Libia, lo scacco della Turchia all’Ue

L’Ue fuori gioco nel Mediterraneo. Dopo il via libera di Ankara all'invio di truppe, nell'ex colonia italiana si va verso una spartizione tra Erdogan e Putin. Come a Damasco e dintorni.

L’accordo sugli armamenti di Ankara con il governo di Tripoli a fine 2019 e, come primo atto del 2020, l’ok del parlamento turco a un contingente in Libia è l’istituzionalizzazione di una proxy war iniziata nel 2011, con le Primavere arabe. Segnata dall’accelerazione del 2014, che portò gli islamisti al governo nella capitale libica, e dalla volata di queste settimane imposta dalla marcia del nemico Khalifa Haftar su Tripoli. I rinforzi sul campo dei contractor russi alle milizie di mercenari del generale libico fanno la differenza, rendendo possibile la battaglia finale contro gli islamisti fallita da mesi da Haftar. Alla minaccia concreta i turchi, che un rapporto dell’Onu ha certificato violare «regolarmente e a volte apertamente» l’embargo sulle armi verso la Libia, sono costretti a uscire allo scoperto. Svelando come la guerra per procura sia anche, se non prima di tutto, una guerra del gas nel Mediterraneo.

ISLAMISMO CONTRO AUTORITARISMO

Da una parte scorre il corridoio di armi e di vari rifornimenti che parte dalla Turchia e, soprattutto attraverso i porti e lo scalo di Misurata, raggiunge Tripoli e il governo di unità nazionale (Gna) guidato dagli islamisti. Aiuti, militari ed economici, pagati soprattutto dal ricco Qatar verso i gruppi di ribelli sponsorizzati nelle Primavere arabe contro i regimi autoritari, e a capo all’esecutivo di Fayez al Serraj legittimato dalla comunità internazionale (in seguito ai negoziati dell’Onu del 2015), ma sempre più circoscritto a Tripoli. Un governo caotico, frammentato, corrotto e composto da milizie anche violente. Dall’altra, ricorda lo stesso report sulla Libia del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del novembre scorso, c’è il fronte dei regimi sopravvissuti alle Primavere arabe che armano Haftar e conducono raid per lui: l’Egitto (finanziato dai sauditi) e gli Emirati arabi contrastano le mire neo-ottomane dei turchi in Libia, in asse con la Russia amica dei regimi.

Libia Turchia missione Tripoli
Il parlamento turco approva la missione in Libia. GETTY.

ERDOGAN SI IMPOSSESSA DEL MEDITERRANEO

Il Leitmotiv è riportare la stabilità dell’era Gheddafi. Barattare il miraggio della democrazia con l’autoritarismo, nel nome di una sicurezza perduta e inseguita, è una tentazione ormai dalla maggioranza dei libici. Nell’ultimo anno Haftar ha raccolto simpatie anche in zone governate dagli islamisti (inclusi alcuni quartieri di Tripoli) dove da anni le aziende turche ricostruiscono strutture e infrastrutture – rilevando talvolta anche vecchi cantieri italiani. A questi grossi interessi geopolitici, che comprendono anche il Mediterraneo, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un po’ come con i curdi nel Nord della Siria, non intende rinunciare, quand’anche come si profila le Primavere arabe dovessero soccombere alle forze di restaurazione. Il memorandum di novembre tra la Turchia e la Libia sulla giurisdizione dei due Stati nelle acque mediterranee (allegato all’accordo di cooperazione militare) è un’entrata a gamba tesa di Erdogan anche nei dossier energetici.

Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo tra Turchia e Libia

A GAMBA TESA NEL DOSSIER ENERGETICO

Egitto, Grecia, Israele, per non parlare di Cipro in contenzioso storico con la Turchia, sono insorte alla demarcazione unilaterale dei confini marittimi di Erdogan e al Serraj. Un colpo di spugna che dà mano libera ad Ankara alle esplorazioni di gas e petrolio nel Mediterraneo, per le quali i turchi si erano fatti largo nel Mediterraneo orientale già nella scorsa estate, al solito senza chiedere il permesso alla Grecia e a Cipro, lambendo anche la zona economica esclusiva egiziana e i minando i progetti dei gasdotti dei tre Paesi con Israele. Complice il vassallo al Serraj, Erdogan ha diviso arbitrariamente il Mediterraneo per scongiurare  «l’emarginazione della Turchia» a terra. Anche gli accordi militari e di spartizione delle acque territoriali con la Libia furono ratificati a tambur battente dal parlamento di Ankara, in «aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri Paesi», commentò il titolare della Farnesina Luigi Di Maio.

Libia Turchia missione Serraj
Il premier libico Fayez al Serraj riceve a Tripoli il ministro turco Mevlut Cavusoglu. GETTY.

IL VIA LIBERA ALLE TRUPPE DEL PARLAMENTO TURCO

I memorandum dell’autunno erano l’antipasto della mozione per l’invio di truppe turche a sostegno del governo di Tripoli, approvata il 2 gennaio dai deputati di Ankara (325 favorevoli, 184 contrari) in un parlamento riaperto eccezionalmente dopo Capodanno, in anticipo dalla ripresa dei lavori l’8 gennaio. Curiosamente Erdogan, corso in soccorso alla battaglia finale libica, fa leva sul pretesto della «minaccia alla stabilità anche della Turchia»: con la Libia senza un «governo legittimo» si favorirebbero «gruppi terroristici come l’Isis e al Qaeda», che proprio le violazioni all’embargo anche della Turchia hanno fatto proliferare per anni, in reazione ai regimi autoritari e per sottrarre loro territori con ogni mezzo e scontri anche cruenti. Sebbene l’invio di rinforzi navali, aerei e a terra non si preveda immediato, l’escalation turca favorirà gli scontri in Libia e le tensioni nel Mediterraneo. Mentre l’Italia, e con Roma buona parte dell’Ue, staranno a guardare.

LA SPARTIZIONE TRA ERDOGAN E PUTIN

Alla condanna degli accordi «illegittimi» tra la Turchia e la Libia non seguiranno fatti. I progetti di no fly zone ventilati in un’operazione di Francia, Germania e Italia sono irrealistici, considerati il disastro dell’intervento nel 2011 contro Gheddafi e le manovre francesi inconfessabili di oggi con Haftar. E poi per difendere i libici da chi? L’Ue riconosce il governo filoturco di al Serraj a Tripoli (l’Italia ha una missione di assistenza agli islamisti a Misurata) non quello del generale nell’Est, con il quale tuttavia tiene aperti canali. Gli alt a Erdogan non possono tradursi in azioni, pena l’appoggio degli europei a regimi autoritari quali l’Arabia Saudita e i suoi satelliti (Emirati ed Egitto) e alla Russia di Vladimir Putin. Dalla Conferenza di Berlino sulla Libia di metà gennaio (se si terrà) non si attendono risultati ed è probabile che, nell’impotenza europea, mostrando i muscoli come in Siria Erdogan si ritaglierà la sua fetta di Libia – e di Mediterraneo – in accordo con Putin.

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Haftar invoca il jihad contro l’intervento turco in Libia

Il generale si scaglia contro Erdogan: «Stupido sultano turco». E invita il popolo a combattere contro l'invio di truppe a sostegno di Sarraj.

L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in sostegno di Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco: «Questo stupido sultano turco ha scatenato la guerra in tutta la regione dichiarando che la Libia è una propria eredità», ha detto nel discorso con cui il 3 gennaio ha lanciato un appello ai libici ad armarsi contro la Turchia. A riportare le parole di Haftar è il sito Libya Akhbar.

«GUERRA AL COLONIALISTA»

Haftar ha sostenuto che la battaglia in corso per la conquista di Tripoli, riporta inoltre il sito fuori virgolette, «si amplia per divenire una guerra feroce a un colonialista brutale che vede la Libia come un’eredità storica e sogna di far rivivere un impero costruito dai suoi avi sulla povertà e l’ignoranza». Il generale ha esortato i libici a mettere da parte i propri contrasti, a rafforzare la fiducia nell’esercito e a difendere la loro terra e il loro onore. «Il nemico ha dichiarato guerra e ha deciso di invadere il Paese», ha affermato ancora Haftar secondo quanto riporta il sito, «sostenendo che l’amico popolo turco, con il quale la Libia ha legami fraterni grazie all’islam, si rivolterà inevitabilmente contro questo insensato avventuriero che spinge il proprio esercito a morire e aizza la discordia fra i musulmani».

RAID SUL COLLEGIO MILITARE DI TRIPOLI

Le forze di Haftar hanno attaccato con un raid aereo il Collegio militare di Tripoli, provocando la morte di diverse decine di persone (28 secondo il governo di Tripoli, 70 secondo Haftar). Altre fonti non verificate parlano di una quarantina di morti. «In risposta al bombardamento turco» compiuto «all’alba, l’aviazione ha preso di mira un raggruppamento di cento miliziani presso l’Accademia militare che si preparavano a partecipare ai combattimenti in corso e almeno 70 fra loro sono stati uccisi»,, scrive la pagina Facebook della “Divisione informazione di guerra” delle forze del generale.

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La situazione tra Iran e Usa dopo l’uccisione di Soleimani

Il Pentagono nega nuovi raid, ma manda 2.800 soldati in Medio Oriente. Teheran assicura di non volere una escalation, ma promette vendetta. Razzo su un aeroporto di Baghdad che ospita truppe americane.

Il Pentagono assicura che, almeno per il momento, non sono previsti altri raid aerei degli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane. Teheran da una parte, col suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, dichiara di non volere alcuna escalation, dall’altra, attraverso i Pasdaran e il presidente Rohani, manda chiari messaggi minacciosi all’America. E due razzi che colpiscono la superprotetta Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata americana, e la base aerea di Balad, che ospita truppe americane, centrata da missili Katyusha. Non vi sono al momento notizie di vittime.La situazione in Medio Oriente, nel giorno in cui il feretro dell’eroe nazionale iraniano Qassem Soleimani è sfilato per le vie di Baghdad accompagnato dalla folla che gridava «morte all’America», sembra quella di una pentola a pressione pronta a esplodere.

NUOVI SOLDATI AMERICANI

La sensazione, al di là delle parole, è che però tiri un deciso vento di guerra. Così gli Stati Uniti hanno deciso di inviare circa 2.800 soldati a protezione delle sedi diplomatiche e degli interessi Usa nell’area, i punti nevralgici più sensibili a una rappresaglia iraniana che è impossibile pensare non arrivi. D’altra parte l’ambasciata americana a Baghdad era già stata assaltata da migliaia di manifestanti pochi giorni prima dell’uccisione di Soleimani.

INCONTRO IRAN-QATAR

Intanto il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha ricevuto a Teheran il suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani. Zarif ha definito l’attacco Usa un «atto terroristico» che ha portato al «martirio» del comandante, ma ha anche aggiunto che «l’Iran non vuole tensioni nella regione, ed è la presenza e l’interferenza di forze straniere che causa instabilità, insicurezza e aumento della tensione nella nostra delicata regione».

IL QATAR PROVA A MEDIARE

Il Qatar, un alleato chiave degli Stati Uniti nella regione, ospita la più grande base militare di Washington in Medio Oriente , e Al-Thani ha definito la situazione nella regione «delicata e preoccupante» e ha invitato a trovare una soluzione pacifica che porti a una de-escalation. Il ministro del Qatar ha incontrato anche il presidente iraniano Hassan Rohani, che aveva giurato vendetta per il sangue di Soleimani. L’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno interrotto ogni rapporto con il Qatar nel 2017, accusando Doha di appoggiare l’estremismo e promuovere legami con l’Iran, accuse che il Qatar ha sempre respinto.

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Nuovo raid Usa: «Ucciso un comandante delle milizie filo-Iran»

Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono. Ma le Pmu smentiscono. Mentre a Baghdad in migliaia sfilano al grido di "Morte all'America".

Un nuovo raid statunitense in Iraq avrebbe ucciso un comandante del gruppo paramilitare filo-iraniano Hashed al Shaabi. Lo riportano la tv di Stato irachena e fonti del Pentagono a Newsweek, senza citare il nome del comandante preso di mira, che secondo l’emittente iraniana Press Tv sarebbe Shibl al Zaidi, leader delle Brigate Imam Ali, milizia che fa parte delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu) allineata con l’Iran. Le Pmu hanno però smentito in una nota che tra le vittime ci sia un loro comandante. L’attacco, avvenuto la sera del 3 gennaio nel Nord di Baghdad, ha colpito un convoglio provocando sei morti e tre feriti.

ANCHE IL PREMIER IRACHENO AL FUNERALE DI SOLEIMANI

Nella capitale irachena, il 4 gennaio, migliaia di persone hanno partecipato al corteo funebre del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso la notte del 3 gennaio da un raid Usa, gridando – tra la sua bara e quella del suo principale luogotenente in Iraq, Abu Mehdi al Mouhandis – “morte all’America”. Il corteo ha sfilato tra le vie del distretto di Kazimiya, dove si trova un santuario sciita. Al termine, nella zona verde di Baghdad si è tenuto un funerale nazionale ufficiale alla presenza di molti leader iracheni, incluso il primo ministro Adil Abdul-Mahdi. I resti di Soleimani saranno portati in Iran dopo la cerimonia.

TEHERAN ALL’ONU: «È TERRORISMO DI STATO»

Da Teheran, intanto, l’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi, ha scritto una lettera al segretario generale Antonio Guterres e al collega del Vietnam Dang Dinh Quy, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, denunciando che «l’assassinio del generale Qassem Soleimani è un esempio evidente di terrorismo di Stato e, in quanto atto criminale, costituisce una grave violazione dei principi di diritto internazionale, compresi quelli stipulati nella Carta delle Nazioni Unite. Comporta quindi la responsabilità internazionale degli Usa».

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Com’è fatto il drone che ha ucciso Soleimani

Il velivolo, un MQ-9 Reaper, ha un'apertura alare di oltre 20 metri e supera i 400 km orari di velocità. È stato assistito da un MQ-1C Grey Eagle.

Con una gittata di 1.800 chilometri e la possibilità di raggiungere i 15 mila metri di altitudine l’MQ-9 Reaper, originariamente conosciuto come Predator B, è un drone sviluppato dalla statunitense General Atomics Aeronautical Systems (GA-ASI). È stato un velivolo di questo tipo, coadiuvato da un altro della stessa famiglia di Predator, a sparare quattro missili contro i due Suv su cui viaggiavano il generale iraniano Qassem Soleimani e altri alti ufficiali, da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad con un volo di linea proveniente da Damasco.

Il drone – che costa circa dieci milioni di dollari, sensori compresi – è in dotazione da circa dieci anni anche all’Aeronautica Militare italiana, che lo usa disarmato, per compiti di sorveglianza e ricognizione. Uno di questi esemplari, utilizzato per la missione Mare Sicuro e appartenente al Gruppo velivoli teleguidati del 32/o Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Foggia), è precipitato lo scorso novembre in Libia per cause ancora non chiarite.

Questo tipo di drone, come si legge sul sito ufficiale dell’Aeronautica statunitense, è specializzato nel condurre offensive mirate, contro target specifici. Il primo prototipo si è alzato in volo nel 2001. «Data la sua lunga autonomia, i sensori a largo raggio, le componenti di comunicazione e le armi di precisione – spiega il sito – fornisce una capacità unica di eseguire attacchi contro obiettivi di alto valore». Ma l’aereo, con un’apertura alare di oltre 20 metri e una velocità superiore ai 400 km orari, garantisce elevate prestazioni anche nelle operazioni di pattugliamento, ricerca e soccorso, così come in quelle di intelligence, sorveglianza, acquisizione di bersagli e ricognizione.

Nell’attacco condotto contro il generale Soleimani, è stato coadiuvato anche da un altro drone, l’MQ-1C Grey Eagle, anch’esso facente parte del sistema Predator, che è composto essenzialmente da tre elementi: il velivolo; la stazione di controllo a terra, una vera e propria cabina di pilotaggio che grazie ad un collegamento satellitare può guidare l’aereo durante le operazioni anche a centinaia di chilometri di distanza; una stazione di raccolta dati, dove vengono analizzate in tempo reale le immagini ricevute dal velivolo e, attraverso un nodo di telecomunicazioni, ritrasmesse alle unità operative. È

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Perché l’uccisione di Soleimani è un boomerang per gli Usa

Il generale era l’architetto degli equilibri in Libano, Iraq e Siria. E aveva trattato più volte con gli americani. Senza di lui in Iran e nella regione avranno mano libera gli ultraconservatori. Un rischio enorme, anche per i contingenti occidentali. Intervista a Nicola Pedde.

Un colpo grosso per le Presidenziali Usa del 2020, ma ben presto un altro boomerang in Medio Oriente per gli americani. L’omicidio mirato del generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq, da parte delle forze statunitensi che per decenni avevano negoziato (non solamente sull’Iraq) con lo stratega e comandante dei pasdaran, è per Donald Trump l’ultimo asso da calare nella campagna elettorale. «L’operazione può portare internamente dei vantaggi agli Stati Uniti, ma solo a breve termine e in particolar modo al presidente americano» spiega a Lettera43.it il direttore dell’Institute of global studies (Igs) Nicola Pedde, a lungo capo-analista della Difesa e tra i più profondi conoscitori dell’Iran

ASSIST AGLI ULTRACONSERVATORI

Per il resto la decapitazione dei vertici delle milizie sciite irachene, e prima di tutto l’uccisione della mente iraniana dietro le forze sciite sparse dal 1979 in Medio Oriente, crea – in un momento di grave vuoto politico a Baghdad – un vuoto organizzativo e militare «subito colmato da Teheran con un comandante più allineato con i vertici ultraconservatori dei pasdaran». A dispetto della retorica sull’ineffabile comandante che tutto o quasi poteva in Medio Oriente, «Soleimani era un pragmatico, non certo un radicale, abituato a trattare anche con gli Stati Uniti», precisa Pedde. Cade con lui un’architrave, a garanzia della «tenuta di Paesi chiave in Medio Oriente come l’Iraq e il Libano dove operano importanti contingenti italiani».

Iraq Iran morte Soleimani Usa Trump guerra
L’Iran sciita a lutto per la morte del generale Soleimani. GETTY.

DOMANDA. Soleimani, dal 1998 a capo delle forze all’estero al Quds dei Guardiani della rivoluzione (pasdaran) è stato ucciso dopo una lunga coabitazione tra americani e iraniani in Iraq, i governi sciiti di Baghdad erano appoggiati da entrambi. Un atto di guerra di Trump?
RISPOSTA. La conseguenza è quella. Anche se certo l’Iran non potrà vendicarsi con un’aggressione diretta. Bensì con una guerra asimmetrica con gli Stati Uniti e con i suoi alleati regionali, radicalizzando ancor di più la contrapposizione. Così monterà l’antiamericanismo nel modo più violento possibile, e salterà la tenuta del Medio Oriente.

L’Iraq ha un premier dimissionario per le proteste popolari, esplose anche contro il legame politico e militare soffocante con Teheran. Trump avrà forse cercato di approfittare del momento di debolezza dell’Iran, per spezzare il predominio sciita nell’era post-Saddam.
Ma otterrà l’esatto opposto. Soleimani aveva costruito degli equilibri regionali non solo combattendo, ma trattando più volte anche con gli americani. Non era un estremista e non la pensava sempre come gli altri vertici dei pasdaran. La sua morte dà un grande vantaggio agli ultra-conservatori iraniani: tra i Guardiani della rivoluzione si consoliderà la loro linea, annullando ogni possibilità di dialogo.

All’azzardo di Trump ha contribuito l’escalation dell’ambasciata americana in Iraq, di regia iraniana?
Il climax di questi giorni a Baghdad, nel crescendo di ostilità riaperte dalla Casa Bianca con l’Iran, ha favorito il raid contro Soleimani. Che, attenzione, serve anche come vittoria mediatica per l’imminente campagna presidenziale di Trump. Internamente, come in Iran, il colpo porta vantaggi a Trump in risposta anche all’impeachment. Ma solo a breve termine.

La radicalizzazione andrà di pari passo con l’antiamericanismo, non solo in Iraq

Come nel 2003 contro Saddam Hussein, gli Stati Uniti seminano instabilità. Tanto più in territori appena liberati dai terroristi islamici, con pericolosi vuoti di potere e popolazioni martoriate.
Senza Soleimani si apre un vaso di Pandora in tutto il Medio Oriente, con rischi enormi. Intanto in Iraq l’uccisione nel raid anche di Abu Mahdi al Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni, fa saltare la convivenza tra i militari americani e le milizie filo-iraniane. Quest’evoluzione pericolosissima trasforma la sicurezza irachena e più in generale la politica irachena.

GLI ITALIANI IN LIBANO

I contingenti Usa sono ormai sotto attacco anche delle milizie sciite, parte integrante della Difesa irachena,  che avevano lottato con loro contro l’Isis. Aumenteranno? L’Iraq si incendierà?
La radicalizzazione andrà di pari passo con l’antiamericanismo, e non solo in Iraq. Le architetture del generale Soleimani, per esempio attraverso le milizie e il partito politico Hezbollah, erano erano diventate fondanti anche in Libano.

Dove si è aperta un’altra grave crisi politica, a ridosso di Israele e della Siria dove gli Hezbollah siriani e iracheni dell’Iran hanno riconquistato i territori dall’Isis…
Territori, dall’Iraq al Libano, dove anche l’Italia ha uomini sul terreno, con contingenti importanti. Per i quali, vista la situazione, sarebbe opportuno il governo si ponesse qualche domanda.

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L’uccisione di Soleimani è un colpo al riformismo iraniano

L'attacco degli Usa spinge ulteriormente il Paese tra le braccia dei Pasdaran. Anche in vista delle elezioni per il rinnovo del parlamento. Dallo stretto di Hormuz all'Iraq: le possibili risposte di Teheran.

«Esportare la rivoluzione islamica ovunque, passando per Baghdad»: Qassem Soleimaini è, era, l’incarnazione di questa formidabile consegna, di questo ordine imperativo dell’ayatollah Khomeini del 1982. Le strategie di Soleimaini , la sua tattica, la sua rete personale di relazioni internazionali -a iniziare da un rapporto strettissimo con Vladimir Putin– si sintetizzano in quella consegna. E i suoi successi nell’allargare a tutto il Medio Oriente l’influsso e l’egemonia rivoluzionaria del khomeinismo, dal Mediterraneo sino ai confini del Pakistan sono stati enormi. Da quella consegna bisogna dunque ora partire per tracciare i possibili scenari della obbligata risposta iraniana alla sua clamorosa, geometrica, esecuzione.

A partire da un dato di fatto: l’Iran degli ayatollah, del “clero combattente”, l’Iran di quei Pasdaran che controllano direttamente il 40% dell’economia iraniana, è tenuto ora, innanzitutto di fronte a se stesso, a dare una risposta all’altezza dell’affronto, del danno immenso che ha subito. Deve dimostrare che l’atto di potenza -di onnipotenza- inferto dal “diavolo americano” sarà punito con pari o maggiore danno. E proprio Soleimaini ha messo a punto un formidabile dispiegamento di forza militare perfettamente adeguato a questa risposta, che può colpire da più fronti. Può colpire Israele con il lancio dei 15 mila missili a corto-medio raggio installati dai Pasdaran in Siria. Può bloccare -tentare di bloccare – con gli insidiosi barchini d’attacco lo stretto di Hormuz, la giugulare da cui passa il 40% del petrolio (anche saudita) del pianeta. Può incendiare con la Jihad islamica, al diretto comando di Teheran, il fronte di Gaza. Può rendere caldo, rovente, il confine tra Libano e Israele. Può infine, ma non per ultimo, anzi, continuare a sviluppare l’ultima strategia messa in atto da Soleimaini, che ha diretto e ordinato non a caso il recentissimo assalto all’ambasciata americana a Baghdad.

UNA ESCALATION ANNUNCIATA

Colpire dove si è stati colpiti è quasi una scelta obbligata e la crisi politica innescata dalle enormi manifestazioni anti sciite e anti iraniane delle ultime settimane in tutto l’Iraq offre ora a Teheran e ai Pasdaran l’occasione per perseguire due obiettivi contemporanei in quell’Iraq che Soleimaini considerava una provincia iraniana: vendicarsi dell’affronto subito colpendo duramente i militari americani -e i civili- sul suolo iracheno e contemporaneamente ribadire il comando politico assoluto e rigido della rivoluzione sciita sui destini di Baghdad, dell’Iraq. Le prossime ore saranno dunque cruciali in Iraq, come hanno ben compreso i vertici militari Usa che hanno deciso l’escalation dell’esecuzione di Soleimaini ben consci dell’enorme offesa inferta e quindi della certezza di una risposta iraniana simmetrica e parimenti -se non di più- violenta.

A Trump toccherà ora rivestire la divisa del “Comandante in capo” belligerante e sarà interessante vedere come saprà indossarla

Rimane lo stupore per l’assenso pieno dato da Donald Trump a questa mossa che ha una sola risposta logica -ammesso che Trump abbia una logica- nella scelta a freddo di sviluppare una campagna presidenziale all’insegna non più del rigido disimpegno militare all’estero sinora perseguito, ma del suo opposto, della risposta dura agli altrettanti duri attacchi degli ayatollah. Di un nuovo, intenso, impegno militare bellico degli Usa in Medio Oriente. Sia come sia, a Trump toccherà ora rivestire la divisa del “Comandante in capo” belligerante e sarà interessante vedere come saprà indossarla. Ma l’esecuzione di Soleimaini ha anche un risvolto immediato nella scena interna dell’Iran.

Qassem Soleimani.

Soleimaini infatti dentro i confini iraniani era il simbolo di quel assetto di “un Paese, due sistemi” che l’ayatollah Khomeini ha costruito ben prima di Deng Tsiao Ping in Cina. L’Iran infatti si regge sull’equilibrio tra due missioni: la prima, la più importante e strategica è, appunto, “esportare la rivoluzione islamica”. La seconda missione, parallela e subordinata alla prima e che con quella non deve interferire, è l’amministrazione di una normale politica interna basata sul welfare Islamico: la distribuzione immediata dei proventi del petrolio, sotto forma di reddito personale, a decine di milioni di iraniani. Le elezioni politiche e presidenziali iraniane riguardavano e riguardano solo il secondo ambito, tanto che spesso è stato possibile avere presidenti soi distant “riformisti”. Ma la strategia di fondo del regime iraniano era ed è “esportare la rivoluzione”, a Teheran non si è mai parlato di “rivoluzione in un Paese solo”. Per gli ayatollah messianici figli di Khomeini sarebbe un controsenso, un tradimento.

VERSO LE ELEZIONI LEGISLATIVE

Soleimaini era appunto il leader indiscusso e onnipossente della applicazione di questa strategia a cui tutto il “sistema Paese” iraniano è stato piegato; basti pensare che si calcola che le campagne dei Pasdaran in Iraq, Siria, Yemen, Libano e Gaza siano costate negli ultimi cinque anni non meno di 10 miliardi di dollari. Per questo è stata feroce nelle ultime settimane la repressione, sempre ad opera dei Pasdaran, delle enormi manifestazioni popolari che hanno scosso tutto l’Iran, che protestavano appunto contro gli enormi costi di quella “esportazione della rivoluzione”. Ora, con il Paese in guerra virtuale e materiale contro gli Usa, lo spazio politico per le proteste popolari iraniane si chiude. E questa chiusura si riverbererà sulle imminenti elezioni per il rinnovo del Majlis, il parlamento di Teheran. C’è da scommettere quindi che si imporranno i candidati legati ai Pasdaran (anche perché ad altri verrà semplicemente impedito di correre). Nel nome appunto del “martire” Qassem Soleimaini. Solo l’Europa continuerà a perdersi nell’illusione di un percorso riformista dell’Iran rivoluzionario. Questa illusione è ormai preclusa al popolo iraniano.

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Centinaia di manifestanti contro l’ambasciata americana di Baghdad

Hanno tentato di assaltare l'edificio dopo i raid che hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall'Iran.

Centinaia di persone hanno tentato di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad, per protestare contro i raid Usa nel Nord dell’Iraq che il 29 dicembre hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran. Un gruppo di manifestanti è riuscito a superare la prima recinzione e le truppe americane hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti. L’ambasciatore Matthew H. Tueller e parte del personale diplomatico sono stati allontanati.

IL CORTEO DOPO IL FUNERALE

Secondo il New York Times, i partecipanti al funerale dei 25 miliziani uccisi hanno deciso di marciare verso la Zona Verde di Baghdad, dove ha sede l’ambasciata. Una volta raggiunto il palazzo, la folla ha uralto: «Down, down Usa!» e «Morte all’America!».

DISTRUTTE LE TELECAMERE DI SICUREZZA

Le guardie di sicurezza si sono ritirate all’interno dell’edificio, mentre i manifestanti hanno lanciato bottiglie e distrutto le telecamere di sicurezza all’esterno. I manifestanti hanno anche appeso fuori dalle mura dell’ambasciata le bandiere gialle della milizia Kataeb Hezbollah.

MEDIO ORIENTE IN FIAMME

L’Iran aveva avvertito l’amministrazione Trump che ogni attacco ai combattenti sciiti in Iraq e Siria avrebbe provocato una reazione. E lo stesso governo iracheno si era detto pronto a rivedere le proprie relazioni con Washington dopo le incurisoni americane sul proprio territorio. Lo scontro in atto rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente, già martoriato dalla guerra civile in Siria, dal conflitto in Yemen e dalla lotta a ciò che resta dell’Isis.

AMERICANI NEL MIRINO

Dal 28 ottobre almeno 11 attacchi di gruppi sciiti filo iraniani hanno preso di mira basi militari irachene dove sono dispiegati soldati o diplomatici statunitensi. L’ultimo venerdì 27 dicembre, quando alcuni missili hanno centrato una base che ospitava militari americani a Kirkuk, uccidendo un contractor statunitense e provocando feriti anche tra il personale locale. Da qui la risposta americana: una pioggia di fuoco contro le basi dei miliziani sciiti non solo in Iraq, ma anche in Siria. I raid aerei, condotti in entrambi i Paesi, si sono concentrati su cinque basi delle milizie Kataeb Hezbollah, strettamente legate ai corpi speciali dei Pasdaran iraniani. L’obiettivo era indebolire la loro capacità di offesa, distruggendo depositi di armi e centri di comando. Ma per Teheran si è trattato senza mezzi termini di «terrorismo».

LE CRITICHE DI MOSCA

Dura la condanna del presidente Hassan Rohani: «Il tempo delle sanzioni e delle pressioni contro di noi finirà. Lo scopo dei nemici è farci cedere e sedere al tavolo dei negoziati per accettare tutto ciò che vogliono». Rabbiosa anche la reazione di Baghdad: «Le forze americane hanno agito in funzione delle loro priorità e non di quelle degli iracheni. I raid violano la sovranità dell’Iraq e sono contrari alla regole d’ingaggio della coalizione» anti-Isis. Critiche anche da Mosca, che ha definito i bombardamenti «inaccettabili e controproducenti» in una nota del ministero degli Esteri.

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Centinaia di manifestanti contro l’ambasciata americana di Baghdad

Hanno tentato di assaltare l'edificio dopo i raid che hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall'Iran.

Centinaia di persone hanno tentato di assaltare l’ambasciata americana di Baghdad, per protestare contro i raid Usa nel Nord dell’Iraq che il 29 dicembre hanno provocato la morte di 25 combattenti di una milizia sciita appoggiata dall’Iran. Un gruppo di manifestanti è riuscito a superare la prima recinzione e le truppe americane hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti. L’ambasciatore Matthew H. Tueller e parte del personale diplomatico sono stati allontanati.

IL CORTEO DOPO IL FUNERALE

Secondo il New York Times, i partecipanti al funerale dei 25 miliziani uccisi hanno deciso di marciare verso la Zona Verde di Baghdad, dove ha sede l’ambasciata. Una volta raggiunto il palazzo, la folla ha uralto: «Down, down Usa!» e «Morte all’America!».

DISTRUTTE LE TELECAMERE DI SICUREZZA

Le guardie di sicurezza si sono ritirate all’interno dell’edificio, mentre i manifestanti hanno lanciato bottiglie e distrutto le telecamere di sicurezza all’esterno. I manifestanti hanno anche appeso fuori dalle mura dell’ambasciata le bandiere gialle della milizia Kataeb Hezbollah.

MEDIO ORIENTE IN FIAMME

L’Iran aveva avvertito l’amministrazione Trump che ogni attacco ai combattenti sciiti in Iraq e Siria avrebbe provocato una reazione. E lo stesso governo iracheno si era detto pronto a rivedere le proprie relazioni con Washington dopo le incurisoni americane sul proprio territorio. Lo scontro in atto rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente, già martoriato dalla guerra civile in Siria, dal conflitto in Yemen e dalla lotta a ciò che resta dell’Isis.

AMERICANI NEL MIRINO

Dal 28 ottobre almeno 11 attacchi di gruppi sciiti filo iraniani hanno preso di mira basi militari irachene dove sono dispiegati soldati o diplomatici statunitensi. L’ultimo venerdì 27 dicembre, quando alcuni missili hanno centrato una base che ospitava militari americani a Kirkuk, uccidendo un contractor statunitense e provocando feriti anche tra il personale locale. Da qui la risposta americana: una pioggia di fuoco contro le basi dei miliziani sciiti non solo in Iraq, ma anche in Siria. I raid aerei, condotti in entrambi i Paesi, si sono concentrati su cinque basi delle milizie Kataeb Hezbollah, strettamente legate ai corpi speciali dei Pasdaran iraniani. L’obiettivo era indebolire la loro capacità di offesa, distruggendo depositi di armi e centri di comando. Ma per Teheran si è trattato senza mezzi termini di «terrorismo».

LE CRITICHE DI MOSCA

Dura la condanna del presidente Hassan Rohani: «Il tempo delle sanzioni e delle pressioni contro di noi finirà. Lo scopo dei nemici è farci cedere e sedere al tavolo dei negoziati per accettare tutto ciò che vogliono». Rabbiosa anche la reazione di Baghdad: «Le forze americane hanno agito in funzione delle loro priorità e non di quelle degli iracheni. I raid violano la sovranità dell’Iraq e sono contrari alla regole d’ingaggio della coalizione» anti-Isis. Critiche anche da Mosca, che ha definito i bombardamenti «inaccettabili e controproducenti» in una nota del ministero degli Esteri.

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Viaggio nel cuore dell’Arabia Saudita che si apre al turismo

Dal sito archeologico di Al Ula fino al Mar Rosso: le perle del regno si svelano ai turisti di 49 Paesi. La stretta di Riad sui diritti si allenta. Ma la preoccupazione per la repressione resta. Il reportage.

Paesaggi marziani, scritture sulla pietra di epoca preislamica di civiltà misteriose, tombe nabatee scavate nella pietra rossastra, deserti vasti e incontaminati, palmeti, oasi. Il sito archeologico di Al Ula è un patrimonio ancora poco conosciuto, ma ora con l’apertura dell’Arabia Saudita al turismo internazionale diverrà meta di visitatori da (quasi) tutto il mondo. Sarà il gioiello della Corona, paradiso per gli archeologi e una frontiera da esplorare per i visitatori occidentali, nel cuore del deserto arabico prima quasi inaccessibile. Il principe ereditario Mohammed bin Salman l’ha visitata spesso negli ultimi tre anni e ha deciso di farne uno dei motori dell’industria turistica, all’interno del gigantesco piano di riforme economiche denominate Vision 2030.

AL ULA, CROCEVIA DI CAROVANE DA YEMEN E SIRIA

È un passo rivoluzionario. L’apertura al turismo implica l’apertura al mondo. Adesso i cittadini di 49 Paesi (Italia inclusa) possono ottenere un visto turistico, su Internet. Finora il Regno aveva aperto le sue porte solo ai pellegrini che visitavano La Mecca e Medina e a businessman che andavano nel Paese per viaggi d’affari. Al Ula avrà un ruolo importante, come lo ha avuto per millenni. Qui infatti si fermavano le carovane provenienti dallo Yemen a dalla Siria. Ad Al Ula sono passate antiche popolazioni come i Nabatei , i Dadan o i Laihaniti. Le tombe nabatee sono magnificenti, come il maestoso Girl Palace, dove se ne trovano 131, tutte di donne. La grandezza della tomba rispecchiava la ricchezza e l’importanza della famiglia. I Nabatei credevano nel Dio Sole, nella libertà di culto, bevevano vino e secondo le loro credenze la vita dopo la morte era migliore di quella terrestre.

I ROMEO E GIULIETTA DI ARABIA

Sono rimasti anche reperti del VI secolo prima di Cristo della città vecchia di Al Ula. Se ci si inerpica su una sua scaletta si accede ad una veduta magica della città. Tra palmeti, case basse marroni in terra e montagne di pietra che sovrastano il paesaggio. Qui si narra anche la leggenda di Jamal e Poteina, i Romeo e Giulietta di Arabia. Le rocce sono dalle fattezze più strane, modellate dal vento, dalla pioggia e dal sole. Come ad esempio la roccia a forma di elefante, Jbail al Elif. Immensa e suggestiva. Ma l’Arabia non è solo questo. Ci sono anche le bellezze sul Mar Rosso. Tra cui Gedda, effervescente città sul mare, tappa obbligata per i pellegrini che si recano alla Mecca e Medina. Il suo centro storico è incontaminato. La vita vi scorre come 100 anni fa. Botteghe, panifici, moschee, antiche librerie, case tradizionali con i tipici balconi in legno cesellato, il suk, puntellato di negozi di tessuti, dove si vendono abiti tradizionali di ogni foggia come l’abaya. A Riad è stato appena inaugurato un immenso sito archeologico, Diriyya, dove è stata ricostruita la città vecchia. Mura fortificate che circondano l’area, palmeti e strade piastrellate di ciottoli giallo-oro.

L’oasi di Al Ula vista dal castello della città vecchia.

Il progetto saudita di apertura al turismo è ambizioso, spiega Ahamed Al Iman, dirigente della Royal Commission of Al Ula. «Da noi lavorano persone da tutto il mondo. Archeologi americani, australiani, francesi, britannici, tedeschi, italiani. Al Ula è uno spazio di 22 mila chilometri quadrati. Immenso. Stiamo anche lavorando per ripristinare il circolo della vita degli animali. Non è raro incontrare nelle oasi che si susseguono percorrendo le strade cammelli che camminano in libertà, struzzi e cavalli». Secondo Al Iman, «il parco archeologico diverrà anche il palcoscenico dove si potranno esibire artisti internazionali. È già venuto Andrea Bocelli che per l’occasione ha usato un velo bianco attorno alla testa. È stato uno spettacolo incredibile fino a qualche tempo fa impensabile».

L’IMPATTO DEL TURISMO SUI COSTUMI

L’arrivo di milioni di turisti europei, americani, asiatici avrà anche un impatto sui costumi. Bin Salman ha già annunciato che non sarà più obbligatorio per le donne straniere che visitano il regno indossare l’abaya. Le saudite non devono chiedere più il permesso al “guardiano” maschio – il padre, il fratello o il marito – per viaggiare all’estero e possono guidare l’auto. Il 9 dicembre il regno ha anche posto fine alla segregazione di genere nei ristoranti. Il rinnovamento passa anche da sport e spettacolo. Il 22 dicembre s’è giocata – per il secondo anno consecutivo – la Supercoppa italiana di calcio. Prima ancora Riad aveva ospitato il match per il titolo mondiale dei pesi massimi. A gennaio è in programma la Parigi-Dakar. In quello scorso Mariah Carey, con indosso un tubino stretch in paillettes nere, è stata la prima artista internazionale ad esibirsi nel regno da quando sono state lanciate le riforme. E il governo ha l’obiettivo di inaugurare 100 sale cinematografiche con oltre 2.500 schermi entro il 2030.

Voi ci dipingete come beduini che vivono nelle tende e hanno i loro cammelli, ma la nostra mentalità è cambiata

Ahamed Al Iman, Royal Commission of Al Ula

I critici temono che questo tour de force di riforme finisca per scioccare i sudditi, abituati a una vita tradizionale. Ma Ahmad, proprietario di una piantagione di palme da dattero proprio ad Al Ula, avvisa: «Voi ci dipingete come beduini che vivono nelle tende e hanno i loro cammelli. Per noi è importante l’ospitalità, la generosità, è vero. Quando abbiamo un ospite a casa gli offriamo il caffè e i datteri e in quell’occasione invitiamo anche i nostri vicini di casa per condividere il momento insieme. Però ora la nostra mentalità è cambiata, non siamo solo questo. Il regno si vuole aprire. È arrivato il momento di cambiare».

LE RIFORME NON CANCELLANO LA REPRESSIONE

In questo quadro, le criticità – sia sul fronte interno sia su quello internazionale – restano. Le riforme sono accompagnate una dura repressione di chi è critico nei confronti del governo. Negli ultimi due anni, gli episodi che più hanno indignato riguiardano attiviste arrestate e torturate o uomini d’affari arbitrariamente rinchiusi nella prigione di extra-lusso del Ritz Carlton di Riad accusati di corruzione. Senza dimenticare il caso del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi da funzionari sauditi nel consolato di Istanbul. Uccisione che ha incrinato i rapporti del regno con la comunità internazionale, già tesi per via della guerra in Yemen.

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