All'asso del Barcellona sesto premio (nessuno come lui) anche senza la vittoria in Champions. Secondo Van Dijk e terzo Ronaldo, che ha disertato la premiazione. La classifica ufficiale.
E così a Parigi, nel centralissimo teatro Chatelet, Lionel è diventato, a 32 anni, il giocatore più premiato di sempre. Le consuete fughe di notizie su Twitter da tempo non avevano lasciato spazio alle speranze delle agguerrite star del Liverpool vincitore della Champions league, né tantomeno a quelle di un Cristiano Ronaldo che si è fermato a cinque trofei e non si è presentato nemmeno alla cerimonia di premiazione. Già assente l’anno prima, quando arrivò secondo dietro Luka Modric, Cr7 avrebbe motivato la sua assenza con la necessità di essere presente al Gran Gala del calcio, a Milano, dove – al contrario di Parigi – potrebbe vedersi assegnare il premio come miglior giocatore del campionato italiano.
EPPURE NON È STATA LA STAGIONE MIGLIORE DI LEO
Leo Messi dunque è arrivato al primo posto grazie ai voti dei 180 giornalisti della giuria internazionale – tra cui l’italiano Paolo Condò – nonostante non sia stato protagonista della sua stagione migliore. Una decisione destinata a far discutere e frutto soprattutto della dispersione di voti fra i suoi avversari.
Leo Messi. (Ansa)
TANTO LIVERPOOL SUL PODIO: VAN DIJK E SALAH
Al secondo posto è arrivato il difensore olandese del Liverpool, Virgil van Dijk, prima di un suo compagno di squadra, l’egiziano Mohamed Salah, capocannoniere in Premier league sia nel 2017-2018 (32 gol) sia nel 2018-2019 (22) anche se a pari merito col partner d’attacco Sadio Mané e con Pierre-Emerick Aubameyang dell’Arsenal.
NON È STATA DECISIVA LA CHAMPIONS
Al centrale di difesa dell’Olanda non è bastata la straordinaria stagione con i Reds e la consacrazione della Champions, di solito decisiva negli anni in cui non si giocano Mondiali o Europei. Messi ha vinto la Liga con il suo Barça e ha segnato più di tutti, 36 gol, ma nel torneo più importante si è fermato in semifinale (nonostante una rete fantastica su punizione nell’andata proprio contro il Liverpool poi campione).
QUINTO IL SENEGALESE MANÉ
Molto staccato il senegalese Mané, vicecampione d’Africa, che è arrivato al quinto posto nonostante a un certo punto sognasse di succedere all’unica altra star africana premiata, George Weah (1995).
Fra le donne primo posto indiscusso per la centravanti americana vincitrice dei seguitissimi mondiali di Francia 2019, Megan Rapinoe, ormai icona per i difensori dei diritti di gay e lesbiche, oltre che oppositrice del presidente statunitense Donald Trump. Ha ricevuto il secondo Pallone d’oro della storia del calcio femminile, dopo il primo storico trofeo assegnato nel 2018 alla norvegese Ada Hergerberg.
PREMIATI ANCHE ALISSON E DE LIGT
Alisson Becker, portiere del Brasile e del Liverpool, si è aggiudicato il trofeo Lev Yashin, Matthijs De Ligt (Juventus, ex Ajax) il premio Raymond Kopa per il miglior calciatore Under 21.
11 – Frenkie de Jong (Olanda/Ajax poi Barcellona) 12 – Raheem Sterling (Inghilterra/Manchester City) 13 – Eden Hazard (Belgio/Chelsea poi Real Madrid) 14 – Kevin de Bruyne (Belgio/Manchester City) 15 – Matthijs de Ligt (Olanda/Ajax poi Juventus) 16 – Sergio Agüero (Argentina/Manchester City) 17 – Roberto Firmino (Brasile/Liverpool) 18 – Antoine Griezmann (Francia/Atletico Madrid poi Barcellona) 19 – Trent Alexander-Arnold (Inghilterra/Liverpool)
20 – ex aequoPierre-Emerick Aubameyang (Gabon/Arsenal) e Dusan Tadic (Serbia/Ajax) 22 – Son Heung-min (Corea del Sud/Tottenham) 23 – Hugo Lloris (Francia/Tottenham) 24 – ex aequoKalidou Koulibaly (Senegal/Napoli) e Marc-André Ter Stegen (Germania/Barcellona) 26 – ex aequoGeorginio Wijnaldum (Olanda, Liverpool) e Karim Benzema (Francia/Real Madrid) 28 – ex aequoJoao Felix (Portogallo/Atletico Madrid), Marquinhos (Brasile/Psg) e Donny van de Beek (Olanda/Ajax)
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dopo il ko con il Bologna, l'allenatore aveva accusato i giocatori di non impegnarsi abbastanza. I partenopei sono settimi in classifica, sempre più lontani dalla zona Champions.
Il Napoli in ritiro. Questa volta la decisione non è della società, ma dell’allenatore Carlo Ancelotti. La squadra sarà in ritiro da mercoledì 4 dicembre fino al match con l’Udinese, in programma sabato 7. Ancelotti lo ha comunicato nel corso dell’allenamento del lunedì, dopo la sconfitta per 2-1 al San Paolo contro il Bologna. Il mister azzurro, che in occasione del ritiro di inizio novembre – poi non rispettato dalla squadra – s’era detto in disaccordo con la società, questa volta ha scelto di usare il pugno duro contro i giocatori che, nell’immediato post partita col Bologna, aveva accusato di non impegnarsi al massimo.
IL J’ACCUSE DI ANCELOTTI DOPO IL KO COL BOLOGNA
«Io mi prendo la maggior parte delle responsabilità», le parole a caldo di Ancelotti, «ma anche i giocatori si devono sentire responsabili: in campo ci vanno loro e devono provare a mettere sempre la stessa intensità come collettivo. Non ce la stanno mettendo tutta o lo fanno solo in parte». La squadra, secondo l’allenatore, «non riesce a mantenere un livello di attenzione e applicazione con continuità in campionato, cosa che invece riesce a fare in coppa. Per questo se venerdì si è parlato e si sono chiarite alcune cose, ora si apre un discorso nuovo tra me e la squadra. Sentirsi in discussione è il minimo, ma ne siamo tutti coinvolti al 100%: questo momento è durato troppo, ora deve finire velocemente, perché obiettivamente stiamo facendo troppo male. Se penso alla passata stagione siamo meno fluidi e efficaci, la costruzione sempre un po’ arruffata. Vedo che, quando incide l’aspetto caratteriale e di sacrificio, si pareggia con il Liverpool; ecco, il problema è stare lì al 100% con la testa, so che non è facile, ma bisogna esserci. Chi va in campo deve fare qualcosa di più».
LA ZONA CHAMPIONS È LONTANA OTTO PUNTI
La classifica vede il Napoli settimo, con soli 20 punti in 14 partite (frutto di cinque vittorie, cinque pareggi e quattro sconfitte) e la zona Champions che si allontana sempre più: la Lazio, terza, è a +10, e la Roma, quarta, a +8.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I 20 club hanno firmato un documento in cui si impegnano a combattere la discriminazione. Ma spesso sono i primi a sminuire gli episodi che avvengono nelle loro curve.
Dalla Juventus al Verona, dal Napoli all’Atalanta, dalla Roma all’Inter e via dicendo, i 20 club di serie A uniti contro il razzismo che nelle ultime settimane è tornato prepotentemente protagonista sui campi di calcio. Dagli insulti a Lukaku a quelli a Balotelli, il mondo del calcio si interroga e decide di affrontare il tema in prima persona facendo anche seguito alla proposta del presidente della Figc, Gabriele Gravina, per il progetto dei pannelli acustici che potranno individuare così i responsabili di cori e insulti razzisti durante le partite. «La Lega Serie A sta lavorando sodo su questo tema, ed è pronta a guidare la lotta al razzismo all’interno e all’esterno degli stadi», ha sottolineato l’ad della Lega di A, Luigi De Siervo. I 20 club di serie A hanno condiviso oggi, sui propri siti ufficiali, una lettera aperta «a tutti coloro che amano il calcio italiano per chiedere aiuto nel combattere il razzismo».
IL DOVEROSO MEA CULPA DELLE SQUADRE
Un documento con cui si impegnano «pubblicamente a fare meglio», chiedendo «una efficace policy contro il razzismo, con nuove leggi e regolamenti». La lettera inizia con un’ammissione di colpa: «Dobbiamo riconoscere che abbiamo un serio problema con il razzismo negli stadi italiani e che non l’abbiamo combattuto a sufficienza nel corso di questi anni». Un mea culpa doveroso, soprattutto dal momento che i club spesso e volentieri sono i primi a non voler ammettere o a sminuire episodi di razzismo quando questi accadono tra le loro tifoserie. «Anche in questa stagione, le immagini del nostro calcio, in cui alcuni giocatori sono stati vittime di insulti razzisti, hanno fatto il giro del mondo, scatenando ovunque dibattito», prosegue la lettera pubblicata dai club sui rispettivi siti, «è motivo di frustrazione e vergogna per tutti noi. Nel calcio, così come nella vita, nessuno dovrebbe mai subire insulti di natura razzista. Non possiamo più restare passivi e aspettare che tutto questo svanisca».
«DESIDERIO DI SERI CAMBIAMENTI»
«Su spinta degli stessi club, nelle ultime settimane, è stato avviato un confronto costruttivo con Lega Serie A, Figc ed esperti internazionali su come affrontare e sradicare questo problema dal mondo del calcio», si sottolinea quindi nel documento, «noi, i club che sottoscrivono questa lettera, siamo uniti dal desiderio di seri cambiamenti e la Lega Serie A ha dichiarato la sua intenzione di guidare questo percorso attraverso una solida e completa politica anti-razzismo in Serie A, con nuove leggi e regolamenti più severi, assieme a un piano di sensibilizzazione mirato per tutti coloro che sono coinvolti in questo sport riguardo al flagello del razzismo».
«NON C’È PIÙ TEMPO DA PERDERE»
«Non abbiamo più tempo da perdere», conclude la lettera, «dobbiamo agire uniti con rapidità e determinazione, e così faremo di qui in avanti. Ora più che mai il contributo e il sostegno di tutti voi, tifosi dei nostri club e del calcio italiano, sarà fondamentale in questo sforzo di vitale importanza».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dalla suddivisione in fasce al fattore campo: così prende forma la prima edizione itinerante nella storia. Per l'Italia i pericoli maggiori sono Francia e Portogallo. La guida completa.
È tutto pronto per il sorteggio dell’Europeo di calcio 2020. Per la prima volta, la competizione continentale per nazionali sarà itinerante: apertura all’Olimpico di Roma venerdì 12 giugno, chiusura a Wembley (dove, oltre alla finale, si disputeranno anche le semifinali) il 12 luglio. In mezzo altre 10 città ospitanti. Ecco le cose da sapere sul sorteggio in programma sabato 30 novembre 2019 a Bucarest (diretta tv su Sky).
COME SONO DIVISE LE FASCE E COME SI FORMANO I GRUPPI
I gironi sono sei. Al sorteggio accedono le prime due classificate nei 10 gironi di qualificazione e le quattro vincenti degli spareggi in programma a marzo 2020: una tra Islanda, Bulgaria, Ungheria, Romania (Spareggio A); una tra Bosnia, Slovacchia, Irlanda, Irlanda del Nord (B); una tra Scozia, Norvegia, Serbia, Israele (C); una tra Georgia, Macedonia del Nord, Kosovo, Bielorussia (D). Le 24 squadre sono divise in quattro fasce. Eccole, di seguito.
FASCIA 1
FASCIA 2
FASCIA 3
FASCIA 4
Belgio
Francia
Portogallo
Galles
ITALIA
Polonia
Turchia
Finlandia
Inghilterra
Svizzera
Danimarca
Vinc. Spareggio A
Germania
Croazia
Austria
Vinc. Spareggio B
Spagna
Olanda
Svezia
Vinc. Spareggio C
Ucraina
Russia
Rep. Ceca
Vinc. Spareggio D
In grassetto, le nazioni ospitanti. Altre quattro (Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria) sono coinvolte negli spareggi.
CHI RISCHIA DI INCROCIARE L’ITALIA DI MANCINI
L’Italia – come si vede dalla tabella – è testa di serie, reduce da un girone di qualificazione a punteggio pieno (unico caso col Belgio). Tuttavia, il meccanismo di fasce non mette la nazionale di Roberto Mancini al riparo da rischi concreti. Il peggiore dei gironi possibili riserverebbe all’Italia la Francia campione del mondo (in seconda fascia), il Portogallo di Cristiano Ronaldo e il Galles di Aaron Ramsey e Gareth Bale. L’Italia può pescare una tra Francia, Polonia, Svizzera e Croazia; una tra Portogallo, Turchia, Austria, Svezia e Repubblica Ceca; e come quarta Finlandia o Galles.
COME FUNZIONA IL FATTORE CAMPO E CHI NE BENEFICIA
Alle nazionali ospitanti è già stato assegnato automaticamente il proprio girone. L’Italia è nel gruppo A; Russia e Danimarca nel B; l’Olanda nel C; l’Inghilterra nel D; la Spagna nell’E; la Germania nel gruppo F. In caso di qualificazione, la Romania è destinata al gruppo C, la Scozia al D, l’Irlanda all’E e l’Ungheria all’F. L’Italia disputa in casa (all’Olimpico) le tre gare del girone, come anche Olanda, Inghilterra, Spagna e Germania e Danimarca. La Russia, invece, ne gioca due – come ha stabilito un sorteggio -, essendo nel girone con la Danimarca. Anche Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria disputerebbero in casa due partite nel caso in cui si qualificassero. Dopo i gironi, si passa agli scontri diretti. Si qualificano agli ottavi le prime due e quattro migliori terze.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
L'allenatore del Bologna commosso in conferenza stampa: «Quattro mesi duri, ma i medici sono stati straordinari». Il primario: «Siamo ancora in una fase precoce. Abbiamo bisogno di tempo per cercare di capire la risposta finale».
Lacrime e tanta commozione per le prime parole pubbliche di Sinisa Mihajlovic dal giorno dell’annuncio della malattia. «In questi quattro mesi difficili ho conosciuto medici straordinari, infermieri che mi hanno curato, sopportato e supportato. So che ho un carattere forte, anche difficile», ha esordito l’allenatore del Bologna in conferenza stampa al Dall’Ara, fermandosi più volte con la voce rotta dal pianto. «Chi meglio di loro» – ha aggiunto facendo i nomi – «può capire quanto sia difficile fisicamente e psicologicamente affrontare una cosa del genere. Voglio ringraziare tutti di cuore. Ho capito subito che ero nelle mani giuste».
«NON HO PIÙ LACRIME, MI SONO ROTTO LE PALLE DI PIANGERE»
«In questi quattro mesi ho pianto e non ho più le lacrime. Mi sono rotto le palle di piangere», ha confessato Mihajlovic dopo che il primario di Ematologia, Michele Cavo, aveva detto che «le lacrime sono catartiche», commentando il momento di commozione vissuto dal tecnico. Cavo ha spiegato che «siamo ancora in una fase precoce. Abbiamo bisogno di tempo per cercare di capire la risposta finale» del paziente, «per monitorare Sinisa, le possibili complicanze». «Sinisa mi ha chiesto di chiudere un cerchio aperto da quattro mesi. Legittimo dal suo punto di vista, ma per noi», medici, «il cerchio non è ancora chiuso». «Per ora» – ha aggiunto Cavo – «siamo felici di averlo restituito in questa ottima forma a tutta la comunità, sia quella laica sia quella sportiva», ma il monitoraggio delle condizioni del paziente continuerà».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dal fondatore Gamper alla Pulce Lionel Messi, passando per Cruijff e Guardiola: i personaggi e i fatti che hanno segnato la storia del "més que un club".
Centoventi anni di storia, di trofei, di gol e di bandiere sventolate al vento. Quelle blaugrana e quelle gialle e rosse della Catalogna. Sul collo dei giocatori del Barcellona è impressa una frase, “més que un club”, più che un club. Perché il Barça non è solo una squadra di calcio, non è solo un diversivo per i mercoledì di coppa e le domeniche di campionato. Il Barça è storia, una storia lunga 120 anni, segnata dai volti e dai nomi che l’hanno scritta. Ne abbiamo scelti 12, uno per ogni decennio di vita del club.
1899-1909: JOAN GAMPER
Il Barcellona nasce ufficialmente il 29 novembre del 1989, con una riunione dei primi soci al Gimnasio Sole. Nasce grazie a un annuncio pubblicato poco più di un mese prima, il 22 ottobre, sul settimanale Los Deportes: «Il nostro amico e compagno Sig. Kans Kamper, della sezione Calcio della “Sociedad Los Deportes” e già campione svizzero, volendo organizzare alcune partite a Barcellona, chiede che chiunque ami questo sport lo contatti recandosi nel suo ufficio il martedì o il venerdì sera dalle 9 alle 11». Kans Kamper ha 21 anni, è nato in Svizzera, opera nel commercio e ha già girato mezza Europa prima di fermarsi a Barcellona. Ha una grande passione per il calcio e la voglia di fondare un club. Nel giro di un mese arrivano le prime adesioni, con Kamper, che negli anni successivi cambierà nome e cognome catalanizzandoli in Joan Gamper, ci sono Walter Wil (che sarà nominato primo presidente), Lluís d’Ossó, Bartomeu Terradas, Otto Kunzle, Otto Maier, Enric Ducal, Pere Cabot, Carles Pujol, Josep Llobet, John Parsons e William Parsons. Una squadra e un club che fin dall’inizio mostrano la loro vocazione internazionale e internazionalista.
1910-1919: JUAN DE GARCHITORENA
Nel suo primo decennio di vita, il Barcellona vince una Copa Macaya, una Copa Barcelona e due volte il Campionato di Catalogna. I soci continuano ad aumentare e nel 1908, quando il club si trova davanti al bivio tra il salto di qualità definitivo (con importanti investimenti finanziari) e la scomparsa, Gamper prende in mano le redini diventando per la prima volta presidente. Lo sarà per 25 anni complessivi, a periodo alterni, facendosi da parte e tornando 1uasi sempre per guidare il club nei suoi momenti più turbolenti. Come nel 1917, quando il presidente Gaspar Rosés si dimette a seguito del caso Garchitorena. Juan de Garchitorena è un giovane attaccante di 18 anni quando arriva al Barcellona. Il club lo tessera come spagnolo, dal momento che nessuno straniero può giocare entro i confini nazionali, ma lui è nato nelle Filippine. Quando l’Espanyol lo scopre, fa ricorso alla Federazione, presieduta dallo stesso uomo che guida il Barcellona, Gaspar Rosés. Rosés cerca una mediazione, propone la ripetizione delle partite in cui è stato schierato Garchitorena, ma a ribellarsi è il direttivo del Barcellona, che preferisce perdere a tavolino gli incontri e il campionato di Catalogna piuttosto che piegare la testa a un principio che ritiene ingiusto, quello che vieta ai giocatori stranieri di disputare il campionato. Rosés, umiliato e isolato, si dimette da entrambi gli incarichi.
Diego Armando Maradona con la maglia del Barcellona nel 1984.
1920-1929: PAULINO ÁLCANTARA
A proposito di filippini… Il Barça ne ha avuto un altro nella sua storia, di origini catalana e quindi naturalizzato. Nessun rischio Garchitorena, dunque. Il suo nome era Paulino Álcantara, cominciò a giocare nel Barcellona appena 15enne, nel 1912, poi nel 1916 fu costretto a lasciare la Spagna per seguire la famiglia nelle Filippine. Dopo due anni e dopo aver contratto la malaria, riuscì a convincere i genitori a lasciarlo tornare in Catalogna, per giocare di nuovo col Barcellona, dove restò fino al 1927, segnando 200 gol in 177 partite. Al suo esordio, a 15 anni, segnò una tripletta. Con 5 Coppe di Spagna e 10 campionati catalani, Álcantara segnò la storia del club a cavallo di due decenni, diventando grande protagonista soprattutto negli Anni ’20, gli stessi che videro la costruzione dello stadio di Les Corts, nel 1922, e la nascita del nomignolo culé per i tifosi blaugrana che si assiepavano sugli spalti e a cavalcioni sulla rete di recinzione mostrando le terga ai passanti. Il 24 giugno del 1925 il Barcellona organizzò a Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. La Spagna era da due anni sotto il regime del generale Primo de Rivera e decine di migliaia di tifosi si assieparono fuori dal campo in attesa che arrivasse il via libera alla partita da parte della dittatura. Quando i cancelli furono aperti e l’orchestra della Marina Militare Britannica attaccò a suonare gli inni, il pubblico catalano coprì con sonori fischi la Marcia Reale spagnola, accompagnando poi con gli applausi God Save the King. Fu l’inizio di un’usanza che prosegue ancora oggi. Ma durante il regime quel vilipendio fu pagato a carissimo prezzo, con l’espulsione di Gamper e di tutto il direttivo e la chiusura dell’attività del club per sei mesi.
1930-1939: JOSEP SUNYOL
Il Barça riprese a camminare, il regime cadde, Primo de Rivera morì e nel 1931 si instaurò la seconda Repubblica spagnola. I cambiamenti politici portarono alla guida del club un presidente convintamente repubblicano e di sinistra, Josep Sunyol. Un uomo di calcio che pagò con la vita il suo impegno politico. Nel 1936, all’inizio della guerra civile che avrebbe portato Francisco Franco al potere, Sunyol fu vittima di un’imboscata mentre si recava a Madrid in auto. La vettura fu fermata da una banda armata di franchisti in una strada di campagna e tutti gli occupanti, Sunyol compreso, vennero fucilati. A Barcellona, per giorni, non seppero nulla del presidente scomparso. L’annuncio della sua morte arrivò in ritardo. Fu l’inizio del durissimo conflitto tra il Barcellona e il potere politico franchista, che sarebbe durato fino alla morte del Caudillo, nel 1975.
1940-1949: ENRIQUE PINEIRO
Il Barcellona patì in particolar modo l’avvento del Franchismo. Il regime commissariò di fatto il club, gli tolse la sua identità cambiandone nome (che da Football Club Barcelona passò al più spagnolo Club de Futbol Barcelona), sigla e persino scudetto, con la rimozione di tre delle cinque bande rosse in sfondo giallo che rappresentavano la bandiera catalana. La squadra restò comunque competitiva, nonostante le intromissioni di Franco, e persino i più diligenti franchisti posti alla sua presidenza finirono per farsi rapire dal suo fascino. Accadde a Enrique Pineiro, marchese della Mesa de Asta, amico personale di Franco che con lui ingaggiò una personalissima sfida nella sfida tra il club catalano e il Real Madrid.
Nel 1943, dopo aver vinto per 3-0 l’andata della semifinale della Copa del Generalisimo, Pineiro inviò un telegramma a Franco per invitarlo come suo ospite alla finale
Nel 1943, dopo aver vinto per 3-0 l’andata della semifinale della Copa del Generalisimo (l’ex Copa del Rey), Pineiro inviò un telegramma a Franco per invitarlo come suo ospite alla finale. Il dittatore non la prese bene e mentre i giocatori si cambiavano negli spogliatoi per scendere in campo nella gara di ritorno, ricevettero la visita di un piccola squadriglia che li minacciò di gravi ritorsioni se non avessero ceduto il passaggio del turno al Madrid. Il Barcellona, la stessa squadra che all’andata aveva dominato vincendo 3-0, perse 11-1 una partita che ancora oggi rappresenta il Clásico col più ampio margine di scarto tra le due squadre. Pineiro non tollerò l’episodio e annunciò direttamente a Franco le proprie dimissioni da presidente del Barcellona.
1950-1959: LAZSLÓ KUBALA
Il Barcellona tornò comunque grande e prima della fine degli Anni 40 vinse tre volte il Campionato di Spagna, due volte la Copa Eva Duarte e il suo primo titolo internazionale, la Coppa Latina. Il club rilanciò le proprie ambizioni e nel 1951 ingaggiò un giocatore che ne avrebbe segnato la storia. Lazsló Kubala era fuggito dall’Ungheria comunista nel 1949, dopo essersi fatto reclutare nei reparti di confine. Era passato dall’Italia, dove la Pro Patria lo aveva tesserato senza poterlo schierare per via della squalifica internazionale legata al ricorso presentato dall’Ungheria dopo la sua fuga, aveva sfiorato la tragedia di Superga dopo aver rinunciato, per impegni familiari, a indossare la maglia del Grande Torino nell’amichevole di Lisbona contro il Benfica, ed era arrivato in Spagna. Il Real Madrid di Santiago Bernabéu gli aveva messo gli occhi addosso, strappando anche un accordo di massima per il suo ingaggio, ma Pep Samitier, ex attaccante, ex allenatore e ora dirigente del Barcellona, riuscì a strapparlo alla concorrenza con un’abile mossa. Kubala giocò a Barcellona tra il 1951 e il 1961, segnando 131 gol in 186 partite e ingaggiando una sfida personale e di squadra con Alfredo Di Stefano, che il Barça fu sul punto di affiancargli ma che si sarebbe accasato al Real Madrid dopo una lunga ed estenuante battaglia legale tra i due club. Vinse quattro volte il Campionato spagnolo, cinque la Copa del Generalisimo, due la Copa Eva Duarte.
1960-1969: CARLES REXACH
Gli Anni 60 cominciarono con il grande sacrificio di Luis Suarez, ceduto all’Inter per ottenere i fondi per completare il Camp Nou, e proseguirono con una serie di vittorie in Coppa (due del Generalisimo e una delle Fiere) ma senza nemmeno un titolo di campione di Spagna. Nel 1961 i blaugrana disputarono e persero contro il Benfica anche la loro prima finale di Coppa dei Campioni. Nell’ottica di un decennio tutto sommato negativo, il Barça trovò nuovo slancio sul finale della decade, con l’approdo in prima squadra di Carles Rexach. Prodotto del vivaio, Rexach sarebbe stato protagonista col Barça prima in campo, fino al 1981, poi in panchina, quindi da dirigente. Sarebbe stato lui, più di 30 anni dopo, a far firmare a Lionel Messi il famoso tovagliolo su cui fu redatta la prima bozza di contratto tra il calciatore argentino e la squadra catalana.
1970-1979: JOHAN CRUIJFF
Il Barcellona tornò a vincere il campionato di Spagna 14 anni dopo l’ultima volta, poco prima della metà degli Anni 70. E ci riuscì grazie all’arrivo in Catalogna di uno dei più grandi fuoriclasse della sua storia. Johan Cruijff firmò per il Barça nel 1973, dopo tre Coppe dei Campioni di fila vinte con l’Ajax. Accolse la sfida di un club che desiderava tornare grande e di una città in perenne lotta contro la dittatura di Franco, che di lì a due anni sarebbe caduta con la morte del Caudillo. Nella prima stagione di Cruijff, i blaugrana conquistarono il titolo dopo aver battuto il Real Madrid a domicilio per 5-0 e sempre contro i Blancos persero per 4-0 la finale di Copa del Generarlisimo, nella quale non potevano essere schierati stranieri. Cruijff segnò 86 gol nelle sue 5 stagioni in Catalogna, vinse un campionato e una Copa del Rey, ma soprattutto divenne simbolo di un club a cui si legò così tanto da tornarci poi, per cambiarlo e riportarlo a vincere, da allenatore, e di una terra che amò così profondamente da chiamare il proprio figlio Jordi, come il santo patrono di Barcellona, in un’epoca in cui i nomi catalani erano ancora vietati dalla legge della dittatura.
1980-1989: DIEGO ARMANDO MARADONA
Passarono altri 11 anni prima che il Barcellona, che continuava a fare incetta di coppe nazionali, potesse festeggiare un nuovo titolo di campione di Spagna. Dieci anni nei quali, tra le altre cose, al Camp Nou trovò casa per due stagioni colui che presto avrebbe lasciato lo status di uomo per trasformarsi in leggenda. Diego Armando Maradona arrivò in Europa nell’estate del 1982, quella dopo i Mondiali, non ancora 21enne. Giocò in Catalogna due stagioni, vincendo soltanto una Coppa di Spagna, giocando 58 partite e segnando 38 gol. Mostrò tutta la sua classe ma non riuscì mai ad ambientarsi, frenato anche dagli infortuni.
Gli Anni 90 furono quelli della seconda era Cruijff, quella da allenatore, e dell’avvio di un ciclo vincente che, con alti e bassi, continua fino a oggi
Il più grave fu quello procuratogli alla quinta giornata del campionato 1983-84 da un’entrataccia di Andoni Goikoetxea, difensore dell’Athletic Bilbao. Maradona fu operato alla caviglia e rientrò all’inizio del 1984. La partita di ritorno contro l’Athletic è ricordata per una delle più violente risse nella storia del calcio, avviata proprio dalla vendetta personale di Maradona, che si avventò su Goikoetxea al termine della finale di Copa del Rey vinta dai baschi per 1-0. Calci, pugni, schiaffi e spintoni coinvolsero tutte le rose delle due squadre. A fine stagione Maradona lasciò il Barcellona per firmare col Napoli.
1990-1999: RONALD KOEMAN
Gli Anni 90 furono quelli della seconda era Cruijff, quella da allenatore, e dell’avvio di un ciclo vincente che, con alti e bassi, continua fino a oggi. Il Barça uscì dal complesso di inferiorità nei confronti del Madrid e cominciò a proporre una sua personale evoluzione del calcio totale. Nel 1992 conquistò la sua prima Coppa dei Campioni battendo in finale la Sampdoria di Mancini e Vialli. Protagonista della partita fu Ronald Koeman, autore su punizione del gol decisivo. È ufficialmente iniziata l’era del Dream Team.
Pep Guardiola in una foto del 2000.
2000-2009: PEP GUARDIOLA
Il nuovo millennio ha portato il momento più ricco e felice della storia blaugrana. E a segnarlo è stato senza dubbio Pep Guardiola. Mentre si avvicina la primavera del 2008, con la consapevolezza che l’era Rijkaard, che ha portato la seconda Champions League nella storia del club, si è ormai chiusa, il presidente Joan Laporta è alle prese con la scelta del nuovo allenatore. Sono giorni convulsi, una parte del club vorrebbe il ritorno di José Mourinho, già visto al Camp Nou prima da traduttore di Robson e poi da assistente di van Gaal. Ma il profilo del portoghese non è il migliore secondo il direttore sportivo Txiki Begiristain, che sponsorizza un ex compagno di squadra ai tempi del Dream Team di Cruijff. Pep Guardiola sta conducendo la squadra B alla vittoria del gruppo catalano della Tercera División. Non ha esperienza ma ha un’idea di calcio già piuttosto chiara, definita, accattivante. È la stessa di Cruijff, solo aggiornata ai tempi che cambiano, riproposta con una difesa a quattro e non a tre, ma comunque destinata a passare attraverso il dominio del pallone e il pressing. Laporta lo convoca nel suo ufficio e gli chiede se si senta pronto per allenare la prima squadra, lui fissa i suoi occhi in quelli del presidente e gli risponde: «Io sì, sei tu che non hai le palle». È la frase che convince definitivamente Laporta. Il calcio di Guardiola riempie le pagine dei quotidiani sportivi di tutto il mondo, lo chiamano tiqui-taca, anche se anni dopo il tecnico rivelerà di non amare particolarmente quel nome. Al primo anno arriva il triplete. Il Barcellona che aveva chiuso la stagione precedente a 18 punti di distanza dal Real Madrid vince Liga, Copa del Rey e Champions League. In quattro anni arriveranno altri due campionati, un’altra coppa nazionali, un’altra Champions League, tre Supercoppe di Spagna, due Supercoppe europee e due Mondiali per club.
2010-2019: LIONEL MESSI
L’ascesa di Guardiola coincide con quella di Lionel Messi, il cui talento già evidente esplode definitivamente sotto la guida del tecnico catalano. La Pulce si sposta verso il centro dell’attacco, comincia a segnare a ripetizione, nei quattro anni di Guardiola monopolizza letteralmente il Pallone d’Oro, vincendone quattro di fila. L’addio di Pep rende ancora più evidente la sua leadership sulla squadra. Messi comincia ad avere voce in capitolo sull’allenatore da scegliere e sui compagni di squadra. Fa fuori Ibrahomovic e salva Villa, promuove Neymar e più volte ottiene la conferma di Mascherano. Nel frattempo gli altri grandi del ciclo, Xavi e Iniesta, lasciano il Barcellona. Persino Neymar se ne va e Messi rimane da solo a guidare una squadra che è sempre più dipendente da lui. Nel 2012 realizza il record del maggior numero di gol segnati in un anno solare (91). Nel 2015, dopo il secondo triplete sotto la guida di Luis Enrique, arriva anche il quinto Pallone d’Oro, quest’anno potrebbe essere la volta del sesto. Supera Cesar Sanchez e diventa il giocatore con più gol nella storia del Barcellona, è il bomber del Clásico e il giocatore che ha vinto più trofei, l’unico ad aver segnato almeno 40 gol per 10 stagioni consecutive. E la lista dei record è ancora lunga e in continuo aggiornamento. Come la storia del Barcellona.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Secondo i rumor della stampa spagnola, il premio andrà all'argentino per la sesta volta. Tanti non sono d'accordo, ma la realtà è che per il calcio di oggi i gol contano più dei trofei.
Il Pallone d’oro viaggia ancora verso Barcellona, per la sesta volta in 11 anni.
Perché lui, proprio lui, che non ha vinto niente se non una Liga, che è uscito male dalle semifinali di Champions, che ha perso anche la semifinale di Copa America. Perché lui e non un altro? La risposta, in realtà, potrebbe essere molto semplice: se davvero Messi avesse già vinto, lo avrebbe fatto soprattutto per assenza di concorrenza.
IL PALLONE D’ORO SEMPRE PIÙ LEGATO AL MARKETING
Parliamoci chiaro, nell’ultima dozzina di anni il Pallone d’oro si è trasformato in una gigantesca occasione di marketing per il mondo del calcio. Sì, certo, a vincere è sempre il migliore (o uno dei migliori), ma le logiche attraverso cui il premio viene attribuito sono cambiate nel corso del tempo. Oggi sarebbe impensabile vedere premiato un Matthias Sammer o un Fabio Cannavaro. Sarebbe difficile persino che il premio finisse nelle mani di un Michael Owen. Oggi la macchina del pallone esige volti da copertina, e i follower sui social contano giusto poco meno dei trofei conquistati e dei gol segnati. I gol segnati, in particolare, sono fondamentali, forse ancora più delle coppe vinte.
Il Pallone d’oro ha vissuto da sempre nel paradosso di un premio individuale nel contesto di uno sport di squadra
Perché, se il Pallone d’oro ha vissuto da sempre nel paradosso di un premio individuale nel contesto di uno sport di squadra, ultimamente ha deciso di sciogliere questa dicotomia a favore del primo dei due aspetti. Conta più ciò che fai da solo, soprattutto se i numeri sono eclatanti. Nell’era degli attaccanti da 50 gol a stagione non c’è più spazio per i difensori, a malapena riescono a infilarcisi i centrocampisti offensivi, e solo se riescono a far coincidere l’anno sabbatico dei fenomeni con quello in cui loro compiono imprese mirabolanti come far sfiorare la vittoria della Coppa del Mondo a una nazione di poco più che 4 milioni di abitanti, come nel caso del croato Luka Modrić.
Il Pallone d’Oro (foto LaPresse-Xinhua/Zhang Fan).
Messi di gol ne ha fatti 51, in 50 partite. Nell’anno solare è a quota 39, sei in meno di quelli di Robert Lewandowski (che andando avanti di questo passo rischia seriamente di prenotare in anticipo il prossimo, di Pallone d’oro). Ha vinto la Scarpa d’oro e il titolo di capocannoniere della Champions League (per la sesta volta, entrambi). Ha vissuto una stagione contraddittoria sotto l’aspetto delle competizioni disputate. Si è fermato in semifinale di Champions, dove contro il Liverpool, futuro vincitore della coppa, è stato straordinario protagonista nel 3-0 del Camp Nou e un fantasma nello 0-4 subito ad Anfield. Eppure la sua candidatura resta la più forte.
PER CRISTIANO RONALDO UNA STAGIONE DELUDENTE
Guardiamoci intorno, vagliamo gli altri potenziali candidati al Pallone d’oro 2019, cerchiamo di capire perché, probabilmente, lo vincerà ancora Messi. Partiamo da Cristiano Ronaldo, che nell’ultimo decennio abbondante è stato il suo più grande rivale, che ne ha vinti cinque, lo stesso numero che al momento può vantare Messi. Cristiano è penalizzato da una prima stagione alla Juve che è andata meno bene del previsto, ha vinto lo Scudetto con i bianconeri e la Nations League con il Portogallo, ma è uscito ai quarti di finale della Champions League. In Serie A ha segnato 21 gol, 28 complessivi in tutte le competizioni di club, ha messo a referto due triplette decisive agli ottavi di Champions con l’Atletico Madrid e nella semifinale di Nations League con la Svizzera, ma è rimasto sotto le 40 reti per la prima volta in nove anni.
IL LIVERPOOL NON HA UN GIOCATORE CHE SPICCA SUGLI ALTRI
Allora, forse, i veri rivali di Messi andrebbero cercati tra chi la Champions l’ha vinta. Il problema del Liverpool è che è la sublimazione del calcio come gioco di squadra, un collettivo che sopravanza di molto la somma delle individualità che lo compongono. Momo Salah ha segnato meno della stagione precedente (27 gol, poco più della metà di quelli di Messi), Sadio Mané e Roberto Firmino sembrano nomi non altrettanto forti.
Quest’anno ai portieri hanno dedicato una categoria a parte: il Pallone d’Oro dei portieri
I singoli che hanno spiccato maggiormente nella squadra di Jürgen Klopp, Virgil Van Dijk e Alisson, giocano troppo lontani dalla porta avversaria. Il primo fa il difensore centrale, e il fatto che non perda praticamente mai un uno-contro-uno sembra non bastare per prendersi il premio. Il secondo fa il portiere, e in tutta la storia del Pallone d’oro solo una sola volta il trofeo è stato vinto un giocatore in questo ruolo, nel 1963 da Lev Jašin, il Ragno nero russo della Dinamo Mosca. Non a caso da quest’anno agli estremi difensori hanno dedicato una categoria a parte: il Pallone d’Oro dei portieri.
Lionel Messi con la maglia dell’Argentina (foto LaPresse – Fabio Ferrari).
Ecco perché pare che France Football abbia mandato i suoi fotografi a Barcellona in una mattina di fine novembre. Ed ecco perché ancora una volta, a vincere, sarà Messi. Peraltro non sarà nemmeno il premio che la Pulce ha meritato meno nella sua carriera, considerando quello strappato nel 2010 ai campioni del mondo Andreas Iniesta e Xavi e a uno Wesley Sneijder reduce da triplete con l’Inter e finale mondial persa con l’Olanda. Sarà così ancora una volta, aspettando Kylian Mbappé più che Neymar. Perché chi non fa gol non può più essere considerato il migliore calciatore al mondo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il dirigente è stato colpito sul traghetto che collega Messina a Villa San Giovanni, dove si trovava per seguire la squadra rossazzurra impegnata a Potenza. Ora il club non scenderà in campo.
L‘amministratore delegato dal Catania, Pietro Lo Monaco, è stato colpito da alcuni tifosi etnei, che contestano la gestione della società, mentre si trovava sul traghetto che collega Messina e Villa San Giovanni. Lo Monaco si stava recando a Potenza per seguire la gara valida per gli ottavi di finale della Coppia Italia di Serie C. Partita che il Catania non disputerà: la squadra è rientrata a Catania. «La vile e vergognosa aggressione subita oggi dall’ad Pietro Lo Monaco da parte di ultras catanesi a bordo della nave traghetto durante il viaggio per raggiungere Potenza», spiega una nota, «già prevedibile alla luce dello striscione intimidatorio esposto in città e di quanto denunciato dal nostro amministratore delegato in occasione della conferenza stampa di ieri, ci obbliga a fermarci».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il dirigente è stato colpito sul traghetto che collega Messina a Villa San Giovanni, dove si trovava per seguire la squadra rossazzurra impegnata a Potenza. Ora il club non scenderà in campo.
L‘amministratore delegato dal Catania, Pietro Lo Monaco, è stato colpito da alcuni tifosi etnei, che contestano la gestione della società, mentre si trovava sul traghetto che collega Messina e Villa San Giovanni. Lo Monaco si stava recando a Potenza per seguire la gara valida per gli ottavi di finale della Coppia Italia di Serie C. Partita che il Catania non disputerà: la squadra è rientrata a Catania. «La vile e vergognosa aggressione subita oggi dall’ad Pietro Lo Monaco da parte di ultras catanesi a bordo della nave traghetto durante il viaggio per raggiungere Potenza», spiega una nota, «già prevedibile alla luce dello striscione intimidatorio esposto in città e di quanto denunciato dal nostro amministratore delegato in occasione della conferenza stampa di ieri, ci obbliga a fermarci».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Circa 3 mila persone si sono dirette a piedi verso San Siro partendo dall'Arco della Pace. Tensione nei pressi dello stadio.
Il corteo è partito dall’Arco della Pace e ha bloccato il traffico di Milano. Cori e saluti romani, cappucci e fumogeni accesi. Gli ultrà della Dinamo Zagabria, squadra croata che nella serata del 26 novembre affronterà l’Atalanta a San Siro per il match di Champions League, si sono diretti a piedi verso lo stadio. Circa 3 mila persone hanno percorso via Pagano, poi via Giotto, via Monte Rosa, viale Pietro Tempesta e via Monreale. Le forze dell’ordine li hanno sorvegliati sia da terra, sia dal cielo, con l’ausilio degli elicotteri. All’arrivo a San Siro ci sono stati comunque dei momenti di tensione con i tifosi dell’Atalanta e la polizia è dovuta intervenire.