Haftar risponde a Erdogan: «In Libia è l’ora delle armi»

Il generale della Cirenaica reagisce all'ipotesi di un sostegno militare turco ad al Sarraj: «Il tempo dei colloqui diplomatici è finito». La Marina libica ha l'ordine di affondare le navi di Ankara.

Alle ipotesi interventiste del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il generale Khalifa Haftar ha risposto affermando che per la Tripoli delle milizie che appoggiano il premier Fayez al-Sarraj non c’è soluzione politica, ma solo militare: visto che Ankara sta per inviare i suoi blindati, è l’ora delle armi e non delle conferenze diplomatiche, a Berlino o altrove. E qualsiasi nave turca dovesse passare davanti a Bengasi per portare soldati in Libia verrà affondata. Haftar ha mandato avanti per dirlo il portavoce del sedicente Esercito nazionale libico (Lna), di cui è comandante generale: «Il tempo dei colloqui diplomatici è finito, ora è il tempo dei fucili», ha scandito Ahmed al-Mismari al megafono panarabo della tv al-Arabiya.

LA CONFERENZA DI BERLINO VERSO IL NAUFRAGIO

Un nuovo siluro contro i pazienti sforzi che la cancelleria tedesca sta profondendo per mettere attorno a un tavolo la comunità internazionale e soprattutto i Paesi (l’Onu ne conta una decina) che ingeriscono nella crisi libica rendendola ormai una classica guerra per procura. Del resto, come ribadito più volte da Mismari, è dall’inizio dell’attacco a Tripoli dell’aprile scorso che il generale considera solo l’opzione militare contro le milizie filo-Sarraj, ai suoi occhi «terroriste» nonostante il premier sia riconosciuto dall’Onu.

IL PORTAVOCE DI HAFTAR: «LA TURCHIA INVIA I BLINDATI»

Il portavoce ha rivelato di avere informazioni secondo le quali la Turchia si appresta ad inviare altri blindati in Libia facendoli atterrare all’aeroporto tripolino Mitiga che riapre proprio nelle prossime ore. E alimentando il clima di tensione, il capo di stato maggiore della Marina militare libica, l’ammiraglio Farag El Mahdawi, ha reso noto di avere in tasca l’ordine di Haftar di «affondare qualsiasi nave turca si avvicini all’area». Il fuoco verbale di sbarramento è una diretta risposta a Erdogan, impegnato assieme al Qatar nell’appoggio a Tripoli estendendo così in Nord Africa la faglia che lo contrappone al fronte egitto-saudita-emiratino alleato di Haftar.

ERDOGAN PRONTO A MANDARE TRUPPE SUL TERRENO

Il presidente turco martedì aveva dichiarato che «se la Libia ce lo chiedesse, saremmo pronti a mandare» truppe, come del resto già apertamente auspicato da Sarraj. La base dell’invio sono le controverse intese di «cooperazione militare e di sicurezza» marittima firmate a fine novembre da Erdogan a Istanbul assieme a Sarraj. «Non abbiamo condiviso gli accordi con la Turchia che, a nostro parere, non sono legittimi perché hanno definito limiti marittimi senza coinvolgere la Grecia. La priorità in Libia resta quella della stabilità», ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. E anche i vertici Ue, secondo indiscrezioni, si preparerebbero a dichiarare l’accordo Ankara-Tripoli contrario alle leggi internazionali. Nel complesso dunque nuova instabilità in un Paese che è l’imbuto della migrazione africana e che, come ha appena segnalato un rapporto dell’Onu, l’Isis ha dichiarato «uno dei principali assi» delle proprie operazioni future.

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I temi al centro dell’incontro fra Di Maio e Lavrov

Il ministro degli Esteri ha chiesto all'omologo russo di rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano. E sulla Libia ha invitato Mosca ad agire nell'alveo della Conferenza di Berlino.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma Sergej Lavrov, capo della diplomazia russa. Tanti i temi al centro del bilaterale: dalla guerra in Libia alle sanzioni che l’Unione europea ha imposto alla Russia, passando per le contromisure di Mosca che hanno colpito, tra le altre cose, anche le esportazioni italiane di parmigiano.

«Questo confronto conferma l’importanza della Russia per l’Italia come interlocutore fondamentale», ha detto Di Maio in conferenza stampa, «ho rappresentato al ministro Lavrov le nostre preoccupazioni per l’intensificarsi della guerra civile in Libia, ribadendo che per noi non esiste una soluzione militare». Mosca, tuttavia, appoggia il generale Khalifa Haftar e sarebbe presente sul campo con alcune migliaia di mercenari. Una scelta opposta rispetto a quella fatta da Roma, che al contrario sostiene il governo del premier Fayez al-Serraj.

In Libia, secondo Di Maio, ci sono «troppe interferenze, mentre ogni iniziativa dovrebbe entrare nell’alveo della Conferenza di Berlino. Non perché ci sian una presunzione di superiorità europea, ma perché se tutti sono impegnati a lavorare sul cessate il fuoco è importante non promuovere fughe in avanti».

Quanto alle sanzioni, Di Maio ha detto che l’Italia «si muove nel solco dell’Unione europea, ma vogliamo promuovere una riflessione politica che preveda gli effetti sulle nostre aziende delle sanzioni e delle contromisure russe. Allo stesso tempo servono passi avanti sugli accordi di Minsk, fondamentali per riuscire a scongelare la situazione». Il titolare della Farnesina ha quindi chiesto a Lavrov di «rimuovere le sanzioni sul parmigiano reggiano», perché a suo giudizio «non rientrano nei parametri di quelle ideate nei confronti dell’Unione europea».

Il leader del M5s ha infine annunciato che a luglio sarà in Russia per ricambiare la visita e per partecipare all’Innoprom, la fiera sulla tecnologia.

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La crisi libica si complica, l’Italia batta un colpo

Mentre il conflitto continua e le ingerenze di Russia e Usa si fanno più concrete, sarebbe indispensabile che il nostro Paese si ponesse in prima fila in un’azione politico-diplomatica. Di Maio ne sarà capace?

La Libia torna vistosamente alla ribalta internazionale: per l’abbattimento di due droni, uno statunitense e uno italiano, per il faro che vi hanno acceso gli incontri Usa con Khalifa Haftar e Fayez al Serraj, per le accuse di destabilizzazione rivolte alla Russia, per le attese riposte nella Conferenza alla quale stanno lavorando i tedeschi.

Non invece per gli sbarchi sulle nostre coste dei migranti provenienti dalla Libia che hanno dominato il dibattito politico nostrano, lasciando che rimanesse preda delle nebbie di una vaga laconicità osservata dalla Difesa in merito alla scomparsa del nostro drone: «Nella giornata odierna è stato perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica MilitareMQ9 Reaper (Predator B) – successivamente precipitato sul territorio libico. Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche (Tripoli). Sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Da allora il silenzio; anche in risposta alla dura reprimenda del portavoce dell’Esercito nazionale libico Ahmed al-Mesmari che nello stesso giorno bollava il volo (area di Tarhuna, roccaforte del generale Haftar a una 70ina di chilometri da Tripoli) come «una violazione dello spazio aereo e della sovranità della Libia». Si è probabilmente voluto evitare di incorrere in ritorsioni suscettibili di mettere a repentaglio il nostro contingente a Misurata anche se altrettanto verosimilmente è stato letto come un segnale di debolezza di cui tenere conto,

CAMBIA IL RAPPORTO DEGLI USA CON HAFTAR

Conforta comunque sapere che il nostro governo si occupa della Libia, e lo fa non solo in relazione al fenomeno migratorio, che pure è un problema per noi importante, ma anche alla sfibrante conflittualità che la attraversa e alle minacce che ne stanno derivando sul terreno della sicurezza di fronte a un riaffiorante terrorismo – dell’Isis ma anche di Ansar al Sharia – che sta investendo un po’ tutta l’area saheliana. Si tratta di una conflittualità che sta inducendo anche gli Usa ha riposizionare il proprio faro su questo Paese anche in termini pubblici. E ciò sia con una robusta sollecitazione al generale Haftar venuta dal Dipartimento di Stato a cessare le operazioni su Tripoli sia con un monito alla Russia di «non sfruttare il conflitto» contro la volontà del popolo libico.

Una serie di indicazioni che stanno facendo emergere un accresciuto supporto militare russo, con attrezzature e mercenari, a fianco di Haftar

Un linguaggio, quello rivolto ad Haftar, ben diverso dal “riconoscimento” della Casa Bianca rivolto da Donald Trump al generale nell’aprile del 2019 per il suo ruolo nella lotta al terrorismo con la cosiddetta operazione Dignità che aveva indotto più di un osservatore a leggere in quel giudizio una sorta di sganciamento da Serraj, il capo del governo riconosciuto internazionalmente, a favore dell’uomo forte della Cirenaica.

Da sinistra, Giuseppe Conte e Haftar.

Un linguaggio che ha segnalato e sta segnalando una rinnovata preoccupazione Oltreoceano per una serie di indicazioni che stanno facendo emergere un accresciuto supporto militare russo, con attrezzature e mercenari, a fianco di Haftar. E forse non è un caso se più o meno in contemporanea un giudice del Tribunale di Stato della Virginia ha emesso un mandato d’arresto contro Khalifa Haftar – che ha anche la cittadinanza americana – per crimini di guerra.

IL RUOLO DELLA RUSSIA PER SOSTENERE IL GENERALE

Su questo sfondo ha colto di sorpresa l’annuncio di Mesmari, portavoce del generale, dell’imposizione di una no fly zone «sopra e intorno all’area delle operazioni militari dentro e intorno a Tripoli». Intanto perché solo Serraj (Tripoli) avrebbe una legittimazione a decretare una misura del genere; poi perché non risulta che quest’ultimo disponga dei mezzi necessari per garantirne il rispetto e infine perché dalla no fly zone sarebbe escluso l’aeroporto di Mitiga, l’unico funzionante nella zona anche se provvisoriamente chiuso per le vicende belliche vi si stanno sviluppando.

L’accusa mossa alla Russia da David Shenker è di aver dispiegato in Libia regolari forze militari in numero significativo per sostenere l’attacco a Tripoli di Haftar

Si tratta di un annuncio che prelude a un’avanzata sulla capitale o semplicemente un segnale di vitalità del contingente armato? Vi ha fatto seguito un incontro svoltosi tra lo stesso Haftar e una delegazione americana di alto livello (vice consigliere per la sicurezza in Medio Oriente e rappresentanti dello stesso Dipartimento di Stato, dell’Energia e delle forze armate) per «discutere i passi necessari per giungere ad una sospensione delle ostilità e una soluzione politica al conflitto libico», sottolineando il pieno supporto degli Stati Uniti a favore della sovranità e integrità territoriale della Libia e la loro preoccupazione per l’azione della Russia.

Vladimir Putin.

Azione che a stretto giro di posta è stata seguita dall’accusa mossa sempre alla Russia da David Shenker, l’Assistant Secretary del Dipartimento di Stato per il vicino oriente, di aver dispiegato in Libia regolari forze militari in numero significativo per sostenere l’attacco a Tripoli del generale Haftar, sottolineandone l’effetto altamente destabilizzante anche perché destinato a provocare un gran numero di vittime civili.

LA CONFERENZA SULLA LIBIA E GLI INTERESSI DELL’ITALIA

Intanto prosegue il lavoro di preparazione della Conferenza sulla Libia da parte tedesca. Con determinazione, ma anche con una punta di scetticismo per l’ostentata negatività che si manifesta da parte dei più stretti collaboratori di Haftar che continuano a dichiarare che non c’è possibilità di alcuna soluzione politica, essendo quella militare ormai l’unica praticabile.

Sarebbe davvero indispensabile che l’Italia, bilateralmente e in seno all’Ue finalmente rinnovata nei sui vertici, si ponesse in prima fila in un’azione politico-diplomatica

Sarà proprio così? Difficile dire, stante le obiettive difficoltà in cui versano entrambi gli schieramenti e il peso della delusione/frustrazione degli sponsor di Haftar per una guerra che doveva portare in un lampo alla conquista di Tripoli e che dopo sette mesi versa al contrario in uno stallo dal quale nessuna vittoria militare di uno dei due contendenti sull’altro sembra a portata di mano. A meno che, beninteso, non intervenga la classica “mossa del cavallo”, cioè un deciso intervento esterno che nelle condizioni date avrebbe un esito dirompente.

Luigi Di Maio.

Stando così le cose, sarebbe davvero indispensabile che l’Italia, bilateralmente e in seno all’Unione europea finalmente rinnovata nei sui vertici, si ponesse in prima fila in un’azione politico-diplomatica bilaterale e multilaterale volta a far prevalere le ragioni del negoziato per la stabilizzazione della Libia che stanno alla base della Conferenza in preparazione ad opera della Germania. Non dimentichiamoci mai che in Libia abbiamo anche forti interessi energetici. Ma è lecito chiedersi se il nostro ministro degli Esteri saprà/vorrà muoversi con la necessaria tempestività in tale direzione.

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La crisi libica si complica, l’Italia batta un colpo

Mentre il conflitto continua e le ingerenze di Russia e Usa si fanno più concrete, sarebbe indispensabile che il nostro Paese si ponesse in prima fila in un’azione politico-diplomatica. Di Maio ne sarà capace?

La Libia torna vistosamente alla ribalta internazionale: per l’abbattimento di due droni, uno statunitense e uno italiano, per il faro che vi hanno acceso gli incontri Usa con Khalifa Haftar e Fayez al Serraj, per le accuse di destabilizzazione rivolte alla Russia, per le attese riposte nella Conferenza alla quale stanno lavorando i tedeschi.

Non invece per gli sbarchi sulle nostre coste dei migranti provenienti dalla Libia che hanno dominato il dibattito politico nostrano, lasciando che rimanesse preda delle nebbie di una vaga laconicità osservata dalla Difesa in merito alla scomparsa del nostro drone: «Nella giornata odierna è stato perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica MilitareMQ9 Reaper (Predator B) – successivamente precipitato sul territorio libico. Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche (Tripoli). Sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Da allora il silenzio; anche in risposta alla dura reprimenda del portavoce dell’Esercito nazionale libico Ahmed al-Mesmari che nello stesso giorno bollava il volo (area di Tarhuna, roccaforte del generale Haftar a una 70ina di chilometri da Tripoli) come «una violazione dello spazio aereo e della sovranità della Libia». Si è probabilmente voluto evitare di incorrere in ritorsioni suscettibili di mettere a repentaglio il nostro contingente a Misurata anche se altrettanto verosimilmente è stato letto come un segnale di debolezza di cui tenere conto,

CAMBIA IL RAPPORTO DEGLI USA CON HAFTAR

Conforta comunque sapere che il nostro governo si occupa della Libia, e lo fa non solo in relazione al fenomeno migratorio, che pure è un problema per noi importante, ma anche alla sfibrante conflittualità che la attraversa e alle minacce che ne stanno derivando sul terreno della sicurezza di fronte a un riaffiorante terrorismo – dell’Isis ma anche di Ansar al Sharia – che sta investendo un po’ tutta l’area saheliana. Si tratta di una conflittualità che sta inducendo anche gli Usa ha riposizionare il proprio faro su questo Paese anche in termini pubblici. E ciò sia con una robusta sollecitazione al generale Haftar venuta dal Dipartimento di Stato a cessare le operazioni su Tripoli sia con un monito alla Russia di «non sfruttare il conflitto» contro la volontà del popolo libico.

Una serie di indicazioni che stanno facendo emergere un accresciuto supporto militare russo, con attrezzature e mercenari, a fianco di Haftar

Un linguaggio, quello rivolto ad Haftar, ben diverso dal “riconoscimento” della Casa Bianca rivolto da Donald Trump al generale nell’aprile del 2019 per il suo ruolo nella lotta al terrorismo con la cosiddetta operazione Dignità che aveva indotto più di un osservatore a leggere in quel giudizio una sorta di sganciamento da Serraj, il capo del governo riconosciuto internazionalmente, a favore dell’uomo forte della Cirenaica.

Da sinistra, Giuseppe Conte e Haftar.

Un linguaggio che ha segnalato e sta segnalando una rinnovata preoccupazione Oltreoceano per una serie di indicazioni che stanno facendo emergere un accresciuto supporto militare russo, con attrezzature e mercenari, a fianco di Haftar. E forse non è un caso se più o meno in contemporanea un giudice del Tribunale di Stato della Virginia ha emesso un mandato d’arresto contro Khalifa Haftar – che ha anche la cittadinanza americana – per crimini di guerra.

IL RUOLO DELLA RUSSIA PER SOSTENERE IL GENERALE

Su questo sfondo ha colto di sorpresa l’annuncio di Mesmari, portavoce del generale, dell’imposizione di una no fly zone «sopra e intorno all’area delle operazioni militari dentro e intorno a Tripoli». Intanto perché solo Serraj (Tripoli) avrebbe una legittimazione a decretare una misura del genere; poi perché non risulta che quest’ultimo disponga dei mezzi necessari per garantirne il rispetto e infine perché dalla no fly zone sarebbe escluso l’aeroporto di Mitiga, l’unico funzionante nella zona anche se provvisoriamente chiuso per le vicende belliche vi si stanno sviluppando.

L’accusa mossa alla Russia da David Shenker è di aver dispiegato in Libia regolari forze militari in numero significativo per sostenere l’attacco a Tripoli di Haftar

Si tratta di un annuncio che prelude a un’avanzata sulla capitale o semplicemente un segnale di vitalità del contingente armato? Vi ha fatto seguito un incontro svoltosi tra lo stesso Haftar e una delegazione americana di alto livello (vice consigliere per la sicurezza in Medio Oriente e rappresentanti dello stesso Dipartimento di Stato, dell’Energia e delle forze armate) per «discutere i passi necessari per giungere ad una sospensione delle ostilità e una soluzione politica al conflitto libico», sottolineando il pieno supporto degli Stati Uniti a favore della sovranità e integrità territoriale della Libia e la loro preoccupazione per l’azione della Russia.

Vladimir Putin.

Azione che a stretto giro di posta è stata seguita dall’accusa mossa sempre alla Russia da David Shenker, l’Assistant Secretary del Dipartimento di Stato per il vicino oriente, di aver dispiegato in Libia regolari forze militari in numero significativo per sostenere l’attacco a Tripoli del generale Haftar, sottolineandone l’effetto altamente destabilizzante anche perché destinato a provocare un gran numero di vittime civili.

LA CONFERENZA SULLA LIBIA E GLI INTERESSI DELL’ITALIA

Intanto prosegue il lavoro di preparazione della Conferenza sulla Libia da parte tedesca. Con determinazione, ma anche con una punta di scetticismo per l’ostentata negatività che si manifesta da parte dei più stretti collaboratori di Haftar che continuano a dichiarare che non c’è possibilità di alcuna soluzione politica, essendo quella militare ormai l’unica praticabile.

Sarebbe davvero indispensabile che l’Italia, bilateralmente e in seno all’Ue finalmente rinnovata nei sui vertici, si ponesse in prima fila in un’azione politico-diplomatica

Sarà proprio così? Difficile dire, stante le obiettive difficoltà in cui versano entrambi gli schieramenti e il peso della delusione/frustrazione degli sponsor di Haftar per una guerra che doveva portare in un lampo alla conquista di Tripoli e che dopo sette mesi versa al contrario in uno stallo dal quale nessuna vittoria militare di uno dei due contendenti sull’altro sembra a portata di mano. A meno che, beninteso, non intervenga la classica “mossa del cavallo”, cioè un deciso intervento esterno che nelle condizioni date avrebbe un esito dirompente.

Luigi Di Maio.

Stando così le cose, sarebbe davvero indispensabile che l’Italia, bilateralmente e in seno all’Unione europea finalmente rinnovata nei sui vertici, si ponesse in prima fila in un’azione politico-diplomatica bilaterale e multilaterale volta a far prevalere le ragioni del negoziato per la stabilizzazione della Libia che stanno alla base della Conferenza in preparazione ad opera della Germania. Non dimentichiamoci mai che in Libia abbiamo anche forti interessi energetici. Ma è lecito chiedersi se il nostro ministro degli Esteri saprà/vorrà muoversi con la necessaria tempestività in tale direzione.

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Giacimento dell’Eni chiuso in Libia a causa dei combattimenti

Attività sospese a El Feel. Le forze fedeli al premier Sarraj e quelle del generale Haftar si stanno scontrando nel Sud del Paese.

Il giacimento di El Feel della joint venture Mellitah Oil and Gas, nel Sud della Libia, è stato chiuso a causa dei combattimenti in corso tra le forze fedeli al governo di Tripoli, presieduto dal premier Fayez al-Sarraj, e quelle del generale Khalifa Haftar.

Il giacimento è gestito dall’Eni e dalla Noc, la compagnia petrolifera nazionale libica. Le attività saranno sospese fino al termine delle operazioni militari.

La Noc non ha segnalato danni a cose o persone e ha fatto sapere che i dipendenti del giacimento «sono al sicuro, ma non possono riprendere i loro normali compiti».

El Feel ha una produzione giornaliera stimata in circa 70 mila barili di petrolio. Sabha, la città nei pressi della quale si trova, dista 650 km in linea d’aria da Tripoli.

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Il giallo del drone italiano precipitato in Libia

Il velivolo si è schiantato nella zona a nord di Tarhouna a circa 60 km da Tripoli. L'esercito di Haftar ha rivendicato l'abbattimento la la Difesa nega: «Caduto per problemi tecnici».

Un drone militare italiano è precipitato il 20 novembre in Libia. Lo ha comunicato lo Stato maggiore della Difesa, spiegando che è stato perso «il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica militare, successivamente precipitato sul territorio libico». Il velivolo, «che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche», ha aggiunto la Difesa. Sono in corso approfondimenti per accertare le cause.

LE FORZE DI HAFTAR RIVENDICA L’ABBATTIMENTO

Secondo il sito Libya Akhbar il velivolo a pilotaggio remoto è stato “abbattuto” dalla contraerea delle forze del generale ribelle Khalifa Haftar. Il sito ha citato il generale capo delle «sale operative della regione occidentale», che ha definto il velivolo «un drone ostile abbattuto dalla difesa antiaerea a nord di Tarhouna». L’abbattimento sarebbe stato confermato anche da fonti di alto livello dell’Esercito nazionale libico guidato dall’uomo forte della Cirenaica. «Il maggior generale Mabrouk al Ghazawi, comandante del gruppo che opera nella regione regione, ha confermato che le difese anti-aeree della 9/a Brigata di fanteria hanno abbattuto il velivolo sulla zona di Souk El Ahad quando è penetrato nello spazio aereo della zona per una missione ostile nell’area delle operazioni», ha scritto peraltro il sito.

Citando una «fonte militare» della sala operativa del Comando, Libya Akhbar ha precisato che sulle prime si era pensato che si trattasse di un drone «di fabbricazione turca», «ma poi si è appurato che portava il logo dell’aviazione italiana» e «un esame preliminare dei rottami del velivolo indicano che si tratta di un Predator». Il sito, ma anche altri media vicini al maresciallo Haftar come Al Marsad, hanno rilanciato una foto in cui si vede l’ala color celeste chiaro di un velivolo con i tre cerchi concentrici rosso-bianco-verde. Il rottame è legato su un pick-up sul quale posa un miliziano in mimetica e mitragliatore in pugno.

LEGGI ANCHE: L’Italia e la guerra dei droni: un mare di incognite

LA DIFESA ITALIANA INSISTE: «PROBLEMA TECNICO»

Fonti italiane qualificate hanno spiegato che le cause della caduta del predator italiano «sono ancora in corso di accertamento», ma al momento «l’ipotesi prevalente è che si tratti di un incidente provocato da un problema tecnico». Per le stesse fonti «è ancora presto per dare una risposta definitiva, ma questa è l’ipotesi più accreditata». In particolare, è stato sottolineato che le forze del generale Haftar non avrebbero tecnologie in grado di colpire un aereo che, come il Predator, vola a circa 20.000 piedi di quota.

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Il giallo del drone italiano precipitato in Libia

Il velivolo si è schiantato nella zona a nord di Tarhouna a circa 60 km da Tripoli. L'esercito di Haftar ha rivendicato l'abbattimento la la Difesa nega: «Caduto per problemi tecnici».

Un drone militare italiano è precipitato il 20 novembre in Libia. Lo ha comunicato lo Stato maggiore della Difesa, spiegando che è stato perso «il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica militare, successivamente precipitato sul territorio libico». Il velivolo, «che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche», ha aggiunto la Difesa. Sono in corso approfondimenti per accertare le cause.

LE FORZE DI HAFTAR RIVENDICA L’ABBATTIMENTO

Secondo il sito Libya Akhbar il velivolo a pilotaggio remoto è stato “abbattuto” dalla contraerea delle forze del generale ribelle Khalifa Haftar. Il sito ha citato il generale capo delle «sale operative della regione occidentale», che ha definto il velivolo «un drone ostile abbattuto dalla difesa antiaerea a nord di Tarhouna». L’abbattimento sarebbe stato confermato anche da fonti di alto livello dell’Esercito nazionale libico guidato dall’uomo forte della Cirenaica. «Il maggior generale Mabrouk al Ghazawi, comandante del gruppo che opera nella regione regione, ha confermato che le difese anti-aeree della 9/a Brigata di fanteria hanno abbattuto il velivolo sulla zona di Souk El Ahad quando è penetrato nello spazio aereo della zona per una missione ostile nell’area delle operazioni», ha scritto peraltro il sito.

Citando una «fonte militare» della sala operativa del Comando, Libya Akhbar ha precisato che sulle prime si era pensato che si trattasse di un drone «di fabbricazione turca», «ma poi si è appurato che portava il logo dell’aviazione italiana» e «un esame preliminare dei rottami del velivolo indicano che si tratta di un Predator». Il sito, ma anche altri media vicini al maresciallo Haftar come Al Marsad, hanno rilanciato una foto in cui si vede l’ala color celeste chiaro di un velivolo con i tre cerchi concentrici rosso-bianco-verde. Il rottame è legato su un pick-up sul quale posa un miliziano in mimetica e mitragliatore in pugno.

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LA DIFESA ITALIANA INSISTE: «PROBLEMA TECNICO»

Fonti italiane qualificate hanno spiegato che le cause della caduta del predator italiano «sono ancora in corso di accertamento», ma al momento «l’ipotesi prevalente è che si tratti di un incidente provocato da un problema tecnico». Per le stesse fonti «è ancora presto per dare una risposta definitiva, ma questa è l’ipotesi più accreditata». In particolare, è stato sottolineato che le forze del generale Haftar non avrebbero tecnologie in grado di colpire un aereo che, come il Predator, vola a circa 20.000 piedi di quota.

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«Patto segreto sui migranti tra Libia e Malta»

Secondo i media della Valletta, l'intesa prevede che le forze armate dell'isola segnalino alle motovedette di Tripoli le imbarcazioni in viaggio per riportarle indietro. Alarm Phone: «Così si impedisce di fuggire da una zona di guerra».

Un accordo segreto tra Malta e Libia, per un coordinamento tra le forze armate dell’isola – la Marina in particolare – e la controversa Guardia costiera di Tripoli. L’intesa, secondo il quotidiano Times of Malta, prevede che i barconi dei migranti vengano segnalati dalla Marina maltese alle motovedette libiche prima che facciano ingresso nelle acque della Valletta, affinché vengano intercettati e riportati indietro. Per Alarm Phone si tratta di un fatto gravissimo, perché l’accordo «impedisce alle persone di fuggire da una zona di guerra e viola le convenzioni internazionali sui diritti umani»

UN INCONTRO IMBARAZZANTE

Il sito web del Times of Malta ha pubblicato la foto di un incontro tra il colonnello maltese Clinton O’Neil, capo delle forze armate e dell’intelligence militare, e il vicepremier libico Ahmed Maiteeq, organizzato dall’ambasciatore maltese a Tripoli. In primo piano appare un membro del Gabinetto del primo ministro maltese, Neville Gafà, più volte accusato di corruzione per il rilascio di visti per ragioni mediche concessi in modo irregolare. Secondo il quotidiano, Gafà si sarebbe accreditato come «inviato speciale del premier Joseph Muscat». Nel 2018 fu costretto ad ammettere di aver avuto un incontro con Hajthem Tajouri, leader di una milizia che gestisce un campo privato di detenzione per migranti e il racket delle estorsioni.

CITATE FONTI GOVERNATIVE DI ALTO LIVELLO

Secondo fonti governative di alto livello citate dal Times of Malta, i primi contatti tra la Valletta e Tripoli risalirebbero proprio al 2018. Ma adesso l’isola avrebbe concluso un accordo segreto vero e proprio: «Quando un’imbarcazione si dirige verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici. Il barcone viene intercettato e riportato indietro, prima che diventi di nostra competenza», hanno detto le fonti, aggiungendo che senza questo accordo l’isola verrebbe «sommersa dai migranti».

LA REPLICA DEL GOVERNO MALTESE

Un portavoce del Gabinetto del primo ministro maltese ha replicato affermando che incontri bilaterali con i libici avvengono continuamente. Malta «rispetta sempre» le convenzioni e le leggi internazionali, e l’Unione europea «è contro l’ostruzione delle operazioni condotte dalla Guardia costiera libica, finanziata e addestrata dall’Unione europea stessa per sostenere la gestione dei migranti e combattere il traffico di esseri umani».

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