Un tempo la diplomazia era un ring nascosto da frasi calibrate, sguardi e strette di mano capaci se non di evitare le guerre, almeno di rimandarle. Non a caso Georges Pompidou la definiva un incontro di pugilato con il tintinnio dei bicchieri di champagne al posto del gong, mentre per Winston Churchill era «l’arte di dire a qualcuno di andare all’inferno in modo tale che ti chieda le indicazioni». Oggi i leader mondiali tendono a fare diplomazia a colpi di tweet, pretendendo di costruire la pace con parole che sembrano uscite da una riunione di condominio. La diplomazia, quella vera, sembra in ferie da un bel po’. E nessuno sa se ha preso il biglietto di ritorno. Il libro La diplomazia della rissa di Antonio Picasso, Stefano Polli e Renato Vichi (Franco Angeli) è una bussola per orientarsi nel caos comunicativo della diplomazia moderna, della pseudo-diplomazia, soprattutto quella urlata e spesso vuota. Perché capire come parliamo di pace e guerra è il primo passo per smettere, finalmente, di alimentare il rumore. Lettera43 ve ne propone un estratto dal primo capitolo.
Il nuovo linguaggio del mondo che cambia. Nanni Moretti, le fake news e la post-verità
Le parole sono importanti. In una celebre scena del film Palombella rossa, Nanni Moretti, con l’accappatoio, a bordo piscina, alla fine di una partita di pallanuoto, schiaffeggia una giornalista rea di aver usato termini come “cheap” e “kitsch”. Sono parole che portano l’attore a una forma di profondo malessere e sfinimento. Da qui la sua reazione e una scena diventata cult (chissà cosa direbbe Moretti di questa definizione…?): «Ma come parla?! Le parole sono importanti…».
È vero: le parole sono fondamentali. E allora cominciamo da questa: sdoganamento. Secondo la Treccani definisce l’operazione di sdoganare le merci a una frontiera. Ma esiste un altro significato, quello del gergo soprattutto giornalistico, dove sdoganamento sta per riabilitazione, riscatto da una condizione di discredito. Questo secondo significato era pressoché ignorato o addirittura inesistente fino a una ventina di anni fa. Poi, via via, ha preso sempre più piede perché è iniziato storicamente lo sdoganamento di una serie di atteggiamenti, comportamenti, modi di dire, definizioni che nessuno avrebbe usato pubblicamente semplicemente perché erano – e, spesso, ancora sono – inadatti, fuori luogo, scorretti, offensivi o maleducati. Il politicamente corretto non è più di moda. Anzi, spesso viene considerato una forma di inutile precauzione, di educazione antica, un “moralismo” fuori dal tempo. In realtà è possibile dire qualcosa in maniera diretta e chiara, senza scadere nella maleducazione o “parlare sopra” il nostro interlocutore. La tribuna politica di Ugo Zatterin era una specie di incontro tra lord inglesi rispetto ai dibattiti politici televisivi di oggi. E il dibattito tra John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon del 26 settembre del 1960 a Chicago andrebbe studiato nei corsi di formazione per giornalisti, politici e uomini d’affari. È un esempio di eleganza, educazione e sobrietà dove tutto è chiaro, dove i due candidati alla Casa Bianca parlano agli elettori senza effetti speciali e slogan.
Il recente, triste, dibattito tra Trump e Biden che ha dato l’ultima spinta al tycoon nella corsa alla Presidenza è stato costellato di insulti, attacchi personali, rancori e interruzioni. I due hanno parlato alla pancia dell’America e sicuramente questo era il terreno di gioco di Trump e non di Biden. «Non c’è nulla di intelligente in te», ha detto Trump. «Sei un bugiardo e un clown», ha replicato Biden. Quando Reagan, nel famoso discorso del 12 giugno 1987 davanti alla porta di Brandeburgo, chiese a Mosca di «abbattere il muro di Berlino» si rivolse al leader sovietico chiamandolo «signor Gorbaciov». E c’erano ancora i missili balistici armati con le bombe atomiche puntati reciprocamente su USA e URSS….
Insomma, il mondo sta cambiando molto velocemente e molto velocemente è cambiato e cambia continuamente il linguaggio della politica e della diplomazia. Sono lontani i tempi in cui i cremlinologi cercavano di capire che aria tirasse a Mosca studiando le posizioni dei posti a sedere intorno al leader e quando un “raffreddore” poteva essere fatale come un colpo di pistola. Oggi c’è l’ex Presidente Dmitrij Medvedev che minaccia catastrofi nucleari a ogni piè sospinto. Oggi è tutto più veloce e immediato. I cambiamenti sono repentini. Gli equilibri geopolitici stanno cambiando sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Il mondo di domani sarà molto diverso da quello di oggi, presumibilmente, con un ritorno alle sfere di influenze, con un nuovo dialogo tra USA e Russia e un’intesa tra Trump e Putin che può sorprendere soltanto chi non conosce bene le biografie dei due leader, con la Cina che diventerà il vero e unico sfidante politico, economico e militare di Washington, con l’Europa che dovrà crescere velocemente, pensare e parlare come una vera unione politica, se non vorrà soccombere al mondo nuovo e spietato che sta nascendo.

Il linguaggio nuovo è quindi figlio di questo nuovo mondo che si divide sempre più tra democrazie e autocrazie e che corre veloce verso un destino che nessuno conosce? Nasce come conseguenza di una realtà geopolitica dove la guerra morde ai confini dell’Europa e fa tornare antichi incubi nel vecchio continente? Soltanto in parte. È vero che la politica e la diplomazia sono cambiate e che il linguaggio di oggi è fatto di slogan accattivanti e di frasi a effetto. E non importa se siano basate sulla verità delle cose o inventate a tavolino. È anche vero che le urla sconfiggono i ragionamenti e che la prepotenza e l’arroganza hanno ormai battuto la gentilezza e l’educazione, caratteristiche che sempre più vengono scambiate per debolezza. Si dice che viviamo nell’era della fake news. Ma questa è la più grande delle fake news. Le fake news sono sempre esistite anche se le chiamavamo con un altro nome. La storia dell’umanità è costruita sulle fake news che spesso hanno cambiato il corso stesso della storia. La storia la scrivono i vincitori e gli sconfitti sui libri perdono una seconda volta. Per un occidentale può essere istruttivo dare un’occhiata a un libro scolastico di storia o di geografia di un qualsiasi Paese asiatico. Il punto di vista è completamente diverso, la narrazione parte dagli eventi accaduti laggiù, anche le mappe hanno un’altra angolatura. L’Europa non è mai al centro. Il periodo in cui viviamo non è quindi quello delle fake news ma quello della post-verità dove le fake news, grazie alle nuove tecnologie, viaggiano molto velocemente e in un secondo possono raggiungere milioni di persone.

Eccolo quindi il punto: le nuove tecnologie sono alla base del cambiamento del linguaggio da molti punti di vista, nel bene e nel male. Nessuno vuole condannare internet. I nostri device ci consentono di essere connessi, di informarci in tempo reale e anche di garantire quel diritto di espressione e di pensiero che è proclamato solennemente dalla nostra Costituzione. Ma hanno effetti collaterali importanti, non sempre positivi, sull’informazione e sulla comunicazione che sono, va sempre ricordato, due cose distinte. Prima di tutto si tende sempre di più a saltare l’intermediazione giornalistica. Un uomo politico oggi ritiene, a torto o a ragione, di non avere più bisogno della stampa e può raggiungere direttamente i suoi elettori con i social. Il punto è che ogni politico tende a raccontare la sua verità che non sempre coincide necessariamente con il reale svolgimento dei fatti. Certo il giornalista può scrivere un articolo basato sulle dichiarazioni del politico di turno accompagnate da un buon fact checking (un’altra parola nuova: una volta si chiamava “verifica delle fonti” ed erano previsti comunque controlli approfonditi). Ma la maggior parte delle persone leggeranno direttamente le dichiarazioni dell’uomo politico e non tutti i lettori hanno gli strumenti per verificare e controllare. A molti in realtà non interessa neanche farlo. A questo si aggiunge che i messaggi sui social devono essere necessariamente brevi. Da qui nasce una semplificazione del linguaggio che spesso si riduce a slogan, titoli senza articolo, colpi a effetto, frasi che rimangono in superficie senza approfondimenti e, spesso, senza qualità.

Un altro aspetto di cui tener conto per capire il cambiamento in atto dal punto di vista politico, sociale e dell’informazione è il seguente: se vi fa male un dente andate dal dentista, se si rompe il vostro lavandino chiamate – se siete abbastanza fortunati da trovarlo – un idraulico, se volete una buona mela andate dal fruttivendolo dove potrete scegliere la vostra mela preferita, gialla, rossa o verde. Che cosa hanno in comune queste tre situazioni? Che dovete pagare il dentista, l’idraulico e per la vostra mela. Perché l’informazione dovrebbe essere gratuita? Eppure questo è quello che pensa una buona fetta della società che non è più disposta a pagare per avere informazione di qualità, verificata, ben scritta e garantita da professionisti del settore. L’alternativa sono i social con dibattiti che partono abbastanza spesso da fake news, da informazioni non controllate e da commenti e opinioni che sono cosa ben diversa dalle notizie. E, soprattutto, con un linguaggio semplificato e spesso sopra le righe. La mancanza di regole nel settore delle nuove tecnologie chiude il cerchio. È abbastanza per tirare le somme. Il linguaggio è cambiato velocemente, e non in meglio, perché è cambiato il mondo intorno a noi, perché l’informazione è in un periodo di transizione da un vecchio a un nuovo modello che nessuno ancora ha messo a punto, perché la comunicazione è fatta di frasi brevi che durano il tempo di una lettura veloce, perché il cittadino medio è subissato da milioni di informazioni che non riesce a mettere in ordine, di cui non ha una mappa mentale precisa, perché la velocità supera la qualità dell’informazione. E la velocità è spesso anche mancanza di precisione, controllo approssimativo e superficialità. Tutto questo ha contribuito progressivamente al cambiamento del linguaggio anche dove sembrava impossibile potesse avvenire: nelle cancellerie, nelle sedi delle istituzioni internazionali, nelle dichiarazioni diplomatiche, nei negoziati commerciali, diplomatici e politici. E vale la pena quindi di sottolineare che l’informazione, il giornalismo di qualità e un linguaggio adeguato sono alla base di ogni democrazia piena e compiuta. Un linguaggio sbagliato, approssimativo, brutto, confuso e impreciso può minare le basi di una democrazia. Per questo dovremmo tenerci care e strette le nostre parole. Sono importanti.









