Una giovane donna di modestissime origini contadine ha sposato il figlio, più anziano di lei, di un ricco proprietario terriero di Mcensk, piccolo centro agricolo, sperduto nell’immensa pianura sarmatica a sud di Mosca. Oppressa dalla noia e tormentata dall’inappagamento sessuale, la giovane si lascia sedurre da un bracciante ingaggiato dal suocero e precipita in un gorgo di torrido erotismo ed efferati delitti. Dapprima uccide il suocero – che peraltro meditava di sostituirsi al figlio nell’espletamento dei doveri coniugali – aggiungendo veleno per topi ai funghi che gli aveva cucinato; quindi, strangola il marito con l’aiuto dell’amante, con il quale decide di sposarsi dopo avere nascosto in cantina il corpo dell’ultima vittima. Durante la cerimonia nuziale, un contadino ubriaco in cerca di altro vino scopre il cadavere e avverte la polizia, che arresta gli assassini. Nell’ultimo atto, i due fanno parte di una colonna di condannati in cammino verso la Siberia. Durante una pausa, lei scopre che l’uomo a cui si è unita ha avviato una relazione con un’altra prigioniera. Disperata, la uccide gettandola in un fiume sulle cui rive la colonna si è fermata per la notte, e la segue trovando la morte nelle acque gelide e oscure.
Sara Jakubiak protagonista della Lady Macbeth scaligera
In questa ottocentesca storiaccia di cronaca nera, tipicamente russa nell’ambientazione e nei personaggi, universale nelle sue tragiche coordinate, si troveranno immersi il 7 dicembre i circa 2 mila spettatori che raggiungeranno la sala del Piermarini a Milano e il pubblico televisivo che assisterà alla diretta dello spettacolo inaugurale della stagione del Teatro alla Scala, alle 18 su Rai1 (e sarà interessante verificare la mattina dopo gli ascolti). La parte dell’eroina eponima è affidata al soprano americano di origine polacca Sara Jakubiak, alla sua seconda prova in Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, indiscusso capolavoro di Dmitrij Šostakovič. Intorno a lei, un folto cast quasi tutto al maschile nel quale figurano molti interpreti russi, che quindi canteranno nella madrelingua essendo l’opera allestita in versione originale: Alexander Roslavets nella parte del suocero, Yevgeny Akimov in quella del marito, Najmiddin Mavlyanov in quella dell’amante, Elena Maximova in quella di Sonetka, ultima vittima di Katerina Izmajlova. Sul podio, per l’ultima volta in occasione del Sant’Ambrogio scaligero, salirà Riccardo Chailly; regia teatrale del moscovita Vasily Barkhatov, con cui collaborano lo scenografo bielorusso Zinovy Margolin e la costumista di Leningrado Olga Shaishmelashvili.

La lettura «tragico-satirica» del giovane Šostakovič
Il soggetto, forse almeno in parte ispirato a fatti realmente accaduti, deriva dall’omonimo racconto di Nikolaj Leskov (1831-1895) pubblicato in Russia nel 1865 ma ancora molto popolare 60 anni più tardi, anche grazie a un film muto di buon successo uscito nel 1926, intitolato Katerina Izmajlova. Šostakovič si occupò personalmente della stesura del libretto insieme ad Aleksandr Prejs, che aveva collaborato con lui anche per il lavoro precedente, Il naso, dal racconto di Gogol’. Sulla storia e sulle sue scelte nel modo di trattarla, il musicista di Leningrado, nato nel 1906 e quindi molto giovane all’epoca della composizione, aveva le idee chiare, espresse mentre ancora stava lavorando alla partitura in un articolo pubblicato sul periodico Sovetskoe iskusstvo nell’ottobre del 1932 (lo si può leggere nella fondamentale monografia di Franco Pulcini, Edt, 1988, nuova edizione 2021). «L’opera è per me tragica. Direi che la si potrebbe definire tragico-satirica. Anche se Katerina L’vovna è un’omicida – assassina infatti il marito e il suocero – ho per lei simpatia. Mi sono preoccupato di dare a tutti gli avvenimenti che la circondano un oscuro carattere satirico. Il termine “satirico” non è certo da intendersi nel suo significato di “ridicolo, canzonatorio”. Al contrario: con la Lady Macbeth mi sono preoccupato di creare un’opera che sia una satira larvata e, gettando la maschera, obblighi a odiare lo spaventoso arbitrio e i soprusi della classe dei commercianti».

I personaggi maschili costituiscono una platea violenta e insensibile
Musicalmente, questa visione si riflette nel fatto che l’unico personaggio al quale Šostakovič affida una gamma espressiva completa, che passa dal lirismo alla tragicità, con una scrittura vocale comunque sempre tesa e tagliente, è appunto quello della protagonista, che delinea una sorta di disperata accettazione del male all’insegna di un pessimismo crescente. Attorno a lei, i numerosi personaggi maschili costituiscono una sorta di platea insensibile e violenta, interessata e meschina, che assiste alla tragedia annunciata di Katerina e la provoca come conseguenza del soddisfacimento delle proprie aspirazioni, siano esse erotiche o di ruolo sociale. E questo si concretizza in linee di canto frante, non di rado caricaturali nel ricorso a linguaggi musicali estranei di effetto paradossale, spesso volutamente insignificanti, in uno spiazzante mix di ritmi di danza “leggeri”, allusioni jazzistiche, intrusioni di temi popolari, citazioni dotte.

Il disallineamento dello strumentale rispetto alla drammaturgia
Come accade in Wozzeck, il capolavoro espressionista di Alban Berg – rappresentato a Leningrado nel 1927 e apprezzatissimo da Šostakovič – l’orchestra ha un ruolo fondamentale. Al proposito, il critico musicale Rubens Tedeschi arrivava a considerare che l’intera partitura, con la sua drammaturgia spiazzante e desolante, si possa in fondo considerare una sorta di Sinfonia in quattro movimenti, l’ultimo dei quali, il quarto atto, ha la stessa cifra espressiva di cupo pessimismo che permea il celebre Adagio lamentoso che conclude la Patetica di Cajkovskij. Lo strumentale ha compiti molteplici, volutamente non di rado disallineati rispetto alla drammaturgia, secondo la concezione che il grande regista cinematografico Sergej Ėjzenštejn aveva della musica nei film, affermando la necessità del contrasto più che quella della sottolineatura delle situazioni. È questa la funzione che assumono non soltanto la maggior parte degli straordinari Interludi orchestrali posti a separare le scene all’interno degli atti, pagine cruciali per delineare il clima rappresentativo e allo stesso tempo per affermare il suo sovvertimento musicale, ma anche molti accompagnamenti. In essi, la “descrizione” di quel che avviene in scena delinea una “interpretazione” non necessariamente coerente rispetto alla narrazione del momento, anche in questi casi spesso grazie all’adozione di linguaggi estranei alla tradizione melodrammatica classica e russa.

Quel ‘naturalismo’ così sgradito ai censori staliniani
Quanto al “naturalismo” del linguaggio musicale, così sgradito ai censori staliniani e così determinante nella cifra espressiva dell’opera, è inevitabile citare la scena di seduzione alla fine del primo atto. Qui i “glissando” dei tromboni – dentro alle frenetiche accelerazioni del resto dello strumentale – diventano protagonisti di quella che è forse la più sbalorditiva “rappresentazione sonora” di un rapporto sessuale di selvaggia intensità.
Il dettaglio fu naturalmente denunciato nel famigerato articolo pubblicato dalla Pravda il 28 gennaio 1936, che sancì la sparizione dell’opera dai palcoscenici russi: «Il compositore di Lady Macbeth è stato costretto a prendere in prestito dal jazz la sua musica nervosa, convulsa e spasmodica per conferire “passione” ai suoi personaggi». E subito dopo: «La musica starnazza, grugnisce, ringhia e si soffoca per esprimere le scene d’amore nel modo più naturalistico possibile». Descrizioni paradossalmente precise dentro a una totale incomprensione critica.

L’eredità di Musorgskij e l’omaggio alle cupe profezie del Boris Godunov
Novant’anni dopo, considerata nella prospettiva del teatro per musica del XX secolo, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk appare come una formidabile elaborazione e allo stesso tempo un affascinante superamento dell’espressionismo tedesco, un’invenzione modernista di originalità perfino sconcertante, della quale è ingrediente fondamentale anche la riflessione sull’eredità del più grande e visionario operista russo dell’Ottocento, Modest Musorgskij. Alle cupe profezie e al pessimismo sui destini del popolo russo di cui è imbevuto il suo Boris Godunov (della cui partitura non casualmente Šostakovič avrebbe approntato pochi anni più tardi una revisione) tutto il quarto atto della Lady, con i suoi foschi cori di forzati e la disperazione della protagonista, rende omaggio con dolorosa poesia, lontana da qualsiasi barlume di speranza.





























