Chilometri sotto la pioggia. Consegne a tempo. Turni assegnati da un’app. Penalizzazioni automatiche. La retorica della flessibilità. La realtà della dipendenza. I rider lo raccontano da anni. Ora l’inchiesta della Procura di Milano lo mette nero su bianco: a Deliveroo Italia – società con un giro di affari da 240 milioni di euro – è stato contestato il reato di caporalato ed è finita commissariata come Glovo. Secondo gli inquirenti, tra i 3 mila (a Milano) e i 20 mila rider di Deliveroo sarebbero stati pagati ben al di sotto dei minimi contrattuali, in alcuni casi fino al 90 per cento sotto la soglia di povertà.

Se il potere viene esercitato via software
Il punto però non è solo quanto guadagnano. È chi li comanda. Per i magistrati non siamo davanti a lavoratori autonomi che organizzano liberamente un servizio. Siamo davanti a prestazioni frammentate, assegnate e controllate digitalmente. L’algoritmo organizza, valuta, sanziona. Decide chi lavora e chi resta fermo. È un potere d’impresa esercitato via software. Il caso Deliveroo non è isolato (nel 2020 Uber Italy finì sotto controllo giudiziario per ragioni analoghe) e si inserisce in un contesto normativo che l’Italia prova a ridefinire con una disciplina specifica per il lavoro tramite piattaforme, mentre in Europa si muove la nuova direttiva che punta a contrastare il falso lavoro autonomo e a imporre trasparenza sugli algoritmi.

Le sirene della flessibilità e dell’emancipazione
L’uso del software diventa così materia di diritto del lavoro e quello che accade nei tribunali italiani non riguarda solo Milano, ma l’intero mondo del lavoro nell’economia digitale. A questo si aggiunge uno scontro tra narrazioni. Le piattaforme sostengono di offrire reddito e flessibilità a lavoratori che altrimenti resterebbero esclusi dal mercato, presentando le criticità emerse come deviazioni locali rispetto a un modello neutrale, se non emancipatorio. È una rappresentazione solo parzialmente vera. Per molti rider, spesso immigrati in condizioni di bisogno, la piattaforma rappresenta l’unico accesso possibile a un reddito. Il problema, però, non è l’accesso al lavoro, ma le condizioni a cui si lavora che non sono altro che il risultato di precise scelte aziendali.
Non sono incidenti di percorso: è il sistema che funziona esattamente così
Già nel 2016 diverse ricerche segnalavano come i minimi contrattuali risultassero sistematicamente irraggiungibili nelle piattaforme di delivery. Il sistema di retribuzione a consegna, il cosiddetto ‘per-drop piece-wage’, genera una pressione competitiva tale da spingere i rider ad assumere rischi pur di guadagnare pochi secondi su ogni ordine. Anche l’autonomia, spesso rivendicata come valore fondativo del modello, è stata ampiamente documentata come fittizia. Le ricerche sui conflitti interni alle piattaforme mostrano infatti che la tensione tra autonomia dichiarata e controllo algoritmico effettivo genera malcontento nei lavoratori. Sul piano del rischio, l’analisi dei bilanci delle principali piattaforme indica che la digitalizzazione non ha redistribuito il rischio d’impresa, ma lo ha trasferito verso il basso. Costi come assicurazioni, ammortizzatori sociali e coperture sanitarie vengono sistematicamente evitati, scaricando sui singoli rider una variabilità che in un rapporto di lavoro ordinario graverebbe sul datore. Non ci troviamo dunque di fronte a un insieme di disfunzioni che possono essere aggiustate, ma a un sistema progettato per funzionare esattamente così.

Ogni rischio di impresa è scaricato sul rider
Lo abbiamo già visto con il commissariamento di Glovo e lo ritroviamo oggi nelle carte su Deliveroo. L’algoritmo non è un vigile urbano neutrale che smista il traffico, ma un caporale digitale che valuta la velocità, punisce i ritardi e declassa chi non accetta turni scomodi o si ferma per malattia. La tecnologia, in questo contesto, non serve a semplificare la vita, ma a frammentare il lavoro in migliaia di piccoli pezzi (il cosiddetto ‘cottimo digitale‘) pagati pochi euro l’uno. La precarietà, insomma, non è un errore di calcolo o un effetto collaterale dell’innovazione, ma è il suo codice sorgente. Il profitto di queste multinazionali nasce proprio da questo scarto: esercitare il potere di un datore di lavoro senza assumerne i doveri legali, scaricando ogni rischio d’impresa direttamente su chi pedala. Detto altrimenti, se il consumatore pretende il prezzo più basso e l’investitore il proprio dividendo, qualcuno dovrà pagare il conto. Fino a oggi quel qualcuno ha avuto un nome preciso: il rider.

La vera sfida è cambiare il paradigma
Il caso Deliveroo arriva in un momento in cui oltre 500 piattaforme digitali di lavoro sono attive in Europa e i lavoratori della gig economy sono destinati a superare i 40 milioni nei prossimi anni. Ciò che accade nei tribunali italiani, nei tavoli tra governo e parti sociali, nelle sentenze che qualificano i rider come autonomi o subordinati, contribuisce a definire una questione più ampia: la tenuta del modello sociale europeo nella trasformazione digitale. Se il commissariamento servirà soltanto a mettere in sicurezza il perimetro legale di Deliveroo & Co senza modificare l’equilibrio di potere tra piattaforme, lavoratori e committenti, avremo normalizzato il caporalato digitale dentro una cornice di mera compliance, ovvero di rispetto formale delle regole senza cambiare davvero le dinamiche di potere tra piattaforme e lavoratori. Se invece diventerà l’occasione per affermare che l’innovazione non può essere finanziata con sconti permanenti sui diritti, allora l’Italia avrà fatto ciò che spesso annuncia e raramente realizza. Cambiare.
