La violenza è sempre l’ultimo rifugio degli imbecilli: che la vittima sia un poliziotto o i manifestanti

I difensori degli omicidi dell'ICE oggi si sono svegliati "contro la violenza". Diamo loro una notizia: la violenza è sempre l'ultimo rifugio degli imbecilli, e nessuno oggi in Italia difende quel vomitevole attacco contro il poliziotto. Nessuno. Perché noi non siamo come voi, che per formulare un giudizio contro la violenza guardate prima se l'autore ha la maglia griffata del rappresentante dello Stato italiano, oppure no. A noi la violenza repelle prima di tutto come azione, e non in funzione di chi la subisce.

Pugni e morsi a nuora e consuocera, 2 condanne ad Agrigento

AGI - Si parla alla nuora "perché suocera intenda". Quando subentra il prefisso "ex" dalle parole si può passare alle mani, o anche ai denti. C'è una lite violenta nel bel mezzo della fine di un matrimonio nell'Agrigentino e i protagonisti non sono i coniugi in conflitto, bensì i consuoceri che sono finiti davanti a un giudice e sono usciti dall'aula del tribunale di Agrigento con due condanne.

L'uomo, un 75enne di Raffadali dovrà scontare 10 mesi di reclusione, la moglie, una 56enne, se l'è cavata con una pena di 6 mesi. La vicenda risale a qualche anno fa, al 23 dicembre del 2021, per l'esattezza. E le festività natalizie in questo caso non hanno reso tutti più buoni, anzi devono aver acuito i dissapori legati alla separazione di una coppia, coinvolgendo anche i familiari più stretti.

La violenta aggressione del suocero

Al punto che le discussioni sono culminate in una violenta aggressione, con il suocero che si scagliò contro la consuocera. Prima insulti e minacce per poi avventarsi sulla malcapitata, afferrandola per il collo. Non contento le sferrò un pugno al volto e la prese a calci, colpendola più volte. Un'aggressione che all'epoca provocò traumi cranico e addominale.

Il coinvolgimento della moglie e della nuora

Una volta a terra anche la moglie dell'uomo si scagliò sulla consuocera. La 56enne morse la mano della donna in un impeto d'ira. La furia dell'uomo si abbatté poi sulla nuora intervenuta a difesa della madre. La giovane fu afferrata per il cappuccio di un soprabito e scaraventata a terra, senza gravi conseguenze.

Le conseguenze legali e la richiesta di risarcimento

Da quegli eventi scaturì una denuncia per marito e moglie accusati di lesioni e minacce. La sentenza pronunciata dal giudice del tribunale di Agrigento non chiude il caso. La questione si sposta infatti in sede civile, dove le due donne, madre e figlia, aggredite nel 2021, chiederanno di essere risarcite, dopo essersi costituite parte civile nel processo penale.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata

Alle prime ore del mattino del primo febbraio 2021, la città di Yangon si risveglia senza Internet. Aung San Suu Kyi e il suo governo stavano per insediarsi, dopo il trionfo alle elezioni di qualche mese prima. Ma la premio Nobel per la Pace e tutti i leader della sua Lega Nazionale per la Democrazia vengono arrestati e portati via dai militari. I carri armati occupano le strade, i soldati prendono il controllo dei ministeri e delle stazioni radio. Con un colpo di Stato rapido e quasi incruento, il Tatmadaw (il nome dell’esercito birmano) si riprende il potere che aveva solo parzialmente ceduto qualche anno prima. La fragile transizione democratica del Myanmar viene bruscamente interrotta.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Un murale di Aung San Su Kyi (Ansa).

Il golpe e l’inizio della guerra civile

Sono passati cinque anni dal golpe. Quella che la giunta militare del generale Min Aung Hlaing aveva presentato come la «correzione temporanea» di un processo elettorale contestato si è rivelata l’innesco di una guerra civile ancora in corso, seppur da molti dimenticata. Dal golpe a oggi, il Myanmar è precipitato in una spirale di violenza che ha cancellato le ultime illusioni di stabilità: proteste pacifiche represse nel sangue, giovani costretti a scegliere tra la fuga o il carcere, villaggi rasi al suolo dai bombardamenti aerei, milioni di sfollati interni e una grave crisi umanitaria.

Elezioni farsa per completare la normalizzazione autoritaria

Eppure, i generali al potere hanno deciso di tagliare questo quinto anniversario cercando di rivestire la repressione con una parvenza di legalità, svolgendo delle elezioni da molti considerate una farsa ma utili a completare una sorta di normalizzazione autoritaria. Il voto, partito il 28 dicembre e conclusosi il 25 gennaio, non si è svolto in vaste aree del Paese, dove il controllo è esercitato da milizie etniche o da gruppi armati anti-giunta. I gruppi di opposizione sono stati esclusi o impossibilitati a partecipare. In questo contesto, il risultato era già scritto: il partito di facciata dei militari, l’Union Solidarity and Development Party, è destinato a dominare il parlamento, già in parte riservato per costituzione alle forze armate.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Operazioni di voto a Yangon, 25 gennaio 2026 (ANsa).

I numeri della repressione militare

Mentre alle urne si consumava questa rappresentazione di normalità istituzionale, il Myanmar continuava a bruciare. La guerra civile esplosa dopo il golpe non ha mai conosciuto una vera tregua. Secondo l’ong ACLED, che monitora i conflitti a livello globale, dall’inizio della guerra civile in Myanmar sono morte oltre 92 mila persone, tra combattenti e civili. Fonti delle Nazioni Unite e di gruppi per i diritti umani indicano che migliaia di civili sono stati uccisi dalle forze militari in operazioni di repressione, incluse donne e bambini, con un aumento significativo anno su anno. La repressione non si limita al campo di battaglia. Nei centri di detenzione controllati dalla giunta sono documentati casi di torture, violenze sessuali, stupri di gruppo e abusi anche su minori. L’obiettivo non è solo punire, ma terrorizzare, spezzare il tessuto sociale e dissuadere ogni forma di resistenza. Allo stesso tempo, anche alcuni gruppi armati anti-regime sono accusati di abusi, alimentando un ciclo di violenza che colpisce soprattutto la popolazione civile. Secondo un rapporto AAPP (Assistance Association for Political Prisoners), almeno 2 mila persone sono morte in custodia militare, molte dopo torture o negazione di cure mediche adeguate. In cinque anni sarebbero state arrestate 29 mila persone, di cui 22 mila ancora in detenzione. Non solo. Oltre 3,5 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa dei combattimenti e delle offensive militari. Di questi sfollati, circa un terzo sono bambini, molti dei quali separati dalle famiglie o privati di istruzione regolare, vaccini e servizi sanitari di base. La crisi economica, la violenza e la perdita di mezzi di sussistenza hanno spinto circa metà della popolazione sotto la soglia di povertà, aggravando fame, malnutrizione e difficoltà di accesso a servizi essenziali. Secondo le Nazioni Unite, oltre 20 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Venditrici ambulanti a Yangon (Ansa).

Un’economia basata sui traffici criminali

Particolarmente drammatica è la situazione nello Stato di Rakhine, dove il conflitto ha riacceso dinamiche che ricordano le atrocità del 2017 contro la minoranza Rohingya. Decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine con il Bangladesh negli ultimi due anni, andando ad aggiungersi a una popolazione di rifugiati già enorme. Le Nazioni Unite parlano apertamente di un modello ricorrente di violazioni gravi e sistematiche del diritto internazionale umanitario. Le uniche attività in crescita sono spesso legate a economie criminali: traffici di droga, centri di truffe online, sfruttamento illegale delle risorse. Un’economia di guerra che arricchisce pochi e impoverisce ulteriormente i molti.

Per la Cina i generali sono l’unica chance di stabilità

Col voto, i generali puntano però a ripulirsi l’immagine e stimolare un processo di normalizzazione che pare già iniziato. L’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), pur avendo formalmente condannato il golpe e adottato un piano in cinque punti per la de-escalation, si è dimostrata incapace di esercitare una reale pressione sulla giunta. Alcuni Paesi della regione sembrano ormai inclini a una normalizzazione dei rapporti con Naypyidaw, preoccupati più della stabilità e dei propri interessi strategici che del destino della democrazia birmana. Le grandi potenze giocano una partita pragmatica. La Russia fornisce sostegno militare e diplomatico ai generali. La Cina mantiene un approccio ufficialmente neutrale, ma si è avvicinata alla giunta militare dopo aver intrattenuto legami con gruppi armati locali. Il motivo? Ha compreso che l’unica chance di stabilità è rappresentata proprio dai militari, e Pechino è come sempre interessata a garantire sicurezza ai propri investimenti e corridoi strategici verso l’Oceano Indiano.

Myanmar, cinque anni dopo il golpe: elezioni farsa e guerra civile dimenticata
Xi Jinping con il generale Min Aung Hlaing (Ansa).

Trump ha revocato le protezioni per i cittadini birmani in Usa

L’Occidente, pur continuando a denunciare le violazioni dei diritti umani, appare diviso tra sanzioni e una generale perdita di priorità del dossier Myanmar nell’agenda globale. Una frammentazione che si è acuita col ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Lo scorso aprile, la Casa Bianca ha inviato una lettera ufficiale indirizzata a Min Aung Hlaing, in cui si annunciava l’imposizione di dazi del 40 per cento sulle importazioni birmane. Questo messaggio, formale e diretto alla leadership della giunta, è stato interpretato da molti come una prima indicazione pubblica di un possibile riconoscimento diplomatico dei golpisti. In seguito, la Casa Bianca ha deciso di terminare lo status di protezione temporanea per i cittadini birmani negli Stati Uniti. Questo programma, previsto per persone provenienti da Paesi in guerra o in crisi, era stato esteso dopo il golpe per proteggere migliaia di rifugiati da deportazioni forzate. Ma a novembre Washington ha annunciato che la situazione in Myanmar sarebbe migliorata, giustificando così la revoca delle protezioni e invitando i beneficiari a tornare nel loro Paese. Ma, al di fuori della bolla normalizzata delle grandi città dove comunque non c’è spazio per oppositori, il Myanmar rimane spaccato.

A Niscemi riaprono le scuole

AGI - A Niscemi si va verso la riapertura delle scuole, prevista per lunedì 2 febbraio. Il sindaco Massimiliano Conti, ha comunicato che è stato effettuato il trasloco di 17 aule nei plessi precedentemente individuati e che il trasloco verrà completato entro oggi. Rimangono chiusi i plessi Belvedere, Don Bosco e San Giuseppe perché ricadono nella zona rossa, nel cuore del centro storico.

Per quanto riguarda la viabilità, il quarto Reggimento Genio Guastatori della Brigata Aosta oggi inizierà l'attività di riempimento della sede stradale della "Regia Trazzera San Michele di Ganzaria - Niscemi", per assicurare i collegamenti necessari verso il centro abitato. Infine, stamane è stato pubblicato sul sito istituzionale del comune il "Modulo di richiesta assistenza", attraverso il quale, gli aventi diritto, potranno accedere alle diverse forme di assistenza previste (alberghiera, contributo di autonoma sistemazione, ospitalità nelle residenze sanitarie assistite).

Nel frattempo i vigili del fuoco continuano a garantire assistenza agli sfollati per il recupero degli effetti personali. Ieri hanno effettuato 61 interventi di accompagnamento nelle abitazioni evacuate, per un totale di 447 interventi dall'inizio dell'emergenza. Il punto della situazione è stato fatto ieri in prefettura a Caltanissetta nel corso di una riunione del Centro di Coordinamento Soccorsi, alla presenza dei vertici delle forze dell'ordine e del comandante provinciale dei vigili del fuoco e in collegamento da remoto, con i Dipartimenti nazionale e regionale della Protezione civile e con il centro operativo comunale di Niscemi.

Il sindaco: "137 gli edifici a rischio"

"Sono 137 gli edifici che si trovano nella fascia dei 50 metri dal ciglio della frana di Niscemi. I proprietari non torneranno mai più nelle loro abitazioni". Lo ha detto il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti. Per i residenti di quell'area, rimane ancora preclusa la possibilità di recuperare gli effetti personali attesa l'estrema pericolosità dell'area. Intanto oggi è crollata una palazzina di tre piani.

Monitoraggio e zona rossa

"Oggi - ha aggiunto il sindaco - verificheremo se le piogge di questi giorni abbiano contribuito ad aggravare la situazione. Faremo dei voli ogni tre ore. È in corso anche il monitoraggio da parte del Dipartimento della Protezione civile ed incroceremo i dati. Confermo il perimetro dei 150 metri di zona rossa. Ho chiesto una mappatura del corpo della frana per tutelare la sicurezza".

Per quanto riguarda la viabilità "si lavora per recuperare la Regia Trazzera Niscemi - San Michele di Ganzaria. Si aprirebbe una nuova strada per gli agricoltori. Dovrebbe essere fruibile nell'arco di una settimana".

L'inchiesta della procura di Gela

Il sindaco, a proposito dell'inchiesta aperta dalla procura di Gela, ha precisato che "la città è parte lesa. La sera vado a letto con la coscienza a posto. Verrà chiarito tutto con una ricostruzione puntuale. Questa città è una città di 25 mila abitanti. Questa comunità merita rispetto, non siamo certamente di serie B. Niscemi c'è e Niscemi resterà".