un po’ qualunque e un po’ di fantasia, sulla «musica sovrana» e sui rapporti fra i musicisti e i dittatori. A questo punto, anche l’ormai certa assenza del presidente Mattarella è quasi una non-notizia: è la terza volta consecutiva che non si fa vedere al Piermarini per Sant’Ambrogio.
La prima esecuzione italiana alla Fenice del 1947 stroncata dal Corriere
La seconda opera di Šostakovič ha avuto in Italia una vicenda esecutiva singolare, lasciata ai margini in questa vigilia scaligera. La prima esecuzione nel nostro Paese ebbe luogo l’11 settembre 1947 alla Fenice, nell’ambito del decimo Festival internazionale di musica contemporanea della Biennale di Venezia, direttore Nino Sanzogno, regia di Aurel Milloss. La proposta era decisamente notevole: in Unione Sovietica l’opera era finita nel tritacarne della censuranel 1936 e da allora era scomparsa dalle scene. Si era ancora in piena epoca staliniana e la cosa, a giudicare dai resoconti giornalistici, non era risaputa o comunque non era giudicata degna di menzione. Sul Corriere della Sera, Franco Abbiati parlò di «opera orribilmente realistica e insuperabilmente ingenua», di «disordine morale e incertezze estetiche», segnalando che alla fine la rappresentazione era stata salutata da «molti dissensi, altrettanti applausi e disorientamento quasi generale». «Il capace letto di Caterina», aveva annotato il critico, «era la divertente ossessione della serata, costituiva il principale agente di reazione nell’animo degli spettatori».
Il cartellone del debutto italiano della Macbeth di Šostakovič a Venezia nel 1947 (Fondazione Teatro La Fenice).
Lo scandalo e la censura del Patriarca di Venezia e del giovane sottosegretario Andreotti
Proprio quel letto (realizzato su un bozzetto di Renato Guttuso) e la necessità per il soprano protagonista di cantare in camicia da notte e di baciare il tenore durante la torrida scena dell’adulterio alla fine del primo atto furono al centro di uno “scandalo” in cui ebbero una parte, secondo il racconto del critico Rubens Tedeschi (I figli di Boris, Feltrinelli, 1980, ristampato da Edt nel 2018), il Patriarca di Venezia e il giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di fresca nomina, Giulio Andreotti, in grande evidenza all’epoca come difensore della pubblica morale. Il risultato fu che «alla seconda esecuzione il sipario venne calato sulla scena incriminata per riaprirsi ad adulterio consumato». E fu anche che la Lady Macbeth scomparve dalle scene italiane (sporadicamente sostituita durante gli Anni 60, alla Scala e a Bologna, dalla versione emendata e attenuata messa a punto dallo stesso compositore nel 1962, intitolata Katerina Izmajlova) fino al Festival di Spoleto del 1980.
Un giovane Giulio Andreotti durante un comizio (Ansa).
La terza volta della Macbeth di Šostakovič alla Scala
Negli ultimi 30 anni la presenza italiana del lavoro nella sua versione originale, ripresa in Occidente dalla fine degli Anni 70 e in Russia nei secondi Anni 90, dopo la caduta del comunismo, è stata comunque significativa: dal 1998 si contano una decina di allestimenti, oltre che a Milano anche a Firenze, Roma, Bologna, Ravenna e Napoli. Per la Scala, lo spettacolo del 7 dicembre di quest’anno è la terza volta del titolo: la prima risale al 1992, quando la diresse Myung-Whun Chung, vale a dire il prossimo direttore musicale, successore di Riccardo Chailly che con l’opera di Šostakovič chiude la sua decennale esperienza scaligera. Nel 2007 è stata la volta di un allestimento firmato per la regia da Richard Jones, con Kazushi Ono sul podio. In quell’occasione, 60 anni dopo la stroncatura di Abbiati, il Corriere completò la revisione del giudizio critico, all’epoca ormai unanimemente positivo, già iniziata nel 1980 con il resoconto da Spoleto firmato da Mario Pasi. Quest’opera è «uno dei vertici del teatro musicale del Novecento», si legge in un elzeviro firmato da Paolo Isotta sul quotidiano milanese. E non si può che consentire.
La scure staliniana trasformò il successo in una catastrofe
Portata al debutto quasi contemporaneamente a Leningrado e a Mosca nel gennaio 1934, la Lady Macbeth aveva conosciuto inizialmente una vasta diffusione sia in Unione Sovietica che nei Paesi occidentali. Fu rappresentata quasi subito negli Stati Uniti (Cleveland e New York) e in varie Capitali europee, da Londra a Praga, da Stoccolma a Copenaghen. Sembrava l’inizio di un grande successo e invece era il preludio di una catastrofe senza precedenti. Il 28 gennaio 1936, la Pravdapubblicò una famigerata e a suo modo storica stroncatura anonima sotto al titolo Caos anziché musica. L’articolo era un momento cruciale non soltanto per quanto riguarda la definitiva irreggimentazione della musica dentro ai canoni del cosiddetto “realismo socialista” propugnato dal sistema autoritario sovietico, ma anche per il tagliente “avvertimento” alla critica che vi è contenuto e più in generale perché si tratta di una tappa decisiva nel controllo da parte del regime staliniano sul mondo letterario e artistico, non solo rappresentativo. Non diversamente da quanto si stava realizzando nell’ambito politico in senso stretto, negli anni seguenti la sorveglianza sempre più opprimente e la censura degli artisti sarebbe spesso sfociata nella violenza, nella persecuzione, nel delitto.
La stroncatura dell’opera di Šostakovič sulla Pravda.
Nell’articolo, il talento del compositore, che aveva allora 29 anni, non veniva negato ma considerato al servizio di un rovesciamento di valori, usato per rifiutare «la semplicità rappresentativa, il realismo, la chiarezza delle immagini e della parola». Al centro del discorso, c’era un ideologismo tanto minaccioso quanto culturalmente evanescente: «Il potere della buona musica di parlare alle masse è stato sacrificato a un tentativo piccolo-borghese e formalista di creare originalità attraverso buffonate a buon mercato. È un gioco che può finire molto male. Il pericolo di questa tendenza per la musica sovietica è chiaro. La distorsione di sinistra nell’opera deriva dalla stessa fonte della distorsione di sinistra nella pittura, nella poesia, nell’insegnamento e nella scienza. Le “innovazioni” piccolo-borghesi portano a una rottura con la vera arte, la vera scienza e la vera letteratura».
Josif Stalin (Ansa).
L’allontanamento del maestro dall’opera fu una perdita irrimediabile per la musica del Novecento
Due giorni prima della pubblicazione, il lavoro venne “verificato” in teatro da Stalin in persona. Con lui, come sua abitudine semi-nascosto dietro a una tenda nel palco A del Bol’šoi, c’erano personaggi del calibro di Ždanov, Molotov e Mikojan. Evidentemente, il successo fino a quel momento incontrastato dell’opera, aveva stuzzicato la curiosità del dittatore. Senza contare che le positive accoglienze della Lady Macbeth nell’Occidente borghese e decadente suscitavano ovviamente molti sospetti e altrettanti fastidi. Il paradosso è che mentre la critica sovietica, fino al minaccioso contrordine pubblicato sulla Pravda, si era mostrata entusiasta, quella occidentale lo era stata molto meno. Specialmente quella americana, che aveva parlato di «lurido colore comunista» e di «pornografia musicale». Alla lettera, «pornofonia». Un’idea non dissimile doveva avere chi ottenne che a Venezia, nel 1947, la scena dell’adulterio si svolgesse a sipario abbassato. Come che fosse, la sera del 26 gennaio 1936 Stalin se ne andò prima della fine, forse dopo il terzo atto, durante il quale la polizia zarista (l’opera è ambientata nel secondo Ottocento) fa mostra di un autoritarismo grottesco e caricaturale. Quella sera al Bolš’oj il sipario calò per l’ultima volta – come sempre fra entusiastici applausi – sulla tragica e disperata morte di Katerina Izmajlova. Due giorni dopo, la sentenza di condanna a mezzo articolo di giornale avrebbe avuto un ulteriore effetto: nei quasi 40 anni che gli restavano da vivere, Dmitrij Šostakovič mai più avrebbe affrontato l’opera se non a livello di progetti presto abbandonati o di approccio occasionale all’operetta. Per la musica del Novecento, considerando anche che il compositore progettava di realizzare una trilogia di opere dedicate a forti figure femminili, una perdita irrimediabile.