Per la frana di Niscemi indagati gli ultimi quattro governatori della Sicilia, tra cui Mus…

AGI - Tredici persone sono state iscritte dalla procura di Gela nell'ambito delle indagini per la frana di Niscemi. Ad annunciarlo è stato il procuratore di Gela Salvatore Vella nel corso di una conferenza stampa. "La nostra attività si sta concentrando su un periodo che va dal 2010 al 2026. Si tratta degli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, dei dirigenti della protezione civile, dei soggetti attuatori al contrasto del dissesto idrogeologico e del responsabile dell'Ati che avrebbe dovuto realizzare i lavori dopo la frana del 97. Sono accusati a vario titolo di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana". Si tratta dei governatori in carica dal 2010 al 2026: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci (oggi ministro alla Protezione civile, che aveva peraltro sollecitato dopo l'ultima frana una indagine amministrativa sui mancati interventi) e l'attuale Renato Schifani.

Il procuratore, "ecco come intendiamo procedere"

"Ci siamo dati un programma diviso in tre fasi. La prima riguarderà l'accertamento sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione che avrebbero potuto o evitare l'evento del 2026 o ridurlo perché i lavori previsti dopo la frana del 97 non sono stati realizzati. È la fase in cui ci troviamo e che ha generato gli attuali 13 indagati", ha aggiunto Vella.

"Ci sarà una seconda fase - ha proseguito il magistrato - che riguarderà gli accertamenti sulle opere di raccolta e di regimentazione delle acque bianche, delle acque nere e reflui nel comune di Niscemi che hanno la loro importanza nell'innesco della frana come già individuato nel 97. Su questi aspetti lavoreremo in seguito e successivamente ci sarà una terza fase che riguarderà la zona rossa già individuata nel 97, indicata come zona a rischio molto elevato e avrà a oggetto l'eventuale mancato sgombero e demolizione degli edifici che si trovavano in quella zona e il blocco delle nuove costruzioni. Accerteremo se sono state rilasciate nuove autorizzazioni a costruire o se si sono verificate realizzazioni di costruzioni abusive. I 13 indagati sono stati iscritti per la mancata realizzazione delle opere di mitigazione".

Dopo la frana di Niscemi erano stati stanziati - ha ricordato il procuratore - 23 miliardi delle vecchie lire, ma i lavori appaltati a un'Ati non sono stati realizzati. I fondi, 12 milioni di euro, non sono stati mai spesi. Tra gli indagati figurano anche i capi della Protezione civile regionale, riferiti a quel periodo, tra loro Calogero Foti e l'attuale Salvatore Cocina, i direttori generali della Regione preposti all'ufficio contro il dissesto idrogeologico e il responsabile dell'Ati che avrebbe dovuto eseguire le opere di mitigazione appaltate nel 2000.

Il contratto si risolse per inadempimento nel 2010. I fondi stanziati, circa 12 milioni, sono ancora nelle casse della Regione. Il procuratore di Gela ha sottolineato che tra gli indagati non ci sono i vari sindaci che si sono susseguiti negli anni alla guida del Comune di Niscemi. Nei prossimi giorni, gli indagati verranno sentiti in procura mentre nel frattempo verranno sequestrati altri atti. Vella ha definito lo smottamento verificatosi a Niscemi lo scorso 25 gennaio, come "la frana più grande d'Europa". "Già nel 1997 - ha spiegato - c'erano delle indicazioni precise su come intervenire. I fondi stanziati, 12 milioni di euro, sono rimasti nelle casse della Regione".

 

 

 

Una mamma trapiantata dà alla luce due gemelle a Catania

AGI - Un eccezionale evento a lieto fine nell'Azienda ospedaliero universitaria Policlinico "G. Rodolico - San Marco" di Catania. Una donna di 31 anni, in precedenza sottoposta a un delicatissimo trapianto, ha dato alla luce due gemelle nell'Unità di Ostetricia e Ginecologia e Pronto soccorso, diretta da Antonino Rapisarda, nonostante una storia clinica particolarmente complicata. La mamma, nove anni fa, aveva subito un trapianto di rene a causa di una grave insufficienza renale determinata dal rene policistico, una patologia che nel tempo aveva compromesso, in maniera irreversibile, la funzionalità dei suoi reni.

Prima del trapianto, la paziente era già riuscita a diventare madre e anche allora, in condizioni cliniche difficili, aveva affrontato un parto cesareo. Nel tempo, i medici dell'equipe del Centro Trapianti del San Marco, diretta da Pier Francesco Veroux, che hanno seguito la donna in questi lunghi anni, avevano più volte messo in guardia la donna dai rischi legati a un'eventuale gravidanza successiva al trapianto, ancorché la paziente fosse ormai libera dalla dialisi. Nonostante ciò, la donna, da sempre legata all'idea di costruire una famiglia numerosa, ha scelto di intraprendere il percorso verso una nuova maternità, nel rispetto dei tempi e delle indicazioni dei medici. La gravidanza, rivelatasi gemellare, ha comportato ulteriori complessità cliniche, considerato l'elevato impatto che una gestazione multipla può avere sulla funzione renale, soprattutto in una paziente trapiantata e, tra l'altro, in presenza, di rene parauterino, vale a dire affiancato all'utero. La gestione della gravidanza è stata così presa in carico da un'equipe multidisciplinare che ha pianificato il percorso nei minimi dettagli.

L'intervento chirurgico e l'equipe medica

In sala operatoria erano presenti, oltre al ginecologo di fiducia, Sebastiano Bandiera, della Ginecologia del San Marco, il collega decano della sala parto, Santino Recupero, il chirurgo vascolare Rosario Tringale, la nefrologa del Centro Trapianti, Giusi Lorenzano e la neonatologa Giulia Lombardo della Neonatologia del San Marco diretta da Alessandro Saporito. Determinante è stato anche il coinvolgimento dell'equipe anestesiologica, coordinata dal responsabile dell'unità Operativa di Anestesia e Rianimazione in Ostetricia e Ginecologia e pronto Soccorso ostetrico, Stanislao Bentivegna, che ha eseguito personalmente l'anestesia spinale.

Il successo del parto e la salute delle gemelle

Il parto cesareo, nonostante la presenza di una sindrome aderenziale dovuta ai precedenti interventi chirurgici, si è svolto senza particolari complicazioni e la mamma è rimasta in osservazione in ospedale appena una decina di giorni. Le due bimbe, Adele e Isabel, sono nate in buone condizioni cliniche e non hanno avuto bisogno di intubazione. Le piccole pazienti sono state prese in carico dal personale dell'Utin del San Marco, supportate con ventilazione non invasiva (C-Pap) e tenute costantemente sotto osservazione. Entrambe stanno crescendo bene, amorevolmente curate dal personale sanitario guidato dal direttore Saporito, circondate dall'affetto della mamma, di papà e dalla sorellina adolescente che non fanno mancare loro la presenza quotidiana.

Il commento delle direzioni ospedaliere

"Questa nascita - ha sottolineato il direttore generale Giorgio Giulio Santonocito - rappresenta un risultato di grande rilievo clinico e umano, frutto di una eccellente collaborazione tra specialisti e della straordinaria determinazione della paziente. Un esempio concreto di come l'impegno multidisciplinare in team, unita alla volontà e alla fiducia, possa trasformare una storia complessa in una a lieto fine che oggi riusciamo a raccontare con orgoglio". "Il caso delicato di Immacolata - ha aggiunto il direttore Rapisarda - dimostra quanto sia importante lo scambio di informazioni e capacità professionali tra un gruppo e l'altro di esperti. Siamo riusciti così a tenere in vita due vite umane e a rendere felice una coppia. Siamo molto soddisfatti del risultato che abbiamo ottenuto".

Migliora la qualità dell’aria in Italia nel 2025

AGI - Confermato il trend di miglioramento della qualità dell'aria a livello nazionale nel 2025. Lo rileva l'informativa annuale di Snpa-Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente che offre il quadro nazionale relativo alla qualità dell'aria nell'anno appena trascorso. Un rapporto sintetico elaborato ogni anno dagli esperti di Ispra e delle Agenzie ambientali di Regioni e Province autonome, che riassume i dati rilevati dalle stazioni di monitoraggio presenti su tutto il territorio nazionale.

Si registra il rispetto del valore limite annuale (40 µg/m³) del PM10 in tutte le regioni e nel 92% delle stazioni è rispettato anche il valore limite giornaliero (50 µg/m³ per la media giornaliera, da non superare per più di 35 giorni in un anno). Criticità ci sono però in diverse zone del Paese: nel bacino padano, nell'agglomerato Napoli-Caserta, nella zona della Valle del Sacco (in provincia di Frosinone). Isolati casi di violazione sono stati registrati anche nella pianura venafrana (in provincia di Isernia) e a Palermo.

Analisi del decennio e fenomeni naturali

In generale, l'analisi statistica del decennio 2015-2024 mostra una decrescita significativa nel primo quinquennio e poi una situazione di stabilità. Occorre considerare che i periodi di stagnazione atmosferica invernali in alcune delle aree del Paese solitamente più critiche, sono stati frequenti e intensi nell'anno appena trascorso favorendo in diversi giorni il superamento della soglia prevista per il valore limite giornaliero di 50 µg/m³. Come noto, ai superamenti giornalieri possono contribuire fenomeni naturali come gli eventi di intrusione al suolo di polveri provenienti dalle aree desertiche del Nord Africa, del Medio Oriente e della depressione caspica.

I dati su pm2,5 e biossido di azoto

Il valore limite annuale del PM2,5 (25 µg/m³) è rispettato su quasi tutto il territorio nazionale. Per questo inquinante si osserva una riduzione media di circa il 14% dei livelli annuali registrati nel 2025 rispetto alla media del decennio 2015-2024. Anche il valore limite annuale del biossido di azoto (NO2) è rispettato nella larga maggioranza delle stazioni di monitoraggio (99%), sebbene sia da registrare il superamento in un numero limitato di stazioni localizzate in grandi aree urbane come Milano, Genova, Napoli, Catania e Palermo.

Le sfide dell'ozono e la nuova direttiva europea

In larga parte del Paese si registrano ancora livelli di concentrazione di ozono superiori agli obiettivi previsti dalla legge. Le condizioni meteorologiche dell'estate 2025, con caldo estremo e assenza di precipitazioni, hanno fatto registrare diffusi superamenti della soglia di informazione. Lo scenario che introduce la nuova Direttiva europea sulla qualità dell'aria, entrata in vigore il 10 dicembre 2024, indica la necessità di attuare rapidamente strategie aggiuntive per ridurre l'inquinamento atmosferico entro il 1 gennaio 2030, in linea con i valori guida dell'Organizzazione mondiale della sanità.

Il commento di Ispra e Snpa sulla salute pubblica

"Dietro ogni dato sulla qualità dell'aria c'è la salute delle persone e la vivibilità delle nostre città", afferma Alessandra Gallone, presidente di Ispra e di Snpa. L'informativa mostra un trend di riduzione diffuso che riguarda tutte le regioni coinvolte nelle procedure di infrazione Ue, permettendo il rientro nei limiti per il PM10 in Toscana, Umbria e Puglia. Anna Lutman, vicepresidente di Snpa, sottolinea l'importanza delle serie storiche di dati raccolti con rigore scientifico per fornire alle istituzioni un'analisi solida dell'aria che respiriamo.

L’Europa accelera sul piano per una Nato senza gli Stati Uniti

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita diverse fonti, in Europa si sono intensificate le discussioni su un piano informale per garantire la possibilità di difendersi utilizzando le strutture militari esistenti della Nato in caso di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica, paventato a più riprese da Donald Trump. Il piano, sottolinea il Wsj, non punta a sostituire la Nato, ma a rafforzarla in chiave più europea.

L’Europa accelera sul piano per una Nato senza gli Stati Uniti
Simbolo della Nato (Ansa).

L’accelerata dopo il cambiamento di posizione della Germania

Il fattore chiave che ha innescato le discussioni è stato il cambiamento di posizione di Berlino. La Germania, contraria a un approccio unilaterale e all’idea, promossa dalla Francia, di una maggiore autonomia europea in materia di difesa, sotto la guida di Friedrich Merz ha iniziato a dubitare dell’affidabilità degli Stati Uniti come alleato. In particolare dopo certe affermazioni di Trump su Ucraina e Russia, in cui il tycoon sembrava confondere la vittima con l’aggressore.

Cosa prevederebbe il piano di riserva per la Nato senza gli Usa

I funzionari che stanno lavorando al piano di riserva, spiega il Wsj, mirano a coinvolgere un maggior numero di europei nei ruoli di comando e controllo della Nato e a integrare le risorse militari statunitensi con quelle del Vecchio Continente. Tra le questioni pratiche figurano la gestione dei sistemi di difesa aerea e missilistica della Nato, i corridoi di trasporto delle forze verso la Polonia e i Paesi baltici, la logistica e le grandi esercitazioni regionali in caso di ritiro delle truppe Usa. I funzionari sono inoltre determinati a mantenere l’affidabilità dello scudo nucleare.

L’Europa accelera sul piano per una Nato senza gli Stati Uniti
Esercitazione Nato (Ansa).

L’attuazione sarà difficile: l’intera architettura Nato dipende dagli Usa

Preservando al contempo la deterrenza verso la Russia e la continuità operativa dell’alleanza. Questo l’obiettivo del piano “di riserva”: tra le misure in discussione ci sono anche il rafforzamento della produzione militare, lo sviluppo di nuove tecnologie e, per alcuni Paesi, il ritorno alla leva obbligatoria. Il Wall Street Journal osserva che l’attuazione del piano sarà difficile, visto che l’intera architettura Nato dipende dagli Usa. La carica di Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, ad esempio, è tradizionalmente ricoperta da un rappresentante degli Stati Uniti. E Washington non ha alcuna intenzione di rinunciarvi.

Trump ancora contro il Papa: «Qualcuno gli dica che l’Iran ha ucciso 42 mila innocenti»

Nuovo attacco di Trump al Papa. Dopo averlo definito debole sul piano della politica estera, accusandolo di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», il tycoon torna a tuonare contro Leone XIV: «Qualcuno può per favore dirgli che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile? Grazie per l’attenzione. L’America è tornata», ha scritto in un post su Truth. Il pontefice non ha ancora replicato.

Trump ha detto che la guerra in Iran «è molto vicina alla fine»

Intervistato dalla conduttrice di Fox News Maria Bartiromo, Donald Trump ha detto che il conflitto con l’Iran è «molto vicino alla fine», anticipando la possibilità di un nuovo round di colloqui tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, questa settimana o all’inizio della prossima. In tale ottica, il presidente Usa ha aggiunto che, in questo momento, non sta pensando a una proroga del cessate il fuoco con l’Iran, in scadenza il 21 aprile.

Trump: «Se attaccassimo ora ci metterebbero 20 anni a ricostruire»

Trump ha inoltre detto che un eventuale attacco diretto contro l’Iran avrebbe avuto conseguenze devastanti per la Repubblica Islamica: «Se partissimo in questo momento esatto, ci metterebbero 20 anni a ricostruire il loro Paese». Così sui nuovi colloqui che si dovrebbero tenere a Islamabad: «Potrebbe finire bene o male, ma penso che un accordo sia meglio perché poi potranno ricostruire». Teheran, ha aggiunto, adesso è «determinata a raggiungere un’intesa». Quanto agli attacchi già avvenuti, Trump ha dichiarato: «Ho dovuto cambiare direzione perché se non lo avessi fatto oggi avremmo un Iran con l’arma atomica e se l’avessero avuta oggi chiameremmo tutti in quel Paese ‘signori’ e non credo che lo vogliamo».

Trump ha detto che la guerra in Iran «è molto vicina alla fine»
JD Vance (Ansa).

Il vicepresidente Vance: «Trump vuole un grande accordo con l’Iran»

Dovrebbe essere di nuovo il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a guidare la delegazione Usa se ci sarà un secondo round di colloqui con l’Iran dopo quelli dello scorso fine settimana a Islamabad. Lo anticipa la Cnn, citando fonti stando alle quali a un eventuale secondo incontro dovrebbero essere presenti anche l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e Jared Kushner, genero del tycoon. «Il motivo per cui l’accordo non è stata ancora raggiunto sta nel fatto che il presidente vuole davvero un’intesa per cui l’Iran non abbia armi nucleari», ha dichiarato Vance. Trump, ha sottolineato, «non vuole con Teheran un “piccolo accordo”, ma “il grande accordo”».

Roma, 13 arresti per droga: c’è anche ex boss della Banda della Magliana

Le forze dell’ordine hanno eseguito 13 arresti a Roma per traffico di droga, porto abusivo di armi, ricettazione, tentato omicidio e lesioni. Tra i destinatari dell’ordinanza, che dispone la custodia cautelare per tutti, c’è anche Raffaele Pernasetti, storico esponente della Banda della Magliana, che torna in carcere. Per gli investigatori, grazie alla sua vicinanza con alcuni autorevoli componenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’approvvigionamento della droga che veniva poi venduta nelle piazze di spaccio del Trullo, Corviale, Magliana Nuova, Monteverde Nuovo e Garbatella di Roma. È anche accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per un debito di droga. Avrebbe infatti tentato di farsi consegnare 8 mila euro come corrispettivo di una pregressa vendita di sostanze stupefacenti e, poiché le minacce non andavano a buon fine, avrebbe ordinato a un gruppo di tre persone di punire il debitore che, il 25 marzo 2024, è stato attinto da tre colpi d’arma da fuoco alle gambe in via Pian delle Torri, nel quartiere Magliana.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente

Mostrarsi attivi, senza esporsi. Indicare la strada, senza legarsi alla sua effettiva percorrenza. La Cina fa pesare il suo ruolo di (parziale) mediatrice, mirando a rafforzare le credenziali di potenza responsabile, specchio riflesso dell’instabilità portata dagli Stati Uniti. Sia sul piano commerciale, coi dazi, sia su quello politico e strategico, con la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e l’attacco contro l’Iran in rapida successione.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Donald Trump col presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Negli ultimi giorni, in molti avevano iniziato a convergere su un punto: Pechino, agendo dietro le quinte, avrebbe avuto un ruolo decisivo nel convincere Teheran ad accettare il cessate il fuoco. Una versione rafforzata anche dalle dichiarazioni dell’ex presidente americano Donald Trump, secondo cui i cinesi avrebbero contribuito a portare l’Iran al tavolo negoziale. Eppure, proprio da ambienti vicini alla comunicazione ufficiale della Repubblica popolare è arrivata una smentita che ridimensiona il ruolo giocato dalla potenza asiatica.

Pechino non vuole assumersi il peso politico della tregua

Secondo un articolo pubblicato dall’account WeChat Yuyuantantian, legato alla televisione di Stato cinese, le ricostruzioni su un ipotetico intervento decisivo della Cina sarebbero una «generalizzazione» costruita per scaricare su Pechino il peso politico della tregua. E, soprattutto, per includerla tra le parti direttamente coinvolte nel conflitto.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Un missile iraniano caduto in Cisgiordania (Ansa).

Il punto centrale è evitare una responsabilità formale. La Cina non vuole essere percepita come il garante della tregua, né della sicurezza regionale, né tantomeno dell’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Il motivo? Pechino vuole mantenere una “giusta distanza” dall’Iran, senza compromettere i rapporti con gli altri Paesi del Golfo e senza rischiare di legare la sua immagine a un eventuale fallimento del cessate il fuoco.

Xi Jinping preferisce restare il facilitatore, non diventare l’arbitro

In altre parole, Xi Jinping vuole restare un facilitatore, non un arbitro. Una differenza sostanziale, che gli consente di preservare tra flessibilità diplomatica e credibilità internazionale. Accettare il ruolo di garante significherebbe assumersi il rischio politico di eventuali violazioni della tregua, di nuove escalation o di un mancato ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio energetico globale.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Contestualmente, la Cina ha bisogno di farsi vedere coinvolta in una fase di iperattivismo diplomatico. Un modo per mostrarsi sempre disponibile a parlare con tutti, a partire dalle parti in causa coinvolte direttamente nella guerra in Medio Oriente, pur senza salire sul palcoscenico nel ruolo di protagonista. Il governo cinese ha intensificato i contatti con tutti gli attori regionali, dialogando contemporaneamente con Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e partner europei. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha condotto una fitta rete di colloqui, mentre il presidente Xi ha ricevuto il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ribadendo la volontà di mantenere un equilibrio tra Teheran e i Paesi del Golfo e lanciando quattro principi per la pace in Medio Oriente.

Un’iniziativa per la pace promossa assieme al Pakistan

Parallelamente, Pechino ha promosso un’iniziativa in cinque punti per la pace assieme al Pakistan, che prevede cessate il fuoco immediato, avvio dei negoziati, protezione degli obiettivi civili, sicurezza delle rotte marittime e rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Entrambe le iniziative contengono indicazioni piuttosto generiche, come il rispetto della sovranità e delle «legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti», peraltro già menzionate in precedenza sulla guerra in Ucraina. Insomma, si tratta più di una dichiarazione di principi che di una roadmap operativa.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad (Ansa).

Il tutto è coerente con l’obiettivo della Cina di costruire la sua immagine di “potenza responsabile” senza mai esporsi fino in fondo. Una postura che si riflette anche nella scelta di opporsi, insieme alla Russia, a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che avrebbe incoraggiato operazioni coordinate per riaprire lo Stretto di Hormuz. Il timore, da parte di Pechino, è che queste iniziative possano legittimare interventi militari e compromettere la narrazione basata sulla soluzione politica dei conflitti.

La Cina insiste sulla sua neutralità

A complicare ulteriormente il quadro c’è il dossier delle forniture militari. Secondo fonti dell’intelligence americana, la Cina starebbe valutando l’invio di nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran, con possibili consegne nelle prossime settimane. Già alla vigilia del conflitto, Reuters aveva scritto che Teheran era vicina all’acquisto di sistemi missilistici di produzione cinese. Accuse che Pechino ha respinto con decisione, definendole «infondate» e frutto di «sensazionalismo». La Cina insiste sulla sua neutralità e sul rifiuto di alimentare il conflitto.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Sistema missilistico Patriot (Ansa).

Nel frattempo, la guerra sta iniziando a produrre alcuni effetti tangibili sull’economia cinese. Pechino è senz’altro più pronta dei suoi vicini, e di tanti altri Paesi, ad assorbire l’effetto dello shock energetico causato dalla guerra. Ma il rallentamento delle esportazioni registrato a marzo, nettamente più ampio del previsto, e l’aumento dei costi delle materie prime mostrano come nemmeno l’economia cinese sia del tutto immune alle turbolenze globali e alla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali? Proposta irricevibile

Anche per questo, la Cina potrebbe effettivamente intensificare le sue iniziative diplomatiche (più o meno ufficiali) per arrivare a una soluzione sul conflitto. In una prima fase, mostrarsi disponibile a mediare rappresentava anche una risposta agli Stati Uniti e alla richiesta di Trump di inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali tra Hormuz e Golfo Persico. Proposta irricevibile per la Cina. Il nuovo blocco annunciato dalla Casa Bianca rischia di prendere di mira anche le navi cinesi o che comunque trasportano materie prime o merci destinate ai porti della potenza asiatica. La Cina risponde con principi o piani di pace: iniziative a “costo zero”, utili a Pechino per far pesare la differenza di postura con gli Stati Uniti.

Garante a chi? Perché la Cina ridimensiona il suo ruolo in Medio Oriente
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

Di riflesso, l’agenda diplomatica di Xi continua a riempirsi. Il presidente cinese ha prima ricevuto Cheng Li-wun, leader dell’opposizione di Taiwan, poi il premier spagnolo Pedro Sánchez. A seguire il leader vietnamita To Lam, mentre all’orizzonte c’è la visita dello stesso Trump e del presidente russo Vladimir Putin, e intanto si riaprono anche i canali anche con la Corea del Nord di Kim Jong-un.

Ok la stabilizzazione globale, ma senza un ruolo troppo vincolante

La Cina si propone con tutti come attore indispensabile per la stabilizzazione globale, evitando però di assumere un ruolo troppo vincolante, che potrebbe trasformarsi in un boomerang politico. Pechino non vuole sostituirsi agli Stati Uniti come garante della sicurezza globale. Preferisce invece consolidare un modello alternativo: quello di una potenza che influenza senza imporsi e che guida senza assumersi pienamente il peso della leadership. Xi guarda Trump, lo “indica” agli altri e di riflesso rafforza la sua immagine, mentre si muove tra le fratture dell’ordine internazionale senza restarne intrappolato, cercando di trasformare i problemi in opportunità.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro

Pochi gruppi demografici sono stati più importanti dei cattolici per il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che nel 2024 ha ottenuto tra il 55 e il 59 per cento dei loro voti, quando di solito i candidati alla presidenza si spartiscono equamente le preferenze di questa porzione di elettorato. Eppure, con le durissime accuse lanciate a Papa Leone XIV, The Donald sta facendo di tutto per alienarsi i favori dei cattolici, che già nel 2016 gli avevano perdonato un battibecco con Francesco. Ma questa volta lo scontro tra Casa Bianca e Vaticano rischia di far sbandare il presidente Usa. Anche perché Prevost è il primo pontefice statunitense della storia e, anche per questo, al di là dell’Atlantico gode di grande popolarità. Non solo tra i cattolici.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Cristiani repubblicani sostenitori di Trump (Ansa).

L’attacco a Leone XIV e la replica del pontefice

Questo non ha impedito a Trump di attaccarlo duramente. Prima lo ha accusato di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare», poi lo ha definito «debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», infine ha chiarito che senza di lui alla Casa Bianca non sarebbe mai stato eletto sul soglio di Pietro. «Dovrebbe darsi una regolata e smettere di essere un politico, sta danneggiando la Chiesa cattolica», ha tuonato il presidente. Sull’aereo che lo stava portando in Algeria, il Papa ha detto di non temere l’Amministrazione Trump né di aver intenzione di «fare un dibattito» con il capo della Casa Bianca. Successivamente The Donald, raggiunto dal Corriere della Sera, ha rincarato la dose, affermando che Prevost «non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo» e che l’Iran rappresenta una minaccia nucleare.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Leone XIV (Ansa).

Per Vance il Vaticano «deve attenersi alle questioni morali»

Parole dure, che sono state duramente criticate dal vescovo Robert Barron, membro della Commissione per la libertà religiosa. Barron ha definito il post di Trump «del tutto inappropriato e irrispettoso», aggiungendo che «il presidente deve delle scuse al Papa».

Le parole di The Donald contro il pontefice sono state condannate persino dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ma non da JD Vance – convertitosi al cattolicesimo in età adulta – il quale parlando a Fox News ha detto che il Vaticano «si dovrebbe attenere alle questioni morali». E Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana e grande amica di Trump? Dopo un silenzio prolungato, era arrivato anche il commento della premier italiana: «Trovo inaccettabili le parole del presidente Usa. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». Una presa di posizione che Trump non ha gradito, come ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Mi sbagliavo su di lei».

Nel 2016 l’attrito con Bergoglio

Non è la prima volta che Trump sgancia “missili” Oltretevere. All’inizio del 2016, durante la corsa alla nomination repubblicana, ebbe un breve scontro con Francesco che aveva criticato la stretta migratoria Usa poco prima di visitare il confine col Messico. Trump definì Bergoglio «una persona molto politicizzata». Il pontefice argentino a quel punto ricordò a Trump che non era cristiano «concentrarsi sulla costruzione di muri anziché di ponti». Parole che il tycoon definì «vergognose», dicendosi certo che, in caso di un attacco dell’Isis al Vaticano, Bergoglio avrebbe desiderato che Trump fosse alla Casa Bianca. Tra lo stupore degli analisti, The Donald uscì indenne – se non rafforzato – da quella disputa e qualche mese dopo riuscì a ottenere la presidenza degli Stati Uniti.

Trump attacca ancora un Papa: perché questa volta può costargli caro
Donald Trump (Ansa).

Come sottolinea la Cnn, lo scontro di 10 anni fa non fece molto scalpore e si concluse con la stessa rapidità con cui era iniziato. Trump successivamente cercò di appianare le divergenze: definì il pontefice «un uomo meraviglioso», suggerendo che il commento del Papa su muri e ponti non fosse poi così critico nei suoi confronti. Un raro passo indietro da parte di The Donald, che notoriamente ama lo scontro con i suoi detrattori.

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Da Francesco a Leone: perché questa volta è diverso

Lo scontro con Leone XIV potrebbe invece avere strascichi più pesanti. Nessuno dei due capi di Stato sembra intenzionato a fare marcia indietro. «Io parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra», ha sottolineato Prevost. Se Francesco aveva criticato indirettamente le politiche migratorie di Trump, il suo successore è stato molto più diretto, facendo nomi e cognomi, sia su questo tema (a ottobre 2025, poco dopo l’elezione, il pontefice aveva definito «disumana» la politica Usa sui migranti) sia sulla guerra e sull’operazione in Venezuela che ha rimosso Nicolas Maduro. Lo scontro tra i due poi è sottotraccia e in atto da mesi. Sui rapporti già ai minimi termini ha poi pesato l’immagine blasfema postata da Trump su Truth, che lo ritraeva come un Messia in grado di guarire i mali del mondo. Dopo averla rimossa, il presidente americano ha provato a salvarsi in corner sostenendo che l’immagine in realtà lo rappresentava «come un medico che fa del bene agli altri».

Il paragone tra Trump e Cristo salvatore è ricorrente nella narrativa MAGA. Il commander in chief era già stato paragonato a Gesù dalla sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White-Cain, nominata a capo dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, istituito per promuovere i valori cristiani e la libertà religiosa. La firma del relativo ordine esecutivo fu celebrato con una foto da “Ultima Cena” nello Studio Ovale, con Trump nella posizione – tanto per cambiare – di Gesù.

Sempre a proposito di protagonismo a tinte religiose, in vista del conclave che ha eletto Prevost, dopo aver scherzato (chissà…) sul fatto di vedere se stesso come «prima scelta», Trump sui social si era ritratto come Papa. Novello Messia o aspirante pontefice, ma in ogni caso benedetto dal Signore. Un dio che, sempre secondo la vulgata MAGA, lo ha salvato pure dalla pallottola a Butler.

Il rischio di ricadute elettorali

Tornando alla diatriba col Vaticano c’è infine un altro “piccolo” particolare, ossia il fatto che Leone XIV è il primo Papa statunitense: è logico supporre che negli Usa la figura di Prevost sia più influente rispetto a quella dei pontefici del passato e non solo per i cattolici. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che il Papa gode di un’enorme popolarità tra i suoi connazionali, mentre Trump si trova in un momento di crisi politica, con indici di gradimento che in alcune rilevazioni recenti sono scesi sotto il 30 per cento. È probabile che la maggior parte dell’elettorato MAGA non si farà influenzare dalla “faida” Trump-Leone. Tuttavia, The Donald non può rischiare di perdere altri elettori in questo momento, con una guerra in corso e in vista delle midterm di novembre 2026.

Caso Almasri, via libera della Camera allo “scudo” per Bartolozzi

Via libera dell’Aula della Camera alla richiesta di sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato presso la Corte costituzionale nei confronti del Tribunale dei ministri e della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge Giusi Bartolozzi nel caso-Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo nonostante il mandato di arresto della Corte penale internazionale. La proposta dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è stata approvata a scrutinio palese con 47 voti di scarto. Respinta la richiesta di voto segreto avanzata dalle opposizioni.

Caso Almasri, via libera della Camera allo “scudo” per Bartolozzi
La Camera dei deputati (Ansa).

Bartolozzi è indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero

Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (si è dimessa dopo la sconfitta del centrodestra nel referendum del 22 e 23), è finita sotto inchiesta della procura di Roma per false dichiarazioni al pubblico ministero, reato previsto dall’articolo 371 bis del codice penale: l’iscrizione riguardava le deposizioni rese davanti al Tribunale dei Ministri, considerate non veritiere dagli inquirenti. La procura capitolina, che ha terminato le indagini a suo carico, pochi giorni fa ha chiesto il rinvio a giudizio per Bartolozzi.

Caso Almasri, via libera della Camera allo “scudo” per Bartolozzi
Matteo Piantedosi e Carlo Nordio (Ansa).

Chiesta l’immunità già concessa a Nordio, Piantedosi e Mantovano

Secondo la maggioranza, la questione relativa a Bartolozzi rientrerebbe nelle competenze della Giunta per le autorizzazioni della Camera, trattandosi di una vicenda analoga a quelle che avevano coinvolto i ministri Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, per i quali Montecitorio (con i voti del centrodestra) aveva già negato l’autorizzazione a procedere e il Tribunale aveva poi disposto l’archiviazione. Bartolozzi, nel frattempo, ha chiesto il ricollocamento in ruolo in magistratura: la Terza Commissione del Csm si è espressa a favore del suo ritorno nella stessa posizione che ricopriva in precedenza presso la Corte di appello di Roma.