Il titolare della Farnesina Di Maio ha parlato di «atto grave» che «accresce la tensione». Mentre il ministro della Difesa Guerini ha chiesto «moderazione e prudenza» confermando che i militari italiani in Iraq stanno bene.
Alla fine la risposta dell’Iran all’uccisione di Soleimani è arrivata l’8 gennaio. Con il bombardamento delle basi americane in Iraq. Lì dove sono impegnati anche i militari italiani, che però non hanno subito dirette conseguenze. Come hanno preso la notizia i vertici politici del nostro Paese? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha affidato il suo commento a Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato».
«RISCHIO DI CELLULE TERRORISTICHE E MIGRAZIONI»
Il titolare della Farnesina nel suo post ha proseguito così: «Purtroppo è la storia che si ripete. Invitiamo entrambe le parti alla moderazione e alla responsabilità. La regione vive una instabilità da decenni, una nuova guerra spingerà la proliferazione di cellule terroristiche e di nuovi flussi migratori. Non è più accettabile tutto questo. Si apprenda dagli errori del passato e si torni al dialogo».
COALIZIONE INTERNAZIONALE DI CUI FA PARTE L’ITALIA
Poi ha espresso a nome del governo vicinanza ai nostri militari, ringraziandoli per il loro impegno: «È accaduto quello che temevamo. L’Iran ha risposto al raid Usa lanciando decine di missili contro le basi militari di Ayn al-Asad e di Erbil in Iraq. Entrambe ospitano personale della coalizione internazionale anti-Isis, di cui fa parte anche l’Italia».
La sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza
Il ministro della Difesa Guerini
Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha ribadito che «la sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza, da parte mia e di tutte le istituzioni», sottolineando poi che fin dall’inizio dell’attacco iraniano alle basi statunitensi in Iraq la Difesa sta seguendo «la situazione e le evoluzioni con la massima attenzione». Guerini nel corso della notte ha sentito il comandante del contingente italiano, il generale Fortezza, che lo ha rassicurato sulle condizioni dei nostri militari.
GUERINI CHIEDE «MODERAZIONE E PRUDENZA»
«In questo momento è indispensabile agire con moderazione e prudenza», ha detto Guerini in un colloquio telefonico con il collega iracheno Al Shammari. E infine: «Ogni possibile soluzione sarà affrontata insieme alla coalizione, con un approccio flessibile, anche per non vanificare gli sforzi fino a oggi profusi».
In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in #Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità.
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato con un tweet: «In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità».
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Il titolare della Farnesina Di Maio ha parlato di «atto grave» che «accresce la tensione». Mentre il ministro della Difesa Guerini ha chiesto «moderazione e prudenza» confermando che i militari italiani in Iraq stanno bene.
Alla fine la risposta dell’Iran all’uccisione di Soleimani è arrivata l’8 gennaio. Con il bombardamento delle basi americane in Iraq. Lì dove sono impegnati anche i militari italiani, che però non hanno subito dirette conseguenze. Come hanno preso la notizia i vertici politici del nostro Paese? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha affidato il suo commento a Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato».
«RISCHIO DI CELLULE TERRORISTICHE E MIGRAZIONI»
Il titolare della Farnesina nel suo post ha proseguito così: «Purtroppo è la storia che si ripete. Invitiamo entrambe le parti alla moderazione e alla responsabilità. La regione vive una instabilità da decenni, una nuova guerra spingerà la proliferazione di cellule terroristiche e di nuovi flussi migratori. Non è più accettabile tutto questo. Si apprenda dagli errori del passato e si torni al dialogo».
COALIZIONE INTERNAZIONALE DI CUI FA PARTE L’ITALIA
Poi ha espresso a nome del governo vicinanza ai nostri militari, ringraziandoli per il loro impegno: «È accaduto quello che temevamo. L’Iran ha risposto al raid Usa lanciando decine di missili contro le basi militari di Ayn al-Asad e di Erbil in Iraq. Entrambe ospitano personale della coalizione internazionale anti-Isis, di cui fa parte anche l’Italia».
La sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza
Il ministro della Difesa Guerini
Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha ribadito che «la sicurezza dei nostri militari è la priorità assoluta, a loro va la più stretta vicinanza, da parte mia e di tutte le istituzioni», sottolineando poi che fin dall’inizio dell’attacco iraniano alle basi statunitensi in Iraq la Difesa sta seguendo «la situazione e le evoluzioni con la massima attenzione». Guerini nel corso della notte ha sentito il comandante del contingente italiano, il generale Fortezza, che lo ha rassicurato sulle condizioni dei nostri militari.
GUERINI CHIEDE «MODERAZIONE E PRUDENZA»
«In questo momento è indispensabile agire con moderazione e prudenza», ha detto Guerini in un colloquio telefonico con il collega iracheno Al Shammari. E infine: «Ogni possibile soluzione sarà affrontata insieme alla coalizione, con un approccio flessibile, anche per non vanificare gli sforzi fino a oggi profusi».
In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in #Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità.
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato con un tweet: «In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità».
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Preoccupazione per l'impianto atomico di Bushehr, vicino alla costa del Golfo, dove è stato avvertito un sisma di magnitudo 4.5. Epicentro a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan. Non si registrano notizie di danni o vittime.
La fine del mondo è qui? Dal Medio Oriente sono arrivate in sequenza notizie da scenario apocalittico: nel giorno della controffensiva lanciata da Teheranin risposta all’attacco americano, in Iran è precipitato un aereo ucraino poco dopo il decollo ed è stato pure registrato un terremoto di magnitudo 4.5.
PROFONDITÀ DI 10 CHILOMETRI
La preoccupazione è alta anche perché il sisma dell’8 gennaio ha colpito una zona del Paese vicina a un impianto nucleare. L’Istituto geofisico americano (Usgs) ha indicato che l’epicentro è stato localizzato a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan, a una profondità di 10 chilometri. Non ci sono notizie di danni o vittime.
L’UNICO IMPIANTO ATOMICO DEL PAESE
Il terremoto ha colpito un’area a meno di 50 km dall’impianto atomico iraniano di Bushehr, vicino alla costa del Golfo. Secondo l’agenzia di stampa Irna il sisma è stato avvertito proprio nella città che ospita l’unica centrale nucleare del Paese.
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Preoccupazione per l'impianto atomico di Bushehr, vicino alla costa del Golfo, dove è stato avvertito un sisma di magnitudo 4.5. Epicentro a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan. Non si registrano notizie di danni o vittime.
La fine del mondo è qui? Dal Medio Oriente sono arrivate in sequenza notizie da scenario apocalittico: nel giorno della controffensiva lanciata da Teheranin risposta all’attacco americano, in Iran è precipitato un aereo ucraino poco dopo il decollo ed è stato pure registrato un terremoto di magnitudo 4.5.
PROFONDITÀ DI 10 CHILOMETRI
La preoccupazione è alta anche perché il sisma dell’8 gennaio ha colpito una zona del Paese vicina a un impianto nucleare. L’Istituto geofisico americano (Usgs) ha indicato che l’epicentro è stato localizzato a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan, a una profondità di 10 chilometri. Non ci sono notizie di danni o vittime.
L’UNICO IMPIANTO ATOMICO DEL PAESE
Il terremoto ha colpito un’area a meno di 50 km dall’impianto atomico iraniano di Bushehr, vicino alla costa del Golfo. Secondo l’agenzia di stampa Irna il sisma è stato avvertito proprio nella città che ospita l’unica centrale nucleare del Paese.
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Sono circa mille i nostri connazionali attivi sul territorio. Di questi 400 nella base di Erbil. Nessun ferito dopo l'attacco di Teheran. Di Maio, Guerini e Conte esprimono vicinanza. Ma il governo non decide sull'eventuale ritiro. Mentre Berlino valuta un parziale disimpegno.
Sono tutti in salvo i soldati italiani di stanza a Erbil dopo l’attacco contro la base di Ayn al-Asad in Iraq che ospita militari americani. Proprio a Erbil si trova una parte consistente dei circa mille nostri connzionali attualmente presenti in varie località dell’Iraq. Che per ora, a differenza di altri Paesi, l’Italia non sembra intenzionata a ritirare.
ADDESTRAMENTO DEI PESHMERGA CURDI
In particolare, dal 2015 è attiva la task force Land composta da militari dell’esercito che hanno compiti di addestramento dei peshmerga, le forze di sicurezza curde. Il personale si è radunato in un’area di sicurezza dopo l’attacco. I militari italiani risultano tutti illesi e si sono rifugiati in appositi bunker.
SONO 400 I NOSTRI MILITARI A ERBIL
I militari italiani presenti a Erbil sarebbero al momento circa 400, di cui 120 istruttori. Nessuno, è stato ribadito anche dallo Stato maggiore della Difesa, ha subito conseguenze: «Al momento dell’attacco sono state messe in atto tutte le procedure di contingenza tese alla salvaguardia della sicurezza dei soldati dislocati nell’area».
COMANDO ALTERNATO TRA ITALIA E GERMANIA
La task force land è inquadrata nel Kurdistan training coordination center (Ktcc), il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all’Italia e alla Germania: a esso contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori (Italia, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Gran Bretagna, Ungheria, Slovenia e Turchia). Gli istruttori militari italiani addestrano i peshmerga in varie discipline: dalla formazione basica di fanteria all’uso dei mortai e dell’artiglieria, dal primo soccorso alla bonifica degli ordigni improvvisati.
IL RINGRAZIAMENTO DEL GOVERNO AI SOLDATI
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dedicato un pensiero ai soldati: «In queste ore difficili esprimo a nome del governo tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio». Il titolare della Difesa Lorenzo Guerini ha detto che «la loro sicurezza è la priorità assoluta». E il premier Giuseppe Conte si è espresso con un tweet.
In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in #Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità.
LA GERMANIA VALUTA UN RITIRO PARZIALE DEGLI UOMINI
Al di là delle dichiarazioni di vicinanza, il governo italiano non ha preso decisioni sul futuro dei soldati. La Germania invece sta valutando l’eventualità di ritirare parte dei militari dell’esercito proprio da Erbil. Lo ha detto un portavoce del ministero della Difesa tedesca, in conferenza stampa a Berlino: «Stiamo verificando l’opzione di un parziale ritiro». La portavoce ha spiegato che a Erbil sono stazionati per lo più «militari addetti alla formazione», e al momento questo tipo di attività è sospesa sul posto. Già il 7 gennaio erano stati trasferiti soldati tedeschi, operativi nelle basi dell’Iraq centrale, in Giordania e Kuwait. «Il ritiro dei soldati non avviene per decisione politica del governo tedesco», ha poi chiarito un portavoce del ministero degli Esteri, «ma si tratta di misure per la sicurezza dei soldati decise insieme agli alleati».
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Sono circa mille i nostri connazionali attivi sul territorio. Di questi 400 nella base di Erbil. Nessun ferito dopo l'attacco di Teheran. Di Maio, Guerini e Conte esprimono vicinanza. Ma il governo non decide sull'eventuale ritiro. Mentre Berlino valuta un parziale disimpegno.
Sono tutti in salvo i soldati italiani di stanza a Erbil dopo l’attacco contro la base di Ayn al-Asad in Iraq che ospita militari americani. Proprio a Erbil si trova una parte consistente dei circa mille nostri connzionali attualmente presenti in varie località dell’Iraq. Che per ora, a differenza di altri Paesi, l’Italia non sembra intenzionata a ritirare.
ADDESTRAMENTO DEI PESHMERGA CURDI
In particolare, dal 2015 è attiva la task force Land composta da militari dell’esercito che hanno compiti di addestramento dei peshmerga, le forze di sicurezza curde. Il personale si è radunato in un’area di sicurezza dopo l’attacco. I militari italiani risultano tutti illesi e si sono rifugiati in appositi bunker.
SONO 400 I NOSTRI MILITARI A ERBIL
I militari italiani presenti a Erbil sarebbero al momento circa 400, di cui 120 istruttori. Nessuno, è stato ribadito anche dallo Stato maggiore della Difesa, ha subito conseguenze: «Al momento dell’attacco sono state messe in atto tutte le procedure di contingenza tese alla salvaguardia della sicurezza dei soldati dislocati nell’area».
COMANDO ALTERNATO TRA ITALIA E GERMANIA
La task force land è inquadrata nel Kurdistan training coordination center (Ktcc), il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre all’Italia e alla Germania: a esso contribuiscono nove nazioni, con propri addestratori (Italia, Germania, Olanda, Finlandia, Svezia, Gran Bretagna, Ungheria, Slovenia e Turchia). Gli istruttori militari italiani addestrano i peshmerga in varie discipline: dalla formazione basica di fanteria all’uso dei mortai e dell’artiglieria, dal primo soccorso alla bonifica degli ordigni improvvisati.
IL RINGRAZIAMENTO DEL GOVERNO AI SOLDATI
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dedicato un pensiero ai soldati: «In queste ore difficili esprimo a nome del governo tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio». Il titolare della Difesa Lorenzo Guerini ha detto che «la loro sicurezza è la priorità assoluta». E il premier Giuseppe Conte si è espresso con un tweet.
In queste ore di tensione esprimo la mia sentita vicinanza a tutti i nostri soldati che svolgono con dedizione e professionalità la loro missione in #Iraq e non solo. Faremo di tutto per tutelarli e per trovare soluzioni che impediscano una pericolosa spirale di conflittualità.
LA GERMANIA VALUTA UN RITIRO PARZIALE DEGLI UOMINI
Al di là delle dichiarazioni di vicinanza, il governo italiano non ha preso decisioni sul futuro dei soldati. La Germania invece sta valutando l’eventualità di ritirare parte dei militari dell’esercito proprio da Erbil. Lo ha detto un portavoce del ministero della Difesa tedesca, in conferenza stampa a Berlino: «Stiamo verificando l’opzione di un parziale ritiro». La portavoce ha spiegato che a Erbil sono stazionati per lo più «militari addetti alla formazione», e al momento questo tipo di attività è sospesa sul posto. Già il 7 gennaio erano stati trasferiti soldati tedeschi, operativi nelle basi dell’Iraq centrale, in Giordania e Kuwait. «Il ritiro dei soldati non avviene per decisione politica del governo tedesco», ha poi chiarito un portavoce del ministero degli Esteri, «ma si tratta di misure per la sicurezza dei soldati decise insieme agli alleati».
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Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».
Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane– dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.
Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.
La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.
Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingentemilitare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».
Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).
TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»
Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.
All is well! Missiles launched from Iran at two military bases located in Iraq. Assessment of casualties & damages taking place now. So far, so good! We have the most powerful and well equipped military anywhere in the world, by far! I will be making a statement tomorrow morning.
I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».
General Soleimani fought heroically against ISIS, Al Nusrah, Al Qaeda et al. If it weren’t for his war on terror, European capitals would be in great danger now. Our final answer to his assassination will be to kick all US forces out of the region.
Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».
Iran took & concluded proportionate measures in self-defense under Article 51 of UN Charter targeting base from which cowardly armed attack against our citizens & senior officials were launched.
We do not seek escalation or war, but will defend ourselves against any aggression.
Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».
L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»
Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».
TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA
Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».
LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE
Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.
L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI
Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».
LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE
Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».
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Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».
Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane– dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.
Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.
La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.
Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingentemilitare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».
Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).
TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»
Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.
All is well! Missiles launched from Iran at two military bases located in Iraq. Assessment of casualties & damages taking place now. So far, so good! We have the most powerful and well equipped military anywhere in the world, by far! I will be making a statement tomorrow morning.
I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».
General Soleimani fought heroically against ISIS, Al Nusrah, Al Qaeda et al. If it weren’t for his war on terror, European capitals would be in great danger now. Our final answer to his assassination will be to kick all US forces out of the region.
Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».
Iran took & concluded proportionate measures in self-defense under Article 51 of UN Charter targeting base from which cowardly armed attack against our citizens & senior officials were launched.
We do not seek escalation or war, but will defend ourselves against any aggression.
Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».
L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»
Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».
TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA
Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».
LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE
Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.
L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI
Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».
LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE
Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».
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Manifestazioni in 80 città degli Stati Uniti dopo l’omicidio mirato di Soleimani. Si teme una nuova palude in Medio Oriente. Mentre i dem alla Camera annunciano una risoluzione per limitare il presidente.
In più di 80 città degli Usa si manifesta contro lo strike algenerale iraniano Qassem Soleimani. Davanti alla Casa Bianca un migliaio di pacifisti ha condannato il gigantesco azzardo di Donald Trump, e tra loro come sempre da tempo è spiccata un’infervorata Jane Fonda.
DE NIRO CONTRO I PIANI DEL «GANGSTER»
L’attrice e attivista americana che negli Anni 70 si mobilitò contro la palude del Vietnam protesta per scongiurare il «nuovo Vietnam in Medio Oriente». Che milioni di americani temono e che Teheran promette giurando vendetta. Robert De Niro, che a Trump non le manda a dire, è convinto iniziare una guerra sia «l’unico modo» per il «gangster» di «farsi rieleggere».
ALTRI ATTI PER INTERDIRE THE DONALD
Guarda caso con il 2020 si è aperto al Senato il processo per l’impeachment, dove a sorpresa il falco repubblicano John Bolton si è fatto avanti per testimoniare come chiesto dai dem. Se non altro il finimondo scatenato in Medio Oriente oscura la campagna mediatica internazionale sulla messa in stato di accusa di Trump. Eppure proprio l’omicidio mirato di Soleimani in Iraq innesca altri atti per interdire il presidente.
STRIKE LEGITTIMO? DUBBI ANCHE OLTREOCEANO
Diversi esperti di diritti umani e strateghi contestano alla Casa Bianca la «liceità» dell’uccisione di un alto comandante militare, in un Paese terzo, come nel caso di Soleimani. Un «atto di guerra (non la reazione «di difesa» rivendicata dalla segreteria di Stato Usa) anche per l’ex consigliere del presidente Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata Usa di Teheran Gary Sick, tra i massimi conoscitori americani dell’Iran. L’argomentazione di un «attacco terroristico imminente» pianificato da Soleimani contro gli Stati Uniti – dossier dichiarato coperto da segreto di Stato – lascia perplessi anche Oltreoceano. Tecnicamente gli omicidi mirati, anche di figure statali del calibro del comandante delle forze all’estero al Quds dei Guardiani della rivoluzione, sono ammessi dall’articolo 2 della Costituzione Usa sulla legittima difesa – ma in circostanze limitatissime. A patto che sia pressoché certa la minaccia imminente.
Americani contro la guerra all’Iran di Trump, Usa. (Getty).
NANCY PELOSI TORNA ALLA CARICA
L’incaricata dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali Agnes Callamard, che ha appena guidato l’inchiesta sull’omicidio di Jamal Khashoggi, chiede «trasparenza» dalla Casa Bianca, su un atto estremo – anche per conseguenze – sul quale l’Amministrazione è tenuta a rendicontare. Anche per l’esperta di intelligence, ed ex advisor dell’Onu, Hina Shamsi quanto finora affermato da Trump e dal suo accondiscendente segretario di Stato Mike Pompeo non è convincente come giustificazione: «Se ci sono più informazioni il presidente deve prendersi la responsabilità di diramarle. Non possiamo tirare a indovinare». Per i dem lo strike a Soleimani è «dinamite in una polveriera», ha esclamato l’ex vicepresidente Joe Biden. Mentre la presidente della Camera Nancy Pelosi – già promotrice dell’impeachment – ha annunciato al voto dell’assemblea a maggioranza democratica una risoluzione «sui poteri di guerra per limitare le azioni militari del presidente».
LA LETTERA SUL RITIRO AMERICANO DALL’IRAQ DIFFUSA PER ERRORE
Un testo per riaffermare la «responsabilità di supervisione del Congresso. Rendendo obbligatoria, in assenza di ulteriori azioni parlamentari, la fine entro 30 giorni delle ostilità militari contro l’Iran», ha anticipato Pelosi. Tenuto conto dell’«attacco «provocatorio e sproporzionato» che «ha messo in serio pericolo i nostri militari, i nostri diplomatici e altri, rischiando una grave escalation di tensione con l’Iran». Il riferimento è alle migliaia di rinforzi mandate dagli Usa con ponti aerei a inizio 2020, in aggiunta alle migliaia di unità già presenti in Medio Oriente. Quando ancora alla fine dell’anno la Casa Bianca premeva per smantellare questi contingenti, dopo il repentino disimpegno dalla Siria. Un clima schizofrenico: dopo lo strike di Soleimani, circola in Rete una misteriosa lettera per la Difesa irachena del Comando generale Usa sul «riposizionamento delle unità» per un «ritiro sicuro», nel «rispetto della sovranità irachena». «Diffusa per errore», ha ammesso il Pentagono, «ma esistente».
In Times Square, a New York, contro le guerre di Trump in Medio Oriente. GETTY.
DAL PENTAGONO ALT ALLA MINACCIA VERSO I SITI CULTURALI
LaGermania e altri Paesi europei hanno iniziato a «snellire» i contingenti in Iraq, l’Italia a «riposizionare» le sue unità fuori dalle basi Usa attaccate a colpi di mortaio. La Nato in sé si è distaccata pubblicamente dall’operazione contro Soleimani «decisa solo dagli Usa». Mentre anche Oltreoceano il Pentagono ha smentito platealmente la minaccia di rappresaglia, diffusa e rilanciata via Twitter dal presidente americano, di «colpire i siti culturali», contraria alle leggi internazionali sui conflitti armati. Tutto il mondo si è levato contro i raid su Persepoli e sulla ventina di siti persiani patrimonio dell’umanità dell’Unesco: un crimine di guerra in base alla Convenzione dell’Aia del 1954. Ma le migliaia di americani in piazza chiedono di più per le Presidenziali del 2020: «Stop alle bombe in Iraq» e «militari fuori da tutto il Medio Oriente», prima che l’Iran e le sue milizie sciite alleate li caccino col sangue. Il 2 gennaio negli Usa era in programma una trentina di cortei nel weekend, per l’impeachment di Trump.
IMPEACHMENT E IRAN: PROTESTE A CATENA
I razzi del 3 gennaio contro Soleimani e il leader degli Hezbollah iracheni Abu Mahdi al Muhandis hanno moltiplicato le contestazioni. Numeri che in America non si vedevano dalla guerra in Iraq del 2003. A Times Square a New York, davanti alla Trump Tower a Chicago, a Memphis, Miami, San Francisco: contro il flagello di Trump il popolo dei pacifisti – e non solo – è in moto come ai tempi del Vietnam. Un caos anche Oltreoceano, dove lochoc mondiale provocato da Trump sull’Iran si somma alle acque agitate per l’impeachment. È doppio combustibile per le sessioni infuocate del Congresso. Non casuale, in proposito, è il sì di Bolton a parlare per la messa in stato di accusa del presidente: i dem considerano un loro trionfo il passo dell’ex advisor (silurato) di Trump alla Sicurezza nazionale. E nessuno, anche tra i repubblicani, converrebbe come la Casa Bianca che con la morte di Soleimani gli americani «sono più sicuri». Tranne probabilmente Bolton, ma neanche la guerra all’Iran di Trump lo ha placato.
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Putin è volato a sorpresa in Siria per incontrare Assad. Un vertice di sicurezza prima dell'incontro ad Ankara con Erdogan. Così Mosca tenta di puntellare il Medio Oriente dopo la morte di Soleimani.
Nel pieno della crisi che ha investito il Medio Oriente dopo l’eliminazione da parte degli Usa del generale Qassem Soleimani, il presidente russo Vladimir Putin, a sorpresa, si produce in una sortita in Siria, dove ha incontrato il rais Bashar al-Assad. Un fuori programma che si è saldato con la visita prevista per l’8 gennaio a Istanbul – in agenda invece da tempo per tenere a battesimo il gasdotto TurkStream insieme al collega turco Recep Tayyip Erdogan – e che andrà ad aumentare il profilo di mediatore costruito sapientemente dallo zar nel corso dell’ultimo anno.
SUL TAVOLO LIBIA, SIRIA E QUESTIONE ENERGETICA
Il tema del gas, infatti, a questo punto resterà sullo sfondo e per forza di cose la geopolitica prenderà il sopravvento (benché lo scatto in avanti d’Israele, Cipro e Grecia per realizzare il condotto Eastmed, inviso alla Turchia e di certo non gradito da Mosca, va ad aggiungersi al delicato gioco di alleanze in corso nel Mediterraneo orientale). Putin ed Erdogan faranno così il punto della situazione e il Cremlino ha fatto sapere che a Istanbul «si discuterà dell’ulteriore sviluppo della cooperazione russo-turca e di temi internazionali rilevanti, inclusa la situazione in Siria e in Libia».
ANKARA E MOSCA SUI DUE FRONTI LIBICI
La Libia d’altra parte sembra essere il nodo più spinoso sul tavolo, dato che Mosca – pur sostenendo di aver sempre mantenuto rapporti equidistanti fra le parti – ha sostenuto Haftar, c’è chi dice con uomini e mezzi, mentre Ankara si appresta a inviare truppe per spalleggiare il governo di Tripoli. Insomma, se in Siria Putin ed Erdogan hanno trovato un accordo, in Libia rischiano di trovarsi su fronti contrapposti. La crisi siriana, poi, è tutt’altro che faccenda conclusa.
I RISCHI DEL CAOS IRANIANO SULLA SIRIA
L’Iran, terzo puntello della triplice alleanza per tenere in sella Assad (e suo alleato più convinto), ora si ritrova sotto tiro e una sua reazione scomposta potrebbe far saltare i difficili equilibri sperimentati sul campo. Putin, che in Siria visiterà non solo Damasco ma anche “altri siti” non meglio precisati, ha voluto sottolineare come nella capitale siriana «si possano notare, ad occhio nudo, segni di vita pacifica in ripresa». Traduzione: non si metta a rischio l’exit-strategy stilata sin qui per rimettere in piedi la Siria.
UN TOUR PER SONDARE GLI ANIMI
Ecco allora che la sortita dello zar appare come un tour a tappe forzate per sondare gli animi da vicino. Dopo Assad ed Erdogan, infatti, Putin vedrà anche Angela Merkel a Mosca l’11 gennaio appositamente invitata per parlare di «Siria, Libia e Ucraina». Altra mossa per mettere il colbacco sulla crisi mediorientale e mostrarsi come leader responsabile che tenta di risolvere i problemi invece di crearli.
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