Il flusso di pubblicazioni di documenti iniziato alla fine di febbraio 2025 e culminato il 30 gennaio nel rilascio di quasi tre milioni di pagine di file su Jeffrey Epstein ha messo in luce la profondità l’intensità e la persistenza dei legami del finanziere morto suicida in carcere nel 2019 con l’élite globale, anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Contraddicendo anni di smentite da parte di big di Wall Street, vip di Hollywood e celebri miliardari. Negli Epstein Files sono spuntati persino Vladimir Putin e addirittura Matteo Salvini. Senza dimenticare Elon Musk.
Putin citato più di mille volte: Epstein era al soldo del Cremlino?
Nei file relativi alle indagini su Epstein, il nome di Vladimir Putin viene citato 1.056 volte. L’effettivo collegamento tra finanziere e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma l’abnorme numero di passaggi in cui viene nominato non è passato inosservato. Epstein, scrive il Daily Mail, avrebbe gestito «la più grande operazione al mondo basata sul kompromat sessuale». In parole povere, sarebbe stato manovrato dal Cremlino, che tramite gli 007 di Mosca gli avrebbe fornito ragazze russe per “intrattenere” importanti personaggi dell’establishment globale, rendendoli così ricattabili tramite video girati di nascosto. Kompromat è un vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei termini komprometiruyuschij e material: significa “materiali compromettenti”.

Di sicuro, Epstein cercò più volte di incontrare Putin. A maggio del 2013, per esempio, scrisse a Thorbjørn Jagland, allora segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro della Norvegia, che Bill Gates sarebbe stato a Parigi, aggiungendo: «Putin è il benvenuto a cena». In un’email del 2014, il venture capitalist giapponese Joey Ito comunicò a Epstein che Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, si sarebbe potuto unire a loro per incontrare Putin: l’eventuale meeting saltò poi dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 da parte delle forze russe. Nel 2018, Epstein tramite il già citato Jagland provò a contattare il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, sostenendo di essere in possesso di informazioni scottanti su Donald Trump (di cui era stato spesso ospite a Mar-a-Lago): alla vigilia del summit tra il presidente americano e l’omologo russo che si tenne quell’anno a Helsinki, The Donald affermò di non avere prove di interferenze di Mosca nella sua elezione. Secondo gli 007 americani citati dal Daily Mail, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio di Mosca da Robert Maxwell, padre della socia e compagna Ghislaine, che pare avesse legami con il Kgb. Non finisce qui: in un fascicolo datato 27 novembre 2017, l’Fbi mise a verbale le rivelazioni di una fonte considerata attendibile che, oltre a parlare di una tenuta in New Mexico dove Epstein attirava e filmava ragazze minorenni, afferma come finanziere fosse «anche il gestore patrimoniale di Putin» e svolgesse lo stesso servizio per Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe.

Musk non vedeva l’ora di fare festa sull’isola di Epstein
In un post su X, Musk a settembre 2025 non solo aveva negato di aver visitato la famigerata isola di Epstein, ma aveva inquadrato la sua decisione come un atto di principio: «Ha cercato di convincermi e mi sono rifiutato». I documenti diffusi a fine gennaio suggeriscono invece che Musk fosse invece impaziente di andarci. O forse tornarci: «Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?», chiese Mr Tesla via email al finanziere a novembre del 2012. All’indomani della pubblicazione dei nuovi file, Musk ha scritto su X: «Ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti ad andare sulla sua isola o a volare sul suo ‘Lolita Express‘, ma ero ben consapevole che alcune email scambiate con lui avrebbero potuto essere fraintese e utilizzate dai detrattori per infangare il mio nome».
I have never been to any Epstein parties ever and have many times call for the prosecution of those who have committed crimes with Epstein.
— Elon Musk (@elonmusk) January 31, 2026
The acid test for justice is not the release of the files, but rather the prosecution of those who committed heinous crimes with Epstein.
A proposito di miliardari, in un’email del 2013, Epstein parla di una malattia sessualmente trasmissibile che Bill Gates avrebbe contratto dopo alcuni incontri con giovani donne russe, facendo riferimento alla richiesta del fondatore di Microsoft di ricevere antibiotici da somministrare di nascosto alla (ora ex) moglie Melinda.
Dal patron di Virgin alla principessa norvegese: la rete di Epstein
Gli ultimi file diffusi hanno evidenziato rapporti amichevoli tra Epstein e il miliardario britannico Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin. «È stato davvero un piacere vederti ieri. Ogni volta che sarai in zona, mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!», scrisse quest’ultimo nel 2013 in un’email. Un rappresentante di Branson ha affermato che i due avevano avuto solo un incontro di lavoro. Mentre aumentano le pressioni sul principe Andrea, fratello di re Carlo III d’Inghilterra, negli Epstein Files è spuntata pure l’ex moglie Sarah Ferguson, che nel 2009 scrisse al finanziere, definendolo «il fratello che aveva sempre sognato di avere». A proposito di nobiltà europea, il nome della principessa norvegese Mette-Marit, moglie del futuro re Haakon, compare più di mille volte. Estremamente confidenziale il rapporto con Epstein. Quando nel 2012 le disse di essere a Parigi «in cerca di moglie», lei rispose che la capitale francese era «adatta all’adulterio», ma che «le donne scandinave sono mogli migliori». Mette-Marit si è giustificata dicendo di aver commesso «un errore di giudizio». Per quanto riguarda la politica, l’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson, licenziato per i suoi legami con Epstein, ha lasciato il Partito Laburista dopo nuove rivelazioni sui suoi rapporti col finanziere. E in Slovacchia l’ex ministro degli Esteri Miroslav Lajčák si è dimesso dal ruolo di consigliere del premier Robert Fico, dopo che sono venuti a galla i suoi legami con Epstein.
Jeffrey Epstein and an unidentified little girl.
— Kirby Sommers (@LandlordLinks) February 2, 2026pic.twitter.com/hpSrjWRYL4
Da Thiel a Bryn: i nomi che tornano, nonostante le smentite
Nei file diffusi il 30 gennaio è spuntata un’email con cui Howard Lutnick, Segretario al Commercio Usa, cercò di organizzare una visita con la moglie e i figli all’isola privata di Epstein poco prima di Natale del 2012. Nel corso di un podcast, l’anno scorso aveva definito il finanziere «una persona disgustosa», conosciuta a metà Anni 2000 e mai più frequentata. Il magnate immobiliare newyorkese Andrew Farkas, comproprietario di un porto turistico con Epstein a St. Thomas per anni, in una lettera agli investitori del 2025 ha parlato di un rapporto esclusivamente di affari. Ma gli ultimi documenti pubblicati suggeriscono altro. Nei file ci sono poi i nomi di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che aveva una fitta corrispondenza con Epstein e da cui fu invitato nella sua isola ai Caraibi; di Sergey Brin, il cofondatore di Google; e di Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants.

Salvini e quei riferimenti di Bannon ai finanziamenti per la Lega
E poi c’è Salvini, citato 99 volte. Il segretario della Lega è totalmente estraneo ai traffici sessuali di Epstein, che era interessato però all’ascesa della destra nella politica europea. Nei documenti si parla di ipotetici finanziamenti americani al Carroccio: lo fa Steve Bannon, ex stratega di Trump, spiegando al finanziere di essere impegnato a raccogliere fondi per Marine Le Pen, Viktor Orban e Salvini così che «possano effettivamente candidarsi con liste complete» alle Europee. Il carteggio a “tema Salvini” risale al biennio 2018-2019, quello del governo giallo-verde poi fatto cadere dalla Lega che ruppe l’alleanza col M5s. Bannon nei documenti ipotizzava una crisi di governo scatenata da Salvini (cosa effettivamente accaduta), con conseguente voto anticipato che avrebbe portato, chissà, il segretario leghista a Palazzo Chigi. Dai file trapela l’entusiasmo di Epstein per questo scenario. Le cose però non sono andate come immaginato da Bannon. Stratega, sì, ma non stregone. La pluricitazione di Salvini negli Epstein Files, va detto, non ha trovato molta eco su giornali e soprattutto telegiornali, che hanno coperto poco o niente la notizia. La Lega ha comunque smentito di aver beneficiato di finanziamenti americani, parlando di «gravi millanterie» e di «un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla)», aggiungendo che Salvini «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi».

















