Le missioni italiane all’estero in numeri

Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.

L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.

LEGGI ANCHE:I segreti dei Navy Seal italiani

E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.

Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).

IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA

Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».

LEGGI ANCHE: La vedova di Marco Beci e il ricordo di Nassirya

DAL 2004 A OGGI SPESI 17 MILIARDI

Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.

CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA

Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.

DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA

Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.

IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO

Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».

Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).

L’IMPEGNO IN NORD AFRICA

Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.

IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO

La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Mission e Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis. 

Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).

IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN

Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.

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Le missioni italiane all’estero in numeri

Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.

L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.

LEGGI ANCHE:I segreti dei Navy Seal italiani

E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.

Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).

IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA

Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».

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DAL 2004 A OGGI SPESI 17 MILIARDI

Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.

CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA

Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.

DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA

Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.

IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO

Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».

Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).

L’IMPEGNO IN NORD AFRICA

Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.

IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO

La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Mission e Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis. 

Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).

IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN

Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.

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Depistaggi sul caso Cucchi, il giudice è un ex carabiniere

Comincia con un colpo di scena il processo che vede imputati otto membri dell'Arma.

Comincia con un colpo di scena il processo che riguarda i depistaggi sul caso Cucchi, il giovane detenuto morto nel 2009 all’ospedale Pertini di Roma. In apertura dell’udienza il giudice, Federico Bonagalvagno, si è astenuto dal processo, che vede imputati otto carabinieri. Bonagalvagno ha giustificato la sua astensione spiegando di essere un ex carabiniere attualmente in congedo.

I legali dei familiari di Cucchi hanno chiesto al giudice di astenersi dopo aver appreso che aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma

La decisione di Bonagalvagno è legata all’iniziativa dei legali dei familiari di Stefano Cucchi che avevano chiesto al giudice monocratico di astenersi dopo aver appreso da fonti aperte che Bonagalvagno aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma. Il nuovo giudice monocratico nominato è Giulia Cavallone.

GLI OTTO CARABINIERI IMPUTATI

Gli otto imputati sono tutti carabinieri, tra cui alti ufficiali, accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri: Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma; Francesco Cavallo, ex tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, che era maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, allora in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri; Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Al processo non erano presenti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo.

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Il ministero della Giustizia ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Tra le parti civili già costituite, la presidenza del Consiglio dei ministri e l’Arma. Nel frattempo, si sta svolgendo l’ultima udienza al processo che riguarda la morte di Cucchi, che vede imputati cinque carabinieri, tra cui tre per omicidio preterintenzionale, la cui sentenza è prevista giovedì 14 novembre.

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Depistaggi sul caso Cucchi, il giudice è un ex carabiniere

Comincia con un colpo di scena il processo che vede imputati otto membri dell'Arma.

Comincia con un colpo di scena il processo che riguarda i depistaggi sul caso Cucchi, il giovane detenuto morto nel 2009 all’ospedale Pertini di Roma. In apertura dell’udienza il giudice, Federico Bonagalvagno, si è astenuto dal processo, che vede imputati otto carabinieri. Bonagalvagno ha giustificato la sua astensione spiegando di essere un ex carabiniere attualmente in congedo.

I legali dei familiari di Cucchi hanno chiesto al giudice di astenersi dopo aver appreso che aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma

La decisione di Bonagalvagno è legata all’iniziativa dei legali dei familiari di Stefano Cucchi che avevano chiesto al giudice monocratico di astenersi dopo aver appreso da fonti aperte che Bonagalvagno aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma. Il nuovo giudice monocratico nominato è Giulia Cavallone.

GLI OTTO CARABINIERI IMPUTATI

Gli otto imputati sono tutti carabinieri, tra cui alti ufficiali, accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri: Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma; Francesco Cavallo, ex tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, che era maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, allora in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri; Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Al processo non erano presenti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo.

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Il ministero della Giustizia ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Tra le parti civili già costituite, la presidenza del Consiglio dei ministri e l’Arma. Nel frattempo, si sta svolgendo l’ultima udienza al processo che riguarda la morte di Cucchi, che vede imputati cinque carabinieri, tra cui tre per omicidio preterintenzionale, la cui sentenza è prevista giovedì 14 novembre.

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Nave italiana attaccata dai pirati nel Golfo del Messico

Nell'assalto alla Remas sono stati feriti due nostri connazionali. Non sono in pericolo di vita. I colpi d'arma da fuoco, il furto, la fuga: cosa è successo.

Nave italiana nei guai nel Golfo del Messico. La “Remas” è stata attaccata da un commando di 7-8 pirati e l’assalto ha provocato il ferimento di due italiani, uno colpito da un oggetto contundente alla testa e l’altro da un colpo d’arma da fuoco al ginocchio: non sono in pericolo di vita.

CASO SEGUITO DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione e in raccordo con l’ambasciata d’Italia a Città del Messico». L’imbarcazione è di proprietà della Micoperi, azienda con base a Ravenna che rappresenta uno dei maggiori contractor dell’industria offshore. Si tratta di una nave di rifornimento per le piattaforme petrolifere offshore, è lunga 75 metri e con un tonnellaggio di 2.600 tonnellate. È stata costruita nel 2011 in Turchia e naviga con bandiera italiana.

APERTO IL FUOCO CONTRO L’EQUIPAGGIO

I pirati sono arrivati a bordo della Remas su due barchini veloci e, dopo essere saliti sulla nave, hanno aperto il fuoco contro l’equipaggio, derubandolo di quanto possibile prima di scappare.

I FERITI SBARCATI NEL PORTO DI CIUDAD DEL CARMEN

Sulla nave si trovavano 35 persone, con nove marittimi italiani in totale, compreso un ufficiale della Marina mercantile messicana, che ha poi coordinato i contatti con le autorità locali. I due feriti sono stati sbarcati nel porto di Ciudad del Carmen, dove la Remas è arrivata scortata da una unità militare messicana. Lì c’era il personale medico allertato per soccorrere i due marittimi.

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Nave italiana attaccata dai pirati nel Golfo del Messico

Nell'assalto alla Remas sono stati feriti due nostri connazionali. Non sono in pericolo di vita. I colpi d'arma da fuoco, il furto, la fuga: cosa è successo.

Nave italiana nei guai nel Golfo del Messico. La “Remas” è stata attaccata da un commando di 7-8 pirati e l’assalto ha provocato il ferimento di due italiani, uno colpito da un oggetto contundente alla testa e l’altro da un colpo d’arma da fuoco al ginocchio: non sono in pericolo di vita.

CASO SEGUITO DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione e in raccordo con l’ambasciata d’Italia a Città del Messico». L’imbarcazione è di proprietà della Micoperi, azienda con base a Ravenna che rappresenta uno dei maggiori contractor dell’industria offshore. Si tratta di una nave di rifornimento per le piattaforme petrolifere offshore, è lunga 75 metri e con un tonnellaggio di 2.600 tonnellate. È stata costruita nel 2011 in Turchia e naviga con bandiera italiana.

APERTO IL FUOCO CONTRO L’EQUIPAGGIO

I pirati sono arrivati a bordo della Remas su due barchini veloci e, dopo essere saliti sulla nave, hanno aperto il fuoco contro l’equipaggio, derubandolo di quanto possibile prima di scappare.

I FERITI SBARCATI NEL PORTO DI CIUDAD DEL CARMEN

Sulla nave si trovavano 35 persone, con nove marittimi italiani in totale, compreso un ufficiale della Marina mercantile messicana, che ha poi coordinato i contatti con le autorità locali. I due feriti sono stati sbarcati nel porto di Ciudad del Carmen, dove la Remas è arrivata scortata da una unità militare messicana. Lì c’era il personale medico allertato per soccorrere i due marittimi.

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La vedova di Marco Beci e il ricordo di Nassiriya

Il 12 novembre 2003 un attentato in Iraq fece 19 morti italiani. Tra cui il funzionario della Farnesina. La moglie Carla racconta quella strage: «Mi crollò tutto. Mio marito era lì per un mondo di uguaglianza. E ora con la sua associazione proseguiamo la missione». L'intervista.

Nassiriya, Iraq. Il 12 novembre del 2003, alle ore 08.40 locali, un kamikaze al volante lanciò a tutta velocità un’autocisterna imbottita con 4 mila chili di tritolo contro la base “Maestrale” dei carabinieri. Il boato si avvertì a oltre 10 chilometri di distanza. Esplose anche il deposito di munizioni. Quando cadde a terra la polvere sollevata dalle macerie comparve solo distruzione, carcasse annerite di mezzi militari, un edificio sventrato e un cratere enorme. La “Ground zero” dell’Italia fece 28 morti, di cui 19 italiani, e fra questi due civili: il regista Stefano Rolla e Marco Beci, funzionario della Farnesina per la Cooperazione allo sviluppo.

«SI TROVAVA LÌ PER CASO»

Beci aveva 43 anni e tre figli, di cui l’ultima piccolissima, che lo aspettavano a casa. Era di Pergola, nel Pesarese. Carla Baronciani, sua moglie, dopo 16 anni da quella strage racconta a Lettera43.it: «Si trovava lì per caso. Era in una missione esplorativa. Doveva trovare un luogo adatto per aprire un ufficio governativo in rappresentanza della Farnesina. Aveva individuato la sede per l’ufficio con cui avrebbe gestito per conto del ministero degli Esteri i progetti per la ricostruzione dell’ospedale e dell’acquedotto. L’ultima volta che l’ho sentito è stato il giorno prima dell’attacco: l’11 novembre. Era sereno e tranquillo».

MISSIONI TRA AFRICA E BALCANI

Marco Beci nacque nel 1960. Una laurea in Scienze politiche e alle spalle lunghi anni di lavoro in Africa, nell’ambasciata in Etiopia, in Somalia, in Kenia, nell’ex Jugoslavia e in Kosovo. Nel 1995 entrò alla Farnesina come funzionario e poco dopo dalla Bosnia portò in Italia due bimbi mutilati dalle bombe, Sanja e Aladin, per garantire loro le giuste cure a Budrio. In Africa salvò Goitom, il suo autista eritreo “accerchiato” dal conflitto armato. Poi l’Iraq. L’ultima fermata.

Marco Beci in Iraq.

DOMANDA. Signora Carla, chi era suo marito?
RISPOSTA. Un uomo in trincea che ha fatto della cooperazione internazionale uno stile di vita. Per lui non era un lavoro, ma una missione dell’anima. Credeva in un mondo diverso, fatto di amore e di uguaglianza. Per questo era a Nassiriya, come in Etiopia o nei Balcani. Se lo dico sembro di parte. Invece era proprio così: un grande uomo.

Cosa si ricorda di quel giorno?
Ero a casa, con la piccola Maria Ludovica, mentre Giacomo e Vittoia erano a scuola. Mia madre mi chiamò verso mezzogiorno e mi disse: «Accendi la televisione. È successo qualcosa dove si trova Marco». Vidi le immagini confuse. Caserma. Fumo. Disastro. Ero frastornata. Poi mi tranquillizzai pensando che lo avevo sentito il giorno prima ed era sereno. Passarono le ore. Arrivò un primo bilancio della strage. Quando sentii che erano coinvolti due civili, chiamai l’unità di crisi della Farnesina.

E poi?
Ho iniziato a tempestarli di chiamate. Mi dicevano sempre di stare tranquilla, che mi avrebbero fatto sapere loro, appena avrebbero saputo il nome delle vittime. Il tempo passava ed ero sempre più terrorizzata. Verso le otto di sera, mentre Mentana faceva il nome di mio marito in tivù, i carabinieri di Pergola hanno bussato alla porta: un urlo di disperazione. Il mondo e la mia vita in pezzi in un istante con tre figli da crescere da sola.

Ora i suoi figli sono grandi.
Sì. Maria Ludovica è al quarto anno di liceo in America. Vittoria è una web designer e Giacomo sta facendo la specialistica per diventare medico infettivologo delle malattie tropicali. Sta seguendo le orme del padre. Ho tre figli d’oro. Marco mi diceva: «Mi raccomando, ai nostri figli non deve mancare nulla. Tanto amore e un futuro migliore». Sto cercando di rispettare quella promessa. Mi sono rimboccata le maniche. Ho fatto lavori umili e ho cercato di trasmettere amore e rispetto ai miei figli.

Lei volutamente non si è costituita parte civile al processo. Perché?
Rispetto la decisione degli altri familiari delle vittime. Ma ho agito da mamma. Che voleva far crescere i suoi figli nella totale serenità. Andare alla ricerca spasmodica di un colpevole o dei colpevoli non mi avrebbe restituito Marco. E sarebbe stata la negazione di quei valori in cui lui credeva e che donava agli altri: amore, serenità, libertà. E posso dirle una cosa?

Certo.
La gioia più grande, oltre ai miei figli, è stata quando Aladin, il ragazzo salvato da mio marito, ci ha invitato al suo matrimonio in Bosnia. Un tuffo al cuore. Marco è sempre con noi. Ma in quel momento ero felicissima perché ho visto ciò che aveva fatto per gli altri. Credeva in un mondo pieno di amore.

Lei ha creato l’associazione “Marco Beci”. Di cosa si occupa?
È una no profit, intitolata a mio marito che senza clamore e nel silenzio cerca di aiutare gli altri. La missione d’umanità continua, anche se lui non c’è più. Abbiamo aperto una scuola in Congo. Aiutato bimbi cardiopatici in Iraq. Oppure semplicemente paghiamo le bollette di chi è in difficoltà. Diamo una mano a chi ne ha bisogno. Estero, Italia o nelle Marche, dove sia non importa. La missione di Marco in questo modo continua. E nessuno lo dimenticherà.

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La vedova di Marco Beci e il ricordo di Nassiriya

Il 12 novembre 2003 un attentato in Iraq fece 19 morti italiani. Tra cui il funzionario della Farnesina. La moglie Carla racconta quella strage: «Mi crollò tutto. Mio marito era lì per un mondo di uguaglianza. E ora con la sua associazione proseguiamo la missione». L'intervista.

Nassiriya, Iraq. Il 12 novembre del 2003, alle ore 08.40 locali, un kamikaze al volante lanciò a tutta velocità un’autocisterna imbottita con 4 mila chili di tritolo contro la base “Maestrale” dei carabinieri. Il boato si avvertì a oltre 10 chilometri di distanza. Esplose anche il deposito di munizioni. Quando cadde a terra la polvere sollevata dalle macerie comparve solo distruzione, carcasse annerite di mezzi militari, un edificio sventrato e un cratere enorme. La “Ground zero” dell’Italia fece 28 morti, di cui 19 italiani, e fra questi due civili: il regista Stefano Rolla e Marco Beci, funzionario della Farnesina per la Cooperazione allo sviluppo.

«SI TROVAVA LÌ PER CASO»

Beci aveva 43 anni e tre figli, di cui l’ultima piccolissima, che lo aspettavano a casa. Era di Pergola, nel Pesarese. Carla Baronciani, sua moglie, dopo 16 anni da quella strage racconta a Lettera43.it: «Si trovava lì per caso. Era in una missione esplorativa. Doveva trovare un luogo adatto per aprire un ufficio governativo in rappresentanza della Farnesina. Aveva individuato la sede per l’ufficio con cui avrebbe gestito per conto del ministero degli Esteri i progetti per la ricostruzione dell’ospedale e dell’acquedotto. L’ultima volta che l’ho sentito è stato il giorno prima dell’attacco: l’11 novembre. Era sereno e tranquillo».

MISSIONI TRA AFRICA E BALCANI

Marco Beci nacque nel 1960. Una laurea in Scienze politiche e alle spalle lunghi anni di lavoro in Africa, nell’ambasciata in Etiopia, in Somalia, in Kenia, nell’ex Jugoslavia e in Kosovo. Nel 1995 entrò alla Farnesina come funzionario e poco dopo dalla Bosnia portò in Italia due bimbi mutilati dalle bombe, Sanja e Aladin, per garantire loro le giuste cure a Budrio. In Africa salvò Goitom, il suo autista eritreo “accerchiato” dal conflitto armato. Poi l’Iraq. L’ultima fermata.

Marco Beci in Iraq.

DOMANDA. Signora Carla, chi era suo marito?
RISPOSTA. Un uomo in trincea che ha fatto della cooperazione internazionale uno stile di vita. Per lui non era un lavoro, ma una missione dell’anima. Credeva in un mondo diverso, fatto di amore e di uguaglianza. Per questo era a Nassiriya, come in Etiopia o nei Balcani. Se lo dico sembro di parte. Invece era proprio così: un grande uomo.

Cosa si ricorda di quel giorno?
Ero a casa, con la piccola Maria Ludovica, mentre Giacomo e Vittoia erano a scuola. Mia madre mi chiamò verso mezzogiorno e mi disse: «Accendi la televisione. È successo qualcosa dove si trova Marco». Vidi le immagini confuse. Caserma. Fumo. Disastro. Ero frastornata. Poi mi tranquillizzai pensando che lo avevo sentito il giorno prima ed era sereno. Passarono le ore. Arrivò un primo bilancio della strage. Quando sentii che erano coinvolti due civili, chiamai l’unità di crisi della Farnesina.

E poi?
Ho iniziato a tempestarli di chiamate. Mi dicevano sempre di stare tranquilla, che mi avrebbero fatto sapere loro, appena avrebbero saputo il nome delle vittime. Il tempo passava ed ero sempre più terrorizzata. Verso le otto di sera, mentre Mentana faceva il nome di mio marito in tivù, i carabinieri di Pergola hanno bussato alla porta: un urlo di disperazione. Il mondo e la mia vita in pezzi in un istante con tre figli da crescere da sola.

Ora i suoi figli sono grandi.
Sì. Maria Ludovica è al quarto anno di liceo in America. Vittoria è una web designer e Giacomo sta facendo la specialistica per diventare medico infettivologo delle malattie tropicali. Sta seguendo le orme del padre. Ho tre figli d’oro. Marco mi diceva: «Mi raccomando, ai nostri figli non deve mancare nulla. Tanto amore e un futuro migliore». Sto cercando di rispettare quella promessa. Mi sono rimboccata le maniche. Ho fatto lavori umili e ho cercato di trasmettere amore e rispetto ai miei figli.

Lei volutamente non si è costituita parte civile al processo. Perché?
Rispetto la decisione degli altri familiari delle vittime. Ma ho agito da mamma. Che voleva far crescere i suoi figli nella totale serenità. Andare alla ricerca spasmodica di un colpevole o dei colpevoli non mi avrebbe restituito Marco. E sarebbe stata la negazione di quei valori in cui lui credeva e che donava agli altri: amore, serenità, libertà. E posso dirle una cosa?

Certo.
La gioia più grande, oltre ai miei figli, è stata quando Aladin, il ragazzo salvato da mio marito, ci ha invitato al suo matrimonio in Bosnia. Un tuffo al cuore. Marco è sempre con noi. Ma in quel momento ero felicissima perché ho visto ciò che aveva fatto per gli altri. Credeva in un mondo pieno di amore.

Lei ha creato l’associazione “Marco Beci”. Di cosa si occupa?
È una no profit, intitolata a mio marito che senza clamore e nel silenzio cerca di aiutare gli altri. La missione d’umanità continua, anche se lui non c’è più. Abbiamo aperto una scuola in Congo. Aiutato bimbi cardiopatici in Iraq. Oppure semplicemente paghiamo le bollette di chi è in difficoltà. Diamo una mano a chi ne ha bisogno. Estero, Italia o nelle Marche, dove sia non importa. La missione di Marco in questo modo continua. E nessuno lo dimenticherà.

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A Padova negano l’ingresso della bandiera venetista allo stadio e la Lega insorge

Proteste sia dal governatore del Veneto Luca Zaia, sia dal deputato leghista Massimo Bitonci. Ma per la questura è tutto regolare.

Volevano entrare allo stadio con una bandiera raffigurante il leone di San Marco, simbolo del Veneto e dei venetisti, ma sono stati bloccati dagli addetti alla sicurezza che hanno trattenuto il vessillo. È quanto successo a un ragazzino di 14 anni, a sua madre e a suo fratello più piccolo, domenica 10 novembre, in occasione della partita Padova-Sudtirol del campionato di Serie C. La decisione ha scatenato immediatamente le polemiche degli ultrà che, nel secondo tempo, hanno staccato gli striscioni e sospeso i cori per cinque minuti in segno di protesta. E successivamente anche quelle della Lega.

LUCA ZAIA: «INCIVILE VIETARE L’INGRESSO DELLA BANDIERA»

A denunciare prontamente l’accaduto ci hanno pensato diversi esponenti del Carroccio, cominciando dal governatore della Regione Veneto Luca Zaia, il quale ha affermato che «vietare l’ingresso allo stadio alla bandiera con il leone di San Marco dei tifosi veneti è un atto quantomeno incivile». Sono poi seguiti i commenti di Silvia Rizzotto, capogruppo veneto della Lista Zaia in consiglio regionale, per cui il gesto rappresenta «un atto contro il Veneto e le sue pressanti richieste di autonomia», e quelli di Nicola Finco, capogruppo della Lega in Regione, per il quale il gesto è ancor più grave perché «viene da un rappresentante dello Stato, il questore Paolo Fassari, che dovrebbe conoscere la storia della nostra Regione». Infine, è intervenuto anche il deputato leghista Massimo Bitonci, che ha depositato un’interrogazione al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per chiedere «se non ritenga opportuno approfondire la dinamica della vicenda».

PER LA QUESTURA LA NORMATIVA È STATA RISPETTATA

La risposta della questura non ha però tardato ad arrivare: secondo il questore Paolo Fassari, la normativa consente l’accesso libero solo alle bandiere delle due squadre in campo e al tricolore. Per le altre, invece, deve essere richiesta un’autorizzazione, in mancanza della quale gli addetti alla sicurezza sono costretti a proibirne l’ingresso.

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