È ancora Tajani contro Salvini. Questa volta il motivo del contendere è la legge di Bilancio, che sta causando forti spaccature nel centrodestra. E non solo tra Lega e Forza Italia. Molti i temi divisivi, dal contributo delle banche alle grandi opere, fino ai trasporti locali e ai fondi per Roma, Milano e Napoli. A farne le spese è soprattutto Giancarlo Giorgetti, accusato implicitamente di aver avallato tagli e scelte senza sufficiente concertazione con gli alleati. Ma nel mirino finisce anche la Ragioneria generale dello Stato, e in particolare Daria Perrotta.

Il botta e risposta sul definanziamento di metro C e Napoli-Afragola
Una della causa delle frizioni è il definanziamento di alcuni progetti strategici. Tajani punta i piedi sulla metro C di Roma e sulla linea Napoli-Afragola, parlando errore da correggere: «Ripensateci, bisogna fare marcia indietro. Salvini convinca Giorgetti». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che «Roma è la capitale e ha bisogno di una metropolitana che arrivi anche in aree dove i collegamenti sono più difficili». Parole a cui è seguita la replica immediata della Lega, che in una nota ha definito l’accusa «una notizia infondata», chiarendo che «la manovra non prevede alcun taglio ai fondi per la Metro C» e che si tratta di «una semplice riprogrammazione di risorse».

Tema affitti brevi: l’unico punto d’accordo tra Tajani e Salvini
Finita qui? Tutt’altro, il confronto nella maggioranza si allarga poi al tema fiscale. Tajani ribadisce la contrarietà di Forza Italia all’aumento della tassa sugli affitti brevi dal 21 al 26 cento e alla stretta sui dividendi delle società controllate: «Mi pare che a volte ci sia qualche grand commis al ministero delle Finanze che ha voglia di punire, reintegrare le tasse, ma a decidere la politica, non i grand commis». Ma arriva l’intervento a gamba tesa di Maurizio Lupi, di Noi Moderati, che insiste per «una cedolare secca al 15 per cento per gli affitti a canone libero». Dal canto suo Salvini definisce «sciocca» la stretta sugli affitti brevi (forse l’unico punto di accordo con Tajani), e non risparmia critiche al collega dell’Economia: «Devo parlare con Giorgetti, c’è qualcosa da fare sulla legge di Bilancio: un piano casa serio ha bisogno di finanziamenti seri». Poi aggiunge caustico: «Con questa manovra il ponte sullo Stretto lo facevo a casa mia, alla Camilluccia».

Il nodo delle nomine del Mit
I contrasti sono estesi anche alle nomine del ministro dei Trasporti, con Salvini che ha accusato Tajani di bloccare alcune designazioni nei porti: «Essere infastiditi da chi è in maggioranza non piace», ha accusato il leader leghista. Proprio all’interno del Carroccio, nei giorni in cui Salvini deve fare i conti con la grana Vannacci, anche Armando Siri, consulente con l’incarico di consigliere per le politiche economiche del leader leghista, ha espresso irritazione verso la gestione tecnica della manovra: «È la politica che deve guidare, è la politica che prende i voti». Sullo sfondo, i tagli previsti per i prossimi anni toccano numerosi ministeri: dall’Istruzione, che perderà fondi per l’edilizia scolastica, fino all’Agricoltura, alla Cultura e al Turismo, tutti chiamati a ridurre le spese.

Tutti contro Daria Perrotta, la “grand commis” accusata di essere vicina al Pd
Nel mirino di Tajani e Salvini finisce così la Ragionieria generale dello Stato Daria Perrotta, che si dice abbia la fiducia di Giorgetti. Il vicepremier azzurro accusa i tecnici di aver deciso i tagli «senza consultarsi» con l’esecutivo. Secondo quanto trapelato, l’irritazione è condivisa anche dalla Lega, pur essendo il Mef guidato da un suo esponente. A destra c’è chi accusa Perrotta di essere vicina al Pd e a Matteo Renzi, anche se da quelle parti smentiscono: «Daria Perrotta è lontanissima dal Pd di oggi», ha replicato Francesco Boccia, «quello che sta accadendo è una dinamica tutta riconducibile a Giorgetti e alla Lega. Nessuno utilizzi dunque il Pd per giochi interni al governo».

FdI getta acqua sul fuoco: «Dinamiche normali alla vigilia delle leggi finanziarie»
Nel frattempo emergono i dettagli dei tagli previsti nei prossimi anni: il Mit dovrà rinunciare a oltre 300 milioni per infrastrutture e logistica, il Mase perderà fondi destinati a risorse idriche ed energia, e riduzioni sono previste anche per Agricoltura, Cultura, Turismo e Istruzione, dove l’edilizia scolastica risulta tra le più penalizzate. E in questo clima da tutti contro tutti Fratelli d’Italia prova a mediare. Con il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, che minimizza le tensioni: «Sono dinamiche che abbiamo sempre visto alla vigilia delle leggi finanziarie, quindi non c’è nulla che mi preoccupi». Precisa però che i margini di intervento sono limitati: «I saldi di bilancio non possono essere toccati, ma sui dettagli come quelli sollevati da Salvini e Tajani sicuramente troveremo la soluzione».

L’affondo di Schlein: «Sembra che i due vicepremier abbiano votato a loro insaputa»
Di fronte al caos nella maggioranza, l’opposizione affonda il colpo. La segretaria del Pd Elly Schlein ironizza: «Pare che i due vicepremier in Consiglio dei ministri abbiano votato una manovra a loro insaputa. Uno spettacolo pietoso, gli unici a pagarne le spese sono gli italiani». Dall’Anci arriva un appello diretto al ministro dell’Economia: «Giorgetti ci incontri, ci sono pesanti criticità finanziarie che mettono a rischio la capacità dei Comuni di garantire alcuni servizi essenziali». Anche la Cisl, con la segretaria Daniela Fumarola, esprime «forte preoccupazione» su contratti e partecipazione. Dura la bocciatura della Cgil: «Sulla scuola, è sotto gli occhi di tutti, non hanno messo un euro in più perché non c’è né la defiscalizzazione né ci sono quote aggiuntive. Quindi, sinceramente, l’unica offerta che continuano a fare sono aumenti del 6 per cento, quando l’inflazione è stata del 18», attacca Maurizio Landini su Radio 24. «Anche sul resto, la defiscalizzazione degli aumenti fino a 28.000 euro nel pubblico non c’è e le cifre che sono state proposte per il settore degli enti locali sarebbero utilizzate per le persone nel 2027 e nel 2028, cioè tra tre anni. Noi continuiamo a considerare che quelle cose non siano sufficienti. Avevamo chiesto la defiscalizzazione degli aumenti per tutti ma non c’è. Avevamo chiesto un aumento delle risorse non nel 2028, ma nel 2024 e 2025 per fare questi contratti. Noi andremo a questi incontri, continueremo a chiedere e andremo in piazza anche per questo, affinché nella legge di bilancio, nel Parlamento, si facciano quelle modifiche e si trovino le risorse per aumentare davvero i salari sia dei pubblici che dei privati». Mentre Confindustria segnala timori per «la tassazione dei dividendi e la stretta sui crediti di imposta».


