A partire dalla mezzanotte del 12 gennaio, il conflitto si ferma. Ma entrambi promettono una dura reazione contro chi dovesse rompere la tregua.
Il cessate il fuoco in Libia è in vigore dalla mezzanotte del 12 gennaio. Il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez al Serraj, ha infatti accettato la tregua proposta da Turchia e Russia dopo che alla stessa avevano aderito anche le forze del generale dell’Est, Khalifa Haftar. In un comunicato pubblicato nella notte sulla pagina media del Gna, il premier libico Sarraj, oltre a confermare l’adesione al cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte e a promettere di difendersi in caso di sua violazione, invita le parti a una trattativa sotto l’egida dell’Onu su come pervenire a una tregua duratura e a lavorare con tutti i libici per una conferenza nazionale in vista della Conferenza di Berlino per giungere alla pace.
IL MESSAGGIO DI HAFTAR
Poche ore prima, Ahmed Al Mismari, portavoce dell’ Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, aveva annunciato in un video il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte. Una dura rappresaglia, ha affermato, verrà attuata contro chi non lo rispetterà. «Le forze di Haftar hanno accettato il cessate il fuoco: è il primo passo per perseguire una soluzione politica. Ancora tanta strada da percorrere, ma la direzione è quella giusta», aveva scritto su Twitter il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che proprio nella giornata di sabato 11 gennaio era impegnato a Roma ad accogliere Sarraj, mentre a Mosca, nelle stesse ore, si incontravano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin.
CONTE OSPITA SARRAJ
L’Italia ha avuto il suo bel da fare per rimediare al pasticcio diplomatico della visita a Roma di Haftar. Alla fine il premier libico Fayez al Sarraj ha deciso di accettare l’invito di Conte. «Ho rappresentato con forza ad Haftar» la posizione dell’Italia, ha dovuto chiarire Conte, «che lavora per la pace» e gli ho espresso «tutta la mia costernazione per l’attacco all’accademia militare di Tripoli». Anche Putin ha mandato un messaggio al generale che sostiene, dopo aver incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Conto molto che a mezzanotte, come abbiamo esortato con Erdogan, le parti in contrasto cesseranno il fuoco e smetteranno le ostilità: poi vorremmo tenere con loro ulteriori consultazioni». Messaggio che alla fine è stato recepito.
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Dopo la gaffe diplomatica di aver ricevuto prima Haftar, il premier prova a rimediare: «Non abbiamo agende segrete, l'unica opzione è politica». Il leader riconosciuto dall'Onu: «Sì al cessate il fuoco, ma la parte che attacca si ritiri».
Dopo il flop diplomatico dell’Italia che aveva ricevuto a Roma il generale della Cirenaica Khalifa Haftar prima del premier libico Fayez al Sarraj, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha cercaro di rimediare incontrando per quasi tre ore a Palazzo Chigi proprio il leader del governo riconosciuto dalle Nazioni unite.
«NON ABBIAMO AGENDE NASCOSTE»
Conte ha provato così a rimediare alla gaffe: «L’Italia ha sempre linearmente, coerentemente lavorato per una soluzione politica, per contrastare l’opzione militare, ritenendo l’opzione politica l’unica prospettiva che possa garantire al popolo libico benessere e prosperità. Non abbiamo altri obiettivi, non abbiamo agende nascoste».
«COSTERNAZIONE» PER L’ATTACCO DEL 4 GENNAIO A TRIPOLI
Basterà? Conte ha anche aggiunto: «Ho rappresentato con forza questa posizione anche al generale Haftar, al quale ho espresso tutta la mia costernazione per l’attacco del 4 gennaio 2020 a Tripoli all’accademia militare. Posso garantire che l’Italia continuerà a lavorare in modo convinto e determinato a sostegno del popolo libico, per offrire tutte le garanzie per un futuro di pace, stabilità e benessere».
«LIBIA POLVERIERA, STOP AD ARMI E INTERFERENZE»
Il capo del governo italiano si è detto quindi «estremamente preoccupato per l’escalation in Libia», visto che «gli ultimi sviluppi stanno rendendo un Paese una polveriera con forti ripercussioni, temiamo, sull’intera regione». Per Conte dunque bisogna «assolutamente fermare il conflitto interno e le interferenze esterne».
«L’UNIONE EUROPEA È LA MASSIMA GARANZIA»
Inoltre l’Italia si è detta pronta ad adoperarsi «sempre più per un coinvolgimento ancor maggiore dell’Unione europea perché siamo convinti che questo intervento offra la massima garanzia di non rimettere le sorti future del popolo libico alla volontà di singoli attori. L’Ue è la massima garanzia che si possa offrire oggi all’autonomia e all’indipendenza del popolo libico».
SARRAJ: «HAFTAR NON SEMBRA DISPONIBILE AL RITIRO»
Sarraj dal canto suo ha risposto così: «Accogliamo con piacere l’iniziativa di Russia e Turchia per un cessate il fuoco e sempre disponibili ad accogliere qualsiasi tipo di iniziativa possa andare in questa direzione. La condizione è il ritiro della parte che attacca, che non sembra disponibile a ciò» perché ha un altro modus operandi. Poi parole di riconciliazione con il nostro Paese: «Ho avuto modo di apprezzare il ruolo dell’Italia in questo dossier».
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Il rifiuto da parte di Haftar della tregua chiesta da Mosca e Ankara dice molto del conflitto. Sicuramente che il Cremlino, sebbene supporti il generale, nel Paese non ha la stessa influenza che ha in Siria. E soprattutto che il vero obiettivo di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati è quello di annientare la Fratellanza Musulmana.
Nella logica che ha portato Khalifa Haftar a rifiutare sdegnosamente la tregua dei combattimenti a Tripoli proposta da Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan si leggono con nettezza tutte le dinamiche della crisi.
Innanzitutto si comprende che la tregua non è stata rifiutata dal leader della Cirenaica, ma dai suoi sponsor dei quali è solo l’obbediente terminale: Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi non intendono affatto recedere dalla strategia -per loro peraltro già costosissima – intrapresa nell’aprile scorso: controllare tutta la Libia e, nel farlo, distruggere letteralmente i Fratelli Musulmani, che sono il baricentro politico sul quale si regge il governo di Fayez al-Serraj, in una logica che va ben al di là del contesto libico ma che guarda alla egemonia politica in tutta la Umma.
IL VERO OBIETTIVO È ANNIENTARE LA FRATELLANZA MUSULMANA
Sbaglia chi legge nella crisi libica solo uno scontro sul petrolio. Al Sisi, Mohammed bin Salman e l’emiro Khalīfa Āl Nahyān intendono annientare ovunque possono la Fratellanza Musulmana anche e soprattutto per ragioni di politica interna. Per loro è vitale impedire che la Libia segni una sua resurrezione, tanto più dopo il golpe di al Sisi del 2013 che ha spodestato Mohammed Morsi. Il Cairo non può letteralmente sopportare che ai suoi confini governi un esecutivo che attraverso porosissimi confini dia fiato ai Fratelli Musulmani egiziani sconfitti e perseguitati con durezza, ma non domi. Posizione fieramente supportata dai sauditi come dagli emiratini.
PER PUTIN LA LIBIA NON È LA SIRIA
Ma il rifiuto della tregua da parte di Haftar ci spiega anche – come previsto da chi scrive giorni fa – che il peso della Russia e di Putin nella crisi libica non è neanche lontanamente paragonabile con quello consolidato dal Cremlino in Siria. Il generale della Cirenaica può impunemente far fare una pessima figura a Putin, quasi irriderlo, senza timore di pagarne il prezzo, per la semplice ragione che il Cremlino lo appoggia, ma con discrezione, senza esporsi (con l’assenso all’azione dei mercenari della organizzazione Wagner) e quindi non ha armi forti di pressione. Il grosso delle forze militari di Haftar è composto dall’azione della aviazione emiratina e dai 2.000 e più mercenari nordafricani finanziati con le centinaia di milioni di dollari arrivati a Bengasi da Riad e dal Cairo. Questa relativa marginalità di Putin spiega perché sbaglia chi nei giorni scorsi ha ipotizzato uno scenario di divisione delle aree di influenza in Libia tra Mosca ed Ankara. Perché Putin conta poco e Erdogan non conta ancora abbastanza nella partita libica.
L’INCOGNITA TURCA
Infine, ma non per ultimo, il rifiuto della tregua da parte di Haftar ci indica che l’esito della esiziale battaglia per Tripoli dipende ora solo e unicamente dalla rapidità e dalla efficacia dell’arrivo sul terreno della potenza di fuoco e della strategia militare dell’esercito e della aviazione turca. È questa a oggi un’incognita, perché non ci sono precedenti di operazioni militari turche a centinaia di chilometri dai propri confini, ma tutto indica che Erdogan intenda non solo ingaggiarsi con forza nella battaglia di Tripoli, ma anche schierare da subito un contingente che la vinca e vinca l’avventurismo di Haftar. Si deve tenere conto dei numeri, della limitatissima massa critica dei combattenti sul campo: 2-3.000 per ogni fronte. Non è difficile per il contingente turco sbarcare in Libia con un impatto e una massa offensiva sufficienti a contrastare e anche a sbaragliare poche migliaia di avversari.
Erdogan infatti ha motivazioni speculari, opposte, a quelle di Riad, del Cairo e di Abu Dhabi. Se gli riuscirà di imporre il salvataggio in extremis del governo di al-Serraj (e quindi il rafforzamento definitivo dei Fratelli Musulmani libici) e di battere militarmente Haftar e i suoi alleati, segnerà una vittoria determinante, pesantissima, per l’egemonia politica nel campo sunnita (1 miliardo di fedeli) in tutto il Mediterraneo, il Medio Oriente e anche l’Asia. Inoltre conseguirebbe un enorme vantaggio – come ben si vede dal suo accordo sulle acque territoriali con al Serraj – nella spartizione degli immensi giacimenti metaniferi del Mediterraneo. Altra, cruciale ragione che rende la battaglia in corso esiziale e non componibile per i due fronti di Paesi musulmani oggi l’un contro l’altro armati. In questo contesto infine, poco sollievo ci viene dal registrare la piena sintonia tra il dilettantismo e le gaffe del governo italianocon quelli della Ue e delle capitali europee.
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Dopo essere volato in Siria e in Turchia, il presidente russo ha incontrato Merkel e si prepara a ospitare a Mosca l'incontro tra Haftar e al Serraj. Un iper-attivismo che condivide con Erdogan, nonostante siano spesso su fronti contrapposti. E che è convinto di poter esercitare anche con Teheran.
Dopo aver portato a casa con l’incontro con Recep Tayyip Erdogan il cessate il fuoco in Libia in cambio al non casuale via operativo al gasdotto russo-turco TurkStream, e aver visto Angela Merkel e il suo ministro tedesco degli Esteri Heiko Maas, ora Vladimir Putin si appresta a ospitare a Mosca Khalifa Haftar e Fayez al-Serraj per firmare i termini della tregua.
LO ZAR IN SIRIA POI A ISTANBUL
L’agenda di inizio 2020 del presidente russo è stata fitta: prima dell’incontro con Merkel, il 7 gennaio era volato a sorpresa in Siria, a parlare con il presidente Bashar al Assad, alleato del regime filo-iraniano. L’indomani aveva poi raggiunto Istanbul per mediare con l’omologo turco una spartizione della Libia, sulla falsariga di quanto concordato sulla Siria. Il prezzo dei negoziati politici attraverso l’hub del Cremlino è sempre economico e militare: un’arma di ricatto che i diplomatici degli altri governi e dell’Onu non hanno con gli interlocutori. Perciò sulla Libia come per il conflitto siriano, Erdogan e Putin si sono trovati immediatamente d’accordo, nonostante armino da tempo fronti contrapposti.
Erdogan e Putin.
IL PATTO LIBICO TRA ERDOGAN E PUTIN
Per attenuare l’appoggio degli islamisti di Tripoli e di Misurata, sotto il cartello della Fratellanza musulmana, il leader turco chiede la garanzia di conservare e allargare l’influenza neo-ottomana in Libia su una fetta accettabile di territori, almeno nella Tripolitania. E, quel che più conta, di bloccare il gasdotto concorrente EastMed con il TurkStream per portare gas russo all’Europa dalla Turchia.
L’altra pipeline è concepita per far arrivare il gas in Europa (attraverso Grecia e Cipro) dai nuovi giacimenti offshore israeliani. Una parte di mare ricca di risorse inesplorate dove, più a Ovest, opera anche Eni con concessioni di Cipro. E, più a Sud, nel maxi giacimento egiziano di Zohr.
LA CORSA TURCA AL GAS OFFSHORE
Più che qualche pozzo in Libia, il colpo azzardato da Erdogan è sfilare il gas offshore nel Mediterraneo al blocco avversario che arma il generale libico Khalifa Haftar. Arrivato all’offensiva finale contro il governo di Tripoli, Haftar ha dalla sua parte l’aviazione dell’Egitto e degli Emirati Arabi, finanziati dall’Arabia Saudita. Ma da qualche anno è anche la Russia a far avanzare l’ex comandante gheddafiano, sia con materiale bellico sia con mercenari russi della Wagner Group. Certo non prenderà bene una spartizione turco-russa della Libia, ma Haftar dipende anche dalle armi del Cremlino. E a lungo termine il metano dalla Turchia all’Ue vale più delle commesse di armi.
Vladimir Putin e Hassan Rohani, presidenti di Russia e Iran.
IL POTERE DELLE ARMI DI RUSSIA E TURCHIA
Il potere militare di Putin e di Erdogan in Libia ha reso ininfluenti i summit con Haftar di Giuseppe Conte. Di conseguenza il premier rivale di Tripoli Fayez al-Serraj lo ha disertato. Anche Erdogan, in sfida alla Nato, negli ultimi anni è diventato un acquirente dei sistemi antimissili e di altri armamenti dalla Russia. Ma più in generale Turchia, Russia e Iran sono storici partner commerciali ed economici: non a caso, Putin ed Erdogan si sono ricompattati anche nel condannare lo strike di Donald Trump contro Qassem Soleimani. Ben più di Ankara, Teheran è un alleato dell’asse dei non allineati capeggiato da Mosca. Ma paradossalmente per Putin sarà più dura incidere sulla crisi con l’Iran.
LA DIFFICILE MEDIAZIONE CON L’IRAN
La Repubblica islamica si espande militarmente in Medio Oriente in modo autonomo dal Cremlino, attraverso le forze d’élite all’estero (al Quds) dei Guardiani della rivoluzione che erano guidate da Soleimani. Propaga nella regione un sistema religioso radicalmente diverso dal modello culturale russo. Il punto di contatto con Putin è l’autoritarismo. Quello di distacco un orgoglioso nazionalismo. L’ateismo russo è da sempre profondamente contestato dagli ayatollah sciiti, gelosi della loro sovranità. Ma Putin è convinto di avere margini di mediazione anche con Teheran, mantenendo aperto il canale dell’Iran con l’Ue che vuole evitare l’uscita annunciata dall’accordo internazionale sul nucleare del 2015.
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L'equidistanza di Roma tra al Serraj e Haftar non porterà a nulla. L'Italia potrebbe mediare solo se avesse una posizione di forza. Visto che non ce l'ha, si schieri senza ambiguità.
È impresa ardua e faticosa inanellare tutte le incredibili gaffe inanellate da Luigi Di Maio e da Giuseppe Conte– e quindi, ahimé, dall’Italia – nella gestione della crisi libica. Innanzitutto, il nostro ministro degli Esteri e il nostro presidente del Consiglio non hanno ancora capito che il loro compito non è enunciare principi astratti ispirati ad un pacifismo dozzinale, ma intervenire concretamente nella realtà per difendere gli interessi nazionali dell’Italia. E la realtà è che in Libia si combatte una guerra, dichiarata unilateralmente da Khalifa Haftar che dall’aprile scorso ha lanciato le sue truppe «alla conquista di Tripoli». In una guerra o si sta da una parte o dall’altra. Tertium non datur.
L’INUTILE RICERCA DELL’EQUIDISTANZA DI ROMA
Ma sono passati nove mesi e Di Maio e Conte continuano a dimostrare “equidistanza” tra Bengasi e Tripoli alla ricerca di un ruolo di mediazione che si basa semplicemente sul nulla. Al Serraj (ed Erdogan) avranno tutte le ragioni per sostenere che questa equidistanza fa solo il gioco di Haftar.
L’ITALIA NON È IN POSIZIONE DI MEDIARE
L’Italia potrebbe mediare solo e unicamente se avesse una posizione di forza, argomenti pesanti da mettere sul tavolo per obbligare Haftar o al Serraj a sospendere il fuoco. Ma non ne ha oggi nessuno. Tranne vacui appelli di principio tipo quello tragicomica enunciato da Di Maio che ha proclamato: «Bisogna smetterla di vendere armi, bisogna fermare ogni interferenza esterna in Libia». Chi la ferma? E come? Qui si arriva al tragicomico perché l’ineffabile Di Maio ha dichiarato: «A proposito di quanto riportato da alcuni organi di stampa, in sede europea non si è mai parlato di riattivare Sophia, al contrario». Immediatamente e clamorosamente smentito dal mister Pesc dell’Ue Josep Borrel che ha dichiarato esattamente il contrario: «La missione Sophia ha, fra gli altri, il compito di sorvegliare il rispetto dell’embargo sulle armi su mandato dell’Onu. Ridare alla missione Sophia di nuovo gli elementi operativi è sempre stato sul tavolo e sicuramente ne parleremo». Palesemente Di Maio non legge neanche i dossier.
L’APPELLO DI MINNITI A SOSTENERE AL SARRAJ
Giustamente, Marco Minniti, che a suo tempo aveva pieno controllo della crisi libica e sa come comportarsi di fronte a una guerra guerreggiata, ha invitato Italia ed Europa a «definire insieme un unico interlocutore per la Libia». In trasparenza, l’ex “Lord of Spies” auspica quindi che l’Italia e Bruxelles si schierino con al Serraj e con Tripoli, non certo con gli assalitori. Tertium non datur.
PUTIN NON È LA SPALLA GIUSTA DA CERCARE
Ma non basta, non finiscono qui i fumosi strafalcioni di Di Maio e Conte. Franco Frattini ha rivelato martedì scorso di essere stato contattato da Di Maio nella prospettiva di proporre a Vladimir Putin la sospensione delle sanzioni europee in cambio di un suo allentamento radicale dell’appoggio ad Haftar. Ma Putin non è determinante in Libia, non ha affatto l’egemonia sul terreno, non è in grado di operare in Libia come fece in maniera determinante in Siria. La ragione è semplice: in Siria la Russia ha operato un massiccio dispiegamento militare di terra, di mare e di aria. Ha combattuto pesantemente sotto la propria bandiera. In Libia Putin si è limitato invece ad appoggiare l’invio di qualche centinaio di mercenari dell’organizzazione privata Wagner. Haftar è grato a Putin per l’aiuto eccellente datogli da questi super combattenti russi sul terreno. Ma prende ordini – e soldi – non da Mosca, ma dal Cairo, da Riad e da Abu Dhabiche lo forniscono di centinaia di milioni di dollari coi quali paga i mercenari russi e africani, che gli forniscono mezzi pesanti e munizioni e che soprattutto gli garantiscono l’azione efficace dell’aviazione. Putin è attore secondario in Libia, tanto è vero che nell’incontro con Recep Tayyp Erdogan dell’8 gennaio non ha avuto remore o problemi nel proporre una sospensione dei combattimenti libici a partire dal 12 gennaio.
L’INTERVENTO TURCO SARÀ DETERMINANTE
Tregua che difficilmente Haftar accetterà perché ne può approfittare unicamente al Serraj per consolidare gli aiuti militari turchi che stanno arrivando copiosi a Tripoli (e probabilmente anche ad Algeri, che può accettare la sua richiesta di ospitare aerei ed elicotteri da guerra di Ankara che possono rovesciare le sorti del conflitto). Tregua più che incerta quindi. Infine, ma non per ultimo: Di Maio – e Conte – non hanno la minima cognizione militare (come ampiamente dimostrato in tutti gli strafalcioni che hanno fatto e continuano a fare) e non si rendono conto che sul terreno l’intervento militare turco cambierà radicalmente le sorti della guerra in Libia. I militari turchi, soprattutto se arriveranno ad essere i 3.500 promessi da Erdogan, hanno una professionalità e una capacità operativa bellica incomparabile a quella delle eterogenee forze militari messe in campo da Haftar. Hanno l’esperienza di 36 anni di guerriglia e contro guerriglia nel Kurdistan iracheno nel quale del 1984 ad oggi hanno lasciato non meno di ben 8.000 caduti nei conflitti a fuoco e negli attentati del Pkk.
LA PARTITA INTERNA ALLA GALASSIA SUNNITA
Non si vede la ragione per la quale Erdogan – e il suo alleato al Serraj – non sfruttino l’occasione di infliggere ora una sonora lezione e una sconfitta militare e politica cogente a Haftar (e quindi all’Egitto, all’Arabia Saudita e agli Emirati). In Libia è in gioco una partita determinante per l’egemonia all’interno del mondo sunnita (1 miliardo di fedeli nel mondo), pro o contro i Fratelli Musulmani e sarebbe bene che anche l’Italia ne prendesse finalmente atto perché è la chiave di volta per comprendere il perché di tanti e tali «aiuti militari esterni». Speranza vana, vista la bassissima caratura e l’inesperienza del nostro governo.
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La visita del generale della Cirenaica a Palazzo Chigi poteva essere uno dei tanti meeting inconcludenti. Rischia addirittura di essere un boomerang clamoroso per la diplomazia italiana.
Il generale della Cirenaica Khalifa Haftar ha incontrato a Palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte. In serata era atteso a Roma anche Fayez al Serraj, leader del governo sostenuto dall’Onu. Ma quando ha saputo che anche Haftar era stato a Roma, ha deciso di tirare dritto verso Tripoli. Così quello che doveva essere il tentativo italiano di tornare rilevante sulla questione rischia di diventare un boomerang clamoroso, con il nostro partner di riferimento (Serraj) che perde fiducia nella Farnesina.
IL TENTATIVO IN EXTREMIS DELL’ITALIA
Sul dossier libico l’Italia (con l’Ue) è restata al palo mentre Russia e Turchia entravano prepotentemente nella partita e il governo ha tentato in extremis di ritagliarsi un ruolo di mediazione. E lo ha fatto attraverso l’unico strumento a sua disposizione, quello degli incontri faccia a faccia con i protagonisti dello scontro. Un copione già visto e rivisto, che in passato non ha portato a grandi risultati e che in questo caso si è rivelata addirittura una debacle diplomatica. Il problema di fondo è che Roma da sola ha poco da offrire ai leader avversari, e l’Ue non è mai riuscita a trovare una linea unitaria sulla questione. «Stiamo facendo quello che bisogna fare», spiega una fonte italiana vicina al dossier libico.
LA CONFERENZA FLOP DI PALERMO
Nel novembre del 2018 la conferenza diPalermo aveva portato in Italia sia al Sarraj che Haftar. Un meeting su cui il governo aveva puntato molto per ritagliarsi il ruolo da protagonista nella partita, ma dal quale era uscito senza la necessaria investitura delle grandi potenze straniere, che avevano mandato in Sicilia rappresentanti di secondo piano.
LE VISITE DI CONTE IN LIBIA
Il 23 dicembre dello stesso anno è stato Conte ad andare in Libia con una missione lampo a Tripoli e Bengazi, ma da allora la situazione non è migliorata.
LA PARALISI DELL’UE
Nel corso del 2019 gli incontri con Serraj e Haftar sono continuati, mentre il generale della Cirenaica attaccava la capitale Tripoli e sempre più emergeva la frattura interna all’Ue. Con l’Italia dalla parte di Serraj e la Francia da quella di Haftar, l’Unione europea si è trovata completamente paralizzata nella possibilità di intervenire. Così, sempre di più sono entrate la Russia e la Turchia al fianco dei rispettivi alleati, marginalizzando il ruolo di Bruxelles, Roma e Parigi.
CONTE VERSO IL GOLFO PERSICO
L’agenda futura del premier è destinata ad essere mutuata sulle crisi in Iraq e in Libia. Secondo fonti di governo è probabile dalla che verso la metà del mese Conte si muova per alcune visite nei Paesi del Golfo. Non sarà un vero e proprio tour ma il premier potrebbe fare più tappe nell’area. In quali Paesi ancora non è noto. Di certo il presidente del Consiglio ha sentito lo sceicco Mohamed bin Zayed al Nahyan, principe ereditario di un alleato solido dell’Italia (e sponsor di Haftar in Libia) come gli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo è riprendere quell’azione politico-diplomatica che permetta all’Italia di avere di non essere tagliata fuori dallo scacchiere libico. L’arrivo di Conte in quell’area potrebbe peraltro precedere – o anche succedere di poco – la visita ufficiale del presidente Sergio Mattarella in Qatar, prevista dal 20 al 22 gennaio, e subito dopo in Israele.
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L'Alto rappresentante Borrell e i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Regno Unito e Germania sono rimasti bloccata a Bruxelles senza sbocchi. E il vertice di pace a Berlino resta un miraggio.
Naufragata la missione diplomatica dell’Unione europea che avrebbe voluto tentare di convincere le due fazioni libiche a deporre le armi, l’Alto rappresentante Josep Borrell e i quattro ministri degli Esteri di Italia, Francia, Regno Unito e Germania hanno dovuto ripiegare su una riunione a Bruxelles. Per ragioni di sicurezza dopo gli ultimi attacchi, è stata la motivazione ufficiale, anche se a pesare sulla decisione con ogni probabilità è stata anche la contrarietà all’iniziativa lasciata trapelare nei giorni scorsi dal governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, forte ora del sostegno militare garantito dalla Turchia.
L’INCOGNITA TURCA A BENGASI
Nell’incontro, fatto traslocare in fretta e furia nella capitale europea, non si è potuto dunque fare altro che ribadire una serie di appelli di principio già espressi nei giorni scorsi dagli stessi attori che hanno partecipato alla riunione: la necessità del dialogo, l’invito a interrompere le interferenze esterne, la de-escalation. Mentre sul campo la realtà procede a passi spediti in tutt’altra direzione, con il generale Khalifa Haftar che sfrutta ogni secondo utile per cercare di guadagnare terreno con le sue truppe, con i soldati turchi che hanno già iniziato a dispiegarsi nel Paese per aiutare Sarraj, con la possibile presenza di mercenari e mezzi russi a fianco delle forze di Bengasi.
IL TOUR DE FORCE DIPLOMATICO DI DI MAIO
L’Europa pensa che sia ancora possibile riuscire a fermare con le parole questo marchingegno sempre più veloce e complicato. In Libia «bisogna parlare con tutti e convincerli a un cessate il fuoco», ha insistito il ministro Luigi Di Maio prima di volare alla volta della Turchia per mettere subito in pratica il proposito, incontrando il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu. Il titolare della Farnesina si sposterà poi nel giro di qualche giorno prima in Egitto, Paese vicino invece ad Haftar, e quindi in Algeria e in Tunisia. Una maratona diplomatica che dimostra la volontà italiana di garantirsi un ruolo di mediazione mantenendosi su una posizione equidistante dalle fazioni in lotta. «Ma l’Ue deve parlare con una voce sola», ha ammonito Di Maio a Bruxelles, dicendosi sicuro che le iniziative europee «vedranno un cambio di passo» nei prossimi giorni.
DI MAIO APRE A UN TAVOLO CON ANKARA E MOSCA
A margine dell’incontro con Cavusoglu Di Maio ha detto di essere pronto «ad aprire un tavolo tecnico con la Turchia e anche con la Russia, perchè in questo momento, per trovare una soluzione alla crisi libica» oltre a «partner come gli Stati Uniti, ci sono paesi importanti come la Russia, l’Egitto e la Turchia che sono fondamentali». «È importante dialogare con tutti e trovare una soluzione tutti insieme», ha aggiunto.
IL MIRAGGIO DEL VERTICE DI BERLINO
L’invito del titolare della Farnesina che affonda il coltello in quella che storicamente è una delle debolezze dell’Ue nella sua proiezione sulla politica estera e che fa il paio con l’appello del commissario europeo italiano Paolo Gentiloni, secondo il quale l’Unione europea deve ora «evitare di trovarsi di fronte a fatti compiuti» e farsi superare da una situazione geopolitica che va «più veloce della nostra ambizione». Per ora l’unica iniziativa concreta a livello europeo sembra essere la conferenza sulla Libia di cui si parla da mesi e che a Berlino dovrebbe far sedere intorno a un tavolo tutti gli attori regionali coinvolti in qualche modo nel conflitto. Anche l’Algeria, che era finora stata tenuta fuori, è stata invitata da Angela Merkel a partecipare all’incontro, per il quale tuttavia non è stata fissata ancora nemmeno una data e che continua a slittare.
IL PESO DELLA CRISI IRANIANA SULLA LIBIA
Intanto, mentre tutti osservano gli sviluppi sul terreno, i valzer dei colloqui e delle telefonate incrociate proseguono. Tra i protagonisti c’è naturalmente anche la Russia, con Putin che vedrà prima Erdogan e poi nel fine settimana la cancelliera tedesca. Anche se l’attenzione e la preoccupazione del mondo, probabilmente anche quella dell’Unione europea, in questo momento sembra essere maggiormente concentrata sulla crisi dell’Iran. E tra i corridoi delle istituzioni europee circolano voci, non confermate, sulla possibilità di un vertice a livello di capi di Stato e di governo sulla complessa situazione mediorientale.
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Il generale della Cirenaica è entrato nella città un tempo base dell'Isis in Libia: scatta la controffensiva del governo di Tripoli.
«Le forze dell’operazione al Bunyan al Marsous, che hanno sconfitto l’Isis a Sirte, mobilitano i propri uomini e mezzi per lanciare un contrattacco a Sirte per respingere i gruppi armati di Haftar che hanno preso il controllo della maggior parte della città», si legge in un tweet del The Libya Observer in riferimento al lancio di una controffensiva del governo di Tripoli per la ripresa delle posizioni perse sulle forze del generale Khalifa Haftar, che il 6 gennaio hanno annunciato di aver preso il controllo della città costiera di Sirte.
LA MISSIONE EUROPEA MORTA IN PARTENZA
Il caos libico ha inghiottito anche l’attesa missione europea, mentre le truppe di Erdogan forniscono al premier Sarraj una sponda consistente. Il primo gruppo di soldati di élite turchi è sbarcato a Tripoli e l’iniziativa dell’Unione europea, complici, probabilmente, i problemi di sicurezza e l’evoluzione dello scenario mediorientale, sta sfumando.
Ma il pressing della diplomazia non si ferma, e questa sera il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a cena a Roma l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri Josep Borrell. Al centro del colloquio, a quanto si apprende, i vari dossier, tra cui l’Iran ma anche la crisi libica, sulla quale i due hanno ribadito nettamente che non esiste soluzione militare. Borrell ha assicurato a Di Maio che al Consiglio Affari Esteri di venerdì si parlerà di Libia.
L’ATTACCO ALL’ACCADEMIA MILITARE
Il sanguinoso attacco all’Accademia militare di Hadaba che ha provocato una trentina di morti attribuita, tra voci e smentite, alle forze di Haftar, ha dato il colpo definitivo a qualsiasi possibilità di garantire la sicurezza alla missione europea. E stamattina il ministro degli Esteri del governo di Tripoli Mohamed Siala ha reso noto che il governo di Tripoli aveva chiesto alla delegazione Ue un rinvio della missione. Nella cui efficacia forse Sarraj non aveva particolare fiducia.
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L’Ue fuori gioco nel Mediterraneo. Dopo il via libera di Ankara all'invio di truppe, nell'ex colonia italiana si va verso una spartizione tra Erdogan e Putin. Come a Damasco e dintorni.
L’accordo sugli armamenti di Ankara con il governo di Tripoli a fine 2019 e, come primo atto del 2020, l’ok del parlamento turco a un contingente in Libia è l’istituzionalizzazione di una proxy war iniziata nel 2011, con le Primavere arabe. Segnata dall’accelerazione del 2014, che portò gli islamisti al governo nella capitale libica, e dalla volata di queste settimane imposta dalla marcia del nemico Khalifa Haftar su Tripoli. I rinforzi sul campo dei contractor russi alle milizie di mercenari del generale libico fanno la differenza, rendendo possibile la battaglia finale contro gli islamisti fallita da mesi da Haftar. Alla minaccia concreta i turchi, che un rapporto dell’Onu ha certificato violare «regolarmente e a volte apertamente» l’embargo sulle armi verso la Libia, sono costretti a uscire allo scoperto. Svelando come la guerra per procura sia anche, se non prima di tutto, una guerra del gas nel Mediterraneo.
ISLAMISMO CONTRO AUTORITARISMO
Da una parte scorre il corridoio di armi e di vari rifornimenti che parte dalla Turchia e, soprattutto attraverso i porti e lo scalo di Misurata, raggiunge Tripoli e ilgoverno di unità nazionale (Gna) guidato dagli islamisti. Aiuti, militari ed economici, pagati soprattutto dal ricco Qatar verso i gruppi di ribelli sponsorizzati nelle Primavere arabe contro i regimi autoritari, e a capo all’esecutivo di Fayez al Serraj legittimato dalla comunità internazionale (in seguito ai negoziati dell’Onu del 2015), ma sempre più circoscritto a Tripoli. Un governo caotico, frammentato, corrotto e composto da milizie anche violente. Dall’altra, ricorda lo stesso report sulla Libia del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del novembre scorso, c’è il fronte dei regimi sopravvissuti alle Primavere arabe che armano Haftar e conducono raid per lui: l’Egitto (finanziato dai sauditi) e gli Emirati arabi contrastano le mire neo-ottomane dei turchi in Libia, in asse con la Russia amica dei regimi.
Il parlamento turco approva la missione in Libia. GETTY.
ERDOGAN SI IMPOSSESSA DEL MEDITERRANEO
Il Leitmotiv è riportare la stabilità dell’era Gheddafi. Barattare il miraggio della democrazia con l’autoritarismo, nel nome di una sicurezza perduta e inseguita, è una tentazione ormai dalla maggioranza dei libici. Nell’ultimo anno Haftar ha raccolto simpatie anche in zone governate dagli islamisti (inclusi alcuni quartieri di Tripoli) dove da anni le aziende turche ricostruiscono strutture e infrastrutture – rilevando talvolta anche vecchi cantieri italiani. A questi grossi interessi geopolitici, che comprendono anche il Mediterraneo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un po’ come con i curdi nel Nord della Siria, non intende rinunciare, quand’anche come si profila le Primavere arabe dovessero soccombere alle forze di restaurazione. Il memorandum di novembre tra la Turchia e la Libia sulla giurisdizione dei due Stati nelle acque mediterranee (allegato all’accordo di cooperazione militare) è un’entrata a gamba tesa di Erdogan anche nei dossier energetici.
Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo tra Turchia e Libia
A GAMBA TESA NEL DOSSIER ENERGETICO
Egitto, Grecia, Israele, per non parlare di Cipro in contenzioso storico con la Turchia, sono insorte alla demarcazione unilaterale dei confini marittimi di Erdogan e al Serraj. Un colpo di spugna che dà mano libera ad Ankara alle esplorazioni di gas e petrolio nel Mediterraneo, per le quali i turchi si erano fatti largo nel Mediterraneo orientale già nella scorsa estate, al solito senza chiedere il permesso alla Grecia e a Cipro, lambendo anche la zona economica esclusiva egiziana e i minando i progetti dei gasdotti dei tre Paesi con Israele. Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo per scongiurare «l’emarginazione della Turchia» a terra. Anche gli accordi militari e di spartizione delle acque territoriali con la Libia furono ratificati a tambur battente dal parlamento di Ankara, in «aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri Paesi», commentò il titolare della Farnesina Luigi Di Maio.
Il premier libico Fayez al Serraj riceve a Tripoli il ministro turco Mevlut Cavusoglu. GETTY.
IL VIA LIBERA ALLE TRUPPE DEL PARLAMENTO TURCO
I memorandum dell’autunno erano l’antipasto della mozione per l’invio di truppe turche a sostegno del governo di Tripoli, approvata il 2 gennaio dai deputati di Ankara (325 favorevoli, 184 contrari) in un parlamento riaperto eccezionalmente dopo Capodanno, in anticipo dalla ripresa dei lavori l’8 gennaio. Curiosamente Erdogan, corso in soccorso alla battaglia finale libica, fa leva sul pretesto della «minaccia alla stabilità anche della Turchia»: con la Libia senza un «governo legittimo» si favorirebbero «gruppi terroristici come l’Isis e al Qaeda», che proprio le violazioni all’embargo anche della Turchia hanno fatto proliferare per anni, in reazione ai regimi autoritari e per sottrarre loro territori con ogni mezzo e scontri anche cruenti. Sebbene l’invio di rinforzi navali, aerei e a terra non si preveda immediato, l’escalation turca favorirà gli scontri in Libia e le tensioni nel Mediterraneo. Mentre l’Italia, e con Roma buona parte dell’Ue, staranno a guardare.
LA SPARTIZIONE TRA ERDOGAN E PUTIN
Alla condanna degli accordi «illegittimi» tra la Turchia e la Libia non seguiranno fatti. I progetti dino fly zoneventilati in un’operazione di Francia, Germania e Italia sono irrealistici, considerati il disastro dell’intervento nel 2011 contro Gheddafi e le manovre francesi inconfessabili di oggi con Haftar. E poi per difendere i libici da chi? L’Ue riconosce il governo filoturco di al Serraj a Tripoli (l’Italia ha una missione di assistenza agli islamisti a Misurata) non quello del generale nell’Est, con il quale tuttavia tiene aperti canali. Gli alt a Erdogan non possono tradursi in azioni, pena l’appoggio degli europei a regimi autoritari quali l’Arabia Saudita e i suoi satelliti (Emirati ed Egitto) e alla Russia di Vladimir Putin. Dalla Conferenza di Berlino sulla Libia di metà gennaio (se si terrà) non si attendono risultati ed è probabile che, nell’impotenza europea, mostrando i muscoli come in Siria Erdogan si ritaglierà la sua fetta di Libia – e di Mediterraneo – in accordo con Putin.
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Il generale si scaglia contro Erdogan: «Stupido sultano turco». E invita il popolo a combattere contro l'invio di truppe a sostegno di Sarraj.
L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in sostegno di Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco: «Questo stupido sultano turco ha scatenato la guerra in tutta la regione dichiarando che la Libia è una propria eredità», ha detto nel discorso con cui il 3 gennaio ha lanciato un appello ai libici ad armarsi contro la Turchia. A riportare le parole di Haftar è il sito Libya Akhbar.
«GUERRA AL COLONIALISTA»
Haftar ha sostenuto che la battaglia in corso per la conquista di Tripoli, riporta inoltre il sito fuori virgolette, «si amplia per divenire una guerra feroce a un colonialista brutale che vede la Libia come un’eredità storica e sogna di far rivivere un impero costruito dai suoi avi sulla povertà e l’ignoranza». Il generale ha esortato i libici a mettere da parte i propri contrasti, a rafforzare la fiducia nell’esercito e a difendere la loro terra e il loro onore. «Il nemico ha dichiarato guerra e ha deciso di invadere il Paese», ha affermato ancora Haftar secondo quanto riporta il sito, «sostenendo che l’amico popolo turco, con il quale la Libia ha legami fraterni grazie all’islam, si rivolterà inevitabilmente contro questo insensato avventuriero che spinge il proprio esercito a morire e aizza la discordia fra i musulmani».
RAID SUL COLLEGIO MILITARE DI TRIPOLI
Le forze di Haftar hanno attaccato con un raid aereo il Collegio militare di Tripoli, provocando la morte di diverse decine di persone (28 secondo il governo di Tripoli, 70 secondo Haftar). Altre fonti non verificate parlano di una quarantina di morti. «In risposta al bombardamento turco» compiuto «all’alba, l’aviazione ha preso di mira un raggruppamento di cento miliziani presso l’Accademia militare che si preparavano a partecipare ai combattimenti in corso e almeno 70 fra loro sono stati uccisi»,, scrive la pagina Facebook della “Divisione informazione di guerra” delle forze del generale.
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