Il prossimo 7 dicembre della Scala si celebra nel nome di Dmitrij Šostakovič, il più importante compositore della Russia sovietica e in generale uno dei grandi del Novecento, scomparso 50 anni fa, il 9 agosto 1975. Andrà in scena il suo riconosciuto capolavoro, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, ma l’avvicinamento all’evento non sembra riscuotere l’attenzione degli anni scorsi, quando i discorsi sull’opera inaugurale dilagavano sui media di ogni ordine e grado. Se ne parla, ma con un certo ritegno. Poche le anticipazioni in qualche intervista ai cantanti, centellinate e con “rivelazioni” (ammesso che ce ne siano) abilmente dissimulate. Fino a questo momento, nessuna polemica politica, a differenza di quanto era avvenuto per il Boris Godunov di Musorgskij tre anni fa, quando il consolato ucraino aveva inutilmente chiesto il cambiamento in corsa del titolo. E così nei giorni scorsi il neo-sovrintendente Fortunato Ortombina ha potuto discettare a favore di microfono, in maniera un po’ qualunque e un po’ di fantasia, sulla «musica sovrana» e sui rapporti fra i musicisti e i dittatori. A questo punto, anche l’ormai certa assenza del presidente Mattarella è quasi una non-notizia: è la terza volta consecutiva che non si fa vedere al Piermarini per Sant’Ambrogio.
La prima esecuzione italiana alla Fenice del 1947 stroncata dal Corriere
La seconda opera di Šostakovič ha avuto in Italia una vicenda esecutiva singolare, lasciata ai margini in questa vigilia scaligera. La prima esecuzione nel nostro Paese ebbe luogo l’11 settembre 1947 alla Fenice, nell’ambito del decimo Festival internazionale di musica contemporanea della Biennale di Venezia, direttore Nino Sanzogno, regia di Aurel Milloss. La proposta era decisamente notevole: in Unione Sovietica l’opera era finita nel tritacarne della censura nel 1936 e da allora era scomparsa dalle scene. Si era ancora in piena epoca staliniana e la cosa, a giudicare dai resoconti giornalistici, non era risaputa o comunque non era giudicata degna di menzione. Sul Corriere della Sera, Franco Abbiati parlò di «opera orribilmente realistica e insuperabilmente ingenua», di «disordine morale e incertezze estetiche», segnalando che alla fine la rappresentazione era stata salutata da «molti dissensi, altrettanti applausi e disorientamento quasi generale». «Il capace letto di Caterina», aveva annotato il critico, «era la divertente ossessione della serata, costituiva il principale agente di reazione nell’animo degli spettatori».

Lo scandalo e la censura del Patriarca di Venezia e del giovane sottosegretario Andreotti
Proprio quel letto (realizzato su un bozzetto di Renato Guttuso) e la necessità per il soprano protagonista di cantare in camicia da notte e di baciare il tenore durante la torrida scena dell’adulterio alla fine del primo atto furono al centro di uno “scandalo” in cui ebbero una parte, secondo il racconto del critico Rubens Tedeschi (I figli di Boris, Feltrinelli, 1980, ristampato da Edt nel 2018), il Patriarca di Venezia e il giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di fresca nomina, Giulio Andreotti, in grande evidenza all’epoca come difensore della pubblica morale. Il risultato fu che «alla seconda esecuzione il sipario venne calato sulla scena incriminata per riaprirsi ad adulterio consumato». E fu anche che la Lady Macbeth scomparve dalle scene italiane (sporadicamente sostituita durante gli Anni 60, alla Scala e a Bologna, dalla versione emendata e attenuata messa a punto dallo stesso compositore nel 1962, intitolata Katerina Izmajlova) fino al Festival di Spoleto del 1980.

La terza volta della Macbeth di Šostakovič alla Scala
Negli ultimi 30 anni la presenza italiana del lavoro nella sua versione originale, ripresa in Occidente dalla fine degli Anni 70 e in Russia nei secondi Anni 90, dopo la caduta del comunismo, è stata comunque significativa: dal 1998 si contano una decina di allestimenti, oltre che a Milano anche a Firenze, Roma, Bologna, Ravenna e Napoli. Per la Scala, lo spettacolo del 7 dicembre di quest’anno è la terza volta del titolo: la prima risale al 1992, quando la diresse Myung-Whun Chung, vale a dire il prossimo direttore musicale, successore di Riccardo Chailly che con l’opera di Šostakovič chiude la sua decennale esperienza scaligera. Nel 2007 è stata la volta di un allestimento firmato per la regia da Richard Jones, con Kazushi Ono sul podio. In quell’occasione, 60 anni dopo la stroncatura di Abbiati, il Corriere completò la revisione del giudizio critico, all’epoca ormai unanimemente positivo, già iniziata nel 1980 con il resoconto da Spoleto firmato da Mario Pasi. Quest’opera è «uno dei vertici del teatro musicale del Novecento», si legge in un elzeviro firmato da Paolo Isotta sul quotidiano milanese. E non si può che consentire.
La scure staliniana trasformò il successo in una catastrofe
Portata al debutto quasi contemporaneamente a Leningrado e a Mosca nel gennaio 1934, la Lady Macbeth aveva conosciuto inizialmente una vasta diffusione sia in Unione Sovietica che nei Paesi occidentali. Fu rappresentata quasi subito negli Stati Uniti (Cleveland e New York) e in varie Capitali europee, da Londra a Praga, da Stoccolma a Copenaghen. Sembrava l’inizio di un grande successo e invece era il preludio di una catastrofe senza precedenti. Il 28 gennaio 1936, la Pravda pubblicò una famigerata e a suo modo storica stroncatura anonima sotto al titolo Caos anziché musica. L’articolo era un momento cruciale non soltanto per quanto riguarda la definitiva irreggimentazione della musica dentro ai canoni del cosiddetto “realismo socialista” propugnato dal sistema autoritario sovietico, ma anche per il tagliente “avvertimento” alla critica che vi è contenuto e più in generale perché si tratta di una tappa decisiva nel controllo da parte del regime staliniano sul mondo letterario e artistico, non solo rappresentativo. Non diversamente da quanto si stava realizzando nell’ambito politico in senso stretto, negli anni seguenti la sorveglianza sempre più opprimente e la censura degli artisti sarebbe spesso sfociata nella violenza, nella persecuzione, nel delitto.

Nell’articolo, il talento del compositore, che aveva allora 29 anni, non veniva negato ma considerato al servizio di un rovesciamento di valori, usato per rifiutare «la semplicità rappresentativa, il realismo, la chiarezza delle immagini e della parola». Al centro del discorso, c’era un ideologismo tanto minaccioso quanto culturalmente evanescente: «Il potere della buona musica di parlare alle masse è stato sacrificato a un tentativo piccolo-borghese e formalista di creare originalità attraverso buffonate a buon mercato. È un gioco che può finire molto male. Il pericolo di questa tendenza per la musica sovietica è chiaro. La distorsione di sinistra nell’opera deriva dalla stessa fonte della distorsione di sinistra nella pittura, nella poesia, nell’insegnamento e nella scienza. Le “innovazioni” piccolo-borghesi portano a una rottura con la vera arte, la vera scienza e la vera letteratura».

L’allontanamento del maestro dall’opera fu una perdita irrimediabile per la musica del Novecento
Due giorni prima della pubblicazione, il lavoro venne “verificato” in teatro da Stalin in persona. Con lui, come sua abitudine semi-nascosto dietro a una tenda nel palco A del Bol’šoi, c’erano personaggi del calibro di Ždanov, Molotov e Mikojan. Evidentemente, il successo fino a quel momento incontrastato dell’opera, aveva stuzzicato la curiosità del dittatore. Senza contare che le positive accoglienze della Lady Macbeth nell’Occidente borghese e decadente suscitavano ovviamente molti sospetti e altrettanti fastidi. Il paradosso è che mentre la critica sovietica, fino al minaccioso contrordine pubblicato sulla Pravda, si era mostrata entusiasta, quella occidentale lo era stata molto meno. Specialmente quella americana, che aveva parlato di «lurido colore comunista» e di «pornografia musicale». Alla lettera, «pornofonia». Un’idea non dissimile doveva avere chi ottenne che a Venezia, nel 1947, la scena dell’adulterio si svolgesse a sipario abbassato. Come che fosse, la sera del 26 gennaio 1936 Stalin se ne andò prima della fine, forse dopo il terzo atto, durante il quale la polizia zarista (l’opera è ambientata nel secondo Ottocento) fa mostra di un autoritarismo grottesco e caricaturale. Quella sera al Bolš’oj il sipario calò per l’ultima volta – come sempre fra entusiastici applausi – sulla tragica e disperata morte di Katerina Izmajlova. Due giorni dopo, la sentenza di condanna a mezzo articolo di giornale avrebbe avuto un ulteriore effetto: nei quasi 40 anni che gli restavano da vivere, Dmitrij Šostakovič mai più avrebbe affrontato l’opera se non a livello di progetti presto abbandonati o di approccio occasionale all’operetta. Per la musica del Novecento, considerando anche che il compositore progettava di realizzare una trilogia di opere dedicate a forti figure femminili, una perdita irrimediabile.






