Il leader della Lega rivela nuove minacce a chi gli chiede se sia più a rischio lui o Liliana Segre. E smentisce di aver incontrato la senatrice.
L’incontro con Liliana Segre? A quanto pare non c’è stato. In compenso Matteo Salvini non sembra avere alcuna intenzione di abbassare i toni del dibattito e pur confermando la proprio solidarietà alla senatrice messa sotto scorta dopo la denuncia delle centinaia di minacce e insulti antisemiti ricevute, informa di essere lui stesso esposto all’odio: «A me è appena arrivato un altro proiettile, non piango», ha detto Salvini al suo arrivo a Eicma a chi gli chiedeva se fosse più a rischio lui o la senatrice sopravvissuta ai campi di sterminio, «in un Paese civile non dovremmo rischiare né io né la Segre».
INCONTRO NON CONFERMATO
Il leader della Lega non ha confermato l’incontro dell’8 novembre a Milano con la senatrice: «Io gli incontri che ho li comunico. Gli incontri che non comunico io, per quanto mi riguarda, non ci sono», ha detto l’ex ministro dell’Interno. «L’incontro con la Segre l’avrò più avanti. Lo chiedo io. Quando avverrà? Presto», ha aggiunto. A chi gli ha chiesto quali saranno i temi che affronterà con Segre, Salvini ha risposto: «Io ascolto ascolto, è una donna estremamente intelligente. Sono giovane, ho voglia di capire, di imparare e di ascoltare». Quanto alla presidenza della commissione contro l’odio, la senatrice «farà le sue scelte a prescindere da quello che suggerisce Salvini. Ritengo che sia una donna estremamente intelligente quindi non ha assolutamente bisogno dei miei consigli».
LEGA IN PIAZZA IL 10 DICEMBRE
La Lega sarà comunque presente in piazza a Milano il 10 dicembre per la manifestazione dei sindaci in sostegno a Segre: «Sì», ha confermato Salvini, «quando c’è qualcosa di democratico che riguarda il futuro lo sosteniamo». Ma «il dibattito tra fascismo e comunismo che sono sepolti dal passato, non mi appassiona» e se Forza nuova e CasaPound si candidano alle elezioni «vuol dire che rispettano la legge e la Costituzione».
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Walter De Benedetto fa uso di farmaci derivati dalla marijuana ma in Italia il prodotto scarseggia, costringendolo a coltivare in casa. E ora rischia il carcere.
Dall’esordio della malattia Walter convive ogni giorno con dolori cronici devastanti che purtroppo nessun farmaco tradizionale è stato finora in grado di alleviare. L’unico rimedio veramente efficace per lenire parzialmente le sue sofferenze è l’uso di cannabis terapeutica.
L’utilizzo di questa sostanza per finalità terapeutiche in Italia è consentito da circa 12 anni: dal 2007 infatti il nostro Paese consente la prescrivibilità dei prodotti a base di cannabis per curare certi tipi di patologie e a determinate condizioni.
SENZA FARMACI UN MALATO VIENE COSTRETTO A COLTIVARE DA SOLO LA CANNABIS
Dodici anni non sono pochi e a mio parere sarebbero anche potuti bastare ai nostri rappresentanti politici per acquisire familiarità con questa tipologia di cura anche in uno Stato tradizionalista e bigotto come il nostro. Walter, al pari di molti altri malati, non dovrebbe avere quindi problemi nel curarsi e invece purtroppo non è così. Infatti il quantitativo di farmaci che gli fornisce la Asl di Arezzo non basta a garantirgli una qualità di vita che potremmo definire umana e dignitosa malgrado la regione Toscana sia stata la prima in Italia a prevedere i rimborsi del costo dei vari preparati prodotti nel nostro Paese o importati da altre nazioni.
In Italia l’unico luogo autorizzato a produrre cannabis a scopo terapeutico è lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze
Non poter assumere quantità di sostanza adatte a soddisfare le sue esigenze mediche lo ha costretto a coltivare illegalmente una piccola piantagione grazie all’aiuto di un amico che entro fine novembre dovrà subire un processo. Naturalmente le nove piantine che gli servivano per sopportare meglio il dolore gli sono state sequestrate. In Italia l’unico luogo autorizzato a produrre cannabis a scopo terapeutico è lo Stabilimento chimico farmaceuticomilitare di Firenze. Il resto del prodotto viene importato dall’estero. Tuttavia la produzione nostrana e le importazioni attuali non riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e il problema non riguarda solo Walter: la distribuzione di cannabis terapeutica avviene in modo lacunoso, con conseguente scarsa reperibilità di farmaci nelle farmacie.
LA PROPOSTA DI LEGGE SULLA LEGALIZZAZIONE FERMA IN PARLAMENTO
Ma gli ostacoli per chi necessita di curarsi con prodotti a base di Thc o Cbd, i principi attivi utilizzati, non finiscono qui: periodicamente i farmaci disponibili in commercio cambiano costringendo i pazienti a modificare la cura (la cannabis è la sostanza attiva ma ciascuna varietà è diversa dalle altre e quindi ha un’azione differente) alla carenza di una corretta informazione dei medici e dei farmacisti che di certo non ne facilita la prescrizione da parte dei primi né l’approvvigionamento da parte dei secondi.
Marco Perduca, dirigente dell’associazione Luca Coscioni, spiega che anche fare ricerca scientifica in questo campo in Italia è ostico sia a causa della scarsità del prodotto, sia per via delle lungaggini burocratiche previste per il trasporto e lo stoccaggio. Esiste una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione della cannabis fortemente voluta da associazione Luca Coscioni e Radicali italiani e firmata da oltre 68 mila cittadini che è stata depositata in parlamento nel 2016 e attende di essere vagliata. Ma la disponibilità di cure che garantiscano a chi soffre una vita degna di questo nome non può più essere procrastinata perché quello di Walter, esattamente al pari di molti altri, è “un dolore che non aspetta”.
LA RISCHIESTA DI UN EMENDAMENTO “WALTER DE BENEDETTO” IN MANOVRA
Appoggiato dall’associazione Luca Coscioni Walter ha chiamato in causa la politica, dapprima con un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e agli altri parlamentari, poi incontrando personalmente il presidente della Camera Roberto Fico. Ha chiesto che nella finanziaria venga incluso un emendamento “Walter De Benedetto” che raddoppi le risorse previste per la produzione e l’importazione di prodotti a base di cannabis terapeutica e perché si giunga alla legalizzazione della pianta per tutti i fini. Walter l’ha fatto per sé ma anche per molti altri malati che come lui soffrono di patologie fortemente dolorose e invalidanti.
Che livello di priorità ha per i nostri parlamentari il diritto alla salute e a cure dignitose?
Questa per loro è un’emergenza. Ci sono persone la cui vita è legata all’approvazione di una legge più giusta e c’è una proposta di legge che sta facendo le ragnatele in parlamento Che livello di priorità ha per i nostri parlamentari il diritto alla salute e a cure dignitose? Dove si colloca nella loro agenda la discussione della proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis che migliorerebbe la qualità di vita di tante persone alle prese con il dolore cronico e quotidiano causato dalla loro patologia? Grazie alla mobilitazione di Walter ha iniziato a ricomporsi l’intergruppo per la legalizzazione della cannabis ma la strada per avere una norma a riguardo è ancora lunga e il problema dell’approvvigionamento rimane.
INVECE DI PENSARE ALLE CURE, SI FA PROPAGANDA SULLA CANNABIS LIGHT
Non ci è dato sapere quando i nostri politici metteranno la testa e il cuore sulla questione e magari una bella mano sulla loro coscienza. Forse perché finora non hanno mai dovuto convivere con il dolore fisico e non riflettono sul fatto che, sorte non voglia, a tutti nella vita potrebbe succedere. Sembra che la cannabis, terapeutica o meno, non rientri tra le loro priorità. Ad eccezione di Matteo Salvini che questa primavera invece di pensare alla salute di molte persone con disabilità (e non), ha ritenuto più opportuno dare la caccia ai negozi di cannabis light per meri scopi propagandistici.
Di fatto oggi per curarsi davvero uno rischia la galera e questo oltre ad essere ingiusto è profondamente inumano. Walter ha avuto coraggio a portare le sue sofferenze e le sue istanza davanti alla politica e alla società civile. Mi auguro che la sua determinazione abbia avuto l’effetto di un farmaco potente in grado di curare gli occhi e le orecchie, finora resi ciechi e sorde da moralismi ipocriti, di molti dei nostri governanti perché il dolore di tante persone non può davvero più aspettare.
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La cancelliera tedesca parla davanti al Memoriale: «Non dimentichiamo le vittime della Ddr. La democrazia non è scontata».
Le rose infilate in una fessura orizzontale del Memoriale del Muro di Berlino dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier e dai capi di Stato di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia hanno aperto le cerimonie per i 30 anni dalla caduta della barriera di cemento che separò la Germania dell’Ovest da quella dell’Est, il mondo occidentale da quello comunista. Il gesto è stato imitato dagli altri partecipanti alla cerimonia, tra cui la cancelliera Angela Merkel, il presidente del parlamento tedesco Wolfgang Schaeuble e molti giovani. Il Memoriale conserva impianti di confine con tutte le loro installazioni, compresa la striscia della morte, oltre a 212 metri della barriera di cemento che divise Berlino e il mondo per 28 anni.
«UN GIORNO FATIDICO DELLA NOSTRA STORIA»
«Il 9 novembre è un giorno fatidico della storia tedesca», ha detto la cancelliera Angela Merkel durante il suo discorso, «oggi ricordiamo anche le vittime dei pogrom di novembre dell’anno 1938, i crimini che furono perpetrati nella notte tra il 9 e il 10 novembre» ai danni «di persone ebree e quello che seguì fu il crimine contro l’umanità e il crollo della civiltà rappresentato dalla Shoah». Parlando nella Cappella della riconciliazione annessa al Memoriale, la cancelliera ha aggiunto che «il 9 novembre, in cui in maniera particolare si riflettono i momenti terribili e quelli felici della nostra Storia, ci ammonisce che dobbiamo contrastare in modo deciso odio, razzismo e antisemitismo. Ci esorta a fare tutto quello che è in nostro potere per difendere dignità umana e stato di diritto».
«NON DIMENTICHIAMO I CRIMINI DELLA DDR»
In particolare, la cancelliera si è soffermata sui crimini del Comunismo: «Troppe persone furono vittima della dittatura della Sed», ha detto riferendosi al partito comunista della Ddr, e «non le dimenticheremo mai. Ricordo le persone che furono uccise su questo Muro perché cercavano la libertà» e «i 75 mila esseri umani che furono incarcerati per ‘fuga dalla Repubblica’», ha aggiunto. «Ricordo le persone» che furono vittima di «repressione perché loro parenti erano fuggiti» all’Ovest, ha detto ancora Merkel volgendo un pensiero anche a chi «fu sorvegliato e denunciato», o «furono oppressi e dovettero seppellire i loro sogni e speranze perché non si volevano piegare all’arbitrio statale». Dopo la caduta del Muro, «il richiamo della libertà creò nuove democrazie nell’Europa centrale ed orientale. La Germania e l’Europa poterono finalmente crescere insieme», ha proseguito ancora la cancelliera nel suo discorso. «Tuttavia i valori su cui si fonda l’Europa, uguaglianza, democrazia, libertà, stato di diritto», difesa dei «diritti umani, sono tutt’altro che scontati, devono essere sempre vissuti e difesi di nuovo».
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In vendita ciò che resta dell'hotel che nel gennaio 2017 fu travolto da una valanga in cui morirono 29 persone. Acquistati i vini della cantina.
Ciò che resta dell’Hotel Rigopiano di Farindola, che il 18 gennaio 2017 divenne tomba per 29 persone rimaste imprigionate da una valanga sul Gran Sasso, è stato messo all’asta. Le bottiglie della cantina, la vasca idromassaggio, i lettini della Spa, i mobili, quadri, sculture, specchi e cornici. Quindici lotti che vanno da un valore di 700 euro fino ai 6 mila del gruppo elettrogeno sono stati messi in vendita dal curatore fallimentare, suscitando indignazione in chi ha subito quel lutto.
LO CHOC DELLE FAMIGLIE
«Un annuncio ha sconvolto le famiglie delle vittime dopo che il 30 ottobre, a Pescara, si è tenuta un’asta delle bottiglie di vino pregiato che si trovavano nell’hotel e che si sono salvate dalla valanga», ha reso noto l’avvocato Romolo Reboa che, insieme ai legali Gabriele Germano, Massimo Reboa, Silvia Rodaro, Maurizio Sangermano e Roberta Verginelli assiste le famiglie di quattro vittime della tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara). «Le ha messe in vendita il curatore del Fallimento 70/2010, Del Rosso srl, mentre non è conosciuto chi farà il macabro brindisi al prezzo di aggiudicazione di 1.800 euro e ha partecipato per rilanciare, dato che il prezzo base era di 700 euro. L’annuncio è apparso sul sito Aste Giudiziarie».
«UNA MACABRA ASTA»
Reboa ha sottolineato che «ciò che ha sconvolto i miei assistiti è che vi è stata una macabra asta che ha visto più persone competere per assicurarsi le bottiglie della cantina della morte», aggiungendo come «esca oggi un soggetto nuovo, il Fallimento 70/2010 Del Rosso srl, che risulta proprietario dei mobili dell’Hotel Rigopiano e che, certamente con l’autorizzazione del Giudice Delegato, li ha messi in vendita. Vi è un soggetto nuovo, un curatore fallimentare, mai ascoltato nell’inchiesta penale, che potrebbe rivelare informazioni preziose sullo stato dei luoghi, sulle autorizzazioni e che mi riservo di convocare per una audizione in sede di indagini difensive».
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In questi giorni a Milano, presso Rho Fiera, è nel vivo del suo svolgimento EICMA 2019, l’Esposizione Internazionale del Ciclo..
In
questi giorni a Milano, presso Rho Fiera, è nel vivo del suo
svolgimento EICMA 2019, l’Esposizione Internazionale del Ciclo e
Motociclo che per quest’anno arriva alla sua 77esima edizione. Un evento di natura
fieristica di caratura mondiale che detiene la leadership nel settore delle due ruote. Con la presenza di oltre 1.200 espositori e l’intento di valorizzare e promuovere le realtà produttive che operano nella filiera industriale del settore ciclo, motociclo e accessori,
attrae ogni anno centinaia di migliaia di visitatori.
Un
settore quello delle due ruote che non solo attrae fortemente ma che, in Italia
e in Europa, vola con numeri di produzione e di fatturato davvero importanti.
Bici, moto, ciclomotori, scooter, componenti e accessori affascinano il
pubblico italiano che ama le due ruote, le studia, le compra e le usa
abitualmente. Tutto questo si riversa sul settore delle produttività e
del business, vera miniera per il Bel Paese che per l’industria
della due ruote si conferma, secondo i dati di Confindustria ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo, Motociclo e Accessori), il punto di
riferimento in Europa.
I NUMERI DELL’INDUSTRIA MADE IN ITALY A DUE RUOTE
L’industria delle due ruote impiega circa 20.000 dipendenti diretti e fattura oltre 5 miliardi di euro. La produzione italiana di motocicli (350mila unità) e di biciclette (2,4 milioni unità) occupa saldamente il primo posto a livello europeo. In Italia il settore conta complessivamente più di 5.000 punti vendita: il commercio di bici, moto, ciclomotori, scooter, componenti e accessori, con il loro indotto, dà lavoro a circa 60.000 persone.
+ 6,4% PER IL MERCATO ITALIANO DELLE DUE RUOTE A MOTORE
Che il mercato delle due ruote in Italia funziona lo dicono chiaramente i dati. Nei primi nove mesi di quest’anno le immatricolazioni hanno fatto segnare un + 6,4% rispetto al 2018. Un risultato che deriva da una accelerazione delle moto (+ 8,6%) che ricoprono il 44% del mercato, e da un incremento degli scooter (+ 4,8%) che ne rappresentare il 56%. A perdere volumi sono, invece i “cinquantini”, – 4,2%. Sono 213.500 i pezzi venduti nel mercato due ruote da gennaio a settembre 2019 e le previsioni per l’anno stimano un totale di circa 250.000 veicoli.
IL MERCATO DELLE DUE RUOTE NON A MOTORE RESISTE E FUNZIONA
Non deludono anche i dati dedicati alle due ruote non a motore, con specifiche sull’elettrico e selle bici, comprese anche quelle più moderne come le e-bike. Nel 2018, infatti, in Europa sono stati immatricolati 47.179 motoveicoli elettrici (+ 36% su 2017), corrispondenti al 3,7% del mercato endotermico (1.277.708 unità). Il nostro Paese, con 3.600 veicoli venduti nel 2018 (+ 44% su 2017), raccoglie il 7,6% del mercato europeo. Continua a tenere anche il mercato delle biciclette. Ben 1.595.000 quelle vendute nel 2018 mettendo comunque in conto la straordinaria crescita di bikesharing a postazione fissa e free floating (+ 147% solo nel 2017 e una flotta di circa 40mila mezzi sul territorio). Buoni risultati anche per l’e-bike. Confindustria ANCMA stima una vendita di 173.000 pezzi, pari a +16,8% rispetto al 2017. Va bene anche l’export delle bici a pedalata assistita, che nel 2018 raggiunge un valore di 42 milioni di euro, + 300% sull’anno precedente.
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Non ci sono solo gli itinerari siciliani di Montalbano. Le serie tivù nostrane sono un volano per l'economia dei luoghi che ospitano i set: da Matera con Imma Tataranni alla Pienza dei Medici. Arrivando alla cupa Aosta del vicequestore Rocco Schiavone.
Sarà il fascino del ciak. Perché, non appena compaiono in una serie televisiva, angoli barocchi, spiagge, vallate, palazzi rinascimentali e resti romani richiamano appassionati, curiosi e turisti. E regalano visibilità a province defilate e centri cittadini. Se è diventato un classico il circuito nella Sicilia di Montalbano, che nell’arco di 20 anni ha generato un vero e proprio business, altre location non sono da meno. Qualche esempio? Si va dai Sassi di Matera in cui si muove Imma Tatarannialla Liguria di Rosy Abate, passando per le valli valdostane in cui si muove Rocco Schiavonee la Pienza che ricorre ne I Medici.
Sul set del Commissario Montalbano.
ALLA RICERCA DI VIGATA
Sono ormai entrati nell’immaginario collettivo i luoghi di Montalbano, il commissario uscito dalla penna di Andrea Camilleri. Il percorso sulle tracce del poliziotto parte da Ibla, nel cuore di Ragusa, con le scalinate e i palazzi barocchi tutelati dall’Unesco che danno corpo alla letteraria Vigàta, per poi toccare l’Eremo della Giubiliana, un convento fortificato del 500, e la questura di Montelusa che ha sede a Palazzo Iacono a Scicli (Rg), dove si trova anche la famosa “mannara”.
Il richiamo della fiction firmata da Alberto Sironi è talmente forte che a Ragusa e provincia le presenze sono passate da 669.677 nel 1999 (primo anno della messa in onda) a 1.126.954 del 2018, secondi i dati dell’Ufficio statistica del Libero Consorzio comunale di Ragusa. E i passeggeri degli aeroporti di Catania e Comiso sono saliti dai 5 milioni del 2014 ai 6,4 milioni del 2017 (Assaeroporti). I fan del commissario possono consultare il portale www.visitvigata.com o decidere di soggiornare nel B&B in cui è stata trasformata la casa sulla spiaggia di Montalbano, a un’estremità di Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina.
IL FASCINO DEI SASSI DI MATERA INSEGUENDO IMMA TATARANNI
La tradizione cinematografica di Matera parte da lontano, con IlVangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini del 1964. Quarant’anni dopo Mel Gibson ha scelto perLa passione di Cristo i Sassi tutelati dall’Unesco, dove lo scorso settembre sono state girate pure le scene dell’ultimo 007,No time do die, che sarà nelle sale di tutto il mondo nel 2020, con Daniel Craig di nuovo nei panni di James Bond.
Imma Tataranni (Vanessa Scalera) in una scena.
Di recente però, la Capitale europea della cultura 2019 è stata anche un set televisivo. Prima con Sorelle, trasmessa nella primavera di due anni fa, per la regia di Cinzia Th Torrini, e poi con Imma Tataranni, serie ispirata ai libri di Mariolina Venezia.
Falcata decisa, abiti vistosi, il sostituto procuratore vive a Matera e si muove fra grotte, vicoli, abitazioni scavate nella roccia e scorci di una bellezza atavica. Stando a quanto risulta all’Apt Basilicata, gli appassionati arrivano per visitare location precise ma il fenomeno è difficile da quantificare, perché da quando nel 2014 la città è stata proclamata Capitale europea della Cultura, arrivi e presenze sono in crescita costante, tanto che l’anno scorso hanno registrato rispetto al 2017 entrambi un +22% (dati Apt Basilicata).
Una panoramica di Matera dove è ambientata Imma Tataranni (Crediti Apt Basilicata).
LA CUPA VAL D’AOSTA DI ROCCO SCHIAVONE
Mobilita patiti degli intrighi anche il vicequestore creato da Antonio Manzini e interpretato da Marco Giallini, che è ormai di casa ad Aosta, tanto da aver ricevuto la cittadinanza onoraria. Romano trasferito in una Val d’Aosta fredda e cupa, Rocco Schiavone, l’investigatore in loden e Clarke sugli schermi per la terza stagione, si muove spesso fra la sua abitazione, sopra allo stemma del secentesco Palazzo Ansermin, e il porticato del Municipio, affacciato su piazza Chanoux con il suo Caffè Nazionale. Ma nella serie ricorrono altri angoli della città come il teatro romano, l’arco di Augusto, il chiostro della collegiata di Sant’Orso, il cimitero intitolato allo stesso santo e il commissariato, ricostruito a sud della città, nell’area dismessa dell’acciaieria Cogne.
Marco Giallini nei panni di Rocco Schiavone con Fabrizio Coniglio (Crediti: Pré-Saint-Didier / L. Perrod).
Queste tappe rientrano in un itinerario organizzato da un gruppo di guide turistiche che propone visite con soste anche nel resto della Regione, in Val d’Ayas, al villaggio di Cunéaz, al Dente del Gigante, alle terme e alla passerella panoramica di Pré-Saint-Didier, o al Ponte sul torrente Buthier nei pressi di Valpelline che nella fiction fa da cornice a un incidente mortale.
I MEDICI TRA LE QUINTE RINASCIMENTALI DI PIENZA
Ha fatto da set a produzioni internazionali come Il paziente inglese e Il gladiatore, ma anche alle tre stagioni del serial tivù I Medici. Parliamo di Pienza (Siena), la cittadina ideale del Rinascimento, ridisegnata secondo i principi dell’umanista Enea Silvio Piccolomini che quando salì al soglio papale come Pio II volle cambiare volto al suo villaggio d’origine.
Una scena de I Medici (Twitter).
Fra gli scorci progettati da Bernardo Rossellino, sotto la guida di Leon Battista Alberti, sono state ambientate le scene della fiction Rai che racconta segreti, amori, vizi, intrecci, congiure della Firenze rinascimentale.
Sullo sfondo della cattedrale, della residenza pontificia, della piazza solenne con il “pozzo dei cani”, che domina le colline dolci della val d’Orcia, hanno recitato, fra gli altri, Daniel Sharman, nei panni di Lorenzo il Magnifico, Alessandra Mastronardi, Neri Marcorè, Sarah Parish, Bradley James. Per gli episodi della terza serie, in onda quest’autunno, hanno lavorato l’anno scorso circa 100 persone del cast, più tecnici e operatori, fra ottobre e novembre, in un periodo tradizionalmente poco gettonato per il turismo. E Pienza, affollata da comparse e curiosi richiamati proprio dalle riprese, ha avuto l’opportunità di destagionalizzare il flusso turistico, allungandolo di almeno un mese (per info: www.ufficioturisticodipienza.it).
ROSY ABATE, DALLE COSTE LIGURI ALLA SICILIA
Si è chiuso venerdì 11 ottobre il secondo anno di Rosy Abate, spin off di Squadra antimafia, con Giulia Michelini nei panni della “regina di Palermo”, che ha registrato un crescendo di ascolti su Canale5, raggiungendo con l’ultima puntata il 18,5% di share. Girata in parte in Liguria, la serie ha location che sono già meta turistica, a partire da Varigotti, a Finale Ligure (Savona), dove si trova la casa di Rosy, fra gli edifici squadrati che si affacciano sulla spiaggia nei colori caldi che vanno dal giallo al rosa.
A Varigotti è ambientata Rosy Abate (foto archivio Agenzia Regionale in Liguria).
Sempre nel Savonese è stata ambientata la prima puntata, con i pontili e l’ingresso allo Yatch club e altri scorci della Marina di Loano, mentre quando Rosy affronta per la prima volta il clan dei Marsigliesi sta giocando al Casinò di Sanremo. La protagonista si sposta quindi verso Sud per seguire il figlio Leonardino: le riprese sono state effettuate nel quartiere romano dell’Olgiata, dove vive il bambino, e al luna park dell’Eur, che ha fatto da sfondo all’episodio del tiro a segno. Infine in Sicilia, al castello degli Schiavi, nei pressi di Catania, c’è la roccaforte del mafioso Santagata.
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Il presidente-allenatore della terza squadra della città dopo Hellas e Chievo guida un gruppo multietnico ed è il simbolo di "sinistra" del calcio di queste parti: «Balotelli? Un nemico per gli ultrà. Il colore della pelle viene dopo. Ma le mele marce vanno buttate via».
«La Verona razzista esiste, allo stadio come fuori, ma è un fenomeno più circoscritto rispetto ad anni fa». Lo assicura Gigi Fresco, 58 anni, veronese. Uno che, in un mondo sempre meno immaginifico, rischia di passare inosservato, talmente fuori dal seminato scorre la sua storia di dirigente scolastico nelle ore d’ufficio, responsabile di sette istituti della Val d’Illasi, e di presidente-allenatore di una squadra di calcio di Serie C, la Virtus Verona Vecomp. Così è – la sua doppia vita, sostenuta prima come studente e poi come lavoratore della scuola – da ormai 37 anni, durante i quali nessuno di simile è comparso sulla scena del calcio italiano, ma senza che l’establishment imperante si sia dato la cura di badarlo granché.
QUESTIONI DI ASTIO PERSONALE
Eppure, quando scoppiano “casi” come quello di Mario Balotelli, 29enne attaccante del Brescia bersagliato dai versi razzisti della curva dell’Hellas Verona durante la partita di Serie A giocata domenica 3 novembre allo stadio Bentegodi, vinta 2-1 dai padroni di casa, Gigi Fresco diventa il testimone più indicato per tastare il polso di una comunità calcistico-civile da sempre incline in certe sue frange alla burrasca e alla provocazione. «È vero, conosco bene la piazza, dove sono nato e dove opero nel mondo del calcio», ammette durante una pausa di giornate più frenetiche del solito, dovute al settimo posto della sua Virtus, dopo Hellas e Chievo terza squadra professionistica di Verona, con vista attualmente puntata sui playoff per salire in Serie B. «E da questo mio punto di osservazione», continua il presidente-allenatore, divenuto uomo simbolo della sinistra calcistica cittadina, «ribadisco che al giorno d’oggi, per la maggior parte degli ultrà gialloblù, le questioni personali vengono prima del colore della pelle».
I NEMICI E I VERSI DI CUI VERGOGNARSI
In che senso? «Provo a spiegarmi», chiarisce Fresco a proposito del Balotelli che, esasperato dagli insulti, ha calciato il pallone nella Curva dell’Hellas. «Gli ultrà del Verona, come tutti, hanno lunghe liste di giocatori e allenatori considerati nemici, o perché sono degli ex irriconoscenti, o perché in carriera si sono divertiti troppo a battere la loro squadra. Il problema nasce quando questi cosiddetti nemici hanno la pelle di un altro colore: allora scatta il solito campionario di versi scimmieschi e cori di cui vergognarsi».
LA DIFFERENZA CON GLI AFRICANI DELLA VIRTUS
Il presidente assimilato all’ex manager scozzese Alex Ferguson per via della sua longevità sulla panca del Manchester United, aggiunge: «Tutto ciò è comunque grave e va condannato, ma va precisato che, in assenza di queste premesse, l’avversario africano diventa uno come gli altri. L’ho verificato di persona nella partita casalinga giocata due mesi fa dalla Virtus contro la Triestina, durante i calci di rinvio del nostro portiere, che è un gambiano sbarcato in Italia a Lampedusa, Sibi Sheikh. In mezzo ai tifosi giuliani un bel numero era dell’Hellas, perché le due curve sono gemellate. Ecco, non c’è stata una volta in cui lo hanno preso di mira per il colore della pelle. Quando calciava, si limitavano a gridargli “scemo” come avrebbero fatto con qualsiasi portiere avversario».
MELE MARCE DA ESTIRPARE
Di fronte a questi dati di fatto, coach Fresco è ancora più convinto della necessità di misure esemplari contro chi ha riversato la sua intolleranza addosso a Balotelli, compresa la proibizione di andare allo stadio «perché una volta buttate via quelle mele marce a situazione può solo migliorare». Quindi il tecnico, prima di tuffarsi negli schemi con cui portare il bomber italo-nigeriano Odogwu a violare la porta della Fermana, conclude: «Verona è una città chiusa e diffidente per cui bisogna sempre ricordare che lo scudetto dell’85 ha dato a tutto l’ambiente una scossa formidabile, di cui si deve tenere conto anche quando si considerano gli eccessi di certi tifosi».
IL FATTORE UMANO CONTRO I RAZZISTI
Profondo conoscitore degli uomini sui banchi di scuola e fuori, prima ancora che dei calciatori, il presidente della società rossoblù ha dato spesso prova di questo suo fattore umano. Anche quando, con la Virtus in Serie D, i tifosi della Sanbonifacense presero di mira Dimas de Oliveira, ex bomber brasiliano della squadra. Il giorno dopo si presentò nel bar di San Bonifacio dove sapeva di trovare i capi ultrà, semplicemente per comunicare loro che disapprovava quei comportamenti razzisti. Nessuno ebbe qualcosa da ridire. Preferirono tutti fare esperienza della saggezza, semplice e realistica, di mister Fresco. Uno di loro, con qualche pensiero di differenza.
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Il locale aveva espresso solidarietà alla Pecora elettrica, bruciata per la seconda volta in pochi mesi. Era uno dei primi ad aver aperto nel quartiere.
Ancora un rogo, un altro incendio appiccato in un locale a Centocelle a pochi passi dal punto in cui la notte del 5 novembre è stato dato fuoco per la seconda volta alla libreria antifascista ‘La Pecora elettrica‘, già oggetto di un attacco incendiario durante la notte del 25 aprile. Ad andare a fuoco, stavolta, nella notte tra l’8 e il 9 novembre, è stato il ‘Baraka bistrot‘ in via dei Ciclamini, vicino allo storico centro sociale Forte Prenestino . Dai primi accertamenti l’atto potrebbe essere doloso: la serranda è stata divelta e ci sono tracce di liquido infiammabile. Sul posto polizia e carabinieri. Con questo sono quattro i locali andati a fuoco nel quartiere di Centocelle in pochi mesi.
NESSUN DANNO STRUTTURALE
Sono stati distrutti dalle fiamme gli arredi interni del pub. La palazzina in cui si trova il locale è stata evacuata a scopo precauzionale. L’incendio è divampato intorno alle 4.30 ed è stato domato dai vigili del fuoco, che sono riusciti così a evitare che si provocassero danni strutturali all’edificio. Nessuno è rimasto ferito o intossicato. Sulla vicenda indagano i carabinieri della compagnia Casilina e della stazione Centocelle. Nei giorni precedenti l’incendio, sulla pagina Facebook del locale erano stati pubblicati post di solidarietà alla libreria antifascista ‘La Pecora elettrica’, che sarebbe dovuta riaprire il 7 novembre dopo il rogo avvenuto nell’aprile del 2019. Il sospetto è che dietro questa serie di incendi ci sia la pista della droga. Un giro di spaccio “infastidito” dalle attività serali nel quartiere. Il ‘Baraka bistrot’ è uno dei primi locali aperti a Centocelle.
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L'uomo era fortemente indebitato e ha cercato di frodare l'assicurazione. Indagata anche la moglie.
Voleva frodare l’assicurazione, così ha appiccato il fuoco alla sua cascina di Quargnento, alle porte di Alessandria, dove poco dopo sarebbero morti i vigili del fuoco Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo. Giovanni Vincenti è stato fermato nella notte dai carabinieri e ha confessato, negando però di aver voluto uccidere. Il fascicolo aperto dal procuratore Enrico Cieri ipotizza i reati di omicidio plurimo, lesioni e crollo doloso per l’esplosione avvenuta nella notte tra il 4 e il 5 novembre. Anche la moglie di Vincenti è indagata a piede libero. Secondo quanto rivelato in conferenza stampa dalla procura, i due erano fortemente indebitati. «Lo scorso agosto l’assicurazione dell’edificio era stata estesa al fatto doloso», ha rivelato il procuratore Cieri, «il premio massimale era di un milione e mezzo di euro».
ERANO FORTEMENTE INDEBITATI
La morte dei tre vigili del fuoco sarebbe da ricondurre a un errore di programmazione del timer, che era stato settato all’1.30, «ma accidentalmente c’era anche un settaggio alla mezzanotte. Questo ha portato alla prima modesta esplosione che, ahimè, ha allertato i vigili del fuoco», ha rivelato Cieri. L’esplosione doveva essere una sola ma l’errore nella programmazione del timer, collegato alle bombole del gas, ha provocato la tragedia. Vincenti avrebbe però potuto salvare la vita ai tre vigili del fuoco: «La notte della tragedia Vincenti è stato informato da un carabiniere che il primo incendio era quasi domato», ha spiega Cieri, «e non ha detto che all’interno della casa c’erano altre cinque bombole che continuavano a far fuoriuscire gas. Era intorno all’1, ci sarebbe stata mezz’ora di tempo per evitare la tragedia».
LA SVOLTA POCO DOPO I FUNERALI
La svolta nelle indagini a poche ore dai funerali solenni dei tre vigili del fuoco nella cattedrale dei Santi Pietro e Marco di Alessandria, alla presenza tra gli altri del premier Giuseppe Conte, del presidente della Camera Roberto Fico e del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «Dovete beccarli, dovete fare di tutto per beccarli», era stato l’appello che i parenti delle tre vittime hanno rivolto nell’occasione al presidente del Consiglio. «Bisogna capire perché e chi ha fatto questo», è l’invito pressante del comandante provinciale dei vigili del fuoco, Roberto Marchioni, nell’esprimere la «rabbia» dei pompieri di fronte a questa tragedia.
NUMEROSI INTERROGATORI
Le indagini hanno portato in pochi giorni alla soluzione grazie alle attività «serrate e articolate» dei carabinieri, agli ordini del colonnello Michele Angelo Lorusso. Numerosi gli accertamenti tecnici e gli interrogatori, compreso quello di Vincenti. L’uomo, che gli inquirenti avevano già ascoltato più di una volta, ha risposto per diverse ore alle nuove domande degli investigatori. In caserma anche un avvocato, Laura Mazzolini del foro di Alessandria, e due donne, che sono arrivate e andate via in auto nell’arco di una ventina di minuti.
CITTADINI DAVANTI AL COMANDO
Davanti al Comando provinciale anche alcuni cittadini che, saputo dell’interrogatorio, hanno raggiunto gli uffici dell’Arma. La notizia del fermo di polizia giudiziaria era arrivata alle 2.29 con un comunicato di dieci righe che rimandava alle 9 i dettagli dell’operazione. Poco dopo anche Vincenti aveva lasciato la caserma con altre due persone, a bordo di un’Alfa Romeo Giulietta di colore grigio. Non si sa dove fosse diretto.
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Il leader socialista sovietico e quello tedesco furono immortalati il 5 ottobre del 1979 durante le celebrazioni del trentennale della Ddr. Una foto diventata prima murale nel 1990 e poi icona del Novecento. La storia.
Era il 5 ottobre del 1979 e si celebravano i 30 anni dalla nascita della Repubblica democratica tedesca. Leonid Breznev, segretario del Partito comunista sovietico, aveva appena concluso il suo discorso pubblico. Ed Erich Honecker, segretario del Partito socialista della Germania, gli si avvicinò a braccia spalancate per congratularsi con lui. Si trovarono uno di fronte all’altro. E non si opposero allo scambio di quel “bacio fraterno socialista“. Una particolare forma di saluto in voga tra i leader dei Paesi marxisti-leninisti, che serviva a dimostrare il feeling esistente tra i capi politici fedeli all’area Est, in un mondo tenuto sotto scacco dalla Guerra fredda.
FOTO STORICA DIVENTATA MURALE NEL 1990
Quando quelle due bocche maschili si appoggiarono piano l’una sull’altra, la folla di presenti se ne stava tutta intorno, a festeggiare e a testimoniare quel rito figlio della tradizione di sinistra. Tra chi osservava c’erano decine di fotografi. Ma, tra tutti, soltanto il francese Regis Bossu riuscì a immortalare lo schiocco di labbra diventato un’icona del Novecento. Quello scatto ha fatto il giro del mondo. E la sua fortuna non è finita lì. Ha raccolto nuova linfa vitale trasformandosi in un murale nel 1990, grazie al talento creativo dell’artista russo Dmitri Vrubel. Il titolo è My God, Help Me to Survive This Deadly Love (Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore letale). Ancora oggi è il più fotografato dai turisti su quel che resta oggi del Muro di Berlino.
Il bacio fraterno socialista è un rituale che consiste in un abbraccio e in una serie di tre baci reciproci sulle guance o, più raramente, sulla bocca. La tradizione, che proviene dalla Chiesa ortodossa, è stato adottata dai leader politici comunisti. Per questo motivo, quando Honecker andò ad abbracciare Breznev e poi si passò alla bocca, non ci fu nulla di così eclatante. Ma ciò che porta alla fama qualcosa e qualcuno, spesso, ha una logica insondabile.
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