Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena

Grande è la confusione sotto il cielo dei lettori del quotidiano la Repubblica. Tutta colpa della domenica dedicata alla festa della donna, l’8 marzo, che si è trasformata in una santa messa dove è stata data comunicazione della “prima lettera di Marina Berlusconi”. Un apostolato che non poteva trovare niente di meglio del giornale fondato da Eugenio Scalfari e oggi diretto da Mario Orfeo. Se, comunque, a fondo pagina si leggeva il nome di un’esponente storica della sinistra italiana, Luciana Castellina, classe 1929, il classico lettore di Repubblica potrebbe aver avuto un travaso di bile guardando cosa aveva scritto la figlia prediletta di Silvio Berlusconi. Proprio quel Cavaliere contro il quale sono state spese centinaia di prime pagine nel corso degli anni.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
La lettera di Marina Berlusconi pubblicata in prima pagina su Repubblica domenica 8 marzo.

Pure Veronica Lario aveva usufruito degli spazi del giornale romano, ma “per dirne quattro” al caro Silviuccio, non certo per ricordarlo e andare avanti con le sue battaglie, come la riforma della giustizia. Le battaglie delle donne ora vengono intestate a Marina…

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena

Ma qual è il retroscena? All’interno del quotidiano si parla dell’ennesima prova di funambolismo di Orfeo, un camaleonte a 24 carati, impegnato a traghettare il vascello (che una volta era un transatlantico) di carta seguendo la nuova proprietà proveniente dalla Grecia, che certo non è desiderosa di mettersi contro il governo guidato da Giorgia Meloni, volendo coltivare qualche business redditizio nel nostro Paese.

LEGGI ANCHE Chi c’era, chi non è stato invitato e chi contestava alla festa di Repubblica

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena

Mimun a 72 anni non ha comunque voglia di mollare la presa

Dopo alcuni attriti tra cdr e direttore, la voglia di proclamare sciopero da parte dei giornalisti non mancherebbe, anche se la vera battaglia verrà fatta dopo aver visto le carte dell’editore in pectore. Ma più che a un consolidamento di Orfeo alla guida di Repubblica, c’è chi indica un’altra possibile astutissima mossa del direttore: «Dando platealmente spazio a Marina Berlusconi lui si è posto in luce come un ottimo, presentabilissimo, successore di Clemente Mimun, uno che conta la bella età di 72 anni e che di certo non ha voglia di mollare la presa del Tg5, ma che comunque non è eterno, come chiunque sulla Terra».

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Clemente Mimun (Imagoeconomica).

De Benedetti non avrebbe mai offerto alla figlia del Cav una tribuna del genere

Insomma, un beau geste che può suonare come una sorta di prenotazione per il suo futuro professionale, avendo offerto alla figlia del Cavaliere una tribuna impensabile fino a pochi anni fa. Una cosa che CDB, ossia l’Ingegnere Carlo De Benedetti, non avrebbe mai permesso. Lui di Berlusconi ha sempre detto che non era un imprenditore, ma «un impresario»: sì, la definizione riferita a quelli che nei teatri di una volta allestivano l’avanspettacolo con le ballerine pronte a fare qualche numero di can-can mostrando le gambe al pubblico.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Carlo De Benedetti (foto Imagoeconomica).

Prospettiva affascinante, quella di vedere Orfeo direttore del telegiornale della rete ammiraglia di Mediaset: in questo modo gli verrebbe assegnato d’ufficio il “Grande Slam” del giornalismo italiano, perché nella sua carriera ha già raggiunto tutti i posti di comando possibili, quelli che pesano davvero, e vederlo pure a Cologno Monzese sarebbe un vero spettacolo. Se nel tennis il riconoscimento spetta a chi vince i trofei più prestigiosi del Pianeta, cioè Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open, Orfeo vanta un palmarès incredibile, perché ha diretto tutti e tre i telegiornali della Rai, l’azienda radiotelevisiva pubblica di cui è stato anche direttore generale, e nella carta stampata è stato direttore de Il Mattino, Il Messaggero e ora di Repubblica, dal 2024.

Orfeo e quel soprannome che la dice lunga sulla sua capacità di adattarsi

Un recordman, a tutti gli effetti, con un curriculum a prova di bomba, inattaccabile, zigzagando tra ogni possibile governo di centro, destra e sinistra, oltre ad aver dimostrato di essere capace di resistere per anni e senza fare una piega di fronte a un editore incontentabile e dal carattere aspro come Francesco Gaetano Caltagirone, nelle piazze di Napoli e di Roma. Che poi sono le più “calde” da gestire e non solo nel senso meteorologico, tanto che Orfeo si è guadagnato quel soprannome di “Pongo” che la dice lunga sulla capacità di adattarsi e assumere la forma migliore, rendendosi sempre utile sotto ogni tipo di cielo, evitando acquazzoni e colpi di sole.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Incredibile facilità nel tessere pubbliche relazioni con chi conta

Pubblico o privato per lui pari sono, avendo dimestichezza con il potere a ogni latitudine. Tra l’altro il 21 marzo per Orfeo sono previsti straordinari festeggiamenti, in occasione del suo compleanno: nel 2026 le candeline da mettere sulla torta sono 60, dato che è nato nel 1966. Un evento che si annuncia faraonico, per la “cifra tonda” e la personalità del protagonista, senza dimenticare la sua incredibile capacità di tessere le pubbliche relazioni, stando al cellulare dalla mattina alla sera per rimanere in contatto con i veri vip della politica, dell’economia e dell’informazione. Un uomo costretto a sobbarcarsi trasferte perigliose e dalle distanze enormi pur di seguire le partite di calcio della Juventus in tribuna autorità, tra gli Elkann e gli Agnelli.

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Corrado Augias, Sergio Mattarella, John Elkann, Ezio Mauro e Mario Orfeo (foto Ansa).

La ciliegina sulla torta? Il piano che porta addirittura al Quirinale…

Ciliegina sulla torta, da anni a Roma gira la voce che qualora Pier Ferdinando Casini diventasse un giorno presidente della Repubblica, coronando il sogno di una lunga vita da democristiano e mettendo d’accordo centro, destra e sinistra, il portavoce e capo della comunicazione al Quirinale sarebbe… proprio Mario Orfeo, per un settennato indimenticabile. «A meno che lui stesso non voglia fare il capo dello Stato», sibila sorridendo un amico carissimo, anche lui nel mondo del giornalismo. E, vista l’ambizione del direttore, forse c’è poco da scherzare…

Mario Orfeo da Repubblica “prenota” il Tg5? Il retroscena
Pier Ferdinando Casini (foto Imagoeconomica).

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma

Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.

Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas

Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Treno fermo in stazione (Ansa).

Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca

Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).

Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali

Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.

Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»

Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​ 

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»

L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato di aver ucciso nei raid sulla Repubblica Islamica un cittadino iraniano a capo di un’unità che aveva organizzato un presunto complotto per eliminare Donald Trump. «Sebbene non fosse nemmeno lontanamente lui il fulcro dell’operazione, abbiamo fatto in modo da includerlo nella lista degli obiettivi. È stato braccato e ucciso», ha detto il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un briefing con la stampa: «L’Iran ha tentato di uccidere il presidente Trump e il presidente Trump ha riso per ultimo». Teheran ha sempre smentito di aver messo in piedi un piano per assassinare il tycoon.

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»
Donald Trump (Ansa).

Nel 2024 il Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato l’iraniano Farhad Shakeri

Hegseth non ha fatto il nome della persona uccisa. Si sa però che a novembre del 2024 Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato il 52enne Farhad Shakeri, in relazione a un piano dei Guardiani della rivoluzione per assassinare Trump, appena rieletto alla Casa Bianca. Emigrato negli Stati Uniti da bambino, Shakeri era stato espulso attorno al 2008 dopo 14 anni trascorsi in carcere per rapina. Secondo il Dipartimento di Giustizia si era avvalso «di una rete di complici incontrati in prigione negli Stati Uniti per fornire ai Guardiani della rivoluzione agenti incaricati di sorvegliare e assassinare» i bersagli dei pasdaran negli Usa. Assieme a lui erano state incriminate altre due persone, Carlisle Rivera e Jonathan Loadholt: i tre avrebbero messo in piedi un piano (poi non portato a termine) per eliminare Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, che aveva criticato le leggi sull’obbligo del velo per le donne. Secondo il Dipartimento di Giustizia era stato anche incaricato dai Guardiani della rivoluzione di sorvegliare due ebrei americani residenti a New York e di aver ricevuto un’offerta di 500 mila dollari dai pasdaran per ucciderli. Inoltre a Shakeri sarebbe stato anche assegnato il compito di colpire turisti israeliani in Sri Lanka.

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like

Che Dubai fosse una parodia del paradiso lo avevamo sospettato: mentre è invasa da youtuber, tiktoker, instagrammer, streamer, podcaster e creator vari, ci siamo noi utenti fantasma, quelli che guardano ma non si sporcano a postare o a commentare – noi “lurker” insomma – che osserviamo scandalizzati. Tutti questi “cervelli in fuga” negli Emirati, in Oman, ad Abu Dhabi, in Qatar stanno reagendo ai bombardamenti dell’Iran sugli alleati degli Usa come se fossero “dirette” qualsiasi, quelle live in cui «vi porto con me nella mia super suite». Indhya Contu per esempio, che si autodefinisce «ceo di @itarocchidiesmeralda» e inizia tutti i suoi post con «No vabbè», l’ha presa bene: si trova in Qatar, «location top» che lei «adora» e ci fa sapere che il suo «entusiasmo è altissimo, questo posto ti genera una vibe super alta. Quando ti svegli in questo paradiso e dici non voglio andare più via e scopri che è così, perché la guerra ci blocca qui. Si dice che quando il mondo e i santi ti vogliono bene avvereranno i tuoi desideri: rimanere per sempre in Qatar. E dalla guerra è tutto: la vostra reporter preferita».

Meglio della trama di Black Mirror, si commenta su X, l’ex Twitter, dove vengono rilanciati i post della Contu e quello del Corriere del Veneto, che dice: «La maestra di OnlyFans Elena Maraga da Dubai: Ho fatto 50 piani a piedi per scappare dalle bombe, erano vicine. La notte? Nel bunker».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Il racconto della maestra di OnlyFans al Corriere del Veneto.

Improvvisati inviati di guerra che si contraddicono fra loro

Qualcuno si improvvisa inviato di guerra: «Voglio mostrare agli italiani qual è la situazione reale qui a Dubai»; dicendo che si trova nel luogo «più iconico» e non sente più boati, vede in spiaggia ragazzi che giocano a pallone e mostra il famoso grattacielo La Vela che gli sembra «in perfette condizioni». Invece «la situa è calda» lo contraddice qualcun altro su Instagram: «Ragazzi è ufficiale, siamo in guerra, vedo i missili e i razzi di notte, rimanete connessi… sentite?… sentite? Un’ambulanza… ragazzi ci vediamo, vi tengo aggiornati», mentre mostra il giaciglio in garage su cui ha passato la notte.

Molti commenti: si va da «sembra una realtà distopica» a «ci sono più italiani a Dubai che in Molise». Quella di buttarla in vacca è la vecchia strategia social: del resto, come si fa a prendere sul serio la ragazza bionda che provocatoriamente scrive su una sua foto: «Comunque, meglio rischiare di essere bombardata dai missili a Dubai che dal 50 per cento di tasse in Italia».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Influencer a Dubai.

Giovani che lavorano nel digitale attratti dai vantaggi fiscali

Il vantaggio fiscale sembra il motivo principale di questa diaspora giovanile negli Emirati Arabi Uniti e dintorni, mentre gli italiani in pensione preferiscono il Portogallo e San Marino. Il sistema delle imposte di Dubai favorisce spudoratamente i giovani, soprattutto quelli che lavorano nel digitale: la tassa sul reddito personale è pari allo 0 per cento, senza alcuna trattenuta Irpef che, in Italia, supererebbe il 40 per cento. L’aliquota Iva è bassissima, pari al 5 per cento.

Gli inviti rivolti direttamente agli influencer

L’Ente del Turismo di Dubai invita in prima persona gli influencer offrendo infrastrutture che rendono Dubai «il set fotografico più bello e redditizio» per loro, che culminano in un «programma di visto per creator»: una “Golden Visa” che garantisce la residenza per 10 anni, espressamente dedicata a chi lavora nel mondo dei contenuti digitali.

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Un’immagine satellitare mostra una veduta aerea di Dubai prima dell’attacco iraniano (foto Ansa).

Qualche creator prova a rassicurare tutti: «Io mi sento più sicuro qui a Dubai nella situazione attuale che in Italia. Ripeto: non è stata presa di mira Dubai, semplicemente ci sono solo dei detriti che, cadendo, cadono qui su Dubai perché si trova in mezzo a tutta questa storia ma non è Dubai il focus della situazione, non è Dubai che è stata presa di mira. Stiamo tranquilli». Se lo dice lui…

Nel frattempo però piovono missili iraniani

Peccato che dal 28 febbraio l’Iran abbia lanciato almeno 165 missili balistici, 2 missili cruise e 541 droni contro gli Emirati Arabi, in risposta all’attacco coordinato di Usa e Israele. Gli obiettivi hanno incluso la base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi, l’area alberghiera di Jumeirah, il Burj Al Arab e l’aeroporto internazionale di Dubai. Anche Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania, Arabia Saudita e Iraq sono stati colpiti. Praticamente tutti gli Stati del Golfo sono stati presi di mira per la prima volta nella storia.

Un cinismo social speculare a quello di Dubai

La guerra degli influencer mostra che qualunque argomento, perfino un conflitto internazionale, può essere stiracchiato per raccattare like. Il cinismo di questi ragazzi è speculare a quello di Dubai: «Se qui comprano l’Occidente con tanta disinvoltura è perché l’Occidente è in svendita», scriveva Walter Siti nel suo reportage dagli Emirati Il canto del diavolo (2009).

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Il canto del diavolo.

«Qui si assiste a un doppio genocidio: quello della cultura locale, celebrato in fretta quasi senza rimpianti e accantonato senza tracce visibili di lutto, e quello della cultura occidentale, ridotta a stereotipo da esportazione. I soldi trasportano le civiltà da uno all’altro livello di energia, lo sterminio delle culture di partenza è necessario, come è necessario sbarbare un terreno prima di piantarci nuovi semi». È la barbarie che ciondola senza trovare appigli: da TikTok, da Instagram, da YouTube è tutto.

Iran, l’allarme degli 007: «Con l’escalation cresce il rischio terrorismo»

La situazione in Iran alimenta tensioni internazionali e fa temere un’escalation che può avere un impatto anche sulla minaccia terroristica. È quanto si legge nella relazione annuale dell’intelligence presentata il 4 marzo 2026. Secondo il rapporto, «sono aumentati rischi derivanti dalle attività di Hamas sul suolo europeo, soprattutto per il coinvolgimento nella circolazione di armi e in possibili progettualità ostili contro obiettivi israeliani ed ebraici». In Italia, come in altri Paesi europei, sono state condotte diverse operazioni antiterrorismo nei confronti di persone a vario titolo connesse con il conflitto mediorientale.

La propaganda jihadista potrebbe strumentalizzare il conflitto per combattere «il nemico occidentale»

In prospettiva futura, riflette l’intelligence, «è probabile che le principali sigle del terrorismo internazionale affineranno sempre di più la capacità di “capitalizzare” le crisi in atto, alimentando ulteriormente un trend che, a oggi, le vede declinare i propri messaggi istigatori in modo strumentale rispetto alle loro agende». E ancora: «L’interconnessione tra i diversi quadranti di crisi rischia inoltre di amplificare la proiezione esterna della minaccia, incluso verso l’Europa e l’Italia». Quanto alle proiezioni esterne delle tensioni tra Israele e Hamas, «recenti operazioni di polizia condotte in Italia e in altri Paesi europei confermano la necessità di tenere alta l’attenzione sia sui possibili canali di finanziamento al terrorismo, sia sui network che Hamas potrebbe costituire all’estero». In tale scenario, «l’antisemitismo assume un rilievo sempre più internazionale, oltre che trasversale a diverse ideologie estremiste». Parallelamente, un ampliamento del conflitto mediorientale, soprattutto verso l’Iran, «potrebbe accentuare, nel prossimo futuro, i rischi di propagazione del rischio terroristico anche in Europa». In prospettiva, la propaganda jihadista potrebbe, in modo opportunistico, «strumentalizzare un eventuale conflitto che coinvolga Teheran, invocando un jihad globale contro il comune nemico occidentale».

Garante della privacy, indagine sull’assunzione della moglie del deputato meloniano Sbardella

La Guardia di Finanza ha acquisito documenti relativi all’assunzione dell’avvocata Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, che dal primo gennaio 2025 risulta dirigente del Garante della privacy. Lo riporta Repubblica. La procura di Roma intende chiarire se l’assunzione di Luciani, professionista con esperienza nel settore, sia avvenuta nel rispetto delle regole o come favore sorta di favore vista l’appartenenza del marito (che è anche membro della Commissione di Vigilanza Rai) al partito della premier Giorgia Meloni. L’acquisizione dei documenti relativi all’inquadramento di Luciani è al momento un atto tecnico e formale.

Garante della privacy, indagine sull’assunzione della moglie del deputato meloniano Sbardella
Luca Sbardella (Imagoeconomica).

L’Authority è già al centro di un’inchiesta della Procura di Roma

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali è già al centro di un’inchiesta della procura capitolina: al centro delle indagini le spese sostenute dall’intero collegio che dirige l’Authority. Il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza – che si è dimesso dall’incarico – sono indagati a vario titolo di peculato, uso privato di beni pubblici, e corruzione.

LEGGI ANCHE: Report-Garante della privacy, tutte le tappe dello scontro

Bocchino prezzemolino su La7 e l’endorsement di Sempio per il Sì: le pillole del giorno

«Ma perché Italo Bocchino è sempre su La7?», chiedeva l’altro giorno un parlamentare di Forza Italia a un collega. La risposta è stata immediata: «L’astuto Italo ha pensato bene di pubblicare il suo libro dedicato a Giorgia Meloni – Giorgia la figlia del popolo – con la casa editrice Solferino che fa parte del gruppo Rcs. Che a sua volta fa capo a Urbano Cairo, proprietario di La7. Sinergia assicurata». A proposito, martedì mattina, Bocchino era tanto per cambiare su La7 all’Aria che tira con David Parenzo, intento a litigare con la dem Anna Ascani. E poi ci sono naturalemente le consuete ospitate da Lilli Gruber a Otto e mezzo

L’endorsement di Sempio per il sì al referendum

In tv ormai il delitto di Garlasco è diventato – ahinoi – un vero e proprio genere. Anche nell’ultima puntata di Quarta Repubblica, Nicola Porro ha intervistato Andrea Sempio chiedendogli pure cosa voterà al referendum della giustizia. E Sempio ha risposto convinto «Sì». Chissà se sposterà voti… 

Meloni contro Occhetto

Sfida romana a distanza, nella serata di martedì, tra Giorgia Meloni e Achille Occhetto. La presidente del Consiglio è attesa al Foro Italico, nella Casa delle Armi, per un incontro dedicato alle donne, in vista dei festeggiamenti per gli 80 anni della Costituzione, con i ministri Eugenia Roccella e Andrea Abodi. Occhetto celebrerà i suoi 90 anni in piazza di Pietra, nella sala della Camera di Commercio di Roma, con “officiante” Ugo Sposetti e tanti compagni del vecchio Pci. Chissà se arriverà pure Pier Luigi Bersani, che ha in agenda anche la presentazione dell’ultima fatica di Arturo Scotto Flotilla. In viaggio per Gaza alla Mondadori Bookstore in piazza Cola di Rienzo…

Bocchino prezzemolino su La7 e l’endorsement di Sempio per il Sì: le pillole del giorno
Achille Occhetto (foto Imagoeconomica).

Attesa per l’inaugurazione del Corinthia Rome

Guerra in corso? Buttiamoci sul lusso. Mercoledì sera a Roma sarà grande festa per l’apertura dell’hotel a 5 stelle Corinthia Rome, il primo della catena in Italia, in un palazzo piacentiniano con vista sulla Camera dei Deputati. Tutto è pronto: anche i cantieri che occupavano la strada sono magicamente scomparsi. Attesa per Carlo Cracco che gestirà la proposta enogastronomica.

Bocchino prezzemolino su La7 e l’endorsement di Sempio per il Sì: le pillole del giorno
Il Corinthia Rome.

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’

Alfonso Signorini, che si era già autosospeso da Mediaset dopo il caso-Corona, ha deciso di lasciare Chi, settimanale di cui è stato prima direttore responsabile (dal 2006 al 2023) e poi direttore editoriale. Il giornalista, nel suo ultimo editoriale anticipato dall’Ansa, parla di una scelta condivisa col Gruppo Mondadori e che non è stata «minimamente influenzata» dalle accuse dell’ex re dei paparazzi.

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’
Fabrizio Corona (Ansa).

«Nel 2023 ho cominciato a sentire che il lavoro, tutto quello per cui fino ad allora avevo vissuto, non era più prioritario», scrive Signorini nell’editoriale. «La pandemia aveva modificato le mie abitudini, la mia quotidianità era un pensiero sottile, che si era impadronito della mia anima, che rendeva i miei sorrisi, i miei entusiasmi sempre più faticosi e le mie giornate sempre meno colorate». E poi: «Sentivo di avere la forza per cominciare una nuova vita. Il confronto con Marina Berlusconi, che prima di essere il mio editore è un’amica fraterna, ha portato a trovare una soluzione meno ‘traumatica’: avrei lasciato la direzione di Chi nelle mani del mio storico braccio destro, Massimo Borgnis, per assumere la direzione editoriale».

LEGGI ANCHE: Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’
Alfonso Signorini (Imagoeconomica).

Nell’editoriale Signorini ringrazia la già citata Marina Berlusconi: «So che non mi mancheranno le nostre telefonate o i nostri weekend, perché continueremo a farli, ma mi mancheranno la sua lungimiranza, il suo profondo buon senso, anche il suo pragmatismo nel lavoro, che la rendono tanto simile a suo padre. Un uomo unico». Quanto a Fabrizio Corona, Signorini scrive che «lo squallore si commenta da solo» e che, accanto a «un mondo meraviglioso da raccontare», esiste anche «uno squallido sottoscala fatto da chi vive ai margini, che si nutre di menzogne e di cattiverie, un sottoscala fatto anche da chi assiste a crimini e calunnie mostruose con un ghigno, una ironia, o peggio ancora con un silenzio che delinque quanto il crimine stesso».

Meloni decapitata dalla ghigliottina, bufera sul Carnevale di Reggio Emilia

In un video choc ripreso durante il Carnevale popolare di Reggio Emilia di sabato 28 febbraio 2026, un ragazzo vestito da boia, con un’ascia di cartone in mano, si prodiga nel tagliare la testa (di carta) di Giorgia Meloni davanti a una riproduzione della ghigliottina. È l’ultima trovata degli haters della premier, il cui partito denuncia lo «spettacolo degradante» e la «violenza simbolica», segno di «un vuoto politico e culturale che provano a riempire con l’odio». Non è stata solo Meloni a finire nel mirino. Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’omologo ungherese Viktor Orban, al presidente americano Donald Trump e a quello russo Vladimir Putin. «Collezionali tutti», c’è scritto in un cartello verde posto sotto il patibolo accanto a una “ruota della fortuna” con scritti i nomi da decapitare.