Daspo per 75 membri degli Hooligans Torino: per 71 di loro scatta anche la denuncia. Lo stesso provvedimento anche per 40 tifosi di Napoli e Inter.
Blitz della polizia contro gli ultrà granata appartenenti agli ‘Hooligans Torino’: gli uomini della Digos hanno notificato il Daspo a tutti e 75 i membri del gruppo, 71 dei quali sono stati denunciati per diversi reati tra i quali violenza privata aggravata, rissa, violenza e lesioni nei confronti di incaricato di pubblico servizio. Sono invece oltre 500 le sanzioni amministrative applicate per violazione del regolamento dello stadio, per un importo superiore agli 80 mila euro.
LO SCONTRO INTERNO ALLA CURVA GRANATA
Le indagini hanno portato alla luce anche lo scontro in corso da anni tra i Torino Hooligans e i gruppi storici della Maratona, la curva da sempre occupata dai tifosi granata. Gli ultrà sono accusati anche di travisamento, porto di strumenti atti ad offendere, accensione e lancio di fumogeni. Oltre ai Daspo, i poliziotti hanno notificato un provvedimento di sospensione della licenza a tre locali pubblici che erano frequentati abitualmente dai membri dei Torino Hooligans.
DENUNCIATI 40 ULTRÀ DI NAPOLI E INTER
Una quarantina di ultrà di Napoli e Inter sono, infine, stati denunciati dalla Digos di Torino per gli scontri con i tifosi granata. Per tutti sono in corso di notifica anche i provvedimenti di Daspo. I supporters napoletani che si sono resi protagonisti degli incidenti dopo Torino-Napoli del 6 ottobre sono 32, mentre gli interisti sono otto e i fatti risalgono all’incontro del 23 novembre scorso.
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Il tecnico esonerato dopo il 4-0 al Genk e la qualificazione agli ottavi di Champions. Dietro l'addio le faide nello spogliatoio e una squadra mai a immagine e somiglianza dell'allenatore. Che ora spera nell'Arsenal.
Era arrivato per sostituire Maurizio Sarri, che tutti i tifosi del Napoli adoravano. Era la carta vincente di Aurelio De Laurentiis, l’uomo che avrebbe dovuto far fare il salto decisivo verso i trofei. Non è andata così. Carlo Ancelotti lascia la panchina del Napoli a Rino Gattuso (ma l’avvicendamento non è ancora ufficiale) dopo 18 mesi, dopo il 4-0 al Genk che porta gli azzurri per la terza volta nella storia agli ottavi di Champions League. Ma lascia anche al settimo posto in classifica in campionato, a pari punti col Parma, a 17 punti dalla capolista Inter e a 15 dalla Juventus.
UN DISASTRO MATURATO NELLO SPOGLIATOIO
Un disastro condizionato anche da uno spogliatoio ribelle, che Ancelotti non è riuscito a far rigare diritto, ostaggio dei senatori che giocano ormai in azzurro da anni e vivono la frustrazione degli “zero titoli”: Allan, Callejon, Mertens, Insigne, Koulibaly. Stelle che il tecnico azzurro non è riuscito però a far brillare pienamente e che hanno firmato una profonda spaccatura con il club nella notte dell’ammutinamento al ritiro. Ora ci si interroga anche su che fine faranno le multe che il club aveva deciso di comminare ai giocatori, tutti ‘ribelli’: a questo proposito nulla è stato per ora chiarito dopo la decisione di esonerare il tecnico.
IL PESO DELL’EREDITÀ DI SARRI
Eppure la delusione per l’addio di Sarri era stata subito spazzata via dall’arrivo di Ancelotti, con il suo carico di coppe e campionati vinti in giro per l’Europa. Carletto aveva preso il Napoli rispettando l’osssatura di Sarri, cambiandola pian piano secondo i suoi disegni e arrivando dal 4-3-3 al 4-4-2, prendendosi un po’ con Insigne, che gli aveva detto di voler fare l’esterno sinistro, scommettendo ancora su Mertens punta, che gli dava ragione.
UNA STAGIONE SFUMATA TROPPO IN FRETTA
Il sogno dell’inseguimento alla Juventus è finito però presto, mentre il Napoli diceva addio alla Champions in un girone invero di ferro con Liverpool e Psg. E il resto della stagione era scivolata via nella convinzione che Ancelotti avrebbe dato l’attacco al trono del campionato nella sua seconda stagione, ma le cose sono precipitate velocemente, con l’unica grande emozione della vittoria sul Liverpool in Champions League al San Paolo. Poi i pareggi, gli infortuni, la ribellione, l’hashtag #ancelottiout sui social, la decisione di chiudere. Per Ancelotti il ritorno in Italia è diventato un flop e la strada sembra portarlo di nuovo in Inghilterra, verso l’Arsenal.
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I gol di Lasagna e Zielinsky. Mentre Atalanta Verona termina 3 a 2 con un gol di Djimsit al 93esimo.
Dopo il 3 a 2 dell’Atalanta sul Verona, grazie alla rete al 93esimo di Djimsiti, che permette alla Dea di restare in zona Champions, Udinese-Napoli finisce 1 a 1 al Friuli Dacia Arena. Gli uomini di Luca Gotti si portano in vantaggio al 32′ con un diagonale di Lasagna servito da un assist in profondità di Fofana. Il Napoli evita la sconfitta solo nella ripresa con il gol di Zielinski: sinistro dal limite che coglie di sorpresa Musso, immobile tra i pali.
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Dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, sabato è arrivata la firma con Unicredit. Ora, senza Luca Parnasi, il progetto ha la strada spianata.
Nel pomeriggio di sabato 7 dicembre, dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, l’imprenditore ceco Radovan Vitek ha acquistato da Unicredit i crediti ipotecari che pesavano su Eurnova. Sarà dunque lui ora a decidere sullo stadio della Roma. E senza LucaParnasi sarà più facile per la Giunta Raggi dare il via libera al progetto. Come ricordato dal Sole24Ore, che aveva anticipato la trattativa, Eurnova aveva debiti con la banca di Jean Pierre Mustier per 50-60 milioni di euro. Mentre gli altri debiti del gruppo Parnasi sono in capo a Parsitalia e Capital Dev. La realizzazione dello stadio della Roma dunque ora ha la strada spianata. Insieme con il business park da 140 mila metri quadri, il progetto ha un valore di 1,3 miliardi. Un tesoro su cui Vitek vuole mettere le mani per poi rivenderlo.
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Costi alti, premesse non mantenute e uno stage controverso nel mondo del calcio. Anche se sul web compaiono solo giudizi entusiasti. Recensione di una (dis)avventura.
“La tua carriera nel calcio inizia con noi”. È lo slogan che campeggia sul sito della Élite football center di Mario Savo, una «Scuola di alta formazione» per i «professionisti» del pallone «di domani». Seducente claim, come dicono quelli bravi del marketing, materia – non a caso – in cui si è specializzato Savo, laureato in Economia e Management, responsabile dei corsi e nome noto nel mondo della Match analysis in Italia, cioè lo studio minuzioso e oggettivo di tutto ciò che accade in campo durante una partita, tra numeri, schemi, software e chi più ne ha – di statistiche – più ne metta. Eppure dietro a quella patina di professionalità c’è qualcosa che non torna.
IL NOME DI GUARDIOLA CHE SPICCA NEL CURRICULUM
Lo si scopre per esempio partecipando al corso per diventare match analyst. Come ho fatto io a maggio 2019, sborsando 1.000 euro. Per una settimana di lezioni a Milano, otto ore al giorno, da lunedì a venerdì, più il maxi-esame finale il sabato. Con certificazione ufficiale conseguita in caso di promozione (che ho ottenuto). Nel curriculum di Mario Savo, tra qualche esperienza in Serie B e nel calcio a 5, spicca un nome: Pep Guardiola. Il giovane di Latina nel 2016 ha infatti partecipato in Inghilterra, arrivando fino in fondo, al consorso per “nerd” dei big data voluto dal tecnico catalano del Manchester City, che cercava nuovi modelli statistici-matematici di analisi della performance della sua squadra.
CHE NUMERI: «OTTO EX STUDENTI SU 10 LAVORANO NEL CALCIO»
Insomma, elementi di competenza e serietà, sulla carta. E in più la scuola si vanta di avere numeri da garanzia, o quasi, di successo: la segreteria didattica ricorda che «8 ex studenti su 10 oggi lavorano nel mondo del calcio come analisti all’interno di staff tecnici e reparti scouting, esperti tattici e opinionisti per magazine, giornali e riviste di settore, analisti per famose aziende di Match analysis».
NUMERO CHIUSO DI 30 PARTECIPANTI: E INVECE SONO 50
Ma già il primo giorno della (dis)avventura è arrivata una sorpresa: invece dei 30 partecipanti annunciati eravamo una cinquantina. Stipati dentro una sala piccola e affollata. Il sito però parlava chiaro: numero chiuso fissato a 30, «così da garantire la massima qualità didattica del percorso». Alla fine le persone ammesse erano dunque quasi raddoppiate: e con loro di conseguenza anche l’incasso per la scuola.
«MASSIMO 30 POSTI!». Ma in aula eravamo in 50.
COMPUTER E CHIAVETTA USB SI PORTANO DA CASA
Il materiale fornito? Un plico di fogli a quadretti e una penna. Il resto si portava da casa: computer e chiavetta Usb. Il corso ti garantiva giusto la possibilità di scaricare la versione demo (gratuita per 30 giorni) del software “LongoMatch” utilizzabile per passare al setaccio le partite. Ma nessun supporto, come specificato via mail: «Ti preghiamo, per qualsiasi problematica dovessi incontrare» nella procedura di registrazione, «di non contattare la scuola, in quanto la nostra segreteria didattica non avrebbe i mezzi tecnici né le competenze per aiutarti».
LIVELLO 1: 250 EURO PER ASCOLTARE QUATTRO ORE DI PRESENTAZIONI
La scoperta di essere in 50 non sarà stata digerita soprattutto dall’unico partecipante che aveva deciso di iscriversi solo al Livello 1 del corso, quello “Beginner”, della durata di un giorno (il lunedì) e costato 250 euro (più trasporto andata e ritorno dalla Toscana, visto che la persona in questione non era di Milano): oltre metà del tempo è stata dedicata alla presentazione dei candidati, a quella del corso e alla “mission” di Savo che da anni lotta per far riconoscenere professionalmente la figura del match analyst anche per chi non possiede un patentino di allenatore conseguito a Coverciano.
I LABORATORI PRATICI, FINALMENTE
Una volta esaurite nei primi giorni l’introduzione e le lezioni frontali d’aula su come si è evoluto nella storia il pensiero tattico calcistico (nessuna possibilità di avere le slide proiettate, solo grandi paginate di appunti in stile universitario), finalmente la parte pratica più interessante per prendere dimestichezza con la materia: i laboratori sull’utilizzo del software LongoMatch.
MA COL SOFTWARE SI FA DA AUTODIDATTI
Qui la seconda sorpresa: dopo le delucidazioni tecniche e informatiche su come registrarsi al sito, caricare una partita e utilizzare i comandi base, nessuna spiegazione o suggerimento sulla metodologia per compilare un report. Cosa guardare? Su quali aspetti è meglio concentrarsi? Come allenare l’occhio? Sono mancati i consigli e gli esempi (Savo non ci ha mostrato nessuna sua analisi personale, nonostante le richieste dell’aula) al di là dell’insegnamento teorico degli strumenti. Col risultato che i partecipanti hanno dovuto cavarsela da autodidatti il giorno prima dell’esame, sperimentando, confrontandosi e chiedendo a chi già aveva esperienze pregresse.
La classe del corso.
E IN CATTEDRA SALE ANCHE L’ESPERTO DI SCOMMESSE
Invece che dedicarsi alla materia specifica, durante una giornata a un certo punto il docente ha lasciato spazio e cattedra a uno studente appassionato di scommesse sportive, invitato a illustrare il suo presunto metodo infallibile per riuscire a guadagnare puntando soldi sulle partite. Solo le proteste dell’aula hanno riportato la lezione sui binari della match analysis. Ma la digressione non è stata casuale: Mario Savo ha infatti poi ingaggiato il ragazzo per un altro corso della scuola, quello in “Football sport betting” sulle «metodologie professionali e gli algoritmi per le scommesse sportive e il Betting exchange». Insomma stava sfruttando il momento in prospettiva di crescita del business della scuola. E quindi anche del suo.
DAL CAMPO ALL’IMPRENDITORIA: “L’IMPERO” DI SAVO
Sì perché c’è un punto chiave in tutta la storia. Savo infatti oltre a essere docente è anche titolare dell’intera scuola di formazione, che organizza diversi corsi e non solo quello di match analysis: giornalismo sportivo, psicologia e mental coaching, riabilitazione degli atleti infortunati, radiocronaca e telecronaca, performance & data analysis e appunto scommesse. In alcuni di questi, in cui comunque si avvale sempre della collaborazione di professionisti del settore, è anche insegnante. Quindi, in sostanza, riveste il ruolo di controllore e controllato. Di fatto, come lui stesso ha spiegato a lezione, ha smesso di essere operativo “sul campo” per dedicarsi interamente a questa redditizia attività imprenditoriale. La sede legale della scuola è a Latina, città d’origine di Savo, e il conto corrente dove versare le quote d’iscrizione ai corsi rimanda a una banca di Latina. Non ci sono altre persone della direzione con cui potersi confrontare sull’operato del docente Savo o su eventuali problemi emersi durante le lezioni, né un front office a livello di linee telefoniche.
TEST DI VALUTAZIONE: E L’ANONIMATO DOV’È?
Un metodo per manifestare il proprio parere in realtà ci sarebbe anche stato fornito: quello dei test di valutazione del corso. Peccato che i questionari ci siano stati consegnati chiedendo di identificarli con nome e cognome il giorno prima dell’esame. È evidente che la mancanza di anonimato potrebbe dunque aver compromesso l’attendibilità dei dati raccolti e la sincerità delle risposte. Savo ha assicurato che non li avrebbe letti lui personalmente, lasciando l’incombenza al responsabile dell’ufficio marketing/comunicazione. Ruolo ricoperto dalla sua fidanzata, conosciuta proprio sui banchi di uno dei corsi che ha tenuto in passato.
SUL SITO SOLAMENTE RECENSIONI A CINQUE STELLE
I voti dati alle lezioni e agli insegnanti sarebbero dovuti comparire sul sito della Élite football center. Ma, a distanza di mesi e dopo aver sollecitato a Savo la loro pubblicazione, ancora non ce n’è traccia. Sulla pagina compaiono solo 58 recensioni, tutte da cinque stelle: «Un corso serio e affascinante allo stesso tempo», «Beh!!! Che dire!!! L’essenza del calcio!!!», «Lo rifarei milioni di volte», «Oltre ogni mia aspettativa», sono solo alcuni esempi di commenti. Non esistono in Rete altri riscontri e Google rimanda solo agli articoli pubblicitari scritti su Calciomercato.com, che è partner commerciale della scuola.
Tutti entusiasti: 58 ottime valutazioni su 58.
L’80% CE LA FA: MA SU COSA SI BASA LA STATISTICA?
Inoltre quel dato sciorinato sull’80% di candidati che lavorano nel mondo del calcio non sembra avere alcuna chiara valenza statistica. Come è stato ottenuto, visto che per esempio nessuno ha chiesto ai 50 del mio corso, dopo sei mesi, se qualcuno avesse trovato un’opportunità lavorativa? A quando è aggiornato? E soprattutto si riferisce agli studenti che hanno ottenuto un impiego nel mondo del calcio esclusivamente grazie al corso o comprende quelli che già erano inseriti nell’ambiente, comprese le categorie dilettanti e giovanili dove raramente si è pagati?
QUEI COMPLIMENTI (POI CANCELLATI) PER L’INCARICO AL MONZA
Un esempio in questo senso è emblematico. Passati tre mesi dalla fine delle lezioni, ad agosto, il profilo Facebook della Élite football center ha pubblicato la foto di un partecipante del nostro corso, complimentandosi per l’incarico ottenuto al Monza calcio grazie (anche) alla formazione fatta a Milano e risultata dunque decisiva per fare “carriera”. Problema: il ragazzo in questione collaborava già con il Monza prima di iniziare il corso, come raccontato davanti a tutti nelle già citate presentazioni-fiume. E quando la cosa è stata fatta notare con un commento ironico via social («Hai gravi problemi di memoria, era già al Monza, non ci è andato grazie a te»), prima il gestore della pagina si è affrettato a cancellare il commento, poi è sparito proprio l’intero post “celebrativo”.
RIPETIZIONE DELL’ESAME: GRATIS, ANZI A PAGAMENTO
Anche le modalità in cui si è svolto l’esame finale – a cui Savo non ha partecipato per impegni personali – hanno fatto registrare un giallo. Quello della ripetizione in caso di bocciatura. Uno studente, cercando informazioni, si è sentito rispondere dalla segreteria via mail: «Qualora volessi ripetere le prove devi pagare 250 euro venendo in aula solamente il giorno della prova». Ma il regolamento al momento dell’iscrizione diceva altro. E cioè che era possibile rifare l’esame «gratuitamente durante le edizioni successive del corso» per un totale di «massimo due tentativi ulteriori».
La sezione del regolamento sulla ripetizione dell’esame.
Una volta chiesto un chiarimento, la scuola ha risposto che si trattava di un «refuso» perché «purtroppo il sito è in ristrutturazione da qualche mese» ed era una «dicitura delle prime edizioni del corso quando le condizioni contrattuali e il numero di iscritti erano tali da permetterci di far ripetere l’esame gratuitamente». Poi cos’è cambiato? «Sono aumentate le spese in capo all’azienda data l’elevata domanda che registra il corso in oggetto e la necessità logistica di attrezzare aule più grandi, in posizioni cittadine meglio raggiungibili, docenti sempre più preparati e standard qualitativi superiori». Dopo l’eventualità di adire le vie legali “minacciata” dallo studente, la versione di Savo è cambiata ancora: nuovo esame gratis, ma solo entro il 2019.
GLI STAGE: LA GUIDA TELEMATICA DI UN TUTOR CHE NON C’È
Infine, l’ultimo aspetto controverso: gli stage facoltativi a fine corso, definiti «efficaci» e «volti al job placement dei profili». Si tratta(va) di report da stilare entro dicembre 2019 su squadre di calcio a scelta e pubblicati poi sul sito della “Associazione italiana analisti di performance calcio”, di cui Mario Savo è presidente. Un modo per farsi conoscere e guadagnarci in visibilità. Le analisi avrebbero dovuto prevedere «la guida telematica di un tutor». Ma, anche qui, ha funzionato tutto da autodidatti.
LE CORREZIONI: SOLO ORTOGRAFICHE
Niente consigli, feedback, correzioni. Solo risposte stringate e generiche via mail come «Ok!» oppure «Ottima analisi! Ricevuta». E quando gli è stato domandato il perché di questa mancanza, Savo ha risposto di essere «stufo di mettere apostrofi» e che «se devo dire “correggete l’italiano” mi sembra di trattarvi come bambini!». Ma i corsisti volevano una revisione dei contenuti, non ortografica. Savo a fine novembre si è anche lamentato del fatto che lo stage (facoltativo) fosse stato eseguito solo da quattro-cinque persone: «Siete stati poco corretti». Il 9 ottobre ci aveva suggerito nella chat di gruppo di non analizzare squadre straniere, ma di partire da quelle di Serie A in modo da farsi leggere da più persone e addetti ai lavori possibile. Per esempio lavorando sul Milan di Marco Giampaolo. Ma l’allenatore rossonero era stato esonerato giusto il giorno prima.
EPPURE PRIMA «NON SI È MAI LAMENTATO NESSUNO»
La maggior parte delle criticità e delle incongruenze elencate qui sono state sollevate di fronte a Savo, di persona durante le lezioni oppure via messaggio nelle settimane seguenti. La risposta più ricorrente è stata: «Quelli prima di voi non si sono mai lamentati».
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I due club prendono posizione sulla prima pagina del quotidiano che ha scatenato polemiche e accuse di razzismo. Negato l'accesso ai centri tecnici fino al termine del 2019.
Porte chiuse ai giornalisti del Corriere dello Sport fino alla fine dell’anno: lo hanno deciso Roma e Milan, dopo che il quotidiano sportivo aveva titolato nella prima pagina dell’edizione in edicola Black Friday con una foto di Lukaku e Smalling, a proposito della sfida tra Inter e Roma in programma venerdì 6 dicembre. Una scelta che aveva scatenato un vespaio di polemiche e le accuse di razzismo strisciante in arrivo anche dal Regno Unito.
«GIOCATORI, CLUB, TIFOSI E MEDIA DEVONO ESSERE UNITI CONTRO IL RAZZISMO»
I due club, in un comunicato congiunto, «condannano pubblicamente il titolo di oggi del Corriere dello Sport in prima pagina. Crediamo», si legge, «che tutti i giocatori, i club, i tifosi e i media debbano essere uniti nella lotta contro il razzismo nel mondo del calcio ed è responsabilità di tutti noi essere estremamente precisi nella scelta delle parole e dei messaggi che trasmettiamo».
«NEGATO L’ACCESSO FINO ALLA FINE DELL’ANNO»
«In risposta al titolo Black Friday pubblicato oggi dal giornale» – prosegue la nota – «la Roma e il Milan hanno deciso di negare al Corriere dello Sport l’accesso ai centri di allenamento per il resto dell’anno e hanno stabilito che i rispettivi giocatori non svolgeranno alcuna attività mediatica con il giornale durante questo periodo. Entrambi i club sono consapevoli che comunque l’articolo di giornale associato al titolo Black friday contenga un messaggio anti-razzista ed è questa la ragione per la quale sarà vietato l’accesso al Corriere dello Sport solo fino a gennaio. Restiamo totalmente impegnati nella lotta contro il razzismo».
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Diffuso un audio "rubato" in cui l'ad della Lega afferma di aver chiesto ai registi di «spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più». L'interessato si difende e annuncia la querela.
I cori razzisti negli stadi della Serie A fanno il giro del mondo e danneggiano l’immagine dei club? Allora meglio non farli sentire, come fosse polvere da mettere sotto il tappeto. Fa discutere l’audio “rubato” di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, diffuso dal quotidiano la Repubblica.
Il file, registrato all’insaputa del protagonista il 23 settembre 2019 durante il consiglio di Lega, raccoglie uno scambio di battute tra lo stesso De Siervo e Paolo Scaroni, presidente del Milan. Scaroni si dice preoccupato: «Sul New York Times hanno fatto un articolo grande così sui buu razzisti». E De Siervo risponde: «Ti faccio una confessione, non la mettiamo a verbale. Ho chiesto ai nostri registi di spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più i cori razzisti».
De Siervo ha riconosciuto che l’audio è autentico, ma ha annunciato anche di voler sporgere querela: «Nessuna censura, è stato tagliato un audio all’interno di un contesto più grande. Si parlava di produzione televisiva e di come valorizzare al meglio il nostro prodotto. A controllare la regolarità dello svolgimento della gara e documentare a fini legali e sportivi ciò che capita dentro lo stadio ci pensano già gli organi preposti: la polizia, gli ispettori di Lega e Federazione e, non ultimi, gli arbitri. Abbiamo dato istruzioni precise ai registi e sospeso chi, a Cagliari, aveva indugiato troppo sulla curva durante un controllo Var e su chi, a Milano, aveva ripreso l’omaggio della curva interista a Diabolik. Io ho solo suggerito di gestire in maniera più precisa il direzionamento dei microfoni. Capita spesso infatti che da casa si sentano dettagli che allo stadio nemmeno si percepiscono».
Ma le polemiche non si placano, anche perché si tratta dello stesso De Siervo che a ottobre 2019, partecipando all’Ey Digital Summit di Capri, dichiarava: «Non comunichiamo solo un evento sportivo, ma un insieme di valori. Negli stadi ci sono i razzisti e noi – che su questo abbiamo tolleranza zero – li andremo a prendere uno per uno. Lo faremo attraverso la tecnologia, grazie al riconoscimento visivo prenderemo il singolo responsabile di un atto e faremo in modo che non entri più in uno stadio».
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I cori razzisti negli stadi della Serie A fanno il giro del mondo e danneggiano l’immagine dei club? Allora meglio non farli sentire, come fosse polvere da mettere sotto il tappeto. Fa discutere l’audio “rubato” di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, diffuso dal quotidiano la Repubblica.
Il file, registrato all’insaputa del protagonista il 23 settembre 2019 durante il consiglio di Lega, raccoglie uno scambio di battute tra lo stesso De Siervo e Paolo Scaroni, presidente del Milan. Scaroni si dice preoccupato: «Sul New York Times hanno fatto un articolo grande così sui buu razzisti». E De Siervo risponde: «Ti faccio una confessione, non la mettiamo a verbale. Ho chiesto ai nostri registi di spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più i cori razzisti».
De Siervo ha riconosciuto che l’audio è autentico, ma ha annunciato anche di voler sporgere querela: «Nessuna censura, è stato tagliato un audio all’interno di un contesto più grande. Si parlava di produzione televisiva e di come valorizzare al meglio il nostro prodotto. A controllare la regolarità dello svolgimento della gara e documentare a fini legali e sportivi ciò che capita dentro lo stadio ci pensano già gli organi preposti: la polizia, gli ispettori di Lega e Federazione e, non ultimi, gli arbitri. Abbiamo dato istruzioni precise ai registi e sospeso chi, a Cagliari, aveva indugiato troppo sulla curva durante un controllo Var e su chi, a Milano, aveva ripreso l’omaggio della curva interista a Diabolik. Io ho solo suggerito di gestire in maniera più precisa il direzionamento dei microfoni. Capita spesso infatti che da casa si sentano dettagli che allo stadio nemmeno si percepiscono».
Ma le polemiche non si placano, anche perché si tratta dello stesso De Siervo che a ottobre 2019, partecipando all’Ey Digital Summit di Capri, dichiarava: «Non comunichiamo solo un evento sportivo, ma un insieme di valori. Negli stadi ci sono i razzisti e noi – che su questo abbiamo tolleranza zero – li andremo a prendere uno per uno. Lo faremo attraverso la tecnologia, grazie al riconoscimento visivo prenderemo il singolo responsabile di un atto e faremo in modo che non entri più in uno stadio».
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I due club incontrano il Comune. Il Meazza non si tocca. Scaroni polemico: «Scelta bella ma un po' stupida».
San Siro non si tocca, e anche Milan e Inter paiono lavorare in quella direzione nell’ambito del progetto per il nuovo stadio. «L’indicazione che abbiamo avuto è che comunque c’è un’idea di mantenimento della superficie di San Siro sui diversi scenari. L’obiettivo è quello ora di lavorare su queste varie ipotesi», ha detto l’ad dell’Inter Alessandro Antonello, al termine dell’incontro con Milan e Comune. «È stato un incontro utile. Ancora una volta i club si sono resi disponibili a proporre idee sul mantenimento di San Siro e a lavorare, come sempre fatto. Il punto di discussione era capire l’ingombro di San Siro come può essere reso compatibile con l’esistenza di un altro stadio a poche centinaia di metri. Oggi c’è una delibera e ci si deve attenere alla delibera che è stata emanata».
SCARONI: «DUE STADI? IDEA BELLA MA UN PO’ STUPIDA»
A stretto giro sono arrivate anche le parole del presidente del Milan, Paolo Scaroni, più polemico rispetto all’ad nerazzurro: «L’idea di avere due stadi vicini, vecchio e nuovo, uno accanto all’altro, è qualcosa che non ricordo di aver mai visto. Per carità, magari essere ‘first’, i primi, può essere anche bello, a volte però può essere un po’ stupido», ha detto. «Si è molto parlato di ingombro, perché che ci siano tre, due o un anello è abbastanza irrilevante da un punto di vista dell’occupazione dello spazio. Il Comune, come da sua delibera, ci terrebbe a mantenere una vocazione sportiva, ma a tenere l’ingombro. Noi analizzeremo questa come prima ipotesi. Un’ipotesi un po’, detta in termini positivi, innovativa, perché non si sono mai visti due stadi uno a cento metri dall’altro. Qualora questa ipotesi non sia percorribile, per quanto ci riguarda, il Comune si è dichiarato disponibile ad analizzare altre ipotesi che riducano l’ingombro».
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Difensore di Roma e Fiorentina negli Anni 70, è stato anche opinionista tivù, prima che gli venisse diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica.
È morto nella mattina del 3 dicembre in una clinica romana Giovanni Bertini, ex calciatore malato di Sla. Fisico imponente e carattere esuberante, nato nel gennaio ’51, Bertini giocò da difensore negli Anni 70 con Roma, Fiorentina, Ascoli, Catania, Benevento. Prima che nel giugno 2016 gli venisse diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica era stato opinionista, tra le altre emittenti, di Tv2000. La Roma ha ricordato sui social Bertini: «L’AS Roma piange la scomparsa di Giovanni Bertini, difensore che vestì la maglia giallorossa tra il 1969 e il 1974. Ai familiari va il cordoglio da parte del Club».
L’#ASRoma piange la scomparsa di Giovanni Bertini, difensore che vestì la maglia giallorossa tra il 1969 e il 1974. Ai familiari va il cordoglio da parte del Club. pic.twitter.com/fg4LN9Im2l
Un anno fa la figlia Benedetta scrisse in una lettera: «Sono stata in silenzio da quando nel giugno del 2016 è stata diagnosticata a mio padre la Sla. Ora chiedo di rispettare il dramma che mio padre e la mia famiglia stanno affrontando silenziosamente da quasi due anni. Sono stata in silenzio in questo periodo per due motivi ben precisi. Da figlia perché volevo tutelare mio padre dalla verità su questa terribile malattia, da confronti che inevitabilmente sarebbero stati fatti tra lui e altri ex calciatori colpiti dalla stessa patologia, di cui papà ha seguito addolorato in tv e sui giornali il drammatico decorso. Da giornalista, conoscendo i meccanismi che spesso regolano il mondo dell’informazione, sono stata in silenzio per paura che questa vicenda potesse essere strumentalizzata senza la necessaria sensibilità, dimenticando la tragedia umana che stavamo e che continuiamo a vivere ogni giorno».
L’APPELLO ALLA STAMPA DELLA FIGLIA BENEDETTA
Per questo, proseguiva la figlia dell’ex calciatore, «invito tutti gli organi di informazione a rispettare il dramma che mio padre e la mia famiglia stanno affrontando silenziosamente da quasi due anni. Ci tengo a sottolineare che qualsiasi iniziativa o campagna in nome e per conto di mio padre e della mia famiglia dovevano e dovranno anche in futuro essere autorizzate da me, così come sarò io e solo io a fornire al momento opportuno qualsiasi aggiornamento sullo stato di salute di mio padre».
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