Stretto di Hormuz, nave sudcoreana in fiamme dopo un’esplosione: cosa sappiamo

Un’esplosione e un incendio si sono verificati a bordo di una nave battente bandiera panamense della compagnia di navigazione sudcoreana HMM Co., ancorata nelle acque vicino agli Emirati Arabi Uniti, all’interno dello Stretto di Hormuz. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri di Seul: a bordo della portarinfuse c’erano 24 persone, di cui sei di nazionalità coreana. Non ci sarebbero vittime.

L’incendio è scoppiato nella sala macchine

Il ministero degli Esteri sudcoreano ha spiegato che le cause dell’esplosione e dell’incendio, così come l’entità dei danni, sono attualmente oggetto di indagine. «Il governo continuerà a comunicare strettamente con i Paesi interessati in merito all’incidente e adotterà le misure necessarie per garantire la sicurezza delle navi e dei membri dell’equipaggio sudcoreani nello Stretto di Hormuz», si legge in una nota. La compagnia di navigazione ha dichiarato che l’incendio è scoppiato nella sala macchine.

Putin mette a capo delle Forze aerospaziali uno dei responsabili dei massacri di Bucha

Il colonnello generale Alexander Chaiko è stato nominato nuovo comandante in capo delle forze aerospaziali russe: prende il posto di Viktor Afzalov. Non si tratta di una promozione come le altre: il 16 marzo 2026, in occasione del quarto anniversario dei fatti, Chaiko è stato infatti sanzionato dall’Ue assieme ad altri comandanti in quanto responsabile dei massacri compiuti dalle forze di Mosca a Bucha. Vladimir Putin ha deciso di sostituire Afzalov dopo una serie di attacchi con droni che le difese aeree russe non sono riuscite a respingere. Dal 2019 al 2021 Chaiko è stato comandante del contingente russo in Siria, per poi dirigere il Distretto Militare Orientale: ritenuto responsabile da (tra gli altri) Human Rights Watch del bombardamento di ospedali e scuole nel Paese mediorientale, nonché dell’uso indiscriminato di armi in aree civili, era già stato sanzionato dal Regno Unito.

Meloni-Rubio, incontro a Palazzo Chigi venerdì 8 aprile

Giorgia Meloni riceverà Marco Rubio a Palazzo Chigi venerdì 8 maggio alle ore 11:30. Lo si legge sul sito del Governo in un aggiornamento dell’agenda della presidente del Consiglio. Il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America sarà a Roma dal 6 all’8 maggio per promuovere le relazioni bilaterali con l’Italia e il Vaticano.

Meloni-Rubio, incontro a Palazzo Chigi venerdì 8 aprile
Marco Rubio (Ansa).

La nota del Dipartimento di Stato Usa

Il Dipartimento di Stato Usa ha spiegato che il segretario Rubio «incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale», mentre «gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico». L’incontro con l’omologo Antonio Tajani era stato già confermato.

Hormuz, Trump autorizza a colpire motoscafi e postazioni missilistiche dei pasdaran

Nuove regole di ingaggio per le forze statunitensi nello Stretto di Hormuz. Donald Trump, che ha appena lanciato l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nel braccio di mare che separa Iran e Oman, ha infatti autorizzato le forze Usa a colpire «i motoscafi dei Guardiani della rivoluzione o le postazioni missilistiche» dei pasdaran che rappresentano «minacce immediate» per le imbarcazioni che attraversano lo stretto. Lo ha detto un funzionario americano a Barak Ravid, analista di Axios.

Hormuz, Trump autorizza a colpire motoscafi e postazioni missilistiche dei pasdaran
Murale anti-Usa e Teheran (Ansa).

Il Centcom smentisce Teheran: «Nessuna fregata Usa colpita»

«I cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti stanno attualmente operando nel Golfo Arabico dopo aver attraversato lo Stretto di Hormuz a supporto dell’operazione Project Freedom . Le forze americane stanno attivamente contribuendo agli sforzi per ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Come primo passo, due navi mercantili con bandiera statunitense hanno attraversato con successo lo Stretto di Hormuz e sono in sicurezza dirette verso la loro destinazione», ha scritto il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), smentendo inoltre la notizia, diffusa dai media iraniani, di una fregata americana colpita da due missili dai pasdaran mentre tentava di attraversare lo stretto.

Cosa sappiamo sulla possibile epidemia di hantavirus su una nave da crociera olandese

L’Oms ha segnalato tre decessi collegati a una possibile epidemia di hantavirus, una malattia trasmessa all’uomo dai roditori, a bordo della nave da crociera Mv Hondius nell’Oceano Atlantico. Le vittime sono una coppia di coniugi di circa 70 anni e un’altra persona di cui non sono ancora note le generalità. Al momento solo un caso di hantavirus è stato confermato in laboratorio, mentre ci sono altri cinque casi sospetti. Delle sei persone colpite (tra cui le tre vittime), una è attualmente ricoverata in terapia intensiva in Sudafrica. Sono in corso discussioni per stabilire se le altre due persone verranno poste in isolamento in un ospedale di Capo Verde. La nave, battente bandiera olandese, era partita dall’Argentina circa tre settimane prima per una crociera che includeva visite in Antartide, alle Isole Falkland e altre tappe. La destinazione finale era prevista alle Canarie, in Spagna. La compagnia che gestisce la crociera ha dichiarato che il mezzo si trova ora al largo delle coste di Capo Verde e che le autorità locali stanno fornendo assistenza ma non hanno permesso a nessuno di sbarcare. Non è noto se l’infezione sia avvenuta a bordo della nave oppure prima di partire.

Cos’è l’hantavirus e come si trasmette

 «Sebbene raro, l’hantavirus può essere trasmesso da persona a persona e causare gravi malattie respiratorie. Richiede un attento monitoraggio dei pazienti, un supporto adeguato e una gestione appropriata», ha indicato l’Oms. Si trasmette all’uomo attraverso roditori selvatici infetti, come topi o ratti, che eliminano il virus con la saliva, l’urina e le feci. Un morso, il contatto con questi roditori o con i loro escrementi, così come l’inalazione di polvere contaminata, possono causare l’infezione.

Project Freedom, in cosa consiste l’operazione di Trump a Hormuz

Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avvieranno, a partire da lunedì 4 maggio 2026, l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz. «Si tratta di un gesto umanitario compiuto per conto degli Stati Uniti, dei Paesi mediorientali e, in particolare, dell’Iran», ha scritto su Truth, ricordano che «molte di queste navi stanno esaurendo le scorte di cibo e di tutti gli altri beni essenziali per garantire agli equipaggi una permanenza a bordo in condizioni di salute e igiene adeguate». Il tycoon ha spiegato che «Paesi di tutto il mondo, che non sono in alcun modo coinvolti nel conflitto in Iran, ci hanno chiesto di aiutare a liberare le loro navi, rimaste bloccate nello Stretto di Hormuz a causa di una vicenda con la quale non hanno assolutamente nulla a che fare». Di qui l’iniziativa per mettere in salvo i mezzi e i loro equipaggi fuori dallo Stretto.

La Marina Usa fornirà informazioni sulle migliori rotte per attraversare lo Stretto

In dettaglio, la Marina statunitense fornirà alle imbarcazioni mercantili informazioni sulle migliori rotte marittime dello stretto di Hormuz, in particolare per quanto riguarda le vie non minate dall’esercito iraniano. L’ha scritto Axios, citando due funzionari americani. Secondo il quotidiano statunitense, le navi non verranno necessariamente scortate dalla Marina Usa, che starà nelle vicinanze nel caso in cui fosse necessario impedire all’esercito iraniano di attaccare i mercantili che attraversano lo stretto. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo), fino a 20 mila marittimi sono rimasti bloccati su circa 2 mila navi nello stretto di Hormuz dall’inizio della guerra. Il Centcom ha precisato che si tratta di una missione difensiva e che il supporto militare includerà cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15 mila militari.

L’Iran minaccia ritorsioni

L’Iran ha avvisato che «qualsiasi interferenza americana nello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco». L’ha detto Ebrahim Azizi, capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano. «Avvertiamo che qualsiasi forza armata straniera, in particolare l’esercito americano invasore, se intende avvicinarsi e entrare nello stretto di Hormuz, sarà soggetta ad attacco», ha aggiunto il comandante del quartier generale centrale iraniano di Hazrat Khatam al-Anbiya, riportato dall’agenzia Tasnim.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump

La nomina di Paolo Zampolli a inviato speciale dice già tutto su chi l’ha firmata: il suo amico Donald Trump. È un’investitura di cortesia, soprattutto per quel che riguarda l’Italia, un Paese alleato degli Usa, membro fondatore della NATO e del G7, che non ha mai avuto bisogno di un “inviato speciale” e, infatti, nessun presidente prima di Trump lo aveva mai nominato. Esiste già un canale ordinario e collaudato per le relazioni con il nostro Paese, ed è l’ambasciata americana a Roma. Il biglietto da visita di Zampolli recita: «Rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali», una formula talmente generica da coprire qualunque attività, dagli incontri con politici (come quello recente, il 31 marzo, in un ristorante della Capitale con Giuseppe Conte) alle mediazioni commerciali.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Paolo Zampolli ospite di Bruno Vespa (Imagoeconomica).

La pazza idea di ripescare l’Italia a danno dell’Iran

Ora Zampolli – che si vanta di aver presentato la giovane Melania al suo futuro marito – si è messo in testa di ricucire il rapporto incrinato tra Giorgia Meloni e Trump e, per compiere questa nobile impresa, l’ha presa alla larga. Ha ripescato una sua vecchia idea del 2022, quando scrisse una lettera a Gianni Infantino, presidente della FIFA chiedendogli di escludere l’Iran dai Mondiali in Qatar e far partecipare al suo posto l’Italia, che anche allora, come quest’anno, non si era qualificata. Infantino intrattiene rapporti stretti con Trump, i suoi legami personali con il presidente sono noti e pubblicamente esibiti. Nel dicembre 2025 gli era seduto accanto, alla cerimonia del sorteggio dei Mondiali 2026, il che rende l’attività di lobbying di Zampolli su di lui un canale plausibile e tutt’altro che difficile. Infantino subisce talmente il fascino di Trump da avergli conferito in quella occasione il premio FIFA Peace Prize 2025: non sarà il Nobel e la motivazione – «Trump ha reso il mondo un posto più sicuro» – potrebbe suscitare qualche ironia, fatto sta che il numero uno della FIFA ha inserito anche Ivanka Trump nel consiglio di amministrazione di un progetto educativo dell’organizzazione che presiede. Sempre un anno fa, si presentò in ritardo a un Congresso FIFA ad Asunción, in Paraguay, perché aveva accompagnato Trump in un tour diplomatico in Medio Oriente: alcuni delegati UEFA abbandonarono la sala per protesta.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Donald Trump con Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Una proposta che ha imbarazzato persino Trump

Quattro anni fa Infantino non accettò la proposta, ma quest’anno Zampolli era sicuro di riuscirci: a fine marzo la Nazionale italiana è stata eliminata ai rigori dalla Bosnia-Erzegovina nello spareggio decisivo, mancando la qualificazione per la terza volta consecutiva. «Ho suggerito a Trump e Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia ai Mondiali», ha detto il super inviato trumpiano. «Sono italiano e sarebbe un sogno vedere gli Azzurri in un torneo ospitato dagli Stati Uniti (i Mondiali 2026 si svolgeranno in 16 città tra Usa, Canada e Messico ndr). Con quattro titoli mondiali, hanno il prestigio per giustificare l’inclusione». Purtroppo per lui, ha inanellato un’altra volta una serie di reazioni tutte negative. Trump stesso, interpellato dai giornalisti alla Casa Bianca, come riportato dal Financial Times, ha liquidato Zampolli rispondendo in modo imbarazzato: «È una questione interessante… fatemici pensare un momento»; il ministro dello Sport Andrea Abodi è stato netto: «Non è opportuno un ripescaggio al Mondiale. Ci si qualifica sul campo». Sulla stessa linea il presidente del CONI, Luciano Buonfiglio: «Mi sentirei offeso. Bisogna meritarselo di andare ai Mondiali». La BBC, citando fonti interne alla FIFA, ha riportato una secca smentita: la Federazione non intende sostituire l’Iran con l’Italia. In caso di forfait dell’Iran, a subentrare sarebbe una nazionale dell’Asian Football Confederation, cui l’Iran appartiene in ambito sportivo, verosimilmente gli Emirati Arabi Uniti.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Paolo Zampolli (Imagoeconomica).

Witkoff, un immobiliarista di NY per il Medio Oriente

Zampolli, che non riesce a portare a casa un progetto, ha così dovuto incassare in silenzio un’altra umiliazione. Ma non è il solo a darsi da fare combinando pasticci: la sua figura appare a dire il vero quasi comica, confrontata con quella di altri inviati speciali nominati da Trump, scelti per fedeltà personale anziché per competenza, che operano al di fuori dei canali diplomatici ordinari, generando confusione e imbarazzi. Steve Witkoff per esempio, l’immobiliarista newyorkese amico personale di Trump da decenni senza alcuna esperienza diplomatica, è diventato il principale negoziatore americano su Gaza, Ucraina e Iran. Considerato da molti il vero segretario di Stato, Witkoff ha incontrato Vladimir Putin almeno tre volte – a febbraio, marzo e aprile 2025 – senza un proprio interprete, affidandosi invece ai traduttori forniti dal Cremlino. Si tratta di una violazione del protocollo diplomatico standard.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Vladimir Putin con Steve Witkoff (Ansa).

L’ex ambasciatore americano in Russia, Michael McFaul, l’ha definita «un’idea molto sbagliata» che ha messo Witkoff «in una posizione di reale svantaggio». Nell’agosto 2025, dopo un incontro con Putin, Witkoff avrebbe scambiato la richiesta del presidente russo di un «ritiro pacifico» delle forze ucraine da Kherson e Zaporizhzhia per un’offerta russa di ritirare le proprie truppe, esattamente il contrario. All’incontro si era presentato senza un funzionario del Dipartimento di Stato incaricato di prendere appunti, quindi non ha potuto contare su alcuna registrazione ufficiale delle proposte di Mosca, un’ulteriore violazione del protocollo. Tra l’altro, gli viene anche imputato di non conoscere i nomi delle province ucraine di cui sta negoziando il destino. Senza contare che ex diplomatici hanno dichiarato alla rivista Time che sia Witkoff sia Jared Kushner, genero di Trump – chiamato come inviato parallelo sul dossier Iran – mancano dell’esperienza e della competenza diplomatica necessarie per concludere un accordo sul nucleare, e che questo rischia di prolungare la guerra e destabilizzare l’economia globale.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
JD Vance, Marco Rubio, Jared Kushner e Steve Witkoff con Donald Trump (Imagoeconomica).

I fedelissimi con cui Donald ha rottamato la vera diplomazia

Oltre a Zampolli e Witkoff, Trump nel tempo ha distribuito galloni pseudo-diplomatici a destra e a manca. Per soli due mesi – dal gennaio al marzo 2025, il presidente si è avvalso della consulenza del generale in pensione Keith Kellogg per gestire la crisi ucraina. Della lista fanno parte Richard Grenell, ex ambasciatore in Germania dal 2018 al 2020 e inviato speciale per i negoziati di pace in Serbia e Kosovo dal 2019 al 2021, che recentemente si è occupato di Venezuela; Massad Boulos, uomo d’affari libanese-americano, suocero di Tiffany Trump, la figlia di Donald e Marla Maples (nomina dal sapore marcatamente familistico); Adam Boehler, dirigente nel settore sanitario, già a capo del Development Finance Corporation nel primo mandato trumpiano, che ha condotto negoziati riservati sulla liberazione degli ostaggi a Gaza. E ancora: Mark Burnett, ormai ex inviato speciale per il Regno Unito, produttore televisivo britannico-americano, creatore di The Apprentice, il reality presentato da Trump negli anni 2000 che ne rilanciò la carriera pubblica. Non poteva mancare un pugno di cheerleader hollywoodianiJon Voight, Mel Gibson e Sylvester Stallone – nominati ambasciatori speciali per rilanciare l’industria cinematografica, per tentare di fare propaganda in un settore, quello del cinema, apertamente ostile. Tra i tanti smantellamenti che Trump ha messo in atto, all’inizio del suo mandato anche con l’aiuto di Elon Musk, quello della diplomazia professionale in favore di una rete di fedelissimi, appare il più pericoloso.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti

Oltre tre volte l’intera popolazione dell’Italia. È il numero stimato di lavoratori nell’immensa e brulicante gig economy in Cina. Cioè rider delle consegne, autisti delle piattaforme di trasporto, corrieri e altre figure: una costellazione cresciuta attorno all’espansione senza freni dell’economia digitale. Fin qui il settore era ampiamente deregolamentato e i suoi occupati spesso sfruttati. Ora Pechino ha compiuto un passaggio importante: per la prima volta, il governo cinese ha formalizzato un quadro normativo organico dedicato ai cosiddetti «nuovi gruppi occupazionali», una categoria ampia che include anche live streamer, creatori di contenuti e lavoratori digitali freelance.

Oltre 200 milioni di persone impegnate tra lavoro flessibile e piattaforme

Le linee guida, emanate congiuntamente dal Comitato centrale del Partito comunista e dal Consiglio di Stato, introducono tutele per una platea che, come detto, supera i 200 milioni di persone tra lavoro flessibile e lavoro su piattaforma. Già negli anni scorsi il governo era intervenuto con misure mirate che riguardavano però singole aziende. Stavolta si va oltre l’approccio episodico e si fissa un quadro normativo più ampio. Di fatto, la leadership cinese riconosce che la gig economy è una componente ormai strutturale del mercato del lavoro nazionale.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider che lavora per le piattaforme di delivery in Cina (foto Ansa).

L’algoritmo da acceleratore deve diventare strumento di contenimento

Le nuove regole prevedono contratti standardizzati, salari più equi, un compenso minimo parametrato alle tariffe locali e limiti agli orari di lavoro. Una delle novità più significative riguarda il ruolo diretto delle piattaforme nel controllo dei tempi: le app potranno essere obbligate a interrompere l’assegnazione di nuovi incarichi quando un lavoratore supera determinate soglie di fatica o di ore consecutive. È un punto cruciale, perché finora l’algoritmo ha funzionato soprattutto come acceleratore: più ordini, più consegne, più pressione, più penalità in caso di ritardo. Ora Pechino prova almeno formalmente a trasformarlo anche in uno strumento di contenimento.

Il datore di lavoro spesso si manifesta solo attraverso un’app

Il cuore del problema, infatti, è proprio l’algoritmo. Nella gig economy cinese, come altrove, il datore di lavoro spesso si manifesta attraverso un’applicazione che assegna ordini, stabilisce tempi, calcola incentivi, distribuisce penalità, valuta prestazioni e decide chi riceverà più lavoro. Per milioni di rider, il potere non ha dunque un volto umano: è un sistema automatico che misura ogni minuto, ogni chilometro e ogni ritardo.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider in pausa sigaretta dall’algoritmo, a Pechino (foto Ansa).

Correzione di pratiche considerate troppo punitive

Per questo le linee guida insistono sulla trasparenza algoritmica. Le piattaforme dovranno rendere più chiari i criteri con cui vengono assegnati gli incarichi, calcolati i compensi e applicate le penalizzazioni. Dovranno inoltre consultare rappresentanti dei lavoratori e organizzazioni sindacali, sottoporre i sistemi di gestione a maggiore scrutinio e correggere pratiche considerate eccessivamente punitive. È una svolta potenzialmente importante, perché interviene sul modo in cui i lavoratori vengono governati, vale a dire il punto più opaco dell’economia digitale.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Lavatori della gig economy in Cina (foto Ansa).

Il riferimento ai sindacati è particolarmente significativo. In Cina, il sindacato ufficiale opera all’interno del sistema politico e non rappresenta una forza indipendente contrapposta alle aziende. Il suo coinvolgimento indica la volontà del Partito di inserire la gig economy dentro una struttura di mediazione e controllo più tradizionale.

Il momento è ancora delicato per l’economia cinese

Il nuovo quadro normativo arriva in un momento delicato. L’economia cinese attraversa una fase di rallentamento, il mercato immobiliare resta fragile, la fiducia dei consumatori è debole e la disoccupazione giovanile continua a pesare sulle prospettive delle nuove generazioni. Proprio per questo, sempre più persone si rivolgono al lavoro flessibile. La retorica delle piattaforme presenta spesso la gig economy come libertà, autonomia e possibilità di gestire il proprio tempo. La realtà è però quasi sempre più dura: turni lunghi, compensi incerti, assenza di garanzie, concorrenza crescente e difficoltà ad accedere a tutele previdenziali.

L’era della comodità urbana e della velocità del consumo digitale

Il settore delle consegne è il caso più evidente. I rider sono diventati una presenza quotidiana nelle metropoli cinesi, simbolo della comodità urbana e della velocità del consumo digitale. Dietro la promessa di ricevere cibo, farmaci o beni di prima necessità in pochi minuti, però, c’è una forza lavoro sottoposta a pressioni enormi. Le piattaforme competono tra loro abbassando i costi, offrendo sconti ai consumatori e comprimendo i margini. A pagarne il prezzo, spesso, sono i lavoratori, costretti a completare più consegne in meno tempo per mantenere un reddito accettabile.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Rider cinesi in attesa delle consegne, vicino a un fast food (foto Ansa).

Il problema non riguarda solo i rider. Gli autisti del ride-hailing affrontano dinamiche simili: lunghe ore al volante, tariffe in calo, commissioni trattenute dalle piattaforme e una crescente saturazione del mercato. Anche i live streamer, spesso raccontati come nuova aristocrazia dell’economia digitale, vivono in molti casi una forte precarietà.

Il rischio è produrre instabilità sociale e accentuare le disuguaglianze

Pechino si trova quindi davanti a una contraddizione. L’economia delle piattaforme è ormai indispensabile: sostiene i consumi, assorbe manodopera, crea servizi, innova la logistica urbana e offre valvole di sfogo occupazionali in un momento di difficoltà. Allo stesso tempo, rischia di produrre instabilità sociale, accentuare le disuguaglianze e alimentare malcontento tra i giovani e i lavoratori espulsi dai settori tradizionali.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Un rider a Pechino (foto Ansa).

L’indebolimento del patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese

Il nuovo quadro normativo nasce da questa tensione e punta a normalizzare il funzionamento del settore. Il tentativo è quello di costruire una cornice in cui il lavoro flessibile possa continuare a esistere senza diventare una potenziale fonte di conflitto sociale e instabilità politica. Il Partito comunista sa che la gig economy può assorbire disoccupazione, ma anche accumulare rabbia. Sa anche che i giovani vogliono sicurezza, non solo autonomia. E teme che un mercato del lavoro troppo frammentato possa indebolire il patto sociale su cui si fonda la stabilità del Paese.

La Cina riscrive la gig economy: benefici e rischi della stretta sui lavoretti
Lavoratori in scooter nel settore delle consegne di cibo a domicilio (foto Ansa).

Regole troppo rigide riducono le opportunità di guadagno?

Resta però da capire quanto queste regole saranno applicate davvero. La Cina è molto efficace nell’emanare grandi cornici regolatorie, ma l’attuazione locale può essere disomogenea. Le piattaforme hanno forti incentivi a mantenere bassi i costi, mentre molti lavoratori, pur desiderando maggiori tutele, temono che regole troppo rigide riducano le opportunità di guadagno. Per un rider che lavora 12 o 14 ore al giorno perché ha bisogno di denaro immediato, un limite automatico agli incarichi può essere percepito sia come protezione sia come perdita di reddito. Tradotto: se le piattaforme bloccano gli ordini dopo un certo numero di ore, ma il compenso per consegna resta troppo basso, il problema viene solo spostato.

Trump attacca Merz: «Pensi a risanare la Germania in rovina e non interferisca con l’Iran»

Alta tensione sull’asse Washington-Berlino. Dopo aver minacciato di ridurre la presenza militare americana in Germania a seguito delle dichiarazioni di Friedrich Merz, che aveva parlato di un’Europa in sofferenza per il blocco dello stretto di Hormuz e di un Donald Trump «umiliato dalla leadership iraniana» nei negoziati, nonché di una totale mancanza di strategia nel conflitto, il tycoon ha attaccato pesantemente il cancelliere tedesco su Truth.

Trump attacca Merz: «Pensi a risanare la Germania in rovina e non interferisca con l’Iran»
Il post di Trump contro Merz.

Trump contro Merz: cosa ha scritto su Truth

«Dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione e energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro!». Questo il post di Trump su Truth.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi

Il baricentro politico tedesco si sta spostando sempre più a destra. Alternative für Deutschland (Afd) è ormai diventata il primo partito a livello nazionale. I sondaggi più recenti confermano l’aumento del distacco dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz: secondo l’Istituto Forsa, l’estrema destra è al 27 per cento, davanti ai conservatori al 22 per cento. Merz è ai minimi storici, con la fiducia di solo il 15 per cento. E la discesa potrebbe ancora proseguire, visto l’andamento del governo: la Große Koalition con i socialdemocratici della Spd è una palla al piede per una Germania che sta sempre più sprofondando nella crisi economica. C’è poco da stupirsi dunque se l’AfD è in pole position in vista delle elezioni regionali che in autunno si terranno in tre Länder orientali. Ad attestarlo non solo solo i numeri dei centri di ricerca, che decretano impietosamente e progressivamente il disastro di Merz, ma anche quelli dei finanziamenti privati ai partiti, le donazioni che già a partire dallo scorso anno sono cresciute in maniera enorme a favore dell’AfD.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Nel 2025 l’AfD ha ricevuto donazioni per oltre 5 milioni

Secondo Lobbycontrol, organizzazione che monitora le attività delle formazioni in parlamento, il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla nel 2025 ha aumentato le entrate derivanti da donazioni da quasi zero a oltre 5 milioni di euro, ma ci sono forti indizi che fanno sospettare l’esistenza di versamenti effettuati da prestanome. La donazione più consistente dovrebbe provenire in realtà dal miliardario tedesco-svizzero Henning Conle, che da tempo compare come finanziatore dell’AfD anche – stando a quanto denunciato da Lobbycontrol – ricorrendo a meccanismi di occultamento in parte illeciti.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

Sospetti di irregolarità su alcuni finanziamenti

La donazione di Conle del 2025 è stata temporaneamente confiscata dall’amministrazione del Bundestag, mentre l’AfD ha intrapreso un’azione legale per rovesciare la decisione. Ma non è l’unica ad aver sollevato sospetti di irregolarità. In un altro caso, il donatore indicato dal partito, Horst Jan Winter, aveva a sua volta ricevuto una donazione milionaria dall’imprenditore Udo Böttcher, noto volto in Turingia, uno dei Länder della vecchia Germania Est dove la destra radicale è in forte ascesa. Resta da spiegare il boom di entrate dell’AfD: se tra il 2020 e il 2024, il partito aveva incassato in piccole donazioni private solo 500 mila euro, improvvisamente nel 2025 le donazioni sopra i 35 mila euro – e quindi da dichiarare al Bundestag – hanno superato i 5 milioni, con il 95 per cento del totale proveniente da un pugno di sostenitori.

Com’è cambiato l’atteggiamento dell’élite economica

Per Lobbycontrol, se fino a qualche tempo fa un sostegno aperto a un partito con ombre antidemocratiche non solo era strategicamente poco attraente, ma comportava anche un notevole stigma sociale, adesso si sta assistendo a un ribaltamento. E sebbene la Cdu nel 2025 abbia ricevuto complessivamente un numero maggiore di donazioni, nessun altro partito ha registrato un boom come quello di Alternative für Deutschland. Il flusso di denaro verso gli estremisti dimostra chiaramente che un sostegno più aperto al partito di estrema destra è diventato socialmente accettabile, con parte dell’élite economica e industriale che si sta preparando a una possibile partecipazione dell’AfD ai governi a livello regionale.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).

L’ultima bufera mediatica riguarda il miliardario berlinese Kurt Krieger. Nel 2024 aveva sovvenzionato il partito di Weidel e Chrupalla con solo 18 mila euro, ma è entrato nell’occhio del ciclone per aver sostenuto con convinzione le posizioni dell’AfD. La questione si inserisce nel dibattito più ampio sul rapporto tra il mondo economico tedesco e l’AfD, caratterizzato da un avvicinamento progressivo e sempre meno critico. Per Lobbycontrol il problema delle donazioni elevate, indipendentemente dal partito a cui sono destinate, è che rappresentano una porta d’accesso per influenzare la politica, erodendo la fiducia nelle istituzioni democratiche. Una tendenza che deve essere corretta.