Perché crescono le tensioni extra calcio nel Clásico Barcellona-Real

Sentimento indipendentista della Catalogna contro la squadra del governo di Madrid. Da sempre, ma ancora di più ora dopo il referendum del 2017, gli arresti e le proteste di piazza che hanno fatto rinviare la partita a ottobre. Storia di una sfida mai normale.

La Spagna si ferma, col fiato sospeso, in uno strano mercoledì che non è di coppa come da abitudine, e nemmeno un turno infrasettimanale di campionato di quelli che vanno di moda negli ultimi anni. La Spagna si ferma, col fiato sospeso, per una partita che attende da 53 giorni. La partita. Il Clásico, nella sua versione più estrema e politicizzata di sempre, che doveva essere giocato il 26 ottobre ma saltò perché nella città catalana migliaia di persone protestavano contro il governo di Madrid.

GLI INCROCI DI FUOCO NEL 2014 E NEL 2017

Un match ancora più delicato di quello del dicembre del 2017, poco dopo il referendum in Catalogna dichiarato illegale da Madrid, con i leader indipendentisti in carcere e il presidente Carles Puigdemont autoesiliato (o in fuga, a seconda dei punti di vista) in Belgio. Più di quello che si disputò il 26 ottobre del 2014, due settimane prima della consultazione simbolica convocata dal governo di Artur Mas dopo il no della Corte costituzionale a un referendum vero.

ALLERTA PER L’ORDINE PUBBLICO

Barcellona e Real Madrid arrivano alla sfida del Camp Nou appaiate in testa alla classifica della Liga, 35 punti ciascuna. Ma il calcio sembra passare del tutto in secondo piano. Dalla capitale temono per la tenuta dell’ordine pubblico e la sicurezza di giocatori, dirigenti e tifosi madridisti. Il movimento catalanista Tsunami Democrátic ha annunciato una mobilitazione. Si temono assalti al pullman del Real, a quello dell’arbitro, e invasioni di campo.

Contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana

Il Camp Nou, secondo gli opinionisti dei quotidiani vicini al Madrid, è da anni rifugio per tutto ciò che è stato definito incostituzionale, di istanze indipendentiste e bandiere estreladas. Nella recente trasferta al Wanda Metropolitano contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana.

Lionel Messi con la maglia “indipendentista” esibita contro l’Atletico Madrid. (Ansa)

MÉS QUE UN CLUB DAL 1968

Non può che essere così, il Barcellona è més que un club, più di un club, e lo è da ben prima che Narcís de Carreras pronunciasse, nel 1968, la frase che sarebbe finita stampata sulle maglie da gioco blaugrana e sugli spalti del Camp Nou. Il Barça ha scelto chiaramente da che parte stare un secolo fa, a 20 anni esatti dalla sua fondazione avvenuta nel 1899 a opera di un gruppo di commercianti stranieri trapiantati in Catalogna, e quella parte è quella del catalanismo indipendentista e repubblicano. È così dal 1919, quando l’allora presidente del club Ricard Graells organizzò la Diada (Festa nazionale) dell’11 settembre per commemorare il 205esimo anniversario della caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna.

FISCHI ALL’INNO NAZIONALE SPAGNOLO

Ci sarebbero voluti soltanto altri sei anni perché si introducesse un nuovo rito catartico catalano e catalanista, quello dei fischi alla Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo accompagnato dalla disapprovazione del pubblico blaugrana ogni volta che viene eseguito prima di una finale di Copa del Rey. Era il 24 giugno del 1925 e il Barça aveva organizzato nel campi di Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. Il generale Primo de Rivera aveva preso il potere in Spagna due anni prima, instaurando una dittatura militarista e di estrema destra.

VILIPENDIO ED ESPULSIONE DEL PRESIDENTE GAMPER

Ogni partita del Barcellona, già all’epoca, era vista come riunione sediziosa, e per questo aveva bisogno di un permesso speciale per essere giocata. Il nulla osta, quel giorno, arrivò in extremis, con il pubblico ammassato fuori dallo stadio in attesa di poter entrare. Quando l’orchestra della Marina militare britannica cominciò a suonare, i fischi dei tifosi del Barça coprirono le note della Marcha Real. Un vilipendio che il Barça avrebbe pagato con l’espulsione del presidente Gamper e la sospensione delle attività per sei mesi.

SOTTO I COLPI DELLA DITTATURA DI FRANCO

Il Barcellona aveva preso una strada che non avrebbe più abbandonato e che anzi si sarebbe rinforzata nei 39 anni di governo di Francisco Franco, sotto i colpi di un regime che cancellò le autonomie e la lingua catalana, imponendo il castigliano come unico idioma legale, cambiando il nome della società da Foot-Ball Club Barcelona in Club de Futbol Barcelona e rimuovendo dal suo stemma i riferimenti all’identità catalana. Un regime cui il Barcellona pagò un pegno salato con l’uccisione del suo presidente repubblicano e di sinistra Josep Sunyol i Garriga nell’agosto del 1936, vittima di un’imboscata falangista in piena Guerra civile.

MA LA VERA SQUADRA DEL REGIME È L’ATLETICO

Dall’altra parte il Madrid avrebbe iniziato a costruirsi la fama di club fascista per via della presenza sempre più frequente del Generalisimo sugli spalti del Chamartín e del Santiago Bernabéu poi. E poco importa se la realtà forse fu un po’ diversa, un po’ più sfumata, se il vero e autentico club del regime fu l’Atletico Madrid, squadra dell’aviazione, se persino un grande intellettuale come Javier Marías ha dedicato un pezzo importante della sua attività a cercare di raccontare e far emergere il lato repubblicano del Madrid.

LA “VISITA” FALANGISTA NELLO SPOGLIATOIO BLAUGRANA

Il mito, si sa, è più forte della storia. E quello del Barcellona antifascista contro il Real di Franco si alimentò ulteriormente di episodi e aneddoti eloquenti. Come quell’11-1 con cui il Real Madrid superò il Barça nel ritorno della semifinale di Copa del Generalisimo del 1943, un risultato che ribaltò il 3-0 dell’andata e – si narra – arrivò a seguito di una visita di poca cortesia da parte di un manipolo di bravi falangisti nello spogliatoio blaugrana.

Il Real Madrid. (Ansa)

UNA CONTESA DI MERCATO SU DI STEFANO

O come il caso di mercato che segnò gli Anni 50, col passaggio di Alfredo Di Stefano al Real Madrid al termine di una lunga querelle coi blaugrana, che ritenevano di aver acquisito i diritti del giocatore prima dei rivali. Un equivoco che in realtà sarebbe nato dalla particolare situazione contrattuale di Di Stefano, che giocava in Colombia coi Millonarios (con cui si accordò il Barcellona) ma era tesserato per il River Plate (col quale negoziò il Real), ma che in Catalogna viene ancora oggi addebitato alle ingerenze e preferenze calcistiche di Franco.

A PIEDI CONTRO I RINCARI DEI BIGLIETTI DEL TRAM

Negli Anni 70, mentre la dittatura andava a spegnersi con le condizioni di salute del Caudillo, Manuel Vázquez Montalbán coniò l’espressione “esercito disarmato della Catalogna” per descrivere il Barcellona. Lo stesso Barcellona i cui tifosi, nel 1951, tornarono a casa a piedi dopo una partita vinta contro il Santander, facendo chilometri sotto la pioggia battente, per non prendere i tram i cui biglietti avevano appena subito un forte rincaro per decisione del governo nazionale.

LAPORTA E IL RITORNO DEL SENTIMENTO CATALANO

Un ruolo che il Barça aveva rivestito, volente o nolente, nel corso della sua storia, e che sarebbe diventato di fatto inscindibile dai suoi colori, a prescindere dalle intenzioni e dai programmi dei suoi presidenti. Josep Lluìs Núñez, presidente per 22 anni tra il 1978 e il 2000, tentò di allontanare il club dalle influenze politiche indipendentiste e di sinistra, per trasformarlo semplicemente in una fortissima polisportiva. Ci riuscì, almeno in parte, diventando il presidente più vincente nella storia del Barcellona, ma fu travolto dal ritorno del sentimento catalano che portò nel 2003 all’elezione del suo grande oppositore Joan Laporta.

L’ORGOGLIO DI GUARDIOLA DOPO LA COPPA DEI CAMPIONI

Nei sette anni di Laporta il Barça è tornato a essere tutt’uno con la causa catalana, impersonata in campo da una squadra che aveva ritrovato nel suo settore giovanile la sua forza principale e nell’allenatore catalano e catalanista Pep Guardiola il suo alfiere. Nel 1992, quando da giocatore fu protagonista della prima Coppa dei Campioni vinta dal Barça, Guardiola si sporse dal balcone della Generalitat, la sede del sistema amministrativo-istituzionale del governo catalano, e disse: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí» («Cittadini di Catalogna, finalmente l’abbiamo qui»). Non era una frase qualunque, ma una citazione dell’ex presidente catalano Josep Tarradellas, fuggito in Francia durante il franchismo. Tarradellas, che nel 1979 avrebbe messo la sua firma sull’Estatut che sanciva il ritorno dell’autonomia catalana, rientrando nel 1977 a Barcellona dopo un esilio lungo 38 anni, pronunciò dallo stesso balcone: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono finalmente qui»).

Pep Guardiola ai tempi in cui giocava col Barcellona. (Ansa)

BARTOMEU DECISAMENTE PIÙ TIEPIDO

Il clima non è cambiato nemmeno con la fine dell’era Laporta. Anzi, il precipitare della questione catalanista, coi due referendum già citati e una dichiarazione di indipendenza unilaterale, con l’incarceramento e la condanna dei leader indipendentisti e il commissariamento della Generalitat, ha finito per trascinare il club e la sua dirigenza sempre più dentro l’agone politico. Una posizione in cui, probabilmente, il presidente Josep Bartomeu, decisamente più tiepido di Laporta sulla causa indipendentista, avrebbe preferito non trovarsi, ma dalla quale non è potuto scappare. Quando nel 2014 fu convocato il primo referendum, contro il parere della Corte costituzionale, il Barça fu uno degli ultimi club ad appoggiare pubblicamente la causa, preceduto persino dai rivali cittadini che portano gli aggettivi Real ed Espanyol nel loro nome e che tradizionalmente sono identificati con la parte fedele alla monarchia della metropoli. Eppure il Barcellona è ancora lì, a rappresentare l’esercito disarmato della Catalogna, così come Vázquez de Montalbán l’aveva dipinto quasi mezzo secolo fa. Portatore di un’identità diventata più grande di ogni altra cosa, persino dei trofei vinti e dei reali programmi di chi lo dirige. Tutt’uno con la causa catalana e nemico di Madrid. Non solo sul campo.

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Polemica sulla campagna con le scimmie della Serie A contro il razzismo

L'opera dell'artista Simone Fugazzotto commissionata per sensibilizzare sulla discriminazione negli stadi è stata considerata da molti di cattivo gusto.

È polemica sull’opera dipinta dall’artista Simone Fugazzotto e commissionata dalla Lega Serie A per la campagna sulla lotta al razzismo. Il Trittico presentato da Fugazzotto è composto da tre quadri affiancati raffiguranti tre scimmie, e in teoria avrebbe l’obiettivo di diffondere i valori dell’integrazione, della multiculturalità e della fratellanza. Sarà esposta permanentemente nella sala assemblea della Lega Serie A. «Dipingo solo scimmie», ha spiegato Fugazzotto, «come metafore dell’essere umano. Da qui parte tutto, la teoria evolutiva dice questo. La scimmia come scintilla per insegnare a tutti che non c’è differenza e che siamo tutti scimmie». La campagna ha subito acceso la discussione sui social, con molti utenti convinti del cattivo gusto della Lega Serie A nel scegliere come soggetto proprio una scimmia.

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I sorteggi degli ottavi di Champions League 2019-2020 in diretta

Juventus, Napoli e Atalanta attendo a Nyon i loro prossimi avversari. Per i bianconeri lo spauracchio è il Real, Gattuso e Gasperini sognano Lipsia o Valencia.

Tra qualche brivido e molte speranze Juventus, Napoli e Atalanta attendono con trepidazione l’esito del sorteggio degli ottavi di Champions League. Appuntamento a Nyon, come da tradizione, a partire dalle ore 12. Cinque gli avversari possibili per i bianconeri, sei rispettivamente per gli uomini di Rino Gattuso e Giampiero Gasperini.

SARRI SPERA IN UN INCROCIO COL LIONE

La Juve può incrociare Real Madrid, Tottenham e Chelsea nella peggiore delle ipotesi o augurarsi, all’opposto, un ottavo decisamente più morbido col Lione. A metà strada un Borussia Dortmund mai come quest’anno sulle montagne russe.

PER NAPOLI E ATALANTA IL RISCHIO DI CONFRONTI IMPOSSIBILI

Peggio potrebbe andare per Napoli e Atalanta che partono dalla seconda fascia: entrambe possono pescare Barcellona, Paris Saint-Germain e Bayern Monaco, con i bergamaschi a rischio Liverpool e il Napoli in orbita Manchester City. Il sogno, per entrambe, sono le più semplici Valencia e Lipsia.

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Ritratto di Giulini, presidente del Cagliari che ha stregato la Serie A

La vita da imprenditore. L'inchiesta poi archiviata. L'acquisto del club da Cellino. Il rapporto controverso con la tifoseria, che lo tratta da straniero. Nonostante il quarto posto in classifica. Una storia di odi et amo.

Il milanese. Così, a Cagliari, chiamano Tommaso Giulini. E non lo dicono in senso neutro. Lo fanno proprio per togliergli qualcosa. Il sardo è particolare, cresce educato all’idea che l’ospite è sacro ma è anche estremamente geloso e protettivo della sua appartenenza culturale. Lo straniero è straniero e tale rimane, può essere ospite, appunto, e in quanto tale deve essere trattato con grande gentilezza. Se si incontra un forestiero per strada, nei paesi, lo si accompagna al bar e gli si offre da bere, si cumbida, come dicono nell’isola. Fil’e ferru, mirto, Ichnusa. Rigorosamente qualcosa di alcolico, perché «s’abba», l’acqua, da quelle parti si dà «a is froris», ai fiori. Però forestiero rimane, a meno che non si chiami Gigi Riva. Allora in quel caso cambia tutto.

L’IMPRENDITORE VENUTO DAL CONTINENTE (CON UNA MACCHIA NERAZZURRA)

Giulini è il presidente del Cagliari dall’estate del 2014, quando acquistò la società da Massimo Cellino dopo 22 anni di gestione sostanzialmente ininterrotta (eccezion fatta per una brevissima finestra in cui Cellino lasciò la presidenza a Bruno Ghirardi ed emigrò in Florida, continuando comunque a essere il proprietario della società) e, soprattutto, al termine di mesi di bufale e panzane che si rincorsero in città sull’arrivo degli emiri e su una fantomatica cordata americana misteriosa e anonima con grandi progetti per club e stadio nuovo rappresentata dal mitomane Luca Silvestrone. Giulini pagò in primis il peccato originale di rappresentare il risveglio dall’illusione. Il pubblico di Cagliari, che aveva fatto la bocca a scenari in stile Manchester City, si ritrovò con un imprenditore venuto dal Continente, semi sconosciuto, i cui unici legami con il calcio erano legati al fallimento del fratello col Bellinzona e una sua esperienza nel consiglio d’amministrazione nell’Inter. Eccola, l’altra colpa di Giulini: essere interista, un marchio a fuoco sulla pelle che ancora oggi non riesce a levarsi di dosso.

UN CAMPIONATO DA RECORD, MA LA DIFFIDENZA DEI TIFOSI RESTA

Persino ora, che la squadra è quarta in classifica dopo 15 giornate e appare decisamente difficile criticarne la gestione, c’è chi gli rinfaccia di aver “regalato” Nicolò Barella alla sua squadra del cuore. E pazienza se in realtà l’Inter Barella l’ha pagato 45 milioni (bonus inclusi) e se la fumata bianca è arrivata al termine di un lungo tira e molla in cui Giulini non ha ceduto di un millimetro alle sue richieste iniziali. Pazienza persino se quei 45 milioni sono stati quasi integralmente reinvestiti per acquistare Marko Rog, Nahitan Nandez e Giovanni Simeone e pagare l’ingaggio di Radja Nainggolan.

Joao Pedro, 10 gol in questo campionato. Sullo sfondo, Nahitan Nandez.

C’è pure chi ancora si ostina a chiamarlo “tanalla”, una parola che nel cagliaritano indica una persona poco incline a spendere il proprio denaro. “Giulini tanalla” è un urlo che va avanti da quella dannata prima stagione in cui Giulini sognatore avrebbe lasciato spazio al presidente pragmatico dopo una rincorsa al calcio spettacolo iniziata con la faccia di Zdenek Zeman sugli autobus della municipalizzata Ctm e terminata con il Cagliari terzultimo e retrocesso in Serie B. “Tanalla” è l’equivoco che nasce dagli atteggiamenti oculati di un presidente che non spende un euro più di ciò che ha in cassa, che come ha dichiarato in una recentissima intervista a Vanity Fair cerca «la sostenibilità, la stabilità, la serietà».

LA GESTIONE DI FLUORSID E L’INCHIESTA PER DISASTRO AMBIENTALE

Rampollo di una delle più grandi dinastie industriali in Italia nel settore della produzione e lavorazione dell’alluminio, proprietario del gruppo Fluorsid che ha la sua sede nell’area industriale di Macchiareddu, alle porte di Cagliari, Giulini dice di aver deciso di diventare presidente del club «per restituire qualcosa a un territorio dal quale la mia famiglia ha ricevuto tantissimo». Nel 2005, con l’azienda alle prese con la forte concorrenza cinese, decise di sua sponte, all’insaputa del padre, di varare in totale autonomia un aumento di capitale che salvò numerosi posti di lavoro nell’isola. Nel 2017 il suo nome finì tra i faldoni di un’inchiesta per inquinamento e disastro ambientale per smaltimento di scarti di produzione in un’area di 20 ettari antistante il polo produttivo. La vicenda si è conclusa nel luglio scorso con il patteggiamento di 11 indagati, dirigenti a vari livelli dell’impresa, ma Giulini ne era già uscito pulito da tempo: la sua posizione venne immediatamente stralciata e archiviata in quanto estraneo ai fatti, e l’azienda si è fatta carico di un piano da 20 milioni per la completa bonifica dell’area.

QUELLA PROMESSA CHE STRIZZA L’OCCHIO ALLA PROFEZIA

Il Giulini di oggi è profondamente diverso dal Giulini di qualche anno fa, diverso da quando giocava in porta e si buttava sui piedi degli attaccanti nelle categorie inferiori, diverso da chi l’ha preceduto alla guida del Cagliari. È uomo di equilibrio, nelle scelte societarie e nelle uscite pubbliche, così distante dallo stile che fu di Cellino. Dopo quella prima stagione già citata, ha tenuto lo stesso allenatore, Massimo Rastelli, per due anni e mezzo, e ora si trova alla seconda stagione con Rolando Maran. Non prende scelte avventate, ragiona e pondera, non si lascia influenzare dal sentimento popolare che circonda la squadra.

Nel 2014 Giulini promise un nuovo stadio e la Champions League per il centenario del club, fondato nel maggio del 1920

Eppure continua a camminare in bilico sul filo che divide il sogno dal pragmatismo, come se fosse il protagonista, o meglio ancora l’autore, di un romanzo che fa eco al realismo magico di Marquez o Borges. Quando arrivò nel 2014 promise un nuovo stadio e la Champions League per il centenario del club. Il Cagliari è stato fondato nel maggio del 1920 e, mentre la data fatidica si avvicina, ciò che resta del Sant’Elia semi distrutto osserva placido il piccolo impianto temporaneo della Sardegna Arena. E lo stadio nuovo rimane ancora solamente su carta, ben lontano dall’essere realizzato. In compenso la squadra è quarta in classifica, non perde da 13 partite, ha il terzo attacco del campionato e un brasiliano – Joao Pedro – che ha segnato 10 gol nelle prime 15 giornate, eguagliando il record di Riva.

GIULINI RESTA “IL MILANESE” E “LA TANALLA”

Giulini, però, continua a essere “il milanese”, l’interista, per qualcuno, nonostante tutto, addirittura “la tanalla”. Non si è mai trasferito a Cagliari e non ha intenzione di farlo, preferisce osservare la sua creatura da lontano e godersi il momento nella tranquillità che lui e la sua famiglia si sono costruiti “nel Continente”. E non se la prende se tanti sardi provano nei suoi confronti ancora un sentimento di diffidenza. Lui, col tempo, ha imparato a conoscerli e apprezzarli per ciò che sono. Chissà che un giorno non possa essere pienamente ricambiato.

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L’Inter annulla la conferenza stampa di Conte in polemica col Corriere dello Sport

Il quotidiano pubblica una lettera offensiva di un lettore. E Cucci risponde senza prendere le distanze. L'allenatore non parla coi giornalisti.

Colpirne centro per educarne uno. A due settimane di distanza dalla polemica sul titolo Black Friday su Romelu Lukaku e Chris Smalling, per cui l’Inter non aveva preso provvedimenti a differenza di Roma e Milan, la conferenza stampa dell’allenatore Antonio Conte viene annullata a causa di una lettera pubblicata dal Corriere dello Sport e alla risposta di Italo Cucci, entrambe ritenute «offensive» nei confronti dell’allenatore. «Ieri», scrive la nota, «dal Corriere dello Sport è stata pubblicata una lettera offensiva nei confronti del nostro allenatore, giustificando l’aggressione nel commento».

CONTE DEFINITO «ESAURITO»

Il 13 dicembre il quotidiano sportivo romano ha dedicato mezza pagina all’eliminazione dell’Inter dalla Champions League e pubblicato, nella pagina dedicata ai lettori, una mail di un tifoso del Bologna che contesta Conte offendendolo: «Godo nel vedere la Grande Inter surclassata dal Barcellona B che ha fatto vedere come si gioca a pallone a quell’esaurito del suo allenatore». Il tifoso ha contestato la «beatificazione» dell’allenatore nerazzurro che «nella sua carriera nonostante le vittorie, non ha mai fatto vedere un bel gioco» e «si è lamentato della campagna acquisti».

CUCCI RINCARA LA DOSE SU ICARDI

La risposta di Italo Cucci non ha certo gettata acqua sul fuoco: «Alla sua cattiveria aggiungo la mia che sono disposto a far diventare un tormentone: quando confesseranno, dirigenti (anche amici) e tifosi dell’Inter che senza Icardi hanno buttato via la Champions e forse anche il resto? Slogan: No Icardi, no party». L’Inter quindi, con un comunicato, ha annunciato l’annullamento della conferenza stampa della vigilia di Fiorentina-Udinese a pochi minuti dall’orario d’inizio con i giornalisti convenuti ad Appiano Gentile.

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Il mito silenzioso di Gigi Riva protagonista di #SkyBuffaRacconta

Il simbolo del Cagliari nell'anno del centenario protagonista della mini docu-serie in onda su Sky. Una storia di resistenza e riservatezza. Che restituisce un'immagine inedita di uno dei più grandi bomber della storia.

Raccontare Gigi Riva non è cosa semplice. Di lui, del suo sinistro potentissimo, dei 35 gol in 42 presenze con la Nazionale, di quello scudetto assurdo conquistato 49 anni e mezzo fa col Cagliari, si è detto e scritto di tutto. Per farlo bisogna lavorare di cesello, andare per sottrazione, scavare in profondità, trovare una chiave originale. Federico Buffa lo ha fatto, partendo dai luoghi della sua vita e dai rapporti interpersonali, dai volti di chi gli è stato vicino e di chi, invece, con la sua assenza, ha saputo avere un peso enorme sulla sua formazione.

IL VUOTO MAI COLMATO DELLA SCOMPARSA DEI GENITORI

#SkyBuffaRacconta Gigi Riva, la mini docu-serie in due parti il cui primo episodio va in onda il 13 dicembre alle 21, approccia la vita di un campione partendo dal legame con la madre persa a 16 anni, da una mancanza che si è sommata a un’altra, quella del padre morto quando di anni Riva ne aveva solo nove, lasciando spazio a un vuoto mai del tutto colmato. Riva, il fioeu che alla fine dell’estate scappa sul fico per non tornare al collegio di Viggiù in cui è costretto per tre anni dopo la morte del padre, influenza l’evoluzione di Riva, il fuoriclasse che ha scritto il suo nome nella storia del calcio italiano.

UN SAGGIO DI RESISTENZA ATTRAVERSO LE GENERAZIONI

E se raccontare Riva è un’impresa, farlo rivolgendosi a un pubblico di 15enni-20enni lo è ancora di più. Che cosa può dire, ai giovani di oggi, una storia in bianco e nero di mezzo secolo fa? Cosa può raccontare un campione così distante dai modelli attuali, dalle ribalte social, dai divismi contemporanei? «Credo che ci siano dei valori eterni nella storia del genere umano», spiega Buffa, «come la capacità di reagire al destino, e la storia di Gigi Riva vale in eterno per la capacità che ha avuto di reagire alle situazioni negative come quelle che gli veniva proposte dalla sua vita». Valori di «un’Italia diversa e che si aiutava di più».

DALLA VOGLIA DI SCAPPARE ALLA SCELTA DI RESTARE PER SEMPRE

Cose come perdere due genitori, perdere il proprio paese e il proprio lago, ritrovarsi all’improvviso in una terra sconosciuta e temuta, in un’isola per gran parte senza illuminazione artificiale, in un aeroporto collegato alla città più importante e vicina da una strada ancora in gran parte sterrata. Cose come pensare di voler scappare e poi, quasi all’improvviso, decidere di restare per non andare più via, dopo essersi reso conto che quel mare non è poi così distante dal lago sulle sponde del quale si è cresciuti.

Gigi Riva protagonista nel racconto di Federico Buffa in onda su Sky.

IL PALLONE PER DESCRIVERE CIÒ CHE LE PAROLE NON DICONO

In mezzo c’è il pallone, sì, ma appare solo un accessorio attraverso cui raccontare tutto ciò che le parole non dicono, ma che può essere espresso con un’alzata di spalle o una smorfia dell’estremità sinistra delle labbra. Riva è un uomo di poco parole, lo è sempre stato, per questo quelle poche che vengono inserite dentro al racconto di Buffa hanno un peso specifico particolare e suonano preziose come l’oro. Uno storytelling costruito di «ciò che si fa, non di ciò che si dice».

L’EMOZIONE NEL RACCONTO DI BUFFA

C’è un’emozione diversa, stavolta nella voce di Buffa: «Racconto solo storie che vorrei raccontare, non quelle che non mi piacciono. Ci metto sempre una componente personale, in questo caso anche troppa, forse». Perché il piccolo Federico, cresciuto a qualche centinaia di metri di distanza dalla casa di Leggiuno di Riva, ogni pomeriggio d’estate scappava con la bicicletta per recarsi sotto il suo balcone, aspettando che uscisse a fumare per avere il privilegio di osservarlo soltanto, quell’uomo che un gol dopo l’altro, un silenzio dopo l’altro, scriveva la sua leggenda.

GLI ANEDDOTI INEDITI RIVELATI DALLA SORELLA E DAL FIGLIO

Lo guardava senza parlarci mai. e ancora oggi, nonostante tutto, non l’ha mai incontrato ed è felice di non averlo fatto perché «diversamente mi avrebbe intimidito con la sua presenza». A fornirgli il materiale per aneddoti inediti e aspetti ancora inesplorati della vita di Rombo di Tuono sono stati gli amici e i parenti più stretti, la sorella Fausta o il figlio Nicola, presente all’anteprima per poter dire alla fine: «Pensavo di conoscere la vita di mio padre e invece non la conoscevo ancora tutta».

PRESIDENTE ONORARIO NELL’ANNO DEL CENTENARIO

Ed è la sensazione che si ha pur essendoci cresciuti dentro a quel mito, in un’isola e una città in cui uno scudetto di 50 anni fa è tramandato oralmente come l’epica di un tempo e l’uomo che l’ha portato è venerato come una semidivinità pagana vivente, presente eppure allo stesso tempo distante, come un dio dell’Olimpo che sempre più di rado scende tra la gente. Una mistica alimentata da una vita pubblica ormai quasi inesistente, perché «papà», racconta il figlio Nicola, «è tornato sul fico». Eppure ne scenderà ancora, almeno una volta, per diventare presidente onorario del Cagliari il 18 dicembre e coronare così l’anno del centenario del club e del cinquantenario dello scudetto. Una storia che ha scritto in prima persona e che non può certamente esimersi dal suggellare.

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L’impresa dell’Atalanta porta tre italiane agli ottavi di Champions league

Vittoria 3-0 in Ucraina contro lo Shakhtar Donetsk: dopo tre sconfitte nelle prime tre partite del girone arriva così il secondo posto e la qualificazione, così come Napoli e Juventus (passata da prima). Fuori solo gli altri nerazzurri dell'Inter.

Ci sono dei nerazzurri agli ottavi di finale di Champions league. Non quelli dell’Inter, guidati da un tecnico allergico all’Europa come Antonio Conte. Ma quelli dell’Atalanta, che hanno passato il turno in modo del tutto inaspettato.

DECISIVI CASTAGNE, PASALIC E GOSENS

La squadra di Gian Piero Gasperini ha infatti battuto 3-0 fuori casa gli ucraini dello Shakhtar Donetsk nell’ultima partita del girone grazie ai gol di Castagne, Pasalic e Gosens, classificandosi al secondo posto nel gruppo C, alle spalle del Manchester City che ha vinto 4-1 – successo che serviva per la qualificazione della Dea – in Croazia contro la Dinamo Zagabria dopo essere andato in svantaggio.

COME IL NEWCASTLE NEL 2002

Tutto perfetto insomma, all’opposto dell’esordio da incubo dei bergamaschi: tre sconfitte – due pesanti – nelle prime tre partite dell’avventura europea: 4-0, 2-1 e 5-1. Poi destino ribaltato come era riuscito solo al Newcastle nel 2002 dopo un triplice k.o. inziale. E così sono tre (su quattro) le italiane che proseguono la loro strada in Champions: Atalanta, Juventus e Napoli.

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Come sarà il nuovo Napoli di Gattuso

Il sostituto di Ancelotti in città in attesa della presentazione ufficiale. La prima sfida è il recupero dei 'ribelli'. A cominciare da capitan Insigne. Basterà il ritorno all'amato 4-3-3?

Tutto pronto per l’inizio della nuova avventura di Gennaro Gattuso alla guida del Napoli. All’indomani del’esonero di Carlo Ancelotti, maturato al termine del 4-0 al Genk valso agli azzurri il terzo accesso agli ottavi di Champions League della loro storia, la squadra è pronta ad affifdarsi al tecnico calabrese, che potrebbe dirigere il primo allenamento già nel pomeriggio dell’11 dicembre.

LO SBARCO DI GATTUSO IN CITTÀ

Gattuso è sbarcato a Napoli in mattinata e subito hanno iniziato a circolare le prime immagini, rigorosamente a bocca cucita, dell’ex allenatore del Milan in quella che diventerà la sua nuova città. Secondo quanto fatto trapelare dalla società, il nuovo mister sarà presentato alla stampa a partire dalle 18, nel Centro tecnico di Castel Volturno.

UNA SQUADRA DA RILANCIARE IN CAMPIONATO

Al nuovo allenatore spetta l’arduo compito di rigenerare una squadra cui manca la vittoria da sette turni in campionato e ben lontana da quella zona Champions obiettivo minimo stagionale dei partenopei. In attesa di capire se Aurelio De Laurentiis sarà disposto a metter mano al portafoglio per rinforzare la rosa nella sessione di mercato di gennaio, Gattuso dovrà saper infondere le giuste motivazioni ai ‘ribelli’ protagonisti dell’ammutinamento che ha sancito la frattura con la proprietà.

LE INCOGNITE LEGATE AL ‘RECUPERO’ DEI RIBELLI

Se Koulibaly e Callejon hanno già offerto segni di pentimento, riavvicinandosi ad Ancelotti proprio nelle ore antecedenti l’esonero, resta tutta da testare la volontà di re-immergersi nel progetto di gente come Allan, Mertens o capitan Insigne. Proprio quest’ultimo rappresenta, forse, la più grande incognita sul futuro del Napoli e non soltanto in chiave tecnica, visto pure l’incrinarsi del rapporto con la tifoseria.

GATTUSO PRONTO A RIPARTIRE DAL 4-3-3

Certo è che il probabilissimo ritorno al 4-3-3, marchio di fabbrica del Rino rossonero e abito cucito su misura al Napoli sarriano, potrebbe contribuire a restituire stimoli, fiducia e gol tanto a Insigne quanto a Callejon, forse i più “sacrificati” sull’altare del 4-4-2 di Ancelotti. Riferimento offensivo sarà con ogni probabilità Arkadiusz Milik, anche se difficilmente Dries Mertens potrà accettare un ruolo da subentrante di lusso. E se a destra lo spagnolo dovrà guardarsi dalla concorrenza di un finora poco convincente Lozano, non è da escludere un utilizzo sulla corsia mancina di Zielinski come esterno alto, in attesa di recuperare appieno proprio Insigne.

LA RETROGUARDIA NON SI TOCCA

Allan e Ruiz saranno i perni di un centrocampo che potrebbe beneficiare per un maggior minutaggio della freschezza di Elmas, mentre per quanto riguarda la retroguardia, almeno per il momento, è difficile immaginare stravolgimenti. Di certo, Gattuso farà meno ricorso a quel turnover sistematico che ha probabilmente alimentato qualche incertezza di troppo negli stessi calciatori. Ben conscio, Rino, di aver di fronte un’occasione da non farsi scappare. Probabilmente la più grossa della sua ancor giovane carriera.

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Come sarà il nuovo Napoli di Gattuso

Il sostituto di Ancelotti in città in attesa della presentazione ufficiale. La prima sfida è il recupero dei 'ribelli'. A cominciare da capitan Insigne. Basterà il ritorno all'amato 4-3-3?

Tutto pronto per l’inizio della nuova avventura di Gennaro Gattuso alla guida del Napoli. All’indomani del’esonero di Carlo Ancelotti, maturato al termine del 4-0 al Genk valso agli azzurri il terzo accesso agli ottavi di Champions League della loro storia, la squadra è pronta ad affifdarsi al tecnico calabrese, che potrebbe dirigere il primo allenamento già nel pomeriggio dell’11 dicembre.

LO SBARCO DI GATTUSO IN CITTÀ

Gattuso è sbarcato a Napoli in mattinata e subito hanno iniziato a circolare le prime immagini, rigorosamente a bocca cucita, dell’ex allenatore del Milan in quella che diventerà la sua nuova città. Secondo quanto fatto trapelare dalla società, il nuovo mister sarà presentato alla stampa a partire dalle 18, nel Centro tecnico di Castel Volturno.

UNA SQUADRA DA RILANCIARE IN CAMPIONATO

Al nuovo allenatore spetta l’arduo compito di rigenerare una squadra cui manca la vittoria da sette turni in campionato e ben lontana da quella zona Champions obiettivo minimo stagionale dei partenopei. In attesa di capire se Aurelio De Laurentiis sarà disposto a metter mano al portafoglio per rinforzare la rosa nella sessione di mercato di gennaio, Gattuso dovrà saper infondere le giuste motivazioni ai ‘ribelli’ protagonisti dell’ammutinamento che ha sancito la frattura con la proprietà.

LE INCOGNITE LEGATE AL ‘RECUPERO’ DEI RIBELLI

Se Koulibaly e Callejon hanno già offerto segni di pentimento, riavvicinandosi ad Ancelotti proprio nelle ore antecedenti l’esonero, resta tutta da testare la volontà di re-immergersi nel progetto di gente come Allan, Mertens o capitan Insigne. Proprio quest’ultimo rappresenta, forse, la più grande incognita sul futuro del Napoli e non soltanto in chiave tecnica, visto pure l’incrinarsi del rapporto con la tifoseria.

GATTUSO PRONTO A RIPARTIRE DAL 4-3-3

Certo è che il probabilissimo ritorno al 4-3-3, marchio di fabbrica del Rino rossonero e abito cucito su misura al Napoli sarriano, potrebbe contribuire a restituire stimoli, fiducia e gol tanto a Insigne quanto a Callejon, forse i più “sacrificati” sull’altare del 4-4-2 di Ancelotti. Riferimento offensivo sarà con ogni probabilità Arkadiusz Milik, anche se difficilmente Dries Mertens potrà accettare un ruolo da subentrante di lusso. E se a destra lo spagnolo dovrà guardarsi dalla concorrenza di un finora poco convincente Lozano, non è da escludere un utilizzo sulla corsia mancina di Zielinski come esterno alto, in attesa di recuperare appieno proprio Insigne.

LA RETROGUARDIA NON SI TOCCA

Allan e Ruiz saranno i perni di un centrocampo che potrebbe beneficiare per un maggior minutaggio della freschezza di Elmas, mentre per quanto riguarda la retroguardia, almeno per il momento, è difficile immaginare stravolgimenti. Di certo, Gattuso farà meno ricorso a quel turnover sistematico che ha probabilmente alimentato qualche incertezza di troppo negli stessi calciatori. Ben conscio, Rino, di aver di fronte un’occasione da non farsi scappare. Probabilmente la più grossa della sua ancor giovane carriera.

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Antonio Conte in Champions League non è un top manager

Lo dicono i numeri. Quattro partecipazioni da allenatore e due eliminazioni ai gironi. Un quarto di finale come miglior risultato. E una media punti di 1.46 contro i 2.28 del campionato. Storia di una maledizione.

La Champions League è una storia a parte, una competizione che ha logiche tutte sue, quasi un altro sport. Puoi essere grande, persino uno dei più grandi, quando ti giochi un campionato su 38 partite. Non mollare un centimetro e conquistare il titolo con squadre che alla vigilia non rientrerebbero nel novero delle favorite, eppure faticare da matti quando valichi il confine e ti ritrovi a giocare in Europa. Non è nemmeno una questione di valore dell’avversario che ti trovi di fronte, è proprio un problema di dinamiche e prospettive che mutano. E se non sei pronto, se non sei nato per quella cosa là, alla fine ti ci schianti.

L’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone

L’Inter è prima in classifica. In due mesi e mezzo Antonio Conte ha già messo da parte nove punti in più di quanti ne aveva Luciano Spalletti un anno fa di questi tempi. Ha il terzo miglior attacco del campionato e la miglior difesa e due punti di vantaggio sulla Juventus che l’anno scorso dopo 15 partite ne dava 14 di distacco ai nerazzurri. Ma il miracolo si è sciolto in una sera di Champions League in cui l’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv Eindhoven e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone.

ELIMINATO DA UN BARCELLONA DI RISERVE E GIOVANISSIMI

Sì, stavolta di fronte c’era il Barcellona, ma era un Barcellona già agli ottavi e sicuro del primo posto, arrivato a Milano senza Leo Messi e Gerard Piqué, lasciati a riposo a casa, e con Suarez in panchina. Un Barcellona che ha schierato un solo titolare su 11, il difensore centrale Clément Lenglet, che ha mandato in porta Neto (all’esordio stagionale), ha schierato terzino destro della squadra B Moussa Wague (una sola presenza in Liga e un minuto in Champions prima di ieri), ha piazzato al centro della difesa Jean-Clair Todibo (77 minuti distribuiti su due partite di Liga), a centrocampo Carles Aleña (63 minuti in due partite di campionato) e in attacco Carles Pérez (457 minuti in Liga, un veterano al confronto degli altri compagni già citati). Un Barcellona che ha battuto l’Inter con un gol di Ansu Fati, un ragazzo di talento finissimo ma anche di 17 anni e 40 giorni entrato in campo un minuto prima.

Lautaro Martinez dopo un gol annullato per fuorigioco contro il Barcellona.

Alla vigilia della partita, leggendo la lista dei convocati e poi la formazione di Ernesto Valverde, in molti sogghignavano. Qualcuno persino ventilava il più classico dei biscotti, una partita farsa già acchitata per far passare il turno all’Inter. Al termine dei 90 minuti a ridere, ma di una risata ben diverse, sono rimasti solo i gufi. Di certo non ha riso Conte, che la Champions League l’ha vissuta da allenatore quattro volte, la metà delle quali terminate ai gironi e con un quarto di finale come miglior risultato in carriera. Un allenatore che ha confermato la sua allergia al contesto europeo persino in Europa League, quando nel 2013-14 si fece eliminare in semifinale dal Benfica, perdendo l’occasione di giocarsi la coppa nella finale davanti al pubblico dello Juventus Stadium.

QUELLE SIMILITUDINI TRA LE ELIMINAZIONI CON INTER E JUVE

Il confronto tra il Conte del campionato e quello della Champions League è oggettivamente impietoso. Basta vedere le medie punti nelle varie competizioni. In Serie A viaggia spedito a 2,28, in Premier scende a un 2,14 viziato dalla seconda stagione al Chelsea, in Champions a 1,46. Vince meno di una partita ogni due, non proprio statistiche da top manager. E la sconfitta del 10 dicembre assomiglia fin troppo a quella di sei anni fa a Istanbul, più per le condizioni in cui l’Inter si è costretta ad affrontare un ultimo scontro decisivo che per due partite diverse per blasone dell’avversario e condizioni ambientali. In casa del Galatasaray la neve aveva reso il campo impraticabile, a San Siro la palla viaggiava veloce, soprattutto quando veniva trasmessa dai piedi delle riserve del Barcellona, ma l’eliminazione di quella Juve fu figlia del pareggio di Copenaghen almeno quanto quella di quest’Inter lo è di quello con lo Slavia Praga.

UN’INTER FIGLIA DI CONTE, NEL BENE E NEL MALE

L’Inter non ha giocato male la sua Champions League, per nulla. A tratti ha persino dato l’impressione di essere forte, fortissima. All’andata al Camp Nou ha preso in giro il Barcellona per un tempo, al ritorno ha fatto lo stesso per i primi 45 minuti col Borussia Dortmund. In entrambi i casi, però, è stata rimontata sparendo dal campo. E l’impressione è che sia successo per limiti caratteriali prima ancora che tecnici, per una sorta di disegno calcistico più che per una condizione atletica inadeguata a reggere quei ritmi forsennati per più di un tempo. Se questa Inter è figlia di Conte, lo è nel bene e nel male. E se era possibile prevedere che in campionato avrebbe trovato risorse che nessuno pensava potesse avere, era altrettanto facile immaginare che in Champions non sarebbe durata a lungo. A prescindere da ogni discorso sulla complessità del girone in cui era stata sorteggiata.

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